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CODOGNO
E IL SUO TERRITORIO
NELLA CRONACA
E
NELLA STORIA
GIO. CAIRO - F. GIARELLI
CODOGNO
E IL SUO TERRITORIO
NELLA CRONACA
E
NELLA STORIA
VOLUME L
CODOGNO
TIPOGRAFIA EDITRICE A. G. CAIRO
1897
PROPRIETÀ ARTISTICO-LETTERARIA
UESTO libro non intende diminuire il
valore delle opere esistenti che ri-
guardano Codogno ed il suo terri-
torio. A noi però parve che, ad ogni
modo, non sarebbe riescita sgrade-
vole un'opera la quale, tesoreggiando
gli elementi raccolti da altri, e con-
fortandoli di qualche altro e più moderno rilievo, li
coordinasse secondo uno spirito più largo, rialzando ed
ampliando l'esposizione e l'indole dei fatti che hanno
più diretta attinenza alla società politica e civile.
Alcuni cronisti della terra nostra dedicarono e studi
e note allo svolgimento, diremmo quasi esclusivo, di
tutto quanto appartiene alla materia ecclesiastica, se-
guendo, del resto, la consuetudine di quanti nei vecchi
tempi si consacrarono alla narrazione delle vicende
terriere di qualsiasi parte d'Italia. Il che, se era con-
sono e logico allora, ci sembra male risponda ai con-
cetti direttivi odierni, pei quali la storia, più che una
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PROEMIO
faticosa ed arida disquisizione d'academia, deve essere
la dimostrazione reale di ciò che effettivamente costi-
tuisce lo sviluppo di tutte le forze e di tutte le energie
locali. Giusta questi criteri, il libro nostro escirà dai
limiti a sé medesime prefissi da quelle figure antiche
le quali raramente discendevano dai gradini del san-
tuario; ma si mescerà invece nelle piazze, salirà le
scale palatine, e starà rigidamente arbitro fra il castello
e il tugurio, i conquistatori stranieri ed il libero co-
mune; cosi che il pensiero della scienza vada incontro
alla forma dell'arte, ed alla vecchia voce dei campi sia
d'eco potente il sonito dell'officina.
Noi intendiamo rievocare non solo le vicende del nostro
territorio nell'ordine cronologico, ma dedicarci in modo
precipuo allo studio ed alla descrizione dell' « ambiente »
in cui esse si svolsero, dei caratteri umani che ne fu-
rono attori o parti, e delle conseguenze le quali, a
volta loro, apparecchiarono la tela degli eventi.
Non ci dissimuliamo gli ostacoli che ci stanno di
fronte, dovendo con idee ed impressioni affatto mo-
derne ricostruire tutto un mondo che fu; ma — se
hanno innegabile valore la scrupolosa fedeltà del rac-
conto e la astrazione assoluta dall'oggi — possiam fare
a fidanza che questa rievocazione riescirà senza dubbio
perfettibile, ma almeno coscientemente vera.
D'altronde, se troveremo irto il campo delle investi-
gazioni sulle epoche antiche — velate si fattamente che
a traverso ad esse l'occhio della critica non può sempre
giungere alla esatta percezione del vero — su quelle
del ducato milanese, del feudo, delle signorie straniere,
correremo certamente acque migliori nell'accennare agli
annali moderni del paese nostro.
Posti di fronte alle età ed alle genti, ai costumi ed
alle leggi che ora non son più, noi sorregge la fiducia
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in una serenità perenne ed illimitata. Troppo facile
è la consuetudine dell'anatema contro il passato; e ci
ricorda la caratteristica frase di quel bizzarro ingegno
che fu Petruccelli della Gattina, il quale — interrogato
da Palmerston intorno ai suoi concetti sulla compila-
zione di una nuova storia d' Italia — rispondeva :
— Non benedire tutto il presente, non maledire tutto
il passato.
Forse questo metodo ci varrà l'accusa di ostentata
alterezza; ma non per questo rinunzieremo allo spirito di
libertà saggia che deve informare l'opera nostra; come
che questa — pur rispettando gelosamente i criteri monu-
mentali della storia — debba sempre e dovunque recare
un largo corredo di impressioni proprie. Oggi sono
soltanto i tecnici eminenti e le illustri academie che
s'occupano, per dovere speciale di uficio o di condi-
zione, delle opere scrupolosamente teoretiche, tirate sui
quattro spilli della nuda e cruda erudizione. Anche
questa, senza dubbio, occorre; ma sola, e nei rapporti
del gran publico che legge e si appassiona, ad altro
non serve che a mandare la sapiente memoria agli atti
dell'istituto od agli scaffali delle biblioteche, dove
sarà troppo spesso coperta della polvere dell'oblio.
Non per questo seguiamjo coloro che per scrivere
una storia compongono un romanzo. Noi crediamo esser
d'uopo che il libro risponda al carattere dei contempo-
ranei ; la generazione che passa non ha più le serene
ingenuità d'altri di; essa si direbbe vivere quasi uni-
camente coi nervi e dei nervi, cosi che, a moverne il
cuore ed a fissarne la mente, é indispensabile appagarne
le aspirazioni per avere insieme il diritto e il modo
di frenarle. Noi pensiamo, insomma, che la fortuna
dei leggitori é serbata soltanto a quelle opere in cui
chi legge riconosce sé stesso, non é più spettatore ma
attore della scena che si svolge, e mano mano ne di-
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PROEMIO
venta cosi virtuale elemento da risentire quasi l'emo-
zione di protagonista.
Altra preoccupazione che ci ha fermati al momento
di imprendere questo lavoro è stata la prefinizione ap-
prossimativa dei limiti entro i quali il nostro libro sa-
rebbesi svolto; ed il pensiero corse subito ai contorni
topografici i quali ne avrebbero segnata Forbita.
Ci sembra inutile riandar qui i differenti gradi per
cui si venne via via modificando e delineando il nostro
concetto, tanto più che Tidea é raffigurata fedelmente
dal medesimo titolo dell'opera.
Volendo, per altro, rischiarare questo punto, diremo
che consideriamo fuoco centrico Codogno ; e come
questo fuoco ha le sue irradiazioni, cosi ci estenderemo
a quelle pertinenze di siti che, attraverso i tempi e gli
avvenimenti, si rannodarono al capoluogo onde ha ra-
gione l'opera nostra. E, se qui volessimo ancor più
particolareggiare, potremmo indicare quali punti estremi
del nostro campo di azione : a settentrione una retta
imaginaria che, dilungandosi a levante da Castiglione
d'Adda e passando pel comune di Terranova de' Pas-
serini, giunge al ponte detto del Mariotto sul Lambro
a ponente il Lambro stesso; a mezzodì il Po; ed il
Po e l'Adda ancora a levante: una plaga che, quan-
tunque non possa dirsi intieramente codognese, pure
risulta indivisibile nella storia e nella cronaca, ed anche
nei publici e privati rapporti, da quella terra alle cui
vicissitudini é più specialmente dedicato il nostro lavoro.
A chi visitasse palmo a palmo questo territorio, emer-
gerebbero evidenti non solo le diversità — agricole e
industriali, statistiche e glottologiche — fra abitanti ed
abitanti; ma si farebbero inoltre palesi tutte quelle altre
PROEMIO
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differenze demografiche, che, mentre restringono il na-
turale anello congiuntivo tra luogo e luogo, prese in-
vece singolarmente alle loro estremità, costituiscono un
ben netto distacco, ed hanno una particolare fisionomia
secondo il corso delle acque, peculiarmente del Po.
Per poco si raffronti questa plaga ad altre pure di
Lombardia, ci colpisce l'immediata impressione di un
carattere quasi esclusivo degli abitanti; come un senso
di soHtudine si risente; e si direbbe che questo forte
gruppo di vigorie moderne si trovi quasi in condi-
zioni d'oblio di fronte agli altri.
Fra noi prospera, laboriosamente esercitata, l'agricol-
tura ; alcune grandi industrie locali portano trionfalmente
pel mondo i prodotti del paese nostro; qui i mezzi di
comunicazione e di trasporto sono comodi ed abbon-
danti; non vi mancano imponenti opifici che gareg-
gino per copia nova e salda di prodotti con quelli
delle più illustri e vantate regioni d'Italia e di fuori;
sono ordinati i servizi amministrativi; frequentate le
molteplici scuole, per le quah anche nelle sezioni ec-
centriche i municipi provvidamente dispongono; antichi
e floridi gli asili per la infanzia, e di una liberalità rara
le svariate opere pie; vi ha accordo significante tra ca-
pitale e lavoro, cosi che né urti né violenze qui furono
fin ora lamentati; la moralità è in condizioni egregie; quasi
sconosciuti i reati di sangue, quelli contro le proprietà
e il buon costume ; patriotismo severo, sino alla acquie-
scenza ai più gravosi tributi ; insomma una grande fa-
miglia che vive ossequente alle leggi dello stato, senza
eccessive pretese e paga d'una vita morigerata, ope-
rosa e tranquilla.
Ciò non ostante, non é che più evidente lo stato
di dimenticanza nel quale é lasciata questa popolazione ;
e le cause sono parecchie e note, né é qui il luogo
di enumerarle. Intanto una conseguenza palmare di questa
IO
PROEMIO
condizione é, direbbesi, l'oblivione del proprio valore
e della propria personalità. Qui, infatti, all' infuori del
legale intervento dei comuni, non trovansi istituti che
accompagnino straordinariamente l'odierno svolgimento
intellettuale; qui lo spirito naturale é proprietà di tutti,
ma la coltura di pochi; qui l'arte ha pochi seguaci ed é
sottoposta alla più meticolosa delle contabilità ; qui esiste
il sentimento intimo del bello e del vero, ma premono
difficoltà gravi quando si tratti di tradurlo in atti; qui
si ha una speciale attitudine ai negozi ed agli affari, ma
insieme un contegno passivo di fronte a tutto quanto,
oltre le industrie ed i commerci, sappia di innovazione
e di riforma.
Dal quale insieme di manifeste circostanze consegue
che alla maggioranza dei cittadini fa difetto la no-
zione di ciò che furono, di quello che sono, e di quello
che potrebbero essere ; sono scarse e incompiute le storie
e le cronache locali; e le une e le altre non paiono
né meno più contemporanee; ché oggi al popolo, per
essere edotto del proprio passato e per formularsi un
disegno avvenire, occorre il libro che lo attragga, più
che mai lo scuota, lo fortifichi nelle sue aspirazioni.
Sarebbe presunzione ingiustificabile la nostra se ci
credessimo tali da saper compilare questo libro ideale ;
ma, ricordando il concetto che Marco Tullio aveva
della storia, noi non disperiamo del tutto di poter
presentare in logico nesso quei documenti che questa
(( maestra della vita y) gitta al cospetto dei popoli,
affinché dal giorno che fu imparino quello che giunge.
Ed é perciò che speriamo tornerà gradito al popolo
sentir narrato sé stesso, né soltanto narrato colla sco-
lorita parola, ma all'uopo vivificato coll'arte rappresen-
tativa del disegno. Esso saprà chi fu, quah i suoi
PROEMIO
maggiori, i suoi fasti, le sue miserie; e la leggenda e
la cronaca, e la figura e il paesaggio cospireranno a
rendergli interessante la sua ampia persona attraverso
le età. Intenderà il pensiero che ci ha mossi a scrivere
quel libro cui pose mano egli medesimo ; il perché
non disperiamo che, considerandolo opera propria, a
noi non negherà il compiacimento di riconoscere sod-
disfatti e un suo desiderio e forse una sua necessità.
E bene, pertanto, sappiano i lettori che useremo
la massima cura affinché questo libro non riesca pri-
vativa da sapiente di professione, ma risponda alle
aspirazioni della maggioranza sociale, cui i destini mo-
derni condannano a studiare, a comprendere ed a pro-
durre con una rapidità enunciata da algebriche formule.
Studio minuto di date, induzioni e deduzioni medi-
tatamente esposte, versioni trascelte sulle più resistenti
prove; ed insieme impressioni ed espressioni vive e
calde. Come per l'antico ci spoglieremo di qualsiasi
pregiudizio, cosi pel moderno deporremo qualsiasi vel-
leità politica ; al di fuori della lotta passionale — che
esagita e travolge gli spiriti nella battaglia dei partiti —
questo libro aspirerà a remeggiare, se non in eccelso,
almeno in ce spirabil aere » di verità e di giustizia ; cosi
al di sotto delle nubi da riescire un consigliere bene
accetto a chi vive la vita reale, e cosi al di sopra del
suolo che non lo tocchino le volgarità terrene.
Che se dei propositi riescirà assai minore il lavoro, sarà
colpa d'intelletto non di sentimento, come che questo
s'ispiri per noi al più nobile degli affetti, quello con-
sacrato ai fasti della patria.
CAPO I.
V evo ignoto — L' Insubria — Il palude — I laghi — Il culto a Mefite e a
san Cristoforo — Gli etruschi — Gli scavi.
A narrazione degli avvenimenti del nostro territorio
sta alla generica dei fatti italiani nella logica misura
della parte al tutto. Da ciò la necessità di non con-
tenerci in un compito rigorosamente locale; ma di
assurgere invece dalle fini terriere alla sintetica esposizione di
quegli indispensabili concetti regionali, senza il cui presidio il
racconto non avrebbe la ragione di essere, che è data sol-
tanto dalla prospettiva sulla quale si delinea l'azione nei luoghi
e degli uomini.
Noi, pertanto, non faremo precedere a questa illustrazione di
indole strettamente locale una lunga e laboriosa disquisizione
sullo stato dell' Italia antica e sui popoli prisci che 1' abitarono.
Ma pensiamo, d'altronde, che non compiremmo buona cosa se, som-
mariamente almeno, non dessimo un'occhiata in giro alle gene-
riche condizioni della penisola , anche a costo di non rispettare
perfettamente gli iddii Termini della narrazione ; e ciò tanto piìi
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CODOGNO E IL SUO TERRITORIO
riconoscendo come su questo nucleo vigoroso di terra lombarda
hanno continuamente e gagliardemente influito i destini di tutta
Italia. Quando, più oltre, avremo scorto questo territorio già
costituito in organismo a sè e con lineamenti personali, sarà
doveroso stringerci all' ara dei genii del luogo ; ma , mentre
questo periodo di preparazione si va distintamente figurando,
sarà opportuno contemplare la antica terra insubre, che ebbe e
serba una serie di caratteristiche le quali ne fecero e fanno così
alta, rispettabile ed importante la fisionomia etnologica, politica
€ civile.
Non discuteremo certo la imponente questione degli aborigeni,
questione illuminata dai più grandi ingegni nazionali , e sulla
quale è passato armato in guerra lo spirito della critica tedesca;
per quanto non sia possibile dimenticare che la questione mede-
sima sia stata nei secoli complicata ed oscurata dai prodotti
della leggenda.
Comunque, su questa difficile strada — che da un lato confina
colla fantasia e dall'altro col deserto dei monumenti — porremo
ogni studio per procedere concordi a fianco degli esimii cultori
delle storiche discipline, i quali, raccogliendo intorno agli evi
dimenticati i raggi di quel grande astro che ha nome verità, li
ordinarono per diradare colla rifrazione di essi le tenebre del
caos preistorico.
Relegando fra gli sforzi fantastici ciò che aspirerebbe ad essere
un cenno serio sui primissimi incoli della regione, si può fare
a fidanza col vero affermando che per aborigena di qui s' abbia a
ritenere la gente tirrena, precedendo — secondo Cesare Vignati ^ —
i liguri agli umbri, gli umbri agli etruschi. Gli umbri, più spe-
cialmente distesi verso la plaga oggi milanese, la qualificarono
Isumbria o Insubria, quanto dire bassa Umbria, per distinguerla
da altre sedi che in più parti d' Italia gli umbri occupavano ^.
E pare ineccepibile l'asserzione della preesistenza in Italia degli
umbri sugli etruschi, al fììre di Erodoto; il quale lo crede e lo
narra , soggiungendo che essi recarono fra noi l' agricoltura e
l'arte muraria. E molto tempo dopo di lui interviene Polibio, il
più antico scrittore che nomini gli insubri, affatto distinti dagli
olumbri, accampati sui monti della Italia centrale, e dai vilumbri,
NELLA CRONACA E NELLA STORIA
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che distendevansi — ampio ventaglio umano — sulle sponde del
mare meridionale.
Pure — anche prescindendo dall'opinione del Vignati — non pare
che alla venuta degli umbri il nostro suolo fosse inabitato deserto,
se vogliamo interpretare il linguaggio muto delle molte ossa
umane e dei rozzi cocci di stoviglie reputati anteriori alla civiltà
umbra : forse oggetti e reliquati dei vecchi liguri , le cui pugne
cogli umbri sono rammentate dal Mommsen; e gli scheletri disep-
pelliti, con accanto ascie e punte di freccia in selce, e frammenti
di anfore e di vasi, evidentemente non lavorati a ruota — mac-
china fra le antiche antichissima — comprovano 1' attendibilità
dell'opinione emessa dallo storico tedesco, la quale è pure suf-
fragata dalla natura e dal clima di questo paese ai tempi degli
umbri, e dalla vita che questi usavano condurre.
Qui, infatti, frequenti le torbiere, prodotto di vegetali palustri ;
qui le piroghe rudimentali esumate, onde la esistenza indubitata
di paludi e di lagune, alle cui sponde sorgevano, piantate su pali,
le capanne di famiglie chiedenti alla pesca la vita; qui olmi,
betulle, salici fossili , che indicano come allora fosse incolta e
non difesa dalle acque invadenti questa terra, e come più freddo
e più umido vi fosse il clima.
E la bonifica venne immediatamente dopo; e senza dubbio gli
etruschi ne furono i ministri ; quegli etruschi i quali nella regola
delle acque salirono a così alta fama che non solo della propria
regione avevan fatta la plaga più salubre d' Italia , dentandola di
insigni monumenti del genere, ma che più tardi ebbero da Roma,
loro signora, il mandato di moltiplicare nelle provincie dell'antico
Lazio i loro mirabili manufatti.
Sembra, pertanto, certo che specialmente fra noi abbia trovato
abbondevole applicazione l'opera rigeneratrice della gente etrusca,
quantunque già prima la natura avesse portato il proprio con-
tributo al rassodamento del terreno. Per esempio, la ripa vetus
Padi, segnata sulla carta di Paolo Bolzoni (1588) al di sopra del-
l'altipiano di Mirabello, ed alquanto a mezzodì, non è altro
che il terrazzo di Po, il quale andò formandosi sul finire delle
epoche geologiche e sull' inizio delle epoche storiche.
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CODOGNO E IL SUO TERRITORIO
Ma questa pianura digradante dalle Alpi al Po era sempre
preda naturale delle libere acque ; onde la perenne necessità delle
difese, di arginature ripuarie pel pericolo immanente di piene
elevantesi al di sopra dei campi ; e per ciò scrive a ragione
Pietro Verri ^ stare le spese per gli argini a prova che se per
mezzo secolo queste opere fossero neglette, ciò basterebbe perchè
tutta la parte bassa di questa superficie scomparisse sommersa
dalle acque ; e il Verri cita Lodovico Antonio Muratori , che
dimostra quanto facilmente possano diventare lago o palude flo-
ridi" paesi di Lombardia, se appena gli uomini sospendano o
rallentino il riparare coli' arte al continuo lavorio della natura ;
la quale pare abbia destinato ai pesci un suolo su cui stanno
— contro sua voglia — uomini molto rassomiglianti agli olandesi -
posti anch'essi fra pascoli opimi, fra ricchi prodotti di caseifici(>,
fra campi doviziosi di lino. I
D'altronde, basta uno sguardo alla nostra regione per megliff
apprezzare come e quanto debba essere stata imponente e grartó-
diosa la bonifica degli etruschi. Anche oggidì, infatti, quest{:
gran valle, percorsa o lainbita da importanti riviere, è resa feconda
dal limo; e la sua coltivazione è la prova della soverchia umidità
del suolo. La viticoltura non ofìre suoi saggi^ che per eccezione,
sebbene si tragga da Plutarco e da Tito Livio che i galli inna-
morarono di questa plaga appunto pel vino . squisito che vi si
produceva. E Strabone, coevo di Augusto imperatore, aggiunge
che ai suoi tempi i galli cisalpini avevan botti vinarie in legno
— e delle quali forse furono gli inventori — più grandi delle
case; classifica le viti del Milanese fra le più stimate della Italia
del mezzodì ; e l'Ariosto canta :
L' almo liquor che ai mietitori suoi
Fece Icaro gustar con suo gran danno,
E che si dice che già Celti e Boi
Fè passar l'Alpe e non sentir l'affanno.
Intanto abbondano tuttavia le prove dell'indole paludosa di
queste terre; le quali, malgrado le bonifiche varie, spinsero ben
oltre le loro tristi condizioni anche nei tempi successivi. Si sa,
infatti, che le terre del Lodigiano facilmente allagarono quando
NELLA CRONACA E NELLA STORIA
Codogiio e il suo territorio, ecc. — /.
i8
CODOGNO E IL SUO TERRITORIO
Giovanni Bonavalle, g-overnatore di Lodi per re Francesco 1
(1523), e Federico Gonzaga, signore di Bozzolo (1524), fecero
rompere gli alvei della Muzza e della Bertonica per tener lon-
tani i nemici*; esempio imitato poi, quando — temendosi dal
marchese del Vasto, condottiero imperiale, l'invasione del Lodi-
giano per parte di Pietro Strozzi, capitano di Francia — si tentò
di allagare i circostanti luoghi paludosi, per interrompere il
procedere dell'esercito navarrino (I544)^
Altra prova si ha nella nomenclatura di molti luoghi dei quali
vogliam qui accennare alcuni.
I luoghi dalla radicale « cava » stanno capilista; la loro de-
rivativa è esattamente celta, come che in quell'idioma per-
duto « cava » equivalga a « caverna presso l'acqua ». Onde:
Cavenago; Cavalunga, tra Camairago e Castione, citata in un
atto di donazione d' Adelberto da Brembio (105 1); e Cavacurta,
secondo alcuni così nominata da uno scavo fatto a sfogo delle
acque abduane, o secondo altri dall'acquedotto di Childeberto,
come più oltre diremo.
La desinenza in « ago » di parecchi luoghi lombardi — che
ha origine prettamente gallica « ago » , onde il latino « actcm » ^ —
sembra alludere a vicinanza o attinenza di lago ; così come : Ca-
mairago, Cavenago, Ossago, Secugnago , Sorlago.
Altri nomi sono la dimostrazione effettiva della postura o
della natura di essa , come le varie Isole , di cui parecchie oggi
scomparse anche di nome — tra le quali la Pertegida e la
Rammo Rabioso — e le attuali di San Sisto e Isolone; le varie
Gerole, Gere e Geroni, le Coste, i Dossi, le Bassure, i Ronchi,
le Ranere, le Cantarane, le Moientine, Canneto, Noceto, e via via.
Ed abbiamo l' altra prova fornitaci dalla antitesi , risultante
dalla terminologia di posizioni o non invase dalle acque o da
esse emergenti ; come Monte Cucco , Monte Nivello , Monte
Oldrado o Ilderado (Somaglia), Monticchie, Monticelli, Ripa
Alta (Santo Stefano), uno dei tre Corni costituenti in antico
una specie di terra avanzantesi nel Po.
Ma ciò che in modo inoppugnabile determina la sovranità del
palude su questo territorio è la esistenza — ormai provata — ^
di parecchi laghi i quali sono totalmente scomparsi. Scrive Carlo
Cattaneo^ che l'Adda, il Serio e l' Oglio nel volgere dei secoli:
NELLA CRONACA E NELLA STORIA
19
corrosero coi loro filoni il fondo e lo infossarono sotto quello
degli stagni circostanti, e nello stesso tempo che colle inon-
dazioni colmarono di materie i luoghi più bassi. Nè bisogna
dimenticare l'affermazione di Carlo Sigonio ^ (1570) che dai tre
fiumi su mentovati, per la sovrabbondanza delle loro acque eransi
venute formando vaste paludi fra Lodi e Cremona; e, massime
per le alluvioni, nell'agro lodigiano ; onde poi quel mare Ge-
rundo di cui ci toccherà parlare.
Accenniamo ad alcuni laghi della plaga oggetto delle nostre
osservazioni :
Il lago Barili o Barisii esisteva tra San Fiorano , Fombio ,
Santo Stefano e Guardamiglio ; formato , pare , dalle acque del
Lambro e fors' anche da quelle del Po. Fu detto anche Lam-
brello, perchè in esso, presso Somaglia, entrava il Lambro na-
vigabile , e sul quale trasportavasi il sale da Venezia a Milano.
Esso seguiva il suo corso per la Mortizza, la quale — secondo
scrive un illustre codognese ^ — non ne è che l' antico alveo
abbandonato, e probabilmente in progresso di tempo rettificato
dall' uomo. Nella chiesa plebana antica di S. Maria Elisabetta
— attualmente sacello al cimitero di San Fiorano — dicesi si
conservassero i robusti anelli di ferro cui erano raccomandate,
durante gli ormeggi, le imbarcazioni onerarie del lago. Al prin-
cipio del secolo XIV esso esisteva ancora, poiché il vescovo
Egidio dell'Acqua ne affittava le ragioni di pesca.
Una pergamena sincrona all' erezione del castello di Larderà
(11 giugno 1052), ricorda appartenere ad Adeleida abadessa del
chiostro piacentino dei SS. Sisto e Fabiano la proprietà sopra
« la selva detta Formola , ovvero un lago detto Paldeningo,
presso la prefata selva, posto nel contado di Lodi ».
Permane tuttora il lago di Meleti, di cui si ha notizia in un
atto col quale, consenzienti il vescovo lodigiano e l'abate di
S. Pietro in Lodi Vecchio, Pietro di Casale fa una permuta di
terre con Monaco, prevosto di Santa Maria della Cava (29 maggio
1192); e del quale è noto che nel 1609 avesse un miglio di
circuito. Si afferma prodotto in origine dalle acque dell'Adda e
\del Po. Quivi l'americano Paolo Boyton esperiva i suoi ap-
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CODOGNO E IL SUO TERRITORIO
parecchi insommergibili coi quali aveva audacemente attraver-
sato l'oceano (novembre 1876).
E finalmente il lago Gerundo, detto altresì mare con ingenua
e rusticana iperbole. La sua formazione antichissima è dovuta
al costante allagamento dell'Adda, la quale — -non frenata da
argini e non soccorsa da emissarii — aveva invaso un vasto
tratto di terreno, ivi travolgendo il suo letto ghiaioso o geroso.
Indi il nome di Gerundo, che appare per la prima volta in un
documento, col quale il capitano Fanone dei Tresseni dona alla
chiesa di San Martino un fondo confinante a mattina colla costa
■e ripa del Gerundo stesso (28 settembre 1204)^^. Afferma Pier
Francesco Goldaniga esser parte dell'antico letto del Gerundo
l'attuale Gera d'Adda, ed esser stato Childeberto, re franco, il
quale — invadendo l'Italia per istrapparla alla potenza longo-
barda (590) — aprì uno sbocco dell'Adda nel Po, per salvare
molto terreno dall'inondazione; ed il cavo da lui fatto vuoisi
appunto fosse a Cavacurta, dove il Gerundo finiva.
Determinare oggi l'esatta topografia del Gerundo non pare
possibile, ma — secondo il Vignati — esso distendevasi sopra
una bassura , larga in qualche luogo sino a dodici chilometri ,
la quale, cominciata fra Comazzo e Pandino, andava a restrin-
gersi fra Cavenago e Rubiano. Altri, invece, dicono che il Ge-
rundo stendevasi su parte del Bergamasco a mezzodì, su tutto
il Cremasco, su parte del Lodigiano, sui territorii occidentali del
Cremonese, e così per la lunghezza di quarantacinque miglia circa.
Tale opinione sarebbe pur confermata dal fatto che nel XII se-
colo i cremonesi movevano all' assedio di Lodi con apparato
nautico e terrestre. Guido Ferrarlo vuol riconoscere il Gerundo
nella natura geologica dei luoghi
Il lago scomparve mano mano , lasciando , per altro , traCcie
evidenti della propria esistenza.
In questo desolato bacino , colpito dal flagello della malaria ,
era difiuso il culto della iddia Mefite, così e come racconta Cor-
nelio Tacito, parlando della distruzione di Cremona (69); ed
una lapide di Laus Pompeja attesta tuttavia del culto mefitico
ivi professato nella seconda metà del primo secolo cristiano
NELLA CRONACA E NELLA STORIA
2X
Il palude però sembra sia stato prodotto in parte anche dal-
l'opera umana, poiché — ■ secondo il Vignati — ■ i lodigiani de-
viarono il corso dei fiumi e dei canali per difendersi dall' irruzione
longobardica (570), causa probabilissima delle fiere pestilenze
inguinarie che funestarono questi paesi pochi anni dopo (582),
e delle esondazioni (589) per le quali furono provvide le opere
di re Childeberto.
Al terreno paludoso suqcesse il periodo del lago, ed al culto-
di Mefite, coli' identico fine, quello a san Cristoforo. La leggenda
popolare imaginò sul finire del secolo XIII il grande drago Ta-
rando disceso, come il veltro dantesco, non per l' onda del Po ma
per quella dell' Adda che lo immetteva nel lago, dove stette ap-
pestante coir alito le genti. Si chiesero più che gli umani i divini
aiuti : il vescovo convocò clero e popolo , nell' ottava del Natale
(1299) si fecero espiatrici processioni, e si votò l'erezione di un
tempio a Dio e a san Cristoforo se il territorio fosse stato li-
berato dall' infesto animale e dall' inonda-
zione dell' Adda. L' ultima processione fu il
dì di san Silvestro, e all'indomani, capo
d'anno, il prodigio si avverò: cessò la col-
luvie delle acque, ed il drago Tarando
— affrontato e morto dal santo gigantesco
fervidamente invocato — fu rinvenuto nelle
secche.
Smagliante leggenda questa delle mor-
tifere esalazioni del palude vinte dalle opere
agricole ed idrauliche risanatrici del suolo.
Indi la devozione comunissima e i numerosi sacelli che sorgono
nel contado al santo portatore di Cristo ; il quale nella fantasia
popolare appartiene alla schiera di beati più specialmente
destinati alla lotta perenne contro lo spirito delle tenebre, per-
sonificato in Satana o nelle sue estrinsecazioni figurate e grot-
tesche di serpente, di drago, di demonio alato, cornuto e caudato.
Alla dominazione etrusca è senza dubbio principalmente do-
vuto se le terre di Lombardia furono strappate alla malsanie
prodotta dalle libere acque. Basta, del resto, ricordare le antiche
22
CODOGNO E IL SUO TERRITORIO
Storie d' Italia per determinare che un grande fattore di civiltà
morale e materiale d'allora fu la cura suprema cui gli etruschi
ponevano nella redenzione del suolo che — per diritto di guerra
e per immediata occupazione — cadeva in loro potestà.
Sedici secoli avanti Cristo un regno etrusco era vigorosamente
costituito fra l' Alpi , l' Appennino e l' Adriatico ; e così per na-
turale accessione vi si andavano aggregando anche le plaghe
del restante d' Italia. Per tal modo anche la nostra regione era
dipendenza etrusca, e di questa condizione grandemente avvan-
taggiò, perchè la signoria di quella gente forte, civile ed esperta
illuminò per lunga serie di secoli la intiera penisola. La stessa
Roma e l'agreste Lazio, prima di giungere alla soppressione di
quell'antico popolo, ne trassero e fecero proprii il buon gusto
per le arti, il sano spirito delle leggi, le scuole delle insigni ma-
nifatture, la cura delle armi, il regime delle acque, lo sviluppo
dell' agricoltura.
Infatti Eraclio, Varrone, Virgilio, Plinio, Macrobio ed altri
sono buoni testi della eccellenza etrusca nelle agrarie discipline.
Fu dagli etruschi che Roma trasse la costituzione del collegio
degli arvali ; una vera liturgia era stabilita a festeggiare e messi
e vendemmie, e vi avevano grande parte i riti onoranti gli ani-
mali, considerati collaboratori dell' uomo nell' industria dei campi ;
gravissime le sanzioni penali contro i distruttori delle colture e
delle piante; furono gli etruschi gli introduttori dell'aratro, o
— per dir meglio — del semplice tronco d' olmo curvato in guisa
da sommovere e solcare il terreno ; la viticoltura , l' enologia ,
specialmente in Toscana; l'allevamento del bestiame, specie
sulle sponde del Po ; tutte insomma le espressioni razionali della
esistenza agricola cospiravano a far potente quel popolo eh' ebbe
r onore di dare il proprio nome ad una indimenticabile civiltà.
Nella zona che ci appartiene questa civiltà è un fatto incon-
troverso e fortunato ; e si spiega così come fra noi siano state
numerose le scoperte di etrusche memorie.
I nostri musei sono repleti dei prodotti ceramici; parecchi
sono gli autentici sepolcri e gì' istromenti belligeri etruschi qui
rinvenuti, e che vengono tuttavia alla luce nei movimenti del
sottosuolo. Vi hanno armi di rame e di bronzo, testimoni di
quella età alla quale era ancora ignota la lavorazione del ferro.
NELLA CRONACA E NELLA STORIA
23
Pra gli altri citiamo dieci coltelli-ascie o phaalstap in bronzo,
►e due pregiati torques in bronzo ben conservati, rinvenuti sul
Lodigiano; e una lunga spada dell'età del bronzo, ultimo pe-
riodo , trovata in terreno delle circostanze di Codogno
Nè è a dimenticarsi in questo sommario cenno la tomba verosi-
milmente etrusca — e non romana come opina Lorenzo Monti —
di Cascina de' Passerini, della quale si parla nel libro dei batte-
simi di quella parodila (24 luglio 1661). Nel luogo di San Giacomo
Giovan Battista Tensini , aprendo un fossato, trovò una costru-
zione in larghi e lunghi quadrelli di pietra, con un coperchio
a piramide , e contenente i residui d' un cadavere , col cranio e
colla estremità dei piedi. La lunghezza del deposito attestava col
tracciamento della massa cineraria come la statura dell'uomo ivi
interrato dovesse esser stata molto alta.
Stettero gli etruschi signori del paese nostro fino al giorno
in cui, venuti i galli d' oltr' Alpe (circa 600 prima dell'era vol-
gare), poser qui prima le loro tende, poi la stabile dimora, e
finalmente dell' Insubria costituirono saldamente il loro dominio
cisalpino.
E certo furon presi , oltre che dal resto , dalla feracità del
suolo, il quale — al dir di Polibio — era tutto un florido giardino,
dove — narra Plinio il vecchio — avevano acclimato e fatto pro-
sperare l'albero candiota di quel pomo cydonio che diventò suc-
cessivamente una caratteristica delle nostre terre ed oggi è presso
che scomparso.
24
CODOGNO E IL SUO TERRITORIO, ECC.
NOTE AL CAPO 1.
^ Cesare Vignati - Codice laudense.
^ Pietro Rotondi - GP insubri.
^ Pietro Verri - Storia di Milano.
^ Defendente Lodi - Discorsi. ,
^ Relazione del 1609 del visitatore generale sulla città di Lodi, raffron-
tata collo stato del 1635.
^ Giovanni Seregni - La popolazione agricola della Lombardia nella età
arbarica.
' Carlo Cattaneo - Discorso suW agro cremasco e lodigiano.
^ Carlo Sigonio - De regtio italico.
^ Giovanni Battista Barattieri - Architettura delle acque.
Defendente 'Lotii - Manoscritto sulle chiese lodigiane.
Guido Terrario - Lettere lombarde^
Il Ferrarlo collocò pure nella villa dei gesuiti al Paradiso questa epigrafe ::
H AEC LATE LOCA
LACUS HABUIT
COMMEATUSQUE FU IT NAVIUM
USQUE IN GERUNDUM MARE.
" Ciò è espresso dalla epigrafe seguente, riportata da Francesco ArisF
nella Cremona litterata, e letta secondo la interpetrazione più recente, che
è quella di Vittorio Poggi :
MEFITI
L. CAESIUS
ASIATICUS
VI. VIR. FLAVIALIS
ARAM. ET. MENSA (s. Ili)
DEDIT. L. D. D. D.
Giacomo Antonio Porro - Storia diocesana di Lodi.
Tutti questi oggetti dal bollettino della Consulta del museo archeo-
logico di Milano (1892) furono registrati nel catalogo di vendita del museo-
Ancona.
Lorenzo Monti - Almaiiacco codognese pel 1823.
CAPO IL
La causa dei vinti — I celti — L'invasione dei galli — Loro città —
Le prime contese gallo-romane — I cisalpini — I riti religiosi.
darci altro criterio giuridico fuor che quello tirannico consa-
crato nelle dodici tavole; per noi non ci fu altro insegnamento
politico che l'apoteosi continua delle aquile di Quirino. Pre-
occupati soltanto dal dispiegamento dei loro voli vittoriosi sopra
tutti i popoli della terra, ci slam fatti adulti incensando la
gloria, non curando il diritto, cantando la conquista, non os-
servando la tirannide dei padri; e — come dal colle di Giove
capitolino al di fuori di Roma e di romani non c' eran che bar-
bari — così a noi si insegnò solamente la sapienza della vittoria.
Ond'è che abbiamo conosciuto solo in quanto che furono vinte
quelle stirpi e quelle nazioni su cui gli avoltoi dell' Aventina
seppero, colla fortuna del sinistro volo, sprofondare il poderosa
artiglio.
ULLA di più vero che noi italiani siamo ancora in parte
le vittime del classico rigorismo. Ci crebbero fan-
ciulli all' esclusivo romanesimo ; ci inebriarono coi
gagliardi influssi della forza trionfale; non seppero
26
CODOGNO E IL SUO TERRITORIO
Ma Oggi torna debitamente in auge il precetto dell'antico fi-
losofo, riassunto dal celebre verso di Lucano :
Victrix caiLsa diis placidi, sed vieta Catoni;
COSÌ che è venuta per la causa dei vinti l' ora della riparazione ;
e — scosso il tarlato edificio dei vecchi convenzionalismi —
non è più solamente il Campidoglio od il Foro che s' impongono,
ma altresì il Tarpeo e Gaudio, cioè il rilievo delle genti disfatte;
le quali pure stettero a fronte dell'onnipotente republica, ed,
ora cartaginesi, ora galli, ora germani, e daci, e cimbri, e pan-
noni, e sciti, seppero far impallidire e finalmente spegnere il
raggio della stella romulea.
Nel momento storico della giustizia, in cui indistintamente si
mostrano le torme qualificate barbariche dal senato e dal popolo
dell' Urbe, occupano il loro posto anche i galli ; i quali più stret-
tamente ci riguardano, perocché fu appunto da essi e per essi che
la nostra regione trasse e conservò figura e personalità speciali.
La Gallia Cisalpina esercitò una parte di primo ordine nei
fasti e nefasti del mondo latino ; e se la nostra mente di fan-
ciulli fu soltanto preoccupata dalla leggenda gloriosa di Furio
Camillo e della abbominata ferocia del brenno libripende, la
nostra mente d'uomini dal di sotto della porpora guerriera dei
quiriti così scruta la doppiezza disposata al tradimento, come ac-
canto alla maestà dei pili romani non nega lo splendore eroico
alle scuri sicabre.
Dal grande ceppo asiatico degli arii furono propagini i celti
con altri popoli : e — famiglia della stirpe celta — comparvero
i galli.
Costoro vennero a noi d' oltr' Alpi e in varie riprese, fuor so-
spinti dalla patria loro — • presso a poco 1' attuale Francia — dalla
pletora di popoli cui, non bastando il loro paese per vivere
colle industrie dell'agricoltura e della pastorizia, era pur mestieri
sconfinare dalle vecchie frontiere ; e, per via di traffici e di esplo-
razioni commerciali, occupate prima, sormontate poi le coste al-
pine del nostro versante occidentale, filtrarono nella gran valle
•del Po. Una volta su questo ubertosissimo suolo, e bisognosi
•d'orizzonte, e travolti dallo spirito conquistatore di guerra, di pochi
si fecero innumerevoli, di manipoli turbe, di colonne eserciti.
NELLA CRONACA E NELLA STORIA
27
Subito vinta la tenue opposizione degli indigeni e degli etruschi,
spezzati gli ostacoli, la falange si trasforma in colonia; e gli an-
tichi galli piantano le loro aste nel molle terreno insubre, scla-
mando nel sibilo gaelico 1' equivalente dell' « hic manebimus
optime ! » .
Difficile, se non impossibile, è qualificare e descrivere l'inizio
della dimora dei galli fra noi. Quali e quante città o borghi o
casali dovettero ad essi la propria esistenza? quali sotto i galli
le primordiali vicissitudini di questa regione che faceva capo ad
un punto centrico fra l' Adda, il Ticino, ed il Po, dove oggi è
Milano? quale la giusta etimologia del nome di questa metropoli?
Polibio, Livio, Strabone, ed una lunga schiera di sommi in-
ducono e deducono pensieri ed opinioni diverse; ma chi non
voglia vagare fra le nebbie di quei dì crepuscolari deve riferirsi
direttamente all'epoca in cui Roma aveva il suo re in Tarquinio
Prisco (593 prima dell'era volgare).
Ambigato, re dei bituringi — compresi fra Garonna, Senna e
Marna — e dei principi maggiorenti in Gallia, cercò e trovò nel
fatto, tanto antico quanto moderno, dell'emigrazione, di risolvere
il problema economico e demografico ond' era il suo reame ra-
dicalmente affetto. Belloveso e Sigoveso, nipoti suoi, a capo di
una moltitudine di celto-galli, e più particolarmente di edui, ob-
bedirono al comando del principe: Sigoveso incamminandosi al
Reno, il fiume misterioso che faceva passo allo sterminato e fan-
tastico paese delle foreste ; e Belloveso dirigendosi all' incontro
delle Alpi, le cui punte scintillanti per ghiacci eterni davan senza
dubbio a quella gente il miraggio di chi sa mai quale Eden al di
là della bianca cintura. Così Sigoveso dileguò fra i cupi orizzonti
della selva Ercinia, e Belloveso superò il Cenisio fino allora insu-
perato, dilagando — umano, irresistibile torrente — nel sottoposto
Piemonte. Ma lunga e lenta fu pel condottiero dei galli quella
marcia in avanti : l' inverno lo arrestò sulle sponde del Rodano, e
l'adoratore di Esus vide nella imminenza dell'algore la mano delle
sue cruente divinità che gli vietavano l'accesso immediato alle ita-
liche barriere.
Svernò sulle sponde del fiume; ma questa tappa forzata non
infiacchì in ozii infecondi le sue milizie, comecché proprio in quel
tempo vennero ad impetrare da lui sussidio ed alleanza i focesi
28
CODOGNO E IL SUO TERRITORIO
— recenti fondatori di Marsiglia — cui fieramente molestavano i
liguri' dell' alpe Marittima. E il fiero gallo disfece i liguri e li
risospinse ai poggi nativi ; poi — colto il buon momento della
mitigata stagione — salì 1' Alpi e le varcò, primo nella breve serie
dei condottieri cui furon noti quegli orridi passi.
Di lassù calò pei taurini, a detta di Tito Livio passando pei
greppi dell'alpi Giulie, poiché ai tempi dello illustre storico
Giulie eran nominate quelle che poi furon dette Cozie, e Giulie
nominavansi perchè poco prima avevale passate Giulio Cesare.
Invano liguri ed umbri tentarono far testa: disordinati com'erano
non li seppero resistere; e quando i galli da una parte e gli
umbro-etruschi dall'altra vennero a tenzone presso il Ticino,
Belloveso, scagliando i suoi militi giganteschi sugli astati nemici,
li separò, li battè, li disfece; varcò il fiume e in quella palude
già risanata rimase.
Allora i galli rizzarono i loro tugurii, specialmente fra Lambra
e Olona, dove più floridi abbondavano i viridi paschi, dove più
annosi s' elevavano i querceti, dove fece presa e legò il germe
della futura Milano.
Venuti agricoltori e pastori fra agricoltori e pastori, la sim-
patica assimetria degli uomini e dei luoghi esotici ed indigeni
produsse celeri efletti. S' aggiunga che — al dir di Polibio — fra
i vecchi e i nuovi abitatori permaneva il residuo degli etruschi,
i quali continuavano ad esercitarvi l'arti belle, sopraeccellendo
nei ricami, negli intagli, nella lavorazione delle armi, dei sai,
delle auree collane, tutti oggetti di cui la guerresca gloriola galla
amava esornarsi, pur rispettando la rozza semplicità delle brache
nazionali, caratteristica questa che fissò una esatta e storica de-
limitazione fra i venuti d' oltr' Alpi e tutte le famiglie italiche.
A poco a poco la conquista gallica avanzò e s'allargò. Nucleo
maggiore gli insubri, che vivevano fra la Sesia, l'Adda, le Alpi
e il Po; poi i cenomani, che tennero il paese fino all'Adige e
fino ai veneti, discesi costoro da altra prosapia, la più antica d'I-
talia; prossimi al Po e successivamente sulla sua destra, quei
galli furono boi ; a mezzodì lungo 1' Adriatico furono senoni ; i
galli orobi infine furon gli abitanti del Bergamasco e del Lario,
NELLA CRONACA E NELLA STORIA
29
Questa, in embrione, è la precipua divisione per provincie
della regione nominata dai romani Gallia Cisalpina per isceve-
rarla dalla Transalpina. La Cisalpina dal Po che la separava fu
distinta in Transpadana e Cispadana, questa poi detta Togata , come
quella che, più presso a Roma, ne imparò le costumanze e ne
ebbe con altri diritti altresì quello di vestire la toga. E fu di
fronte ai vergini entusiasmi ed alle selvaggie energie dei galli
cisalpini che mano mano cedette e scomparve la razza indigena,
in guisa che ne venne una varia eterogenia per cui qui ebbesi
la commistione di elementi vecchi e nuovi. Gli antichi ruderi
pelasgici s' eran venuti modificando al laminatoio delle razze
che si succedono e si sovrappongono, soverchiando l'elemento
gallo con variegature di cenomani verso l' Adda.
La guerra in permanenza, se per un lato era prova di ine-
sauribile coraggio dei nuovi venuti, era per l'altro flagello cru-
dele e rovina irremediabile alla ricchezza regionale ; e siccome
su tutte le altre tribù la insubre era la più battagliera, così l' In-
subria appunto fu la più devastata, manomessa ed inselvatichita.
I campi imboscarono ; cospicue città distrutte cessero luogo a
capanne; sparvero i sacri pomerii che la teosofìa etrusca al lembo
degli oppidi inalzava ai genii protettori; da capo le acque disal-
vearono impaludando; minaccioso avvenire di cui solo parzial-
mente i nuovi signori si interessavano, poiché loro bastava
bastassero all'armento il pascolo e ad essi i prodotti carnei del-
l'armento, essenziali a rafforzarli in una vita di pugna perenne.
Se non che in quel popolo da preda l'istinto della propria
conservazione non poteva assolutamente tacere, giovato com' era
dall'aspetto di un suolo le cui promesse erano irresistibili. Il
perchè qualche seme essi indussero nei solchi e ne videro im-
mediati i frutti; e — nota il Rotondi — « se non deposero che
più tardi le armi del ladrone, per lo meno le alternarono cogli
strumenti dell'agricoltura». E subito sentirono quello stesso e
grande amore per la terra che attraversò inalterabile le migliaia
d'anni, e che specialmente in Francia — lo canta Chateaubriand
e lo dimostra Zola nella Terre — sta più che altro come una
religione, meglio sentita in quelle provincie le quali meno corri-
spondono alle fatiche dell'uomo.
30
CODOGNO E IL SUO TERRITORIO
.. * .
Vuoisi secondo Filippo Cluverio* e Lodovico Antonio
Muratori — che fra le nuove città fondate dai galli sorgessero
progressivamente Latts, Maguntiacum, Quadrata Padam, Forum
Diuguntorum, Doimis Rubea, Acerra, ecc. Non ci sembra però
opportuno illustrare nome per nome queste città contemporanee
alla potenza dei galli.
E risaputo, infatti, Laus significare Lodi Vecchio, e Magun-
tiacum Monza. Non s'ignora che Quadrata Padam vuoisi sorgesse
all'antico confluente del Lambro — ■ dove cioè fu poi l'ora scom-
parso Noceto , o dove è il Castellaro di Corte Sant' Andrea
— e fosse distinta coli' aggiunto di Padam da Quadrata MzmuSy
posta a Quadratum, nei pressi di Port' Albera e S. Cipriano Po ^.
Domus Rubea (Cà Rossa) dalla sponda lombarda del Po guar-
dava dov' è ora Piacenza.
Ma le cose non corron più così liscie se si parli di Forum
Diuguntorum e di Acerra.
Quanto al primo vien posto da Tolomeo fra Bergamo e Brescia ^;
il Fino lo vuole a Fornovo presso Caravaggio Plinio, 1' Alberti,
il Ferrari, il Cavitello, dove ora è Crema; il Ruscelli ed altri dov'è
Pizzighettone.
Plutarco enuncia esplicitamente che Acei^ra sorgeva al di sopra
del Po ^ ; esaminando la tavola peutingeriana ^ si vede Acerra
equidistante da Piacenza e da Cremona sulla riva destra del-
l' Adda ; il Merula la fa presso Cerro, nella contea di Castel-
seprio ; il Muratori afferma Acerra già esistente là dove oggi si
incurva sul fiume Gera di Pizzighettone, ed il Boudrand lo con-
ferma Gentile Pagani porrebbe Acerra in prossimità di San Co-
lombano, verso r attuale Costa Regina ^.
Quanto a noi — poco persuasi delle volate etimologiche del
buon Gabbiano ^ , che deduce Acerra dagli spessi cerri del luogo
— ci onoriamo di condividere l' opinione del principe fra gli
annalisti d' Italia, anche perchè dalla positura emerge come e
perchè quel contrafforte sia sempre stato, traverso le età, un punto
preferito dalla strategica per le offese e per le difese.
E valga qui il semplice ricordo che, in una delle innumerevoli
contese gallo-romane, l' esercito consolare, passata l' Adda, s' ac-
campa ad Acerra. I galli, per isnidarlo, passano il Po, e, gitta-
NELLA CRONACA E NELLA STORIA
tisi sul territorio degli anamani — amici di Roma — vi assediano
Clastidium (Casteggio). Allora Marcello console muove da Acerra
alla riscossa della terra assediata ; i galli gli vanno incontro ; ma
la cavalleria republicana li travolge con sì terribile assalto che,
dopo un' eroica resistenza, sono i galli sterminati. Alcuni tentano
riparare verso Milano — secondo Polibio e Plutarco la maggiore
delle loro città — e vi pervengono. Ma Gneo Cornelio Sci-
pione, l'altro console, li cinge d'assedio. I rinchiusi vi si ten-
gono inerti, ed i romani, pensando non doverne aver più tema,
nè potendo prender Milano d' assalto, subito dopo levano il campo,
impazienti di tornare ad Acerra che dicevasi rigurgitante di
tesori. I galli sbucan fuori e, precipitando sulla retroguardia
romana, ne fanno eccidio. Si riaccende la pugna; i galli tengon
fermo ; ma le armi di Roma hanno il sopravvento. I nemici fug-
gono ai monti ; Cornelio li insegue, la spada alle reni ; devasta
il paese, e, reduce a Milano, colle forze di Marcello aggiunte
alle sue, la assale e la prende.
Prima di entrare nell' epico periodo delle lotte secolari tra
Lazio ed Insubria, ci par necessario qualche tratteggio dei vin-
citori degli antichi etruschi.
Poche ma fedeli pennellate, tolte dalla tavolozza di Polibio,
appunto perchè greco e non romano , e non infatuato dell' or-
goglio dei vincitori, i quali , e non sempre, facevano ai vinti la
elemosina di una povera menzione ; di Polibio, il quale può ben
dirsi in argomento un «artista dal vero», perocché egli fu
presente ai grandi avvenimenti guerreschi , allom che la ferrea
mano di Roma non aveva ancora potuto sopprimere le memorie
e le consuetudini dei galli , mentre già aveva disteso in gran
parte del mondo lo scettro della più proterva violenza.
Non è un adagio contemporaneo al rinascimento il lacrimevole
« finis Galliae ! » che nei tormentosi silenzii della prigionia in
Pizzighettone andava ripetendo il reale vinto di Pavia. Esso
trova la sua vera origine nel grande martirio subito dai galli in
conseguenza delle conquiste romane.
Ma lo sguardo che volgiamo ai costumi dei cisalpini si rife-
risce naturalmente al periodo che precedette la loro servitù ;
32
CODOGNO E IL SUO TERRITORIO
quando essi avevano 1' individualità della vita e mantenevansi
al di qua delle Alpi nella indipendenza propria alla loro patria
d' origine.
Rozzezza e semplicità, questi i capisaldi della figura morale
dei galli ; coraggio temerario ed impeto da leggenda , caratteri
dei quali fa testimonianza veramente splendida quel Caio Giulio
Cesare di cui Pietro Giordani scrisse eh' egli riassumeva in tre
verbi al passato la guerra gallica , perchè se i suoi rapporti
militari fossero stati raccomandati alla cera delle tavolette, Roma
stessa avrebbe dovuto piangere sulla strage dei suoi e sulla
sventura d' un popolo che combatteva e moriva per la propria
indipendenza.
Venuti fra noi fieri e rubesti , lasciaron mano mano le aspre
scaglie natie ; e facevan così a fidanza col proprio valore , che
nè meno agli sferici lor casolari in vimini ed argilla ponevano
murali presidii. Il vecchio Catone diceva amare i galli ardente-
mente due cose : la guerra e il parlare arguto. Smentivano la
futura e funesta dottrina di Malthus , imperocché straordinaria-
mente moltiplicavansi , sorgendo così tra noi un popolo novo
cui sorridevan tutti i fisici vantaggi: alti, membruti, di capei
rosso, la barba folta ed irsuta, lunga la chioma respinta in ad-
dietro, maschiamente fiero l'aspetto. Coprivan le gambe di un in-
dumento di pelli caprine, cui dal patrio celto chiamavano brache;
breve, aperta davanti la tunica in lana ; a colori vivaci il man-
tello , quale preferiscono anche oggidì i celti delle montagne di
Scozia.
Bestiame ed oro avevan per loro ricchezza, solitamente preda
guerresca, di pronta e facile trasformazione. Solevano non ma-
turare a lungo le imprese. Animosissimi all'inizio della lotta,
non reggevano a lunghe incertezze, e molto meno ad esito si-
nistro, delineando così quella proverbiale « furia francese » che
a distanza di millennii è tuttora la caratteristica belligera dei
loro discendenti. Dai disastri con energia di sentimento si rial-
zavano tosto, eccitati a battaglia dai barditi nazionali ; e quando
sonava l' ora del supremo pericolo, traevan fuori gli aurati sten-
dardi chiamati « immobili » per antonomasia strategica, ed in-
torno vi si raccoglievano parati così al trionfo come al sacrificio.
NELLA CRONACA E NELLA STORIA
33
Combattevano in ordine sparso, ed infesti riescivano ai romani
gli eroici sforzi dei soldurii, cioè la coppia indivisibile dei guer-
rieri, che simultaneamente pugnavano l'uno sulle groppe e l'altro
aggrappato alla criniera del cavallo. Più ancora temevano i ne-
mici r impeto irresistibile delle essede , o carri armati che i
galli — al par dei lidii e degli cileni primitivi — solevan porre
alle ali dell' esercito , per produrre nelle masse nemiche eccidii
inauditi, ad opera dei sagittarii e dei falciatori in piedi sull'orlo
del plaustro; e formidabili alleati dei galli erano i cani da guerra,
irto il collo di chiodi pungenti, ed educati alla caccia dell'uomo.
Nel furor della lotta i cisalpini abbandonavano le corazze, che
eran dorate come i loro elmetti e i cercini e le armille onde
s'ornavano; assalivano con im.nenso frastuono, ed al clangor
delle trombe ed allo strepito dei corni facevano eco con urla
e bramiti ; squassavano le armi e percotevan gli scudi ; levate le
spade, colpivano a fondo, accompagnando l'itto collo slancio
del corpo; subivano 1' ebrezza dell' ira, e — spaventevoli trofei —
appendevano pe' capelli alla criniera dei palafreni le teste dei
nemici interfetti, dei quali, se illustri, inchiodavano il cranio
nelle case, per lasciarli spaventoso retaggio di valore ai posteri.
In pace avevan fama di ospiti e di leali , ma troppo spesso
queste virtù soffocavano nel vino soverchio, di cui s' eran fatto
una specie di nume ispiratore.
Domesticamente la loro costituzione rassomigliava a quella dei
clan scozzesi: Serva la plebe, ma schiavi soloM prigionieri di
guerra ; la giustizia amministrata dal maggiorente alla famiglia
ed alla clientela sue, ond' egli come era supremo giudice era
così anche , sacerdote ; più famiglie congiunte o vicine formavano
la tribù, ed alle tribù preponevasi un principe, ma senza carat-
tere di stabilità o di ereditarietà, perocché solo in contingenze
guerresche sentiva quel libero popolo il bisogno d' un re.
Assai malagevole si presenta all'esame dello storico il quesito
religioso dei galli cisalpini. Seguivano essi in questa loro patria
d' adozione le nefande cerimonie dei sacrifici umani , onde nel
mondo andò esecrata la fama del culto druidico? o invece
— ancor fedeli alla lor prisca religione, più antica di quella
Codogìw e il suo territorio, ecc. — /. 3
34
CODOGNO E IL SUO TERRITORIO
druidica che fu importata — seguirono nei loro templi una più
civile ed umana credenza, imbastardita dalla mitologia greca e
scjta, acquisite nelle spedizioni dell'Eliade e dell'Asia Minore?
Incerte ed anche nettamente contradittorie sono le opinioni
in proposito ; e per ben fondate congetture non reputano pa-
recchi scrittori moderni che i cisalpini seguissero i riti crudeli
dei loro connazionali d' oltr' Alpe.
Positivo è però che al tempo della conquista di Giulio Cesare
nella Gallia Transalpina imperava — fortificata dall'ombre del
mistero — la sede druidica, tanto più temuta dai proconsoli di
Roma quanto più significava un vigoroso vincolo nazionale che
stringeva i galli nel sacramento della propria indipendenza. Quei
misteri di parvenza religiosa non eran che conventicole politiche
di congiurati per debellare la fortuna degli invasori, qualche
cosa, fra le medesime foreste, come un'antichissima Vandea, per
quanto con differente intento.
Di fatti, quella che fu poi la Bretagna allora era l' Armorica ;
quegli che furono all' epoca del terrore i sacelli cattolico-reali
uficiati da sacerdoti non asse^mentés , erano stati prima la scena
silvestre degli olocausti di sangue ad Esus, delle invocazioni alla
luna, del sacro vischio mietuto e della falcinola recidente il ra-
moscello della mistica quercia. Or sono cento anni echeggiava
in quelle gole profonde il richiamo di Giovanni Chouan, che,
imitando la civetta, avvertiva i « bianchi » della presenza degli
« azzurri » ; ma oltre due mila anni prima in quelli stessi luoghi
vibravano le onde sonore dello scudo d' Irminsul , che chiamava
a raccolta, fra il canto dei bardi e l'arpeggio dei druidi, i
guerrieri fedeli alle sacre memorie di Karnak ed alle eroiche
rimembranze di Vittoria la « madre dei campi ».
Ma Roma non poteva nè doveva consentire che il culto effe-
rato dei druidi perdurasse; e Cesare lo battè in breccia, e dopo
lui il luogotenente di Roma, infino a che Claudio imperatore,
vietando e sacrifici e cerimonie, soppresse e culto ed are.
NELLA CRONACA E NELLA STORIA
35
NOTE AL CAPO IL
* Filippo Cluverio - Introduzione alla Geografia universale.
^ Spruner Menke - Atlas antiquus.
^ Claudio Tolomeo - Geografia.
* Alamanno Fino - Prima seriana.
^ Plutarco - Vita di Marcello.
® La tavola detta peutingeriana fu eseguita sotto Teodosio il grande
nel 393, e scoperta a Spira nel 1500 da Corrado Peutinger.
' Neil' aggiunta fatta da Michel Angelo Boudrand al Lessico geografico
di Filippo Ferrari (morto nel 1626) leggonsi intorno al forte di Gera
le linee seguenti : « Acherrcs seu Acerrcs, hodie est Ghierra castrum du-
catus mediolanensis ad coujliienteni Scrii in Abduam 2 mill. a Piceleone ,
et 12 a Cremona ». Come giustamente osserva Lorenzo Monti, non si
comprende l'errore incorso della distanza di due miglia fra Pizzighettone
e Gera, che sono attigui non avendo di mezzo che il corso dell'Adda.
* Alessandro Riccardi - Le località e terrìtorj di S. Colombano al
Lambro.
" Iacopo Gabbiano - Laudiade.
CAPO III.
La riscossa gallica — Le colonie romane al Po — Etimologie fantastiche
— Aurelio Cotta — La seconda guerra punica — Nuovi conflitti
gallo-romani — La Gallia Cisalpina provincia romana.
precedenti trionfi e le successive disfatte dei cisalpini
trovano lor posto nella storia generale d' Italia. Per
noi è sufficiente ricordare che gli assalitori del Cam-
pidoglio, alla lor volta vinti da Camillo, non s'ac-
quetarono alla lor sorte, e, con una costanza imperterrita
movevano ai danni della città vittrice.
Fu quello il periodo in cui Roma stessa ebbe a tremare allo
incessante avvicendarsi dei « tumulti » gallici ; e comprese che
conveniva con un'azione pronta e vigorosa schiacciare il pervi-
cace nemico.
Già la prima guerra punica era stata combattuta ; ma la re-
publica aveva dovuto riprender l' armi perchè i boi tornavano
contro essa alla riscossa, lor non piacendo la legge agraria
proposta dal tribuno Flaminio , per la quale s' avevano a divi-
dere fra i cittadini poveri di Roma le terre già prese mezzo
secolo prima ai senoni. Costoro s' allearono infatti coi loro fini-
timi insubri, lingoni e anamani, avendo seco da principio anche
CODOGNO E IL SUO TERRITORIO
37
i cenomani ed i veneti ; i quali ultimi poi disdissero l' alleanza
dei temuti vicini, mentre i cenomani, compri dall'oro quirite,
minacciavano d' oltre Adda le ter^a dei cisalpini.
Nè questi si limitarono a sè stessi ; chè dalla madre Gallia
fecer venir l' orda dei gesati , secondo V affermazione di Marcello
^uerreggianti per denaro ; ed i chiamati mercenari lasciarono le
rive del Rodano discendendo ai danni di Roma; onde l'Urbe
si credette perduta.
Ma l'antica virtù guerriera cresceva ancora agli allori nel
bosco sacro del colle capitolino, e, in sè stessa fidando, levò un
^rido e vide alzare gli scudi in suo nome duecentomila italiani.
I galli varcano l' Appennino , sfilano oltre Arezzo , son giunti
a Chiusi ; soltanto tre dì di marcia li separano dalla metropoli.
E all'urto coi romani sorride loro la vittoria; ma poi, presso
Talamone, sono dal console Regolo sbaragliati e quasi distrutti;
cosi che, incalzati dal console Emilio, i liguri veggono le aquile
romane far nido sui patri colli, ed assalire in casa loro i cisal-
pini, i quali in vista delle legioni romane — già passate alla
sinistra del Po coi consoli Publio Furio e Caio Flaminio — alla
foce dell'Adda le molestano e le obbligano a sgombrare. Si rin-
novano assalti e combattimenti accaniti, che finiscono colla peggio
degli insubri , e che li portano con varia vicenda ad Acerra
prima, a Casteggio poi, e infine a Milano, posta a ferro e a
fuoco, condottieri dei romani essendo i nuovi consoli Marco
Marcello e Caio Scipione (222 avanti Cristo).
Roma, che aveva la scienza delle vittorie, non difettava di
quella che insegna della vittoria 1' usufrutto ; e per ciò, una volta
fiaccata la potenza galla, provvide a perpetuare la propria con-
quista, fondando colonie a sicurezza del proprio esercito ed a
rintuzzare gii assalti eventuali dei domati cisalpini.
Ai confini degli insubri e dei cenomani — costoro sempre
sospetti come amici precarii — vennero dedotte in colonia Pia-
cenza e Cremona, che furon popolate da cittadini di Roma. Per
tal modo si vennero stabilendo due propagini latine, e fra l'una
e l'altra vuoisi sorgessero nel territorio paghi- e casali (225-218
avanti Cristo).
38
CODOGNO E IL SUO TERRITORIO
È naturale che — trattandosi di questi primordii — la favola
veli la storia, e che quindi anche gli ingegni più eletti abbiana
dovuto fare i conti con essa. Ecco perchè — negligendo pa-
recchie etimologie di luoghi — ne accenniamo solo alcune.
Quella di Guardamiglio verrebbe riassunta dalV ardor ^miliir
il console romano che vi avrebbe fatto gallica clade; Maleo,
sarebbe fondato da Tito Maleolo, e San Fiorano da Gneo Fio—
ranio, generale romano, e la scomparsa Minuta (forse l'odierno
Berghente) da Caio Minuzio ; Casale pistorium (Casalpuster—
lengo) deriverebbe dai forni fattivi costrurre dai consoli Cornelia
Scipione e Tiberio Sempronio , accampati sul Trebbia contro
Annibale ^ ; Bucinatores (Busnadori) dai trombettieri romani ad-
detti al castro; e infine ecco l'etimologia di Cottoneum (Codogno),,
cui Pier Maria Campi ^ — camminando sulle orme di Tito Omusia
Tinca ^, esimio coniator di fiabe — afferma così chiamato dal
console Aurelio Cotta.
A questo console sarebbe appartenuto il podere da lui detta
ager cottonianmn, sul quale — a 45*^ 9' 30" di latitudine e 2® 45'
di longitudine, secondo il meridiano romano di Monte Mario —
s'elevò Cottoneum.
Di Codogno , però , scrive Pier Francesco Goldaniga ^ — gio-
vato da Tito Livio — che il console Cotta pugnasse contro i
galli insubri fra l'Adda e il Po, e che su quel campo di batta-
glia costruisse o rifacesse Codogno ; quantunque il diligente
francescano codognese aggiunga non esser cosa facile l' accertare
come si denominasse primieramente il luogo « perchè delevunf
tempora nomen ». Altri dicono che Cottoneum il console romano
nominasse non dal proprio nome ma dalla lussureggiante vege-
tazione del pomo cydonio\ ed il somasco Lorenzo Lunghi dedica
una laude in distici latini al geografo e giurisprudente Ferrari,
ribadendone l' opinione sulla geneologia di Codogno : fondata
cioè da Cotta belligerante contro i cartaginesi « allora che Roma
vincitrice mandò i coloni pressa il Trebbia, due secoli prima che
la Vergine esibisse alla luce del mondo un Dio ».
L'accorto lettore sentirà con noi la compiacenza di trovarsi
in questo punto « fuor dell'onda perigliosa » di un passato ir-
NELLA CRONACA E NELLA STORIA
39
remeabile, e guaterà dalla sponda il triste passo, sebbene altre
bracciate di mare crudele abbia ancora da attraversare questa
cimba modesta, costretta a percorrere senza vela il corso dei
secoli ciechi.
Ma egli non vorrà fare a noi gran colpa se ci è indispensa-
bile trattenerlo nei regni della fantasia, poiché noi non abbiamo
la libertà della scelta, e d'altronde non è da spregiarsi nè meno
la leggenda. Esaminare, infatti, quanto sia di umano nella storia
— pur isfrondandola dei miti fabbricatile intorno dalle fantasiose
menti di cronisti poco scrupolosi — ma conoscere anzi V intima
natura, lo spirito di codeste finzioni, è utile studio per quanti
hanno elevato concetto della storia, come rivelatrice e maestra
di civiltà.
Facendo, pertanto, le debite proporzioni alla credibilità degli
storici, esponiamo quanto alla fondazione di Codogno una data
antecedente al 228 avanti Cristo, secondo Lorenzo Monti ^, e
l'anno 218 secondo il Ferrari sopra citato; quantunque questi
la determini dalla battaglia del Trebbia col somasco versifabro,
il quale qualifica pure di vincitrice Roma, mentre è risaputo il
contrario. Ad ogni modo la data in questione si incarna senza
dubbio nello svolgimento della seconda guerra punica.
Con un esercito vittorioso nelle Spagne, Annibale, duce su-
premo, procedeva verso Italia, e Roma sentiva l' estrema necessità
di indurre i galli cisalpini, testé disfatti, a negargli il passo.
Essi , invece , non respinsero le sollecitazioni d' Annibale ; anzi
— dicono alcuni — gli mandarono inviati, promettendo d' aiu-
tarlo, offrendosi d'essergli guida nell'arduo passo dell'Alpi.
Già, del resto, Annibale s'era accattivati i galli del versante
settentrionale de' Pirenei, con un trattato assai strano, pel quale
si conveniva che qualsiasi querela fosse sorta tra cartaginesi ed in-
digeni sarebbe stata risolta per arbitrio delle donne galle ^. Così
l'esercito cartaginese, rapidamente anticipando sulle accorrenti
legioni di Roma, si ebbe libera la via, e — tragittati Rodano e
Durenza — s' incamminò all' Alpi. Per la Savoia discese in Italia ;
ma nella valle del Po non rinvenne nei cisalpini l' accoglienza
sperata, poiché, se i galli non s'acquetavano alla potenza qui-
rite, nè meno piegavano alle violenze dei nuovi invasori.
4Q
CODOGNO E IL SUO TERRITORIO
Pure, alla battaglia del Trebbia numerosissimi galli erano schie-
rati neir esercito punico, raggiunti anche dai loro connazionali
disertori dalle vinte coorti romane, sicché Annibale vedeva
splender per sè la fortuna dell'armi, e la sua magnifica caval-
leria numida scorrazzava fulminatrice nei ricchi pascoli di questa
nostra campagna padana.
Annibale seguì sua sorte; e per lunghi anni fra lui e Roma
si svolse la grandiosa tenzone il cui epilogo sanguinoso ebbe
nome dalla battaglia di Zama (202) onde Cartagine fu terribil-
mente fiaccata.
Non si creda, però, che il vario contegno dei cisalpini — ora fa-
voreggianti Roma ora Cartagine — trovasse sua causa in ragioni
d'interesse o d'opportunità. Fu invece la fiera indipendenza
della loro indole che informò quell'atteggiamento, perchè altri-
menti non si saprebbero spiegare molti avvenimenti, tra i quali
la sollevazione della Gallia Cisalpina, capeggiata da un Amilcare
cartaginese (200) allorché Roma — dopo 1' apoteosi di Scipione —
poteva colla sua forza di trionfatrice schiacciare ogni insurre-
zione; così come la schiacciò di fatto a mezzo di Lucio Furio
pretore, riconquistante Cremona, dopo il sacco e la distruzione
di Piacenza.
Non per questo i guai ebbero fine; ché anzi continuarono più
che mai implacabili e sanguinosi, e con esito vario, i fatti d'arme
tra galli e romani, al Po ed all'Adda (193 a 190).
A questo proposito Polibio — contemporaneo di quelle gesta —
scrive : « Dopo .... creati consoli Publio Furio e Caio Flaminio,
tosto condussero di nuovo nel territorio insubre le legioni, non
lungi da quel luogo in cui l'Adda ha foce nel Po ».
Ma possiamo noi credere che questo luogo fosse il nostro
Castelnuovo? Alcuni cronisti e storici cremonesi — come il
Bordigallo, il Bresciani, il Romani , il Tiraboschi^, riferiscono
che l'Adda, nei tempi remoti scorreva in Cremona; e notano
che solo nell'anno 11 00, per le dirotte pioggie, cominciò l'Adda
a metter foce nel Po , presso Castelnuovo. Il Manini , invece ,
dissente dai citati autori ^.
Il conflitto gallo -romano ebbe termine nel giorno in cui
— anche per la sleale cooperazione dei cenomani , traditori de'
NELLA CRONACA E NELLA STORIA
41
loro fratelli — Roma potè sopprimere quei nemici, che per quat-
trocento anni l' avevano così orgogliosamente fronteggiata da ob-
bligare il popolo-Marte a statuire fin dal tempo dei primi «brenni»
un £ss ptiblicum speciale, destinato a reprimere i gallici «tumulti»;
tanto che questo tesoro rimase intangibile perfino nelle ore su-
preme di Roma, quando essa era alle prese con Pirro vittorioso,
e quando vestiva a corruccio in cospetto di Annibale a porta
Collina. Solo Cesare reputò sè stesso degno di disporre di quel-
r erario, dopo che, conquistate le Gallie totalmente (59-50),
sclamò :
— Io ho .svincolato Roma dal suo giuramento, poiché i galli
più non esistono !
Fu probabilmente Gneo Pompeo Strabone colui che diede alla
Gallia Cisalpina il sistema di romana provincia retta dal pro-
console (89 avanti Cristo) ; e Roma ai caduti nelle sue mani
non isdegnò — per consiglio di Cesare — di porre la toga,
ascrivendo quei suoi novelli cittadini alla tribù Popinia, che ec-
celleva fra l'altre specie pel vanto dell'agricoltura. Che più?
Cesare aveva voluto senatori parecchi cisalpini maggiorenti, onde
corsero per le salaci bocche quiriti epigrammi sul mutare delle
brache celte nel laticlavio
Dei rapporti civili ed amministrativi fra il governo della re-
publica e la regione abbondano le prove. Sappiamo intanto che
Milano, metropoli cisalpina, era da Roma tenuta in gran conto
e distinta da diritti speciali, sebbene la reggessero magistrati
romani. Di questi fu Marco Tullio Cicerone, che disse essere la
Gallia « cospicua per virtù militare, costanza, serietà, fiore d'I-
talia, fortezza di comando, e decoro alla dignità del popolo
romano ».
Importanti arterie stradali erano già state costrutte ausu ro-
mano, fra cui quella nominata dal console Emilio Lepido, la quale
— da Rimini a Piacenza, da Piacenza a Milano, e da qui forse
fino ad Aquileia per Acerra e Laus Pompeia — costituiva un
cammino veramente regale fra l' Urbe e le estreme provincie
italiche del settentrione.
Un fratello del grande arpinate , Quinto Tullio , fu mandato
in missione al proconsole delle Gallie, in Lodi. Discordano
42
CODOGNO E IL SUO TERRITORIO
gli storici suir anno preciso in cui il legato romano, luogote-
nente di Cesare nelle Gallie, venne tra noi. Neil" archivio capi-
tolare laudense — per opera del vescovo Gherardo Landriani —
furono scoperti alcuni codici ciceroniani (1420), che sembrano
colà trasferiti dallo stesso Quinto Tullio Cicerone; il quale
— secondo Defendente Lodi — sarebbe venuto in Lodi il 5 giugno
dell'anno 54 avanti Cristo; mentre altri suppone che quei ci-
melii siano qui pervenuti con altre opere di Marco Tullio , a
mezzo del legato suo Metello Celere, rappresentante di Marco
Tullio stesso nella Cisalpina, affidatagli in governo, come abbiam
detto.
La soggezione del territorio ai fati complessivi della republica
romana viene confermata dal decreto di Ottaviano Augusto, pel
quale — divisa l' Italia in undici provincie — la Gallia Cisalpina
è appunto la nona (30 avanti Cristo).
Le sorti dell'impero ebbero la regione nostra a teatro di non
umili vicende, e — secondo i più — presso lo scomparso luogo
di Noceto venivano alle mani i soldati di Ottone, proclamato
imperatore , e quelli di Vitellio , che dalle Gallie gli contendeva
lo scettro (69 dopo Cristo). Cecina, duce vitelliano, vi sbara-
gliava la fanteria ungara avversaria, e, trofeo della vittoria,
traeva seco migliaia di prigioni , le cui schiere erano poi
accresciute a Bedriaco, al di là della saccheggiata Cremona.
NELLA CRONACA E NELLA STORIA
43
NOTE AL CAPO III.
* Cristoforo Poggiali - Memorie storiche di Piacenza.
^ Pier Maria Campi - Storia ecclesiastica di Piacenza.
^ Tito Omusio Tinca è persona forse pure favoleggiata , come inventata
dev'essere l'epoca in cui visse (50 avanti l'era volgare).
* Pier Francesco Goldaniga - Memorie storiche del regio ed insigne
borgo di Codogno (1761), manoscritto presso l'egregio dott. Angelo Belloni
di Codogno, la cui illuminata cortesia ci ha permesso esaminarlo.
^ Lorenzo Monti - Almanacco codognese pel i8iy,
® Plutarco - Della viriti delle donne.
' Giovanni Romani - DeW antico corso de' fiumi Po, Oglio e Adda.
^ Giovanni Carlo Tiraboschi - Famiglie cremonesi.
^ Lorenzo Manini - Memorie storiche di Cremona. Il Manini cita pure
un Critico compeyidio tmiver sale storico degli avvenimenti più rimarcabili
della città di Cremona , manoscritto posseduto dai Sommi Picenardi , nel
quale trovasi una Tavola dell' antica città di Cremona e confini neW anno
LXX di nostra salute. Questa tavola ha tracciata l' Adda scorrente alcune
miglia a settentrione della città, e biforcantesi al suo termine, dirigendosi
per una parte verso Sommo al Po , e per l' altra verso Casalmaggiore ,
poco lontano dall' Oglio. Aggiunge il Manini: « Sia o no tutto dal vero
un tale disegno che pare molto antico , noi non osiamo pronunciare cosa
alcuna ».
Teodoro Mommsen - Inscriptiones Gallice Cisalpine^ et LatincE.
Cesare Cantù - Storia degli italiani.
CAPO IV.
Roma — La redenzione — Il cristianesimo nella Gallia Cisalpina — La
chiesa laudense — Le persecuzioni — Il paganesimo rifiorente — Il
culto a san Biagio.
stituito il diritto della forza ad ogni altro criterio di vita so-
ciale. Roma era tutto, nulla il resto ; bastava 1' orgoglioso « civis
romanus sum! » per usufruire d'ogni privilegio, per applicare
qualsiasi tirannide nel governo e nella famiglia.
Tutto ciò era stato germe di fortuna sino a quando i costumi
eransi mantenuti sobri, gli organismi sani, e le aspirazioni no-
bili. Ma quando la molle civiltà, importata dalla Grecia e dal-
l'Asia vinte, inquinò il rozzo ma retto tipo romuleo — per quanto
efferato in certe sue esplicazioni — allora il quasi millenario
edificio cominciò a sgretolarsi.
I vizii dell' universo , vestiti di porpora e d' oro , ebbero in
Roma luogo di convegno : il sensualismo cosmopolita sottentrò
al culto dei sommi dei indigeti, e non ci fu turpe religione la
quale accanto al sacro bosco della vergine Vesta non erigesse
A vecchia società latina s'era disgregata in frammenti.
Scomparsa l'antica virtù romana, che del semplice
Lazio aveva fatto il padrone della terra, lo spirito di
conquista e la gioia del potere supremo avevano so-
CODOGNO E IL SUO TERRITORIO
45
il suo delubro. Così, riformato il cielo — per quanto la vita
spirituale vi avesse un molto limitato elaterio — l' Urbe si af-
frettò a costituirsi una riformata esistenza in terra.
La pletora della vecchia gloria finì per disamorare il popolo
di Quirino del suo unico fasto; le scienze, le lettere, le arti
furono acquisite come importazioni, in guisa che nelle case pa-
trizie formicolavano, tra i piaggiatori e i buffoni, i pedanti in
mantello greco, incaricati di porre in bocca ai padroni discorsi
di sapore attico, e dei quali ci lasciò così magistrale dipintura
il Voltaire dell'antichità ^ Così Roma uficiale vantavasi di copiar
r Eliade, non accorgendosi che dandosi ad Atene dimenticava
Sparta.
Le leggi delle dodici tavole — sebben crudeli pur monumento
di sapienza — abbandonate. La scuola dell'armi irrisa e smessa,
perocché ai giovani indossanti 1' augusticlavio, tramutati in cinedi,
più valeva l' invalso costume imperiale di levare mercenarie
milizie, fatte poi arbitre della fortuna quirite. Eran dileguati
gli attriti irrequieti ma fecondi e generosi che un tempo — fra
patrizi e plebei continuamente insorgendo — finivan di frequente
per apparecchiare e rassodare il trionfo della republica. La plebe
briaca di circensi cruenti e di elemosinati sesterzi; più su
— tetro anello di congiunzione — la vile clientela dei parassiti ;
più in alto ancora l'ordine magnatizio, vivente smentita dell'umana
dignità, e il senato, larva grottesca del perduto splendore, col-
lettiva « mala bestia » curva alla greppia del console-cavallo
Incitato; ed al vertice, sopra tutti, lo imperatore, indiantesi coi
prefissi regolamentari di « divo , ottimo , massimo » ; oggi par-
ricida, uxoricida, incestuoso; domani incendiario di Roma; il
giorno appresso infame di Capri o avventore di Locusta o pro-
tettor di Sciano; ora sfamatore di poeti misuranti la ispirazione
al volume dell'offa, ora mascherato da Giove percorrente gli
scorti ; ora improvvisato Cesare per elevazione sulle spalle dei
pannoni di guardia; ed ora, infine, concludente la maestà impe-
riale collo spirare sui gradini del recondito sacello dedicato alla
iddia Cloacina.
Peggiore del disordine politico il sociale : o essere romani
— signori , padroni , autocrati — o servi. Peregrini , forestieri ,
46
CODOGNO E IL SUO TERRITORIO
adveni costituivano tutta intera la schiera multiforme di personce,
non di individui, e quindi con una assai limitata ombra di di-
ritti; ma tutti altrettanti Laocoonti, avvinti dal colubro immane
del fisco, or nominato Verre ed or Dolabella, continuo aspira-
tore delle publiche e private ricchezze. La servitù, inesorabile
istituto ed indivisibile dal consorzio dell' Urbe , dalle origini di
questa al suo massimo rigoglio.
Ma, ancor più dello abbassamento politico e sociale, affettò e
compì la dissoluzione romana la corruzione della donna. Le pa-
gine di Tacito e di Svetonio — entrambi strenui combattenti
contro i complici silenzi dell' età che fu loro — bastano per
rievocare ai nostri sensi quelle muliebri tristizie.
La donna era degenerata nella femina fino ai più turpi mini-
steri : Mistica vergine vestale, quasi visione di clemenza ultra-
mondana, è invece essa che dal podio del circo invoca, pollice
verso, la fine del reziario soccombente; e, quando non feroce,
lasciva ; perfino sospetta d' incesto come Tulliola , perfino con-
vinta come Giulia imperiale. Florida sposa, consacra ai numi
dello scherno e delle nuge il casto ricordo di Lucrezia; e di-
sertrice dal giusto talamo, in peplo e palla meretrici, corre not-
turna dai rostri al ditterio, in caccia d' atletici amasi, per lasciar
poi il giaciglio dell'orribile caupona « laxa non satiata ». Madre,
spietata, pugnalatrice di schiave disattente nell'applicare uno stribio,
mentre nell'agitato gineceo s'apparecchia alla acconciatura pel tri-
clinio dove si offrirà, come Agrippina, al nato delle viscere sue
In alto, in basso, nell' infimo, così al palazzo dei Cesari come
nella via Appia ed infine nella Suburra, una marea surmontante
di corruttela, di cui ministre impudenti e sfacciate andavano in
gara le donne di Roma, per esserne le eroine; e fra i re del-
l'Africa, avvinti dietro il carro trionfale, il prode e sventurato
Giugurta andava melanconicamente susurrando :
— Non meritava la Numidia di esser vinta da Roma, vinta
a sua volta dalla donna !
* -
Maturava però 1' ora della riparazione. La luce nova non ap-
pariva più un semplice sogno: al di là del Mediterraneo — nel-
NELLA CRONACA E NELLA STORIA
47
l'ag-onia della civiltà semitica — era la rivelazione quella che
preparava la riforma del mondo.
In Grecia ed in Roma, per contrario, toccava alla filosofia ed
alla letteratura formulare i vaticinii : Dionigi d' Alicarnasso — per
non accennarne altri — giungeva, per esami comparati di testi
€ di saggi dell'Oriente, ad indicare imminente l'ora della re-
denzione. Non eran mancate le illustrazioni del mistico oracolo
della sibilla veggente il figliuol della Vergine; ed a Roma,
nella elegante corte di Ottaviano Augusto — mentre sorrideva
in tutta la sua luce pagana la mitologia seducente degli antichi
poeti — Virgilio inneggiava
Sotto il velame delli versi strani
al « rinnovamento nel grand' ordine dei secoli ».
Ma nella reggia imperiale — tra il fascino di tutte le sedu-
zioni della bellezza e dell' ingegno, in mezzo ad un popolo sen-
suale che aveva smarrito nel generale cinismo la sentimentalità
d'altri tempi e che più pesanti aveva le tazze convivali delle
spade ^ — non poteva lasciare orma profonda la involuta profezia
del gentile mantovano; troppo antichi, troppo venerandi e, si-
multaneamente, troppo famigliari erano gli dei superi ed inferi
di Roma — sette volte centenaria — perchè essa dovesse sacri-
ficarli ad un nume che s' aspettava da qualche sapiente solitario
sorgesse in un'oscura regione dell'Asia.
Eppure non intervenne un lungo periodo transitorio fra il
crollo del prisco Olimpo e lo spuntare d'una religione dedicata
al culto della verità. E — questa parlando alle anime, e sull'al-
tare sostituendo la pace alla violenza, la fratellanza al privilegio —
così il mondo trasalì al palpito misterioso che si sprigionava
dalla imminente rinnovazione umana ; la fede nazarena giungeva
come una grande vendetta fatta d'amore per gli umili, pei re-
ietti ; r infinito esercito degli infelici veniva rialzato all' egua-
glianza dei diritti , di guisa che poscia — come la croce del
Moria simboleggiò il martirio terreno — così il cielo, spalancato
quale premio ai buoni, riaccese appassionatamente l'anima delle
nuove generazioni, ricondotte dalla « buona novella » alla spi-
rituale filosofia di Platone, riassunta nella frase oraziana;
— Non omnis moriar !
48
CODOGNO E IL SUO TERRITORIO
Fatta così la sintesi del sorto cristianesimo — e senza accom-
pagnarne passo passo lo estendersi cruento ma trionfale —
è mestieri lumeggiare, come e fin dove si può, il suo arrivo ed
il suo instituto fra noi.
E naturale che ci tocca in questo argomento abbandonarci
alla tradizione, perocché in fatto di storici monumenti riferibili
a uomini, a luoghi e a date occorre arrestarci alla testimonianza
degli scrittori. Indubbiamente il compito riescirebbe più oneroso
e malagevole se questo nostro racconto si informasse partico-
larmente a carattere ecclesiastico ; ma ciò non essendo , ci par
sufficiente attenerci ad una semplice e rapida narrazione, prescin-
dendo dalle discussioni involute e dalle polemiche ardenti che
sulla fondazione del cristianesimo nella Gallia Cisalpina da secoli
sorsero, durarono secoli, e nè pure oggi si possono dire spente.
Si vuol , dunque, propagatore del cristianesimo nell' Italia su-
periore, e fondatore della chiesa milanese, l' apostolo Barnaba di
Cipro, levita. Gli annalisti — in maggioranza concordi — gli af-
fermano compagni Anatalone e Caio, greco il primo, patrizio
romano l'altro; e l'epoca più comunemente attribuita alla sua
comparsa sarebbe l'anno 43. Una minoranza di storici estende
il periodo in cui Barnaba apparve in Milano dal 41 al 51 ;
certa essendo, però, sullo scorcio della prima metà del secolo I la
comparsa, ad opera di Barnaba, della chiesa metropolitana nella
Gallia Cisalpina.
Non è possibile determinare con sicurezza l' itinerario seguito
da Barnaba per città e per castella a predicare la fede ; però
Francesco Scoto, Gaspare Trissino, Pietro Galesino, Defendente
Lodi, Giovan Battista Villanova, Camillo Beonio e Pietro An-,
tonio Maldotti sostengono unanimi che l'apostolo Barnaba, con-
dottosi in Lodi, la ridusse cristiana ^.
Così nella chiesa metropolita milanese si costituiva la laudense,.
della quale si ritiene nel martirologio fosse primo a cingere
l'infula episcopale un Malusio, poi martire a Colonia e santo;
non volendosi accogliere la leggenda che fu protovescovo un
Giacomo, discepolo di san Giacomo minore (69). E se quelle che
riguardano Malusio sono date genuine — non potendosi, del
resto , troppo leggermente repudiare — si osservi che , mentre
NELLA CRONACA E NELLA STORIA
49
fin dal 54 Sabino romano reggeva, primo antistite, Cremona, e
nel 69 fioriva per nome e santità Siro, primo vescovo di Pavia,
soltanto nel 237 si sostiene occupata la catedra di Lodi.
Il Porro afferma però che l' apostolato di Siro non si limitò
al territorio ticinese, poiché — appoggiandosi e ad un padre
Alberto, ed al Sigonio, ed al Merula — fa trascorrere in missione
il vescovo pavese attraverso il nostro territorio, e a Brescia e a
Cremona, quivi cordialmente ricevuto dal vescovo Sabino; e lo
riconduce fra noi per la strada di Soresina, Pizzighettone, Ca-
stione , Turano , fino alle terre lambite dal Lambro.
Riteniamo col Robolotti * essere i primi dodici nomi del-
l' elenco dei vescovi cremonesi , più di propagatori e ministri
dell' evangelio che di veri e stabili antistiti ; così come sia ac-
caduto per gli altri luoghi maggiori. A Cremona ed a Pavia,
quindi. Sabino e Siro non tanto per la condizione gerarchica loro
fatta , quanto per le loro doti personali siano stati dichiarati
nella coscienza del popolo titolari delle chiese rispettive, qualità
probabilmente non così eminenti nello zelatore principale della
chiesa laudeiise, la quale dovette aspettare Malusio per affer-
marsi con dignità propria.
Come da per tutto , anche qui la chiesa nei suoi primissimi
secoli passò attraverso il martirio ; ed è lunga la serie di coloro
che si sacrificarono confessando la fede col sangue. Malusio
stesso fu ucciso a Colonia; ed un suo successore — che si dice
un Antonio, ma di cui con certezza non si conosce il nome —
cadde vittima della propria religione allora che, infierendo la
decima persecuzione di Massimiano Erculeo e di Diocleziano ,
Marciano, governatore imperiale di Lodi, fece incendiare la ca-
tedrale, dove vescovo, clero e molti fedeli stavano rinchiusi (303).
Il territorio nostro seguì certo le fasi della militante chiesa
lodigiana. Come vi furono intrepidi seguaci di Cristo che, of-
frendo ai ceppi le mani inermi e il petto nudo alle lancie,
affermarono il culto novello , così altri , atterriti dalle atroci
persecuzioni, tornarono agli idoli antichi.
Di questo fa fede la tradizione — riprodotta da Bonifacio
Simonetta ^ — che sullo scorcio del secolo IV l' arcivescovo di
Milano, Ambrogio, inviò un prete Ilario alla terra detta Villafranca
Codogno e il suo territorio, ecc. — /. 4
50
CODOGNO E IL SUO TERRITORIO
allora e Franca oggi (presso Santo Stefano. al Corno), per tornare
al cristianesimo quel popolo che Io aveva abbandonato; e la mis-
sione riesci fruttuosa, poiché il tempio Jvi dedicato ad Apollo
fu convertito in chiesa dicata a san Fedele.
Sotto la influenza immediata e diretta della sede metropolita
di Milano era ovvio e conseguente che delle peripezie incon-
trate nella chiesa milanese risentisse la laudense; ed una prova
si ha che anche nel Lodigiano — come a Milano — serpeggiò
r arianesimo , essendo vescovo Dionisio Marliano (346).
A quei tempi — nei quali, profligati Valentiniano II e la
madre Giustina per cui stavano gli ariani. Massimo calò in
Lombardia e devastò Piacenza ed il basso Lodigianò — Pier
Francesco Goldaniga ^ attribuisce la elezione a protettore di
Codogno del martire Biagio , già medico
in Cappadocia e poi vescovo di Sebaste,
immolato alla persecuzione di Licinio, im-
perante Diocleziano. Ma non sembra e-
gualmente accettabile la credenza dello
stesso autore quando afferma che insieme
a tale elezione i codognesi inalzassero al
loro avvocato celeste la prima chiesa. Il
Cortemiglia Pisani oppugna, nei rapporti
del tempo , codesta asserzione.
Ad ogni modo, soccorre a rassodare
genericamente il fatto che gli abitanti di
Codogno non ebbero mai altro patrono che il santo cappadoce,
per quanto la notizia della chiesa erettagli si riscontri assai
posteriore all'epoca indicata.
Davide Palazzina ^ è d' avviso che sul principio del V secolo
sorgesse la prima chiesa di Codogno, dove ora è il coro della
parochiale ed il giardinetto del preposto; e ciò anche altri ar-
guiscono dall' essersi nel secolo scorso trovati scavando in quel
luogo indizi di costruzioni antiche. Ma è forse il caso di ripe-
tere con Dante che molti smarrisconsi in fallaci induzioni ,
Imagini di ben seguendo- false
Che nulla promission rendono intera.
NELLA CRONACA E NELLA STORIA
51
NOTE AL CAPO IV.
' Luciano - Vita dei cortigiani.
- Alessandro Dumas - Gallia e Francia.
Giacomo Antonio Porro - Storia diocesana di Lodi.
* Francesco Robolotti - Illustrazione del Lombardo Verieto.
^ Francesco Bergamaschi, arciprete di S. Stefano al Corno (prima metà
del XVII secolo) , riproduce nei suoi manoscritti la cronaca di Bonifacio
Simonetta, secondo abate di S. Stefano (nella fine del XV secolo).
" Pier Francesco Goldaniga - Memorie storiche del regio ed insigne
borgo di Codogno.
' Giovanni Cortemiglia Pisani - Memorie storiche del basso Lodigiano.
Davide Palazzina - Cenni storici del regio borgo di Codogno.
CAPO V.
I barbari e il cristianesimo — Le invasioni tumultuose — Roma vinta —
Odoacre a San Colombano — Altre occupazioni barbariche — I lon-
gobardi — Le conseguenze della conquista — L' istituto del castello
— Castelnuovo e Codogno.
: »
RISTO colla' sua legge d amore e dì pietà aveva
rinnovata la faccia della terra, da questa staccando
le anime e rivolgendole al cielo. Ma un altro poten-
tissimo elemento di trasfigurazione sociale e civile
lo fornirono i barbari.
La loro venuta in Italia ebbe valore di complemento nella
riforma cristiana. Il sentire barbarico, contradittorio in molte
sue espressioni al cristiano, aveva per altro con esso più di un
punto di contatto. Poco monta la natura politeistica delle religioni
di quelle orde riversantisi da cento ignote contrade sul monda
latino ; è invece notevole che la mitologia relativa di essi non
era contaminata dalla pazza corruzione di quella greca e romana.
La fede nazarena redimeva la donna in nome del sentimento ; i
barbari la deificavano in nome della famiglia; ma per gli uni e
per gli altri il culto della donna era posto sulle regole incroi—
labili della virtù, della castità, del consorzio domestico.
Venere Callipige ricordava l'abbominio; Maria invece sim-
boleggiava la glorificazione pura della donna, così e come,.
CODOGNO E IL SUO TERRITORIO
53
togliendola alla fede dei padri, il rabbi di Nazareth l'aveva tra-
sferita nella nuova; ed a lor volta i forti uomini del nord col-
locavano la madre dei propri figli sul carro di guerra, accanto
alle imagini dei loro idi bellicosi, accennandone in questa guisa
la eguaglianza, e mostrando come nella loro credenza fossero
invincibili capisaldi i numi in cielo e le donne sulla terra.
Era così una violenta sovrapposizione di liberi ma virtuosi
costumi che ci veniva importata da quel devastante torrente
dell'umanità, sbucato dalle foreste settentrionali d'Europa, dei
cui abeti .quegli uomini rudi s'eran fatti altrettanti simulacri di
dei. E, come nelle sensazioni e nelle aspirazioni rinvennero, se
non la parità, certo però l' affinità coi credenti in Gesù, così fu
necessariamente fatale il connubio delle forze comuni, alle quali
paravasi la distruzione della romana civiltà.
Gli eruditi che toccarono della missione barbarica sono una-
nimi neir affermare che rappresenta qualche cosa di ultramondano
l'esodo di quelle genti iperboree dai patri confini, con direzione
costante , implacabile ed eguale verso la cerchia dell' Alpi , per
lasciare tutte parte integrale di sè nella etnologia dell'Italia
avvenire. Con alto rumor d' armi , a piedi , a cavallo , o su
cameli, o in carri tratti da cervi, tragittanti l'acque nell'ampio
cavo degli scudi, avanzarono in infinita moltitudine abbattendosi
sulla salma ancor tepida del popolo quirite , mutato all' indo-
mani in obbrobrioso scheletro. Portavan seco la ferocia, ma
insieme la franchezza; erano violenti, ma indipendenti; incal-
zandosi popolo su popolo, esercito su esercito, vennero, videro
e vinsero , diroccando sino all' ultima pietra l' arce capitolina. E
barbari e cristiani — ora affini, ora repellentisi — misero in co-
mune potenza d' armi e forza morale. Così l' alma Roma , vio-
lentemente sospinta, cadde nel sepolcro ; e da quel momento il
labaro barbarico e la croce costantiniana — cuspide improvvi-
sata dal destino — segnarono la via alle novelle generazioni italiche.
" Non è compito nostro specificare cronologicamente le varie
specie di quel caleidoscopio sfilante in invasione armata per le
porte d' Italia. Solo ci sembra doveroso registrare quelle la cui
azione, direttamente o no, s'andò sviluppando in attinenza
-alla nostra plaga.
54
CODOGNO E IL SUO TERRITORIO
E COSÌ — preceduti dal terrore, accompagnati dall' esterminio,
seguiti dalla desolazione — ecco passare i visigoti di Alarico
(402), e tosto li seguono le feroci squadre dei borgundi , degli
svevi, dei vandali, venute dal gelido Baltico ad unirsi, sotto la
spada del fiero Radegiso, ai sanguinari alani, rivieraschi del mar
Caspio (405). Costoro sono affrontati dalle schiere d' Onorio
imperatore, comandate da Stilicone; il quale — raccontano i
novellisti — già accampato nei pressi dell'Adda (406), avrebbe
dato niente meno che il proprio nome vandalico a Castione:
Castrum Stiliconis ^. ,
Ripassa come terribile uragano Alarico ; poi — col cuore gonfio
di un odio angoscioso ed atroce — Attila (452) già vinto nella
Gallia Transalpina da Ezio romano.
Attila è tuttavia circonfuso dal mito. Lo si rivede ancora sul
possente cavallo sotto al cui piede si faceva il deserto ; oli-
vigno, membruto, col bialato cimiero, primo all' assalto feroce, al-
l'incendio distruttore, precinto dagli unni, che non lasciavano dietro
sè persona viva. Colle altre città, egli distrugge Cremona, Brescia
e Bergamo; varcata l'Adda, diserta Como, Milano, Lodi e Pavia;
trapassato il Po, pone a ferro ed a fuoco Piacenza, Parma e
Reggio, fino a che, presso Peschiera, incontrato da papa Leone
Magno, repentinamente indietreggia.
Egli è certo, pertanto, che al ritorno di Attila in Pannonia
si sarà allietato l'animo de' nostri remoti, dopo aver diviso le
sciagure ed i lutti delle invasioni barbariche. Le piccole prospe-
rità scomparivano dai latifondi; gli uomini come il terreno ri-
facevansi selvaggi; arsi borghi e casali; la campagna fatta vasto
stagno o sabbia infeconda, ed era incessante il pericolo della vita.
Dopo il « flagello di Dio » qui passarono gli uni sugli altri
ammonticchiandosi, i vandali di Genserico (455), gli alani con
Beorgor (464) e con Odoacre gli eruli (476), che posero fine
all' impero d' occidente.
Si dice che appunto Odoacre, passato il Lambro, desse bat-
taglia a' piè del colle di San Colombano ad Oreste, padre di
Romolo Augustolo imperatore.
Da prima Oreste volle rifiutare il combattimento ; ma — scorti
i suoi eterogenei armati disertare al nemico — fuggì giovato*
NELLA CRONACA E NELLA STORIA
55
delle tenebre verso Pavia. Gli eruli con un colpo di mano si
impossessarono il dì vegnente del vallo abbandonato , e ne me-
naron così aspro governo che — secondo il Thierry, confortato
da storici italiani da lui accennati — gli venne e gli resta tuttavia
il nome di Campo Ruinato (Campo Rinaldo) ^.
Il goto Teodorico — anch' egli invasore d'Italia (493) — lasciò
da principio il segno cruento della sua violenza, distruggendo
anche Villafranca (presso il Corno), alla quale già superiormente
accennammo. Ma poi , quasi per riparare alle vecchie ingiurie ,
il goto diè mano a rialzare alquanto il paese nostro ; e siccome
Lodi era stata devastata dai borgundi, così il vincitore di
Odoacre, fece risorgere dalle mine degli eruli l'oppido, fabbri-
candovi un grandioso palazzo , ed alzando a Salerano una torre
ben munita ^.
Non ci toccano il seguito della conquista gota, nè le varie vi-
cende della guerra ventenne coi greci. Il franco Teodato e
Belisario (539), i greci e Narsete (552) sono figure che passano
mettendo capo alle successive invasioni dei franchi , ed al do-
minio dei greci costituiti nell'esarcato di Ravenna (554).
Per altro, t mestieri osservare che i successori di Teodorico
non lo imitarono nell' opera civile cui s' era dedicato. Le leggi
dei re goti Vitige, Totila, Teia, furono oppressive, le publiche
e private fortune andarono malamente disperse, e per quanto la
bassa Grecia d' oriente — meno qualche lampo fugace di civiltà —
addensasse le tenebre sull' Italia da essa padroneggiata , l' esar-
cato e le sue influenze apparvero ancora un beneficio, special-
mente dopo che Narsete riordinò il paese a sistema militare,
e dopo che Giustiniano, colla prammatica sanzione e col corpo
delle sue leggi, riaccese la fiamma del vecchio giure di Roma.
I longobardi — che le cupe fantasie settentrionali fecero stac-
care dalla patria scandinava col favore di una bella valchiria —
esercitarono fra noi una signoria bisecolare; e così quella
gente nella nostra s' incorporò , da mutare persino l' antica
nomenclatura della regione , che da Gallia Cisalpina diventò
Lombardia.
E non fu solo conquista d' armi ; perocché qui i nuovi pa-
droni colla loro arte, purificando lo stile gotico, diedero il loro
56
CODOGNO E IL SUO TERRITORIO
nome ad un' architettura novella ; qui il diritto publico cesse al
consuetudinario, della cui indole dura tuttora il conflitto fra le
disparate opinioni , ma che pur sopravvisse in parecchi istituti
nella vita moderna dell' individuo , della famiglia , della società ;
qui, infine, dopo migliaia d'anni, la filologia comparata dei dia-
letti d' Italia, rafiìnandosi sempre più, meglio raccoglie ed espone
gli imponenti detriti del vecchio idioma venutoci sulla bocca
irsuta degli uomini che o squassavano la « lunga alabarda » o
facevan pompa della « lunga barba » suU' ampio petto , mentre
tagliavano i capelli alla nuca e spartivano alle tempia quelli
lasciati crescere liberamente sul cocuzzolo.
Tacito * ricorda i longobardi con onorifico cenno , e da quel-
r antico scrittore ai moderni ricercatori di verità storiche è una
ininterrotta illustrazione di quel popolo rude ed indomito, il cui
movimento espansivo procedette rapidamente verso di noi.
Scesero essi in Italia per le alpi Giulie, colle donne, coi fan-
ciulli , colle milizie dei gepidi vinti , colle spoglie dei popoli da
essi disfatti , qui invitati da Narsete , ministri di sue vendette
contro Giustino imperatore greco , che lo aveva spodestato per
sospetto di perduellione (569). Alboino, loro re, fa proprio il
Friuli, prende quasi tutte le città della Venezia, Milano, la Li-
guria, ed ^assedia Pavia, che finisce per arrendersi e diviene la
sede del regno longobardo , essendo Milano ancor fumigante
di rovine.
Succede ad Alboino il crudele Clefi (572); poi il trono resta
vacante un decennio, mentre, invece della potestà reale, fungono
trentasei duchi, il cui governo lascia pessime memorie. Raccoglie
la paterna eredità il giovane Autari , già escluso dalla corona
del padre Clefi perchè immaturo d'anni (584). Autari un lustro
dopo va primo marito alla figlia del bavaro Garibaldo, la pia
Teodolinda, eccitatrice nei proprii subbietti della fede cattolica, e
gloriosa fondatrice di artistiche chiese e di mirabili opere di carità.
Dell'epoca longobardica appunto, voglionsi sorti templi e
claustri nella nostra regione, e forse apparterrebbero a questo
numero la chiesa di S. Pietro in Pirolo di Gera, demolita nel
XVIII secolo per lasciar posto a nuove fortificazioni ; quella tra
Fombio e San Fiorano (presso la Battaina) forse fondata da
Luitprando (725); ed un'altra presso Castione.
NELLA CRONACA E NELLA STORIA
57
58
CODOGNO E IL SUO TERRITORIO
Due genti si trovarono, pertanto, di fronte: i longobardi in-
vasori armati, i quali s'erano ripartito il territorio , e i nativi^
abbandonati all' arbitrio dei nuovi signori , agricoltori e servi
della gleba ; poiché eran toccati ai soldati longobardi insieme ai
campi i buoi e gli uomini coltivatori, sottomessi alla sorte del-
l' api virgiliane, costrette a mellificare non per sè.
Anche nelle città un terzo del lucro fatto da chi esercitava
le arti e la mercatura apparteneva , giuridico censo , al longo-
bardo ; era un carico dei cittadini detti censuali , dipendenti
— per conto del re o del duca o dei loro delegati — dal ga-
staldo, rapace stromento di perenne mungitura. Ma non risulta
che sotto r artiglio dei padroni novelli cadessero tutti indistin-
tamente gli ordini , i possessi e i diritti conquistati : possessori
liberi sembra fossero stati proclamati i signori, il clero, i militi,
i dotti, gli scribi, i livellari; di guisa che propriamente schiavi
sarebbero stati soltanto coloro che erano già terziatori o coloni
al tempo del caduto impero.
Paolo, diacono di Aquileia — nella cui opera più che in altre
riluce qualche tratto di vera storia, per quanto sembri fimbriata
da tratti romantici — afferma che i longobardi fecero propri
parte di fondi spettanti a chiese ed a curie, estese plaghe di
terre incolte e boschive, predi e case già di romani o uccisi o
banditi. E insomma a credersi che durante la dominazione lon-
gobarda, e specialmente nel suo primo periodo, l'elemento ro-
mano — meno forse in alcuni centri cittadini di raggruppamento
e di resistenza — fu veramente quella
D' un volgo disperso che nome non ha ,
non conservando esso carattere giuridico proprio; e che la signorìa
terriera instauratasi novellamente fu lo stahù quo corollario della
violenza, piuttosto che un' espressione del diritto.
Difi&cile è, ai giorni nostri, stabilire qual fosse la vera natura
della proprietà fondiaria dei longobardi fra noi ; subbietto questo
da tenersi in gran conto , non potendosi dubitare che l' agro
nostro, fra tutti gli altri contermini, sia stato il precipuo ad
assorbire la fisionomia longobarda.
NELLA CRONACA E NELLA STORIA
59
Importa . intanto osservare che , se la proprietà del suolo ori-
ginò da una comunanza primitiva — che oggi assumerebbe il
nome battagliero di collettivismo — divenne ben presto privata.
Ai servi trovati sulla terra di conquista i longobardi aggiunsero
quelli che essi avevan condotto seco dalle germaniche fini ; per
ragioni di milizia li manomettevano armandoli, e così i servi
stessi finirono in quella categoria di mezzo fra servi e liberi
— o aldi o semiliberi — che formavano una specie di coloni.
Sullo scorcio di quel regno, però, nel paese nostro si distin-
guevano tre ordini di lavoratori campestri : i servi , gli aldi e i
liberi. Ma — venendo meno la potenza legislativa — lo spirito
giuridico possessorio andò vieppiù confondendosi e indebolen—
dosi : possessori romani , longobardi e , più tardi , franchi si di-
visero il suolo , vivendo ciascuno secondo la propria legge
nazionale. Nell'urto delle usurpazioni violente la piccola pro-
prietà sparve, ingrossarono le file dei liberi coltivatori, dei
livellari e dei commendati su vaste terre altrui ; e lo stato del
vassallaggio , embrionale presso i longobardi , apparecchiò colle
immunità e coi benefici di fondazione franca l' oppressivo si-
stema feudale.
Servi, aldi, livellari, eran tutti promiscuamente manenti, deri-
vazione latina che ne spiega la natura, e dei quali, come istituto,
rimane tuttavia traccia nelle campagne trentine. I servi comprati,
venduti, donati, permutati, locati, a seconda del contratto fon-
diario, ma dal fondo indivisibili ; si concedeva il maritaggio del
, servo colla aldia e colla liberta e viceversa; si determinava la
compensazione in denaro pei delitti di sangue fra servi; la su-
prema proprietà era sottoposta per secoli al principio autoritario,
del quale personificazione il re, con dritto a decime e con fa-
coltà di donazione; il signore, ottenesse il feudo in proprietà
privata o invece allodiale , separavalo in due enti , l' uno col-
tivato ad economia e detto corte, l'altro spezzato in quote,
affidato ad agricoltori servi, liberi o aldi, e detto o sorte o manso
o casa tributaria.
La coltivazione della vigna estesa assai prima del looo; anche
allora deposte le ceppale nelle fosse; raramente citato nei do-
cumenti sincroni il frumento; copiosi i grani inferiori, il lino,
le fave, la veccia, le cipolle, le rape; molte le boscaglie; i pioppi
6o
CODOGNO E IL SUO TERRITORIO
alberi di confine ; oliveti presso i laghi ; conosciuta ed estesa
la coltura dei gallinacei, dei colombi, delle api.
Può, dunque, sussistere — nella oscurità universa d' altre notizie
regionali — il confronto delle relazioni coloniche odierne con
quelle di quei di, fatte solo due differenze: la prima che il
padrone quasi sempre disinteressavasi della cura personale al
proprio feudo , come per eccezione avviene anche oggidì nei
latifondisti siciliani ; la seconda che al capo della corte rustica
si appartenevano già parecchi di quegli inumani, truci privilegi
che alcuni attribuiscono alla successiva epoca del feudo.
Più che reali padroni i longobardi furono delle terre nostre
insaziabili usufruenti ; ma l' agricoltura , rimanendo fra le mani
dei vinti, perdurò nel suo carattere di esclusivamente italica ®.
... *
L' invasione barbarica si riassunse e continuò vincitrice anche
nel periodo della tenda. Sovrapponendosi agli indigeni, i nuovi
venuti crearono quello della capanna ; e quando la prima non
ebbe più ragione di essere, e la seconda si trovò disarmata nel
tumulto delle comuni violenze, allora — prodotto del dritto di
difesa nei forti, e del dritto di protezione nei deboli — sorse il
castello. Errano, infatti — secondo Ferdinando Gregorovius —
i credenti nell'antica opinione che il castello sorgesse come
manifestazione esclusiva del soldato arricchito, il quale intendeva
a che non gli fosse strappato il patrimonio dei privilegi acqui-
siti combattendo ; là dove s' avvicina assai più al vero critico il
fatto che alla erezione del castro non tanto il buon piacere del
signore presiedesse, quanto la volontà dei subbietti e degli
umili, che avrebbero in esso trovato il baluardo e la difesa
contro gli orrori delle fierissime invasioni. Non è il castello
— continua il dotto tedesco — soltanto l' emblema del potere
feudale considerato nei propri vantaggi; ma è, per contrario,
la conseguenza di una intiera evoluzione verso la mutualità della
difesa.
E che questa sia verità lo prova vittoriosamente l'evento
storico quasi comune, per cui, contemporaneo, attiguo e circo-
scritto dalle cortine e dai fossati delle rocche, s' elevava il borgo.
Però ben di rado prima del secolo XI si rinviene — almeno
nell'Italia superiore — castello, rocca o maniere ai cui piedi non.
NELLA CRONACA E NELLA STORIA
6l
si accovacciasse il borgo, quasi pulcino sotto l' ali materne della
chioccia... quando per avventura non fosse povera colomba sotto
il rostro del falco rapace. E si ricorda altresì come l' istituto
del castello non sia esclusivamente d'indole civile o politica,
perocché in Italia abbondano nei primi secoli del cristianesimo
fondazioni di rocche meramente ecclesiastiche , erette da papi e
da vescovi; fortificate e per la natura dei luoghi e per la mano
dell'uomo, diventate più tardi ermi chiostri con potenze tempo-
II castello di Codogno da levante, prima del 1872.
rali sterminate. Nel medio evo in quei monasteri, ch'erano pur
fortezze, si ricoverava lo spirito studioso delle civiltà che furono.
Quali e quanti fossero in quei dì i castelli della nostra regione
non è agevole ed è forse impossibile determinare. Verranno essi
in evidenza nei secoli successivi ai X.
Intanto accenniamo alla credenza di alcuni che il castello poi
detto Castelnuovo sia sorto per opera di Childeberto re franco.
62
CODOGNO E IL SUO TERRITORIO
contro i longobardi chiamato in Italia e da essi rimandato ol-
ir'Alpe (590). E quel luogo sarebbe sorto non tanto per stra-
tegia di difesa quanto per compiere l'impresa idraulica, già da
noi ricordata, per la bonifica del lago Gerupdo.
E — nel deserto di qualsiasi memoria scritta che si riferisca
a quella nuova affermazione fra noi di potenti fortilizi — ecco
giganteggiare come un fantasma sopravvissuto a tante consimili
larve, il documento di pietra qui rinvenuto. Parliamo del castello
di Codogno.
Pier Francesco Goldaniga narra che nello abbassamento delle
sue quattro torri (1722) si rinvenne una lapide recante scolpita
la data 723, forse quella della costruzione; data però variata da
Pier Maria Campi , il quale la segna a due anni dopo.
Il castello codognese — del quale tace , come dei congeneri
suoi , la cronaca paesana di quelli anni remoti — ebbe anche il
nome di Motta, «vocabolo questo che la filolagia deriva dai dia-
letti tedeschi e che sarebbe in senso tecnico un rialzo artificiale
del suolo servente di base ad un' opera fortificata, ed in traslato
una commissione di persone con eguali intendimenti politici.
Oggi col nome s' è smarrita la cosa. Non più castello , nè
motta, nè « montagnola »: le prigioni mandamentali^. Ecco
la sola ragione che — come altrove — così anche a Co-
dogno giustifica la sopravvivenza in luogo della poderosa me-
moria. Secolo per secolo, generazione per generazione, anno per
anno, strapparono al vetusto edificio il suo sasso e ne mutarono
i lineamenti : abbassato , i fossi interrati , le mura rase , dimez-
zato, sventrato, ridotto pigmeo da gigante, esso vive tuttora anche
nei ricordi della generazione che tramonta , come chiassoso
teatro degli spassi infantili ; e quelle sue pietre parlano , quasi ,
come un mistico ed affettuoso ammonimento del passato...
NELLA CRONACA E NELLA STORIA
63
NOTE AL CAPO V.
^ Questa voce è pur riportata dal Palazzina, ma evidentemente egli non
le presta fede. Clemente Flammeno, poi, nella Storia di Castelleone opina
che Castrmn Stiliconis sia il castello di Castione, già esistente nel contado
del Seprio ed accennato nelle cronache milanesi.
^ Alessandro Riccardi - Le località e territorj di S. Colombano al
Lambito. Altri però — nota il Riccardi — senza negare il fatto del 476,
danno altra etimologia di Campo Rinaldo.
^ Giacomo Antonio Porro - Storia diocesana di Lodi.
^ Caio Cornelio Tacito - Germania.
^ Paolo Warnefrido - De gestis langobardorum.
^ Marco Formentii^i - // ducato di Mila7io. — Giovanni Seregni - La
popolazione agricola della Lombardia neW età barbarica.
' Pier Maria Campi - Storia ecclesiastica di Piacenza.
® La demolizione del castello di Codogno fu definitivamente deliberata
dal consiglio del comune nel 1872, e la funestò l'interramento d'uno dei
lavoratori, sotto la ruina d' una muraglia ceduta al sottoscavo. A cinque
metri dal suolo normale, nella terra sabbiosa e asciutta del terrapieno, si
rinvennero gli avanzi d'uno scheletro umano maschile di breve statura, e
poco lungi una moneta dell'epoca neroniana in bronzo (dicembre 1873).
CAPO VI.
Temporalità nostrali alla chiesa — I franchi — Rassodamento del feudo
— II beneficio ecclesiastico — La chiesa ed il convento di S. Stefano
— Fondazioni, donazioni e benefici — Sciagure publiche.
zione che di tanto « mal fu matre » (759), la chiesa ne aveva
già ricevute, e copiosissime, dai greci e dai longobardi.
Nè altrimenti poteva accadere in quel tempo , signoreggiato
da uno spirito di devozione esagerata, di cieca pietà, di super-
stizione eccessiva ; e ci occorre rammentare un fatto del genere,
accennando alle donazioni fatte alle chiese da Luitprando Flavio,
il cui regno più che trentenne fu, del resto, chiaro per sensi di
civiltà e di umanità.
Per lui ampliavasi in Pavia — se non forse , come alcuno as-
serisce, sorgeva — il magnifico claustro di S. Pietro in Ciel
d'oro (723), con alti intendimenti artistici di recente ridonata
ai suoi fasti. A quel sacrato asilo il re longobardo diede terre
e ville del basso Lodigiano, tra cui Fombio (725); assegno che
fu poi confermato da Ottone I (962); da Corrado (1027), il
AL secolo V al X ed oltre la missione della chiesa
si rafforzò mirificamente ■ per l'aumento costante e
quasi universale delle temporalità ; e prima ancora
che la storia del mondo registrasse la famosa dona-
OODOGNO E IL SUO TERRITORIO
65
quale pure concesse altri privilegi ai monaci (1033), e da papa
Pasquale II (1105). Anselmo, abate di S. Pietro, rinunciò a
Lanfranco, vescovo di Lodi, parte del lago o canneto della corte
di Fombio (11 5 2). Ma la serie delle conferme dell'assegno primitivo
non fu interrotta, poiché ne diedero i papi Anastasio IV (11 54) ,
Alessandro III (1173) e Innocenzo III (1202), fino all'epoca
nella quale le terre di Fombio fruttificarono per altri.
Altra donazione perspicua fece Desiderio al dovizioso, poten-
tissimo monastero di S. Giulia in Brescia, prima di muover
nemico sul territorio ritenuto della chiesa (758): quella del porto
sul Po fronteggiante Piacenza. Questa donazione dello sventurato
re longobardo cagionò infinite scissure, armeggiamenti e intrighi,
nei quali ebbero parte, oltre le benedettine bresciane, i piacen-
tini accampanti diritti ; ed intervennero in causa , nei cinque
secoli successivi, e vescovi e potestà e re e imperatori e papi.
Ma la chiesa ebbe dai franchi tutto quanto potè appetire. La
missione di quel popolo, avventuroso ma credulo e incolto, è
tutta compresa nell' epifonema pontificio :
— Gesta Dei per francos.
Malcontenti i papi dei longobardi , e bramosi di più fedeli
stromenti del loro volere, chiamarono al di qua dell'Alpi i
franchi, e questi apparvero sui sommi gioghi (754), con alla
testa il sire chiomato che i destini serbavano ad arrestare il
corso del libero genio italico.
Come vennero , come vinsero , come del loro trionfo fecero
strato al piè dei pontefici, non è qui il caso di esporre. Roma
papale toccò colla spada di Carlo Magno i vertici della grandezza
terrena ; ed a lui — che saliva non nel nome del diritto ma in
quello della forza — essa ofii'ì ed impose il serto nel nome di
Dio , incarnando nel distruggitore dei longobardi quel « sacro
romano imperio » che fu il millenario -vàvaio di tutti i regnanti
« per la grazia divina ». Il crisma sulla fronte, il globo sulla
corona, e la croce sul globo, Carlo Magno — proclamato impera-
tore in Roma nel dì di Natale (800), fra le urne dei Cesari ed il
Tabor del cattolicismo — diede persona a tutta un'epoca, susci-
tando tuttavia amori indomati ed odii inestinguibili. Egli, inve-
stito e consacrato dal capo visibile della chiesa, apparve ministro
\ Codogno e il suo territorio^ ecc. — /. 5
66
CODOGNO E IL SUO TERRITORIO
della suprema potenza ; T autorità gli discendeva dal cielo e
diventava così il capo politico dell'umanità, mentre per lui e
per sua delegazione nel pontefice massimo si stringevano la po-
testà religiosa e la civile.
Da tutto questo la legittima conseguenza che il concetto am-
ministrativo di Carlo non dovesse poggiare che sopra il clero e
sopra i nobili. Indi l'onnipotenza dei vescovi, diventati altissimi
uficiali politici fronteggianti i conti, con giurisdizione e tribunali
propri anche civili; indi i nobili, cui Carlo più specialmente
commise la costituzione e l'esercizio del feudo.
Abbiamo accertato che la figura feudale preesisteva alla si-
gnoria franca; ma Carlo Magno — pur rispettando parte del
precedente organismo amministrativo — impernò sopra di esso
il proprio. Sculdasci, arimanni, decani ^ — detriti del mondo po-
litico longobardo — mano mano scomparivano ; e , se vollero
continuare nei proprii diritti , dovettero riconoscerli ex novo dal
volere dell' imperatore. I longobardi , infatti , che possedevano
terre in nome e per conto del re, ne fecero omaggio al re franco,
ad esso per gli antichi servizi riobbligandosi ; e fu così che i
duchi fecero luogo — con eguale autorità ma egemonia ridotta —
ai conti, dei quali re Carlo determinò il titolo di marchesi, se
posti, come i più importanti, in territorio di confine o marca.
Nè per questo il popolo ebbe miglior sorte; chè anzi la sua
ricorda la condizione dell' inferjno dantesco, il quale, volgen-
dosi e rivolgendosi nel triste letto , tenta far schermo alla sua
doglia. Perdurava nei subbietti l' angoscia dello stato servile ,
per quanto perdurasse l'arbitrio militare, da cui la piccola pos-
sidenza poteva sfuggire in un unico modo : offrendo sè e le cose
sue ai vescovi ed alle chiese, in guisa che l'arbitrio soldatesco
veniva meno, s'acquistava la garanzia di qualche forma legale
nella sudditanza, e sorgevano politiche adunanze nelle quali era
concesso recare le proprie ragioni per farle non di rado valere.
Ciò che alla chiesa non apparteneva, nè direttamente nè indi-
rettamente, dipendeva dal contado, e contadini furon detti quanti
dal conte subivano la giurisdizione civile. •
Re Carlo stabilì del territorio un compartito fra grossi feuda-
tari genericamente detti altresì vassalli o capitanei; a loro il
NELLA CRONACA E NELLA STORIA
67
mero e misto imperio; da loro tributo al re; di questo soldati
<iuraate lo stato di guerra ; per. tutto il resto altrettanti regnanti.
A volta loro , i grandi investiti suddividevano il paese loro fra
minori vassalli o valvassori , tenuti verso i loro signori agli
obblighi stessi che i signori verso il re.
Sminuzzato il territorio in questa guisa , nacquero fra tutti i
grandi e piccoli investiti della sovranità effettiva invidie, gare,
dissidi; ciascun d'essi tentando primeggiare, si studiava d'at-
trarre e aumentare la popolazione nei propri domini, sicché
-questi ritraevano fin d'allora la figura moderna di quei minu-
-scoli principi tedeschi dei quali Vittor Hugo dice che la siepe
dell' orto è insieme la frontiera dello stato. Cesare Cantù so-
stiene che a migliorare i rapporti fra vicino e vicino intervenne
provvidamente l'azione temperata e pia dell'alto clero. Ma l'e-
conomia generale della storia non pare sempre consona alle idee
del sapiente di Brivio, ed anche scrittori non sospetti di etero-
dossia affermano che in quei tempi ciechi la plebe era costretta
nel triplo e tormentoso anello costituito dall'autorità regia, dal
feudo nobile e dal beneficio ecclesiastico. Valga , tra gli altri ,
l'esempio, riportato dal conte Giulini ^ , degli uomini di Limonta,
-che — mostrando le chiome tagliate, indizio di servitù, e lacri-
mando — si presentarono supplici all'arcivescovo milanese, la-
mentando in suo cospetto i barbari soprusi cui erano sottoposti
dall' abate di S. Ambrogio, loro beneficiario (905).
I diritti emergenti dalle investiture della chiesa ebbero indole
precisa alle feudali ; e chi alla chiesa più particolarmente si
univa, colui appunto « beneficiava » delle concessioni pontificie.
Così ai fondatori di templi e di cappelle Roma dava sotto il
titolo di giuspatronato la giurisdizione attiva trasmissibile, a
norma dell' investitura, agli eredi legittimi ; ma questi mancando,
tornava il diritto alla chiesa.
Ciò non pertanto, avveniva che rapidamente sviluppavasi l' isti-
tuto del beneficio di fronte a quello del feudo ; e questo era
sopravanzato da quello ; fenomeno dipendente dal fatto che ,
mentre e principi e marchesi e conti e baroni continuavano
nelle lotte perenni fra sè, con assidua oppressione dei subbietti,
le corti ecclesiastiche, per contrario, sembra si mostrassero più
68
CODOGNO E IL SUO TERRITORIO
miti e remissive. Quello, però, che v'ha di certo si è che irr
tempo di guerra eran meno infelici le sorti dei dipendenti dal
beneficio in confronto di quelle dei dipendenti dal nobile feudo.
E vero che i beneficiati dovevan reggere la staffa al vescovo^
ma è vero altresì che il vescovo loro mantenne fino agli ultimi
tempi la protezione del romano diritto.
Dalla potentissima rinnovazione politica e territoriale della chiesa
ebbe origine il moltiplicarsi dei benefici ; moltissimi investiti in
persone del clero secolare ; parecchi in vassalli , quasi negli ob-
blighi equiparati ai loro colleghi del feudo civile; e non pochi
delegati a comunità monastiche, cioè a dire al clero regolare
degli ordini in voga già a quei dì, sotto lo spirito e la dottrina
fondamentale di san Benedetto e di sant'Agostino. E siccome
quello che preponderava nel settentrione d' Italia fu appunto il
monachismo occidentale del santo di Norcia, è così spiegabile
il perchè rigogliosamente esso attechisse anche nella regione
nostra, e vi fosse contrassegnato ed arricchito da fondazioni,,
donazioni, legati, benefici in genere, radicati o nella iniziativa
della chiesa o nella concessione fatta dagli imperatori.
E una lunghissima serie di tali atti che, partendo dal tempo
dei re franchi (825 circa), discendono fino alla fine dell'evo
medio ; e di questa imponente e non interrotta successione ci
sovrabbondano tuttavia parecchi fra i documenti più conclusivi ;
così che si può dire che la storia di quest' epoca si confonda, tra
noi, con quella delle fondazioni religiose e civili, e specialmente
delle prime.
Antichissimo fra tutti i benefici di concessione franca è quello
pel quale l' imperatore Lodovico II conferma e concede alcune
decime e franchigie alla chiesa di S. Stefano protomartire nel
luogo di Ripa Alta presso Corno Vecchio (19 gennaio 852),
già da lui eretta.
Deve essere, quindi, un errore quello del padre Matteo Man-
fredi ^ che racconta sorta la chiesa di Ripa Alta soltanto nel—
r 856 ; poiché già nel documento riguardante la conferma sopra
<:itata appare che un Gariprando — come afferma Cristoforo»
NELLA CRONACA E NELLA STORIA
69
Poggiali — o un Garimondo fosse già nell' 852 prete della
chiesa di S. Stefano ; e il diploma continua menzionando il dritto
<ii decima e di metà del porto sul Po, rimpetto a Piacenza,
detto Portadurium, pertinendo 1' altra metà alla piacentina abazia
di S. Sisto. Si osservi che quel porto dava diritto al pedaggio
del transito ed al dazio delle merci in trasporto.
Secondo il rettore Francesco Bergamaschi, fu breve la fortuna
della chiesa di Ripa Alta, poiché il Po, corrodendo terreno torno
a torno, la distrusse (885). Se non che, qualche anno dopo,
avendosi il Po aperto un nuovo letto vicino a Piacenza, per la
mutata direzione lasciò la plaga di Ripa Alta, fatta boscosa pa-
lude. Tosto gli abitanti riaffermarono la loro riconquista sul
fiume, e mano mano riposero a coltivo le circostanze del luogo.
In questa guisa, bonificate le condizioni del clima e del suolo,
si rese possibile ad una pia dama, Anselda contessa di Ghisalba,
e ai suoi tre figli Lanfranco, Arduino e Magnifredo, di con-
durre a termine un loro divisamento. Su consiglio di Nocherio
tedesco, vescovo di Lodi, fondavano l'abazia del Corno (1009),
dove introdussero i monaci di san Benedetto , e la dotarono
del castello che fu mutato in chiostro, della loro villa adiacente
e di molti altri beni.
All'epoca di questa fondazione la chiesa di S. Stefano, perle
continue avarie del Po, non sorgeva più nel luogo primitivo;
ma era stata ricostruita molto più lontano da Ripa Alta, e così
assai più prossima al sito dov'è tuttora. Inoltre, per secoli i
vescovi piacentini vantavano dritti possessori sull'agro nostro:
Everaldo, antistite di Piacenza, ha per diploma di Lamberto,
figliuolo a Guido, confermati molti beni, fra cui cinquecentottan-
totto pertiche di buon terreno in corte di Corno Vecchio, nel
luogo di Roncarolo diocesano laudense, e settecentoventisei a
Mezzana, allora detta Branum Padi (895). E Sigifrido, altro
vescovo di Piacenza, accampava per procura ragioni e diritti su
Ripa Alta ; tanto è vero che egli, in nome della pieve di S. Mar-
tino di Palazzo Pignano cremasco, concedeva il livello ad Aute-
cherio, figlio del giudice Ariolfo, ed a Guidone notaro, figlio di
Ramberto, la facoltà di decima su parecchi luoghi di quella
pieve, posti sul Po « nel luogo e feudo di Ripa Alta » , dietro
il censo annuo di soldi sei milanesi d'argento (8 giugno 1015).
70
CODOGNO E IL SUO TÉRRITORIÒ
Florida esistenza ebbe il convento di S. Stefano; poiché papa.
Pasquale II, passando da Piacenza (15 novembre 1106), riceveva
l'abazia sotto la protezione della sedè apostolica, ne ricordava
e ne confermava a Guidone abate la fondazione e la dote
assegnatale da Anselda e da' suoi figli. E nel procedere dello
stesso secolo il convento salì ancora in decoro e in fama
tra i più illustri di ' Lombardia. Alberico II , ordinario lodi-
giano , investiva l' abate Ribaldo di tutte le decime che a
favore delle sua mensa si esigevano prima dal Lambrello al
Corno fino al Po (12 settembre 11 82); ed alla liberalità del-
l' ordinario corrispondeva un compenso soltanto simbolico : tre
moggia e quattro stala di siligine e di miglio. L' abate olivetano
di S. Sepolcro in Piacenza cedeva ai monaci di S. Stefano tre
chiese, una in Piacenza e due in Cremona (1192); ed era cessione
fatta da ordine ad ordine medesimo * ; ond' è che S. Sepolcro
piacentino dipendeva colla sua comunità dai benedettini di S. Ste—
fano, i quali, a lor volta, prestavano ogni anno l' omaggio di due
libre di incenso, suU' aitar maggiore della loro chiesa cispadana.
Nè è a credersi che i religiosi di S. Stefano godessero paci-
ficamente di così florida condizione : non mancarono loro pa-
recchie traversie, e fra queste il turbine in cui furon travolti
sotto Innocenzo II (1137). Il pontificato di questi fu contur-
bato da fiero scisma , essendo sorto contro di lui , coli' impe-
' ratore Corrado , un Anacleto , del quale è evidente prendessero
le parti le comunità benedettine di S. Stefano , di S. Vito e di
Cerreto ; tanto che per comando pontificio i frati dei tre conventi
furono espulsi dalla diocesi, e fattine commendatari alcuni preti,,
sino alla riforma cistercense.
Come il chiostro venisse in potere di una Aldina contessa
milanese (sulla metà del secolo XII) non risulta, per quanto ciò
possa essere avvenuto in virtù dei trapassi di giuspatronato. Ma
esistono ^ due notizie storiche sul celebre convento — l' una in
volgare del priore Edmondo Bentivoglio (16 14) e l'altra ini la-
tino di Gaspare Fongelino (1738) — ed in entrambi i docu-
menti si asserisce che appunto nel 1159 i benedettini fossero
sostituiti dai cistercensi bernardini , pel dono fatto del chiostro»
a Bernardo di Chiaravalle dalla predetta Aldina. ,
NELLA CRONACA E NELLA STORIA
Ma forse a questi si oppongono altri documenti , poiché vi
hanno storici i quali , con armonia di deduzioni , affermano che
per decadenza di costumi e rilassamento di disciplina papa Gre-
gorio IX si risolvesse ad ascoltare le rimostranze dei reggitori
di Lodi — le quali duravano già da un lustro — chiedenti la
cacciata dei frati ricchi e licenziosi di S. Stefano; ed il pontefice
delegava il vescovo ed il provinciale dei predicatori di Piacenza
ad eseguire la sua bolla di sfratto (7 luglio 1231). I benedettini
furono espulsi, concentrati in altre loro comunità, surrogati da
parecchi monaci cistercensi fatti venire dalla sede di Cerreto, e
nella loro regola si incorporarono e chiesa e convento.
Così alle brune cocolle sarebbero succedute — secondo quest'ul-
tima versione — le tonache bianche, salvo, nel corso dei secoli,
il succedersi d'altri mutamenti e di, nuovi destini.
Il movimento di fondazioni e di donazioni si era frattanto
rafforzato, e non è a dire se i religiosi beneficati non si dessero
le mani attorno per migliorare i doni ricevuti.
Lodovico II donava il territorio di Larderà al monastero be-
nedettino di S. Sisto in Piacenza (874), al quale Angilberga,
vedova di Lodovico , donava pure il castello di Monte Malo
presso Orio^ insieme ad altri beni che essa aveva nelle Corte
Milanese (Corte Sant'Andrea) e in quella di Prada (marzo 877).
Nell'anno medesimo venivano risanate dai benedettini cassi-
nensi di Lodi Vecchio le paludi di Meleti, dove esisteva una
chiesa dedicata a san Quirico, donata alla collegiata di S. Pietro
da certa « contessa madre del conte Lodovico » ®.
Carlomanno donava al chiostro di S. Sisto alcune sue pro-
prietà presso l'Adda, ed una detta Mutiana (4 agosto 879), che
si ha ragione di credere — secondo il Poggiali — la Mezzana
Casati.
Una chiesetta detta di S. Ambrogio sarebbe ricordata in di-
plomi di Carlo il grosso (880) e nella bolla di Pasquale II papa
sopra citata (1106)^.
Re Berengario confermava i privilegi al monastero di S. Pietro
in Lodi Vecchio, aggiungendo la .donazione di ottanta iugeri
di terra presso il Lambro , con una cappella posta nello stesso
campo. Di questi beni il [vescovo lodigiano Amaione Pusterla
72
CODOGNO E IL SUO TERRITORIO
Otteneva la conferma da Guido imperatore (giugno 892): ed ì
monaci di S. Pietro, prosciugando gran parte di palude presso
Orio, la riducevano a vantaggioso coltivo.
L'arciprete Gariverto da Gossolengo, fondatore di parecchie
chiese in Piacenza, erigendo quella di S. Agata, la dotava di
vari beni, fra cui Isola o Mezzano del Po; ed a tale donazione
seguiva la conferma di Andrea, vescovo di Tortona, nipote di
Gariverto (930).
Intercedenti i vescovi Guido di Modena e Adelardo di Reggio,
Berengario II, tutore di re Lotario, donava ai canonici di S. Giu-
stina, ovvero capitolo catedralita di Piacenza, con dritto eredi-
tario, dieci iugeri di terra laboratoria in Roncarolo (13 febbraio
948), luogo che — come osserva il Campi — potrebbe essere
parte della Mezzana o del Gargatano o del Noceto dei Casati.
Il vescovo laudense Andrea, proprietario prò tem-bore di Ca-
mairago, donava le decime del luogo ai monaci di Lodi Vecchio
(972); i quali (18 novembre dell'anno stesso) risultavano posses-
sori a Cogullo, fra il Lambro e Somaglia, a Colbraga e a Maliano,
presso Santo Stefano al Corno. Dei primi due luoghi accennati
la memoria non oltrepassa la data su esposta; del terzo si parla
ancora successivamente in una carta segnata da papa Alessan-
dro III confermante il possesso dei monaci (27 settembre 11 69).
. . . f .
Dalle donazioni e dai benefici dobbiamo trascorrere a malefici
e sciagure che funestarono la vita del popolo nostro.
I clerici che estendevano le loro rozze cronache — facendo
giudizio degli uomini secondo il bene o il male da essi ricevuto —
tennero conto dei molteplici e vari flagelli loro contemporanei;
ma come la loro penna era diretta dall'interesse, così pure ri-
sentiva della crassa superstizione dell' età.
L'inverno del 605 fu quanto mai crudo, e tale un'enorme
quantità di topi sbucò fuori a devastare il nostro agro, che i
grani vennero distrutti tuttavia in erba, e la furente canicola
dell'estate sviluppò inumerevoli febbri omicide.
Nel 677 fu vista nel Lodigiano la caudata cometa per tre
mesi splendente; ed il publico spavento fu molto; e con essa,
naturalmente, furono spiegate la successiva siccità triennale e la
conseguente pestilenza.
NELLA CRONACA E NELLA STORIA
73
Neil' 860 altro inverno rigorosissimo.
Neil' 873 le nostre campagne — come quelle del Milanese —
ebbero la desolazione delle locuste ^ , delle quali gli annali di
Fulda offrono la descrizione.: tetralate, esapode, l'intestino grande,
larga la bocca, a due denti più duri del sasso, lunghe e grosse
come il pollice umano, inghiottivano intiere spiche di frumento ;
e le foglie degli alberi, mezzo divorate, non conservarono più che
i filamenti maggiori. Neil' autunno si intorbidarono tutti i vini ;
nel dì di Pasqua cadde poi una terrea pioggia, susseguita (4 maggio)
dalla brina che essiccò nel piano e nelle valli i tralci delle uve,
mentre — sempre secondo gli annali fuldensi — sarebbesi veri-
ficata sul Bresciano una pioggia sanguigna; fenomeni questi
affatto meteorici, a cui la scienza moderna toglie qualsiasi par-
venza di prodigio.
. Un anno dopo, comparsa d'altra terrificante cometa; e nel
963 ancor peste sul Cremonese, dove l'esercito di Berengario
sta a campo per l' imperatore contro il duca di Spoleti. Rapi-
dissimamente l'epidemia si estende a tutta Italia. Così avviene
pure nel 1005.
Se non che l' enumerazione dei morbi e delle altre miserie
che in quelle epoche oscure fecero gemere i nostri terrieri
— già ad usura afflitti nelle loro condizioni politiche e sociali —
ci trarrebbe oltre il segno di discrezione, tanto più che dovremo
riprendere questa lugubre nenia in epoche posteriori. Ond' è
che, senz' altro, intendendo riassumere il breve periodo antistante
al 1000 — la cui fisionomia speciale ci fa sostare — in questo
capo accenneremo soltanto che la maggiore di tutte le sventure
fu senza dubbio l'incursione degli ungari.
74
CODOGNO E IL SUO TERRITORIO
NOTE AL CAPO VI.
^ Sculdasci o locopositi erano uficiali militari e giudiziari subordinati al
duca ; arimanni — dai vocaboli tedeschi heer (esercito) e mann (uomo) —
erano uomini liberi corrispondenti agli antichi exercitales\ decani si chia-
mavano i preposti alle foreste ed a qualche limitata funzione amministrativa.
^ Giorgio Giulini - Memorie della citlà e della campagna di Milano.
^ Matteo Manfredi - Vite dei vescovi di Lodi,
* Gli Olivetani consideravansi fino dal secolo XII propagine della fa-
miglia cassinense ottemperante alla stretta osservanza.
^ Archivio di stato di Milano.
^ Anselmo Vairano - Cronaca.
' Tabulario ambrosiano.
* Andrea da Bergamo - Cronaca.
%
CAPO VII.
Gli ungari — Curtis Sinna — I tedeschi — Il libero comune — Dona-
zioni ecclesiastiche — Il diploma di Ottone III — L' Utopia — Il looo.
ENNERO gli uìjgari dalla natia Scizia, come gli altri
barbari vindici inconsci delle antiche violenze dei
romani, a punirle nei loro successori, e seguendo la
solita via invaditrice pel Friuli (900). Berengario li
tenne così in rispetto colle sue -triplici forze, ch'essi da prima,
fuggendo, varcaron l'Adda in piena, lasciandovi vittime nume-
rosissime ed indietreggiando fino al Brenta. Tornarono devastando
gran parte d'Italia (922); poi, chiamati da Berengario stesso in
suo aiuto contro Rodolfo II (924), saccheggiarono presso che
tutta l'Italia superiore, e Pavia e Piacenza, tra l'altre città, pro-
varono tutta r efferatezza di quei barbari , che il popolo diceva
si cibassero di carni crude e palpitanti, dissetandosi col sangue.
Si spiega, pertanto, come anche qui passasse — nell' avanzarsi
di quello che fu il « secolo di ferro » — 1' orda ungara, a riparo-
delia quale il Porro racconta si rimunissero le mura di Lodi
si ergessero torri di difesa a Galgagnano, al colle Eghezzone, a
Cavenago ed a Castione ; mentre si afferma da altri che per
76
CODOGNO E IL SUO TERRITORIO
queste calate di barbari fu così guasto Castelnuovo che lo si
dovette rifabbricare, passando esso poi in signoria di quel mar-
chese Ugo che Lodovico Antonio Muratori reputa capostipite
della casa d'Este, e che troveremo usufruttuario di terreni di
Gherardo, diacono piacentino (1034).
Nell'epoca dell'invasione magiara Berengario tenne sede nell'an-
tica Curtis Sinna, luogo non riconosciuto dal Muratori, ma che la
novissima critica ritiene fondatamente sia Senna nel mandamento
di Codogno. Si hanno , infatti , tre diplomi di Berengario I :
l'uno a favore di Guittone vescovo di Piacenza, ed « actum
in Sinna » (21 luglio 915); il secondo « ac tu f7t in curie Sinna »
(28 maggio 916); il terzo pure « actiun in curie Sinna »
{agosto 916 o 917). Questi due ultimi sono fatti a favore di
Berta, figlia a Berengario ed abatessa di S. Sisto in Piacenza
e di S. Giulia in Brescia, due chiostri che ospitarono fra le re-
ligiose e imperatrici e regine, e che ebbero un patrimonio fon-
diario ingentissimo, del quale partecipava la massima parte del
nostro territorio.
Nelle investigazioni fatte suU' hiventario dei castelli , paesi e
beni posseduti nel secolo X dal celebre monastero di S. Cristina
in Santa Cristina, presso l'antica regia Corteolona, dal diligente
Giovanni Agnelli, gli fu « facile identificare » la Curtis Sinna
berengariense colla Curtis Sinna dallo Inventario stesso tre volte
rammentata, quale è posta — come è, difatti, la Senna presente —
presso il Po, il Lambro e la Corte Sant'Andrea. Aggiunge
r Agnelli che la scelta di quella sede regia fu naturale , come
quella che dominava da luogo forte, alto e sicuro. E tale era
allora il poggio oggi abbassato, su cui sorgeva il castrimi Sinncs;
poggio detto tuttavia del Castellazzo, il quale era pure prossimo
al Po, allora mezzo efficace di cammino e di comunicazione.
Sul principio del secolo, nell' abbassare 1' altura del Castellazzo,
^i rinvennero, inoltre, fra pietre annerite da qualche antico in-
cendio, utensili di casa, scheletri d'uomini e d'animali d'atle-
tiche proporzioni, monete di Valeriano, di Gallieno e di sua
moglie Salonina, e di Quintilio, ed una tessera metallica militare
per lo scambio delle scolte; oggetti certamente sepolti sotto le
rovine del castello tuttavia ricordato dalle tradizioni del popolo'.
NELLA CRONACA E NELLA STORIA
77
Osserviamo per incidenza che ai tempi di Lorenzo Monti
(autunno 1819), in un campo presso San Marcellino, su quel di
Maleo, si trovò una pentola in argilla mezzo braccio sotterra^
con entro oltre millecinquecento monetine di rame per la più
parte ben conservate , di conio diverso , e tutte dell' epoca dei
su accennati imperatori (265-271).
Tornando a Senna, desumiamo da una lettera scritta allo stesso
Agnelli dal compianto Alessandro Riccardi — il dotto mono-
grafista dei paesi circumpadani — che, visitando egli Senna del
Lodigiano (settembre 1889), potè trovare al Castellazzo , nel
cortili ed innanzi agli usci delle case coloniche, un centinaio
circa di blocchi, vari per forma ed elementi, quasi tutti d'ori-
gine estera ed orientale ; blocchi greci , alcuni dei quali lavorati
finemente ; altri rosa orientale ; altri africani ; senza tener conto
di quelli — e furon molti — adoperati oltre cinquant' anni fa
nelle fondamenta delle case.
Per esaurire il ricordo della Curtis Smna dell' evo berenga-
riano, importa dire che alia sua importanza doveva corrispon-
dere la numerosa popolazione ; perocché il terreno messo in
luce negli scavi del Castellazzo offrì tutti i caratteri cromatici e
chimici delle terremare più note d' Italia. L' humus nero, grasso,
attissimo alla concimazione, e di cui si servirono per una lunga
serie d' anni tutti i fittabili circonvicini, è la prova palmare della
nostra asserzione, essendo indiscutibile principio di critica storica
moderna che le escavazioni del terreno-concime comprovano la
popolosità dei luoghi antichissimi.
La potenza novella degli Ottoni ebbe fra noi forme gravi
e diverse; ed il loro abbassamento ebbe data dal celebre epi-
sodio del quarto Arrigo, ottoniana progenie, il quale, dal girone
esterno della rocca di Canossa — • i piè sprofondati nella neve^
il volto lacrimoso eretto alla cortina vigilata — implora per tre
giorni la pietà di papa Ildebrando.
Ma come Arrigo non eran stati ribelli gli Ottoni del tempo
primo , all' inizio cioè della sovranità tedesca in Italia. Perocché
essi rinverdirono collo strano ricorso storico le memorie di Carlo
Magno, e s'accordarono virtute mentis et cordis coi papi, e al-
78
CODOGNO E IL SUO TERRITORIO
cuno di questi vollero violentemente eletti, nei propri congiunti
ed aderenti, per averli sempre ligi al proprio volere.
L'evo ottoniano vide delinearsi i primi segni forieri di due
grandi fatti storici, l'uno cristianamente politico e riferentesi al
mondo intero , l' altro più specialmente italiano : le crociate ed
il libero comune. Fra i due, la condizione patologica dell'uma-
nità, prodotta dall' avvento del looo.
Ed è perciò che il periodo cui ci affacciamo, più che un
anello di congiunzione fra la triste età barbarica e lo sviluppo
delle esistenze regionali italiche, ci si presenta come un tempo
<ii transizione generale, in cui sopra i ruderi delle barbariche
violenze spunta, cresce, si espande la pianta delle libertà comu-
nali, la quale — non certamente educata dalle simpatie dei te-
deschi imperatori, sospettosi in essa del formidabile emulo —
gagliardamente ramificò e fruttò. E fu opera esclusiva degli
uomini stanchi delle varie, secolari e feroci oppressioni straniere,
del pari che delle paesane tirannidi del feudo; essi andaron ri-
prendendo la coscienza dell' antica virtù, e, contemplando arrug-
ginite nelle obliate guaine le lame, le sfoderarono, promettendo
a sè . stessi di non deporle più mai, se giunti non fossero al
riacquisto dei propri diritti.
Errò, dunque, chi — inneggiando alla scuola storica ger-
manica — credette culla del comune italiano 1' aspirazione univer-
sale alla assoluta indipendenza dello intero paese; poiché il
concetto della indipendenza e dell'unità d'Italia è esclusivamente
moderno , per quanto alcuni , e numerosissimi , siano venuti
— per considerazioni d' ordine più politico che storico — a
conclusioni contrarie. Invece il comune, che fece grande sì tanta
parte d' Italia dal XI secolo alla metà del XVII , crediamo sia
la risultante diretta ed immediata di concetti e di sforzi locali,
più che ad ideali politici inspirati a desiderio e ad intenti com-
merciali. Bastò un'alleanza di comuni in terra ferma per tener
testa agli Hoestauffen e scrivere — checché ne pensino gli in-
teressati filocritici di Germania — i ricordi immortali di Pontida
e di Legnano ; ed il fatto , più che ad altro , è da attri-
buirsi alla necessità suprema negli italiani di resistere e di
concentrarsi nella casa del popolo, allor quando l' incursione te-
desca travolgeva costumi, idioma e sentire nostrali.
NELLA CRONACA E NELLA STORIA
79
Una volta passata la bufera che spinse il primo degli Ottoni
a guidare entro Milano le sue schiere (961), Lombardia potè
respirare. Spento Ottone I , i suoi successori non insevirono
contro i subbietti; i quali, nel frattempo che li divise dal 1000,
avranno senza dubbio goduto di quella pace di cui — narrano
gli storici cremonesi — s'allietò questa plaga circumpadana,
che potè dedicarsi fervidamente all' agricoltura e alla costruzione
di casali e di castella.
Accennammo che il contegno degli Ottoni presso il clero
ricorda quello dei carolingi. Siamo, infatti, di fronte ad una
nuova ed imponente rifioritura di donazioni alla chiesa, cui
specialmente — a preferenza dei luogotenenti feudali — appog-
giavasi r imperator tedesco.
Ottone II accorda ad Andrea ordinario di Lodi, per sè e
successori in perpetuo , l' immissione in possesso d' ogni giuris-
dizione regia e di qualsivoglia diritto di gabella su tutte le
terre e le acque del contado lodigiano, con tale ampiezza di so-
vranità anche di fatto, da non esservi paese, castello o terra che
non serva contribuzione al vescovo (24 novembre 975).
Questi commuta alcune terre in Maleo con Armone, figlio
ad Arioaldo di Causarlo (febbraio 979). La carta che ne di-
scorre descrive a confine di una delle terre a mezzodì ed a
sera le ragioni di certa Ermengarda ed il palazzo di un conte
Gisleberto. In un documento in cui Gualtero, giudice e messo
di Ottone III, conferma in giudizio una donazione (5 settembre
991), si dice che la su citata Ermengarda era castellana di Maleo
« con piscaria nell' Adda », e ciò per atto di liberalità dei co-
niugi Adamo e Bertilla; e che la stessa castellana era moglie a
Roglerio o Roggiero conte di Bariano, fidissimo di Ottone e
possessore di amplissimi fondi nel basso Lodigiano. In questo
documento — come in altri del 997 e del 1209 di cui più oltre
parleremo — è nominato un luogo detto Picinascum , nelle vi-
cinanze di Maleo, e di cui non si hanno altre traccie.
A proposito di nomi perduti , occorì'e osservare che , se ci
prendesse vaghezza di tentare una topografia per tutti i nomi
incontrati nella cronaca di questo territorio, cadremmo certa-
8o
CODOGNO E IL SUO TERRITORIO
mente negli errori commessi da altri, pei quali alle invenzioni
si vuol dar parvenza di cosa vera e reale. E basti per tutti un
solo esempio: la questione valorósamente dibattuta sulla desi-
gnazione del luogo di Roncaglia, sede delle diete imperiali, ed
alla quale dovremo esclusivamente dedicare un intero capo.
Il disgusto dell' Utopia — come fu fantasticata da Tomaso
Moro — ci consiglia, quindi, a riprodurre in nota, senza com-
menti, il diploma con cui Ottone III confermava al suo Roggiero
già citato ed agli eredi di lui parecchi possessi e castelli
nell'agro nostro (i maggio 997) ^ Per questo diploma vediamo
indicati nell'elenco prediale i nomi di Maleo, Cavacurta, Bratti,
Reghinera, Codogno, San Pietro, Busnadori, Ranare, Gerole,
Campo Landrone , San Marcellino , Catterà e San Fiorano.
E pur citato , nel documento , Casale Lelandi , che fu tra-
dotto Caselle Laudi , traduzione errata perchè la famiglia pa-
trizia di Piacenza, presente proprietaria nel luogo, circa il 1000
chiamavasi non Landi ma De Andito, dal vicolo (andihis) presso
l'odierna chiesa di S. Francesco, dove teneva le sue case mu-
nite. Inoltre , le successive Caselle Landi eran poste non già
sulla sinistra, ma sulla destra del Po; e se nei secoli posteriori
trasmigrarono al di qua, ciò dipese da un taglio fattovi espres-
samente, come apparirà in processo dell' opera.
Dati quei tempi e le liberalità ottoniane, più benevole al
clero che ai civili, stupirà ognuno il pingue donativo fatto ad
un barone, per quanto favorito dell' imperatore. Ma non si creda
che i prelati lasciassero Roggiero di Bariano nell' uso pacifico dei
suoi beni ; chè , anzi , glieli contestarono , come risulta da un
verbale di causa ^. Il vescovo di Lodi si querelò contro Rog-
giero, e, sulla publica via a Turano, tenne in proposito un
placito il conte Benzone, messo imperiale, il quale — con in-
dipendenza rara per quei tempi — riconobbe i diritti di Rog-
giero (5 agosto 1000).
Precorso dalle più strane profezie degli empirici del tempo
e circondato come da una mistica nebbia, giunse il primo giorno
del secolo XI. I popoli, fra le loro traversie perenni, non avreb-
bero forse meditato la non mai più vista data, se il sentimento
religioso non li avesse spinti a ricordi ed a riflessioni attinenti.
NELLA CRONACA E NELLA STORIA
8i
Da anni parecchi venivan ricordati i versetti che
L'inspirato di Patmo evangelista
consacrava alla fine del mondo, cui facevasi coincidere coli' ul-
timo di del X secolo. L'antifona del « mille e non più mille »
risuonava già all' orecchio di due generazioni. Finalmente, come
eran molte le turbate coscienze per commesse iniquità o per
disoneste imprese, così allo approssimarsi del fatale prescritto
del cielo all' umanità, i rimorsi ed i terrori furono pari alle pec-
cata, e si videro da ogni parte accorrere i penitenti colle libe-
ralità in mano, a inginocchiarsi ai deprecati altari, per ottenere
dal Signore la remission delle colpe e la grazia di una buona
morte, dal momento che morir si doveva.
Così come si subisce l'assalto della ebrezza per la vita, s'era
allora invasi dalla passione per la buona morte; ed eran poche
le pergamene di quei dì in cui i notari , rogando atti publici,
non li cominciassero colle formule riproducenti il colore del
tempo, in questa guisa concepite: « mundi fine », o « mundi
termine appropinquante », o « prò remedio animcB mece », o « si
adhuc mundus erit » e simili. Dopo la quale intestazione veniva
di rigore la liberalità od il lascito testamentario a questa o a
quella opera religiosa. Monaci e preti accettavano nel looo ciò
che gli altri fuggivano di avere, e se ne facevan fare atto ro-
gato da mani notarili per le questioni che potessero insorgere
dopo distrutto il mondo ^.
Alcuni ecclesiastici oppugnarono apertamente la credenza nella
imminente fine dell'universo, e fra gli altri Siccardo abate dei
cluniacensi e Abbone abate di Fleury. Ma essi furon così pochi
che la storia registra quell'epoca caliginosa come quella in cui
i fedeli larghissimamente donarono e larghissimamente il clero
impinguò, mentre intervenivano anormalità inaudite.
I servi della gleba mutavano — instanti i padroni laici — il
saio dell'agricoltore nella tonaca fratesca, e così gli schiavi
d'oggi diventavano i monaci del domani. Ma fecer costoro i
conti senza l'oste, imperocché, scorso il loóo senza la temuta
catastrofe, molti padroni civili ed ecclesiastici costrinsero ad escir
di chiostro ed a tornare alla servitù delle zolle i loro dipendenti,
già emancipati nella malesuada ora della paura.
Codogno e il suo territorio, ecc. — /. 6
82
CODOGNO E IL SUO TERRITORIO
Specialmente oltre Alpi si compierono le più immani strava-
ganze, allorché nella clessidra stava per precipitare il granello
del looo; così che il Chateaubriand* narra di interi paesi in
pochi dì spopolati, perchè monacatisi e uomini e donne, spe-
cialmente nel mezzodì della Francia; onde una improvvisata
emigrazione religiosa dalle floride terre, bisognanti di braccia
umane, alle balze inospiti e deserte del Delfinato.
Però — venendo finalmente all' «ambiente» che oseremo chia-
mare domestico — non ci sembra temerità l'asserire che questo
benedetto e maledetto lOOO non fece proprio in queste nostre
Provincie una grande impressione. Abbiamo, in prova, le me-
morie storiche piacentine per le quali si sa che il vescovo Sigi-
fredo se ne andava appunto in quell'anno in pacifica visita
pastorale, riattando chiese e compiendo gli obblighi ordinari del
proprio ministero; e vediamo inoltre che a Cremona gli animi
dei cittadini mai forse come nel fatidico lOoo si trovarono ec-
citati contro il clero e contro le pretese sue. Ci sembra, quindi,
dimostrato che non era nei nostri paesi che potevasi andare in
traccia d'emozioni pel terribile evento, onde la terra sarebbe
precipitata nel nulla.
Pel resto, lo svolgersi di quegli strani giorni parve quello di
una malattia che i medici direbbero di carattere ; come questa, quel
morbo sociale procedette, fu all' apogeo e dileguò ; di settima in
settima le condizioni si aggravarono, parvero disperate, miglio-
rarono. E, se è vero che la convalescenza durò alcun tempo,
è verò altresì che , una volta guarito , il paziente si trovò
colle sue forze moltiplicate, sgombro il cervello ed il cuore da
larve spaventose prima, risibili poi; riafferrò la propria croce
od il proprio scettro, rimettendosi in via pel fatale andare; ed
il looo rimase povera e comune data, scoronata affatto da quella
fosca nube in cui l'avvenire pretendevasi sarebbe stato rav-
volto, e d'onde invece esci per riprendere il suo mandato filo-
soficamente progressivo.
NELLA CRONACA E NELLA STORIA
83
NOTE AL CAPO VII.
^ Questa carta preziosa fu trovata da Lodovico Antonio Muratori nel-
r archivio dei canonici di Cremona:
In iiomifie saficte et individue Trinitatis. Otto divina /avente clementia
Ronianorum iniperator Augustus. si dignis nostrormn fidelium peticionibus
mires Giostre maiestatis accomodaverimus . iustum atque ratum veritatis
sericm firmissiìne censemus. Quocirca noverit omnium presentium scilicet
ac futiiroriun fidelium nostrorum universitas Eribertum nostrum dilectum
cancellarium nostram suppLiciter adiisse presentiamo petens et observans ut
Rogerio Fideli nostro, suisque successoribus confirmationem et corrobora-
tioncììi tai)i corum prediorum, que nunc in Italico Regno habere videretur,
quam que in futuro adquisiturus est, facere dignaremur. Unde per hoc
nostri Pragììiatici paginam . . . auctoritatem confirmamus et corroboramus
eideni Rogerio, suisque heredibus, omnia Predia sive Castella cum Villis
et pcrtincntiis suis, que hic nominative posila esse videntur : Malleum,
SarrauìH, Corlclariam, Cavacurtam, Casale de Mari, Bevercum, Campimi
vacarum, Brattum majorem et Bratum mijiorem, Picinasco, Melade, Ra-
ginaria, Solar iolo, Codug7io, Sancto Retro, Uuidelmarii, BtLsinadurio,
Ranairo, Morargo, Achazola, Altinasco, Ledosa, Nespolo, Solairo, Braida
Aribaldi, Glariolam maiorem, et Glariolam minor em. Campo A?idroni,
Sancto Marcellino, Gatairo, Campovacairo, Casale Sichonis, Sancto Flo-
riano, Campo Boaro, Isola Pertegida, Casale Lelandi, Teipida, Novelida,
Castellum Aribaldi, Cuchuzo Bariayio, Sanctam Mariam, Casalhio Mu-
ziani, Chaluro, Montecellum, Bucionem, Pratum Alonis, Baldisico, et in
Valle Camoiiica omnia, que ad Barrianum et Monticellum, seu ad Bergiem
pertincre videntur. Insuper si quid inter hec omnia ad nostram partem
r espici f, aut interiacet ; eidem Rogerio, suisque heredibus concedimus atque
largimur, ut faciant ex inde quicquid eorum animiùs decreverif^ remota
omniuìn homÌ7ium contradictione. Si quis autem hujus nostri Precepti
auctoritatem. quod 7ion credimus, hifriìigere temptaberit sciai se conipo-
siturum centmn libras auri optimi, medietatem Kamere nostre, et me-
dietatem eidem Rogerio, suisque heredibus. Quod ut verius credatur,
diligenti US que ab omìiibus observetur , sigilli nostri impressione hanc pa-
ginam nostre auctoritatis et confirniationis subterius insigniri precepimus.
Signum Domni Ottonis serenissimi Imperatoris.
Eripertus Cancellarius ad vicem Retri Cuma?ti Episcopi et Archicancel-
larii recogfiovit.
Data Kalendis Madii Anno Dominice Incarnatio7tis DCCCCXCVII Dormii
autem Ottonis Regriantis XV Imperaritis vero II Indictione X.
^ Anche questo atto fu reperto dal Muratori nell' archivio capitolare
■di Cremona.
^ Filippo Zamboni - Roma nel mille.
" Francesco Augusto Chateaubriand - // geriio del cristianesimo.
CAPO Vili.
La penitenza d' Ilderado — Il chiostro di S. Vito — I Goldaniga — La
dotazione a S. Vito — Ecclesiastici ribelli — Aumento della potenza
temporale del clero — Codogno e Castione appartenenti alla mensa
vescovile.
chezza, fa riscontro la munifica fondazione d' Ilderado , che diè
mano ad erigere il monastero dedicato ai santi martiri Vito ,
Modesto e Crescenzia, e divenuto poi celebre.
Il chiostro di S. Vito ha la sua leggenda e la sua storia; e
intorno a questo luogo — che vanta parecchi secoli d'esistenza,
e che, secondo il Goldaniga, aveva un castellaro longobardo alle
rive del Gerundo — furon numerosi gli studi e sono autentici i
documenti.
Ilderado, conte di Comazzo — uno tra gli eminenti signori
del Lodigiano, se non di Lombardia tutta, e vivente a legge
ripuarià — fondò il detto convento ad espiare gravissime colpe.
E il penitente che, nel documento costitutivo, parla così :
« Sappiano tutti i tementi del Signore che io feci voto a Dio
di condurmi 'in Gerusalemme, alla soglia del santo sepolcro, per
I è già parlato, intorno alle donazioni d'indole religiosa,,
anche di quelle precipue della contessa Anselda e
de' suoi figli, e di quelle in favore dei monaci di
Lodi. Ad esse, non minore d'importanza e di rie—
CODOGNO E IL SUO TERRITORIO
85
Ottenere indulgenza de' miei peccati; ed avendo anzi tutto fatto
conoscere alla santa sede apostolica il mio delitto, e come altri-
menti non potessi medicar le mie piaghe, essa mi comandò di
andare in peregrinaggio per tre anni consecutivi, cioè per tre
volte, a Gerusalemme, e le altre ad altri oracoli di santi; di
adorar Dio a piedi scalzi, senza cavallo nè bastone, senza spe-
ranza coniugale, e nel luogo dove passassi il di non pernottassi.
Ma, vedendo io che mai non avrei potuto sopportare così tanti
travagli, caddi a piè del pontefice, chiedendogli in lacrime mi
^sollevasse da così gran peso di penitenza. Egli, infatti, mosso a
pietà, mi comandò di edificare un monastero, e di offrire a Dio
le decime di tutti i beni e possessi da me al chiostro attribuite ».
Siamo, dunque, nel vero spirito dell'epoca: l'opera religiosa
è frutto dell'assoluzione di un crimine; un'altra conquista della
chiesa, che compensa così la tacitazione di un fiero rimorso.
Al conte Ilderado — non sappiamo se nella colpa o solo nella
riparazione di essa — si unisce Rolenda, di legge longobarda,
sposa a Ilderado; la quale concorre alla fondazione ed alla ric-
chissima dotazione del monastero eretto nel loro castello. Il
monastero viene assoggettato alla sovranità religiosa della chiesa
gerosolimitana del santo sepolcro, coli' onere di pagarle un aureo
denaro — equivalente a cinque soldi milanesi — pel convento
« detto di S. Vito, nel luogo detto Casale Lupano, o Senedoco,
o Camairago ».
Il documento che registra queste disposizioni è largamente
mentovato dagli storici, e fu rogato dal notaro e giudice del
sacro palazzo Luitprando, al cospetto di Arduino e di Alessandro
Metteratti conti di Lodi, fratelli a Rolenda, e d'altri molti, sulla
publica strada presso il porto detto Pirolo o Piriolo ; luogo
— scrive il padre Fumagalli ^ — dove prendeva terra la nave
di trasporto sul fiume , e certo dov' è presentemente Gera. Tra
le firme ed i geroglifici raccolti da Luitprando, figura teste, ed
alfabeta « Albericus de Goldenica » , che firmò di suo pugno ;
ond' è provato che i Goldaniga appartengono ad una delle più
antiche famiglie originarie di questi luoghi, e che — ripensando
alla profonda ignoranza di quei tempi, in cui l'essere illetterato
€ra di regola — Alberico Goldaniga fosse persona egregia. Il che
86
CODOGNO E IL SUO TERRITORIO
si riafferma pure pel cognome che fin d'allora ne contraddistingueva
la famiglia, e per il suo intervento ad un atto così importante,
con nobili personaggi , al quale egli non sarebbe stato presente
se — come ben osserva il Cortemiglia Pisani — fosse stato un
uomo volgare.
Da una non vecchia publicazione storico-geografica — la quale,
per vero dire, è un vero vivaio di errori tipografici — e
che fa dipendente Casale Gausari dal monastero di S. Vito fino
dal 985, a Cesare Cantù ^, che pone la fondazione del monastero
stesso al 1030; tra il sacerdote Porro
che la pone al 998 — e non dal papa
consigliata ma dal vescovo Andrea — ed
il francese Lubin ^, che la colloca al 1019,
noi abbiamo creduto di attenerci alla data
notata da Cesare Vignati il quale dimo^
stra che 1' atto non poteva essere ante-
cedente al 1025 ; poiché in quell' anno
Rolenda aveva celebrato solo gli sponsali,,
ma non era ancora congiunta in matri^
monio con Ilderado , e che, per l' indi-
zione, solo nel 1039 l'atto stesso potè esser rogato.
Luoghi costituenti la dotazione d' Ilderado e di Rolenda furono r
Casal Lupano — detto altresì per sinèddoche S. Vito — in
vicinanza a Castione, com'è provato dalla ancor vigente de-
nominazione di Campi Lupani, attualmente di proprietà Milani
e Bignami, tra Castione e S. Vito ^.
Metà della corte di Senadogo colla villa, il castello e la
chiesa di S. Colombano. Senadogo o Senadochio — come in-
dica la sua etimologia greca — fin dal 1000 aveva ospizio pei
viandanti in assiduo romeaggio.
Metà della corte di Vinzasca, col suo porto; la quale oggi
è in territorio cremonese oltre Adda, e allora pare appartenesse
al Lodigiano.
Casale Causale o Gausarii (Casalpusterlengo), con decime,
mulini, folle e le sue quattro chiese: di S. Salvatore, SS. Ger-
vaso e Protaso, S. Zenone e S. Martino, che aveva diritto di
quarta sulla corte di Zorlesco.
NELLA CRONACA E NELLA STORIA
La corte di Monte Ilderado (Somaglia) con otto mansi di
terra , e Sorlago « presso San Fiorano , con tutto quel lago o
rio che ha foce nel Lambro ».
Camariaco o Camairaco, colle sue decime, quarte, onori, di-
stretto e chiese.
Il luogo di Cataria o Catterà, con distretto o decima, colla
metà della corte di Tilio « presso Casale » ; la quale — secondo
un istromento d'enfiteusi del notaro Ciacomo Brugazzi (22 no-
vembre 1494) e una convenzione fra il rettore di una chiesa di
S. Ciovanni Battista ed i fratelli Del Maino — risulterebbe
identificata nei luoghi della Biraga e di Terranuova.
Finalmente il monastero di S. Vito si ebbe dai Comazzo l' in-
tera corte di Cerenziaco e mezza la prossima villa di Nauterio
(Villanterio) oltre Lambro; e molte altre terre su quel di Lodi,
di Milano, di Bergamo, di Brescia, di Mantova e di Reggio Emilia.
Un prete Pietro di Casale Causarii paga a Ilderado da Co-
mazzo mille libre d' argento per i fondi da costui posseduti in
Codonio (Codogno), e per la sua porzione di castello, cu7n to-
limen et /osato, e della cappella edificata in onore di san Biagio,
coir area presso il castello (4 maggio 1025). Così il Vignati®;
il quale aggiunge che con quel contratto prete Pietro acquistò
r intera proprietà di Codogno , da lui trasmessa ai vescovi di
Lodi, che più tardi appariscono signori di questa corte.
Regnando Arduino (1002), il vescovo Andrea, dopo aver
pensato alla penitenza del signor di Comazzo, volse certamente
lo sguardo anche al decoro ed alla ricchezza della mensa sua,
e riesci a fregiarla di vero oro. Egli ottenne infatti dal re ,
per sè e pei propri successori , il diritto alla pesca dell' oro in
Adda , da Rivolta a Castelnuovo ; lucro positivo e fin da quei
tempi in Lombardia ricercatissimo dai ripuarì ai corsi d' acqua
Cherardo, canonico di S. Maria in Cariverto in Piacenza,
acquista da Rainerio, pur esso canonico della catedrale, molti
beni sul Piacentino, tra cui proprietà e ragioni su quel di Val-
loria (2 novembre 1002) — in quei tempi, come altri luoghi
già da noi accennati, parte del distretto oltre fiume — lascian-
done usufruente il venditore e, lui morto, per un terzo suo figlio
clerico Teodisio, e per due il fratello di costui Cuiniccio e
88
CODOGNO E IL SUO TERRITORIO
loro discendenti, con facoltà di diventarne proprietari se non
avessero avuto prole. E ciò evidentemente per persuaderli a non
escire dal celibato, fin d'allora proposto dalla chiesa ai suoi
ministri come stato di maggior perfezione.
Eran quelli appunto i tempi nei quali più vive che mai
divampavan le lotte pel celibato dei preti; e, siccome il clero
lodigiano da prima favoreggiava l' antica consuetudine del ma-
trimonio, così Pier Damiani, qui legato pontificio ad hoc,
ripeteva a Cuniperto, vescovo di Torino, colle parole bibliche,
che « i pingui tori e i molti vitelli della chiesa lodigiana cospi-
ravano armati contro di lui e furiosamente strepitavano ».
Il testamento del diacono Gherardo fu letto da Tadone, messo
imperiale, stando a giudizio in Castelnuovo, nella casa del mar-
chese Ugo, a cui Gherardo lasciava l'usufrutto di undici mila
iugeri di terreno (gennaio 1034). Il clerico Teodisio, figlio di
Reinerio, donò al monastero di S. Savino oltre diciotto mila
pertiche (1037) da lui per tre mila lire di conio acquistate da
Giovanni, canonico della pieve di S. Faustina di Tuna, una parte
delle quali in Canavella , luogo esistente al di qua del Po , ora
scomparso.
Al dire di parecchi "cronisti , tra i quali il Puricelli ^ fu nel
marzo «dell'anno settimo dell'imperatore Corrado» (1034) che
Ariberto da Cantù o d'Intimiano, arcivescovo milanese, legò
parecchi beni a monasteri e ad ospitali di Milano. Fra tali beni
sono Horreum (Orio), Senna, Vicopizolani (Pizzolano) Roboreto
Rovedaro), Comariago (Camairago) e Cavacurta ^.
Qui pervenuti, ci si affaccia, come caratteristica del XI se-
colo, l'enorme aumento della potenza temporale del clero. Si
direbbe che non passa giorno in cui i tabellioni d'Italia non
roghino testamenti, legati, donazioni fra vivi di beni o di diritti
a favor della chiesa. Il 1000 è trascorso, sembra debbano essere
da tempo svanite le tetre visioni del temuto finimondo; ma in-
vece, e proprio durante l'abbassamento dell'autorità morale ec-
clesiastica, come fiumi al mare corrono al clero le ricchezze
territoriali dei fedeli.
Occorrerebbe una biblioteca alla monotona registrazione di
tutti questi atti ; raccolti con una pazienza monacale nelle nostre
NELLA CRONACA E NELLA STORIA
89
note, essi ci sogguardano a centinaia; ma, dopo opportuna me-
ditazione, siam venuti nel pensiero di non infliggerne la intera
congerie ai lettori. Però non possiamo dispensarci dall' accen-
narne alcuni fra i più interessanti in fatto di trapassi di pro-
prietà o di possesso, dal principio del XI alla metà del XII
secolo intervenuti, i quali stanno come la decima pietra miliare
fra le consorelle sulla via di Roma. E con questo temperamento
soddisfacciamo per una parte al compito prefissoci, e per l' altra
risparmiamo l'esposizione d'una infinità di nomi, di date, di
confini, inutili in queste pagine.
La pia famiglia dei Comazzo — Rolenda, e Lanfranco ed
Imilla coniugi — e Adalberto da Brembio donano a vescovi o
a chiese di Lodi beni e diritti nella solita plaga da Casal Lu-
pano al Pirolo (1044-105 1).
Adeleida, abatessa dei SS. Sisto e Fabiano di Piacenza, riceve
in sentenza la proprietà della corte e del castello di Larderà (1052).
Grimerio del defunto Adalberto Visconte, piacentino, dona la
Mezzana alla chiesa ai Piacenza, e ne è poi investito a titolo
di feudo (1057).
Enrico III concede al monastero piacentino di S. Sisto l' isola
di Roncarolo, presso Larderà e il Corno (31 ottobre 106 1).
Lanfranco, prete della pieve di Banano, offre al vescovo di
Lodi alcune terre presso S. Vito e Senadogo (21 febbraio 1065).
Si ha una bolla di papa Innocenzo II, relativa alla conferma
al monastero sistino di Piacenza delle chiese di S. Michele e
di S. Bartolomeo in Castelnuovo (1132); onde poi ferocissima
e diuturna contesa arse fra piacentini e cremonesi pel possesso
di quella terra e fortezza.
Accenniamo, infine, alla donazione dei conti Palatini di Lodi
agli eremitani gerolamini di S. Pietro in Senna, di circa diciotto
mila pertiche di terreno (1144).
Coir acquisto di così ingenti proprietà il clero assumeva pure
per concessione il pieno diritto di investitura in altrui, diritto
esercitato da vescovi, da abati e da commendatari.
Infatti, il vescovo Giovanni dava in pegno, per la somma di
trecento monete nuove milanesi e per otto anni , ad Uberto
90
CODOGNO E IL SUO TERRITORIO
de' Casetti di Lodi, abitante in Milano, tutte le rendite che il
vescovato laudense traeva da alcuni beni della mensa, tra cui
Orio — dove tal Sempretto ed altri avevano usurpato gli epi-^
scopali diritti — e Codogno, Castione, Luviraca (Livraga), Rónco-
e San Martino in Strada (settembre 1142).
Nè vogliamo negligere che circa quei tempi Algisio, abate
benedettino di S. Stefano al Corno, investì alcuni signori da
Arena e del Cairo o del Cario ed altri, tutti patrizi piacentini,
della metà del transito e del porto sul Po appartenente a quel
convento, mentre l' altra metà — com' è noto — spettava al bre-
sciano monastero di S. Giulia.
Tra le opulente possessioni se non in tutto in gran parte
sottoposte alla mensa vescovile di Lodi fu la corte di Codogno»
Quivi la mensa diocesana aveva acquistate parecchie ragioni ;
in conseguenza del cambio fatto di alcuni beni dal vescovo
Arderico Vignati col codognese Arnaldo de' Foldi^^, secondo»
il Manfredi, o Rialdo di Goldia, secondo il Vignati (1127).
Andrea e Bonanno Rigizani, livellari del vescovo Lanfranco,
èrano obbligati a consegnare l' affitto nel castello di Codogno y
ed i codognesi erano tenuti altresì verso il vescovo al fodro,
all'albergarla e al distretto (1153). Non sembra per altro che
oltre quest' anno continuassero a fiorire questi vescovili vantaggi
perocché un Arialdo Goldaniga — potente signore dei luoghi e
forse il medesimo citato dal Vignati — tolse alla mensa lodi-
giana il possesso di Codogno e di Ronco presso Livraga (11 53).
Ma il fuoco del potere temporale dei vescovi laudensi era
Castione; e là tennero per lunghissimo tempo giurisdizione feu-
dale; vi avevano potestà ed uficiali propri, castellani di loro
elezione. Fermi nel loro « uti possidetis », non cedettero a pretese
altrui ed in Castione sostennero interminabili liti per garantirsi
l'integrità dei possessi.
Così, Arderico Vignati liticò con Arderico e Guerico o Gual-
tiero da Cuzigo, capitanei di Melegnano. Dopo qualche tempo
dall' inizio della contesa, Alberico Merlino, vescovo, in segno di
riconoscenza per Federico Barbarossa, riedificatore della sua città
distrutta dai milanesi (11 5 8), a lui cedette spontaneamente ogni
sua ragione su tutte le terre della mensa; ma l' Hoestaufifén
NELLA CRONACA E NELLA STORIA
91
reinvestì con diploma da Pavia l'antistite Alberico dei dritti e
delle facoltà abbandonatigli (24 settembre 1164).
Sul diploma era stata dimenticata nell'elenco la corte di Ca-
stione, fra le cedute e reinvestite; ma il padre Zaccaria — che
trascrisse ad verbum da memorie lodigiane del tempo del Bar-
barossa il documento in discorso — indica nelle note sotto-
poste allo stesso la corte, il castello, la villa di Castione ed
ogni loro pertinenza.
92
CODOGNO E IL SUO TERRITORIO
NOTE AL CAPO Vili.
* Angelo Fumagalli - Antichità longobarde.
^ Cesare Cantù - Storia degli italiani.
^ Augusto Lubin - Descrizione delle abazie d' Italia.
^ Cesare Vignati - Codice laudense.
^ Ghizzoni Settimo - Castiglione d'Adda dalla sua origine ai 7iostri giorni.
È questo un libro domesticamente edito e bizzarramente stampato dallo
stesso sacerdote Ghizzoni (1890) a copie limitatissime di numero, cosicché
se ci fu dato consultarlo, lo dobbiamo alla cortesia dell'esimio autore.
^ Cesare Vignati - Illustrazione del Lombardo Veneto.
' Ricordiamo, infatti, una concessione di Ottone III al vescovo di Ver-
celli « di tutto r oro che si trova e si lavora fra l' episcopato vercellese
ed il contado di Sant'Agata (Santhià) », ed un'altra, pure di quegli anni,
alla nobile famiglia vigevanasca Biffìgnandi, a cui viene riconosciuta come
di diritto l'estrazione dell'oro dalle sabbie del Ticino.
^ Gio. Pietro Puricelli - Trattato della basilica ambrosiana.
^ Documento dell' archivio di stato di Milano , trasunto da Alessandro
Riccardi.
Matteo Manfredi - Vite dei vescovi di Lodi.
" Cesare Vignati - Codice laudense.
Fodro era un diritto di esazione in occasione di viaggio e di spedi-
zioni militari, corrispondente aìV annofta militaris dell'impero romano;
l' albergarla o parata obbligava i sudditi ad albergare il sovrano, i suoi
rappresentanti ed il suo seguito; distretto era il potere coattivo apparte-
nente al possessore per tutta l'estensione del possesso.
" Pier Francesco Zaccaria - Serie dei vescovi laudensi.
CAPO IX.
Vescovi guerrieri — Ariberto da Canm — Il carroccio — Dissidi eccle-
siastici — Le battaglie della Motta e di Campo Malo — Sconcordanze
topografiche e cronologiche — Alcuni vescovi di Lodi.
UTTO un periodo storico è rappresentato dalla potenza
dei vescovi , che accampano come soldati e contro
il feudo già forte, e contro il comune nascente. Nè
altrimenti doveva avvenire da poi che — e 1' abbiam
detto a suo luogo — gli imperatori avevan costituita la autorità
terrena di essi tanto più gagliarda quanto più eran convinti che
r episcopato , carezzato ed esaltato dall' impero , avrebbe finito
per essere un baluardo di resistenza contro il potere costituito
dei nobili e contro le aspirazioni popolari. Per tal modo , se i
vescovi in materia di religione e di disciplina dipendevano dal
vescovo di Roma, per tutte le temporalità rilevavano esclusiva-
mente dall' imperatore , e più che ecclesiastico era politico il
carattere della loro dignità.
Impugnando colla sinistra la croce e colla destra la spada,
come più tardi fece a Bologna Giovanni Visconte arcivescovo
milanese — che, tolta la città al papa, ai legati di questi nel
pontificale della messa in quel modo dichiarava difendere la
sua conquista — sfilano nel secolo XI i vescovi italici sui loro
cavalli di guerra, e più che il mite evangelio seguono e battaglie
94
CODOGNO E IL SUO TERRITORIO
e vittorie, a estendere la sfera dei dritti e di territorio e di
privilegi e di comando. A volte il casus belli sarà per essi sem-
plicemente religioso; ma più soventi li spingerà, condottieri
mitrati alla pugna, la volontà suprema di fiaccare e debellare
sudditi ribelli o minacciosi vicini.
Non dobbiamo noi dedicare parte speciale a tutti codesti tor-
bidi accadimenti; ma, siccome proprio sul nostro territorio sorse
€ si svolse uno degli importanti episodi di guerra vescovile, ci è
mestieri dare ai fatti terrieri le espressioni di quel grande spirito
belligero onde tante lacrime e tanti guai desolarono Lombardia,
sino al dì in cui — venuto terzo nel dibattito il simulacro glo-
rioso del rievocato comune — l' aspirazione al libero regime del
paese trovò virtuale creatore del nuovo simbolo d'alleanza l'ar-
civescovo costruttor del carroccio, ed oratori nelle innumerevoli
adunate italiane i vescovi italiani, insegnanti ai giurisperiti del-
l' imperatore la filosofia generosa del vecchio diritto della patria.
Ariberto da Cantù apre la serie dei vescovi guerrieri ; ed a
proposito di lui è indispensabile spogliarci di qualsivoglia cri-
terio a noi contemporaneo. Quasi nove secoli intermedi sono
tale mordente da non resistervi nessuna vernice, nè pure la pa-
triottica; così che, nè meno richiamando quel prete catafratto di
ferro, non dobbiamo lasciarci andare alla deriva della lirica onda.
Ariberto fece e bene e male e mediocremente; ma, ad ogni
modo, l'esser egli pervenuto integro e distinto sino allo sguardo
dei lontani posteri, sta argomento che non per nulla Luigi Set-
tembrini lo qualifica l' eroe d' Italia nova al cospetto del sacro
romano impero.
Non andremo coi filocritici moderni a scrutare i precordi del
patriotismo che rimase suo luminoso retaggio nella fuga dei
secoli ; ma certo è che Ariberto , servendo alle aspirazioni di
Lombardia , iniziò l' opera sua servendo all' interesse proprio.
Non tutto da purissima fonte zampillò certo il getto della gloria
che gli appartiene, e per questo anche la sua leggendaria figura
non ha il diritto di sottrarsi al giudizio comune.
Appena cinta l' infula di metropolita milanese (io 1 8), Ariberto
primeggiò. Bastava il suo pastorale mandato a configgere su
terra, discussa, perchè e conti e marchesi contendenti ne rispet-
NELLA CRONACA E NELLA STORIA
95
tasserò scrupolosamente il mimico ma incancellabile verdetto.
Uomo di ferro, era naturale cozzasse; e T'orgoglio suo trasse
gli ottimati lombardi a ribellarglisi.
Scoppia il dissidio; si acuisce la lotta; i capitanei stanno per
lui ; ma i precipui coi vassalli minori s' intendono, s' alleano coi
Ariberto da Cantù, dall'affresco della biblioteca Ambrosiana di Milano.
compagni d'altre città, formano una motta; scintillano le armi;
rumoreggia la battaglia; Ariberto affronta la tempesta.
Ma l'oste nemica è agguerrita, la sua disciplina potente, le
sue arti soldatesche insigni. Qual diga opporre? quale esercito
improvvisare all' infuori delle reclutate fra i coloni e gli artieri ,
inesperti a mavorzie esercitazioni? Divinando coli' attimo la forma
del sentimento, Ariberto trova il carroccio.
Il gran carro — simultaneamente tenda ed altare, labaro e
simulacro, palladio e quartier generale — imponeva per sè la santa
incolumità della moderna bandiera; perdere il carroccio signifì-
96
CODOGNO E IL SUO TERRITORIO
cava il culmine della disfatta ; sgominarne la guardia voleva dire
raggiungere il trionfo. La storia, la poesia, la leggenda cospira-
vano a far del carroccio qualche cosa di oracolo; sulle sue
antenne la fantasia ravvisò Dio ed i cicliti discesi a scudo e a
propugnacolo de' suoi ; ed è una figurazione del sentimento pu-
blico il fulgido distico invocativo di Giovanni Berchet:
Dove son le tre nunzie dei santi,
Le colombe che us€ir dall'altare?
Col carroccio e colle schiere degli assoldati mosse Ariberto
sue guerre; delle quali una contro il Lodigiano, a patrocinio
— egli sostenne — de' suoi privilegi ecclesiastici.
I laudensi, morto Nocherio (1027), gli avevano sostituito ad
ordinario diocesano Oldarico Gossolengo , patrizio di Cremona.
Ariberto cassò l' elezione , ed avocò a sè il diritto concessogli
per diploma da Corrado (1025), pel quale egli credette arrogarsi
non solo F esercizio del ministero spirituale , ma altresì quello
delle temporalità annesse nel contado lodigiano.
Lodi mantenne la propria nomina e respinse Ambrogio Ar-
chinto da Aduno , cui Ariberto aveva consacrato invece del
Gossolengo ; e clero e popolo lodigiani minacciarono di ricorrere
all'imperatore per ottener la revoca del concesso privilegio,
eh' essi dicevano assolutamente surrettizio. Inutile è toccare mi-
nutamente di tutte le fasi della controversia fra l'arcivescovo e
i lodigiani; la discussione passò ben presto nel dominio della
guerra, e — secondo ci insegna la maggioranza dei cronisti —
le forze contendenti vennero a battaglia prima alla Motta, poi
a Campo Malo.
Questi luoghi offersero campo agli scrittori per determinare
varie topografie corrispondenti. Cesare Cantù ^ , ad esempio — e
non sappiamo come — afferma in modo reciso che Campo
Malo fosse « tra Milano e Lodi » , indicazione altrettanto ge-
nerica quanto impropria; poiché la ragione logica fa ritenere
che cotesto luogo debba essere stato su territorio pavese o con-
finante col pavese.
Infatti , il Ciseri ^ pone Campo Malo « nel confine del Lodi-
giano, steso in pianura presso il fiume Lambro, di là dai monti
NELLA CRONACA E NELLA STORIA
97
di San Colombano da una parte, dall'altra sui confini del Pavese,
e dall'altra il fiume Po »; ed il Porro ^ lo pone « sui confini
del Lodigiano , verso il Lambro di San Colombano, confinante
col territorio pavese e colle rive del Po » e riporta le parole
dell' Ughelli che, rammentando Olderico, caduto da prode sotto
un dardo nemico nel fatto di Campo Malo, dice : « Olderico ,
combattendo contro l'arcivescovo Ariberto ed altre genti vicine,
morì presso Motta in Campo Malo ».
Ma lo stesso Porro stranamente afierma che la Motta indicata
è quella detta « poscia Motta dei Visconti, posta sul confine
dell'agro lodigiano » ; ed il Ciseri — riferendosi allo Zani ^
opina esser stata la Motta « di qua da Melegnano » tanto più
che « per tradizione costante verbale si sa che poco di qua (1732)
dall' ostarla del Bissone v' è qualche sito campestre che tiene tal
nome, e nel catalogo delle terre descritte a' libri del contado si
legge Sordio e la Motta, qual luogo di Sordio è la parochiale
del Bissone e del sito della Motta ».
Della quale importa pure riferire che Massimo Fabi ^ la dice
« villaggio alla sinistra del Ticino , sulla strada che da Abbia-
tegrasso conduce a Bereguardo e a Pavia », ed accenna al com-
battimento tra lodigiani e valvassori milanesi, avvenuto « vicino
a questo villaggio (Motta) ».
In mezzo a questa sconcordanza , propendiamo verso l' opi-
nione che si tratti proprio di luogo finitimo a noi.
Alessandro Riccardi — contradicendo al primo avviso di
Cesare Vignati , che Campo Malo fosse dov' è presentemente
Cantonale presso Orio Litta — stabilirebbe che il luogo in di-
scussione, essendo « oltre Lambro » (come lo provano altresì
alcuni documenti archiviati nella mensa vescovile), debba esser
stato r odierna Camatta in provincia di Pavia, a tre chilometri
sud-est di San Colombano, e di fronte allo stesso Cantonale,
oggi comune di Senna; deducendo ciò anche da una deriva-
zione e da una corruzione etimologica, la quale anche dal Vi-
gnati — secondo il Riccardi medesimo — gli sarebbe poi stata
« accettata ».
Il Riccardi dimostra pure come fossero affatto distinti il luogo,
la corte e la villa di Orio dal castello , luogo e territorio di
Codogiio e il suo territorio, ecc, — /. 7
98
CODDCJNO E IL SUO TERRITORIO
Monte Malo; ma il Vignati assicura che la campagna fra Orio
e Chignolo, e sottoposta al castello di Monte Malo, chiamavasi
di Campo Malo, il che identifica spesso nelle cronache i due
nomi; così come crediamo sufiìcientemente identificati e Campo
Malo e Campo Marro, per 1' uso promiscuo della prima e della
quarta consonante liquida.
Di Monte Malo va ricordato uno scambio di terreni, e di case
in Orio , presso il castello di Monte Malo , tra il vescovo lodi-
giano Cassino e Martino, abate di S. Cristina (giugno 115 3),
probabilmente in conseguenza del lodo arcivescovile sulla demoli-
zione di una chiesetta indebitamente eretta tre anni prima in Monte
Malo stesso dall'abate, invadendo questi i diritti* del vescovo di
Lodi. E dello stesso luogo tocca l'Anonimo piacentino^, scrivendo
che i milanesi « edificarono torri e mura ed i castelli di Galliate,
Trecate, Monte Marro, Maleo , Cavacurta e Corno (1154) ».
Il lettore avrà notato che la dissonanza fra gli autori nella
esposizione attinente alle ultime vicende locali continua ed au-
menta. Ma non solo è dissonanza topografica, bensì anche cro-
nologica.
Per vero, non ci basta quasi il tempo di gittar gli occhi sulla
corona di testi che ci stanno aperti dinanzi , per accogliere
piuttosto l'una che l'altra versione disforme; qui, dove Cesare
Cantù, colla imperturbabilità della scienza diplomata, ci insegna
in un' opera sua ^ che il fatto di Campo Malo avvenne nel 1026,
e in un'altra, anche sua che avvenne nel 1035; qui, dove pur
Lodovico Antonio Muratori ^"^j principe degli annalisti, pone il
sanguinoso evento nel 1036. E se la luce di questi due fari
appar qui così intermittente, qual meraviglia se le faci minori
sono ancor più incerte, più fioche, più oscillanti ?
Il lettore benevolo si faccia, quindi, una ragione, ed alla nostra
aggiunga la pazienza sua, sì che d'amore e d'accordo possiamo
una buona volta escire da questi periodi crepuscolari, e far li-
bero cammino in pieno dì , sotto il raggio animatore della au-
tenticata verità.
Comunque e dovunque sia avvenuto il fiero badalucco tra i
valvassori milanesi ed i lodigiani, non finì la contesa con Ari-
NELLA CRONACA E NELLA STORIA
99
herto. Ucciso il vescovo Olderico, i lodigiani considerano che
chi è morto giace e chi vive si dà pace , e per gustare un
po' di questa, accettano per antistite Ambrogio Archinto; il
quale, virtuoso e prudente, si dedica a riassettare le cose della
diocesi. Ma più tardi Ariberto, coli' ausilio dell'imperatore, ri-
torna alle offese , vince da capo , e domanda la conferma dei
privilegi antichi.
S' oppongono i cittadini di Lodi , a mezzo di ambasciatori, al
cospetto di Corrado ; questi ne ascolta benevolmente le ragioni ,
e le appaga revocando il privilegio concesso ad Ariberto, co-
mecché tale concessione a lui pure sembra carpita. Nè basta,
chè chiama V arcivescovo alla resa dei conti ; ma — turbato
da tumulti tedeschi e da una pestilenza — l' imperatore torna
in Germania. Ariberto ne profitta, reinvade il Lodigiano, e le
discordie e le zuffe seguitano con varia vicenda sino alla sua
scomparsa dal mondo (1045).
Lui morto, una benefica tregua permette al vescovo Archinto
■di dedicarsi tutto alle cure spirituali e temporali della diocesi,
e per qualche tempo la sua figura attiva ed operosa campeggia
nella cronaca paesana.
Egh* infiammò il clero e il popolo della diocesi a pietà ed a
concordia, recuperò molti beni della propria mensa, specialmente
quelli di Castione. Quivi mandò suoi delegati — fra i quali un
Guglielmo de Ho — a sorvegliare fortilizi, ed un potestà per
r annesso S. Vito ; e quivi pure riesci , per le imponenti dona-
zioni fattegli, in gran parte dai Comazzo , ad ingrossare ancor
più l'erario episcopale. Per lunga serie d'anni combattè il clero
simoniaco ed i nicolaiti in una guerra senza quartiere; nella
quale — stremato di forze e col cuore amareggiato per l' aiuto
che ai ribelli veniva dall'autorità secolare — finì per soccom-
bere, morendo più d'angoscia che di febbre (1056).
Dopo Ambrogio Archinto, la sede lodigiana fu vacante, fino
alla nomina di Obizzone da Acqui, cui l'arcivescovo milanese
Guidone da Velate accolse benevolo e consacrò. Non diversa la
vita e la morte — se si ha da credere al Porro — ebbero
Obizzone (1074) e Fredenzone (1091) suo successore, zelanti
esecutori degli ordini di Roma, tendenti a ripristinare i semplici
lOO
CODQGNO E IL SUO TERRITORIO
costumi della morale cristiana nel clero e nei fedeli, e pei quali
si rese necessaria anche da noi la missione del cardinal Da-
miani, di cui abbiani già tenuto parola. Si ebbero vescovi d' ac-
cordo con antipapi, e per costoro partitanti e monaci e preti ;-
onde la soppressione degli uni e il carceramento degli altri.
Ma poiché identici dissensi affliggevano quasi tutte le diocesi,,
la questione invecchiando si fece grossa, e fu portata alla dieta
che Lotario III intimò in Roncaglia (7 novembre 11 36).
E la dieta ci toglie per ora dal subbietto fin qui svolto, e ci
avvia verso un orizzonte storicamente vastissimo, ma ingombra
insieme di così fitte nubi , che ci toccherà nuovamente invocare
la luce come scorta amica nel difficile cammino.
NELLA CRONACA E NELLA STORIA
lOI
NOTE AL CAPO IX,
* Cesare Cantù - Storia degli italiani.
^ Alessandro Ciseri - Giardino istorico lodigiano.
^ Giacomo Antonio Porro - Storia diocesana di Lodi.
^ Ferdinando Ughelli - Italia sacra.
Paolo Emilio Zani - Storie di Lodi.
^ Massimo Fabi - La Lombardia descritta.
^ Alessandro Riccardi - Le località e territorj di S. Colombano al
Lambro.
* Chroìiicon placentinum.
^ Cesare Cantù - Storia degli italiani.
Cesare Cantù - Illustrazione del Lombardo Veneto.
Lodovico Antonio Muratori - Ajmali d' Italia.
I nicolaiti — da Nicola, una dei sette diaconi della chiesa di Gerusa-
lemme — erano considerati setta eretica. Al tempo di cui è parola desi-
gnavaLsi però con questo nome i preti diaconi e suddiaconi i quali
pretendevano fosse loro lecito il concubinaggio.
CAPO X.
Le diete — Reghinera — Roncaglia — La questione topografica — ' Le
cronache piacentine del Codagnello e dell'Anonimo — I cronisti lo-
digiani — La monografia dell'Agnelli — Conclusione.
A dieta — di voluta etimologia greca o latina * , ma ,
anche per testimonianza di Tacito istituto pretta-
mente germanico — era una tra le più importanti e
certo la più solenne delle forme con cui il re o
r imperatore determinavano i propri rapporti con quelli delle
genti di lor signoria.
Non si può, tuttavia, ravvisare nelle antiche diete dei re
o degli imperatori tedeschi qualche caratteristica della politica
fisionomia che hanno i parlamenti moderni; poiché radicalmente
diversa è la natura dei due corpi legislativi quali li divinarono
il pensiero di Oliviero Cromwell e più tardi la rivoluzione fran-
cese e il successivo impero. Entrambi gli istituti, però, dipendono
dal principio fondamentale moderatore della suprema autorità
personificata nel capo dello stato.
Le diete sorsero, senza carattere di regolarità e di continuità^
dal puro e semplice volere del sovrano. Quando questi sentiva
la necessità di coordinare a nuovi criteri la sua politica interna,
o quando lo pungeva il divisamento di compiere un'impresa
CODOGNO E IL SUO TERRITORIO
guerresca, reputava suo vantaggio interrogare i grandi baroni e
gli alti prelati che rappresentavano uficialmente il paese.
Ancora, quando questi due ordini eletti intendevano dirimere
questioni o difficoltà collettive fra essi insorte, potevano adunarsi
in dieta, che non era imperiale ma solo signoriale o prelatizia,
così e come dal secolo XI fino al XVI si rileva dalle storie
tedesche. La grande riforma luterana finì — ad esempio — per
diventare vera e propria legge dello stato allor quando i prin-
cipi germanici, e a Worms e ad Augusta, improntarono a fatto
politico e nazionale lo scisma dalla chiesa dei papi, e nel mo-
naco ribelle di Heidelberg videro non più solamente il riforma-
tore religioso, ma il vindice della patria tedesca.
Se non che, le diete ancora oggi considerate dagli italiani
appartengono alla serie delle sovrane. I re e gli imperatori
— chiamati fra noi da papi o da principi e da città malcon-
tenti, oppure venuti di lor talento seguendo bramosia di con-
quiste — solevano come preliminari all'azione chiamare a raccolta
consultiva i maggiorenti. Se chiamati , udivano lor ragioni e
consigli, promulgando poi le proprie risoluzioni, per ciò solo
trasformate in indiscutibili leggi; se spontaneamente calati, ini-
ziando un simulacro di disputa, finivano per imporre la loro vo-
lontà, riassunta nel verso strappato dalla poesia della vinta Roma :
Hoc volo, sic jubeo; sii prò ratione voluntas.
Circoscrivendoci — perchè è il caso nostro — alle diete im-
periali , non è a negare che per quei tempi esse rappresenta-
rono l'alba di un progresso ed un principio di libertà. Prima
il gesto del vescovo principe o il cenno del barone feudatario
costituivano esclusivamente — più o meno in disaccordo coi
ruderi eterogenei delle legislazioni romana e barbariche — • le
norme pel subbietto, al quale non rimaneva che la meccanica,
bendata obbedienza. Ma quando gli imperatori — riassumenti
il concetto della sovranità universale — provarono essi pure il
bisogno di esporre i divisamenti propri e di udirne pareri, si
capì che i popoli non eran stromenti affatto passivi, ma che
anch' essi avrebbero potuto a mezzo dei loro alti delegati es-
porre se non consigli certo desideri.
I04
CODOGNO E IL SUO TERRITORIO
Non si va, dunque, lungi dal vero affermando che dalle diete
mosse i primi suoi passi quella pacifica ma inarrestabile evo-
luzione onde spuntò il nuovo diritto publico d'Italia.
Era quello delle diete uno spettacolo imponente. Si tenevano
in aperta campagna pel grandissimo numero degli accorrenti.
Al ricevere del singrafo imperiale, nobili e prelati, grandi e
piccoli signori si congregavano ; chiunque battesse stendardo
feudale, o proclamasse comandi dal battifredo delle castella, o
esigesse tributi, o usufruisse diritti, tutti convenivano in uno.
Sul mezzo della vasta pianura si gonfiava al vento il padi-
glione sovrano , intorno al quale i maggiori e minori vassalli
costituivano la non interrotta guardia d'onore al simbolico scudo,
sorretto da un' antenna ; e notte e dì, pena la decadenza dal feudo
in chi mancasse, vigilavano.
Le arcigne adunate eran pure giovate da sollazzevoli inter-
ruzioni: mercatanti, saltimbanchi, indovini e quanta altra mai
turba dedicata per mestiere a traffici ed a giocosità, conpen-
savano e monarca e signori dell' austerità del loro compito, così
che il campo politico era insieme quello di una fiera.
Parecchi luoghi di Lombardia servivano alle diete, e — se
dobbiam credere al nostro Goldaniga — una tradizione assegna
tra questi la vicina Reghinera, poiché Arrigo III avrebbe pro-
nunciati lodi e costituite leggi in quella campagna, detta da
ciò Regis area, onde le venne il nome.
Ma anche la tradizione riferita dal buon frate cade come ogni
altro sforzo di aligeri etimologisti ; poiché Arrigo III venne in
Italia nel 1056, e noi vedemmo già che Eriberto, cancelliere di
Ottone III, nominava Reginaria la terra in questione, nell'atto
a favore del conte Roggiero (997).
Siti precipui di diete furono pure, in Lombardia, Pratolungo
sul Pavese ed i prati di Roncaglia. Qui Carlo il grosso, nella
sua costituzione (884) prescrive : « Chiunque.... gli sarà coman-
data la spedizione alla corte dei franchi, cioè a quel campo che
volgarmente chiamasi Roncaglia, non accompagnerà il suo si-
gnore.... sarà privato del feudo senza speranza di recupero ».
NELLA CRONACA E NELLA STORIA 105
In Roncaglia Ottone III tenne dieta che fu tragica (997).
Dice, infatti, l'antico racconto che vi compariva al cospetto
dell'imperatore la vedova di un conte di Modena, certo Amula,
condannato su falsa testimonianza di Maria d' Aragona di Na-
varra, sposa dell'imperatore medesimo. Costei aveva accusato il
cavaliere Amula di seduzione, e all'infelice fu mozzato il capo.
Chiese giustizia in Roncaglia la vedova di lui , attestandone
l'innocenza colla prova del fuoco, ed Ottone la risarcì con tre-
mendo giudizio, poiché fece ardere viva la propria consorte ^.
Corrado II bandi la dieta a Roncaglia, nella quale ebbe prin-
cipio il gius feudale per legge scritta (1026).
Altre diete ebbero luogo in Roncaglia, bandite da Arrigo II
{1047 o 1048); da Arrigo IV, quando l'imperatore fece disdire
l'obbedienza a coloro che 1' avevano promessa al pontefice (1076 o
1077); dallo stesso Arrigo IV, che da Roncaglia m?ndò poi
legati a Roma per sopire le nuove liti col sacerdozio (11 16); e
da Lotario, nella qual dieta egli s' abboccò, con Innocenzo II papa,
tornato di Francia (1132).
Quattro anni dopo si ebbe in Roncaglia una nuova dieta, in
cui si. interloquì sul dissenso del clero lodigiano ; e altre due diete
vi tenne Federico Barbarossa (1154 e 1158), delle quali succes-
sivamente si farà parola.
A questo punto sorge un grave problema, reso ancor più
arduo dalla insistenza concorde dei dott' nell' accettazione senza
beneficio d' inventario di notizie relative alla topografia della
famosa Roncaglia, notizie che le recentissime indagini comprove-
rebbero errate, e che noi, si7ie favore et studio, esporremo.
Il Muratori, e quasi tutti gli storici che vanno per la maggiore,
siano nostrali o stranieri — senza tener calcolo della turba dei
pedissequi compilatori — si trovano d'accordo nel collocare il
luogo delle diete imperiali tra Piacenza e Cremona, dove ap-
punto, sulla destra del Po e la sinistra del Nure, esiste una
Roncaglia, in comune di Mortizza; mentre altri — in numero
esiguo, ma non per questo sprovveduto di buone ragioni — lo
pongono alla sinistra del Po, in comune di Somaglia.
Le cronache piacentine di Giovanni Codagnello ^ e dell'Ano-
nimo non potute studiarsi dai santi padri delle istorie di
io6
CODOGNO E IL SUO TERRITORIO
Piacenza — quali Pier Maria Campi e Cristoforo Poggiali —
cronache scoperte, sulla metà del secolo che muore, nella biblioteca
Imperiale di Parigi la prima e nel museo Britanno di Londra la
seconda, ripetutamente accennano a Roncaglia. Ma il Codagnello
e l'Anonimo — cui i critici moderni ritengono veri luminari
storici de' loro tempi — non diedero un' idea chiara e recisa
della Roncaglia in questione. Li abbiamo diligentemente con-
sultati , e crediamo giovi sottoporre al saggio consiglio di chi
legge tutte le ripetute citazioni di Roncaglia in essi contenute,
e nella loro testualità :
MCXXXVI — , Loterius sectinda vice venit in Ronchalia ef
fecit ibi festum oinnium Sanctorujn et Nativitatem Doiniìii in
Vigheria et cepit sanctum Baxianum et Sunciìium, et Epiphaniani
fecit in Trabacimio (Codagnello).
MCLIII — Rex Federicus \ pruno venit et fecit festum sanctì
Andree in Roncalia et Nativitatis Domini apud Galliatum castrum
Mediolani.... (Codagnello).
.... — Fredericns.... anno ter ciò reg7ii ejusdem, ab incar?iatione
Domini fhesu Christi MCLIIII , indictione II de mense octubris
Lombardiam cum magno exercitu intravit. Interea mediolanenses
cum papiensibus erant in guerra.... Et.... aput Ronchaliam inter
eos pacem teneri precipit.... Deinde venit Roxate et villam ef
castrum succendit. Et Ì7ide recedens transivit Tichiuìn.... et circa
Galliate sua castra fìnxit.... et castella Momi et Trezate dissipavit.
Et inde discedens traìispadavit.... Cepit ossidere Terdona77t (^Anonimo).
MCLXXXX (IV) — .... Eode7n 77iense (maggio) imperator
Enricus venit in Lo7nbardia77i , et prÌ77to Ì7itravit Mediolaman ,
postea ivit Papia7n ; die veneris tertio mensis junii venit Placentiam ;
die martis proxÌ77io exercitus ejus venit Ì7i Ro7icalia , et stetit ibi
cum do77iino Ì77iperatore per unum die ; die vero jovis, nono mensis
junii, predictus exercitus transivit per Place7itia77t , et hospitatus
fuit ille exercitus Ì7itus burgu}7i Pontemirii et deforis illis partibus ;
et tunc predictus do77iinus imperator ivit fa7iua77i (Codagnello).
MCCXV — .... Existentibus tamen placentinis et medio la-
nensibus in predicta expedictione (di Rovescala)^ cremonenses
intraverunt in terra7n nostram, co77tbuseru7it parte77i Sparoarie et
Roncalie, et Albiam atque Casale (Codagnello).
MCCXVI — .... milites et pedites de quatuor portis Medio-
lani castrametati fuerimt ultra Padum in Ro7icalia Altera
scilicet die sabbati transpadaverunt et hospitati fuerunt inter Ti—
donum et Sarmatum (Codagnello).
NELLA CRONACA E NELLA STORIA
107
MCCXLII — .... Deinde rex (Enzo) fecit diruere turres
ecclesiarum de Sparoira, de Ronchalia et Albiano et Reperacto
(Anonimo).
Riservando a più oltre la critica alle citazioni del Codagnello
e dell'Anonimo, accenniamo che, tra gli storiografi e cronografi
piacentini, informò l'opinione del Muratori il Campi, che fu pur se-
guito dal Poggiali, dal Dal Verme, dal Boselli, dal Paveri Fontana,
dal Molossi, dal Rossi, dallo Scarabelli, dal Pallastrelli e da altri.
Anzi , Bernardo Pallastrelli , commentando il Codagnello ,
non sa spiegarsi il « transpadaverimt » del brano riguardante
l'anno 1216, su riportato, e scrive: « Questo passo è bene oscuro.
Ritenuto che il cronista scrivesse in Piacenza, dice giustamente,
rispetto a sè, che i milanesi posero il campo oltre Po, e ciò
confermasi dall' aver essi poco poi passato questo fiume per
recarsi tra Sarmato e Tidone. Ma di tal guisa il luogo di
Roncaglia sarebbe stato sulla sinistra del Po , mentre era ed è
sulla sua destra. Forse Roncaglia è da ritenersi nome generico,
piani disboscati: così nel nostro caso s' intenderebbero i piani
sulla sinistra del Po ».
Dalla quale dichiarazione discorda altra nota dello stesso
autore , nella quale egli si esprime così : « Non è vero che la
Roncaglia delle diete fosse nel territorio pavese o lodigiano ,
ma presso Piacenza, tra la Nure e il Po ». E publica nella stessa
nota una lettera diretta al Poggiali dall' ingegnere piacentino
Andrea Boldrini, incaricato di rilevare i piani del celebre luogo,
lettera che è tutt' altro che significante , perchè non conclude
assolutamente nulla.
Contro quella agguerrita falange, i cui legionari si possono
ben dire valorosi, sta un gruppo di scrittori di cronache lodi-
giane, animati dalla tradizione ; la quale però, troppo spesso fal-
libile, fu causa anche dell' errore massiccio onde si intessono gli
esametri di Jacopo Gabbiano^ (1530- 1580), che confuse Castel-
nuovo alla bocca dell'Adda con Castelnuovo di Roncaglia.
Ma se Polinnia fece deviare il suo cultore, Clio resse la mente
agli studiosi della questione, alimentando nei tempi la nozione
che Roncaglia fosse posta nei luoghi abduani, qualunque si fossero.
io8
CODOGNO E IL SUO TERRITORIO
Così Vittorio Cada-mosto (scorcio del secolo XVI) scrisse:
« Roncaglia è luogo che altre volte era presso l'Adda». E De-
fendente Lodi e Paolo Emilio Zani (prima metà del secolo XVII),
e Giovanni Cortemiglia Pisani (1811-1861) — altrettanto accurato
che modesto — sostennero che il luogo dei Convegni signoriali
sia appunto Castelnuovo di Roncaglia, già sede ospitale di im-
peratori, ora negletto cascinale nelle solitarie bassure digradanti
al Po dall'antico Monte Ilderado. E fèrvidissimo propugnatore
di quest' opinione è Giovanni Agnelli, il quale — non raffreddato
dalla freddezza di coloro per cui disprezzare il passato è cosa
più comoda che studiarlo — publicò una pregievole disserta-
zione che noi ci sforzeremo di riassumere, previo un breve
esame alle citazioni del Codagnello e dell' Anonimo.
Dal primo passo riportato (11 36) vediamo che per una seconda
volta Lotario sarebbe venuto in Roncaglia; il che non ci basta
assolutamente per determinare di quale Roncaglia si trattasse.
Nè maggior luce reca il secondo passo (11 54), nel quale si ac-
cenna alla prima venuta del Barbarossa.
Ben più chiaro è , invece , il significato del terzo passo ri-
portato dal codice anonimo , descrivente la stessa venuta di
Federico (11 54),
E in Roncaglia che questi impone o finge imporre la pace
fra milanesi e pavesi; da Roncaglia va a Rosate, ne arde il
castello ; poi , tornando su suoi passi, varca il Ticino , pone
campo a Galliate, devasta altri luoghi circostanti, e, partendone,
attraversa il Po e assedia Tortona. Ora, chi non vede che il
verbo « transpadavit » indica l' azione del valicare il fiume dalla
sinistra alla destra? e come questo potrebbe supporsi se la Ron-
caglia da cui Federico iniziava la sua partenza fosse stata sulla
destra invece che sulla sponda lombarda del fiume ?
I critici di storia piacentini qualificano di oscuro questo ed
altri passi, come abbiam visto ; e ne hanno ben d' onde, poiché
geograficamente il loro concetto sul viaggio dell'imperatore è in
perfetta contradizione col razionale itinerario ch'egli seguì. Federico
che passa il Po per avviarsi a Tortona segue sua via varcando
il fiume da sinistra a destra, ma non la seguirebbe più, supposto
che egli la cominciasse dalla Roncaglia piacentina; nel qual caso
NELLA CRONACA E NELLA STORIA
109
il cronista avrebbe enunciato il passaggio del Po prima della
presa di Rosate e non prima dell' assedio di Tortona.
Dal quarto brano (1194) potrebbesi, per contrario, trarre la
conseguenza che il Codagnello intendesse per la Roncaglia del
discorso quella piacentina. L'andirivieni dell'imperatore e del
suo esercito, così com' è descritto, fra la città e il borgo di
Pontenure e terre vicine, è indubitabilmente consono alla topo-
grafia di Roncaglia sulla destra sponda del Po.
Questo pure farebbe credere il quinto brano (12 15), riferen-
tesi alla combustione per opera dei cremonesi di Sparavera, di
Roncaglia, di Albiano e di Gasale, o forse Casellas e poi Ca-
selle Laudi, allora sul Piacentino e prossime a quella Roncaglia.
Il Codagnello, da Piacenza, rimette tutto in dubbio (12 16)
esponendo che i milanesi accamparono « oltre il Po, in Ron-
caglia » e il giorno dopo « traspadarono » e furono ospitati
tra il Tidone e Sarmato; onde la immediata illazione che, per
recarsi tra quel torrente e quel borgo passando il Po, essi ve-
nivano da una Roncaglia posta sulla sponda sinistra.
Il re Enzo che nel sesto brano riportato (12 12) fa distruggere
i campanili di Sparavera, di Roncaglia, di Albiano e di Repe-
ratto, sta indizio importante che la Roncaglia qui accennata con
altri luoghi del Piacentino sia sulla riva destra del Po.
Concludendo, sopra i sei luoghi dei citati antichi cronisti di
Piacenza solo tre sarebbero in favore della tesi strenuamente
propugnata dall' egregio bibliotecario lodigiano.
Naturalmente da tutte queste e diverse citazioni di luogo,,
emerge senza dubbio che in quei tempi esistevano due Roncaglie,
entrambe « poco lungi da Piacenza » e collocate sulle due rive
padane opposte.
I cronachisti piacentini hanno — imitandosi gli uni gli altri ^
e rinnovando pedissequamente la indicazione del Campi — rite-
nuta pel luogo storico la propria; hanno fatto del pari i pochi
studiosi lodigiani — meno Alessandro Ciseri che sta coi pia-
centini — per la Roncaglia del nostro agro. Ma non si può
dichiarare che il parere dei primi sia sofìfulto da argomenti
probativi accettabili ad occhi chiusi, nè che le avverse opinioni
dei. secondi siano gratuite asserzioni. La critica storica fino ad
I IO
CODOGNO E IL SUO TERRITORIO
Oggi non scioglie il problema, ed i due campi ancora mettono
in mostra le proprie armi.
Sta bene, pertanto, che nel labirinto delle ipotesi, siano messi
di fronte le disformi interpretazioni locali, la quale convenienza
assume maggior importanza se si pone mente alla serie di ra-
ziocini ponderati degli scrittori lombardi oppugnanti il pensiero
dei transpadani.
Ed eccoci al riassunto della monografia di Giovanni Agnelli.
Adduce il contemporaneo nostro, tra gli altri argomenti anche
i seguenti , che ci sembrano i capisaldi del suo dotto lavoro :
che dal fatto di avere l' imperatore Lotario — dopo la dieta
di Roncaglia e retroceduto dal Pavese — varcato il Po, con-
segue non essere stata Roncaglia quella del Piacentino;
che nessuno degli storici sincroni omette di collocare Ron-
caglia in Lombardia;
che gli storici, situando Roncaglia <i apud Paduin , negano
implicitamente ch'essa sia ultra, tanto più che l'indicazione
« prope Placentiam » pertinente a quest'ultima, non contradice
al valore della prenominata indicazione;
che i medesimi storici del tempo mai non parlano del pas-
saggio del Po per parte degli imperatori, prima di aprire la
dieta roncagliese;
che tale passaggio susseguì sempre alle diete; onde il co-
rollario evidente della postura del convegno in terra lombarda;
che prima del 1158 non esisteva nè meno un simulacro di
ponte sul gran fiume, essendo stato il primo stabile costruitovi
nel II 60; onde l'impossibilità che in un breve giro d'ore un
esercito intero, impedito altresì da tutto un grande corteggio
imperiale, potesse eseguire il transito ed inaugurare la impo-
nente adunata;
che non è verosimile negli imperatori tedeschi la risoluzione
di indire e tenere adunanze del genere sul Piacentino, terra
nemica all' impero e strategicamente sfavorevole pel gran corso
d'acqua alle terga delle milizie condottevi.
La monografia insiste nell' affermare che la situazione di Ron-
caglia lombarda s'accordava esattamente coli' indole tattica della
plaga che vi si riferisce: il corso del Po ed il ramo del Lambro
NELLA CRONACA E NELLA STORIA
III
— staccantesi da presso d'Orio — contenevano lungo la vecchia
via romana posizioni sicure e capaci di energiche offese, co-
mecché le terre di Ronco, Somaglia, Senna, Monte Malo ed
altre parecchie coronavano di forti castella il lembo del piano
al Po, facendone in codesta guisa come un campo trincerato,
propria e vera sede ad una radunata di indole politica e militare.
Ad altre fonti ancora, e non poche, inspira l'Agnelli il suo
convincimento, e tra queste alla citazione del milanese Giulini,
che pose — per verità con eccessiva larghezza — i prati di
Roncaglia fra Piacenza e Lodi.
Pure di ragguardevole credibilità è la testimonianza addotta
dall'Agnelli di Ottone Morena, suo concittadino, al seguito di
Barbarossa e che fu presente alle diete di Roncaglia. Non che il
Morena dica esplicitamente e contro le deduzioni che si fanno dagli
antichi cronisti — come Ottone vescovo di Frisinga, 1' Hildeshein,
Alberico delle Tre Fontane e l' Uspergense — quale precisa-
mente fosse il luogo di Roncaglia rispetto al Po ; ma, narrando
che Federico Barbarossa trovavasi il 29 di novembre (1154) a
S. Vito di Castione e che il 30 successivo era con sue genti a
Roncaglia, dopo che parte di esse avevano nel precedente giorno
espugnato il borgo Piacentino ad oriente di Lodi, lascia com-
prendere che il luogo controverso fosse sul territorio lodigiano.
Nè il Morena s' arresta alla prima dieta di Federico, ma accenna
pure a quella di quattro anni dopo ; al quale proposito narra
che vi comparvero pure Bulgaro, Martino Gosio, Giacomo e
Ugone di Porta Ravegnana, maestri di dritto nel celebre studio
di Bologna, i quali convennero oltre il Po, presso la chiesa di
S. Pietro di Cotrebbia (21 novembre); così che — seguita
l'Agnelli — essendo Cotrebbia sulla destra del fiume, e proprio
rimpetto alla Roncaglia lodigiana, questa e non altra dev'essere
stata quella delle-, diete.
Un altro ausiliare dell'Agnelli è Ottone Radevico, canonico
frisingese, che narra essersi l' imperatore accampato a Roncaglia
« sulla sponda del Po » ; mentre i milanesi, i bresciani, i liguri
ed altri italiani s'erano accampati — allora in attitudine non
nemica — sulla sponda opposta del fiume. In due giorni l' im-
peratore fece costrurre un ponte, e così si resero agevoli le
112
CODOGNO E IL SUO TERRITORIO
comunicazioni fra Cotrebbia e Roncaglia lodigiana , dove era
Federico coi suoi.
Per tal modo — conclude Giovanni Agnelli — « ecco spie-
gato il motivo pel quale i due campi venivano dagli storici
confusi in uno solo, anzi preso l'uno per l'altro ».
Se si chiede quale sia la modesta opinione nostra nel grave
dibattito, rispondiamo d'essere persuasi da molte fra le osser-
vazioni critiche per cui l'imperatore dovesse, e non potesse al-
trimenti, tener campo o corte che in terra di Lodi.
Con ciò non vogliamo escludere che altri fatti attinenti o
pertinenti a contese comunali od imperiali di quei dì e succes-
sivamente abbiano avuto a loro scena la Roncaglia piacentina;
ed anzi tanto più ne siamo convinti dall' esposizione del Coda-
gnello e dell'Anonimo.
Teniamo fermo, però, che per Roncaglia sede delle diete
debba intendersi quella sulla sponda sinistra del Po. Questa è
la conclusione nostra, fatta di coscienzioso studio.
Nè occorre dire che non fummo mossi da vacui sentimenti
di preminenze locali, poiché noi — l'uno lombardo, l'altro emi-
liano — non riteniamo proprio che sia stato massimo onare per
questo o per quel luogo circumpadano 1' esser stato calcato nelle
diete imperiali. Di ben altro i popoli hanno diritto a vantarsi ;
ed oggi, nella patria riunita, codeste gloriole municipali sono
anche scadute di valore, come la « infelice e vii secchia di
legno » della modenese Ghirlandina.
Che, se vogliamo registrare con adamantino lapillo qualche
nobile fatto, riguardiamo . piuttosto alla comparsa del carroccio,
avvenuta primieramente nelle nostre campagne, ministra bensì
di fraterne contese, ma tutta cosa italiana ed espressione impo-
nente della italica dignità.
NELLA CRONACA E NELLA STORIA
NOTE AL CAPO X.
' Da éixtrx o diceta (sala del convito), dove i germani trattavano i publici
negozi, come si legge nella Germania di Caio Cornelio Tacito; o da dies
indictus, giorno fissato, e tale derivazione è avvalorata dall'analogia colla
voce tedesca reichstag (giorno d'impero).
^ Fazio degli liberti, nel Dittamondo, lo ricorda:
Costui della sua sposa maledetta
Provato il vero colla vedovella.
Col fuoco fece giustizia e vendetta.
E il Paterol — Series augustorum et augustarum — conferma il fatto ; strano
fatto, se si cor.sideri che questo Ottone è quello stesso la cui tenerezza
di cuore si manifesta nella pietosa storia di sua figlia Adelasia col soldato
Aleramo, il Fulberto del Falconiere di Pietra Ardena di Leopoldo Marenco.
^ Giovanni Codagnello - Chronicon placentinum.
* Dè rebus in Italia gestis.
^ Bernardo Pallastrelli - Atti della pace di Costanza.
^ Jacopo Gabbiano - Laudiade,
' Giovanni Agnelli - Archivio storico lombardo.
Codogno e il suo territorio, ecc. — /.
CAPO XI.
Federico Barbarossa — Il libero comune — Guerre municipali — La contesa
per Castelnuovo — Lodi distrutta — Federico in Italia — L' asilo
di Pizzighettone e di Gera.
ON vi ha stato moderno cui non abbia nel suo periodo
di formazione riassunto e personificato un uomo
superiore ai comuni.
E generale e costante il fenomeno della leggenda
che si insignorisce delle colossali figure sommarie, sul cui volto
da semideo sbatte la fantasia le sue ali poderose, toccando le
nubi col mito e scuotendo il cuore dei terrestri coli' epico ri-
cordo. La mano di Dio le improvvisa sull'orizzonte eterno del-
l' umanità , per poi fatalmente farle cadere ; ma la luce onde
irradiano, o pura o fosca, o siderea o cruenta, li segue anche
tramontati , con lunghissima striscia. Ond' è che se si dileguano
nel fitto tenebrore delle età quali personaggi che vissero vita
reale, permangono come esseri sopranaturali, sfidatori dei tempi,
contemporanei a tutti gli evi; non più organismi individuali,
ma forma suprema e simbolo perpetuo di tutta una gente, ma
memoria e speranza di una intera nazione.
Legge comune, questa, che — circoscritta, per conto nostro,
alle genti più vicine — da per tutto si affaccia e si dimostra:
CODOGNO E IL SUO TERRITORIO
Carlo Magno, Arpad, il Cid campeador, Marco Kraliewich, Gu-
glielmo Teli, Holger Danske meglio che nomi significano in tutta
la loro pienezza 1' attualità perpetua delle nazioni rispettive.
E così è di Federico BarbarosSa per la Germania.
L' imperatore svevo riempie di sè quasi tutto il secolo XIL
Cadono sul suo capo le maledizioni d' Italia , ma è per lui che
questa, sviluppata dal funebre lenzuolo, si riconosce a Pontida
e trionfa a Legnano.
In quel gran maggio patriottico che fu il 1848, Legnano ri-
sorgeva, e i padri nostri andavano a combattere il redivivo Bar-
barossa, infesto ricordo nella loro bella fede italica, ma archetipo
sommo della potenza e della fede teutonica. Poiché non è vuota
fraseologia da effemeride, bensì è verità che l'impero tedesco
d'oggidì non conosce soluzioni di continuità nella linea di na-
scita, svolgimento e trionfo dipartitasi dall' Hoestaufifen. E poco
nota in Italia la pagina letteraria germanica del 1870: Guglielmo
d' Hohenzollern cavalcava presso il sepolcro di Voltaire
Portando sopra l' elmo il sacro impero ,
Sotto r usbergo la crociata fe' ,
e dall'Elba al Reno, dal Danubio allo Sprea era tutta una mi-
racolosa evocazione della leggenda di Federico.
Pel quale dicono che natura abbia spezzato sue leggi ; egli,
sopravvive per le fortune della patria, ed aspetta, alacre sempre,
nel vivo delle pietre incavate dell' Hyff haiiser. Neil' ora del pe-
ricolo, abbandonerà i suoi burgravi, e, scuotendo il capo dalla
gialla chioma cadente sul manto purpureo e gemmato, e svol-
gendo la bella barba prolissa , spezzerà col suo pugno la tavola
di marmo, per brandire novellamente il ferro a gloria e vittoria
della vecchia Germania.
La costituzione politica d' Italia era figurativamente frammen-
taria : cento signorie diverse padroneggiavano, e tutte, o poco o
molto, soggiacenti a quella del pontefice.
Non è possibile che all'ampia mente dello svevo imperatore
sfuggisse la grande visione dell'avvenire, pel quale l'autorità
imperiale — eh' ei collocava al di sopra dell' umanità tutta —
ii6
CODOGNO E IL SUO TERRITORIO
sarebbe stata posta di contro a quella della chiesa. Non consi-
derati i pretesti che trassero Federico nella patria nostra, chia-
matovi dalle locali discordie e gelosie, è certo che a lui bastò
volgere lo sguardo alle condizioni intrinseche dell' Italia politica
in quella metà prima del secolo XII , per rendersi conto della
sua impresa. Gli italiani di quei di, mal noti a sè stessi, armati
di sdegni , non s' erano ancora conosciuti nell' ora del pianto
e, pur di soddisfare alle loro brame di prepotere, sarebbersi
dati a quel forte che ne avesse disposate e fatte sue le misera-
bili gare. E Federico venne, procedette altero e superbo cam-
minando sui baroni, scompigliò le falangi dei prelati, e tra lui e
la chiesa si delineò, si svolse e si pugnò quello che Giosuè Car-
ducci disse il più grande e il più italiano fra i duelli storici.
Non ancora è scientificamente provata la genesi del comune
italiano. Il genio latino, per l'opera di parecchi fra i suoi più
illustri scrittori, inclinò all'opinione che i comuni italiani se-
gnassero la vittoria dell' elemento barbarico, continuando essi gli
antichi municipi romani ; a lor volta i dotti tedeschi li dissera
propagine della società germanica.
Ben poco lume offrono gli storici antichi intorno a quell' im-
ponente istituto, meraviglioso per quei tempi di torve fiamme e
di freddi bagliori; e però nessuno tra gli agili ingegni moderni
potè al riguardo discernere il certo dall'incerto, riducendo a
solide conclusioni le ipotesi e le prove raccolte.
In tale controversia — che non è nostro compito risolvere —
è lecito osservare che, se pur Roma ne' suoi dì più fulgidi fu
un grande municipio dall'Italia all'Europa gradatamente impo-
stosi, è molto arrischiato il negare che quel concetto e quel fatto
siano sorvissuti alla disgregazione dell'impero, atterrato dalle
irruzioni barbariche.
Ma nel ciclo storico appare prodigiosa la sussistenza del co-
mune nel cuore del regime feudale: basta aver soltanto sfiorata
la cronaca delle giurisdizioni signoriali per convincersi che al
di sotto del castello, nella gran famiglia suddita del borgo, come
un barlume d' autorità amministrativa sopravviveva. Al feudatario
il diritto assoluto di privilegi (perfino dei più turpi), di giustizia,
di pace, di guerra; tutto, insomma, che forma il potere poli—
NELLA CRONACA E NELLA STORIA
117
tico e l'esecutivo. Al borgo la larva dell'appello al signore
contro i suoi decreti , il codice pei peregrini e per gli ospitali ,
fondato sulle consuetudini ed applicato per mandato del console,
coni' era detto il capo della comunità ; al borgo, infine , il rego-
lamento concernente il lodo generico sulle differenze agricole e
commerciali che per opposizione di materiali interessi insorge-
vano tra i borghigiani.
Forse i privilegi che si innestavano sulle antiche consuetudini
romane e che furon rispettati dai greci quand' eran padroni ;
forse i novi elementi recatici dai barbari ed ispirati a fortezza
e ad indipendenza; forse la tolleranza che diede carattere nei
tempi carolingi al governo dei conti reggenti le città; tutto
questo lentamente ma sicuramente infiochiva la luce dell' autorità
regia centrale, già così rutilante; e, profittando della sua lonta-
nanza, lasciava che alle diverse fisionomie locali si acconciassero
disposizioni di reggimenti particolari. E, benché da un capo
air altro della penisola, e malgrado le contrarietà d' ordine etno-
logico e geologico, primo bisogno fosse per tutti la parziale
conquista della libertà delle persone e delle cose proprie, così
si delineò — prima in concetto, poi in fatto — una consuetu-
dine di quasi indipendenza amministrativa, di fronte alla quale
poco per volta dovettero capitolare le antiche supremazie del
feudo e della chiesa.
Rapido nelle città, tardo nelle campagne, sorse e si sviluppò
l'accennato movimento, che da principio non dava ombra a
nessuno ; che poi si invigorì di immunità concessegli da signori,
da vescovi e dallo stesso imperatore; fino a quando il comune,
sentita la propria consistenza, ruppe le more: di genuflesso
balzò in piedi, ed, elevando anche il proprio fra gli stendardi
del papato , dell' impero e delle baronie , vivo finalmente di vita
propria, fece comprendere ai diversi padroni che da allora bi-
sognava pure che anche con esso si facessero i conti.
In Lombardia specialmente — quasi sempre sulla sfera gius-
dicente della diocesi — si venne plasmando il comune e lo stato
singolo. Condizione normale si affermò la lotta da mura a mura,
tanto più fiera quanto prossimiore, e quasi sempre futili i pretesti di
\ 'essa. Nè altrimenti poteva essere : lo stesso istinto di conservazione
ii8
CODOGNO E IL SUO TERRITORIO
poneva in armi i comuni gli uni contro gli altri ; essi facevano e
sfacevano alleanze, si combattevano con soldati propri, chiama-
vano a loro stipendio schiere forestiere; e così la loro figura
amministrativa si tramutava in politica, ed ogni città col territo-
rio dipendente assumeva l' aspetto e la realtà di una piccola
republica.
Erano picciole gare o non compromesse o non risolute dai
consoli di giustizia; un motto frizzante, una vanitosa ostenta-
zione , una sagra turbata bastavano perchè le ire divampassero :
si cominciava coi nomi di scherno ; le debolezze o le sciagure
delle genti e degli individui venivan riassunte in sarcastiche apo-
strofi , perdurate attraverso i secoli o come allegorie di sprezzo
o come cognomi risultanti ; giorno per giorno inferocivano gli odi.
Solo giudice il campo : all' appello del comune eran tutti soldati,
al rintocco della campana municipale si sguainavan le spade, si
combatteva, si vinceva quando non si moriva, per posare bre-
vemente sui cruenti allori ed alla prima opportunità ricomin-
ciare. L' idea nazionale non esisteva ; quanti venivan parteggiando
di un solo idioma e dello stesso lignaggio eran nemici a morte,
e tutto riassume la splendida ipotiposi della patria, escita più
dal cuore che dalla fantasia di Dante :
Ed ora in te non stanno senza guerra
Li vivi tuoi, e l'un l'altro si rode
Di quei che un muro ed una fossa serra.
Cerca, misera, intorno dalle prode
Le tue marine, e poi ti guarda in seno
Se alcuna parte in te di pace gode.
La storia politica d' Italia al cospetto di Federico Barbarossa
e del libero comune è tutta o quasi legata agli avvenimenti di
Lombardia ; ma la scena è troppo vasta per gli occhi nostri, poi-
ché gli incidenti, o preparati o improvvisi, nascono di continuo
gli uni dagli altri, ed il loro intreccio si rinnova ad ogni istante,
ed il loro scioglimento si allontana quando si crede di pervenirvi.
E, dunque, necessario circoscriverci alle vicende terriere, che
pure furono parte precipua ed integrale delle nazionali; ed ac-
cenniamo primieramente alla turbolenta contesa tra Cremona e
Piacenza per Castelnuovo presso l'Adda.
NELLA CRONACA E NELLA STORIA
119
Una bolla d' Innocenzo II papa confermava i possessi del
chiostro benedettino dei SS. Sisto e Fabiano in Piacenza, anno-
verando fra quei beni le chiese di S. Michele e di S. Bartolomeo
in Castelnuovo (14 luglio 1132). Non risultano interamente dai
cronisti le successive vicende nell' occupazione di questo luogo ;
ma è noto che , fervendo la guerra fra parmigiani e piacentini ,
questi, per distogliere i cremonesi alleati ai loro nemici, su-
scitarono i milanesi a danno di Cremona', e s'avviarono allo
'toop-Zifiiii'
Avanzo della rocca di Castelnuovo
assedio del castello di Tabiano. Loro male ne incolse, poiché
vi furono sconfitti (11 giugno 1149). Continuarono a guerreg-
giare con varia fortuna contro Parma, e l'anno dopo ebbero la
rivincita al castello di Tabiano, che spianarono dalle fondamenta.
Ma, stando in loro vantaggio contro Cremona ed in vista di
Castelnuovo i loro alleati di Milano, questi venivano assaliti dai
cremonesi, nè giungendo tempestivamente i piacentini in loro
ausilio, l'oste milanese fu orrendamente macellata, e lasciò sul
campo, oltre mille cinquecento ^cavalieri, anche il carroccio, ri-
parando frettolosamente nel castellaro del luogo, che i cremonesi
non osarono investire (5 luglio 1150).
I20
CODOGNO E IL SUO TERRITORIO.
Poco dopo riescirono i piacentini a staccare Cremona da Parma;
e diremmo anzi tosto, se dovessimo credere alle asserzioni di
alcuni storici, mentre altri assegnano la conciliazione tra le due
città ad anni successivi; e patto di essa fu che i cremonesi pa-
gassero certa somma di denaro ai piacentini , loro restituissero
i prigionieri di guerra, mentre i piacentini avrebbero a Cremona
consegnato Castelnuovo.
Non è da credere che questa transazione troncasse ogni dis-
senso possessorio sulla terra contesa, poiché si addiviene fra
Beraldo, abate benedettino di S. Sisto, e Lanfranco Cassino,
vescovo di Lodi, ad un componimento sull'esercizio del diritto
di patronato spettante al monastero sistino sulla chiesa di S. Mi-
chele in Castelnuovo; e si determina che l'abate ne elegga il
paroco, che però l' esame e la istituzione ne appartengano al
vescovo, e che, mentre all'ordinario si abbiano a riferire tutte
le cose spirituali, le temporali riconoscano la esclusiva giurisdi-
zione del monaco piacentino (1155), a cui nessuno certo ne-
gherà la patente di uomo positivo.
Nè va taciuto il passo di Pier Maria Campi, il quale narra
che Federico Barbarossa, in un diploma da Modena confermava
al convento di S. Sisto tutti i suoi beni e possessi, compreso
Castelnuovo colla chiesa di S. Michele (1x56)^
Come Lodi — vittima delle discordie cittadine e della pre-
potenza de' più forti vicini — fosse la prima volta distrutta ad
opera dei milanesi collegati ai nobili fuorusciti lodigiani (i 1 11),
non è nessuno che ignori ; così come è conosciuta la miseranda
esistenza condotta lungo la prima metà del secolo XII da quei
diserti di patria, ai quali il profeta di Sionne avrebbe potuto,
come allo infelice Israele, indirizzare il suo pietoso lamento.
Ma i lodigiani riposero nell'imperatore la speranza, ultima
dea: a lui, condottosi in Costanza per tenervi dieta (1153),
genuflessero, la fune al collo e la croce in mano, due mercanti
lodigiani del distrutto borgo Piacentino — e per questo forse
non scevri di personali interessi — manifestandogli la loro
grande miseria e lo stato di servaggio in cui Lodi era tenuta
dalla oltracotante Milano. Federico — sotto V acuto stimolo di
ripristinare fra noi l'autorità imperiale, che il prosperar dei
NELLA CRONACA E NELLA STORIA
121
comuni aveva infiacchito — accolse di buon grado la supplica,
e, preceduto da un monito minaccioso pei milanesi (rimasto
inefficace), scese in Italia ben agguerrito, valicò l'Adda, per-
nottò nel convento di S. Vito presso Camairago, e convocò la
sua prima dieta a Roncaglia (1154), tosto riunendo sopra di
sè tutte le simpatie dei lodigiani, risorgenti da morte a vita nel
veder poi il sire tedesco ardere città amiche ai milanesi.
Tornato in Germania l'imperatore, Milano aggravò ancor più
ferreamente la mano su Lodi. Osteggiati soltanto, ed a riprese,
dai cremonesi, che avevano smantellate le rocche di Somaglia,
Maleo, Cavacurta e Corno (1157), i milanesi, accorsi tosto, le
restaurarono, curando specialmente quelle di Maleo e di Cava-
curta, antf^murali di Pizzighettone, baluardo formidabile eretto
dalla potenza cremonese nel 1133.
I lodigiani, per quanto forzatamente remissivi, non poterono
acconciarsi alle crudeli esigenze che loro venivano imposte, e si
videro novellamente distrutto il nucleo di case che ricordava
l'antica loro città, e nel quale lo spirito municipale della Lodi
pompeiana si era raccolto (1158).
Sul tramonto d' un giorno d' aprile l' esodo di quegli infelici
si compì fra gemiti e pianti; per la disertata campagna gli
esuli s'avviarono al luogo di sicurezza, e dopo faticoso cammino,
desolato ancor più da notturna intemperie, pervennero a Pizzi-
ghettone. Tutte le traversie che sogliono accompagnare le di-
rotte guerresche non mancarono alle turbe fuggiasche, ancor
più atterrite per l' inseguimento dei baldanzosi nemici ; i quali ,
tenendo lor dietro, aggiunsero persecuzioni ad eccidi, e caddero
così per loro mano le rocche di Monticelli presso Bertonico, di
Castione, di San Vito, di Camairago, sostando i milanesi solo
sulle coste di Cavacurta.
Qui — se la verità non è velata dall'amor proprio di un
cronista lodigiano coevo ^ e di qualche altro cremonese ' — i
profughi avrebbero, col coraggio della disperazione, tentato di
rifar testa , slanciandosi con alcuni cavalieri cremonesi , ma in
breve stuolo e ad insegne spiegate, contro quelli che si eran
giurati ministri della lor morte. I milanesi non accettarono la
zuffa e si ritirarono a Castione.
122
CODOGNO E IL SUO TERRITORIO
Se Pizzighettone salvava quel popolo d'esuli dall'eccidio per
mano degli uomini, non potè però sottrarli al flagello della epi-
demia e della morte.
L' essere accumulati in abituri ristretti , la deficienza del cibo,
la stagione oltremodo calda, e non pochi altri stenti accrebbero
la mortalità in quegli ospiti sventurati. Non fu più possibile
sotterrare tutti i cadaveri della giornata ; e, facendo difetto presso
la chiesa lo spazio per le inumazioni, le salme furon seppellite
sulla destra dell'Adda, a S. Pietro in Pirolo. Lo spettacolo
doloroso indusse molti dei nuovi venuti a sfollare da Pizzighet-
tone ed a recarsi a Cremona, dove parecchi infermarono ed
esciron di vita.
Secondo il Goldaniga — come pur riporta il Palazzina, forse
troppo sensibile agli strappi della cetra di Jacopo Gabbiano —
« una turba, passata l' Adda si stanziò poco lungi dalla riva del
patrio fiume e fabbricò San Passano ». Ma questa notizia di-
scorda dalla nota di Ludovico Gavitello che quel castello del
Cremonese era già stato diroccato dalle milizie di Lotario im-
peratore (il 33).
123
NOTE AL CAPO XI.
^ Secondo il Cortemiglia Pisani questo diploma sarebbe invece del 1155.
Ottone Morena - Storia laudense.
^ Antonio Campo - Cremona fedelissima città e nobilissima colonia dei
Romani.
■* Ludovico Cavitello - Annales quibus res nbiq. gestas memorabiles a
Patrics sucs origine iLsq. ad annum salutis 1583.
CAPO XII.
La corte imperiale nel Lodigiano — I Morena — Fatti d'arme — Il ve-
scovo Merlino — Le liberalità imperiali — Le ricchezze della mensa
vescovile — Le cause giudiziali pel feudo di Codogno.
IDISCESO Federico in Italia per la valle dell'Adige,
perviene sul Milanese, e si accinge a farla finita coi
comuni italiani, che — ormai divenuti altrettante
republiche, e aiutati sottomano da papa Adriano IV —
della imperiale autorità più non vogliono sapere (1158).
Il signore tedesco ■ — pure avendo per precipuo intendimento
la depressione politica di Milano, come quella che per la sua
potenza lo tiene maggiormente in soggezione al di qua delle
Alpi — dirige le sue prime ostilità contro Brescia, ripassa l'Adda,
riedifica Lodi sul colle Eghezzone, e Como ; poi guida le milizie
di circa venti città italiane, di buono o di mal animo, ai danni
della metropoli lombarda.
E questa cade; e fra le sue rovine, cosparse del simbolico sale,
passa l'aratro (1162); e intanto, a spese della città caduta, nuo-
vamente e fortemente si ricostituisce Lodi risorta.
Federico sovrabbonda in liberalità verso i suoi fedeli : deli-
neando la postura della Lodi nuova (3 agosto 1158), dispensa
terre e dritti ai signori del luogo, inscrivendo così per essi,
CODOGNO E IL SUO TERRITORIO
come per la loro patria rifatta , perspicui privilegi : restituisce
ad Alberico Merlino le regalie e le ragioni già dallo stesso ve-
scovo cedutegli in benemerenza dei prestati soccorsi ; ed i signori
del Lodigiano avvince al proprio carro coi legami indistrutti^
bili dell'interesse.
Cosi appare il territorio nostro fatto scacchiere al gioco d' armi
tenuto da Federico e dalle città a lui devote , contro Milano ,
giovata da Piacenza, da Brescia, da Crema, da Tortona. Sono
assalti di castella e di casali, combattimenti in rasa campagna,
valichi contrastati di fiumi, tutta una serie di azioni strategiche,
cui si può dire offrono teatro e nome quasi tutti i luoghi delle
nostre terre. A noi, come ad altri, produsse da prima non poca
meraviglia i' fatto di un vero ed assoluto dislocamento dello
impero tedesco dalle proprie fini nel cuore dell'agro lodigiano ;
dove coir imperatore e coli' esercito suo s'eran trasferiti baroni
imperiali, prelati, giurisperiti, storici, cronachisti ; dove i duchi
svevi, bavari, austriaci davan di gomito agli ereditari di Boemia
ed ai palatini del Reno ; dove, in fine, la corte intellettuale del-
l'Enobarbo riuniva in un fascio l'alto clero nemico a Roma,
nelle persone eminenti dell' arcivescovo coloniense — il noto
Rainaldo, riedificatore della rocca di Monte Malo (1163) — del
magontino Cristiano — che, giocondo e corruscante, si traeva seco
un harem di belle donne e sfracellava elmi e crani ai nemici —
del treviriense, e del magdeburghese.
Ma ci trasse dai dubbi e dalle incerte induzioni il rilievo
scultorio di quel momento; poiché Milano, altrettanto nemica
dello svevo quanto opprimente e feroce delle vicine e minori
città, seguendo suo naturai costume, raccoglieva tempesta d'odt
dopo seminato il fiero vento delle violenze; e siccome Federico
doveva pur giustificare con parvenza di giure il suo pronto in-
tervento in Lombardia, così meglio che a Cremona, che a Pavia,
che a Como fece capo a Lodi. E Lodi, a lui come a vindice
datasi, ne diventò la principal sede in Italia; e quel sovrano e
questa città, inservendo alla causa di distinti interessi, dovettero
fatalmente convenire quale unico braccio della medesima leva:
schiacciare Milano era l'intento comune. E qui, n^lla efflore-
scenza del più autentico imperialismo. Federico agiva come in
126
CODOGNO E IL SUO TERRITORIO
terra propria, sicuro da colpi di mano ostili e libero delle
mosse. Non ci manca — lo ripetiamo e ce ne compiacciamo —
la leggenda di quei giorni e di quegli uomini che crearono le
glorie della lega lombarda; ma sarebbe ingiustizia negare che
fu per reazione contro le feroci prepotenze dei milanesi che lo-
digiani e pavesi, cremonesi e comaschi alla spietata servitù di
efferati fratelli, preferissero quella di stranieri che si dimostra-
rono loro efficaci liberatori.
Nella lunga serie di dolori e di vendette che inchiudono i
titoli di vincitore e di vinto , e parlando con rapida selezione
dei vari fatti d'arme nel territorio nostro in quei dì, è merito
notare che abbiamo a guida e a lume il cronista Ottone Morena,
la cui credibilità è crismata dagli storici maggiori.
Ottone, patrizio dell'antica Lodi, ha l'insuperabile valore di
scrittore sincrono ; mentre sta a suo carico l'appunto di parzia-
lità, non mai sconfessata ma giustificabile, a prò dell'impero.
Egli fu giudice e messo di Lotario III (1141), messo e notaro
di Corrado II (1147), ed il suo nome e quello del fìgliuol suo
Acerbo si rinvengono a piè d' una convenzione stipulata tra Fede-
rico I ed un vescovo di Padova. Quando il Barbarossa ridonò a
Lodi la vita, il Morena non frenò più l'entusiasmo per lui, e fu
nelle sue note sovente nemico alla carità non meno che alla verità.
Più sereno di giudizio fu Acerbo suo figlio, che continuò il
racconto paterno troncato al tempo del secondo assedio di
Milano (1161).
Il Barbarossa, seguito da milizie di Cremona, di Pavia — che
avevagli recato parte del suo naviglio — e di Lodi, con suoi
uomini e stromenti guerreschi, si condusse alla riva del Po,
mirando alla distruzione del ponte in barche gittatovi dai pia-
centini. Da prima costoro difesero strenuamente l'opera propria ;
ma, vedute in azione le due petriere lodigiane, la demolirono,
adducendone le barche a sicurezza sulla sponda destra. Le pe-
triere non rimasero inerti e uccisero due piacentini. Non risulta,
per altro, che così il combattimento finisse, poiché lo stesso
Morena (pure oscillando nel determinarne la data fra il 18 agosto
o il successivo novembre 11 60) scrive che al Mezzano detto
NELLA CRONACA E NELLA STORIA
127
Isola, ed ora — secondo il Cortemiglia Pisani — Mezzano Pas-
sone, lodigiani e piacentini si azzuffarono, ed uno di questi
venne morto.
Dopo il conciliabolo dell'antipapa Vittore, tenuto in Lodi in
onore della politica imperiale (18 giugno). Federico batte la
campagna; e, assediata la rocca del Corno, tenuta e difesa dai
milanesi e dagli abitanti, la prende d' assalto, ed ai cento pri-
gionieri fattivi, tronca le mani, e brucia e annienta la rocca
{25 giugno). Il « religiosissimo, prudentissimo, santissimo di
pietà e dolcezza senza pari » quale proclama l' imperatore il
Morena, il « prode, magnanimo, affabile » quale lo dice Sicardo
vescovo c cronista di Cremona, non giustificava certamente le
enfatiche apoteosi degli amici suoi, in questo avvenimento, che
per importanza di gesta e per numero di vittime supera di gran
lunga i congeneri.
Al volgere di Federico verso Milano, i piacentini sorprendono
in Roncaglia nostra i lodigiani, e ne conducono prigionieri quat-
tordici nobili soldati (7 agosto); e questo per la nostra enun-
ciazione sommaria è 1' ultimo avvenimento guerresco di carattere
esclusivamente locale registrato nelle cronache di quei tempi.
Dalle quali abbiamo altresì a riportare non meno interessanti
fatti che conseguono dalle vicende raggruppate intorno alla gi-
gantesca figura di Federico.
Costui indeboliva i nemici , accampandone l' un contro l' altro
i comuni, e insieme rafforzava sè stesso, aumentando di forza e
di potenza i propri ' amici e sostenitori italiani. Primo fra questi
il vescovo di Lodi. Così vollero i tempi e gli eventi; ma più
ancora ebbe influenza sul fatto la persona dell' antistite lodigiano
prò tempore, Alberico Merlino, che subito tenne parte per 1' im-
peratore, rimunerato di amplissimi privilegi alla mensa vescovile
ed alla città (3 dicembre 1158).
Domesticamente usava il vescovo con Federico, ne era il con-
sigliere e spesso il consultore forense. Contro i milanesi il Mer-
lino adoperò l'autorità propria, stando strettamente avvinto
all' imperatore e in politica e in religione, fino a rendere omaggio
a Vittore IV ed a Pasquale III antipapi; fino a sedere nel con-
^ ciliabolo di Lodi, poi solennemente condannato da Alessandro III.
128
CODOGNO E IL SUO TERRITORIO
Federico tornava in Germania seguito da signori e prelati,
fra cui il Merlino; ed allora Caldino della Sala, metropolita
milanese, invitava per mezzo di suoi legati il clero laudense ad
abbandonare le parti dell'antipapa e del vescovo Alberico Mer-
lino. Lunga ed aspra fu la contesa, comecché i preti lodigiani
affermassero non poter disconoscere un vescovo legittimamente
eletto; e ci volle del bello e del buono perchè, vedendo tutte
le città di Lombardia confederarsi ad Alessandro, smettessero
ogni resistenza e si dichiarassero pronti ad abbandonare lo scisma.
Alberico, dichiarato deposto di sede, si spense in Carrara,
assediato dalle genti di papa Alessandro ; ed a lui successe
Alberto Quadrelli (1168).
Ricchissima, dunque, si era fatta la mensa dei vescovi di Lodi :
essi, per antiche concessioni imperiali già da noi toccate, dis-
ponevano delle proprietà dell'acque nell'Adda, nel Lambro e
nei rivi minori della diocesi; davano in affitto il diritto di pe-
scagione, quello di pedaggio e l' estrazione dell' oro ; industria
questa apparentemente modesta, ma in effetto assai rimuneratrice,
come lo prova un documento col quale Bertolotto Achiley af-
fittava ad una società appaltatrice forestiera la pesca dell' oro
nella parte abduana di pertinenza episcopale, riservato a Berto-
lotto ogni diritto d'acquisto sul prezioso minerale (maggio 117 2).
I conti di Monte Cucco, presso Somaglia, costrussero una
ceppata con battifredo sul Lambro, per allargare a lor piacimento
il territorio circostante, a danno dei cremonesi guerreggianti contro
i piacentini. Il perchè vertì lite fra il vescovo ed i conti , lite che
durò molti anni ; e nelle testimoniali , raccolte all' uopo nel duomo
di Piacenza, esiste pure quella di alcuni codognesi, i quali
confermarono il pacifico possesso dei vescovi, sconfessando qual-
siasi pretesa altrui al riguardo. Erano questi Pietro Traburcio,
Pietro da Guerinzo, Gianone Gislando, Adamo, e Ribaldo de Zuso.
Da Pavia Federico conferma al suo « fedele e diletto principe
Alberico » vescovo, ed ai suoi successori tutti gli antichi della
chiesa laudense in città e in diocesi, aggiuntivi molti altri sulle
corti, castella, ville, acque, strade e attinenze di Galgagnano,
Arcagna, Gamora, San Martino in Strada, Livraga, Sommariva,
Cavenago con lago della corte, di Castione e della parte di Se-
NELLA CRONACA E NELLA STORIA
129
nadogo acquistata dal vescovo da Ascherio da Cuzigo , di Co-
dogno, di Ronco, e dei dritti sull'acqua del Lambro pertinente
alla corte di Ronco d' ambe le sponde, e su quella del lago Barili
tra Fombio, San Fiorano e Santo Stefano (24 settembre (1164).
Lanfranco dei Tresseni , feudatario di Orio, era pur stato in-
vestito del feudo di Codogno ; ma, negandone al vescovo la sua
famiglia partem honoris, essa ebbe contraria sentenza (3 set-
tembre 1178).
E dopo quella dei Tresseni più viva divampò la contesa fra
i Pusterla e i Vaierani, seniori di Codogno, da una parte, ed il
vescovo dall'altra. Ostinatamente i primi negavano al secondo
il fodro di questa terra, comandando ai loro gastaldi « di oppor
resistenza per non dare ova e polli, nè prestarsi al fodro e all'al-
bergarla ». Alberico mandò sue genti ad esigere colla forza il
suo dritto ; vi furon nella lotta feriti e prigionieri ; poi , posta
lite giudiziaria, fu definita da Ottone Dulciano, Bernardo de
Gavazzo e Bregondio Pocalodio, delegati dal potestà lodigiano
Arderico de Sala. Luminosa fu la prova testimoniale indotta
da Alberico ; risultò tutta sua la signoria del castello, degli spalti
e della intera corte codognese, poiché a lui pagava castellanza
chiunque ivi avesse fondo o casa; appartenergli il fodro, poiché
e contadini e soldati gli davano il fuocatico, nella misura di
quattro denari imperiali per ogni fuoco ; a lui spettare la facoltà
di porre in luogo il portinaro, il fabbro ferraro, il camparo ed
il porcaro. Egli esibì carte e giurò a mezzo di Albertino avvocato
suo ; deposero parecchi testi, tra i quali un Pietro Bignami e
un Decembrio Mola (29 luglio 11 80); e Petraccio Pusterla con
Anzilerio, Nozone, Bongiovanni e Bertramo Vaierano furono con-
dannati (9 agosto 1181).
Numerosissime furono le investiture, i lodi, le liti, le compere
colle quali i vescovi lodigiani arrotondavano e assicuravano i loro
beni. La loro enumerazione sfila nei codici, e, se volessimo nel
testo riferire i documenti comprovanti le dovizie temporali degli
ecclesiastici, commetteremmo certo e inesattezze e superfluità
ed ommissioni, rendendo insieme più intralciato e tedioso l'ar-
gomento ^
Codogno e il suo territorio, ecc. — /. 9
I30
CODOGNO E IL SUO TERRITORIO
Di pari natura sarebbe anche l' elenco delle altre munifi-
cenze del Barbarossa, a favore dell'alto clero; ma non si può
omettere nel ricordo il dono del Castel di Maleo, con pertinenze
e consueti onori e dritti feudali, al vescovo di Cremona (2 aprile
II 64); di quella Cremona che cospirava colla sua diocesi estesa
a rassodare il piedestallo del fulvo imperatore.
Sconfinata era, dunque, la liberalità di questi, al cui conspetto
c'era posto per tutti, tanto più che le imbandigioni venivan fornite
da ogni lato fuor che dalla imperiale credenza. D'altronde Fe-
derico non recedeva dal fermo divisamento di trasformare il
paese nostro in imperiale; anche se avverso, in alto o in basso,
gli stava lo spirito publico; se, ad esempio, i conti di Monte
Cucco — pur dichiarati negli atti della lite da noi accennata
magni et nobiles homines — deviavano il corso del Lambro
in odio agli alleati di lui; anche se i villici del Corno, lasciata
la vanga, impugnavano l'ascia per pettoreggiare le schiere te-
desche, in difesa degli assediati milanesi.
NELLA CRONACA E NELLA STORIA
NOTA AL CAPO XII. "
^ A complemento delle notizie che, non intendendo noi fare lavoro
d' archivio, trovano limitato posto nel capo XII, non ci sembra superfluo ri-
portare per ordine cronologico dai Codici laudensi di Cesare Vignati e da
altre opere, l' elenco di parecchi fra gli atti possessori della seconda metà
del secolo XII e del nostro agro, specie di quelli che provano quali ingenti
temporalità appartenessero al clero. Essi concorreranno maggiormente a
collocare nel debito lume le notizie degli avvenimenti:
Anselmo, abate di S. Pietro in Ciel d' oro rinuncia al vescovo Lanfranco
di Lodi parte del canneto di Gerola tra Fombio e il Po (giugno 1152).
Lo stesso Lanfranco concede in livello ad Andrea e Bonanno Rigizani
un fondo ed una pezza di vitigni già di proprietà Futigata, nelle terre di
Codogno (gennaio ii53)-
Certo Capra ed il fìgliuol suo Ambrogio di Codogno promettono al ve-
scovo Lanfranco ed ai suoi successori il tributo del fodro, dell'albergarla
^ del distretto (15 novembre 1156).
Parecchi luoghi, tra i quali Roncarolo, presso la bocca dell'Adda, al
Mezzano, sono dati in investitura dal vescovo, a titolo di feudo onorifico
a Corrado e Pietro Omodei (1162).
Rafio Morena, potestà lodigiano, ed altri in suo concorso giudicano nella
causa vertente tra il vescovo Alberico ed alcuni uomini di Cuzigo (Ca-
stione) dover costoro pagare alla mensa un annuo tributo per la castel-
lanza (28 marzo 1165).
Le decime della corte e del territorio di Castelnuovo Bocca d' Adda son
date in investitura al cremonese Giovanni Salvatico (1166).
Il vescovo Alberico si conviene coi fratelli Conte e Giovanni Futigata
del fu Gariardo per alcuni beni in Codogno (24 ottobre 11 66). In questa
convenzione rogata nel castello di Castione , vengono ricordati parecchi
nomi di proprietari codognesi, tra i quali i Pusterla, i Valirano, i Tresseno,
i Goldenigo, i Mola, ^li Spazzamensa, i Malfassati, i Maltraversi.
Da una dichiarazione di Cesto de Merlino al vescovo Alberico risulta
che i Merlino stessi erano investiti di terre e di onori anche in Castione,
Mn Codogno e in San Fiorano (18 dicembre 1167). In seguito pare che gli
132
CODOGNO E IL SUO TERRITORIO
investiti non tenessero i patti, poiché vi fu causa giudiziale, ed occorse
giuramento di testi nelle mani del vescovo, comprovanti i diritti di lui (1174).
Alberico vescovo concede all' abate Stefano del monastero cremonese di
S. Sigismondo la decima della corte e del luogo di Larderà. Questa con-
cessione fu rogata a Maleo , ma manca di data. Altre concessioni vengono
fatte successivamente allo stesso abate dal vescovo di Lodi, della chiesa
di S. Margherita in Larderà, verso alcune retribuzioni annue e colla in-
giunzione di pagare un pranzo a lui ed ai suoi successori, con quattordici
persone di corteggio (22 ottobre 1181).
Alberto vescovo concede in affitto perpetuo a Lantelmo un prato ad
Orio, circondato da altre proprietà vescovili (aprile 1171).
Guiscardo di Cuzigo acquista da Carentano Brina e figli Ottone e Rivello
alcuni predi in Casal Lupano (aprile 1172).
Alberto vescovo incarica Anrico di Meleti e Gerardo del Corno di
esigere le decime nelle corti di Meleti e di Larderà (9 giugno 11 74).
Alberto e Obizone Notta, fratelli milanesi, già infeudati dai seniori di
Melegnano di alcune terre poste ad Orio, dette Montoruzo, le rinunciano
a favore della mensa vescovile (26 febbraio 1175).
Una carta di questi tempi fa un elenco dei pingui redditi posseduti in
Cereta presso Orio dal vescovato.
Alberico vescovo concede venti pertiche di terra di Castione in livello
perpetuo a Lanfranco Litigardo (agosto 11 75).
Da una sentenza consolare di Lodi, in una causa tra Guiscardo e Gam-
baro di Cuzigo, per diritto di passaggio, risulta che Guiscardo aveva in
feudo un prato e un bosco presso Castione, di proprietà del vescovo
(21 aprile 11 76).
Enrico del fu Alberto di Meleti promette di restituire al vescovo Albe-
rico il feudo posseduto in Castione d'Adda (27 gennaio 1179).
Lo stesso vescovo compera da Petraccio e da Arnaldo da Cuzigo i loro
diritti in territorio di Castione e di Senadogo (già in parte di possesso
vescovile per la accennata promessa di Enrico di Meleti) , eccezione fatta
della terra che era nel castello di Senadogo , in cui tenevano torrioni di
abitazione i venditori (5 giugno 1179). I Cuzigo furono poi spogliati di
questi beni per aver parteggiato a favore di Federico IL
■ Alberico vescovo investe per livello perpetuo maschile Guastavino, Bo-
cardo. Ottone, Bernardo e loro eredi di Senna, del diritto di decima in
un luogo presso Maleo, detto Tighetha (1179).
Il vescovo dà in perpetuo livello a Guidotto da Cuzigo la decima dei
ronchi nuovi del bosco della Rotta (21 settembre 11 80).
Il medesimo Alberico acquista alcune terre in Castione dai fratelli Glos-
solano e Pietro del fu Girardo Alifredi o di Montodine, di legge longo-
barda, a ciò consenzienti Pietro di Casale, Giovanni Verro, e Giovanni
Stanga di Meleti, loro padroni (16 ottobre 11 80).
Le decime di Molinello e di Ripa Alta, site fra il Lambrello presso il
Corno fino al Po, son date in affitto perpetuo dal vescovo a Ribaldo abate
di S. Stefano al Corno (12 settembre 1182).
NELLA CRONACA E NELLA STORIA
Lanfranco dei Tresseni cede ad Alberico del Corno vescovo tutte le
ragioni sul quinto dei frutti dei ronchi in terra d'Orio (24 febbraio 11 83).
Il feudo sulla corte di Ronco e sopra un campo verso il Lambrello,
appartenente a Guidotto Malberto, viene da lui rinunciato al vescovo
(2 febbraio 11 84).
Una terra presso Levata in terra d' Orio è dal vescovo data in livello a
Bonetto di Bergamo {21 agosto 1184).
Parecchie terre presso Valera di Castione sono concesse in livello ma-
schile dal vescovo a Garugio de Guasci, a Giovanni Roncacesa, a Giovanni
Clarino, e a Giovanni Orabono tutti di Castione, con quattro atti distinti
(4 marzo 1186).
I fratelli Bertoletto e Alberico Mola dichiarano di pagare al vescovo lo-
digiano una contribuzione per l' investitura di un feudo da loro tenuto dai
Conti in territorio di Castione (23 settembre 1186).
Una concessione di fitto perpetuo vien fatta dal vescovo al codognese
Girardo Milebafe ed eredi maschi, di terra aratoria in Codogno, in contrada
di Metale {14 aprile 1187).
L' abate di S. Vito, Andrea, consenzienti i suoi conversi, fanno una per-
muta di terreni con Rivello e Ottone Brina di Pizzighettone, ricevendone uno
in territorio di San Vito per un altro in curia di SenadQgo (24 giugno T187).
Rustichello da Castione ha ivi in livello perpetuo un prato del vescovo
{27 settembre ii88j.
Prete Bellebono da Codogno ed Ugone Cornesano hanno in affìtto le
ragioni vescovili sulle corti di Ronco e di Codogno (9 dicembre ii88j.
Arderico vescovo è in lite con Monaco di Cuzigo e gli uomini di Ca-
stione cointeressati nella corte di Senadogo contro Molinario e Giacomino
di Comazzo pel ripatico dell'isola di Rammo Rabioso (17 ottobre 1190).
Giovanni Verro, Giovanni Stanga, Caldino Mola ed altri interessati nella
corte di Meleti, hanno in affitto per vent' anni la decima della stessa corte
meno il quarto da devolversi alla pieve (27 ottobre 1190).
Pietro Almerico ha dal vescovo in perpetuo livello maschile una pro-
prietà immobile in Castione (27 febbraio 1191).
Alamanno ha in perpetuo fitto otto pertiche di bosco da ridurre a prato
pure delle proprietà vescovili in Castione (27 marzo 1191).
Nella stessa proprietà è conceduto altro fitto perpetuo ad Arialdo Cat-
taneo (2 aprile 1191).
I coniugi Alberico Malsperone e Garofola, di legge longobarda, vendono
terre in San Vito ed in un luogo vicino detto Curola (28 maggio 1191).
II prete Martino di Castione, consenziente il vescovo, vende terreni del
vicino luogo detto Cecini ad Ardemanno e Bontempo Copalavezi (13 ot-
tobre 1191).
Gli stessi Copalavezi acquistano altro suolo di Castione e di Senadogo
da Arialdo capitano e Adelasa coniugi {18 ottobre 1191).
Pietro da Casale, di legge longobarda, consenzienti il vescovo Arderico
e Paolo abate di S. Pietro in Lodi Vecchio, permuta con Monaco prevosto
X di S. Maria della Cava sette pezze di terra aratoria e prativa nel territorio
134
CODOGNO E IL SUO TERRITORIO
di Meleti; e nello stesso giorno ha pur luogo un'altra permuta di terre
nel medesimo territorio tra Monaco e Sozone e Morlano Verro figli del
fu Giovanni (29 maggio 1192).
Gualtero da Cuzigo aggiunge ai suoi beni alcune terre in Senadogo e
Castione, acquistandole da Bezo e Alberto, padre e figlio Sorego (22 di-
cembre 1192).
Alcuni diritti sui Busnadori sono commutati con altri dello stesso luogo
tra il vescovo e Giovanni della Crota (18 ottobre 1194).
Il vescovo di Lodi concede in perpetuo fitto un bosco in Castione a
certo Michele di quel luogo (17 gennaio 1196).
A nome della rnensa il gastaldo Guidone de Episcopo fitta ad un Pe-
traccio un tratto di terra, un prato e un canneto presso la chiesa di Orio
(30 gennaio 1196).
I fratelli Guglielmo e Ardizino Salvatici e Bartolomeo del fu Ambrogio
di Cremona dal vescovo lodigiano hanno in feudo due terzi delle decime
di Castelnuovo Bocca d'Adda; e nello stesso giorno i fratelH Salvatici
hanno la cessione di altri diritti sulla corte di Castelnuovo dai conti Ugo,
Anzilerio e Alberto (15 febbraio 1196).
II su accennato gastaldo Guidone, alla presenza del vescovo suo signore, af-
fitta un sedime con viti in Montemalo a Pietro Braga del luogo (26 marzo (iigG).
Il vescovo Arderico dà ad Arnoldo Biliano in fitto maschile e feminile
perpetuo un sedime in Codogno (26 novembre 1196).
Lo stesso affitta un prato in Castione ad Ardemanno e Bontempo Aco-
palavesi fratelli (1197).
Tra Giordano Palatino e Gualterio di Cuzigo s' agita una questione giu-
ridica sul coltivo di una terra presso Castione, ed interloquisce Raso
de' Rainoldi, console lodigiano (19 agosto 1197).
Arialdo e Alberto Quaquera, fratelli, e Ghislenzone Guasco vendono
con due atti distinti alcune case e terre in Castione ed in Senadogo ad
Ottone di Cuzigo (30 maggio 1198).
Le terre dette alle Novelle, presso Castione, sono vendute da Corrado
Vistarini ad Arialdo Ferrarlo ed a Giovanni Musello (22 settembre 1198;.
E così continua la filatessa delle memorie chirografe, e di massimo e
di minimo momento, anche pei secoli successivi; le quali tutte però nel
loro complesso potrebbero essere materia di utili induzioni alla dottrina.
Ma, considerato che le proporzioni dell' opera nostra — ora che incalza la
narrazione di ben importanti avvenimenti — ci impongono brevità ed ordine
diligente, ci riserbiamo di citare solo i principali dei documenti successivi,
valendoci pure del metodo razionale delle annotazioni ai singoli capi.
CAPO XIII.
La vita agraria nell'evo medio — Gli ospitali — Senadogo — Le strade
della regione — L' ospitale di S. Pietro in Senna — L' ospitale di
S. Alberto in Castione,
ER gli accennati avvenimenti la nostra regione divenne
tutta, o quasi, una manomorta ecclesiastica. Vedremo
ora quali conseguenze se ne ebbero ; ma prima riassu-
meremo la prospettiva generale del paese nelle sue
condizioni economico-sociali, risalendo nei secoli.
Coi longobardi, da Alboino a Desiderio è tutta una lunga e
faticosa linea di .progresso, la quale nella sua evoluzione ci
conduce alla potenza ed alla civiltà franche, che modificarono
fino alla mutazione quella che poteva chiamarsi società italica.
Ma non è a dimenticare che le fasi ed i cambiamenti radicali
cadevano precipuamente sul suolo ; e così è appunto il regime
agrario che ci ofi"re il mezzo più certo per conoscere dello
stato publico e privato di quei nostri remoti.
Allora nessun concetto di popolo, com'è modernamente inteso,
esisteva. Due grandi classi soltanto formavano il consorzio civile:
i proprietari del fondo ed i lavoratori di esso ; i primi sceverati
fra le due grandi categorie di soldati padroni e del clero signore.
Per aver lume dei publici rapporti fra questi e quelli, è quindi
136
CODOGNO E IL SUO TERRITORIO
mestieri escir dalle mura delle città, e recarci fra i campi, dove,
in piena aria, batteva più schiettamente il cuore sociale ed eco-
nomico di quei dì.
Perdurava, antica consuetudine romana, la grandissima pro-
prietà, vuoi considerata nella sua essenza individuale, vuoi nella
consorziale ; ma in entrambe sovraneggiava il principio fonda-
mentale della lata aggregazione dei fondi, i quali per ciò solo
assumevano una specie di vita autoctona ed un nome particolare.
A formare quelle grandi estensioni possessorie concorsero
gl'immensi gerbidi, gl'incolti boschivi, le paludi bonificate. La
villa urbana era la dimora del signore; quella rustica ne rap-
presentava una dipendenza, poiché serviva di abitazione ai colti-
vatori, mentre fra le casipole e gli stabuli si allargava la cohors,
specificata più tardi negli istromenti sincroni col titolo di curtis\
il quale non fu attribuito soltanto alle terre, ma altresì alle città,
corrispondendo in tal caso al comune.
Unico fondamento di quella economia agraria era il lavoro
dei servi, cui Varrone aveva già chiamati istrumenhim vocale fundi.
Non c'era nulla, pertanto, al di fuori del dono della ragione,
che distinguesse il lavoratore uomo dal lavoratore bruto ; bela-
vano gli agnelli, muggivano i buoi, nitrivano i cavalli, e il
servo della gleba parlava : questa l' unica differenza.
E anche fra noi — come da per tutto — chi faticava nel
campo poteva aspirare ad esser fatto liberto per concessione dei
signori, ma contro questa liberalità vigeva aspra e ferrea la con-
suetudine secolare ed universa di una tirannia a'tutto tetragona,
perfino alla dottrina umana del Cristo, riescita bensì a trionfare
politicamente dell'onnipotenza dei Cesari, ma che, nei rispetti
sociali, aveva dovuto arrestarsi impotente al cospetto della ser-
vitù delle plebi.
Così fu una intiera odissea quella per cui dovettero passare
secolarmente gli uomini o, meglio, le cose vitali ; e così accadeva
certo nella nostra regione, dove nel secolo X ancora — e lo
dice un diploma di Berengario (916) — il re sentiva il bisogno
di proclamare che avrebbe presi sotto la sua protezione speciale
tutte le proprietà della chiesa cremonese, e con esse i servi, le
ancelle, gli aldioni e le aldiane.
NELLA CRONACA E NELLA STORIA
I figli dei servi seguivano la condizione paterna, e conveniva
diventar ecclesiastici o soldati, o che il padrone per disposizione
testamentaria ne proclamasse la libertà, perchè il triste retaggio
della schiavitù si prescrivesse.
Ma anche la popolazione servile, tra gli infiniti strazi e le
supreme angoscie, diminuì. La generazione andò rarefacendosi ,
sia per la prolificazione enormemente scemante (concorrendo al-
tresì cause volontarie e nefande), sia per le incursioni barbariche,
le quali accompagnavano con ferro e con fuoco la loro instau-
razione fra noi; mentre le campagne, di conseguenza neglette
ed abbandonate, tornavano fatalmente al loro pristino stato di
ronchi e di stagni. Mancando da un lato le braccia e crescendo
dall'altro i canoni ed i balzelli^ la rovina agraria fu generale.
Eppure non è a credere — secondo Giuseppe Rovelli ^ — che
la Lombardia fosse ai tempi di sant' Ambrogio fra le regioni
più infelici; il che, per altro, discorda da quanto afferma lo
stesso santo ^ che il paese posto fra Milano e Bologna, pingue
e fertilissimo un dì, fosse fatto spopolato ed incolto.
Dei nostri campi al tempo degli eruli e dei goti non tocca
la cronaca; solo si rammenta la divisione delle terre italiche fra
i barbari, iniziata da Odoacre e finita da Teodorico. Per essa
ogni soldato aveva in assegnazione il terzo della casa e del
predio; ma non avvenne nessun cambiamento nello stato dei
lavoratori ; il quale non variò nè pure per la sommaria confisca
dei fondi fatta successivamente dai passeggieri dominatori venuti
di Grecia.
Al sopravvenire dei longobardi, i pochi vinti superstiti, che
dal Lazio nativo erano saliti all' Italia superiore in condizione
di proprietari, dovettero sgombrare; e fu allora che i duchi dalle
lunghe alabarde, lasciando al re loro la metà dei beni conqui-
stati, stettero padroni e donni nei campi nostri; e noi già diffu-
samente trattammo dei criteri e delle consuetudini che ispirarono
la legislazione agraria di quei torbidi tempi.
Non mutaron gran fatto le condizioni dei villici nè meno sotto
i carolingi, i quali — fiscali oltremodo — inasprirono a massimo
profitto delle chiese e dei chiostri le imposte fondiarie, già gravi
nell'età longobarda, e le prestazioni personali degli agricoltori;
CODOGNO E IL SUO TERRITORIO
più, si sanzionò allora che, dopo trent' anni di coltivazione sopra
un fondo, anche gli obblighi d'un uomo libero potevano di-
ventare perpetui.
Era già copioso in quei tempi l'allevamento dei suini, degli
ovini e dei bovini, servendo già il latte alla caseificazione, alle
cui specie di quadrupedi corrispondevano i servi guardiani, di-
stinti con nomi propri in una peculiare gerarchia rusticale. Era
uso speciale il sostituire ai grani gentili, come il frumento e la
siligine allora usitatissima, i cereali inferiori, indice della fruga-
lità forzata delle popolazioni. In agosto orzo, frumento e segale
dovevano consegnarsi al padrone; in novembre miglio e pa-
nico. Lino, veccia, fave, fagioli, cipolle e rape sono frequente-
mente ricordati nei patti colonici d' allora. Era sconosciuta la
rotazione d' oggidì ; positivo però è il fatto di due raccolte
diverse nello stesso anno ; floridi i prati ; la irrigazione tuttavia
primitiva, ma già costituente diritto attivo nella stipulazione
contrattuale, colla indicazione dei canaletti da tracciarsi, che,
fatta defluire l'onda rigeneratrice fra l'erbe, la convogliasse al
canale di scarico. Solo circa il 1200 si verificò lo splendido
svolgimento delle irrigazioni, che mutò economicamente la faccia
agricola a gran tratto di Lombardia ^.
Della quale è indubbiamente lembo favorito la regione che ci
appartiene. Non siamo offesi dalla rigidità dei turbini alpini ;
non sono frequenti da noi le gragnuole; è normale il periodo
della vegetazione; mal vista se troppo abbondante è la pioggia
d' autunno , e per ciò — come riporta il Vignati * — « la ca-r
restia viene in barca ».
Attraversata da numerosissimi corsi d'acqua — come abbiam
visto nelle prime pagine nostre — questa plaga non produrrebbe
che fistule od erbe di palude iu primavera, e che la canicola
s' affretterebbe a bruciare ; ma siccome posiamo su lento declivio
e nei fervori estivi non ci mancano deflussi dell' Adda e dei rivi
minori, così ha resistito la fecondità delV kumzcs. I vecchi stagni,
regolarmente incanalati, consolano di opulenta frescura i nostri
piani; qui è tutto uno scacchiere di fertili risaie e di molli e
vellutate erbe, falciate perfino sei volte l'anno, oltre la pastura
delle mandre, e contribuenti in modo opimo al prodotto dei
NELLA CRONACA E NELLA STORIA
celebri caseifici. L'industria dei moderni ha cosi corretta l'opera
della natura, imitando la sapienza etrusca; e noi rilevammo per
quali sciagurate cause d' indole varia fu quella benefica opera
parecchie volte nei secoli interrotta; ed accennammo pure ai
lavori di risanamento compiuti nelle paludi d' Orio e di Meleti
dai monaci di S. Pietro in Lodi Vecchio, e da quelli di S. Stefano
nelle bassure padane intorno all'abazia, a Fombio, a Guarda-
miglio ed a San Rocco.
Le condizioni demografiche regionali di cui parliamo ci trag-
gono con rapido accenno agli ospitali. Dei quali si ha ricordo an-
tico fra noi ; e senza dedicarci ad una filosofica monografia dei
primi di essi — che furon detti, con greca voce, senodochi, e
di cui ci è rimasta così copiosa attestazione — poche parole
basteranno a dire quale sia ritenuta dagli eruditi la genesi di
codesti luoghi pietosi.
Gli ospitali, nel significato odierno del vocabolo, non sorsero
in Italia propriamente destinati a quella che oggi è la loro ra-
gione di essere : essi furono nuli' altro che una derivazione. Non
c'è che da consultare sommariamente i documenti che s'aggi-
rano intorno al 1000 per convincersi che i primissimi ricoveri
serbati alle miserie umane altro non furono che case nelle quali
per amor di Dio erano gratuitamente largiti, e per un tempo
determinato , vitto ed alloggio , ai forti gruppi di crociati che
passavano alla conquista di Palestina, ed alle innumeri coorti di
peregrini che per solennità di voti migravano a Roma o essi
pure in Terra Santa. Nè ciò avveniva solo nella patria nostra ;
ma oltre Alpi ed oltre Pirenei gli hotels-Dieu e le posadas por
romeros eran frequentissime. Indi, in proporzione più ristretta,
il sorgere e lo affermarsi di consimili istituti, come dovunque,
e in Lombardia.
Se non che il romeaggio, pure arrecando qualche beneficio,
traeva seco calamità e malattie non mai prima conosciute, ac-
climando fra noi, con altre epidemie, lo speciale flagello della
lebbra, infermità d'origine semitica, che poco per volta dilagò
in Europa, sicché fu mestieri opporle nuovi ripari. Ond'èchela
chiesa, aggiungendo alla terapeutica spirituale — il ricordo delle
cui cerimonie qui ci sembra superfluo — una cura tutta affatto
140
CODOGNO E IL SUO TERRITORIO
corporale, fece sì che l' indole antica e prettamente ospitale dei
luoghi d'asilo per le romerie gradatamente divenisse igienica.
Così, e malgrado l'empirismo della scienza sanitaria di quei
dì, gli adveni, già peregrini, furon surrogati dai malati sotto-
posti a cura collettiva; e là dove dagli arpioni delle pareti
pendevan prima i grandi cappelli a nicchi ed i nodosi bordoni, fe-
cero mostra di sè le capsule degli empiastri e le boccie degli elisiri.
Antichissimo — perchè circa del 1000 — era l'ospitale che fra
San Vito e Castione diede il suo nome al paesello di Senadogo,
dove tenevano loro rocche i conti di Cuzigo ^.
E possibile che l' importanza di questo ospizio fosse in ragion
diretta della sua posizione, poiché era sito presso la strada da
Cremona a Lodi — lunga trentacinque miglia — la cui pol-
vere sarà stata calpestata dalle ferree orme dei soldati di Bar-
barossa, perchè, partendosi essa da Cremona e sulla destra
dell'Adda, toccando — secondo la tavola peutingeriana — Ca-
vacurta, Camairago, Castione, Bertonico, Cavenago, volgendo a
San Martino in Strada e a Sesto presso Lodi, piegava per Mi-
lano, e nel lungo suo tramite rendeva facili non solo le rapide
mosse degli eserciti, ma altresì i rapporti e le comunicazioni
fra le ragguardevoli città della regione.
Questa via conduceva dalle parti più settentrionali d'Italia
all'arteria massima, che faceva capo a Roma, detta Romea; la
quale da Lodi guidava al luogo detto Tribus tabernis presso
Borghetto ; indi a Livraga ; poi alla stazione ad Rotas, fra 1' Ospi-
taletto ed Orio; continuava per Senna, Mirabello e Somaglia;
poi a Fombio; qui assumeva anche il nome di Piacentina; di-
scendeva il fiume; lo varcava a Piacenza, e col nome di Emilia
proseguiva fino a Rimini; d'onde, diventata Flaminia, fino a
Roma ^
Sulla Romea il pietoso uficio ospitaliero era esercitato dal
luogo appunto che ne conserva tuttora il nome: l' Ospedaletto.
Abbiamo veduta la donazione fatta dai conti Palatini di Lodi
ai frati di S. Pietro in Senna, d'imponenti estensioni di terre
(4 aprile 11 44). Da ciò nei secoli successivi la fama e la rie-
NELLA CRONACA E NELLA STORIA
chezza del chiostro gerolamita, che era sede, e tale si mantenne
sino agli ultimi tempi, dell'abate generale di quell'ordine eremitano.
Ma Defendente Lodi vuole che , avanti all' accennata dona-
zione, e quindi prima della seconda distruzione di Lodi, esistesse
il convento di cui è caso , nominato Ospitale di S. Pietro in
Senna, e tenuto da dieci crociferi benedettini, o monaci neri.
Il chiostro diventò in possesso di tempo feudatario della pros-
sima villa dell' Ospitaletto, e così ricco divenne per le nuove do-
nazioni dei conti Palatini, che per istromento rogato in presenza
di Marco Garotta, Nicolino da Potestà e Franzolo Olzello, con-
soli e sindaci comunali dell' Ospitaletto, padre Michele de Grassi,
priore del pio luogo, poneva alla publica iscrizione i possessi
del chiostro, ascendenti ad oltre ventisette mila pertiche (31
ottobre 1337), accresciute sedici anni dopo da altre quattromila
duecento cinquanta per ulteriori donazioni, e dei conti Palatini
(1347) e dell'arcivescovo Giovanni Visconte, che da Pavia viag-
giando per Cremona, dimorò qualche tempo all' Ospitaletto, ed
al convento volle usare liberalità (1153).
Vien terzo fra gli ospitali di quelle date remote l'altro, pure
presso Castione, titolato a sant' Alberto, ad onore ed in memoria
di quell'Alberto Quadrelli, vescovo laudense, che successe ad
Alberico Merlino, e che dopo morte (1173), fu eretto all' onor
degli altari. Del quale fu celebre la carità, tanto che gli si
attribuì dalla leggenda il miracolo della moltiplicazione delle
monete nello scrigno, quando per le continue ed abbondanti
elemosine s'era interamente vuotato.
La prima memoria dell'ospitale di S. Alberto si ha da un
rogito del notaro palatino Bongiorno Conone (21 maggio 1229).
Avendo il cavalier lodigiano Anrico Overgnaga citato il delegato
apostolico e prevosto di S. Michele in Pavia pel pagamento
d'un suo credito, il cavaliere fu dal prelato investito d'ogni
bene mobile ed immobile dell'ospitale di S. Alberto, e n'ebbe
non molto dopo il possesso in persona del nepote Bertramo
Gavazzo.
Non continuò a lungo il proprio misericorde uficio quest'o-
spitale; perocché il Lodi afferma che, soddisfatto 1' Overgnaga,
l'ente fu dichiarato commenda, e poi beneficio semplice, come
142
CODDGNO E IL SUO TERRITORIO
si dimostra dall'atto del tabellione Guglielmo Inzignadro (ot-
tobre 1257) pel quale atto certo canonico, chierico beneficiato della
chiesa di S. Alberto, per conto di questa ne dà in affitto ad
Anselmino Garugio detto Metesano alcuni possessi, posti a Riozo,
presso la Fontana, prefisso a termine di tale affitto l'evento della
pace da stipularsi tra Lodi e Cremona. Alla quale opinione,
però, non si conforma quanto scrive in seguito il medesimo
autore; e che, cioè, i beni dell'ospitale albertino venissero
riuniti a quelli del senedochio di S. Bassiano in Lodi (1337);
d'onde sarebbe ad argomentarsi che non così tanto sollecita-
mente cessò la missione ospitaliera dell' istituto.
Il Lodi soggiungeva che a suoi tempi (prima metà del se-
colo XVII), non esistevano più nè ospitale nè chiesa, ma per
antica costumanza nel caseggiato sorvissuto si commemorava
ogni anno sant'Alberto nel giorno anniversario di sua morte
(4 luglio).
E per iscrupolo di cronaca riassumiamo pure altre notizie
secondo le quali i Biraga, successi agli Overgnaga, essendosi
svincolati con una data somma a mano degli agenti dell'ospitai
Maggiore di Lodi, degli obblighi ch'essi avevano verso quello
di S. Alberto , tutti quei beni caddero liberi nella famiglia dei
Sommariva, e poi dei Cadamosto (1617). Dei quali i fratelli
Mario, Giovanni Battista e Geromino — figli di Tolomeo « poco
saggio » ^ — si ridussero per la loro mala azienda a tali con-
dizioni d' inopia da invocare il proprio sostentamento vitalizio
mediante cessione all' ospitale lodigiano della possessione di
S. Alberto (20 ottobre 1624).
NELLA CRONACA E NELLA STORIA
NOTE AL CAPO XIII.
^ Giuseppe Rovelli - Storia di Como.
^ Sant' Ambrogio - De officis.
^ Giovanni Seregni - La popolazione agricola della Lombardia nella
età barbarica.
* Cesare Vignati - Lllustrazione del Lombardo Veneto.
^ Senadogo è luogo frequentemente nominato nei documenti dell'evo
medio, ed il nome (dal greco ^svoi;- , peregrino) subisce parecchie alterazioni.
La sua corte si estendeva anche oltre Adda, come risulta da un atto pel
quale* i consorti Anselmino e Virida di Cuzigo vendevano alcune terre
alla chiesa di S. Maria e di S. Michele in Castione (25 maggio 11 89).
Lorenzo Monti accenna alla credenza che il castello di Senadogo fosse nel
luogo della cascina Clerici, detta pure Buscaini, a un quarto di miglio da
Castione, la quale venne demolita (1818) per timore dell'inondazione
abduana.
" Appena Lodi risorse sul colle Eghezzone emanò uno statuto perchè
l'antica Romea, che conduceva a Lodi Pompeia, fosse distrutta et mor-
tificata.
' Defendente Lodi - Dissertazione sui monasteri lodigiani.
^ Giovanni Agnelli - Dizionario storico geografico del Lodigiano.
CAPO XIV.
Il feudo ecclesiastico di Codogno — L'industria ed il commercio locali
— La fisionomia politica del Codognese — Le responsabilità del-
l'Olimpo — La maestà della storia e l'umiltà della cronaca.
ODOGNO e buona parte del territorio circostante era,
dunque , feudo dell' ordinario lodigiano , poiché il
vescovo Lanfranco Cassino obbligava i codognesi a
promettergli fedeltà ed obbedienza, ed essi si sotto-
ponevano a qualsiasi gravame di regalia e di dritto, a lui come
a feudatario legalmente spettante. La sommissione parlava, in
fatti, non solo dell'obbedienza in generale, ma — come già
vedemmo — nominativamente del fodro, dell'albergarla e d'altre
soggezioni (1156 o 1157)^
In questa guisa il Codognese era anch' esso una particella di
quella immensa feudalità campagnola, sui ruderi della quale cre-
sceva rigoglioso e si fortificava l' istituto comunale. Ma prima
ancora che i signori, stretti dai nuovi fati umani, abbraccias-
sero spontaneamente lo stato comune e, scendendo dalle loro
formidabili arci, facessero sacramento di fede al giovane istituto,
Codogno si poteva considerare in condizione di privilegio di
fronte agli altri luoghi, se dobbiam credere — come pare in
molti luoghi avvenisse — che i feudi ecclesiastici fossero piìi
CODOGNO E IL SUO TERRITORIO
miti, larghi e remissivi verso i subbietti, di quelli d'indole me-
ramente soldatesca.
Non è facile oggi determinare la vera causa di questa minore
asperità. Lo Scarabelli ^ sostiene che i vescovi feudali , non po-
tendo avere servitori ciechi, tentarono di assicurarseli beneficati,
concedendo Irro a censo o a livello parte dei poderi da essi
fino allora coltivati per conto dei padroni, accordando libero
commercio delle opere e dei frutti raccolti, ed offrendo asilo
nei loro castelli; così che la prosperità publica aumentò, rifio-
rirono i mercati, e la gente minuta, provvista del suo, cominciò
a parlare e a contrattare per conto proprio.
Siamo , quindi , nel vero affermando che il dominio feudale
non fu dopo il 1000 così irritante da noi come altrove, e che
l'agricoltura e il commercio anche allora si svolsero vivamente
in questa modesta ma operosa regione, per quanto lo spettro
crudele della guerra presiedesse di continuo alle sue vicende.
Qui abbondavano e bestiame e grani ; e questi ultimi già nel
secolo XII si misuravano con una unità propria di Codogno.
Infatti, da un contratto di livello col quale Lanfranco vescovo
concede un fondo e una vigna già di Gariardo Futigata, in terra
di Codogno, ad Andrea e Bonanno Rigizani (gennaio 11 5 3), ri-
sultano le autentiche « modia decem scilicet quinqite de siligme et
quinque de niilio ad modium de Cothogno, pillerà sine fraude » ^.
Codogno era, dunque, paese d'assai commercio; i documenti
del secolo XI lo descrivono abbondante e ricco ; dice il Golda-
niga che al concilio indetto a Piacenza da papa Urbano II
— che vi si trovò colla contessa Matilde e con Adelaide, moglie
repudiata d'Arrigo IV — parecchi codognesi furono presenti,
trafficandovi di latticini, di dolciarie e di cotognata (1095).
La coltivazione del lino teneva uno fra i precipui posti ; nè
si affittavan fondi senza prima pattuire la quantità della semente
da indurre nei solchi. La superstizione collaborava allo sviluppo
della tessile pianticella, tanto che costumavasi il dì di san Cri-
stoforo distribuire pepe a larga mano, ritenendo sarebbersi mietuti
tanti rubbi di lino quanti i corimbi di pepe ricevuti in dono.
E r industria linifera di Codogno andò crescendo ed allargan-
' dosi; le tele nostrali erano da per tutto ricercatissime, e sulla
Codogno e il suo territorio, ecc. — / 10
146
CaDOGNO E IL SUO TERRITORIO
fine del secolo XVIII , oltre gli ottanta telai delle circostanti
cascine, ne battevan centottantanove in terra di Codogno
Si è già accennato al caseificio come parte importante della
antica agricoltura nostrana, e cadrebbe in acconcio il toccarne
qui con un po' di larghezza. Ma pensiamo che, trattandosi del-
l'industria capitale che rese celebre il territorio nostro, varrà
meglio dedicarle un breve ma coordinato studio a tempo e
luogo più opportuni.
Noi vedremo più oltre la caseicoltura locale salire a vette mai
più sognate; sé ne interesseranno e duchi e principi e re ed
imperatori ; se ne compiacerà anche Carlo V , così per sua
natura abituato a non compiacersi di nulla; la troverà di suo
gusto perfino Giuseppe II, cui la filosofia sensistica aveva sa-
ziato e stancato di tutto. Sarà, pertanto, nel processo del nostro
lavoro che — giunti alle date famose della apoteosi del cacio,
raffigurata nell'aurea catena, simbolo nello stemma comunale dei
nostri rapporti industriali ed universi — esauriremo la cronaca
di quest'altra espressione delle energie campestri, mostrando
come sopra di essa sia sorta e si mantenga così tanta parte di
ricchezza terriera; espressione che, pur progredendo, tiene stra-
namente fede a' suoi primordi esecutivi, sì che sulle braccia
tatuate dei nostri semplici casari non sanno nè possono prepo-
tere quelle ferree dei congegni odierni, cui esclusivamente muove
la forza bruta.
Si è voluto da taluno affermare che nel secolo XII era « pie-
namente costituito » il comune di Codogno , appoggiando tale
asserto a qualche principio di prova, fra cui i documenti nei
quali « gli uomini {homines) del luogo di Codogno presentano a
Lanfranco, vescovo di Lodi, il fodro, l'albergaria e il distretto ».
Pur comprendendo la lusinga dell'amor proprio terriero — che
per certo ha gran parte in codesta convinzione — non ci riesce
assolutamente possibile condividerla, e ci chiediamo su quali
fondamenti quelle afifermazioni riposino.
Intanto, nel secolo XII Codogno non fu civilmente che una
dipendenza feudale della mensa laudense; ed il regime e la fi-
sionomia comunali non la distinguono punto da finitimi luoghi
NELLA CRONACA E NELLA STORIA
neir organismo del proprio governo. In secondo luogo, gli « uo-
mini del luogo di Codogno » non bastano in modo alcuno a
qualificare comunale l'esistenza del borgo. Homines erano detti
i militi di questo o di quel luogo, commilitoni in una stessa
impresa, e ciò per distinguerli tatticamente gli uni dagli altri;
homines i subalterni del signore feudale in genere, specificati in
■de burgo quando appartenevano alla corte dipendente dal castello.
La citazione del documento su accennato — che noi pure
ricordammo antecedentemente — anzi che l' esistenza del comune
di Codogno, proverebbe, pertanto, il contrario.
Inoltre, i diplomi imperiali al principio del secolo XIII, dis-
ponendo per provvedimenti d'ordine generico, hanno nel testo
la frase « comune e contado di Lodi »; laonde è chiaro che
in tutto il Lodigiano un solo comune esistesse, quello del ca-
poluogo; e tra gli altri documenti sono notevoli quello di Fede-
rico II, con cui si intraprende la derivazione delle acque della
Muzza (4 dicembre 1220)^; e quelli coi quali Codogno — di
cui sono investiti i fratelli Fagnani (14 ottobre 1441), e poi i
fratelli Trivulzi (21 aprile 1453) — viene separato dall'ammi-
nistrazione della città di Lodi.
Si è altresì asseverato — sulle induzioni dei manoscritti del
Goldaniga — esser stati Codogno guelfo e Casale ghibellino.
Malgrado il profondo rispetto che ci lega alla memoria del dotto
francescano, non sappiamo rassegnarci a vedere un Codogno di
-spiriti politici contrari a quelli del suo legittimo e potente si-
gnore, il vescovo di Lodi; il quale nelle peripezie del tempo
poteva o seguire entusiasta le parti dell' imperatore, come Albe-
rico Merlino , o parteggiare per la politica pontificia , come Al-
berto Quadrelli che fu detto guelfissimo.
Ma entrambe le opinioni del cronista sono distrutte da fatti
pei quali è assodato come nel secolo XII altra signoria in Co-
dogno non fosse che la episcopale.
A fortificare la quale intervennero pure le donazioni dei Fu-
tigata (it66), dei Merlini (1167), di molti e molti altri, già da
noi menzionate a dimostrare la grande potenza vescovile; cosi
come menzionammo la contesa dei Pusterla e dei Vaierani, e
-quella dei Tresseni , in conseguenza di cui il vescovo faceva
148
CODOGNO E IL SUO TERRITORIO
piantare una siepe intorno al castello di Codogno, allora murato,
munito di torri, e abitato da oltre duecento uomini; siccome
poi è detto in una pergamena antica « sempre, da che fu fab-
bricato, furono nel castello potestà e consoli pel regime, come
hanno e per consuetudine ebbero gli altri castelli del vescovato
di Lodi e delle altre città ».
In quelle forti condizioni non era più mezzo secolo dopo ,
quando si rinnovò la lite fra il vescovo Ottobello Sofifìentino ed
il potestà di Codogno, con vittoria del vescovo (1233).
E, dunque, lecito concludere, contrariamente a chi propugna
versione opposta, che Codogno e Casale — oggi principali
luoghi dell' agro — nè possano nè debbano ritenersi fossero
allora vere sedi di comune.
Così è fatta, al pari di quella degli uomini, la storia dei luoghi:
molte sono le cose che, cadute, rinascono, e molte quelle che
oggi sono in onore e prima non erano nulla. Codogno e Casale
ebbero per sè il fortunato evento del dilemma, e ciò i loro de-
sideri avanza. Or fa mezzo secolo Pietro Giordani, in uno dei
suoi stupendi discorsi all'academia di Bologna, criticava con
acerba ironia scrittori vecchi e nuovi deducenti la progenie e
le gesta dei loro eroi dal favoleggiato Olimpo , e si condoleva
collo spirito del pio Enea delle innumerevoli progenie a lui
attribuite da Publio Virgilio.
Il perchè ci è caro battere men classica ma più modesta e
anche più seria via. La scienza storica moderna ha abbandonato
da un pezzo la compagnia dei semidei; ed è giusto che ciò sia,
poiché in questa guisa i luoghi di cui — non foss' altro che con
diligenza riflessiva — compiliamo la cronaca , tali compaiano
quali sorsero, si svolsero e sono, senza che v'abbia bisogno di
aggiungere al lustro delle loro virtù vere e feconde il fatuo
bagliore di apoteosi favolose, intese in altri sistemi a far di-
scendere dalle allegoriche nubi del cielo gli abitanti della terra.
Codogno e Casale, quantunque forti e turriti, non erano nè
potevano essere che umili quantità politiche. Non risiedevano
in luogo le autorità sovraneggianti ; nelle due borgate non av-
vennero mai importanti fatti d'arme, perchè (data la istromen-
NELLA CRONACA E NELLA STORIA
149
talità guerresca di quei tempi) non eran punti strategici, bensì
eran soltanto precinti da altri baluardi sfidatori di assalti; e le
loro case non eran lambite o quasi dai naturali e copiosi corsi
d'acqua, pei quali traevano alle offese i navigli nemici, come
invece le erano quelle di Castelnuovo, di Camairago, di Castione,
di Somaglia. Ma soltanto casi comuni, cronache ecclesiastiche,
vita politica, insomma, estremamente circoscritta, è ciò che
in quei secoli — i quali, secondo la frase di un dotto moderno,
sono la più severa mortificazione degli ardimenti della critica
storica — • ci offrono Codogno e Casale, cui soltanto l'opera delle
epoche a noi più vicine seppe rendere il dovuto onore.
Questi criteri ci dispensano, per logica conseguenza, dal far
larga parte agli avvenimenti del ciclo storico-eroico di Lom-
bardia, il quale da Pontida giunge per Legnano alla pace di
Costanza.
Monade di quel turbine di gloria e di sangue, anche il nostro
territorio avrà avuto il suo attimo di efficienza; ma non fu ri-
sparmiato dalla legge del silenzio e dell'oblio, che colpisce gli
umili e i deboli. La grande epica del secolo XII ha offerti in
tale abbondanza i propri entusiasmi alla vittrice Milano, che più
non gliene rimase da dedicare a città e a terre lombarde, non
meno meritevoli di onore della loro metropoli.
Non saremo noi i ribelli al destino, non noi quelli che an-
dremo contro gli dei e le colonne; ma, sciolto il nostro voto
all'altare degli italici trionfi, ci raccoglieremo, se non in aere
più spirabile, in più circoscritto orizzonte. E ci avranno narra-
tori brevi e fedeli le picciolette memorie paesane, tenendo dietro
— la cronaca alla mano — alle zuffe, alle contese, che s'agi-
tavano tra i vicini su questi campi, e riassumendo per sommi
capi gli episodi più importanti che hanno segnato un' orma
sulla via che percorriamo.
COPOGNO E IL SUO TERRITORIO
NOTE AL CAPO XIV.
* Questa data ci risulta indecisa. Cesare Vignati afferma d'aver trovati
nell'archivio vescovile lodigiano otto distinti documenti monografi, nei
quali Albertino da Solariolo, Albertino Cremoni, Pietro Bunisia, Ottone
Gavazzo, Pietro Trevolcio, Zebellino, Capra e suo figlio Ambrogio, ed
altri, tutti homines di Codogno, alla presenza degli stessi testi e notari,
fanno promessa del fodro, dell' albergarla e del distretto ai vescovi di
Lodi il 13, 14 e 15 novembre 1156; altri danno questa promessa in un
unico documento, scovato nell'archivio lodigiano dal cistercense Ermete
Bonomi di Milano, datandolo nel 1157.
^ Luciano Scarabelli - Storia civile dei ducati di Farina, Piacenza e
Guastalla.
^ Archivio vescovile di Lodi.
^ Cesare Vignati - Illustrazione del Lombardo Veneto.
^ Statuti di Lodi sanciti da Galeazzo Visconte (1390).
CAPO XV.
La cognominazione terriera — Nomi topografici scomparsi — Brandelli di
cronaca — La chiesa di Corno Vecchio — I fanatici del misticismo.
rica osservazione sul quando e sul come spuntarono, nel campo
ancora incolto di quei dì, i rudimentali virgulti della cogno-
minazione famigliare ; evoluzione questa verso l' apparire speciale
delle individualità, che attorno al secolo XI si afferma nella
storia generale d'Italia.
Quando, infatti, abolita la servitù politica, l'esistenza civile
cominciò a designarsi non più per collettività ma per individuo,
i cognomi pervennero al grado di personale proprietà. Non fu-
rono essi sempre fìssi e conformi, poiché l'eterodossa scrittura
dei primi tempi ed il vezzo di declinarli nel genere e nel nu-
mero recarono loro alterazioni notevolissime, al punto da espri-
mere in varia maniera il nome non pure della stessa famiglia
ma dell'identico personaggio.
E quindi ardua cosa il rintracciare la genesi delle casate. Di
molte di esse, però, sì degli ordini magnatizi che dei plebei è
IRCA il mille notammo già parecchi cognomi codo-
gnesi , la cui esistenza è comprovata dalle carte
dell'epoca, delle quali offrimmo altresì copioso elenco
nelle nostre chiose. Ed ora è necessaria una gene-
152
CODOGNO E IL SUO TERRITORIO
chiara l'origine, vuoi per la provenienza topografica o paterna,
vuoi per la indicazione delle imprese figurate sui clipei, o dalle
qualità e attitudini personali, o dalle condizioni sociali, o dalle
professioni e dai mestieri, e via dicendo.
Sul proposito abbondano le monografie degli studiosi ; e tutti
sono concordi nello afìfermare che alla graduale formazione dei
cognomi presiedette costantemente un criterio multiforme ma
logico e personale. L'indole del nostro libro ci vieta una lunga
disquisizione sull' argomento ; ma invece di aggomitolare le sparse
fila che annodano i fatti terrieri con oziose congetture, crediamo
utile riportare nelle note alcuni esempi di cognomi locali ^.
Alla comparsa dei nomi domestici fa da antitesi la sparizione,
pur graduale nei secoli , di parecchi altri di luoghi non più
esistenti o diversamente oggi chiamati. Essi sono segnati nei chi-
rografi capitolari o conventuali, e riguardano tutti donazioni, ac-
quisti, investizioni, permute, laudemì; picciol numero di verità
che come scintille splendono nelle grosse tenebre di quelle epoche.
Dov' è r antico Agaciìiìim dove possedevano i monaci di
S. Pietro in Lodi Vecchio (i8 novembre 972)? dove Maliano
e Casteniole e Cella Sancti Rapkaelis, pure possedute dagli stessi
religiosi (972) presso Santo Stefano al Corno?
Nè si ha più contezza di Cantugnuìn, presso Fombio, affittato
da Norberto, abate di S. Pietro in Ciel d'oro, al piacentino
Martino del fu Vitale (10 dicembre 1005); nè di Ceucini, di
Insula presso il rivo Coxo, di Linasco, di Lintignosa, di Retrasco,
tutti nomi comparenti nell'atto donativo di Rolenda, moglie
d' Ilderado da Comazzo, al vescovo Ambrogio (24 maggio 1044),
e che dovevano designare luoghi propinqui a Casale Lupano.
Sparvero dalla memoria degli uomini e Trambaca presso i
luoghi donati al vescovo da Ilderado e da Lnilla (8 aprile 105 1);
e Cavalunga presso Senadogo , della donazione di Adalberto da
Brembio (agosto 105 1); Guida e Foresto, nel Codognese, ricor-
date nelle deposizioni testimoniali della causa del vescovo Al-
berico contro i Pusterla e i Vaierani (29 luglio 11 80); Levata
presso Orio (21 agosto 11 84); Isella presso Castione, e Zanca
e Traverselhim e Lavanderium , dei quali è menzione quando
NELLA CRONACA E NELLA STORIA
Ambrogio, canonico catedralita di Lodi, concede un livello ai
fratelli Uggetto e Gualtierino Saraceni ed eredi (15 marzo 1187),
€ d' Isella pure in una carta d' affitto del vescovo in Arialdo
Cattaneo (2 aprile 1191)^.
Nomi perduti sono pure: Rammo Rabioso , un'isola il cui
possesso è accertato al vescovo di Lodi (15 ottobre 1190), e
contestato fra questi, Monaco da Cuzigo e gli abitanti di Ca-
stione, cointeressati nella corte di Senadogo, contro Molinaro e
Giacomo di Comazzo ; Cecini, in corte di Castione , venduto ai
Copalavezi (13 ottobre 1191); Ronco Petrino , ed altre pezze di
terra vicine a Meleti, vendute da Pietro di Casale all'abate di
S. Pietro in Lodi Vecchio (29 maggio 1192); Bozellum interra
di Castione (17 gennaio 1196); Amethalem a ponente di Cava-
•curta (2 settembre 1209); Piciìiascum presso Maleo, menzionato
nei beni dati da Ottone III a Roggiero (i maggio 997) o Pi-
cinarium (18 ottobre 1209); Coldana presso Castione (31 marzo
1226); Bordelasca , serbatoio d'acqua morta in terra di Cava-
curta, di cui vengono investiti i Tresseni lodigiani con Cogozolo,
Camairago e Pozzolto (15 ottobre 1231); Cirexola e Braila de
Salvano de Cipelli presso i Corni (i aprile 1232), quest'ultimo
forse lo stesso luogo dove possedeva un Guidotto Casetti (14
febbraio 1262); ed altri ed altri ancora^.
Crediamo non torni sgradita qui una parentesi che accolga
quelle notizie per le quali - — dati i loro generi diversi —
non saprebbesi determinare una regolare classificazione. Esse
sono sulla lunga via che percorriamo non già solenni colonne
miliarie, ma sì modesti stadi che accompagnano le età e si ran-
nodano a colorir meglio l' indole di quei tempi, nei quali gran-
deggiavano il guerriero ed il prelato.
Ci si imbatte così nel trapasso della proprietà di Cavacurta
al capitolo metropolitano, per una bolla di Eugenio III papa
(1159). Otto lustri dopo, però, per trattato stipulatosi, Cavacurta
viene dai milanesi restituita ai lodigiani, episodio sul quale tor-
neremo, bastandoci per ora il solo accenno a comprovare 1' ampia
supremazia che Milano aveva preso su Lodi fino da oltre un
secolo prima, pel testamento d' Ariberto da Cantù (1034).
Maleo, collegiata, vien ricordato col titolo di canonica (i 174).
154
CODOGNO E IL SUO TERRITORIO
Corte Sant' Andrea — che al principio del XIII secolo vuoisi
esistesse alla destra del Lambro ^ — è di pertinenza di Milano
e denominata Sant'Andrea della Coda (1183); ed il comune di
Milano vi cedeva dicianove iugeri di terreno al comune di Lodi,
per erigere un ponte sul Po (8 agosto 1237).
Un atto importantissimo, e che dimostra come la popola-
zione lodigiana non fosse storicamente muta nè politicamente
defunta, fu il solenne giuramento dato a suon di campana da
parecchi notabili nostrali di non alienare per quarant'anni nè
castelli, nè terre, nè onori appartenenti al comune di Lodi, a
persone non diocesane, senza il consentimento dei consoli di
Lodi; e ciò per frenare l' inframettenza milanese (novembre 1188)»
Pietro Visconte, piacentino, desiderando assicurare a sè ed
ai suoi il feudo di Mezzana — di cui primo feudatario era stato
il suo ascendente Grimerio (1057) — feudo ampliato dalle al-
luvioni padane, faceva ricorso ed otteneva che gliene fosse rin-
novata la vecchia investitura, da Guido, proposto di S. Antonina
in Piacenza (1192), nel quale dalla catedrale era trapassato il
dominio diretto del luogo. Il nipote di Pietro, Oberto, ebbe poi
rinnovata l'investitura di Mezzana (14 luglio 1199).
Il comune di Lodi, d'accordo col vescovo Arderico pei suoi
diritti di dominio su Meleti — che è plebania col titolare avente
dignità d' arciprete — acquista per trecento lire da Adamo ,
Sozone, Enrico di casata da Meleti e da altri, castello e villa
omonimi, compreso ogni loro diritto sulle corti di Corno, Ca-
stelnuovo e Larderà (22 maggio 1207). Ma i venditori tennero
ancora il loro dominio, pagando un convenuto censo al comune
compratore, come elice da un documento pel quale Adamo e
consorti, capitanei di Meleti, promettono e garantiscono al giu-
dice vicario del potestà lodigiano Galvagno de' Turrisendi il
pagamento di certa somma (22 ottobre 1220).
Morto il vescovo Ottobello Sofifientino e colpita la diocesi
d'interdetto per aver aderito a Federico II, papa Innocenzo IV
elegge a direttori dei beni vacanti della mensa episcopale l'ar-
ciprete di Senna coli' abate cistercense di Cerreto e col prevosta
della catedrale di Lodi (29 agosto 1243).
La diocesi lodigiana fu assolta dall'interdetto di Gregorio IX,.
da papa Innocenzo, e nuovo vescovo ne fu Bongiovanni Fissiraga
NELLA CRONACA E NELLA STORIA
(9 gennaio 1252); al quale giurarono fedeltà i Merlini, ricono-
scendolo padrone delle terre, sedimi ed onori che essi tenevano
in feudo in Codogno dalla mensa vescovile (1253).
Il rettore Bergamaschi ^ asserisce — il Monti ^ ignora con
quanta autorità — che la chiesa parochiale di Corno Vecchio,
dedicata alla presentazione della Vergine, sia stata eretta pochi
anni dopo il 1240; e che la oficiavano i religiosi dell'abazia
di S. Stefano, quando il Po ebbe travolto il loro cenobio.
Ma, oltre l'oficiatura dei benedettini, ben altro cagionò il Po
alla chiesa ed alle case del Corno; e, quantunque in posizione
eminente, quel villaggio, nel suo aspetto d'insieme, risente tut-
tavia dei danni continui d'un così prepotente vicino. Infatti,
quis custodiet custodem se — sempre al dire dell'accurato Monti —
nel 1627 il pastore abbandonò la sua chiesa, perchè la estrema
miseria della sua pieve, periodicamente inondata, non gli assi-
curava nè meno una modestissima elemosina? Questo rilevasi
da alcuni atti oggi forse non più esistenti, poiché un incendio
consunse quell' archivio parochiale .
Fatto sta che, itosene il paroco, la chiesa fu formalmente in-
terdetta , ed il territorio provvisoriamente unito , pei bisogni
spirituali, a quello di Meleti; fino a quando il vescovo Clemente
Gera vi si recò in visita (18 settembre 1628). Egli fece riaprire
la chiesa, a tocco di campana convocò i terrazzani, ottenne che
il deputato comunale si obbligasse a corrispondere di nuovo la
dovuta pensione al paroco, e ribenedisse il piccolo tempio.
Da quel giorno la parochiale del Corno Vecchio ebbe la sua
regolare e quotidiana oficiatura ; e neh' ultimo giugno vi lavo-
ravano maestri di muro e di decorazione a riattarla, sotto la
guida del pittore lodigiano Federico Chizzoli.
Sulla metà del secolo XIII alla chiesa non bastò più l'antico
presidio del clero secolare; ma aspirò ad irreggimentare nel suo
grande esercito l'intero consorzio civile.
Data, infatti, da quei dì la istituzione delle confraternite laiche,
di cui non solo ogni parochia, ma quasi ogni oratorio si fornì.
Superstiti ai peregrinaggi mano mano scomparsi, più partico-
larmente si addissero ad esercitare opere di pietà, sia per lo
156
COrX)GNO E IL SUO TERRITORIO
Spirito che pel corpo. Nacquero le confratrie pei giustiziati, pei
carcerati, per gli infermi, per la buona morte e pel seppellimento
cristiano. Prototipo di tutte la compagnia della Misericordia (1240),
salita in Toscana ad istituto civile ed ivi tuttavia esistente.
Ma siccome grossi e crudeli correvano i tempi dal XII al XIII
secolo, così non mancarono anime pie le quali, più che ai morti
dormenti nella eterna pace, pensarono di provvedere ai vivi,
dibattentisi fra le aspre peripezie d' una esistenza tutta asti ,
tutta violenze, tutta delitti. L' idea umana e civile non avrebbe
potuto svolgersi se non vivificata e sospinta dal sentimento
religioso; e questo sentimento, nel secolo delle estasi di Francesco
d'Assisi e di Domenico di Guzman, diventò fanatismo.
Ed ecco le turbe dei devoti, detti o flagellanti o disciplini o
battuti, i quali da Perugia dilagano per le terre d'Umbria e di
Romagna, ad alti pianti invocando la pace fra gli uomini, mi-
nacciando ai discordi le collere del cielo ; e per calmare gli
sdegni divini irritati dalle colpe degli uomini, denudandosi fino
ai fianchi, serrandosi i femori in acuti cilici, verberandosi le
misere spalle a colpi di chiovati scudisci, facendo su sè stessi
colla pentita mano e danni ed onte, e recitando a voce alta in
mestissimo metro i salmi penitenziali.
L' origine di codesti volontari del supplizio necessariamente
è fatta leggenda, il che poco monta. Ma importa notare la ra-
pidità quasi istantanea del loro espandersi per tutta Italia. Nel
secolo XIII la novità cruenta fu tollerata nell'Italia mediana,
su nel Piacentino ed in parte di Lombardia. Ma i Torriani ed
Oberto Pallavicino — imitatori di re Manfredi che aveva re-
spinto i battuti dal reame svevo sospettandoli non scevri di
ragione politiche — li tennero lontani dalle loro città, ed a
convincerli della serietà del divieto, Oberto fece inalzare molti-
tudine di forche, sulle quali sarebbero saliti i trasgressori del
suo comando.
I battuti nel loro primo viaggio (1260) toccarono le terre
nostre, ed il cronista lodigiano Sabbia^ descrive le strane pro-
cessioni di quei fanatici alla sua città pervenuti da Piacenza.
NELLA CRONACA E NELLA STORIA
NOTE AL CAPO XV.
^ Nella citazione dei seguenti cognomi del Codognese non possiamo
circoscriverci al tempo di cui nel testo è presentemente parola. Molti di
tali cognomi sono anzi di recente apparsi, ma i più sono invece oggi
scomparsi. Della loro esistenza tra noi, indigena o non, ci sono però
buoni testimoni, oltre parecchi documenti di indole varia, i catastri delle
comunità nostre — tra i quali quelli dei celebri ingegneri codognesi Ba-
rattieri e Albini (secolo XVII) — e l'elenco delle famiglie codognesi del
Goldaniga (secolo XVill).
Sono, dunque, cognomi terrieri:
" derivati dalla provenienza toi^ografica — JT u-ìdda, Dal Corno, Dal-
l'' Acqua ; Ber^aDiaschi , Bresciani, Casalini, Creuiaschi, Cremonesi, Franchi-,
Guasconi, Lodigiani, Lombardi, Milanesi, Xoi'arino, Parmigiani , Pavesi,.
Pisani, Reggiani, Jx oìnani, Romanino , l^edeschi , Toscani, Cercellesi;
Brindisi, Cairo, Coi' le miglia , Fiorenznola , Lincea, JLonlicelli , Parigi,
Fonlremoli , Roncaglia , So/'esina; JLari?ii, Silvani;
^ derivati dalla denominazione paterna — AlbeiHci, Alberti, Albertini ,
Albini, Aìidreoli , Antoniazzi , ^ Arrigoni , Baldassari , Baldi, Beltrami ,
Borlolotli , Cecconi, Corradini , Damiani, De Paoli, Ercoli, Filipazzi,
Fiorani , Caìidenzi, Ghilardi, Chisalberti , (ìiiilini , L^amberti , Panzoni,
Leardi, Lucchini, JMajifrcdi , Mariani, Micheli, Nicolini, Or lande Ili ,
Orlandi, Orlandini , Oliobelli , L^affaelli, Raimondi, Rinaldi, Roggieri,
Sai-valori, Silvestri, Stefanelli, Stefani, Tomaselli, Toninelli, Tonhii, Ugoni;
" derivanti da imprese figurate o da altre iconografie — Agnelli, Capra,
Cavalli, Cavallini, Cavalloni, Cavallotti, Colombini, Corvi, Dragoni, Falconi,
Galle Ili, Galli, Gallina, Galluzzi, Gatti, Gattoni, Grilli, Leoni, Lupatiniy
Merli, Mcrlini , IlLoschino , Mosconi, Passerini, Pollastri, Polli, Usello,
Volpi; Prugnoli, Cipolla, Cipollini, Fasoli, Fava, Favini, Moroni, Rosa,
Salice; Anelli, Sorella, Borsa, Calza, Croce, Fassinetti, Ferri, Fontana,
Fontanella , Gruppi , Monteverdi , Monti , Ponti , Pozzi , Pozzoli , Rota ,
Scacchi, Scala, Stroppa, Testa;
^ derivanti da attitudini individuali, morali e fisiche, buone o cattive,
che giustificarono successivamente l'adozione dei sopranomi semplici o
composti — Acerbi , Bassi , Balozzo , Belli , Belloni , Bono , Bolzoni ,
^ Bravi, Bruschi, Bruschini, Calvi, Centenari, Corti, Crespi, Fedeli,
Folli, Folletti, Freschi, Gaia, Gaiardini, Gobbi, Grandi, Grassi, Grossi,
CODÒGNO E IL SUO TERRITORIO
Leccardi, Magno, Magri, Peloso, Piatti, Piccoli, Rugginenti, Sordi, Sozzi,
Tosi, Vecchi, Zoppi; Bianchi, Morelli, Negri, Negrotti; Bazzicalupi,
Bellabarba Bevilacqua, Bo7ifichi, Brusaferri, Brusamonti, Caccialancia ,
Cacciamali , Cagamosto , Campolungo , Cavalcabò , Cavana , Cavatorta , Co-
grossi, Copalavezzi, Guaitamacchi, Guariainceli, Mal/assali, Malsperone ,
Maltraversi, Panavera , Passolungo , Pclavicino , Pestafitmo , Pissacane ,
Pizzamiglio , Pizzasegale, Raffaglio, - Rig amonti, Scornavacca, Soffientino,
Spazzametisa, Tagliabue , Tagliaferri, Tagliasacchi ;
^ derivanti dalle condizioni sociali o dalle professioni e dai mestieri —
Baroni, Bandierali, Cattanei, Conti, Domenicarii, Marchesi, Peggiori,
Schiavi, Signori, Sigfiorini , Vassalli, Villani; Barattieri, Barbieri,
Biolchi, Boccalari, Cacciatori, Calle gari. Campar i, Canepari, Cattadori,
Chiodar oli , Fabri , Ferrari , Pomari , Fornaroli , Fusari , Gallinari ,
Magnani, Maestri, Marescalchi, Moliìiari, Olivari, Pecorari, Pesatori,
Pollar oli. Sartori, Scode Ilari , Zavattari.
^ Un Bondiole de Isella, console di Lodi, è nominato in un comando
di risposta a libello intimato (io dicembre 1242).
^ Nell'elenco di questi luoghi dispersi ci siamo affidati specialmente al
Dizionario storico-geografico del Lodigiano di Giovanni Agnelli ; a cui
lasciamo, col merito della diligenza di ricerca, anche là responsabilità della
nomenclatura.
Parecchi dei luoghi su detti sono riportati coi documenti che loro
si riferiscono da Cesare Vignati, il quale cerca pure d'interpretare al-
cuni dei nomi, come: Agacinum per Gazzina presso Codogno; Casteniole
per Castagnoni, ecc.
* Alessandro Riccardi - Le località e territorj di S. Colombano al
Lambro.
^ Francesco Bergamaschi - Croniche dell' abazia di Salito Stefano lo-
digiano.
^ Lorenzo Monti - Almanacco codognese pel 18 ig.
Lettera 11 giugno 1896 a noi diretta dal rev. don Carlo Zucchi, arci-
prete paroco di Corno Vecchio.
^ Vincenzo Sabbia - Majioscritti nella biblioteca laudense.
CAPO XVI.
Nuove contese per Castelnuovo — Cogozzo — Guerre e paci — La leg-
genda di Guardamiglio — Il vescovo Soffientino — Cause giudiziali.
UESTO capo potrebbe esordire col virgiliano « horrentia
Martis arma » ; poiché ci tocca tornare fra il so-
nito delle mazze e delle spade, negli orrori delle
guerre civili. In questa guisa è fatta la eroica cro-
naca nostrale di quei dì: un fratricidio in permanenza, mutati
soltanto di quando in quando il nome dei carnefici e quello
delle vittime.
Eran passati più di trent' anni dalle fiere vicende onde ai
tempi primi del Barbarossa aveva preso nome la iattura di Ca-
stelnuovo, che in questo frattempo da publici documenti appare
denominato col suffisso « de Buca Abducs » ; ma in quelli anni
fu stretto un trattato d'alleanza fra i cremonesi con altre città
della lega contro il Barbarossa (27 maggio 1167). Parecchi i
patti del coraggioso connubio, e fra essi assai importanti quelli
fra Cremona e Piacenza, pei quali si determinava che, dato il
caso d' un' invasione imperiale in Piacenza, gli uomini cremo-
nesi colà recassero « di buona fede e senza frode » il proprio
ausilio, aiutassero i piacentini alla difesa dei loro possessi, per-
duti in causa dell'imperatore, e quelli lor tolti dai medesimi
i6o
CODOGNO E IL SUO TERRITORIO
cittadini di Cremona, fatta però eccezione per la terra di Ca—
stelnuovo, per cui si aveva a salvar la ragione dei singoli pia-
centini , ma non la sovranità politica mantenuta alla signoria
cremonese. Fermatosi però Federico in Piacenza (1184) gli fu
presentato dall' abate di S. Sisto un ricorso chiedente la resti-
tuzione dai cremonesi di alcuni beni pertinenti al suo monastero,,
fra cui Castelnuovo e l' imperatore gli fece piena ragione.
Probabilmente questi risentiva tuttavia la recente influenza
della giornata di Legnano (11 76), tanto che, per star contro
Cremona e Parma, si accontava niente meno che con Milano e
Piacenza. Molteplici erano le cause di queste paci e di queste
guerre; gli effetti di consueto tristissimi, e tra di essi la di-
struzione di Castelnuovo ad opera dei piacentini e dei milanesi,
collegati ai danni dei cremonesi, che eran giovati dall'alleanza
dei parmigiani, reggiani, modenesi e pavesi (1188).
Undici anni dopo piacentini, milanesi, lodigiani, bresciani e
comaschi — campeggiato presso il Corno ed arsavi la torre a
do7ijo7i ed una 'caminata — tornarono all'ossidione di Castel-
nuovo. Malgrado però le opere d'assalto, le loro carriole, i
trabuchi, i mangani e le baltresche, non riescirono nello intentOv
perocché i cremonesi coi parmigiani e coi bergamaschi seppero
validamente tenere la rocca, sì che gli assedianti smisero la
fazione e tutti se ne tornarono a casa ^
Ma Castelnuovo era la chiave strategica dei turbolenti andi-
rivieni della storia belIio:era regionale. Lo incontravano nel loro
cammino i cremonesi che movevano ai danni di Piacenza ed i
piacentini che tentavano rivalersi toccando la sinistra del fiume r
naturalissimo, quindi, che alla sua conquista si accanissero con
vece assidua le popolazioni finitime, aventi per limite il muro
e la fossa immortalati dal divino poema.
Dopo la giornata campale su accennata (11 99), Castelnuovo era
stato ricostrutto dai cremonesi; e cavalieri e fanti di tre porte
di Milano, coi soldati dipendenti dai distretti milanesi in giu-
risdizione delle tre porte stesse, vi posero campo (25 maggio
12 15), spingendosi poi oltre Po sino al Trebbia^.
Lo storico cremonese Cavitello ^ soggiunge particolari impor-
tanti. Narra che milanesi e piacentini, parteggianti contro il
NELLA CRONACA E NELLA STORIA
i6r
pontefice , erano comandati da quel Buoso da Dovara a cui ,
errando forse , la tradizione attribuì un posto nella bolgia dan-
tesca dei traditori. Buoso strinse d' assedio il castello ; ma dopo
dieci giorni gli fu giuocoforza ritirarsi coli' oste , e lasciare i
cremonesi in padronanza della rocca.
Ma essendo stranamente misto il possesso feudale del luogo
— così come avvisammo a suo tempo — in quelle perpetue
fazioni è facilmente spiegabile come l' abate prò tempore di S. Sisto
in Piacenza, usando dei titoli riconosciutigli da vescovi, impe-
ratori e papi sul dominio diretto di Castelnuovo, lo potesse
concedere in feudo onorifico e gentile ad Anselmo Salvatico
crociato cremonese (1230)*.
Verso la fine del secolo XII, Cogozzo — castello antico sulla destra
dell'Adda, a settentrione di Larderà^, e del quale l'ultimo ricordo
rimane nelle carte topografiche del principio di questo secolo —
muniva fortemente il Lodigiano, e stava in potestà dei milanesi.
Quei di Pavia, alleati a quei di Lodi, tentano di prenderlo
d'assedio; e cominciano la impresa mentre i milanesi hanno il
loro esercito a campo sul Bergamasco (16 giugno 1193 o 1195).
Il successo arride ai pavesi : espugnano Cogozzo, ma quando lor
giunge notizia che il vessillo ambrosiano si avvicina alla riscossa,
abbandonano frettolosamente il terreno della gloriola, e, tra per
l'inseguimento dei milanesi incalzanti, tra pel disordine della
ritirata, periscono per gran parte nel Lambro.
Il dissidio plurisecolare fra guelfi e ghibellini non ha qui
mestieri d' una lunga illustrazione. E nelle memorie dell' Italia
medievale il grande e contradittorio concetto che muoveva i
sostenitori della sovranità nazionale dei pontefici sulla penisola,
se non come potestà diretta, come unica e superiore influenza
sui politici destini della patria; e costoro ebber nome di guelfi,
avendo preso nome da Welf, famiglia bavarese d'Altdorf. Ghi-
bellini invece, dal nome di Corrado di Weiblingen imperatore
(1138), furono detti i campioni della sovranità tedesca.
A capo della quale stava Arrigo VI, figlio al Barbarossa,
cui succedeva a venticinque anni (1190). Incoronato a Roma
' da Celestino III, lasciò nota di barbaro e d'inumano.
Codogno e il suo territorio^ ecc. — / ji
l62
CODOGNO E IL SUO TERRITORIO
Continuando la politica paterna del « divide et impera » ,
aveva con sè, e per ciò dotava di grandi privilegi, Cremona,
Pavia, Lodi, Como e Bergamo, strette con trattato di alleanza a
Bonifacio marchese di Monferrato (25 settembre 119 1). Bottinava
sul Milanese, spogliandone i campi, sminuendone i commerci,
sebbene in parecchi combattimenti egli fosse il vinto. Ed allora
le città di Lombardia seguenti il partito dei guelfi, le quali egli
aveva poste al bando dell'impero, rifecero a Borgo San Don-
nino una seconda lega. Vi si strinsero nelle comuni aspirazioni
Verona, Mantova, Modena, Faenza, Bologna, Reggio, Padova,
Brescia, Piacenza, Crema, Milano e Gravedona (11 95).
Mentre così si conducevano le cose, i milanesi, intolleranti dei
gioghi rinnovellati, non s'acconciarono punto alle favorevoli
condizioni che Arrigo andava creando pei suoi alleati di Lom-
bardia. Bastò che Milano vantasse pretese sulle acque del Lambro
— contrariamente ai privilegi confermati dall'imperatore Arrigo
ai lodigiani (5 febbraio 11 90 e 19 gennaio 119 1) — perchè tra
Lodi e Milano divampasse la guerra (1193)^; ma successiva-
mente si accordarono con solenne trattato, alleandosi le due
città per difesa e per offesa, scambiandosi i prigionieri, assi-
curandosi ai milanesi il possesso delle acque lambrane, e da
questi cedendosi ai lodigiani, fra l'altro, anche parte delle terre
di Cavacurta, di Monte Malo e di Cogozzo, distrutte però le
loro rocche (28 dicembre 1198)"^.
Il castello di Cogozzo venne poi riedificato dai milanesi, i
quali vedevano compiuta quest'opera (8 giugno 1244), resasi
necessaria per le loro condizioni strategiche sempre intesa, in
onta ai trattati, ad ottenere la soggezione di Lodi. Quanto a
Monte Malo, esso rimaneva per la proprietà feudale ai Pusterla
di Milano, e per la patrimoniale ai Pusterla e all'abazia di
S. Cristina, fatto obbligo di obbedire ai milanesi feudatari, ma
senza prestare ai cittadini di Milano giuramento di fedeltà.
Gli ultimi anni del secolo XII furono tutta un' odissea di
cospirazioni, di fieri litigi, di spietate fazioni fra città e città, e
Lombardia poteva considerarsi in assidua, generale sommossa.
Più che negli altri stati, le condizioni d'Italia erano gravi,
poiché qui non poteva formarsi una potenza capace di repri-
NELLA CRONACA E NELLA STORIA
mere il perturbamento. La ambizione dei papi, pur riguar-
dati come i possibili salvatori, vi si opponeva ; nell' insufficienza
di sottometterla essi medesimi, l'abbandonavano alle tirannie
prodotte dalle condizioni generiche della penisola, o agli stra-
. nieri chiamati dalle reciproche invidie, e che l'avevan ridotta
ad uno stato di debolezza reso ancor più aspro dai costumi ,
stupidamente creduli e rozzi.
Vane furono le proposte e le insistenze di papa Innocenzo III
affinchè gli animi tornassero in pace; chè anzi più fiero si
fece il vicendevole dilaniarsi; nè miglior fortuna di quel papa
ebbero i vescovi suoi « fratelli ». E narrato come nella vecchia
chiesa di S. Pietro in Pirolo convennero l'arcivescovo di Milano,
Filippo de' Lampugnani; il vescovo di Lodi, Arderico Ladino;
quello di Pavia, Bernardo Balbo; di Cremona, Siccardo Casalano;
di Bergamo, Lanfranco monaco cluniacense; quello di Parma,
Obizzo Fiesco dì Lavagna, e l'abate generale dei camaldolesi.
Coi prelati erano presenti i messi di Bergamo, di Parma e di
Pavia; e si discusse fra loro la proposta di comporre durevol-
mente la pace fra le città lombarde (i settembre 1201); fine
nobilissimo, ma non raggiunto; e gli odi e le ire seguirono lor
mala strada.
Alle ferali conseguenze della guerra permanente non isfug-
girono necessariamente le terre nostre. I milanesi, uniti ai pia-
centini, ai comaschi, ai vercellesi, agli alessandrini e ai novaresi,
distrussero il castello di San Fiorano ed altri presso Lodi. Ma,
sorpresi poi a Genivolta dalle forze unite dei cremonesi, par-
migiani, bresciani, reggiani e modenesi, furono obbligati a re-
trocedere, e nella loro ritirata Corno e Corneto — che si crede
Corno Giovane — furon da essi presi e dati alle fiamme (12 16).
Secondo una presunzione del Cavitello, anche Castione avrebbe
seguita la sorte miseranda dei due Corni.
Tornando dalla disgraziata spedizione nelle Puglie per com-
battere Filippo re di Francia, Ottone IV imperatore viene in
Lombardia per radunare nella devota Lodi una specie di dieta
fra le città a lui amiche. Colle sue schiere varca il Po a Guar-
damiglio; ed, essendo il fiume ghiacciato, è voce nè meno si
' accorgesse di quel congelamento, che, del resto, non era in
CODOGNO E IL SUO TERRITORIO
quei tempi infrequente; e tanto meno se ne avvide Ottone perchè
uno de' suoi fidi, il conte di Santa Fiora, aveva fatto coprire
il fiume di paglia, per impedire lo scivolamento dei cavalli.
Ma appena l'imperatore prese terra alla sponda sinistra, e
saputo della cosa, nell'animo turbato ebbe suspicione che il
Santa Fiora in quel modo avesse operato per far sì che il suo-
sire e l' esercito, ingannati dalle apparenze, trovassero nelle onde
del Po improvvisa morte e repentino sepolcro. Del che fiera-
mente irritato, volle che il Santa Fiora fosse gittato ad acqua,
a sconto della pretesa sua colpa, ed i discendenti suoi venis-
sero posti al bando dell'impero (novembre 1211).
Da ciò la romanzesca etimologia che alcuno dà al luogo di
Guardamiglio da « guardar meglio »; comecché, se avesse meglio
appuntato lo sguardo, Ottone sarebbesi accorto del mal passo
prima e non dopo il transito pericoloso.
A questo episodio si raggruppa la leggenda della Merla,
alcuni derivando da quel tempo e da quel fatto le patetiche
consuetudini rusticane ancora in onore nel basso Po, e delle
quali la poesia dialettale ed il folk lore si sono impadroniti.
*
I dissensi publici non si risolvevano soltanto per mezzo delle
battaglie. Anche allora, e non di rado, le armi cedevano alla
toga, ed i giudici tenevano luogo di capitani. Le questioni pos-
sessorie o di privilegi spuntavano ad ogni piè sospinto, e più
d' una volta i subbietti s' industriavano ad inforsare ed a scuo-
tersi di dosso quelli che i loro signori ritenevano intangibili diritti.
E persistente — per citare un caso fra i molti — lo spetta-
colo di quasi continua ribellione in cui verso il vescovo laudense,
feudatario, mantenevansi gli uomini di Castione. Abbiamo sfio-^
rati quei dissensi in epoche anteriori, ma nel 1220 sorge ben
più distinta ed in contradittorio la figura litigiosa politica fra
i castionesi e l' infulato.
Negarono i primi al secondo il diritto di eleggerne il potestà;
ma r ordinario Ottobello Sofiìentino, tenacis propositi vir^ rispose
con un libello di citazione contro le pretese degli indocili su-
bordinati. Ai quali non arrise l'astro delle liti, poiché, dopo
parecchie vicissitudini giuridiche, fu data ragione al vescovo
(17 febbraio 1242), e la mensa diocesana potè continuare nel
NELLA CRONACA E NELLA STORIA
165
possesso di Castione. Ma di tanto in tanto, e specialmente prima
della sentenza definitiva, molteplici molestie lo turbarono ; e non
furono solo comparse giudiziali, bensì veri attentati non pure
ai diritti ma alla esistenza stessa del feudatario. Ottobello stava
compiendo la sua visita pastorale ; e, pervenuto presso Castione,
un uomo facinoroso, Gambarino de Alamanno, alla testa di al-
cuni armati gli si faceva incontro a scopo d' offesa (marzo 1226).
Deserò e sagace, il vescovo con tutti i suoi evitò il male in-
tenzionato manipolo, e sano e salvo si ridusse in Castione, d'onde
costrinse quei temerari a chiedergli perdono ^ ; e nei rogiti di
Alberto Donano fu tosto aggiunta una promessa di soggezione
e d' obbedienza al vescovo , per parte di Ottone Maguzani , di
un Cremaschi e d'altri castionesi (20 agosto 1226).
Anche a Codogno l'ordinario diocesano dovette piatire seria-
mente pel fatto suo. Alcuni uomini del luogo avevan lesa Ta
mensa usurpando alcuni diritti d'acqua e di pascolo. Mac'eran
•dei giudici, e questi, nelle persone di Uberto Garbano, Petraccio
Sommaripa e Anzilerio Bonano, giudici singoli in tre cause di-
stinte, condannarono i manomissori Petracciolo de' Goldaniga
{7 luglio 1221), Arlotto figlio di Pietro Sessa (28 luglio 1221)
e Ardigone de' Valerano (17 dicembre 122 1).
Era scritto nei fati che il lungo episcopato di Ottobello
(1219-1243) avesse una particolare distinzione negli annali fo-
rensi: le controversie succedevansi ininterrotte, così che poteva
loro applicarsi il versicolo
uno avulso^ non deficit alter.
Una sentenza pronunciata da Aiulfo, priore del convento di
S. Marco in Lodi Vecchio, e delegato ad hoc da papa Onorio III,
risolveva a favore della mensa lodigiana la vertenza di questa
con Enrico conte di Monte Cucco (12 marzo 122 1), che s'era
impossessato da qualche tempo del lago Lambrello od Oriolo
o dei Barili, in corte di Ronco, tra Fombio, San Fiorano, Santo
Stefano e Guardamiglio. Non s' acquetò il conte a quel verdetto,
e ripeteva ancora il possesso del lago, dell' alveo e di nove predi
di ripa, da Fellegario di Monte Oldrado , dove il lago princi-
N piava, sino a Gualdafredo di Cocullo, presso Santo Stefano,
CODOGNO E IL SUO TERRITORIO
dove terminava. La causa fu portata alla corte di Roma e
rinviata ai primi giudici ; il conte di Monte Cucco si rese con-
tumace, e, seguendo la sorte degli assenti, ebbe torto. Al
vescovo vittorioso spettò la soddisfazione di far leggere la fausta
sentenza sulla sponda stessa del Lambrello (8 febbraio 1224).
Parecchie cause giudiziarie ebbe Ottobello cogli uomini di
Codogno, ed alcune già noi ne abbiamo ricordate. Tra le altre
giova qui accennare pure alle questioni pel taglio del Bosco di
Codogno di ragione vescovile (1233). Un Girardo de' Merlini,,
convinto di perturbamento dei diritti della mensa sul Bosco ,.
per non aver sopracapi rinunciava formalmente alla investitura
fattagli da monsignor Ottobello Soffienti no di luoghi e terre
episcopali di Codogno, Cavenago, Brembio e Caviaga, riser-
bandosi soltanto r ottava parte d' onore di Codogno. Ma anche:
a questa riserva contradisse il vescovo ^.
NELLA CRONACA E NELLA STORIA
167
NOTE AL CAPO XVI.
^ Giovanni Codagnello - Chronicon placenthmm.
^ Giovanni Codagnello - Chronicon placentinum.
^ Ludovico Cavitello - Annales quibus res ubiq. gestas memorabiles a
PatricB sucs origine usq. ad annum sahitis 1583.
* A questo proposito Cesare Vignati publicò una serie di documenti
(28 febbraio 1229 -11 maggio 1230), nei quali sono consegnate: la querela
del Salvatico contro il comune di Cremona per turbato possesso dei suoi
diritti su Castelnuovo ; l' esposizione dei titoli del vescovo Ottobello per
giudicare in causa; la lettera pontificia per la quale deve ritenersi inap-
pellabile la sentenza pronuncianda dall'antistite; la sua lettera all'ordinario
cremonese perchè scomunichi il potestà ed il consiglio della sua città ove
non ritornino a libertà Guglielmo e Giacomino Salvatico, fatti ingiusta-
mente imprigionare con altri amici e clienti loro dalla signoria di Cremona
pel fatto di possedere per cessione del monastero sistino di Piacenza il
feudo di Castelnuovo ; le sospensioni e le proroghe attraverso le quali la
lite passò; e la sentenza definitiva per cui è fatta piena ragione al Salva-
tico, con che, per altro, ad integrare il suo diritto feudale intervenga altresì
la omologazione della mensa vescovile di Lodi.
^ Il monastero di S. Sigismondo in Cremona acquistava un prato posto
in Larderà, presso Cogozzo, già dato in feudo da Corrado e Lanfranco
di Comazzo a Giacomo di Bordelasco, figlio di Marchisio (18 agosto 1195).
^ L'imperatore Arrigo VI assicurò di aiutare i lodigiani ed i loro alleati
contro Milano ed i suoi confederati (9 giugno 1193) ; ma poi impose pace
alle parti contendenti, con due atti distinti ed a mezzo del suo legato
Trusardo (20 aprile 1194), il quale ottenne tosto dalle città contendenti
promessa giurata di soggezione al comando imperiale.
^ Questo trattato (di cui , per altro , si hanno vari apografi) fu concluso
il 28 dicembre 1198; ma l'atto originale porta la data 1199, come segna
il Muratori, perchè i lodigiani come i lucchesi e i senesi per uso antico
computavano il tempo coli' era pisana, la quale cominciava l'anno non
al I gennaio ma al 25 dicembre. Il calcolo pisano, precedeva di un anno
il calcolo firentino, durato dal secolo X alla metà del XVIII, e per esso
l'anno principiava al 25 marzo.
* Giacomo Antonio Porro - Storia diocesana di Lodi.
^ Giovanni Cortemiglia Pisani - Memorie storiche del basso Lodigiano..
CAPO XVII.
Fombio venduto a Piacenza — Le questioni pel Lambro — I reclami
dei lodigiani — Punti interrogativi.
ER serie di secoli era man mano salito all'apogeo
della ricchezza terrena il chiostro di S. Pietro in
Ciel d'oro di Pavia, seguendo la parabola ascen-
dente che più tardi fu percorsa da quasi tutti i
claustri canonicali agostiniani sfondatamente doviziosi dovunque,
ed in modo speciale, presso di noi, a Milano in S. Maria della
Passione ed a Piacenza in S. Agostino, il cui ente contava
— per consenso dei cronisti del tempo — altrettanti possessi
territoriali quanti i giorni dell'anno.
Ma come, nel generale consacrarsi degli abusi in nome della
religione, i monaci di S. Pietro in Ciel d'oro antistettero nel-
l'opulenza e nei privilegi ad altre comunità di loro confratelli,
così le precedettero nella rilassatezza dei costumi, nel fasto
eccessivo e nella rovina economica.
Si era sul principio del secolo XIII e già il celebre convento
pavese era cosi stretto ed oppresso da debiti che papa Gre-
gorio IX ^, per liberarlo da quella condizione intollerabile, diede
mandato al vescovo piacentino Visconte di vendere il podere
CODOGNO E IL SUO TERRITORIO
169
degli agostiniani che fosse il più remoto dal monastero di S. Pietro,
e col ricavo della vendita si estinguessero le obbligazioni, e le
g"ravose usure che le circuivano fossero poste fuori di causa.
L' ordinario piacentino — che probabilmente accordavasi col co-
mune della sua città per estenderne la giurisdizione alla ago-
g-nata sponda sinistra del Po — non mise tempo in mezzo
nella scelta e nell'alienazione; e quaranta giorni soli dopo l'in-
carico pontificio — sebbene altri posterghino quel contratto di
due anni — la corte di Fombio diveniva di agostiniana pro-
prietà piacentina (23 agosto 1225).
Sulla estensione della corte venduta ^ e sulla qualità del com-
penso, ragguagliato coi criteri presenti ed aumentato poi (1233)
per la richiesta dei venditori non pienamente contenti, sono
parecchie le divergenze dei cronisti. E però fuor di ogni
discussione che data da quel giorno l' avulsione politica dalla
signoria lodigiana di Fombio e delle sue attinenze meridionali,
destinate a rimanere per circa sei secoli parte viva e florida e
cara del Piacentino, della cui indole tuttora si risentono colà
le manifestazioni.
Piacenza — travagliata dalle riotte intestine tra i Pallavicini,
i Laudi e i Fontana, e stremata di pecunia pel mantenimento
delle soldatesche e dei cittadini — dava in pegno ipotecario
agli argentari nobili Nicolò ed Alberto Bagarotti, per lire mille
duecento settantasette e soldi dieci milanesi secondo il Poggiali^,
metà della corte, e secondo lo Scarabelli * metà del castello di
Fombio ; somma quella corrispondente a circa duecento mila
lire d' oggi.
Come Fombio diventasse la minuscola metropoli della gente
scota — di cui Alberto il grande fu signor di Piacenza e primo
conte di Fombio per investitura del comune (19 marzo 1299) —
esporremo più tardi. Risulta, però, che già vent'anni prima
della vendita su esposta gli Scoti possedevano sul Fombiese;
poiché in un documento il capitano Fanone dei Tresseni, do-
tando riccamente la chiesa di S. Martino in Lodi, accenna
anche alla donazione d'una terra aratoria e prativa in Fombio,
confinata a levante ed a mezzogiorno dalle proprietà dei conti
Scoti (28 settembre 1204).
lyO CODOGNO E IL SUO TERRITORIO
L'annessione a Piacenza della corte di Fombio non fu tutta
di rose; per essa spuntarono anzi, e tosto, le acute spine. Chè
se genericamente fra tutti i comuni italiani di quei tempi in-^
sorgevano diuturne le questioni della delimitazione confinaria
— sicché, ad esempio, fra Parma e Piacenza si guerreggiò ben
quattordici lustri per fissare i termini delle due giurisdizioni in
territorio di Borgo San Donnino — tanto più naturale si af-
fermò la divergenza fra Piacenza e Lodi, dopo che Fombio
dipese da quella città. E, a dire il vero, è fuor di dubbio che
i piacentini (di carattere parecchio litigioso ed ostinato, e forti
del continuo appoggio di Milano alleata e prepotente), allegra-
mente sconfinassero e si giovassero d' ogni occasione per avan-
zare sul contado di Lodi, che fin d'allora, forse, andava celebre
per la sua « buona indole ».
Non è ignoto ai lettori che a quei tempi un grosso ramo
del Lambro aveva foce nel Po a sette chilometri circa a valle
di Piacenza. Da Orio l' onda lambrana — che assumeva pure
il nome di lago Oriolo o di Lambrello ^ — lambiva Roncaglia^,
Ronco e il bosco di Codogno', forniva il lago Barili, e prose-
guiva pel corso della presente Mortizza fino presso allo scom-
parso Noceto, dove si faceva tributario del Po ^. Quella via
acquea era dunque di importanza massima fra le terre di Pavia,
Lodi, Milano, Cremona e l' oltre Po. Le guerre assidue vi ren-
devano necessarie opere di difesa e di offesa, come i batifredi
contro i cremonesi (1160); e il commercio del sale, della legna
e d' altre merci imponeva alle navi una forte tassa onde fruivano
i collettori lodigiani ^.
Per questo pedaggio appunto, esatto dai messi comunali lo-
digiani alla chiusa di Cereta (ad oriente di Orio) fino a Salerano,
vertì causa giudiziale tra il comune di Piacenza e quello di
Lodi. Successivamente i lodigiani ebbero dall'imperatore Arrigo VI,
a mezzo del suo legato Testa, concessione di libero uso del
Lambro (5 febbraio 1190); ma col trattato fra Lodi e Milano,
giurantisi pace « eterna » , quelle acque tanto contese furono
totalmente dei milanesi (1198).
Riaccese le lotte fra i comuni per la guerra fra la corona e
la tiara, i lodigiani parteggianti per Ottone IV imperatore, da
NELLA CRONACA E NELLA STORIA
171
lui, festeggiato in Lodi, ebbero confermati parecchi privilegi,
tra i quali « specialmente » i dritti antichi sul Lambro (i maggio
12 io). Ma anche l'ausilio imperiale giovò poco ai lodigiani;
poiché la foce principale del Lambro — quella appunto che
era di maggior interesse per le ragioni commerciali della plaga —
venne arretrata, e le croniche assegnano la responsabilità di
un tal fatto alle invide opere dei milanesi, le cui necessità po-
litiche reclamavano che il territorio lodigiano fosse per l' inopia
ridotto all'impotenza (1200-1230).
I piacentini, che nella logica fatale degli eventi stavano sempre
coi milanesi
tutti insieme uniti
Con saldissimi lacci in un volere,
per attrarre maggiormente a sè l' industria e il commercio no-
strani, posero mano a costruire una strada ed un ponte sul
Lambro (circa il 1227), procurandosi di tal guisa, e dopo l'ac-
quisto di Fombio, nuovo e più facile accesso alla nostra regione.
Imaginarsi se il comune laudense doveva subire questa vera e
propria diminutio capitis I Reclami e proteste non si fecero aspet-
tare, e presero tosto carattere di tale solennità che a giudicare
del piato vollero arbitri gli anziani della lega lombarda, così e
come era determinato dalla costituzione di essa (maggio 1167).
Monsignor Giovanni Battista Rota, presentemente vescovo di
Lodi, rinveniva fra i membranacei dell'archivio episcopale una
pergamena (1892), poi fatta publica, contenente un rogito del
notaro Alghisio Leve, presente alla consegna delle lettere scritte
da Azzone de' Pirovano, potestà di Lodi, ai « nobili uomini ed
amici carissimi, rettori della Lombardia, Marca e Romagna »
che erano Giacomo de' Terzago e Tomaso de' Pizolpilo; lettere
invocanti il loro intervento de jure per obbligare i piacentini pel
ponte e per la strada denunciati, a rimettere le cose in pristino.
Giovanni Agnelli ha testé edita una accurata monografia che
gitta lume sull'argomento, e della, quale — poiché ci sembra
opportuno — facciamo un breve riassunto.
Nel suo reclamo il potestà Pirovano, col consiglio ond'egli
era a capo, dopo salutati « con pienezza di gaudio » i su no-
172
CODQGNO E IL SUO TERRITORIO
minati rettori, racconta che, avendo mandati al potestà ed al
comune di Piacenza due messi (l'uno Bassiano Corso notaro,
l'altro servitore della comunità lodigiana) per presentare a quel
magistrato il reclamo scritto, affinchè di tale esibizione venisse
rogato publico istromento, il giudice del potestà piacentino, cui
pure le lettere eran state comunicate, come seppe che eran lo-
digiani, allontanò sgarbatamente il messaggio e i messaggieri,
e ciò con « massimo disonore ed improperio » ; che allora il
Pirovano inviò in corte di Fombio il su citato notaro Leve con
Giovanni da Melzo servitore, affinchè accertassero se i piacentini
continuavano nei lavori della strada e del ponte; che invano,
trovati i piacentini all'opera, notaro e servo li esortarono a
smettere; quelli non si diedero per intesi della proibizione e
seguirono i lavori; di che il notaro fece publico atto. Finisce
il potestà invitando i rettori a voler far cessare il danno, assi-
curandoli sè ed i suoi essere risoluti a non tollerare in verun
modo cosi fatto abuso.
I reclami lodigiani si rivolgevano alla sede invocata con in-
discutibile fondamento giuridico ; poiché i rettori della lega oltre
far concessioni, accordar privilegi ed essere investiti di parecchie
attribuzioni della autorità imperiale dalla quale si eran sottratti,
eran pure delegati a giudicare delle querele secondo la ragione e
le « buone usanze », ed a riformare in ultima istanza e giudizi
e cause E l' Agnelli diligentemente riporta nel suo studio al-
cuni atti fra le città collegate i quali comprovano la ortodossia
della processura seguita dai lodigiani. Ma le ricerche fatte in
proposito e dallo stesso Agnelli e dal vescovo Rota in Lodi e
in Brescia — dov'erano state consegnate ai rettori della lega le
lettere del Pirovano (5 novembre 1227) — non diedero verun
risultato sul verdetto in causa. Nè è a meravigliare di ciò,
poiché certi silenzi, in quelle epoche pur così piene di fatti, si
spiegano per le relazioni personali e passionali dei cronisti ; così
come le testimonianze di essi hanno forme di affermazione o di
denegazione stridenti. E questo riesce a diminuire la respon-
sabilità cui può incontrare chi oggi si accinga a dire di storia.
E anche un punto interrogativo la sorte ecclesiastica della
corte di Fombio, poiché il contratto di compra fra la comunità
NELLA CRONACA E NELLA STORIA
di Piacenza e gli agostiniani di S. Pietro in Ciel d'oro era stato,
coir atto relativo, perfetto nei rapporti civili (23 agosto 1225);
e quanto agli ecclesiastici risulta dagli storici piacentini Campi
e Poggiali che la sommissione spirituale di Fombio a Piacenza
seguì molto tempo dopo quella civile.
E però a meravigliarsi che nello elenco delle chiese, dei
monasteri e degli ospitali della diocesi lodigiana colpiti dalla
taglia pontificia per mezzo del notaro Guala (1261) non sono
menzionate le chiese di S. Pietro e di S. Colombano esistenti
allora in terra di Fombio.
174
CODOGNO E IL SUO TERRITORIO
NOTE AL CAPO XVIL
^ Questo papa — che prese molto a cuore il dominio temporale della
chiesa, e che sotto il pretesto delle spese per le crociate non risparmiò
dalle gravi imposizioni nè meno il clero (1227-1241) — a questo riguardo
sorvegliò diligentemente anche il nostro territorio, ed al convento di
S. Stefano al Corno impose che nulla si vendesse ad estranei diocesani
delle possessioni pertinenti al convento, senza suo consenso (7 luglio 123 1).
Gregorio IX e dopo di lui Innocenzo IV (1244), preoccupati dall'anarchia
dell'ordine agostiniano, provvidero a disposizioni che meglio lo disci-
plinarono.
^ Alcuni danno questa misura in sessantasei mansi, corrispondenti nella
moderna cifra di novemila e cinquecento pertiche piacentine circa.
^ Cristoforo Poggiali - Memorie storiche di Piacenza.
* Luciano Scarabelli - Storia civile dei ducati di Parma ^ Piacenza e
Guastalla.
^ Documenti già da noi citati : Ribaldo abate di S. Stefano al Corno è
investito delle decime vescovili dal Lambrello al Corno (12 settembre
II 82); Guidotto Malberto rinuncia al vescovo un diritto sopra un campo
vicino al Lambrello (2 febbraio 11 84).
^ Documento già da noi citato : Testimonianze sui diritti di pesca a fa-
vore della mensa vescovile di Lodi (29 dicembre 11 76).
' Documento di vendita di terreni di Giacomo da Salerano a Pietro
Sacco di Fombio (12 luglio 1233).
^ L' avallamento a sinistra del Po è solcato tuttora dal Lambro Vecchio,
che si unisce col Brembiolo e colla Mortizza al nord di Guardamiglio.
^ Fin dal 1000 circa, secondo un teste interrogato nella causa tra il co-
mune di Lodi e quello di Piacenza, le navi rimontanti il fiume pagavano
soldi cinque di denari vecchi e due pani di frumento ai messi di Lodi
(giugno 1173).
Galvano Flamma - Manipolus fiorum. — Bernardino Corio - Storia
di Milano. — Tristano Calco - Historia patria.
Giovanni Agnelli - Archivio storico lombardo.
Cesare Vignati - Storia diplomatica della lega lombarda.
CAPO XVIII.
Il regime delle acque — La Muzza — Rivi minori — Il Po — I suoi
porti e i suoi ponti.
RA gli studi speciali e recenti consigliati dal dolce
amor di patria, va a buon diritto collocata la serie
di memorie e di rilievi che per opera di Francesco
Gagnola felicemente illustrano ed intieramente rias-
sumono la cronaca regionale del regime delle acque inservienti
air agricoltura ; opera questa diuturnamente proseguita con vera
reverenza alla fedeltà storica, e che, per l'intendimento gene-
roso che la informa, alla regione nostra auguriamo feconda di
giustizia e di prosperità ^.
Con così buona raccolta di studi davanti, sarebbe un pleonasmo
il voler tentare una nuova monografia al riguardo; nè per fare
altrimenti noi sapremmo far meglio. Omettiamo, quindi, una
dissertazione sulle regole antiche della irrigazione, sulle quali
pur si pronunciarono i pretori romani, e poetò Virgilio e argo-
mentò Columella, citando Porcio Catone. Ricordiamo soltanto
— coir aggiunta di qualche nota capitale — che fin prima del
loco il regime delle acque era iscritto nell'elenco dei diritti
e delle proprietà dei fondi.
176
CODOGNO E IL SUO TERRITORIO
Esistono carte del secolo Vili portanti contratti dì compera
fatti dall' abatessa del monastero bresciano di S. Salvatore, aventi
per oggetto l'acquisto di deduzione d'acqua privata alle terre
del chiostro; ed oltre quel secolo i pochi documenti terrieri
•attinenti alle ricchezze fondiarie provano come tra di esse non
si negligesse il diritto di far defluire l'acqua dai maggiori ca-
nali fra l'erbe e le zolle. "
Comunque, eravamo ai prodromi rudimentali irrigatori; e
solo nel secolo XII cominciò e crebbe meravigliosamente lo
sviluppo delle acque fertilizzatrici , per le quali l'agricoltura di
Lombardia salì a così tanta superba dovizie.
Nel secolo X Ottone II concedeva al vescovo Andrea e suc-
cessori il giure proprietario di acquedotto nel territorio, e nel
diploma ricordava che quel diritto era già stato accordato ai
lodigiani dai suoi antecessori.
La stessa concessione faceva il Barbarossa, la quale veniva con-
fermata nei capitoli della pace di Costanza (23 giugno 1183);
ed Arrigo VI la costituiva in nuovo privilegio, specificando
l'uso dell'acqua del Lambro, per liberalità di principe a titolo
di dono « ai fedeli laudensi » (5 febbraio 11 90 e 19 gennaio
II 91). Ottone I (i maggio 121 1) e Federico II, figlio ad Ar-
rigo (4 dicembre 1220), con eguali diplomi concessori confer-
mavano l'elargizione.
Della imperiale benevolenza profittarono subito i donatari:
cominciato uno scavo nell'alto Lodigiano, vi defluirono l'acqua,
prima dall' Adda, poi dalle sorgive; e la condussero irrigando
le terre loro da Lodi a Lodi Vecchio, scaricandola poi nel
Lambro.
Ma non ne fu pacifico il possesso: lo avversarono i milanesi,
il frutto primo delle cui vittorie su Lodi fu — come accen-
nammo — r oppilamento di quell'antico canale. Come al solito,
i lodigiani non poterono aver ragione dei loro diritti; ma, volte
a meglio le proprie sorti, fecero tesoro di qualche tratto residua
del vecchio scavo, per la roggia Donna. Se non che sui primi del
secolo XIII Lodi si riaccinse con nova vigoria all'opera reden-
trice delle acque, e pensò estrarre dall' Adda la più grande quantità
possibile di benefica onda, pari al bisogno dell'intero territorio.
NELLA CRONACA E NELLA STORIA
La grande opera, unica in quel tempo in Italia, si iniziò
tosto (1221) per via di associazione, coli' apertura o — come
vogliono altri — col restauro di un* fossato fra il fiumicello
Morgula o Molgora e l'Adda; ma da questa non fu diretta-
mente la presa, bensì dall' Addella, e per Panilo sboccava in
Adda sotto Castione, dopo un percorso di trentotto chilometri.
L' acqua così dedotta non era sufficiente alle necessità degli agri-
coltori, e pertanto fu da Panilo a Cassano ampliato l' alveo (1279).
In questa guisa rinnovato, il rivo denominossi Adda Nuova
o Muzza, dove che per Addella o Addetta va inteso soltanto il
tronco da Panilo al Lambro e che serve alla Muzza come sca-
ricatore; Muzza certamente dalla romana Mutia, il maggiore
fra gli irrigatori antichi lodigiani, il quale vuoisi da Castione
procedesse al lago Barili.
Negli statuti della Muzza e dell'Adda Nuova, dichiarati pro-
prietà del comune lodigiano il letto, le sponde e le vie ripuarie ;
chiunque fosse sottoposto a quella giurisdizione municipale potè
da quei giorni estrarre acqua per le proprie terre o possedute
o condotte in affitto, pagando, colle vecchie communanticB , le
tasse statutarie per la conservazione dei carri, dei manufatti e
via dicendo.
Ciò fermato nella legislazione, si aprirono nella Muzza fra
Paullo e Massalengo settantacinque luci d' acqua irrigatoria, parte
a destra e parte a manca della roggia. Le bocche suddividono
il liquido in una infinita serie di rivi e rivoletti, i quali, intrec-
ciandosi in mille meandri o disimpegnandosi reciprocamente, si
possono rassomigliare ad arterie ed a vene che fanno circolare
la vita in tutta la regione.
Indescrivibili sono, oltre i vantaggi irrigatori, tutti gli altri
recati da questa specie di redenzione. Il suolo fu razionalmente
livellato a seconda dei deflussi ; sparvero i sollevamenti ; furon
ricolmi gli avallamenti; ogni campo ebbe coordinati i fossi sui
lembi; ponti, chiaviche, incastri 'testificarono i miracoli del-
l'idraulica applicata a beneficio ed a sicurezza del territorio.
E se le vigne scemarono, si accrebbero le praterie, moltipli-
caronsi le colture linacee, furono soppressi i gerbidi, e lo alleva-
mento del bestiame assurse quasi per incanto a tale importanza,
\ che appena reggono al confronto (persino nei giorni nostri in
Codogno e il suo territorio^ ecc. — / 12
178
CODOGNO E IL SUO TERRITORIO
cui trionfano i metodi intensivi) le importazioni bovine e vac-
cine, trasferite a prezzi così alti dalle acquitrinose prode della
Frisia o dai greppi erbosi della verde Erinni. Dai prati floridi,
gli armenti opimi ; da questi, la regina fra le industrie paesane :
il caseificio.
Naturalmente, anche la Muzza concitò ben presto le gelosie
e le invidie dei finitimi ai lodigiani. E tosto le aspirazioni della
possente Milano si fecero sentire nelle pretese dell' ospitale del
Brolio milanese; il quale, appena istituito da Gottifredo Busseri
(prima metà del XII secolo), già aveva devoluto a proprio be-
neficio ed a danno dei vescovi di Lodi parte delle acque Muzie,
e si era poi valso del nuovo cavo lodigiano per estrarre altri
canali a proprio profitto. Ma, coli' interposizione dell' arcivescovo
Ottone e del comune di Milano, anche questa vertenza fu ovviata
(23 ottobre 1286); occorse però più tardi modificare quella con-
venzione, così che le acque della Muzza furono divise in pro-
prietà per due terzi al comune di Lodi e per un terzo al
maggior ospitale di Milano (i agosto 1352). E qui non cessavano
le discussioni e le ordinanze al riguardo; le quali, malamente
osservandosi, perchè non pienamente confo/mi ai desideri dei
contendenti, si replicavano in nuove foggie, ripetendosi quanto
appunto delle città circa quel tempo scriveva padre Dante,
che non giungeva a mezzo novembre quello che esse fila-
vano d' ottobre.
Lodi afiìttava il dazio del canale (1403); ma, seguendo suo
sistema, Milano interveniva, o come arbitro delle liti o come
esattore dei dritti d'acqua, nell'azienda della gran roggia; della
quale, finalmente, il duca Lodovico Sforza si proclamava solo
ed assoluto padrone (1496).
Allor che le pianure d'Insubria si schiusero agli occhi scin-
tillanti di cupidigia dei cavalieri di Francia, guidati alla con-
quista da Gian Giacomo Trivulzio, questi donava, colla Martesana
e con lati poderi del Cremonese, anche, la Muzza al marchese
Gian Antonio Pallavicino (1499); ma questo cavaliere di Francia,
tutto inteso, come i suoi sozì, alle rapaci esazioni, trascurava
affatto le opere riparatone del canale; per il che lo stesso
Luigi XII gliene ritolse il possesso (1568); senza che per questo
NELLA CRONACA E NELLA STORIA
179
l' aquila desistesse dall' affondare gli artigli sul debole falco ;
poiché la Muzza continuò ad essere fonte di lucro a' favoriti
di principi, negletta sempre in tutto quanto poteva occorrere
alla sua conservazione.
Raccolta da Carlo V la successione degli Sforza, il comune
'^di Lodi e l'ospitai Maggiore di Milano furono litisconsorti pel
recupero dei propri diritti. I tre prefetti delle acque Alberico,
Duarte e Maruffo, delegati dal duca Ferdinando Gonzaga, go-
vernatore per» Carlo V — come i dottori bolognesi di Ron-
caglia — decretavano indiscutibili i diritti cesarei; appartenere
quindi la Muzza all'imperatore, perchè aperta dal comune di
Lodi « in carattere di ente publico sovrano, e come trasmessa
ai duchi di Milano colla dedizione fatta a Lodi, sottoponendosi
alla loro sovranità » (13 aprile 1549 e 10 luglio 1550). Gli
utenti ed il comune laudense oppugnavano in cause secolari
quel verdetto ; ma esso veniva riconfermato da uno speciale
tribunale composto di sei giudici spagnoli e da un solo italiano,
il conte Caroelli (17 16), e riconfermato da altri giudici tede-
schi (1722); così che la Muzza rimase in proprietà dello stato,
non rimanendo all'amministrazione privata che la sola deriva-
zione dall' Adda e di altre roggie, fra cui alcune importanti
estratte successivamente.
Lo stato — ben scrisse Melchiorre* Gioia — è il pessimo tra
i padroni. Esso trascurò lungamente le condizioni topografiche
ed idrografiche della Muzza; non ne sorvegliò gli sviluppi e le
misure ; non compiè nè meno le più urgenti fra le riparazioni ,
e per tal modo la deficienza delle acque andò man mano mi-
seramente aumentando; a tale che una rappresentanza degli
utenti fece al governo proposta di ristabilirne la competenza,
«estraendo nuove acque dall' Adda a Bisnate, ed offrendo efficaci
concorsi privati, salvo al governo stesso di rivalersi della spesa
maggiore con un aumento sul dazio del canale (1876).
Si riconobbe « in alto » la serietà e l'opportunità della pro-
posta; ma, allo stringer dei nodi, non se ne fece nulla. Invece
quella derivazione ulteriore dall' Adda fu ridomandata da co-
muni del Cremonese, e a questi fu concessa, quantunque insieme
M'avessero ripresentata i comuni del Lodigiano, che giustamente
i8o
CODOGNO E IL SUO TERRITORIO
ponevano innanzi il diritto di priorità, da essi acquisito non
solo pei fatti del passato, ma anche pel progetto del 1876.
Nel 1893 gli utenti del Ritorto, cavo irriguo del Cremonese ^
chiedevano al governo la soppressione di un ghiareto nell'Adda^,
impediente — al dire degli attori — l'arrivo dell'acqua alla
sua bocca. Il governo ricusò di aderire, facendo intervenire in
causa, a sostegno del proprio diniego, gli utenti di Muzza; e
la corte d'appello milanese ammetteva questo intervento, ed
assolveva sia il governo sia gli utenti di Muzza dalla osser-
vanza della dimanda attrice (24 marzo 1893). Eppure, dopo
questa sentenza, il governo (cui spetta il regime dell'Adda)
concedeva all' utenza del Ritorto assai più di quanto essa aveva
chiesto ; non solo, cioè, lo scavo del ghiareto, ma altresì la co-
struzione di una diga in ghiaia. Da ciò quella giusta agitazione
che tutti ricordano tra noi , e che si espresse recentemente
non solo in publici comizi, nei quali si ebbe occasione di de-
plorare ancora una volta le insipienze governative, ma altresì
nella rimostranza presentata a ministero d'usciere dai principali
proprietari del Lodigiano al prefetto ed all' intendente di finanza,
rappresentanti rispettivamente i dicasteri dei lavori publici e
delle finanze (11 luglio 1896)^.
. *
Senza dubbio , e forse più del dovuto , anche noi ci siamo
lasciati andare alla deriva dell'onda... muziana; ma non ci
pentiamo, per questo breve tratto di navigazione, perocché
r argomento è di quelli che più indissolubilmente si stringono
all' economia agraria di queste terre nostre.
Ed ora serva di conclusione allo speciale subbietto un ac-
cenno rapido a minori opere idrauliche che hanno per sè,. a,
quantunque umili, la consacrazione di altri ricordi storici. - ^
In quel di Castione scorreva un rius Episcopatus , menzionata '
in alcuni atti del 1197.
E notevole lo statuto comunale sul Fossato del Lodigiano
(12 14), che correva attraverso la campagna di Castione e di
Codogno, ed, uscendo dall' Adda, metteva alla chiesa antica di
San Fiorano, scaricandosi poi nelle bassure del Po. Questa
fossato (il cui vantaggia per l' agricoltura aveva una importanza
somma fin da quei dì remoti) fornì sempre precipuo obbietta
NELLA CRONACA E NELLA STORIA
l8l
'dell' interessamento e della sorveglianza del comune di Lodi;
tanto che si può affermare che per esso esistesse a lungo, se
non altro per consuetudine rispettata, una specie di corpus juris.
Il comune, infatti, determinava che non si avesse mai a mutare
il percorso del rivo fecondatore; che non se ne avessero a
spianare o modificare gli argini, se non in tempo di pace, fatto
obbligo della sollecita loro ricostruzione in una imminenza guer-
resca; potessero e dovessero i possessori ripuarì servirsi di quei
terraggi come di strada, ma incorrere immediatamente in pene
pecuniarie e nel ripristino in integro degli argini medesimi ove
si fossero permesso di danneggiarli o di abbassarli per comodo
proprio. Giovanni Agnelli * — che ha col consueto studio e
grande amore descritte le fasi varie del vecchio fossatum Lo-
thexancB — è d'avviso che la roggia Fossadazzo (scorrente da-
vanti al cimitero di San Fiorano e che più giù al Molinazzo
defluisce nelle circostanti bassure) sia appunto il vecchio fossato
tenuto già da oltre sei secoli in così grande considerazione dagli
statuti comunali laudensi.
Sottentrati i cistercensi di Cerreto ai benedettini nell'abazia
di S. Stefano al Corno (1231), subito si accinsero alla bonifica
di quei terreni sottoposti al palude ed alla malaria, tanto che
i cronisti registrano un profondo fossato aperto da quei religiosi
pel deflusso delle acque minacciosamente stagnanti (i aprile 1232).
Ma poco dopo il Po vendicavasi per le terre strappate al suo
dominio, coli' intaccar prima ed inghiottir poi e chiesa e chio-
stro, sicché fu necessario che per una serie d'anni i cistercensi
officiassero nella chiesa di S. Maria al Corno Vecchio; fino a
•quando più belle, più ampie e più delle antiche vicine a Santo
Stefano, poterono ricostruire e chiesa e abazia.
Non è chi non veda quale e quanta divizia abbia rallegrati
questi territori nostri coli' irreggimentazione delle acque, devolte
alla prosperità del suolo coltivo; ma alle industrie ed ai com-
merci nostrali diedero pure grande incremento anche quei corsi
d'acqua che, essendo navigabili come la cerulea Adda e come
il Lambro pago di minori onori, servivano di sicuro e relati-
vamente sollecito mezzo di comunicazione tra la Lombardia
\^ r Emilia.
l82
CQDOGNO E IL SUO TERRITORIO
Il Po, quindi, era la vera aorta della valle cui esso dà nome :
dalle allobroghe cime scendendo con vasta maestà regale fra
l'Appennino sulla destra e la terra lombarda a manca, traspor-
tava agli ultimi lembi dell'Italia adriatica, e quindi oltre mare,
tutti i prodotti della superiore; e più continuo e più efficace
del longitudinale era lo scambio delle cose ed il traffico fra
r una e l' altra sponda.
Quale la preoccupazione maggiore di papi, di vescovi, di
conventi, nella regione nostra e nel più fitto dell'epoca medie-
vale, se non l'esercizio oculato e rigoroso d'un intero patri-
monio di diritti inerenti al gran fiume? Contendevano fra sè i
potenti della terra pel possesso del giure di pedaggio, di pesca,
di trasporti mercantili nel suo alveo ; le più celebri comunità
religiose consideravano sommo fra i privilegi quello di possedere
un porto , un arsenale che avesse tratto immediato al perenne
movimento onde esultava il corso del re dei fiumi italiani ; e
bastava che una città ripuaria possedesse un castellare alla
sponda o poco lungi perchè la città emula dell' altra riva ne
facesse caso di guerra, e ne meditasse nei silenziosi apparécchi
0 colle forti alleanze la violenta conquista.
E, dunque, agevole l'asserire che nella cronaca nostrana il Po
rappresenta uno dei massimi coefficienti. Imponente linea idro-
grafica che taglia in due l'Italia del nord,
Il fiume ove sudar gli antiqui elettri
vide sulle sue pianure alluviali, passare a moltitudine le stirpi
primitive , a schiere ed a manipoli i celti vigorosi ed i forti
latini, a torme i barbari dissimiglianti nelle foggie e nelle fa-
velle diversi ; alle sue onde bevvero gli elefanti di Annibale ed
1 cavalli di Carlo V; trascorsero i centenni, e ad essi rispo-
sero le vibrazioni di questo immane e liquido serpente che,
divincolandosi, si andò spostando, restringendo, allargando, a
seconda che gli imponeva il comando dei fati geologici, salente
dalle viscere della terra.
Così traverso le età stette e permane, affermando fin dal
tempo di Roma una differenza suprema fra gli abitatori de' suoi
due lembi e mantenendo tuttavia, perfino nelle più elementari
diversità glottologiche, una separazione fra essi ben distinta.
NELLA CRONACA E NELLA STORIA
183
Le questioni che tra i ripuarì si agitavano sei secoli e mezzo
fa erano affatto erose; serqua di contese fra quei di destra e
quei di sinistra avvenivano o pel pagamento dei pedaggi, o per
r approdo delle barche, o per le misure dei soldi di tassa, spesso
mutate ed aggravate a capriccio ; e non cessavano le violenze
e le rappresaglie degli oppressi d'oggi, che diventavano i ti-
ranni del domani, applicando la legge del taglione e facendo
d'ogni erba fascio, fino a tollerare reciprocamente e legalmente
la rapina vicendevole sui mobile campo.
E per ciò che i piacentini, desolati dalle imprese delittuose
commesse dai ladroni sul Po, stringono coi lodigiani un patto
biennale pel quale i due comuni contraenti si compenserebbero
reciprocamente le rapine compiute sul fiume in domenica e in
mercoledì; di quelle commesse negli altri dì della settimana non
si terrebbe conto, nè con denuncia nè con punizione; e sul Po
navigherebbesi soltanto di giorno (1254)^.
Strano diritto di proprietà fluviale in tempi ancor più strani,
nei quali per la boria di campanile il nemico batteva moneta
o faceva correre il pallio da meretrici al conspetto di una città
assediata, o vi gettava coi mangani un asino vivo, per ol-
traggio di chi vi stava rinchiuso, o si rimandavano spogli di
brache nella città nativa i prigioni di guerra.
La storia giuridica dei porti e dei ponti sul Po occuperebbe
r intero volume per poco che le si dovesse tener dietro nelle
sue espressioni possessorie.
Accanto alla legislazione longobarda si sviluppava la poten-
zialità delle chiese e dei chiostri, e già fin d'allora i diritti di
natura padana di pesca, di transito, di approdo costituivano
obbietto di contratti, di accordi, di dissensi.
Torna acconcio accennare di quale e quanta importanza fino
dal secolo XIII anche pei milanesi fosse il libero passaggio
dall'una all'altra sponda del fiume, senza contare che, appunto
per l'alleanza antica con Piacenza, di maggiori comunicazioni
essi si giovavano sempre più. Abbiamo visto, quindi, come
Milano vendesse a Lodi del terreno in sant'Andrea della Coda,
i84
COaOGNO E IL SUO TERRITORIO
perchè i lodigiani gittassero un ponte sul Po, lo fortificassero
con un ricetto ed un fossato, e ne deducessero una strada a
Lodi (8 agosto 1237).
Da alcuni documenti risguardanti i beni posseduti in Orio
dal capitolo metropolita di Milano, e publicati da Alessandro
Riccardi ^, emerge che un altro ponte sul Po si congiungeva
con una strada per Orio (1240 circa); e un istfomento enfi-
teutico a proposito dei possessi medesimi in Orio di quella
catedrale, nomina un lembo di terra pel quale « già il comune
di Milano aveva fatta fare una strada al ponte dalla parte di
Orio, il qual ponte lo fece fare il comune di Milano » (28 marzo
1272). Ponte forse non più allora esistente, poiché — secondo
una memoria ricordata da Giovanni Agnelli'^ — risale al 1243
il cenno ad altro appezzamento di terreno per cui « va la strada
milanese per la quale si andava al ponte » , e dello stesso anno
è un documento nel qual si leggono le seguenti linee riferite
alla valle detta Rilioso : « per cui ancora fu fatta dal comune
di Milano la strada che andava al ponte di Orio sul Po ».
. * ■ . .
Più volte ci avvenne in queste pagine di rammentare due
comunità religiose le quali lungo l' evo medio rappresentarono
nel loro più alto significato quelle che oggi hanno nome di
temporalità: il monastero di S. Giulia in Brescia ed il convento
di S. Sisto in Piacenza.
Questi due formidabili istituti dell' ordine benedettino parve
si dividessero per lunghissimo ordine d' anni la sovranità padana,
oltre le immense divizie che tenevano in feudo religioso e civile.
Re Desiderio donava a S. Giulia il porto sul Po rimpetto a
Piacenza (753-773). Un secolo dopo Angilberga ne elargiva due
a S. Sisto, seguendo le pie tradizioni del marito, Lodovico II
imperatore, il quale ai benedettini neri di Piacenza era stato co-
stantemente munifico. Agli stessi monaci, per via della medesima
Angilberga, perveniva inoltre il porto già dall'infelice Desiderio
concesso alle monache bresciane; ma morta Angilberga, S. Giulia
riaccampava i suoi diritti; li contestava Guglielmo conte pala-
tino, e Lodovico imperatore li restituiva alle spogliate religiose
(1136), che ottenevano conferma della restituzione dai consoli
di Piacenza (11 39).
NELLA CRONACA E NELLA STORIA
185
Lunga ed irta di contese e di nimicizie è la cronaca di quei
possessi portulani. Intervennero contro i piacentini bolle e sco-
muniche dei pontefici Anastasio (1153) e Adriano IV (1156);
là dove Piacenza ebbe ragione da Federico I (1164). Chiamato
giudice del piato risorto, da Alessandro III, l'arcivescovo di
Milano Caldino de Sala, questi determinò dovesse S. Ciulia in-
vestire il comune piacentino del porto, ponte e traverso, ob-
bligato l'investito ad un annuo canone (11 74); il quale fu poi
determinato in venti lire imperiali, quando Pietro Diani e Ro-
dolfo da Concesa, eletti giudici della controversia dallo stesso
pontefice, riescirono a comporre il dissidio (1180). Finalmente
Lodovico, conte veronese e potestà di Piacenza, pronunciò un
altro lodo, pel quale i piacentini, non avendo più dal 1256 al
1257 pagata la servitù, furono costretti a versare per gli arre-
trati insoluti lire duecentoventicinque, ottemperando insieme alle
decisioni del Diani e del Concesa (1277). Da quel dì manca
traccia d'altre liti monacali.
Il pedaggio sul Po fu di Francesco Maletta, commissario del
duca Galeazzo Visconte; e, lui morto, di Pietro Pusterla (1479),
favoreggiatore sforzesco, il quale l'affittava ad un Antonio Vecchi
detto Galmozzo, per duemila e trecento lire imperiali, con ap-
pendici di vino, di lino, di pernici, di capponi e di maiali. Poi
il dritto passò a Giovanni Francesco Burla, e, signori di Pia-
cenza i pontefici (152 1), come ad essi spettavano i diritti sul
porto e sul ponte del Po, così avvenne che, avendo Clemente VII
retribuito il « Giudizio universale » di Michel Angelo Buona-
rotti con una rendita annua vitalizia di aurei scudi milleduecento.
Paolo III, successore di Clemente, ne garantì la metà colle ra-
gioni del pedaggio padano presso Piacenza (i settembre 1535).
Il sommo artista affittò il porto a Durante, nobile piacentino ;
e, siccome in quel torno di tempo Beatrice Trivulzio volle gio-
varsi con un nuovo transito portuale, il conducente Durante
denunciò la cosa al Buonarotti, questi al papa; indi il comando
della santa sede affinchè si distruggesse il porto abusivamente
costrutto. Anche pei pagamenti dovette Michel Angelo piatire
con un altro suo affìttavolo, un Agostino Tresseno da Lodi che
\ trovava comoda la lontananza del creditore.
i86
COTOGNO E IL SUO TERRITORIO
La comunità di Piacenza e gli agenti di Pier Luigi Farnese,
e in ispecie tra questi un Salvatore Pacino, pretesero dal papa
che fosse tolto quel dritto al Buonarotti ; ma Paolo III impose
continuasse nel sublime maestro l'esercizio acquisito (1546). La
morte violenta di Pier Luigi lasciò Carlo V padrone della città
(settembre 1547), e da quel dì i Pusterla succedevano a Michel
Angelo nel beneficio dei redditi portuali, senza però che si
acquetassero le continue velleità publiche e private pel dominio
sul fiume.
Nelle epoche più recenti il possesso dell' unico ponte in chiatte,
superstite a innumerabili vicende, appartenne ai governi imperiali
o reali successivi a quello di Carlo V ; e fu dichiarato nel trat-
Il ponte in ferro sul Po
tato del 18 15 , oltre che il tramite principale, il confine politica
fra il ducato piacentino a sud est e Lombardia. Ivi un uficio
natante di dogana, ivi una sezione di buon governo per la vi-
dimazione dei passaporti, ivi la perquisizione fiscale dei veicoli
e delle merci reciprocamente sconfinanti. Il pedaggio (che durò
fino al 1869) non si mantenne sempre nella stessa misura;
perchè, mentre prima della sua locazione si riscotevano fino
trentadue mila lire, dopo la costruzione del ponte di ferro se
ne riscossero soltanto diecimila e cinquecento.
Col primo del 1860 il ponte fu ceduto dallo stato alle Pro-
vincie di Milano e di Piacenza, che dopo il 1869 assunsero in
NELLA CRONACA E NELLA STORIA
187
proprio l'obbligo della conservazione e delle riparazioni neces-
sarie, le quali del resto (è spiacevole il rilevarlo) oggi sono
concordemente neglette.
Il ponte in ferro — i cui studi s'eran cominciati nel 1861 —
si inaugurò il 3 giugno 1865, presente Umberto di Savoia,
principe di Piemonte. Esso è lungo cinquecento settantasette
metri ed ottanta centimetri ; lo reggono sette pile e due spal-
loni ; trecento mila mattoni e centocinquanta metri cubi di gra-
nito costituiscono ciascuna pila; ogni metro lineare del ponte
conta quattromila e sessantotto chili di ferro e sessantotto di
ghisa; le pile furono sprofondate nell'alveo a mezzo di poten-
tissime macchine ad aria compressa fino a ventisei metri. Fu
esecutrice dell' opera la ditta francese Parent Shaken Caillet e
compagni.
Cosi — dopo il Reno, il Rodano, il Varo — anche il
Re degli altri superbo, altero fiume
antico e costante ribelle ad ogni tirannia di ponte stabile, ebbe
alla fine il suo dominatore, su cui non prevalgono le piene
frequenti e procellose.
i88
CODOGNO E IL SUO TERRITORIO
NOTE AL CAPO XVIII.
^ Troppo lunga sarebbe l'enumerazione di queste meditate e pregiate
publicazioni ; ci limitiamo a ricordare che presentemente è in istampa
quella sul Regime de ir Adda nei suoi rapporti colla Muzza e colle altre
derivazioni dal fiume, a cui collaborarono Francesco Gagnola e Giovanni
Agnelli.
^ È sconosciuta T epoca di origine del Ritorto. Quando Giovanni Sforza
ne ricercò i titoli il doge di Venezia, da cui Crema dipendeva, rispose
che la carta di concessione per l'apertura del canale era stata distrutta
in un incendio (1481). Ma questa tradizione, vigente tuttora anche negli atti
amministrativi publici, non persuade punto Francesco Cagnola, il quale
opina che i cremaschi trassero acque dall' Adda senza concessioni di sorta,
quando il loro territorio passò quasi in via definitiva al dominio della
Serenissima (i449)-
^ Con questa rimostranza gli utenti — specificate le misere e pericolose
condizioni in cui è lasciata la Muzza in confì-onto del Retorto e d'altre
roggie cremasche — rilevano l' intollerabile stato in cui s' abbandona il
massimo dei nostri canali irrigatori, subordinando e postergando la Muzza
al Retorto; non dandole la competenza sua nel riparto delle acque; la-
sciando che si compiano impunemente altri cavi lungo l' Adda ; negligendo,
infine, quel patrimonio materiale e morale che la Muzza rappresenta a
vantaggio dello stato e dei privati, e che subisce una vera spogliazione
sino a quando continui l' abuso delle proprietà delle bocche dai nostri
antichi stabilite a beneficio della plaga nativa. La rimostranza si chiude
dicendosi preludio (in caso di negata ragione) ad una causa per cui il
governo sarà costretto a reintegrare la giustizia e l'equità a favore dell'utenza.
* Giovanni Agnelli - Archivio storico lodigiano.
^ Luciano Scarabelli - Storia civile dei ducati di Parma, Piacenza e
Guastalla.
^ Alessandro Riccardi - Archivio storico lodigiario.
' Giovanni Agnelli - Fanfulla da Lodi.
CAPO XIX.
Federico II — Un bagno imperiale — Scomunica e interdetto — I Landi —
La carta bolzoniana — Baldaliicchi terrieri.
A successione degli avvenimenti ci riporta al tumulto
delle armi ed alla solennità dei trattati. Una novella
lega lombarda, di carattere meno epico ma più po-
litico della prima, si giura contro l'imperatore te-
desco; ma tra i due fatti esiste una virtuale differenza : l'alleanza
delle città lombarde contemporanea al Barbarossa significava
l'apoteosi del pontificato; l'altra invece, coeva al secondo Fe-
derico, sino ad un certo punto contemperava con italiche aspi-
razioni l'intendimento ghibellino.
Senza dubbio buona parte del fenomeno va attribuita all'indole
dei tempi mutati; ma sarebbe puerile negare che quel grande
fatto storico si conformò sulla gagliarda individualità onde per
« magnanimi lombi » scese, brillò e sparve la gloria sveva.
D'altronde — e per quanto il compito nostro ci ricusi il
diritto alle divagazioni — è mestieri convenire che dobbiamo
pur rilevare nel figlio di Arrigo VI qualche cosa di più e di
meglio della sola natura politica. E ben vero che poco fausti
corrono i tempi per la glorificazione di tutto quanto abbia rap-
190
CODOGNO E IL SUO TERRITORIO
porto colla genesi del patriotismo ; nè manca chi reputa poco
men che bestemmia contro l' umanesimo l' evocazione dei modi
e delle forme per cui le nazionalità si svolsero. Pure noi, fedeli
alle prime sensazioni da cui la nostra vita oscura non volle
mai essere scompagnata, amiamo appartenere ancora a quella
scuola che altri chiameranno antica, ma che non per questo noi
riteniamo meno cara. Italiani innanzi tutto, come tali ci è
sacro quel concetto nazionale che non ha per noi un solo valore
filosofico, ma patologico altresì ; ed esso ci impone di rammentare
l'imperatore tedesco come uno dei più potenti fattori di quel-
l'idioma nostrano o volgare, auspicante al maggio della patria.
Pertanto, da oltre sei secoli sopravvivono di Federico due
aspetti: l'artista ed il sire. Non riaccorderemo qui le viole
d' amore per accompagnare i canti leggiadri della corte sveva ;
nè ricorreremo al consueto Pier delle Vigne ed alle non meno
abusate « chiavi del cor di Federico » che il capuano suo can-
celliero soléa tenere « a piacer rivolgendo ». Ormai la critica
estetica diede del padre di Manfredi saggi così accurati ed in-
tensivi che da vero, ed in queste pagine, sarebbe colpevole una
qualsiasi altra variazione del tema. Noi, per contrario, più par-
ticolarmente interessa di lui l'aspetto politico.
Probabilmente, se egli fosse contemporaneo nostro, l'acco-
munerebbero per diversi lati a Guglielmo II di Germania.
Come lui, invasato della supremazia assoluta dell' impero in tutto
e su tutti; come lui, legislatore, poeta e capitano; come lui, spinto
e risospinto fra contrarie energie. Un dì egli , memore soltanto
d'esser venuto alla luce in Italia, voleva fare della marca an-
conitana natia il modello dei reami ; non dissimile appunto da lui
il moderno Hoenzollern, il quale, inaugurando, or non è molto,
una statua di sassone illustre, sclamava esser la propria vita dedi-
cata a tutto r impero, ma voler consacrato l' ultimo suo palpito
alla avita marca di Brandeburgo.
Federico era ancora giovanetto quando il suo nome fu me-
sciuto ai badalucchi che succedevansi in Lombardia.
Sedeva allora sul trono della chiesa Innocenzo III, uno dei
papi che spinsero più lontane le pretensioni della tiara. Egli
fu l'ordinatore di quel vasto corpo di monaci mendicanti che,
NELLA CRONACA E NELLA STORIA
Sparsi in tutti i regni della cristianità, servirono a Roma di
secreti referendari presso i potenti e di istromenti de' disegni
clericali sulle coscienze ; egli l' istitutore del tribunale della truce
inquisizione; egli che, nel fuoco della discordia suscitato contro
Ottone IV imperatore, gli opponeva ad emulo nel conquisto
dello scettro il proprio pupillo, figlio ad Arrigo VI, Federico.
Questi dalla Sicilia, di cui era re, giungeva a Genova per
condursi in Germania (12 12), e nella superba città ligure si de-
terminava che il marchese del Monferrato, Guglielmo IV, ed i
pavesi, alleati, accompagnassero Federico fino al Lambro. Là
lo avrebbero ricevuto i cremonesi ed il marchese Azzo d' Este,
sotto la cui scorta sarebbe condotto in sicurezza fino alle Alpi.
Il principe perveniva a Pavia (15 luglio), e sette giorni dopo
toccava la sponda del Lambro, oltre il quale era atteso. Ma
quando gli fu noto che i milanesi, parteggianti per Ottone, gli
si affrettavano incontro per vietargli il passo, Federico deviò
dal solito guado o ponte che fosse, e passò in posizione meno
nota le acque del piccolo fiume. In questa guisa egli non trovò
opposizioni di sorta; ma le acque erano alte ed egli si prese
un famoso bagno.
Reduci i pavesi dall' aver consegnato ai cremonesi il « reatino »
{come per dispregio gli ottoniani lo chiamavano), s'avvennero
nei milanesi; e presso Monte Malo s'impegnò la mischia, con
gravissimo danno di quei di Pavia, molti • dei quali caddero
prigionieri.
Morto Ottone (12 18), Onorio III, successore di Innocenzo,
pose in fronte a Federico il serto imperiale; ma prima volle
che egli si obbligasse con fo*rmale sacramento ad una crociata
in Terra Santa (22 novembre 1220). Federico, però, sospettoso
che colla spedizione contro gli infedeli il pontefice intendesse
a distrarre le forze imperiali che troppa soggezione gli recavano
in Italia, differiva prudentemente la sua partenza, opponendo
alle replicate istanze, alle imperiose sollecitazioni il fatto che le
città italiane, lacerate dalle fazioni guelfe e ghibelline, non po-
tevano essere lasciate in balia dei loro odi mortali, delle continue
violenze e rapine. Alcune di esse, infatti, essendo costantemente
N propense a prender l'armi per l'imperatore, altre si consiglia-
192
CODOGNO E IL SUO TERRITORIO
rono di costituire una seconda lega lombarda ; la quale fu stretta
in S. Zenone di Mosio, sul Mantovano (2 marzo 1226).
Contro le umane previsioni fu vista la parte di Federico ancor
condivisa e propugnata da Onorio; il quale, tentennando fra lo
imperatore e gli italiani, ora spingeva agli accordi, ora all'azione;
ma ciò stancò Federico; il quale, respingendo i patti conclusi
in Padova fra i messi pontifici ed i rettori della lega (1233),
sdegnò il successore di Onorio, Gregorio IX. E le ostilità fu-
rono rotte, e più acri si impegnarono le guerre fraterne. II
pontefice, uomo di indomito carattere, armeggiò con vescovi e
principi tedeschi, animò la congiura di Giovanni di Brienne, re
titolare di Gerusalemme, e quella di Arrigo, genero il primo e
figlio il secondo di Federico; fulminò terribili anatemi; disciolse
i sudditi imperiali dal giuramento di fedeltà; ed armò le città
della lega coli' erario raccolto per una nuova crociata.
Cremona, che seguiva le sorti dell'imperatore, aveva vinte
le genti dell' anticesarea Milano, profittando della non riescita
spedizione dei popolani di Piacenza, loro alleati contro i nobili,
chiusi in Rivergaro e in Pigazzano. Dopo la vittoria i cremo-
nesi si recavano alla rocca del Corno — già infeudata ai lodi-
giani Tresseni (1232) — e se ne impadronivano facendo grosso
numero di prigioni lodigiani (1234).
Due anni dopo Federico — cui arridono i successi sulle forze
della lega — assedia e prende Lodi, cacciandone i nobili guelfi
e rafforzando i ghibellini, fra cui gli Overgnaga, colmati di
onori e di privilegi, primo il diritto di zecca, da cui forse le
più antiche monete laudensi; vi si rafforza, erigendo un potente
castello a porta Cremonese, reintegrando il vescovo Ottobello
in tutti gli antichi privilegi sul contado.
La vendetta di Federico fu eccessivamente crudele: un guelfo
lodigiano, minore francescano, fu da esso publicamente fatto
Le prime monete di Lodi
ne:,la cronaca e nella storia
193
ardere perchè predicatore d'obbedienza al papa. Ed allora Gre-
gorio lan^ciò la scomunica sul capo di Federico, privando altresì
della dignità episcopale Lodi, e sottoponendola col suo territorio
a severo interdetto (1243).
Oggi è appena possibile determinare tutta la gravità delle
censure ecclesiastiche di quei dì. Le armi spirituali, a cui fre-
quentemente ricorrevano i sovrani pontefici contro i loro nemici,
avevano normalmente nome di scomunica o di interdetto ; ed
entrambi questi provvedimenti repressivi figurano immutati anche
nei codici del diritto canonico vigente. Così la scomunica come
r interdetto sono riferibili alle persone ed al luogo , singoli o
collettivi a seconda della causa per cui vennero intimati.
Più usata la scomunica, come quella precipuamente circoscritta
all' individuo. Per essa, attraverso melanconiche, cupe cerimonie
era il fedele tolto alla comunione spirituale; l'asilo, il letto, il
fuoco gli erano negati ; egli non poteva permanere oltre un dato
tempo nello stesso luogo ; non consiedere a mense ospitali ; non
porre piede sulla soglia di edifici consacrati al culto; non rice-
vere sacramenti; non aver ricetto nei romitaggi, nè colloqui;
se infermo, lasciato all'incuria e all'abbandono; se moribondo,
non confortato dall'ultimo addio; se, morto — secondo la frase
dantesca — in contumacia di santa chiesa, non deposto in pia
terra, ma abbandonatane la salma in pasto ai cani errabondi.
E terribile come la sostanza della pena era la forma della sua
irrogazione. Quando il reietto non presenziava la cerimonia im-
ponente, esclusivamente simbolica, riferivasi od alla effìgie di
lui o ad un fantoccio che lo rafiìgurava; quando invece era
presente, il mesto spettacolo assumeva ancor più di desolante
tetraggine, e nel tempio si illuminavano lugubremente le faci
espiatorie, che poi, strappate agli altari, significavano, spegnen-
dosi al suolo, le tenebre eterne in cui la chiesa sprofondava
gli spiriti traviati.
Quanto all'interdetto, non variavano virtualmente le forme
del rito da quelle della scomunica. Anche per esso era in lutto
la chiesa, che non sopprimeva, ma modificava soltanto la propria
\ liturgia, togliendole ogni apparenza solenne. Non più battesimi,
Codogno e il suo territorio, ecc. — /. 13
194
CODOGNO E IL SUO TERRITORIO
(
non più nozze, nè esequie accompagnati dallo sfarzo della ceri-
monia consueta ; ma invece la semplice e sommaria celebrazione
delle cerimonie. Le imagini sacre sono velate da neri 4rappi,
e gli altari nudi d'arredi, come se sul tempio sia passata una
irreparabile rovina; rintoccano le campane a corruccio; il capo
dei penitenti è cosparso di cenere; bigio il saio, scalzi i piedi,
in mano le torcie grevi, i supplici girano processionalmente in-
torno alla chiesa vietata, senza potervi entrare. È sotto ai
pronai che si celebra l'atto nuziale, al conspetto delle tombe;
là dove le puerpere sono ribenedette nella purificazione, dove
il peregrino attinge lena nella fede, suo viatico morale; è, in-
somma, l'intera sospensione di tutti gli affettuosi rapporti che
alla divinità rivelata avvincono l'uomo, in conseguenza o di
colpe sue o commesse dal suo signore, e della cui responsabilità
egli si proclama scevro e mondo ; triste corollario di promi-
scuità non rispondenti alle norme eterne della giustizia distri-
butiva, in epoche che vedevano le temporalità armare il bràccio
religioso per colpire gli avversari del pontefice.
Questo appunto accadde in Lodi e nel nostro contado. E qui
tacquero le festanti campane, e qui le sepolture ecclesiastiche
furono interrotte, e qui fu sospeso il palpito della vita religiosa.
Le fraterie furono cacciate in bando; tutti i guelfi furono co-
stretti a seguirle, e contro i preti rimasti si compirono tali
enormità che fu grande la irritazione delle prossime città; fra
esse Milano, che venne ai danni del territorio ponendolo a ferro
ed a fuoco, senza che per questo i ghibellini rinsavissero, paghi
delle benevolenze con cui li compensava Federico.
Il quale, del resto, fece loro un terribile dono col preporre
ad essi quale governatore quell'Ezzelino da Romano
immanissimo tiranno
Che fia creduto figlio del demonio.
Sotto questo empio leggendario non vi fu inumanità che contro
ai guelfi commessa non fosse ; gli esili e le confische non eb-
bero più remora, e cosi nobili famiglie furono colpite da per-
petuo sacramento di bando, con prescrizione ad futurum che
tutti i potestà l'avessero rinnovato e mantenuto.
NEL_A CRONACA E NELLA STORIA
Come e quanto in quel torno di tempo da queste turbolente
condizioni la nostra regione avesse a subire danni e rovine,
non è malagevole imaginare. Vinta sui milanesi la battaglia di
Cortenova (27 novembre 1237), Federico — che vi era apparso
troneggiante sur un elefante da guerra, precinto dalla sua sfol-
gorante guardia saracina — dalle prealpi bergamasche scese
fra noi. Cavalcò fin presso Pizzighettone (12 dicembre), onde
nello stesso giorno si recò a Lodi, ivi soggiornando fino a Natale.
Nel tempo stesso quei di Piacenza e di Cremona cavalcavano
a Monticelli piacentino ed alle Caselle di Po, ardendone le rocche,
fatto che si rinnovellò per gli stessi luoghi tredici anni dopo.
Queste Caselle di Po (oggi Caselle Laudi) sono da Giovanni
Musso ^ chiamate Caxale Vetus\ situate in quel tempo all' oltre
fiume, e divenute cispadane operandosi successivamente la retti-
ficazione del gran corso fluviale. Siccome questa dislocazione
ha carattere di fenomeno geologico strano, così reputiamo utile
insistere sopra di esso.
Il potestà di Piacenza, Manfredi Lupi da Canossa, investiva
pel comune il conte Ubertino Laudi e successori, a titolo di
feudo, di alcune terre del suo contado, fra cui le Caselle Vecchie
del Po; feudo con giusdicenza civile fino alle lire venticinque,
e d' esazione d' uno staio di frumento per ciascuna coppia di
buoi tenuti dai subbietti e d'una mina per ogni lavoratore del
suolo (20 gennaio 1262). Così, col torbido ghibellino che semi-
nava il terrore dalle erme alture di Bardi in tutto il Piacentino,
cominciò, e da oltre sei secoli dura, il possesso delle Caselle
in casa Laudi.
Su disegno di Scipione Dattari — celebre ingegnere bolo-
gnese, della cui opera i Farnesi frequentemente si giovarono —
e dietro lodo pronunciato da Giovanni Antonio Tagliaferri, pre-
tore e governatore di Piacenza, contro Alberto Scoto, Spelta,
Falconi, Nibbi, Pisaroni ed altri consorti opponenti (28 gen-
naio 1588), Cristoforo e Manfredo fratelli Laudi fecero riescire
le Caselle dalla destra sulla sinistra sponda del fiume (1593),
il quale « faceva molti e diversi giri e circuiti in detto terri-
torio, e pei quali, in tempo di piena, veniva impedito il libero
e rapido corso delle acque, così che queste, rigurgitando, inon-
196 CODOGNO E IL SUO TERRITORIO
davano grande plaga di terreno ». Ammettendo, per altro, che
i fratelli Landi giovassero col sussidio dell'arte a tale sposta-
mento, risulta provato che il mirabile passaggio delle Caselle
dal Piacentino al Codognese è conseguenza immediata della
spontanea deviazione in quelle parti di un grosso ramo del Po.
Per cortesia di un egregio cultore di paleografia, anche noi
abbiamo avuta sott' occhi una diligente copia della carta di
Paolo Bolzoni piacentino ^, dedicata a Ranucio Farnese in giorni
nei quali il duca per una parte e la corte di Spagna per l'altra
trovavansi ai ferri corti pel dissidio continuo sui confini della
Bassa padana.
Quella carta dimostra che il Gandiolo scorre a sud di Corno
Vecchio neir antico letto del Po ; oltre cui stendesi una plaga ,.
detta in territorio piacentino, spingentesi fino al sottoposto Po
vivo; il quale ravvolgeva tuttavia (1588) con larghissimo ambito
il castruìn Caselarum ed il portus Caselarum , quest' ultimo si-
tuato a ponente delle Caselle, sul Po vivo. « Là, in quel breve
spazio intermedio fra le due branche del ferro di cavallo , si
aprì in seguito un alveo nuovo al fiume, evitando così un lungo *
circolo. Ivi infatti è nella mappa segnato il luogo del nuovo
cavo colle parole : locus ìibi fiendus est taleus Padi juris comitum
de Landò » ^.
Quando precisamente avvenne questa modificazione nel fiume
non è facilmente accertabile; certo però nel secolo XVII,.
perocché la preziosa carta del celebre geografo brabantino
Ortelio (1612)^, e che fortunatamente noi possediamo, pone
ancora le Caselle sulla sponda destra del fiume.
Voler tenere dietro alle misteriose tortuosità che il Po ha
delineate nel suo cammino secolare non ci sembra seriamente
possibile. Non è però a credersi, secondo noi, alla unicità del
caso citato; poiché, scorrendo le carte delle lontane età, si
vede, ad esempio, che anche Monticelli, ora pavese, spettava
geograficamente al territorio piacentino ; e pure si ricava il fe-
nomeno inverso, così che le terre di Roncarolo e di Bonissima,
oggi di pertinenza piacentina, erano in altri tempi nettamente
di Lombardia.
NELLA CRONACA E NELLA STORIA
197
A Ranieri Zeno, nobile di Venezia, era successo quale po-
testà piacentino Arrigo da Monza, uomo preclaro per virtù ci-
viche e militari, non che di forme prestante e vigoroso. Egli
era già stato proclamato capo del fiore della milizia milanese,
componente la schiera detta dei Forti o dei Gaiardi (1234), ed
il suo spirito pronto gli aveva procacciato il nomignolo di
Mettefuogo. Il perchè Piacenza era in eccellenti mani, e pensò
di non lasciarle oziose al cospetto delle invasioni di Federico II.
Avendo questi per sè i lodigiani che molestavano i piacentini,
Arrigo da Monza, comandante le forze alleate dei lombardi,
spinse i suoi ai danni di Lodi su Orio; assediarono il luogo,
lo presero e ne distrussero il castello (1238). Ma subito dopo,
rintuzzate gagliardamente dai lodigiani, le forze collegate do-
vettero cercar scampo colla fuga, e, ritirandosi, s' impadronirono
della rocca di San Fiorano, che arsero tosto.
L'anno dopo Federico accorreva a difesa dei lodigiani, di-
scendendo dal Milanese al Po. Le milizie tedesche, quelle di
Puglia, di Mantova, di Bergamo, di Parma, di Cremona col
carroccio, del marchese Malaspina lo fiancheggiavano quando
egli si accampava fra la costa di Orio ed il Po, per distrug-
gere il nuovo ponte costrutto dai piacentini; le genti di Tortona,
di Vercelli, di Novara, di Asti, di Pavia, col carroccio di questa,
venivano dalla Pieve Porto Morone verso Piacenza, comandate
dal vicario imperiale, marchese Lancia. Piacenza, che aveva
posti a custodia del passo due mila fanti della città e del ve-
scovato, e schierate balestre da saettatori lungo la sponda,
iniziò così vigorosamente la fazione che, conquistati i brulotti
imperiali posti dai pavesi per bruciare il ponte, li mandò a
picco; e, coir intervento provvidenziale di una piena superante
le dighe e causata da cinque giorni di pioggia, vide inondato
nell'accampamento di Corte Sant'Andrea il nemico; così che
questi dovette togliere le tende in furia, e fuggire verso Cre-
mona lasciando dietro e vettovaglie e salmerie (1239)^.
Non finisce qui la serie degli episodi belligeri fra l' impera-
tore svevo e le città d'Italia. Fino alla sua morte (13 dicembre
198
CODOGNO E IL SUO TERRITORIO
1250) Federico non esce più dal continuo stato di ostilità ita-
liane, le quali lo lasciarono, con varia vicenda, ora vincitore
inefficace ora perdente indomato.
Ma se dell'opera sua come capitano non rimasero che traccie
lievi, sta di fatto che il forte cavaliero — innamorato d'Italia per
r incanto del cielo, per le lusinghe del suolo, per le carezze del
mare, legislatore rinnovante la vita publica, liberale protettore
delle scienze e delle arti a cui dava incremento nelle tregue
dell' ira papale — va giudicato con pieno diritto di attenuanti.
Questo ammisero per lui le libere penne degli storici più illu-
stri; i quali, pur convenendo nell'accusa di feroce crudeltà
accertata nello svevo, seguendo lo spirito, moderno, lo collocane
in un posto onorevole tra i coronati dei suoi difficili tempi.
NELLA CRONACA E NELLA STORIA
199
NOTE AL CAPO XIX.
* Giovanni Musso - Cronaca piacentina.
^ La carta bolzoniana , esistente in copia autentica presso l' ingegnere
Filiberto Perreau di Piacenza, riguarda per un tratto di circa novanta chi-
lometri le sponde padane (da Arena Po in quel di Pavia fino ad oltre
Cremona) ed i luoghi finitimi. Alessandro Riccardi la illustrò convenien-
temente rispetto alle memorie storiche e topografiche (1890).
' Alessandro Riccardi - Archivio storico lodigiano.
■* Abramo Ortelio - Theatrum orbis terrarum.
^ Chronicon placentinum.
CAPO XX.
La vita nei conventi — Flagiziosi in tonaca — Cronache silenziose e
giudizi sospetti — Sciagure publiche.
immediate della dissipazione dei costumi, diventata regola comune
per molti sodalizi religiosi potentissimi nella nostra regione.
Già abbiamo fatto parola dello abbassamento cui il mona-
chismo fu tratto dalla sovrabbondanza delle ricchezze terrene;
e fu dimostrato come e quanto lo spirito informatore del mo-
nachismo occidentale forzosamente discese allor quando le co-
colle e gli scapolari, perdendo di vista gli ideali oltramondani ,
si ripiegarono avidamente sul possesso e sul giòlito delle sod-
disfazioni del senso. Non occorre ricordare le frequenti e pas-
sionate invettive dell'Alighieri; dovettero insistere anche gli
storici più ortodossi e meno sospetti (discorrendo della etica
sociale di quei dì) sulla grande rilassatezza morale che, varcata
la soglia dei claustri, diede carattere irriverente agli ordini se-
colari e regolari ; e nel santuario collocò il baccanale, ed i lunghi
lENTRiAMO nel convento, non già per tentare la esegesi
della generale corruzione desolante il clero e la vita
claustrale anche sugli esordì del secolo XIII; ma
solamente per desumere le conseguenze temporali
CODOGNO E IL SUO TERRITORIO
20I
ed oscuri coiridoi dei conventi fece echeggiare di canti e di
inni degni delle turpi memorie dei riti di Fescennio.
Nè meno Cesare Cantù — storico grande ma noto pietista —
♦può esimersi dal duro rilievo dei fatti; e si sente costretto a
ricorrere al faceto Lasca ^, riproducendo da lui le pennellate
« veriste » dell'antitesi nelle consuetudini di coloro la cui esi-
stenza doveva essere, per giurata professione di voti solenni,
una continua quaresima di astinenze e di privazioni tendenti a
propiziare la misericordia divina a prò della gente del mondo,
tutto diserto ,
D' ogni virtiite . . .
E di malizia gravido e coverto.
A dir vero, l'allegra pittura del Lasca viene a lunga pezza
dall' epoca cui si riferisce l' accenno presente ; ma se non abbiam
qui sotto gli occhi nostri nè frati occupati al pallamaglio, nè
monache spadaccine in maglia, abbiamo però già delineati chia-
ramente i germi di quella corruzione che aveva fatto piangere
il mite Pietro Bruys, ed espiar nelle fiamme il fatale onore
d'aver fatto trepidare il pontefice ad Arnaldo da Brescia. Nei
cuori vacillavano gli eccessi della superstizione; in Oriente, in
nome della pietà, si tentava colle ecatombi umane di assodare
un nuovo trono; le stravaganze funeste' delle feste dette dei
pazzi, degli asini e simili, orpellate dal rito, facevano insensa-
tamente entusiasti i popoli rozzi ; e da ogni parte si gridava
-contro le sette e le eresie, ed in nome della eterna giustizia si
sanciva quella cruenta vendetta che fu il santo uficio.
Così — nei secoli che furon pur quelli di Francesco e di
Chiara d' Assisi, di Domenico Gusman, di Margherita da Cortona,
di Rosa da Viterbo, di Antonio da Padova — si creava quella
•scandalosa civiltà onde rimase celebre, sebbene superba della
glorificazione dell'arte, l'età di Leone X.
Anche fra noi coloro che dai fondatori degli ordini eran stati
chiamati dai tripudi della terra ai dolori della croce, si ribel-
larono all' indole serenamente celestiale della grande missione ;
e, nelle smarrite aspirazioni dello spirito, i mal vietati piaceri
trionfavano sulla preghiera, non più, come un tempo, incielan-
\ tesi attraverso le colorate ogive.
202
CODOGNO E IL SUO TERRITORIO
Abbiamo considerata l'opulenza degli agostiniani pavesi di
S. Pietro in Ciel d'oro, falcidiata, colla vendita dei possessi di
Fombio al comune piacentino, per medicare le piaghe del proprio
dissesto. Ora ecco altri storici chiostri del Lodigiano, condan-
nati a seguire i fati inesorabilmente imposti dalla rivolta allo
spirito puro ed orante della regola antica.
Dei monaci di S. Bassiano, gaudenti; di S. Michele in Brembio,
per testimonianza di documenti sincroni « fragili di carne » ;
di S. Pietro in Lodi Vecchio, monacatori di impuberi e indocili
alle tasse ecclesiastiche, non è qui luogo a parlare per le pre-
fisse linee topografiche del nostro lavoro.
Accenneremo invece ai benedettini di S. Stefano al Corno,
sostituiti dai cistercensi (1231); che a lor volta non ne furon
troppo dissimili, poiché, riottosi alla superiorità dell'ordinario
laudense, ne respinsero il diritto a visita pastorale; e, mante-
nendo a traverso gli anni questo stato di guerra spirituale, fi-
nirono collo incorrere in multe di parecchi fiorini d'oro, loro
imposte dal vescovo Egidio dall'Acqua, in castigo di dissennate
resistenze (11 settembre 1309).
Quelli, pure benedettini, di S. Vito, furono citati da Ottobello
Sofiìentino, vescovo, al proprio tribunale, aftinché si purgassero
di sconvenienze e delitti ; e perché spogliavano a man salva il
convento, cioè — secondo la testualità della citazione — con
violenza, con frattura di casa, con rapina di beni e col tras-
porto di questi in Castione, per mezzo di Giacomo Carabello;
e perchè, come fra Pietro Zavattario, presentavansi al presule
« scalzi e quasi ribaldi e né meno tonsurati » (1238). Cose, per
quei tempi e per quelle persone, da mettersi a mazzo con altre
e ben più importanti malefatte, non esclusa quella d'aver sper-
perato il comun patrimonio, a tale che i frati avevan dovuta
ridursi a tre, non sopperendo più ad un numero maggiore le
rendite che nella sua pietà aveva larghissimamente disposto
Ilderado da Comazzo.
Ma i frati di S. Vito stettero pervicaci nel vizio, e sconob-
bero il libello del rigido vescovo, rimanendo contumaci, scam-
pando a Cremona, ivi eleggendosi ad abate un don Rustico
(2 febbraio 1240) e poi il fratel suo Andreolo Beccalupo (12
NELLA CRONACA E NELLA STORIA
205
ottobre 1241;, e spingendo l'ardire a chiederne formalmente ad
Ottobello la conferma. Sdegnosamente rispose il vescovo , ed
obbligò quei tristi a rinunciare al diritto di eleggersi l'abate;
statuì alla sorveglianza dei loro beni due delegati, tramutati poi
in fìttabili censuari, di cui (strano caso) uno fu appunto quel
frate Zavattario itosene in così malo arnese al cospetto di
monsignore, e l'altro Guglielmo dal Corno.
E le multe non bastarono; dovette intervenire la scomunica;
il che non tolse che più tardi i frati di S. Vito riavessero l'am-
ministrazione della cosa loro, venuta però ben presto a minimi
avanzi, si che il vescovo Bernardo Talente, ad impedire l'asso-
luta rovina, riunì le residue mille pertiche di quella proprietà
conventuale ai beni dei cistercensi di Cerreto (22 febbraio 1302).
Disposizione tanto rigorosa quanto oppugnata dagli interessati,
come risulta dalla carta di procura fatta dal clero catedralita
lodigiano nell'abate di S. Vito, Giacomo di Aliate, per una
causa, a proposito dei beni di S. Vito medesimo, contro l'abate
di Cerreto, Beltramino da Villa (15 novembre 1337); e così
pure il vescovo Leone Palatino, non condividendo forse l'au-
sterità del suo antecessore Talente, ottenne che s'annullasse
l'annessione a prò di Cerreto (30 luglio 1348).
Questa fu però fermamente ratificata sulla fine del secolo-
stesso , ed i cenobiti di Cerreto se ne giovarono fino all' inca-
meramento dei beni ecclesiastici (1798).
Anche i benedettini o monaci neri dell'ospitale di S. Pietro-
in Senna (comunemente Ospitaletto), erano così poco devoti allo
spirito della loro milizia, che dispettavano continuamente la
supremazia dell'ordinario. Essi, capeggiati da frate Giacomo
Bonone, si opposero, l'armi alla mano, alla visita che Bernardo-
Talente stava per fare al loro monastero (1306); per il che si
trassero e sulle persone e sulla chiesa scomunica ed interdetto.
Ma poiché i monaci, astutamente infiammando le nimistà cle-
ricali, arrogandosi privilegi, accumulando ricchezze, traevano a
sè tutti gli sguardi e le coscienze, conveniva pure che nelle
turbolenze suscitate i vescovi dissimulassero il loro rancore; così
che se la mano di essi colpiva, voleva opportunità che talvolta
N anche accarezzasse. E così avvenne quando Egidio dall'Acqua
204
CODOGNO E IL SUO TERRITORIO
concedeva alcune terre pascibili in Livraga ai monaci dell' Ospi-
taletto (1308), qualche mese prima scomunicati.
Siamo nel cuore del medio evo, e la nostra opera qui co-
mincia ad avere meno infirma consistenza che pel passato. Non
più continua la storia ad essere un tessuto di accadimenti mi^
racolosi, che pongono in grave imbarazzo i critici, cui non è
concesso per l'assurdità dar loro cieca fidanza; così come, per
l'attitudine degli autori sincroni, non si consente di negarli affatto.
Il Muratori scrive che « oltre all'essersi perduta la memoria
di moltissimi avvenimenti d'allora, quelli che restano, sì mal
disposti bene spesso ci si presentano davanti , che di poterne
assegnar gli anni via non resta, stante la negligenza o discordia
degli scrittori, ed è forzata non di rado la cronologia a cam-
minare a tentoni ».
E, quindi, gran mercè — ed i lettori non lo vorranno revo-
care in dubbio — se di quei secoli ingombri di così ingenti
ostacoli le minuscole memorie dei nostri piccoli paesi vengono
riferite, sia pure alla rinfusa, ed intrecciantesi senza ordine
sintetico, schive di contorni estrinseci, e poco propizie a severe
investigazioni. Non è a chi scrive di storia che è concesso
r imaginare, nè pure se l' evo tentato sia — come quello di cui
presentemente è parolà — improntato alle più strane e mirabili
forme dello sfarzo umano ; nè meno se il sommovimento delle
masse degli artieri e dei rustici è sincrono alle imprese delle
corti d'amore e dei tornei; se l'ardor della fede e della pietà
del figliuolo di Bernardone d'Assisi è coevo all'istituzione dei
frati detti gaudenti od alle cocolle converse in « sacca di fa-
Irina ria » ; se il romeo trattiene al focolare ospitale gli uomini
d'arme, narrando le conte che furon poi dei due gesuati Bol-
landi, o se il cavaliere, il trovatore, il paggio, il falconiere
— nel trionfar delle sciarpe arabescate, delle cóbole e delle man-
dole, degli scacchi e delle scale di seta, degli alani e degli
astori — preparano la tela leggiadra ai futuri romanzatori, che
seguiranno lor genio falsando una età.
Nel secolo XIII le formule affermative della storia scritta re-
sistono più che pel passato alle sanguinose crudezze della critica.
NELLA CRONACA E NELLA STORIA
205
Si comprende che un secolo nel quale è assai scarso lo spirito
filosofico non può dare degli storici eletti ; ma si comincia, però,
ad averne con qualità stimabili assai. Non è gran fatica il di-
stendere le cronache quali i fatti medesimi si distendono, ed il
calamo della cella dell' umile frate passa alla bottega del mer-
cante; dove segue la corrente volgare, pure adombrando di
fiabe sua via, o intenzionalmente tacendo o snaturando fatti
secondo parteggia, in guisa che giova a noi lo star sull'avviso
contro gli eccessivi odi o gli esagerati amori, e farsi scrupolo
prima di costruire un sistema di giudizio il quale potrebbe
riescire equivoco madornale.
Il diadema, pertanto, sogna continuo accrescimento di potere,
e la tiara attende ad ornarsi d'una seconda corona; il borghese
fantastica di moltiplicare al suo comune i privilegi, il merca-
tante nuove strade e vantaggi al suo commercio ; e nella ma-
teria del possesso si va spargendo lo spirito della giurisprudenza ;
e illustri estimatori delle cose umane, colla face della loro au-
torità, rischiarano parecchi punti del diritto, così che i rogiti
publici e privati, i codici, le sentenze, i lodi sono altrettanti di
quei lumi cui indarno e Lodovico Antonio Muratori e con lui
cento altri invocavano per la compilazione della storia italica
avanti e alquanto dopo il 1000.
Sarebbe certo utile, dettando un libro di cronaca o di storia,
per documentare ed autenticar meglio il racconto, inferire quali
e quante brevi notizie ci apparvero dagli archivi e dalle bi-
blioteche , in argomento non soltanto di avvenimenti politici ,
ma altresì ecclesiastici, economici, mercantili, e publici e privati.
Ma come la storia del nostro territorio nella sua unità è
modesta — poiché invano è in essa a ricercarsi eccessiva ar-
ditezza o ricca varietà di fatti — così, nella scomposizione sua
ai singoli territori da noi toccati, presenta tale un cumulo di
.vicende, che, poco importanti quali sono nel concetto informa-
tivo del nostro lavoro, vogliono essere da noi neglette.
Anche noi abbiamo interrogato lo spirito delle antiche per-
gamene, dei vecchi chirografi ed apografi, fra i tranquilli scaffali
e le polverose teche degli archivi, dov'è così vasto tesoro di
studio e tradizione di operosità intellettuale; e quanto, nell'amore
2o6
CODOGNO E IL SUO TERRITORIO
del silenzio e nella serenità dello spirito, abbiam chiesto ispi-
razione e conforto alle memorie del buon tempo andato! Ma là
appunto le nostre note si facevano imponenti; dalle fonti sgor-
gavano come garruli ruscelletti le notiziole dell'agro nostro, e
l'onda ingrossava... Poniamo, dunque, governo ad essa; poiché
la nostra cura dev' esser intesa alla forma facile e grata. Com-
piano i dotti (e certo meglio di noi) l'opera pregievolissima ,
ma altrettanto soverchia al publico moderno, della monografia
spicciola locale. Non è qui il luogo opportuno della esposizione
incolore delle suppellettili minute.
Per le ragioni esposte, non è a meravigliare che i cronachisti,
€on una diligenza che li onora, abbiano notate le innumerevoli
calamità desolatrici del loro tempo, mentre in gran parte non
si siano curati di altri ben più importanti eventi aventi tratto
alla publica vita. Il racconto di questi, fatto da chi troppo
vivamente seguiva parte politica, ne avrebbe forse menomato
nei venturi l'alto concetto delle gesta; mentre lo scrittore poteva
liberamente narrare, invece, di tutte le esteriorità indipendenti
dagli uomini, senza incorrere nello scapito della propria fazione.
Non si può negare, frattanto, che la serie dei publici flagelli
in quei primi secoli dopo il looo non sia monotona. Spesso
una grande sciagura ne produceva irremissibilmente un'altra;
carestia e peste costituivano un periodico ma regolare binomio
nella vita materiale di quei dì; e questo è fatto costante, inne-
gabile, riproducentesi con assiduità, così che perfino la liturgia
ecclesiastica ha fuse in una unica antifona, sebbene composta
di due distinti versetti, la preghiera alla misericordia divina per
la cessazione dei sopravvenuti disastri.
La peste, indubbiamente originaria d'Egitto, tanto che il
condottiero d' Israele la collocava per antonomasia nel lugubre
setticlavio delle famose piaghe, passò prima attraverso le regioni
d'oriente; poi per la Grecia, e così cruda da far scrivere a
Tucidide le sue pagine più strazianti; poi in occidente, ed è
noto che assai prima dell'era volgare anche Italia nostra ne fu
tocca ripetutamente.
La mente umana, in ogni secolo zimbello delle sue paure,
dava allora credenza somma ai presagi, ai sortilegi, all'astrologia.
NELLA CRONACA E NELLA STORIA
207
e si videro follie terribili ai primi sintomi del morbo ; grosso-
lani sofismi ingombravano le massime anche più elementari della
terapeutica; gli empiastri di sugna e di malvavischio applicati
alle inguinale dovevano aver meno efficacia, secondo lo ingenuo
ma crudele spirito dei tempi, che un filtro o che una disciplina
stravagante e superstiziosa ; ed è specialmente di quei secoli
l'orribile letteratura delle malie, di fronte alle malattie derma-
tiche , epilettiche o sifilitiche , le quali , generalmente confuse
dagli empiristi in un'età cieca per la medicina, furono tutte
trattate alla medesima stregua.
Grande moria troviamo nel 1007 sul Cremonese; preceduta
-da penuria, nel 1188 sul Lodigiano ; ed epidemia nel 1245 a
Codogno , onde — narra il Goldaniga — il dilatarsi anche fra
noi del culto per san Sebastiano, cavaliere di Roma caduto
sotto le freccie dei numidi della guardia imperiale; nel 1276,
nel 1340, importata dal mare come quella di sette anni dopo,
qui recata per le galee genovesi, la quale, se (come sembra)
lasciò immune Codogno, desolò invece gravemente il finitimo
Piacentino; e peste fiera nel 1361, portata dagli inglesi assol-
dati dal marchese di Monferrato; e nel 1374, nel 1384, dilatata
dalle milizie del Concy spedite in Puglia; nel 1388, nel 1405,
nel 1460, della quale s'ebbe il primo caso a Camairago.
Compagne indivisibili alle pestilenze, le carestie. Nel 1085
tutta Italia è affamata; nel 11 26 inopia assoluta di derrate,
conseguenza dell'inverno rigidissimo; dal 1182 comincia una
carestia di cinque anni così che non era possibile nè meno con
un' oncia d' oro trovare una soma di grano ^ ; eguali miserie si
ritrovano presso i cronachisti lombardi ad ogni decennio, ad
ogni lustro; nel 1358, nel 1364, nel 1374 sciami di locuste e
di cavallette divoravano e biade e frondi; ma è carattere co-
stante di quei flagelli il rigore del freddo, colla concomitante
del congelamento del Po. Nel 11 26 il gran fiume fu tutto un
ghiaccio, i germogli delle biade bruciarono e ne seguì l' enorme
inedia^; nel 121 1 vedemmo Ottone IV passare pedestre col suo
esercito da una sponda all'altra a Guardamiglio ; nel 12 16 sulla
sxiperficie indurita del fiume menaron ballo le dame e giostre i
208
CODOGNO E IL SUO TERRITORIO
cavalieri*; nel 1224 da Cremona a Venezia la via d'acqua era tutta
solidificata; e così il fenomeno si rinnova nel 1265 e nel 1276.
Il 23 gennaio del 11 74 l'acqua del Po divenne nera e fu
universale lo scoramento per 1' infausto pronostico di future
sciagure^; nel 1223 e nel 1239 disalveavano le acque, som-
mergendo interi villaggi; e nel 1294 P^^^ pi^ggie eccessive
era tutto un lago da Retegno a Piacenza, in guisa « che si
andava comodamente dai nostri in barca in fino collà »^, della
qual piena tutti gli storici danno concorde testimonianza, e per
determinarne la imponente e terribile vastità, la paragonano al
diluvio universale; nel 1296 altra inondazione per l' otturamento
abduano a Castelnuovo , da noi accennato fin dalle prime pa-
gine nostre a proposito del culto regionale a san Cristoforo.
Ai morbi ed ai rigori iemali , alle esondazioni , alle fami ^
s' alleavano le funeste meteore ; e la cronaca dei terremoti non
tace, e ad essa risponde quella dei cieli; dall'abisso le viscere
della terra commosse, dall'alto la coda sanguinosa delle comete
o l'ottenebramento degli astri, triplice fenomeno avveratosi e
nel 1223 e nel 1239, preannunciante gli altri flagelli, dei quali
eran sicuri e incontestabili nunzi i tetri fuochi della natura;
nel 1117 famoso terremoto in tutta Lombardia, il quale, co-
minciato ai primi di gennaio, si sarebbe prolungato fin verso
la metà del mese successivo, compiendo inaudite rovine e re-
cando morti; altro terremoto nel dì di Natale del 1222, durato
(vuoisi) fino a mezzo gennaio, facendosi sentire due volte al
giorno; nel 1287, agli 11 d'aprile, altra scossa di terremoto,
e ancora nel 1342 con inondazioni, il 26 dicembre 1396; e via
via, come vedremo, non estendendo per ora la lugubre nenia
oltre il secolo XIV.
Non è, però, a credersi che, in mezzo a quelle strettezze
crudeli, non sorridesse mai la cornucopia della fortuna; perocché
sappiamo che un anno era correttivo dell'altro, e che alle sette
spiche magre succedevano le grasse; onde i popoli avevan modo
di rifarsi delle privazioni e dei digiuni patiti, tendendo la vita,
come in qualsiasi altra manifestazione, a livellarsi altresì nei
rapporti dell' annona.
NELLA CRONACA E NELLA STORIA
209
NOTE AL CAPO XX.
^ Cesare Cantù - Storia degli italiani. Il passo riportato dalla Prefa-
zione delle novelle di Anton Francesco Grazzini detto il Lasca (1503-1583),
è il seguente :
« Senio ora in carnevale; nel qual tempo è lecito a' religiosi di ralle-
grarsi, e i frati tra loro fanno al pallone, recitano commedie, e travestiti
suonano, ballano e cantano; e alle monache ancora non si disdice, nel
rappresentare le feste, questi giorni vestirsi da uomini colle berette di
vellutto in testa, colle calze chiuse in gamba e colla spada al fianco ».
^ Giorgio Giulini - Memorie della città e della campagna di Milano.
^ Pier Maria Campi - Storia ecclesiastica di Piacenza.
Fra Salimbene - Cronaca parmense.
^ Antonio Campo - Cremona fedelissima città e nobilissima colonia dei
Romani.
* Pier Francesco Goldaniga - Memorie storiche di Codogno.
Codogno e il suo territorio^ ecc. — /. 14
CAPO XXI.
La taglia del 1261 — Fatti d'arme — Maccastorna — Un dissidio fra i
cronisti — Le piccole signorie — Alberto Scoto — Fombio. ,
ell' archivio vescovile di Lodi esiste la pergamena di
una taglia imposta, a mezzo del notaro e legato
Guala, dal papa alle chiese, alle pievi, alle cano-
niche, agli ospitali ed ai monasteri del territorio
diocesano (1261)*. E ignota la causa di questa taglia, così come
non si conosce se chi la decretò fu papa Alessandro IV, morto
il 25 maggio 1261, o il suo successore Urbano IV, eletto il 4 set-
tembre dello stesso anno.
Secondo il Vignati ^ è accertato dovesse quella taglia servire
per la guerra contro Manfredi e la casa sveva; una delle fre-
quenti imposizioni usate da pontefici, da vescovi e da legati
come provvisioni di finanza, delle quali si ha pure esempio in
quelle successive, imposte al clero lombardo da Bonifacio Vili
per la guerra di Sicilia (1302) e da papa Clemente V per la
guerra contro i veneziani (1308). E non solo i papi imponevano
tasse agli istituti che da essi gerarchicamente dipendevano; ma
si arrogavano nomine di benefici e si appropriavano beni divo-
tamente concessi alle chiese. Al concilio di Lione (1245) gli
CODOGNO E IL SUO TERRITORIO
211
-ambasciatori d'Arrigo III si lagnavano perchè il clero italiano
avesse in Inghilterra ben sessantamila marchi di rendita, mentre
la corona ne aveva meno; ed in Francia, non ostante la
pragmatica di re Luigi il santo (1269), non eran minori le
gravezze imposte dagli ecclesiastici. Cosi questi sopperivano
agevolmente alla deficienza delle armi spirituali, facendo fulcro
della loro politica la pecunia, che è il nerbo di ogni guerra.
Del dissidio mortale fra i papi e gli imperiali svevi anche
queste terre nostre furono pur troppo diuturne e sacrificate te-
stimoni; sì che fino a qui se ne rinfransero le peripezie; e
passaron milizie, e furon combuste castella e genti macellate,
quasi che sul nostro misero paese non ancora avesse sfogato
tutte sue brame l'idra armata della conquista straniera.
E — peggio ancora — all' opera nefaria di questa tenea bor-
done la discordia terriera. Martino Tornano — che era stato
dichiarato dal popolo ambrosiano suo protettore — non perdo-
nando r ospitalità concessa da Succio Vistarino, signore lodigiano,
ai nobili milanesi fuorusciti, tra i quali Ottone Visconte, venne
con Oberto Pallavicino, il ghibellino signor di Cremona, contro
la città; la prese (1259) ed egli e i suoi successori la tennero
fino a quando si conclusero i patti della nuova lega lombarda,
firmata in Milano (1267).
Ma le riotte cittadine si rinfocarono tosto, e le città lombarde
tornarono a battaglia. Fra gli episodi guerreschi va ricordato
quello per cui Napo Torriano, rivolendo la signoria di Lodi e
colto pretesto di rimettervi gli esuli Overgnaga, condusse nel-
r agro lodigiano colle sue genti e comaschi e bergamaschi e
vercellesi; introdusse nelle vietate mura gli Overgnaga, che vi
furon bene accolti; poi, al sopravvenir della notte, s'avviò con
costoro verso Maleo ; e, impadronitosene, gli diè fuoco. Molti
furono i morti e i prigionieri, e molti gli armenti d' agnella e di
buoi catturati, senza contare il ricco bottino fatto (14 agosto 1269)^.
L' anno successivo il castello di Maccastorna ricoverava i ghi-
bellini, quando il piacentino Giovanni Confalonieri, potestà di
^ Cremona guelfa, mosse per assediarlo.
212
CODOGNO E IL SUO TERRITORIO
Narra a questo proposito lo storico cremonese Antonio Campo
che a Maccastorna furon trucidati molti cremonesi fra gli asse-
diati e gli assedianti. L'opinione dell'Anonimo piacentino mo-
difica quella del cronista cremonese; racconta egli, infatti, che
Buoso da Dovara con cavalieri e pediti di Lodi, di Cremona e
di Pavia, si spinse fino a Castelnuovo alla bocca dell'Adda;
ma, mentre poneva insidie per averne il castello, comprese non
poterne far nulla, e, ritornando « guarnivit castrum illorum de
Manchasturmo », le cui genti fino a quel dì (4 maggio 1270)
erano state in concordia colla città di Cremona; mentre poi le
diventarono feroci nemiche, e fedelissime a Buoso ed alla parte
sua, e ricevettero nel loro castello tutti quelli che vollero far
guerra al comune cremonese
A sua volta il Cortemiglia Pisani^, dando notizia del fatto ^
10 circoscrive a soli cremonesi, guelfi gli assedianti e ghibellini
gli assediati.
Così appare per la prima volta nelle tavole storiche terriere
11 celebre castello di Maccastorna, creduto eretto dai ghibellini
cremonesi, e destinato a diventare uno dei più forti baluardi
del Milanese ed il testimone di romanzeschi avvenimenti.
Una divergenza si fa manifesta a questo punto nelle memorie
locali, ed è nostro debito il registrarla per tacitare i nostri giusti
scrupoli di narratori. Narrano Antonio Campo, Alessandro Ciseri
ed altri, che il nuovo potestà cremonese, Jacopino Rangone da
Modena, prendeva il castello di Maccastorna, saccheggiandolo e
facendo gran strage di fuorusciti ghibellini (24 maggio 1271).
Il Chronicon placentinum e gli Annales veteres mtitinenses , con-
sultati dal Muratori, trasferiscono da Maccastorna ad un, luogo
di Malgrate il teatro dell'eccidio, che pure — anche secondo il
Chronicon — avrebbe tinto in rosso l'Adda.
Noi ci teniamo stretti all'opinione dei cronisti conterranei,,
e perchè non ci risulta di un Malgrate cremonese (non essere
quindi logico che lungi dalla loro città i cremonesi, fuorusciti
o non, dovessero portare le proprie armi) ; e pel chiaro accenno
all'Adda fatto dal cronachista piacentino; e perchè allora Mac-
castorna troppo doveva interessare i belligeranti di questa re-
gione, come quella che, fortilizio avanzato, sorgente sull'antico
estuario dello scomparso lago Gerundo, poteva artificialmente
NELLA CRONACA E NELLA STORIA
213
far retrocedere il corso dell'Adda e costituire un ostacolo in-
sormontabile al nemico.
Ed è tanto vero ciò che ai guelfi cremonesi vittoriosi, dopo
l'occupazione della rocca, premette il restaurarla tosto.
La battaglia di Desio aveva distrutta la potenza torriana.
Ottone Visconte entrava trionfante in Milano, mentre chiusi in
;gabbie di travi, sei Torriani prigionieri erano condotti alla ter-
ribile prigionia del Baradello, presso Como (22 gennaio 1277).
I superstiti della sgominata famiglia, perduta ogni speranza di
dominio o di aiuto, passavano per Lodi e per Cremona, che,
come Milano, chiudevan loro le porte in faccia.
Ma le vicende politiche persuasero l'anno dopo e Cremona e
Parma ad aiutare quei miseri e gli altri banditi milanesi; così
<:he ad essi davano convegno in Pizzighettone ; e, presi gli op-
portuni accordi, ancora una volta, presso Melegnano, sorrise la
fortuna dell'armi ai Torriani (13 luglio 1278), che tosto si
impadronirono di Lodi. Soccorse al Visconte il marchese di
Monferrato, Guglielmo Lungaspada, che alla testa delle milizie
milanesi e pavesi, scorrazzò sul Lodigiano, vi conquistò alcune
castella, bruciò il ponte sul Lambro a San Colombano, e si
impossessò di San Fiorano®, senza però ottenere la cacciata
<iei Torriani da Lodi (1280). E i cremonesi e i lodigiani riasse-
diavano e riprendevano l'anno dopo San Fiorano, affrettandosi
a distruggerne la rocca dalle fondamenta.
Irritato il marchese Guglielmo per l' inutilità delle proprie
scorrerie, con milizie di Milano, di Pavia, di Como, di Vercelli,
di Novara e di Svizzera, ricala in territorio di Lodi e prende i
castelli di Maleo e di Castione (agosto 1281)'^. Allora Cremona
— già da tempo in rotta con Parma — rifà pace con questa;
le due città si rendono i carrocci vicendevolmente rapitisi in
due battaglie (1248 e 1250); si alleano a Reggio, a Modena,
al marchese d'Este, e, concentrandosi a Grotta sull'Adda, for-
zano il marchese monferrino a togliersi da Lodi e ad escire dal
•contado. Nè basta, chè, profittando dell'occasione, si adoprano
per riprendere ai milanesi Castione e Maleo, a quest'ultimo
castello ponendo sollecitamente l'assedio.
214
CODOGNO E IL SUO TERRITORIO
Un'onorevole pace era intervenuta fra Lodi, di parte torriana^
e Milano, retta dai Visconti (9 gennaio 1282); e l'esempio di
Lodi veniva imitato da Cremona. Le ferree porte del Baradello
si erano schiuse pei Torriani superstiti; ma costoro tosto si
levarono a riscossa, ed in tutte le città si risuonò a stormo e
si brandirono ancora le armi (marzo 1285). Matteo, pronipote
dell'arcivescovo Ottone, era stato da questi, ormai vecchio, fatto
eleggere capitano del popolo milanese (dicembre 1287), e poi
subito acclamato potestà, e riconfermato per un lustro. Così la
signoria viscontea si risaldava sul generoso ceppo ambrosiano.
Furono molte e varie le battaglie e le tregue, che funestarono
ed allietarono la nostra plaga, in quei giorni tempestosi di ire
patrizie e popolane. L'irrequieto Guglielmo Lungaspada, inimi-
catisi i Visconti, depredò il Milanese; ma, preso dagli alessan-
drini e dagli astigiani (1290), doveva poi morire disperato come
Napo Torriano in una gabbia di ferro (febbraio 1292).
I piacentini, alleati a Matteo Visconte, assalirono i cremo-
nesi ancor tenzonanti presso Maleo, e sessanta ne fecero pri-
gionieri (1294). Nè per questo i profligati dieder giù d'animo,
ma assediarono Castione, tenuto dai banditi lodigiani e cremaschi,
e munito di fortissime mura fattevi erigere dai milanesi. All' an-
nuncio del fatto, r impresa viscontea velettò tosto a quella volta,
alla testa delle milizie bresciane, intanto che i piacentini, ad
aiutar la mossa, procedevano agguerriti da Guardamiglio. Presi
tra due fuochi, i cremonesi abbandonarono l'assedio e confug-
girono a Lodi (1295).
Già in Italia — e specialmente dopo le glorie dei comuni —
cominciavano a splendere le arti utili ed aggradevoli ; il genio
delle industrie si sviluppava magnificamente nelle città mercan-
tili, ed ogni cosa pareva affinarsi al gusto di una nuova civiltà
latina. Ma dai governi municipali erano esulati da tempo molto
il sereno consiglio, il provvido disinteresse, la osservanza delle
consuetudini patrie, obligatoriamente sancite per tutti. Custodito
fiaccamente il tesoro della libertà, le ambizioni dei più scaltri
aprivan loro vigorosamente la via a salire, e li facevano poi
sdegnosi di tornare nella schiera dei semplici cittadini; le de-
NELLA CRONACA E NELLA STORIA
clamazionj della demagogia larvavano il ferro di chi si era fatto
potente, e le incessanti brutture degli ottimati tenevano in sogge-
zione il popolo malconcio, sempre lusingato di cacciare il vecchio
despota, mentre in realtà ne instauravano per sè uno novello.
Cosi, con un impulso retrogrado ed odioso, si fortificavano quei
tiranni
Che dier nel sangue e nell'aver di piglio;
i castelli signoriali foscheggiavano più che mai torvamente nel
cielo alle genti indifese; e sui loro spalti si ergevano le forche,
lugubri ammonimenti di vendetta; ed i cupi ipogei echeggia-
vano per le voci dei vivi insepolcrati.
Alberto Scoto, signor di Piacenza, fu del bel numero di quei
manigoldi, ed i lodigiani ben sinistramente dovettero accertarsi
della sua illimitata ferocia. Avendo egli prigionieri in Piacenza
Pietro de' Armani, Pasino di Dovara, Rozone Pusterla, Affanone
o Fanone dei Tresseni e Giovanni Albizzone, tutti banditi dal
comune di Lodi, li tenne in carcere per dicianove mesi; poi,
fattili condurre a San Fiorano, comandò fossero scannati, per
vendicare uno Zanabone Pusterla, amico suo; che, a sua volta,
per innumerevoli omicidi, per rubalizì e per nefandità commesse
(in quei tempi nei quali la cavalleria era nel suo massimo ri-
goglio) era stato per volere del potestà di Lodi — e merita-
mente, scrive il Guerino ^ — mozzo del capo.
E contro Lodi, con Matteo Visconti fuoruscito di Milano,
combattè Alberto, accampando tra Orio e Monte Malo; ma le
milizie guelfe dei Torriani e dei Fissiraga penetrarono vittorio-
samente sul Piacentino , arsero il pontile del Po , e , mentre
tenevano d'assedio Borgo San Donnino, diroccavano il baluardo
ghibellino di Guardamiglio (1304).
Ad Alberto Scoto le croniche partigiane del suo tempo lar-
girono compiacentemente il titolo di Magno; ma di coteste
magnitudini e magnificenze sono eccessivi gli esempì di quei dì.
Alberto Scoto, Matteo Visconte, Can della Scala e più tardi
Lorenzo de' Medici ed altri ed altri ancora ebbero tutti lautis-
simo trattamento di eccelsi aggettivi; ma quanto diversa da quegli
epiteti improvvisati dalla debolezza umana la realtà delle cose [
2l6
CODOGNO E IL SUO TERRITORIO
Alberto, infatti, grande apparve nelle tiranniche oppressioni
onde tutta la sua vita fa testimonianza perenne: ora guelfo fino
ad essere il capo di quella fazione nell' Italia superiore , ora
ghibellino, sta nelle istorie paesane come il tipo dei prepotenti
di genio che non indietreggiano mai. Egli sovrappone sè stesso
ai liberi ordinamenti del comune piacentino; viola patti d'ami-
cizia e d'alleanza quando appena gli paia che le ripetute diffalte
debbano rassodare ed ampliare la sovranità scota; egli, infine,
della parola giurata fa pronto mercato, allor che col tradimento
assicura più vivo splendore alle due stelle simboliche del suo
blasone ^. Così è amico ed alleato di Matteo Visconte sin che
questi non contradice alle ambizioni di lui, e ne diviene spietato
nemico quando il potente milanese gli contrasta come nuora
Beatrice , sorella del marchese d' Este Azzo Vili.
La eterna sua lotta coi Laudi, così che, più volte padrone di
Piacenza, egli ne è altrettante fuoruscito ; la domanda ad Arrigo VII
di eleggerlo vicario imperiale in Italia; la effìmera sua signoria
su Milano, cacciatone il Visconte, e tutta la multiforme serie
delle sue imprese, ora ai danni del comune, ora dei patrizi, non
valsero ad affermare il potere della sua casata. Galeazzo Visconte
seppe compiere le vendette paterne, ed Alberto fu vinto, e, da
Casteir Arquato tradotto prigioniero in Castel Regale di Crema,
vi si spense (13 gennaio 1318), senza che i suoi figli e discen-
denti potessero mai più elevare il proprio dominio a quella
altezza a cui l'aveva spinto il loro gagliardo autore.
In Alberto Scoto riconobbero i suoi coevi talenti militari e
sagacità di politica; ma il biasimo perdurò per le nequizie
dell'uomo, ambizioso truce e sconfinato. Ad alcuno, ricercante
affettuosamente i germi primordiali della patria una, parve
che egli precorresse il celebre duca Valentino nel sognare la
costituzione di un forte stato, tra Lombardia ed Emilia, nucleo
futuro dell'Italia unita. Ma quella dello Scoto non era natura
da condurre in simile pensiero; bensì la sequela dei fatti di
cui egli fu protagonista non esce dall'ambito del principio feu-
dale, ed i suoi sentimenti nulla certo ebbero di comune con
quella civiltà nova auspicata dal divino poeta, la quale di ben
altre speranze doveva far rifiorire i cuori d'Italia.
NELLA CRONACA E NELLA STORIA
217
Suprema cura di tutti i tiranni minuti d'allora è quella di
allargare i confini del proprio patrimonio fondiario. Al suolo
è indissolubilmente legato l' uomo ; e maggiore è l' agro domi-
nato , più grande è pure la clientela dei sudditi ; cosi si rende
indispensabile al signore l'estendere la sua sfera d'azione, as-
soggettando gradualmente i finitimi e dal contado esampliandosi
alla regione; ed Alberto Scoto, signor di Piacenza, è un anello
della stessa catena che ad eguali padroni vincola le città sorelle ;
Lodi inserve ai Fissiraga, Milano ai Visconti, e via dicendo.
Da ciò due conseguenze immediate: l'alleanza o i dissidi, na-
turali del pari fra tiranno e tiranno, e lo stesso sistema di
opprimere i subbietti.
Il comune di Piacenza — come già riferimmo — investiva
Alberto della proprietà di Fombio, ed a titolo di fitto perpetuo,
verso l'annuo censo di lire cinquanta, con diritto di successione
ne' suoi discendenti (19 marzo 1299). Gli storici piacentini, in
ciò concordi, affermano che l' istromento di investitura conteneva
tutte le formule più recisamente feudali che allora in quegli atti
solenni costumavansi per definire e onori e obblighi del nuovo
signore; e, fra i patti di cui è parola, sovraemineva quello che
Alberto dovesse costrurre in Fombio un castello in cui ad ogni
opportunità gli abitatori del luogo trovassero asilo.
Quello che avanza di questo fortilizio rivela tuttavia la for-
midabilità dell'antico arnese di guerra, che serviva al conte
feudatario ed al comune piacentino da antemurale contro le genti
del Milanese. Sorgeva gigante solitario come gagliardo muni-
mento strategico, e tale l'ebbero a riconoscere cento anni fa i
laceri ma animosi soldati republicani di Francia. Dell'antico
aspetto topografico circostante al castello è ora scomparso qual-
siasi tratto : le terre furono rialzate dal lato delle pristine paludi
0 abbassate a settentrione, e del proficuo lavoro di livellazione
fanno testimonianza copiosi reperiti di armi, monete, urne, at-
trezzi domestici e scheletri umani, rinvenuti specialmente nel 1848
e nel 1859. Oggi, inoltre, un meschino muricciuolo cinge il
maniero dalla parte della strada provinciale; furono soppressi
1 torrioni, la fronte del diruto edificio, ricoperta di un lungo
tetto, conserva tuttora alcuni sproni di sostegno; al di sopra
2l8
CODOGNO E IL SUO TERRITORIO
del portone, in una barocca cartoccia, sta ancora dipinto lo
stemma scoto. Quasi tutte le fosse sono colmate; del ponte non
resta che il simulacro, ed il coltivo ad orto ricorre all'in giro
là dove s'aprivan le famose pescaie che erano oggetto di spe-
II castello di Fombio.
ciale riguardo nel rogito d'investitura del 1299. Più volte noi
dovremo rievocare le vicende tumultuose di quelle forti bastite.
Da sei secoli le generazioni degli Scoti si succedono nella
signoria del luogo, e se questo non è più per esse quasi pe-
renne accampamento guerresco contro i propinqui, o corte di
giustizia capitale pei presunti nemici, è però sempre luogo di
conforto e di sollazzo ai patrizi piacentini che in quei vasti saloni,
tra i fastosi ed arcigni ritratti degli avi, trascorrono lunghi mesi
di quel riposo per così tanta parte fatto di memorie perdute,
se non di aspirazioni ad un tempo che fu.
NELLA CRONACA E NELLA STORIA
219
xNOTE AL CAPO XXI.
^ Per la taglia di cui fu collettore il notaro Guala, legato pontifìcio (1261),
pagarono in moneta imperiale:
La plebe d'Orio e la chiesa di Livraga soldi tre cadauna; la plebania
di Senna soldi venti e denari cinque; la chiesa di Pizzolano denari quin-
dici; l'ospitale di Senna lire tre e soldi quattro; la chiesa di Castione
soldi cinque e denari quattro ; quella di Vinzasca denari dodici ; la plebania
di Camairago soldi due e mezzo; la chiesa di S. Maria, ibi prope , denari
diciotto ; quella di Cavacurta soldi due e mezzo ; il monastero di S. Vito
soldi dieci; la plebania di Casale denari trentanove; la chiesa di S. Vito
alle Monticchie denari dieci ; quella di Monte Oldrado denari trentaquattro ;
quella di S. Biagio in Codogno denari quarantacinque; la plebania di Maleo
soldi cinque ; l' ospitale di S. Pietro in Pirolo soldi tre e mezzo ; la ple-
bania di San Fiorano denari quindici; la plebania di Meleti denari ventisei;
la chiesa di S. Maria del Corno e la plebania di Roncarolo denari sei
cadauna; la chiesa di S. Maria in Castelnuovo Bocca d'Adda denari quattro;
quella di S. Pietro presso il Po denari nuovi tre.
È qui opportuno un ragguaglio della moneta antica, e non sapremmo
meglio presentarlo se non riportandolo dall'autorevole storico bussetano
Ireneo Affò (1741-1800):
« La lira imperiale, che fu in vigore nel medio evo, e precisamente nel
secolo XIII, era del valore di due fiorini d'oro, che corrispondono ad
attuali milanesi lire trenta, pari ad austriache lire ventiquattro. Il soldo
imperiale equivaleva a que' tempi ad una lira di Milano, che in quell'epoca
montava a soldi trenta attuali di Milano, pari ad austriache lire una e
centesimi venti. Dal 1550 al 1600 circa la lira imperiale era d'assai dimi-
nuita di valore, ridotta soltanto a soldi milanesi ventinove, pari ad au-
striache lire una e centesimi sedici. Nel 1602 crebbe a soldi milanesi trenta,
pari ad austriache lire una e venti ; ed il soldo imperiale fu ridotto ad un
soldo e mezzo di Milano, centesimi austriaci sei. La lira di Milano nel 1602
era di soldi ventitre, austriaci centesimi novantadue; poscia discese a
ventidue e sei, indi a ventidue, da ultimo a venti, pari ad austriaci cen-
tesimi ottanta ».
220
CODOGNO E IL SUO TERRITORIO
A compimento della qual nota aggiungiamo che la lira di Milano,
abolita con decreto di Napoleone I (21 marzo 1806) corrisponde a lire
italiane o. 76. 75, ridotte a o. 76. 2 nel 1859.
^ Cesare Vignati - Codice laudense.
^ Chronicon placentinum.
* Chronicon placentinum.
^ Giovanni Cortemiglia Pisani - Memorie storiche del basso Lodigiano.
* Giovanni Musso - Chronicon placentinum.
' Giorgio Giulini - Memorie della città e campagna di Milano. —
Bernardino Corio - Istorie di Milano.
® GuERiNO - Chronicon placentinum.
^ E errore il credere che l' uso delle insegne e degli stemmi sia nato
nel medio evo. Si hanno esempi anche nei classici antichi di simboli e
di decorazioni esteriori, applicati alle armi ed alle abitazioni; solo dopo
le prime crociate, in tempi in cui non si studiava verun che di utile, il
blasone fu considerato una scienza, reputato istituzione politica, e divenne
gentilizio, cioè ereditario.
Le armi di alcuni casati e comuni terrieri che saranno publicati nel
corso dell'opera nostra sono limitate al campo dell'insegna o scudo, e
raffigurate, senza riguardi cronologici, nelle più recenti loro espressioni.
CAPO XXII.
Arrigo VII — I diritti vescovili — Scisma ecclesiastico — La Battaina —
Imprese guerresche — Temacoldo da Castione — I Visconti — Le rapa-
cità e le liberalità viscontee — Il Bosco di Codogno.
francese; e nelle tragiche aurore di Benevento (26 febbraio 1266)
e di Tagliacozzo (23 agosto 1268) la grand' aquila cesarea
sembrò stesa miserando cadavere sotto il sole d' Italia. All' epico
vespro di Palermo (31 marzo 1282) non si sguainarono le spade
degli imperatori, ed ormai qui le ire fraterne dei guelfi e dei
ghibellini continuavano a fremere nelle alterne valli, nelle di-
serte città, non più per la contesa fra il sacerdozio e l'impero,
ma per l'acre ed inveterato furore delle fazioni.
In queste condizioni trovava Italia il nuovo imperatore Arrigo VII,
quando, ricalcando le orme dei suoi predecessori, ripassava le
Alpi, e discendeva nuovamente in questo ch'egli considerava
sempre vero ed antico suo feudo , e che la sapiente bile di
Dante, chiamava « '1 giardin dello impero »; mentre al fulvo
OPO Federico II parve che gli imperatori perdesser di
vista la nostra penisola. Su di essa, turba briaca di
sangue e di lussurie, eran passati i « gigli gialli »
di Carlo d'Anjou, chiamati da Urbano IV, papa
222
CODOGNO E IL SUO TERRITORIO
Arrigo tenevan protese le braccia, alimentando la fiamma del
desiderio di conquista, i ghibellini maggiori. E parecchie con-
dizioni favorevoli stavano per lui, che non aveva sul suo capo
r odio ereditario alla casa sveva conservatosi in gran parte
d'Italia, e che non era osteggiato da parte dei papi, esuli
volontari in Avignone (1305).
La lunga assenza degli imperatori dal paese nostro aveva,
inoltre, prodotto per necessaria reazione il tramonto di quei
rigidi sentimenti republicani che un dì seppero sostenere esclu-
sivamente le franchigie della libertà municipale contro le clas-
siche reminiscenze del cesarismo di Roma. Arrigo di Lussemburg
non veniva con tumulto d'eserciti per vendicare antichi oltraggi ;
bensì calava tra noi colla forza della debolezza: non armi, non
pecunia, non velleità di conquiste belligere. Si era annunziato
uomo di concordia e di pace, avrebbe composto dissidi tra città
e città, disarmate le ire, placati i corrucci, frenate le ambizioni
dei signorotti, e, in somma, rimessa in auge la favoleggiata
età di Saturno.
Le quali parole e le parvenze e la realtà stessa della sua
inerme venuta illusero e principi e signori nostrali. Ma i fatti
dell'imperatore, a cui facevan seguito un'orda rapace di vicari
e di baroni, mostrarono tosto ai popoli come ne fossero capziose
le parole.
Cintosi a Milano colla corona ferrea (25 dicembre 13 10), co-
minciò a falcidiare nel campo delle libertà comunali, predicando
che ora mai tutte le città dovevano riacconciarsi alla soggezione
immediata dell'impero; conciliò famiglie e fazioni, ma soltanto
per asservirsene; e dove non potè riescire alla concordia bene-
ficiò della discordia, non perdendo mai di mira il venale inte-
resse ; laonde chi più lo pagava aveva maggiori onori e privilegi.
E borghi e città e principi e privati s'affrettarono a profittare
delle facili condiscendenze imperiali, ed al numero di essi si
appartiene anche il vescovo Egidio dall'Acqua, successo al Ta-
lente nei momenti delle grandi ristrettezze dell'asse mensuale
(1307). A lui, accorso per la gran festa della incoronazione a
Milano, Arrigo conferma, secondo la supplica presentata, tutti i
feudi ed i beni vescovili, tra i quali i dritti di pesca dell'oro
NELLA CRONACA E NELLA STORIA
abduano fra Cornegliano Bertaro sino a Castelnuovo e fra Gal-
gagnano e Castione, e la giusdicenza su Codogno, Ronco, Ca-
stione, Livraga, Orio, sulle acque del Lambro e sul lago Barili
(7 gennaio 131 1); e quattro giorni dopo, con diploma speciale,-
comanda agli uomini dei predetti luoghi che non ardiscano mai
impedire o turbare il vescovo ne' suoi poteri e nella sua chiesa,
ed impediscano a chiunque il tentarlo.
Matteo Visconti era stato costretto ad abbandonare la signoria
di Milano, e a cercare nell'esilio di ritemprare le forze della
propria autorità (1302). Alla sua mala fortuna faceva invece
contrasto quella felice di Guido Tornano, restauratore del go-
verno popolare; ma gli occulti ed attenti proponimenti dello
scaltro Visconte dovevano, alla venuta di Arrigo VII, cambiar
totalmente faccia alle cose.
Quando, infatti, l'imperatore faceva il suo ingresso da porta
Vercellina in Milano, i Visconti ed i Torriani lo fiancheggia-
vano, stretti in giuramento di pace. Nè solo pace uficiale era
quella, poiché le due famiglie precipue di Milano sembra si fos-
sero anche intese in una trama per cacciare il tedesco dalla loro
città; trama scoperta, ma così condotta da Matteo Visconte che
egli comparve innocente agli occhi dell'imperatore, mentre le
case dei Torriani venivano atterrate a furia dalle soldatesche
{febbraio 131 1); e pochi mesi dopo a Matteo veniva concessa,
verso il pagamento di cinquantamila fiorini d'oro, la dignità di
vicario imperiale, passata poi ai suoi discendenti come sovranità.
Le proteste di Guido Tornano non rimasero però senza eco.
Alcune città lombarde — ■ Lodi, Crema, Cremona e Brescia —
cacciarono a furore i vicari imperiali e impugnarono l' armi ;
così che Arrigo, compreso che a volersi conservare amico di
tutti non lo era di nessuno , colla forza respinse la forza. E
Cremona fu la prima a pagare il fio della sua ribellione.
Cominciarono le offese contro la turrita città i piacentini,
alleati ad Arrigo, i quali con Manfredo marchese di Saluzzo,
con Ugo delfino di Vienna e coi pavesi guidati da Riccardo
^di Langosco e da Masello Beccaria, navigaron pel Po alla bocca
224
CaDOGNO E IL SUO TERRITORIO
dell'Adda, alla cui difesa stavano i guelfi parziali di Guglielmo
e di Giacomo fratelli Cavalcabò (23 aprile 131 1). Castelnuovo
cadde così nelle mani dei piacentini, e tre giorni dopo Cremona
si arrendeva all'imperatore, che le tolse il titolo di città, la
giurisdizione e le rendite, ne fece atterrare le mura e la rocca, e
bruciare le case dei guelfi; e questi, fatti prigionieri in mille e
duecento, mandati a gemere nelle torri di Castelnuovo, di Maleo
e di Codogno.
Cremona non tardò ad aver sua riscossa. Guglielmo Cavalcabò
la redimeva dal servaggio ghibellino poiché ebbe recuperata dai
piacentini la rocca di Castelnuovo (22 gennaio 131 2). E, come
ridesta vasi Cremona, così pure si ribellava Lodi, che il bandita
Antonio Fissiraga, guelfo d'antica data, appena Arrigo tornò
oltre Alpi, faceva insorgere colle ville e colle castella del con-
tado, tenute in soggezione dal vicario cesareo Bassiano Vistarino.
E i guelfi piacentini si rivalsero tosto sulle prepotenze ghibel-
line; chè Francesco Scoto, figlio d'Alberto, saputo che alcuni
patrizi imperiali di Piacenza tornavano da un congresso di Mi-
lano,, indetto da Matteo Visconte, preparò loro la mala morte,
facendo appiattare in un bosco, presso il ponte del Po, Ruggero
e Cabrino da Tresseno, feudatari del Corno e di San Fiorano,
con quattordici cavalieri. Arrivarono i ghibellini reduci da Mi-
lano, ed, assaliti, rimase prigioniero Guido Pallavicino abate di
Val di Tolla, e tutti gli altri caddero spenti, fatta eccezione di
Giovanni Laudi che si salvò sotto il ventre del proprio cavallo.
Il clero lodigiano non s' era accordato nel dare un successore
ad Egidio dall'Acqua, escito di vita dopo quattordici anni di
vescovato (aprile 1312). I guelfi raccoglievano le loro simpatie
sul canonico Alcherio dell' Acqua, nepote al defunto ; i ghibellini
proposero Roberto Visconte, parente di Matteo e canonico or-
dinario di Milano; ma e l'uno e l'altro canditato caddero alla
prova dell'urna. Divampò la discordia nella chiesa di S. Bas-
siano; i due eletti si ostinarono nel preteso possesso del titolo
e del ministero; il temporale e lo spirituale eran fra i due con-
tesi come a un gioco di pallamaglio ; e per sei anni, di scandalo
in iscandalo, lo scisma si prolungò, e dalla mensa vescovile si
distrassero, per non mai ritornare, molti e cospicui beni.
NELLA CRONACA E NELLA STORIA
225
Il partito guelfo, a mezzo di Antonio Fissiraga, ricorre a
papa Clemente V, che sospende e censura Roberto Visconte,
sì che questi è costretto ad allontanarsi da Lodi. Ma se il Fis-
siraga teneva gli occhi al cielo , occupandosi della questione
ecclesiastica, non abbandonava nè meno dello sguardo gli inte-
ressi della causa guelfa, allora in rigoglio e inspiratrice della
politica cittadina. Indi il correre e ricorrere di lui per borghi e
per campi, e il sommovimento pel lungo e pel largo in tutta
la regione, quasi non esistessero più le leggi d'Arrigo ed i
suoi rappresentanti nel Lodigiano.
Allora, fatto conscio di quella vera rivoluzione, l'imperatore
comanda al suo luogotenente in Lombardia, Guarnerio d'Homburg,
di assalire e schiacciare i ribelli. Il capitano trae un forte eser-
cito raccogliticcio dalle città strette al patto ghibellino, prorompe
sul Lodigiano, se ne impadronisce totalmente, e le carceri ri-
gurgitano di guelfi prigionieri.
Quella che alcuni storici nostrani non si peritano di chiamare la
giornata campale della Battaina ebbe la sua rapida preparazione.
Gli esuli lodigiani, condottisi sulla sinistra del Po, si accontarono
coi piacentini fuorusciti dalla loro città , tentando d' impedire
qualsiasi comunicazione tra Galeazzo Visconte, vicario di Pia-
cenza, e le genti del padre suo Matteo. Intanto Antonio Fissi-
raga, Filippo Langosco, Simone e Francesco Torriani e Gilberto
da Correggio apparecchiavano in segreto 1' audace colpo di mano
della sorpresa di Piacenza.
Ma non riescirono nel loro intento, perocché il conte Guarnerio,
giovato dai viscontei piacentini, condotti dal ghibellino lodigiano
Giovanni del Corno , scontratili presso Codogno , fieramente li
investì e li ruppe in un combattimento durato dall' alba al tra-
monto ; e, lasciando il vespro indecisa la vittoria, nel dì suc-
cessivo si riappiccò la zuffa, ed il cavaliere tedesco sgominò sì
fattamente gli inimici che questi volsero a fuga precipitosa.
Rimase prigioniero fra gli altri lo stesso Antonio Fissiraga (1313);
del quale alcuni affermano che fu consegnato in Milano a Matteo
Visconte dal Guarnerio, mentre altri asseriscono ch'egli fu tro-
vato in prigione a Saluzzo o ad Aosta da Marco Visconte, e
da questi poi inviato a Milano. Di quella battaglia rimase al
Codogno e il suo territorio, ecc. — /. 15
226
CODOGNO E IL SUO TERRITORIO
teatro della pugna il nome di Battaina, conservato tuttora dal
luogo, posto a meno d'un chilometro a sud di Codogno.
Giovanni dal Corno — detto anche Ivano * — nostro conter-
raneo, fu per consenso comune uno dei prodi capitani del suo
tempo; ed anche misurandosi^oUe milizie di Alberto Scoto,
fra il Trebbia e Piacenza, ne riportò così fortunato successo
che tra prigionieri e morti lor tolse circa mille combattenti
(agosto 13 13).
La giornata della Battaina non risolse punto le vicende pu-
bliche onde la nostra regione era desolata. Le sfrenate soldatesche
dell' Homburg diffondevano il terrore; ed all'opera di quei pre-
doni faceva degno compimento la rapacità di Galeazzo Visconte,
risiedente in Piacenza della quale fu eletto signore, dopo la
morte di Arrigo VII (24 agosto 13 13).
Da lui anche i cistercensi di S. Stefano al Corno sono colpiti
di taglia fortissima, comandata per publico contributo alle spese
di fortificazione di Piacenza. Essi si rifiutano di ottemperare al
bando fiscale, ed il loro convento e le loro proprietà sono mi-
seramente disertate (13 13).
D'altro lato, Arnolfo Fissiraga e Paolo de Riccardi, estrinseci
lodigiani, disertano le terre de' concittadini nemici e si fanno
padroni di Castione, in cui sta una guarnigione tedesca, e,
per tradimento di un Tresseno, di Somaglia, tenuta dai pia-
centini (15 luglio 13 14); mentre a lor volta i guelfi cremonesi
— che s'eran dati a Roberto re di Napoli — predano i nostri
campi e rubano a man salva il bestiame.
Galeazzo Visconte per recuperare Somaglia, colle milizie pia-
centine delle porte Milanese e di S. Brigida, va all'assedio di
quella rocca (16 luglio). Fatta opera di mangani ed investiti a
colpi di piccone gli sproni, dopo nove giorni pone gli assediati
in condizione di domandar patti. Così gli assediati si arrendono;
sessantotto di essi sono tratti a Piacenza; li segue gran bottino
di granaglie e d'animali; e finalmente, a titolo d'esemplare ca-
stigo, tre dei prigionieri di Somaglia vi son ricondotti e crocifissi.
Poi il capitano visconteo Nello da Massa sorprende Maleo (23
agosto), Castelnuovo, Pizzighettone, Castione, dovunque lasciando
orme della sua rapacità spietata; e, ad un tratto ripiegando su
NELLA CRONACA E NELLA STORIA
227
Pombio, cui tenevano gli Scoti, ne assale la rocca, la saccheggia,
la arde e ne mena captivi di guerra gli abitanti.
Non per questo si disanimano i guelfi; chè anzi, sempre
accaniti contro Piacenza, s'argomentano di ridurla per fame, e
-devastano le propinque campagne, guastando messi e recidendo
vigneti. I contadini di Roncarolo, delle Caselle di Po e d'altri
luoghi subtus stratam tagliano tutte le viti fruttifere e gli alberi
domestici contro ogni dritto e statuto ^. Nè meravigli questo
danno volontariamente recato a Piacenza da genti agricole che
ne dipendevano, poiché la spiegazione ne vien data dal Guarino,
il quale scrive che « il signor Galeazzo non considerava, im-
ponendo prestiti a sollievo delle miserie piacentine, che tutto
l'episcopato di Piacenza era contro la città » (5 febbraio 13 14).
. * . .
Nella misera Cremona si era costituita la signorìa di Giacomo
Cavalcabò, marchese di Viadana. Capeggiando egli i guelfi, tosto
ebbe a contendere pel primato della città colle famiglie dei
Ponzoni , degli Amati , dei Picenardi , dei Guazzoni , le quali
tutte si distinguevano per potenza e clientela. E questo nucleo
perspicuo di ghibellini, stretta lega con Can della Scala signor
di Verona, con Passarino Buonacolso signor di Mantova e con
Luchino Visconte, guidato da Ponzino Ponzone, tentò cacciar
di Cremona il Cavalcabò, a sua volta giovato dai bresciani (13 16).
Ostinatamente fiera ed orrenda fu la contesa per la quale e
la città e il contado furono replicatamente bagnati di sangue ;
e neir agitarsi di quegli avvenimenti — affatto speciali alla storia
cremonese — anche il nostro Castione ebbe gravi danni (13 14)
e Castelnuovo Bocca d'Adda provò ancora una volta di quanta
importanza strategica fosse.
Esso fu ricovero ai ghibellini con Giberto da Correggio dopo
la sollevazione di Cremona; ma da Ponzino brevemente tenuto,
poiché vediamo Galeazzo Visconte muovere alla ripresa del ca-
stello con grandi apparati di guerra terrestri e fluviali (23 no-
vembre 13 19), rinnovare la spedizione comandandola in persona
egli ed il figliuol suo Azzo, dopo aver fatto publico bando ai
piacentini che la dignità di consigliere del comune sarebbe spet-
tata de jure a quanti (per quella impresa e per quelle contro
Maleo e Castione, ad essa connesse) dai torrenti dell' Appennino
228
CODOGNO E IL SUO TERRITORIO
avessero condotti al ponte sul Po e pietre e sassi da armare le
<:atapulte e i mangani del suo esercito assediante (20 maggio
1320)^. E Castelnuovo fu espugnato (i settembre); della qual
vittoria, per altro, pare non fossero copiosi i frutti, poiché
— al dir del Guarino — eran pochi i difensori ed inferiori al
bisogno il vino ed il pane; così che a mo' d' epifonema l' anna-
lista piacentino conclude:
— In verità, i cremonesi sono povera gente!
* . . .
Galeazzo muove poi all'assedio di Pizzighettone ; ed è carat-
teristico ch'egli faccia accompagnare la spedizione da oltre cento
paia di buoi con vomeri ed aratri, da guastatori e da zappatori
per distruggere le segeti ed i lavori rusticani nei campi oltre
l'Adda, su cui fa costrurre un ponte verso Maleo (21 aprile 132 1).
Pare, però, che il signor di Piacenza, distratto da altre cure
guerresche, non raggiungesse l'intento; perocché egli rifaceva
poi la spedizione, inviando verso Pizzighettone otto ganzere ed
un ganzerone per incendiare i mulini ed i ponti posti sull'Adda.
Ma quei di Pizzighettone s' eran preparati ; si difesero intrepi-
damente con pietre e con balestre, sprofondarono nel fiume i
loro mulini per sottrarli alla distruzione col fuoco; ed obbliga-
rono i viscontei a rifare la percorsa via, con gran numero di
feriti (6 aprile 1322).
In quei tempi, come la più parte delle italiche città, ebbe
pur Lodi il suo politico rivolgimento, prodotto da quell'eterno
dramma passionale che ha per immanchevole protagonista la
donna.
Sul cuore naturalmente ben nato del popolo ha sempre pre-
potuto un nobile sentimento di pietà, quando una donna do-
vette piegare vittima sotto la tirannia violenta del concupiscente
signore. La virtù innata nell'animo degli oscuri e degli umili fu
bene spesso poca favilla che secondò gran fiamma d'impensati
avvenimenti; e, come a Piacenza il popolo si univa ad Obizzo
Laudi, per cacciare Galeazzo Visconte che alla virtuosa consorte
di lui, Bianchina, aveva recato onta brutale (1322), cosi anche
Lodi, in quei giorni truci, impersonò il suo moto d'insurre-
zione nella vendetta pel disonore di una povera fanciulla.
NELLA CRONACA E NELLA STORIA
229
Signoreggiavano la città Giacomo e Succio Vistarini (novem-
bre 1328), il cui governo era tutto fatto di dissolutezze e di
crudeltà. Capo dei famigli o berrovieri de' Vistarini era Pietro
Temacoldo il vecchio, già mugnaio nel nativo Castione. Costui
era il ministro e l'esecutore più fedele d'ogni turpezza e scel-
leraggine de' suoi signori, che dell'opera sua fortificati, in lui
avevano piena e cieca fede. Ma la mala pianta del vizio matu-
rava per lo sciagurato castionese il pessimo dei frutti; e un
tristo di egli venne a conoscere che ad una nipote sua, monaca,
e sulla quale egli raccoglieva le sole compiacenze del proprio
affetto, Succio Vistarini aveva recato l'estremo oltraggio.
Nell'animo cupo del vecchio mugnaio divampò bramosia di
vendetta; e siccome a lui i fiduciosi Vistarini avevan data cu-
stodia di una delle porte cittadine, così al suo vindice intento
fece servire l' uficio commessogli.
Nascostamente introduce in Lodi mille e cinquecento fanti,
forse guelfi, racimolati nel contado; ed alla loro testa corre fu-
ribondo al palazzo de' suoi signori, che gli vanno incontro
chiedendogli :
— Che cosa, figliuolo nostro?
Temacoldo risponde:
— Uno signore satisfa ! ^.
E fa caricare di catene e tormentare i Vistarini; li chiude in
carcere, e in quella vuol muoiano di fame. Poi, sgominata la
fazione de' suoi antichi padroni , assume tosto il governo citta-
dino ; invia messi a Guglielmo di Monteforte, vicario imperiale
in Milano, accertandolo che egli non cederebbe Lodi in potestà
della chiesa e la terrebbe sotto l' obbedienza dell' imperatore. Ma
invece, con una fede a cui molto indulgevano i tempi, conservò
la signoria col titolo di vicario papale per sei anni, sino a
quando da Azzo Visconte, acclamato signore di Lodi (31 agosto
1335)) Temacoldo fu a sua volta fatto prigione e mandato a
Milano, dove morì, per mano del carnefice, nel castello di porta
Giovia secondo alcuni, o secondo altri di morte naturale dopo
semplice confino entro le mura cittadine.
Così la tirannia della piazza non ebbe miglior ventura di
quella di palazzo; episodio, del resto, non raro in quei dì, e
sul quale ci siamo alquanto soffermati perchè Pietro Temacoldo,
CODOGNO E IL SUO TERRITORIO
appartenente per nascita alle terre nostre, esciva da quella folla
senza nome di contadini subbietti, i quali mai non avrebber
sognata per uno di loro le insegne dominiche di una città. ■
La signoria dei Visconti (i 277-1447) imprime con uno stigma
indelebile la peculiarità del proprio carattere nella storia italiana.
Incominciano essi, piccoli signori, ad affermarsi nella battaglia
di Desio, per cui i Torriani scompaiono, e il vincitore distende
il pastorale e la spada su Milano che è fatta sua; Matteo la
incorona di città sommesse; il primo Galeazzo vede sminuita la
domestica fortuna; ma Azzo la restituisce, divenuto vicario im-
periale, e ricomprato a contanti il diritto di rientrare signore
in Milano, mentre le città lombarde, dagli eventi già separate
dal suo scettro, vi si inchinano nuovamente, giurandogli fede.
Luchino accresce il dominio, reprime congiure, fiacca i nobili
staggendone i vasti possessi, e rassoda il principato de' suoi
con tali liberalità da palliare le sue perfidie.
Virtù e vizi, atti di clemenza e delitti efferati, amore alle arti
e alle dottrine e manie implacabili da delinquenti formano la
sintesi di quei dominatori. Ma la fortezza nelle armi e la sag-
gezza amministrativa, accoppiate a chiaro lume politico, spin-
gono a così alti destini la progenie viscontea che più di uno
storico insigne — in onta alla lunga serie di nefandezze — non
si ristette dal crederla degna di raccogliere le sparse membra
d'Italia, unificandole sotto
lo scudo
In cui dall'angue esce il fanciullo ignudo.
Luchino Visconte del giusto talamo ebbe poca gioia, poiché
Isabella del Fiesco, sua sposa legittima, dopo le lunghe discordie
col marito, fu perfino accusata d'avergli propinato il veleno-
micidiale; ed il duca se ne rifaceva altrove e dovunque fosse,,
oggi insidiando all' onore delle patrizie, come la infelice Marghe-
rita Pusterla, domani soddisfacendo all'estro colla prima ignota,^
che diventava la madre di un Bruzio, tiranno di Lodi e del
Lodigiano.
Costui — reduce assoldato valoroso nelle milizie di Alberto
e di Ottone, duchi d' Austria, pei quali aveva combattuto contro-
NELLA CRONACA E NELLA STORIA
231
Giovanni re di Boemia — ebbe dal padre che lo prediligeva
la potesteria di Lodi (1336); ma così torbidamente vi si con-
dusse che quando morì, povero e negletto in un casolare del
Padovano, dissero esser morto il diavolo; leggenda questa che
nel concetto grossolano delle plebi si ri-
peteva allora in diversi casi e per diversi
tiranni ^.
Tra le altre prepotenze dell' illegittimo
Visconte, havvi pur quella dell'aver co-
stretto il vescovo Luca Castello, un fraticello
umile e buono, ad investirlo per titolo
d'affitto di parecchi beni della mensa, posti
a Meleti, a Codogno, a Castione ed al-
trove (1344).
Nel primo anno Bruzio stette ai patti ; nel
, 11- r • ^ 1 Bruzio Visconte.
secondo non soddisiece compiutamente al
proprio tributo — circa lire trecento e cinquanta paia di capponi —
e nel terzo non diede più nulla, sebbene a lui pagassero floride
pensioni altri cui egli aveva illegalmente subaffittati i beni lo-
catigli. Invano il vescovo ne mosse gravi lamentele : nulla ottenne
contro il prepotente, e, stanco della impari lotta, discese dalla
sua catedra, ritirandosi nella patria Como. Dovette intervenire
la morte di Luchino (24 gennaio 1349) perchè egli tornasse
alla sua sede, ignominiosamente cacciatone Bruzio, e recuperasse
i possessi carpitigli.
Meno fortunati di Luca Castello furono quei patrizi di Lodi
cui la mano rapace del tiranno aveva confiscati le posses-
sioni; poiché invano ne richiesero la restituzione al successor
di Luchino , Giovanni , che le aveva conferite al patrimonio
ospitaliero di S. Ambrogio in Milano; sì che furon costretti a
giovarsi della causa intentata dal vescovo Cadamosto perchè loro
venisse fatta ragione.
Era venuto in signoria di Lodi il nepote di Giovanni, Barnabò
Visconte (1355^, e questi, ripetendo secondo il sistema di Bruzio
le rapine sugli averi altrui, compresi parecchi della mensa epi-
scopale, il successore di Luca Castello gliene mosse rimostranze
vivissime; i nobili spropriati si unirono a lui, e — modello di
232
CODOGNO E IL SUO TERRITORIO
lodevole indipendenza di giurisdicente in tristissimi tempi —
Roggero Biffio interloquì, dando il torto al suo principe (9 gen-
naio 1358), e Andreolo Dugnano, giudice d'appello, confermava
tosto l'equa sentenza (27 febbraio); per la quale, tra gli altri
beni restituendi alla mensa, eran quelli di Castione e di Codogno.
Mal s'accorderebbe colle su esposte notizie l'affermazione del
Cortemiglia Pisani e d' altri — confortata da ciò che si legge
nella relazione dei sinodi terzo e settimo — per la quale dopo
la morte di Barnabò Visconte il vescovo Cadamosto avrebbe
richiesto a Gian Galeazzo che fossero resi i beni alla mensa
(4 ottobre 1387), già toltile prima da Bruzio e poi da Barnabò,
così che r antistite potè recuperare e feudo e decime di Codogno,
Castione, Meleti e dei Chiosi. A noi sembra più convincente
l'opinione di Cesare Vignati da noi riportata; poiché troviamo
nello scarso archivio comunale di Codogno un rogito del notaro
Morone col quale il vescovo Castello donava ai poveri codognesi,
ad uso erbatico e legnatico, il Bosco di Codogno (11 giugno
135 1): cinque mila pertiche, parte a selva e parte a palude,
residua questa del lago Barili prosciugato tra Fombio e Somaglia.
E un mese dopo la donazione del vescovo (7 luglio), questi in-
vestiva Arnolfo Fissiraga, a rogito Bpnone, delle decime di
Castione e terre confinanti ^ ; investitura confermata nei Fissi-
raga dal vescovo Pietro della Scala (19 marzo 1389) e dal
vescovo Bonifazio Bottigella (14 giugno 1396), a ciò costretto
dalla perturbazione dei suoi vassalli castionesi.
>
Giovanni Visconte, arcivescovo di Milano e dichiarato erede
del principato dal consiglio di Milano (gennaio 1349), fu anch' egli
governato dalla ambiziosa cupidigia de' suoi maggiori, e trovò
graziosa la fortuna che gli permise di arrotondare l'avito pa-
trimonio. Egli, pretestando che i conti Palatini di Lodi fossero
già incorsi in crimine di fellonia (i marzo 1347), appena potè
confiscò loro i beni del Pizzolano, ben quattromila duecento
cinquanta pertiche, e molti altri presso Zorlesco e Casalpuster-
lengo ^. I beni del Pizzolano erano poi donati dal Visconte
ai monaci dell' ospitaletto di Senna (31 marzo 1353), a dimo-
strazione di grato animo per le accoglienze oneste e liete da
NELLA CRONACA E NELLA STORIA
essi usategli quando, recandosi egli da Pavia a Cremona, fu loro
ospite nel convento, di cui era priore Jacopo de Armazoli
Di altre fiorite liberalità si compiacquero i Visconti, e tanto
più se l'obbietto di esse non era che il mal tolto e il peggio
tenuto. Barnabò dava in munifico regalo alla moglie Regina
della Scala — da alcuni detta Caterina o Beatrice, donna dal
piglio orgoglioso ed insaziabile nell' accumular tesori pei figli* —
parecchie rocche del Lodigiano, fra le quali Castelnuovo (1370),
dal donatore restaurato, fortificato e fatto deposito per l'armata
del Po. Ed avendo Barnabò stesso sei anni prima ordinata la demo-
lizione dei forti di Gera — secondo Domenico Bordigallo — costruì
la cittadella di Pizzighettone ed un ponte suU' Adda per bellezza
meraviglioso, che — al dire di Paolo Morigia — fu poi distrutto.
Contemporaneamente il fiero Visconte alla consorte faceva
presente del feudo di Somaglia con Castelnuovo di Roncaglia;
ma r anno dopo — spogliatone il vescovo di Lodi per le decime
che pagavano alla mensa gli abitanti della terra — questa rito-
_glieva alla moglie per conferirla a Nicolò Cavazzo (137 1).
Da ciò la duratura riconoscenza dei Cavazzi ; a testimone
perpetuo della quale sogguarda tuttavia, dall'alto dello scalone
d'onore nel castello di Somaglia, il cupo ritratto di Barnabò.
E in grande abito rosso, incappucciato, minaccioso in volto e
la gran barba fluente; ha lo scettro in mano e il cane a' piedi,
iconologia storica delle angoscie d'un popolo sottoposto perfino
al canile, in cui il signore riponeva le sue massime compiacenze.
234
CODOGNO E IL SUO TERRITORIO
NOTE AL CAPO XXII.
^ Pier Maria Campi - Storia ecclesiastica di Piacenza.
^ Guarino - Chronicon placentinum.
^ Bernardino Corio - Storia di Milano.
* Le piaggerie cortigianesche non mancarono, però, di accarezzare anche
Bruzio. Infatti, il ritratto che noi publichiamo di lui è tolto da un codice
miniato esistente presso la famiglia Archinto di Milano, e recante una
poesia in suo onore, dettata da Bartolomeo da Bologna di Bartoli.
Correda la poesia una tavola in cui Bruzio cavalca tra alcune figure
simboliche, quali il Vigore e il Senso, pure a cavallo, l'Intelligenza e la
Circospezione. Il prefato Bartolomeo, compositor operis , sta ginocchiato
davanti al palafreno di Bruzio, ed a lui parlano due donne anziane, raffigu-
ranti la Discrezione madre di tutte le virtù e la Docilità madre delle scienze,
^ Defendente Lodi - Manoscritti nella biblioteca comunale di Lodi.
^ Ruggero Palatino era investito delle decime di Senna dalla mensa ve-
scovile; ma Luca Castello ne revocava l'investitura perchè il conte, dopo
la confisca dei beni del Pizzolano, non soddisfaceva più alle ragioni del
contratto (7 aprile 1349).
Felice Maria Nerino - Storia dei girolamini.
* Bernardino Corio - Storia di Milano.
CAPO XXIII.
I feudi terrieri — I Gavazzi — I Bevilacqua — I Borromei — I Pu-
sl.erla — I Fissiraga — I Tresseni — Gli Scoti — I Laudi -r- I
Casati — I Bonacolsi.
INTI ardui momenti, la signoria dei Visconti, si avvia
a queir apogeo che sarà poi ancor più illustrata
dalla sequenza degli Sforza. E da Milano allargando
mano mano il suo dominio dalle plaghe lombarde
all'alpi Gamiche ed all'appennino senese, prova la necessità,
già risentita dai passati conquistatori, di legare strettamente a sè
col vincolo intermedio del feudo le terre ed i popoli dipendenti.
E il rinnovellamento dei ducati longobardi, delle contee e
delle marche carolingie; è il guiderdone medesimamente dato ai
guerrieri tedeschi, con questa sola differenza, che l'indole del
feudo visconteo è, sebbene d'origine per lo più militare, di
carattere supremamente politico. Nei dì della fortuna la casa dei
Visconti, rammentando quelli delle prove, compensava i cam~
pioni di sua sorte gloriosa; e, pure creando quella formidabile-
unità che fu il ducato di Milano, e che dopo la republica di
Venezia rappresentò nella storia d'Italia il nucleo più grande
e più fortunato di un dominio indipendente, lo rafforzava >•
aiutando con locali investiture gentilizie lo svolgimento delle
236
CODOGNO E IL SUO TERRITORIO
forze diverse, a seconda che dalle diversità delle genti e dei
luoghi eran prodotte.
Sorge quindi fra noi, ora, la efflorescenza del feudo; che è
indubbiamente tardiva al paragone di altre parti d'Italia, e che
trova la sua ragione d' essere in una caratteristica affatto nuova
e differente dalle altre. I Visconti non investono soltanto i loro
fedeli del diritto bonitario, ma costituiscono altrettanti piccoli
stati con tutte le attinenze legislative ed esecutive.
Ed ecco come dallo scorcio del secolo XIV la vita rustica fra
noi si impersonò nella soggezione — del resto bene accetta
perchè relativamente e generalmente mite e benefica — di un
nome illustre, il cui ricordo sopravvive tuttavia nelle tradizioni
e negli istituti locali.
Dei Gavazzi, dei Bevilacqua e dei Borromei compaiono prime
le prosapie; e ad esse ci incombe di recare qualche linea illu-
strativa, poiché delle opere loro in progresso di tempo saremo
chiamati annotatori e giudici, come quelle che si compenetrano
con quasi tutte le vicende conformanti la vita publica della regione.
Nobiltà di natali, prodezza nell'armi, governo massaio, spiriti
alieni di guerresche discordie, giustizia ministrata normalmente . |
secondo i criteri dell'onestà, omaggio agli ingegni preclari, svi-
luppo delle arti fatte inservire al lustro migliore delle case avite,
temperata condiscendenza alle prime necessità di queste plebi
agricole per le quali la terra fu nei secoli l'unica risorsa, ri-
nuncia assoluta ai turpi privilegi delle antiche signorie crudeli ;
ecco r aspetto grato ed intero cui presenta il feudalismo civile
conseguente al fatto dei Visconti; ben distinguendo tra esso e
quello traente origine diversa nelle nostre terre, come pei Laudi
e per gli Scoti.
Abbiamo alluso alla vita rusticana e citati dei nomi per di-
stinguere recisamente il signor di campagna da quello di città.
Altri criteri, infatti, sono ad usarsi ove il ricordo si diparta da
feudatari svolgenti e dritti e poteri fra mura cittadine, dove
l'attrito fra l'elemento popolesco immediatamente subbietto a
forme di costituzione politica più arruffate, meglio e talora più
duramente si faceva sentire per mezzo dell' oppressione personale
che non nel contado aperto. Qui, modestissime essendo le
NELLA CRONACA E NELLA STORIA
aspirazioni economiche dei sudditi e nulle affatto quelle poli-
tiche, diveniva meno urtante e quasi patriarcalmente esercitato
il dritto di signoria; tanto è vero che le gioie e le sventure
del sire erano quelle del popolo, appassionantesi ai fasti della
« illustrissima casa » come di cosa propriamente sua: nascite ^
nozze, morti eran tutta la cronaca magnatizia insieme a quella
degli umili casolari.
- Spettacolo confortante per quei tempi, in cui i principi edu-
cativi del popolo poggiavano su cardini essenzialmente differenti
dagli odierni; ma che, per altro, vien meno dove la semplice vita
campestre assume parvenze cittadine o borghesi, dove lo spirito
industre anima le svariate iniziative, e gli interessi si attirano
e si respingono, e la lotta per la vita si risente, ed un certo
fumo di indipendenza individuale produce la coscienza dell'egua-
glianza fra grandi e piccoli ; sì che oltre gli orizzonti del pro-
prio vantaggio materiale l' uomo scorge la visione d' una futura
parità politica, nella quale troveranno posto e soddisfacimento
le sue richieste e le sue proteste, fatte valere nei modi e nelle
forme di una rappresentanza giuridica e democratica.
Tra le più antiche famiglie feudali del nostro territorio tiene
cospicuo luogo quella dei Gavazzi della Somaglia.
Dissertano variamente gli storici sulla origine di questa inclita
prosapia. Alcuni la dicon venuta da Como ; tra questi Cristoforo
Poggiali*, il quale — a proposito dell'elezione del conte Annibale
della Somaglia a commissario generale delle poste della ducea
farnesiana (23 gennaio 1704) — la nomina anche Capece, così
come Pietro Crescenzi ^ la dice Capecci o Capacci. Altri la vo-
gliono oriunda di Cremona; di Milano non pochi, ed altri ancora
di Monza, fortificati da un documento dell'archivio vescovile di
Lodi, pel quale il vescovo Cadamosto affittava per nove anni
il dritto di decima e di decimazione in tutto il suolo di Castel-
nuovo di Roncaglia a Nicolorino Gavazzi di Monza, castellano
di Melegnano, pel prezzo e valore d'un bel capretto grosso
(21 giugno 1367). ' -
Ma quest' asserzione, che Giovanni Agnelli ^ considera in merito-
decisiva, viene seriamente contestata da Giorgio Giulini. Egli
accenna ad un Trinzano Gavazzio, giureconsulto milanese, da
238
CODOGNO E IL SUO TERRITORIO
Matteo Visconte inviato qual potestà suo in Vigevano (1299);
a Cuccio Gavazzio (1322); ai decurioni di Milano Erasmo,
Francesco e Gian Antonio Gavazzi, nonché a Carlo Gerolamo
Gavazzio, del quale rimasero copiose notizie statistiche ed eco-
nomiche sul ducato di Milano. Ne è a tacersi che anche un
Petrino Cavazzi era di costoro contemporaneo, come risulta dalla
data posta sotto il ritratto di esso, più o meno autentico, esi-
stente nel solitario palazzo che fu già il castello di Somaglia.
Barnabò Visconti, vicario imperiale, investiva i Cavazzi del
feudo nobile e gentile della Somaglia (10 luglio 137 1). Eviden-
temente dei luoghi di Castelnuovo roncagliese e di Somaglia i
Cavazzi non avevano in quei primi tempi il feudo corporale,
poiché l'anno antecedente (1370) lo stesso Barnabò aveva do-
nato — come si é visto nel capo precedente — a sua moglie
quei luoghi con alcuni altri del Lodigiano, e poiché proprio
al 5 maggio di quel 1371 é registrata una vendita a Guizzino
Gavazzo, figlio di Prevedolo, di terreni zerbidi e boschivi in
territorio di Castelnuovo medesimo « presso la valle dei Ladroni,
coerenti al Lambro, al Po e ad alcuni beni di Nicorolo Cavazzi
monzese » ; mentre altro acquisto fondiario lo stesso Guizzino
fa da Martino Palatino di Pinamonte, risiedente appunto nel
-castello di Somaglia.
Gian Galeazzo toglieva quel feudo ai Cavazzi, perché, grati
al loro autore, essi parteggiavano per Barnabò, e lo aggiungeva
ai munifici doni già da lui fatti alla propria
madre Bianca di Savoia (4 dicembre 1386). Ma
Somaglia veniva restituita ai Cavazzi da Gio-
vanni Maria Visconte (1407), che li creava conti
T-g — - e baroni e loro concedeva di inquartare nel
J proprio stemma la biscia di sua famiglia, col
^N.iim fanciullo nudo escente di bocca. Ed un altro
Gavazzi Visconte, Filippo Maria, mutando talento per
DELLA Somaglia. j^-^^^-^i- d'eventi, spossessava da capo i signori
di Somaglia, ch'egli attribuiva in potestà di Nicolò Piccinino
(1441), e confermava poi ai figli di quel famoso condottiero,
Francesco e Jacopo, a mezzo del suo consigliere Franchino da
Castione (i marzo 1445).
NELLA CRONACA E NELLA STORIA
Cadde la potenza viscontea con Filippo Maria, il cui nome
la storia ha scritto con atro lapillo, ultimo prodotto d'una
schiatta degenerata. Egli non potè perpetuarla nè per prole di
giuste nozze nè per frutto d'illegittimi talami, che pur gli ri-
<:usarono discendenza maschile ; e fu mercè ancora se la figliuola
sua naturale, Bianca Maria avuta dall'amasia Agnese del Maino,
potè trasferire nel marito Francesco Sforza la sovranità del
ducato. Fu Francesco Sforza appunto che, restituendo Somaglia
ai Gavazzi (28 giugno 1450), confermò il loro possesso feu-
dale, la loro nobiltà e i titoli comitali e baronali (3 feb-
braio 145 1)*. In quella congiuntura fregiò pure il loro blasone
dei tre anelli simbolici, il cui significato è tuttavia enigmatico,
e che a quel tempo erano pure usitati dai Borromei, dai San-
severino, dai Biraga di Lombardia e dai Medici di Firenze.
Come la potenza dei Cavazzi della Somaglia ebbe sua causa
dalle liberalità di Barnabò, quella invece dei Bevilacqua — prognosi
germanica ed accasatasi nel XII secolo prima in Ala di Trento,
poi a Verona, a Ferrara, a Bologna ed a Pavia — originò dalla
gratitudine di Gian Galeazzo Visconte, il quale così compensava
Guglielmo Bevilacqua della partecipazione sua al disarmo ed
all'arresto dell'odiato zio.
E noto che Gian Galeazzo, avendo divisato di torsi da torno
Barnabò, esci di Pavia, di cui era signore, con parecchi suoi
fidi, annunciando volersi recare in peregrinaggio al sacro monte
di Varese ; e , come fu presso Milano , fraudolento nel cuore e
nella parola, mandò a dire a Barnabò, suo suocero e zio, che
venisse a salutar lui che passava. Così avvenne : a porta Vercel-
lina caddero i due Visconti l'uno fra le braccia dell'altro; ma
non appena Barnabò erasi sciolto dall'amplesso giudaico, gli
uomini d' arme di Gian Galeazzo gli furon sopra : Jacopo dal
Verme gli strappò di mano la verga ducale. Otto da Mandello
•con ferreo braccio gli arrestò al morso la mula, e Guglielmo
Bevilacqua — narra il Muratori — gli recise la correggia onde
la spada si assicurava alla cintura, togliendogli insieme l'arma
maggio 1385). Nè fu posto tempo di mezzo, chè Barnabò fu
fatto captivo nel castello di porta Giovia, e, giratogli in capo
240
CODOGNO E IL SUO TERRITORIO
un irrisorio simulacro di processo, lo insepolcrarono vivo ne!
castello di Trezzo, ove dopo sette mesi morì.
Dell' ausilio poderoso dato in quell' occasione volendo Gian
Galeazzo debitamente rimeritare Guglielmo Bevilacqua, gli donò il
castello e il villaggio di Maccastorna o Belpavone (22 luglio 1385),.
che apparteneva a Lodovico, figliuolo di Barnabò, per vendita
fattagliene da Luchino Visconte (31 ottobre 1381); ed insieme
gli conferiva in perpetuo per sè, successori ed eredi la cittadi-
nanza di Cremona e di Milano; salvo aggiungere alla donazione
di Maccastorna i feudi di Corno Giovane e Corno Vecchio, colle
tenute di Maleto (Maleo), Passone, Larderà, Cavarizia (Cavarezza)
e Canneta (presso Guardamiglio), coi molini, passi, decime e
tutti i dritti ai fondi inerenti (16 luglio 1391).
Riservandoci di narrare i grossi avvenimenti perpetratisi in
quello strano e formidabile maniero (tuttora di proprietà dei
Bevilacqua) a quando si parranno avanti in queste pagine la
figura terribile di Gabrino Fondulo e quella non meno truce
di Teodoro Trivulzio, ci basti qui il ricordare che Guglielmo
e i discendenti suoi lungo i secoli XIV e XV gradatamente creb-
bero di territorio e di possanza. Non solo, infatti, ebbero ra-
gione e scossero le manomissioni violente del mentovato Fondulo
e dei Cavalcabò cremonesi, dei bresciani, dei fiorentini, dei veneti,
che a varie riprese conquistarono e riperdettero Maccastorna;
non solo questo forte baluardo, mal tolto da Giovanni Vignate^
a Galeazzo ed a Francesco fratelli Bevilacqua tornava per volere
del duca di Milano (9 febbraio 141 7); ma essi
s' allargarono in quasi tutta Lombardia , nelle
terre venete e nelle emiliane.
Liberati con privilegio speciale di qualsiasi
peso su tutti i propri allodi nello stato milanese,
per diploma di Filippo Maria Visconte (11 maggio
1440); arrotondati i loro possessi in Larderà,
Bevilacqua. ^- investito Onofrio Bevilacqua dal ve-
scovo (1452); non più conti, ma per volere di Lodovico il Moro,
marchesi di Maleo (1485), i Bevilacqua salirono ad altissima
sede fra le più potenti aristocrazie regionali. Non per nulla
direbbesi che parlante fosse nel loro blasone l'emblematica ala
in campo rosso.
NELLA CRONACA E NELLA STORIA
241
Non v'ha storico lombardo che non dedichi indagini speciali
agl'incunabuli dei Borromei, l'antica gente tosca di San Mi-
niato, che, alleata per matrimoni ai Vitàliani di Padova, venne
poi in Milano, di cui ottenne la cittadinanza (1394).
Dalla loro terra d' origine — dove avevano esercitata la nobile
arte della mercatura dei panni — i Borromei recavano nella
metropoli lombarda quella saggia economia e quelle consuetudini
massaie le quali, congiunte ad una mirabile probità, improvvi-
II castello di Camairago.
sano le più cospicue fortune. Per ciò essi non solo per via delle
armi, ma altresì per le proprie forze finanziarie così benemeri-
tarono dei Visconti, ed entrarono nelle grazie loro, che Vita-
liano Borromeo stette tesoriere del suo per Filippo Maria, quando
questi, per le guerresche spese sostenute durante la sua belligera
ducea, si trovò allo estremo d'ogni risorsa.
Nè Filippo Maria, per quanto triste e malvagio e contro il
consueto, volle obliare il bene ricevuto; e, per rimunerare il
generoso sovventore, accordava al conte Vitaliano il feudo delle
^terre di Camairago e di San Vito, con mero e misto imperio,
Codogno e il suo territorio, ecc. — /. 16
242
con esenzione per quei beni dai publici gravami e con facoltà
di fortificare il paese (20 settembre 1440).
Dieci anni dopo il duca Francesco Sforza — il quale aveva
combattuto presso Camairago contro i veneziani (30 agosto 1447)
e forse pensava che niun luogo più acconcio di
quello vi fosse per stabilirvi un punto di difesa —
confermava il feudo e la facoltà di fortilizio nel
conte Filippo Borromeo (5 maggio 1450), che
ne usò tosto. E non furono indarno nè il pre-
sagio del duca nè il castello del conte, poiché i
successivi fatti d'arme provarono ripetutamente
quanta importanza tattica avesse quella postura,
dominatrice dell' Adda e sempre necessariamente danneggiata
dagli accorrenti e ricorrenti stranieri invasori.
Del resto, più che per le armi andò famosa la gente Borromea
pel culto di civili discipline e per le eccelse dignità prelatizie;
poiché, se di questa famiglia un Vitaliano e un Giulio Cesare
caddero sui campi di guerra, Carlo e Federico pervennero ai
posteri non solo come riformatori dei rilassati costumi del clero,
ma, anche attraverso a intolleranze eccessive nella loro indole
ascetica, precinti da quella aureola fulgidissima che ha nome di
pietà e di misericordia per i poveri, per gli umili, per gì' infermi.
Detto di alcune stirpi feudali fattesi eminenti nella regione
nostra in virtù delle liberalità viscontee, occorre compire il quadro
con qualche cenno riferentesi ad alcune altre nobili e potenti
famiglie che già prima del dominio dei Visconti tenevano fra
noi sede sovrana.
Non ci é, dunque, concesso di trascurare il ricordo dei si-
gnori da Pusterla, dei quali il nome è altresì raccomandato al
suffisso gentilizio del prossimo Casale, che fu dal fiabista Tito
Omusio Tinca — come si è già osservato — chiamato dal titolo
dei pistores romani, con una etimologia giustamente irrisa dal
nostro buon frate Goldaniga.
Se non che, tutt' altro che facili a risolversi si presentano i
prodromi dei Pusterla, i - quali non poterono sottrarsi (come, del
resto, avvenne per quasi ogni progenie nobiliare d'Italia) alla
invasione della compiacente e lusinghiera leggenda.
NELLA CRONACA E NELLA STORIA
243
Con quale serietà, infatti, potremmo accogliere l'opinione ro-
manzesca riportata dal Bugati ^ , la quale fa derivare i Pusterla
niente meno che da Ambigato re dei celti? Nè si può accettare
il pensiero del Crescenzio, il quale — eco fedele del suo secolo
piaggiatore — vuol riconoscere a capo stipite della branca mi-
lanese dei Pusterla un Guido, marchese dell'Alpi che separano
la Lombardia dalla Elvezia e dalla Rezia; Guido che, soldato
della chiesa (822), debellava a Taranto gli invasori saracini ,
scacciandoli poi in dirotta dal porto d' Ostia e di Civitavecchia,
e per tali gesta onoratissimo da Carlo Magno, da Lodovico il
pio e da Lotario. Come, infine, sottoscrivere senza riserve alla
narrazione del Latuada^, che nomina fra i primi cavalieri mi-
lanesi in Terra Santa un Angilberto Pusterla?
Ciò che, invece, parrebbe vero si è che fino dai giorni re-
moti la casa dei Pusterla fosse divisa in due rami paralleli ,
quello milanese e quello lodigiano. Sappiamo, intanto, che Casale
ebbe il suffisso « de Gausarii » o « Causale » fino al principio
del secolo XIII, poiché in una carta di livello (1223) quel
luogo sostituiva all' aggiunto primitivo quello « de Pusterlen-
ghis » ^.
Ricordiamo che Amaione Pusterla stette vescovo di Lodi (891)
per più di un lustro, e che — secondo il Porro ^ — fu di antica
e ragguardevole casata lodigiana, e sepolto coi suoi maggiori
nella catedrale. Il Vignati aggiunge nelle sue opere pregievoli
il ricordo di un Adamo Pusterla console di Lodi (1143); di
un Petraccio Pusterla, citato dal Morena fra i soldati lodigiani
morti combattendo contro Milano ; d' un Trincafoglia Pusterla
potestà di Lodi (1165); d'un Giacomo e d'un conte Anzilerio
Pusterla, pari della curia vescovile laudense; e finalmente di
quel Petraccio Pusterla (1181), proprietario di terre a Casale e
presso Codogno, da noi veduto riottoso alla curia e a questa
denegante i contributi in natura ed in obbligazioni dovuti.
Quindi opina il Vignati che la nuova nomenclatura di Casale
pervenne non già dalla branca pusterlenga milanese, ma da
quella lodigiana.
Procedendo nei tempi, troviamo che il comune di Lodi acqui-
stava da Adamo, Sozone e Riboldo Pusterla, signori di Meleti,
244
CODOGNO E IL SUO TERRITORIO
alcuni possessi ivi compresi nel delta al confluire del' Adda (22
maggio 1207)
Poi vediamo Guglielmo Pusterla afiìttare a certo Leo e ad
altri di Chignolo tutte quelle terre che a lui ed agli agnati suoi
appartenevano nei luoghi di Orio e di Monte Malo, sulle due
sponde del Lambro, colla Coda di Sant'Andrea e di Nizzolaro
(26 gennaio 1333); ma è notevole che fra quegli agnati si rin-
viene quel Franciscolo di Milano che, otto anni più tardi, ebbe
dal boia tronco il capo, per aver congiurato contro Luchino
Visconte, l'insidiatore dell' onor della sposa di lui, quella Mar-
gherita per cui Cesare Cantù dettò il celebre romanzo seguito
dalla dolorosa simpatia di tutti i cuori che hanno amato e pianto...
I beni pusterlenghi pel fatto della congiura contro il Visconte
vennero confiscati; ma a Guidetto, Guglielmo e Ricciardo erano
poi riconfermati (i luglio 1341), ed anzi Luchino ordinava al
suo Bruzio di eseguire il decreto della riconferma (10 luglio 1343).
Per costume Bruzio cercò di esercitare anche su quelle proprietà
la propria avarizia, ma al piato esposto dai Pusterla a Ziliolo
Baldacchino, giudice parmigiano per Giovanni Visconte, l'avido
potestà di Lodi ebbe torto (1348).
Un documento in forma di publica testimonianza (31 agosto
1343) rammenta che qualche anno prima Galeazzo Visconte
aveva persolto il prezzo di pedaggio di ben duecento carra di
vino imbarcato sul Lambro, ai fattori di Guglielmo Pusterla,
non solo signore del castello e della sua curia, ma altresì del
ponte lambrano.
Altre carte archiviali della mensa registrano la vendita di
Pagano Pusterla a Mafiìeto Cadamosto di quattordici pertiche
fra gerbido e bosco « in luogo di Casal de' Pusterlenghi , dove
si dice alla via di Foresto » (23 ottobre 1352), che era la via
verso Codogno.
Girardolo Pusterla, a nome di Barnabò Visconte, dona a pa-
recchi ospitali di Milano alcune di quelle terre onde ebbero a
querelarsi i proprietari del basso Lodigiano; e tra esse quelle
possedute dal vicario in Casalpusterlengo (23 marzo 1359).
II vescovo Cadamosto, senza pregiudizio dell'interesse dei
terzi e con ispeciale riguardo alla investitura già fatta da lui
a Giovanello Vittadone, in nome di Barnabò, di Casalpusterlengo,
NELLA CRONACA E NELLA STORIA
245
ne investe a titolo di feudo gentile ed onorifico Cavalchino e
Cabrino Pusterla (i agosto 1366), successori ed eredi dei loro
antenati, che già di quei beni possessori avevan fatto al ve-
scovo di Lodi sacramento di fedeltà
Non a caso ed in onta alle contradizioni fra i cronisti di
quell'evo e le non colmate lacune riferibili alle vicende di Ca-
salpusterlengo, noi crediamo fossero veri e propri feudatari di
questo luogo i Pusterla ; infatti il feudo s' era andato palleg-
giando sulla metà del secolo XIV tra i Visconti di Milano ed
i vescovi di Lodi, specialmente per le rapacità
di quelli ; e si ebbero Casale e i conti Palatini ,
e un Giovanni Federici detto il Tedeschino , e
poi un Giovanni Mola di Codogno , cancelliere
di Nicolò Piccinino. Ma è indubitato che, non
ostante codeste effimere signorie, in Casale non
venne mai meno la primazia pusterlenga, poiché
sta a sua prova l' investitura del comune di
Codogno di cinque mila pertiche del Bosco tra Somaglia e
Fombio — che accennammo nel capo precedente e di cui più
avanti estesamente diremo — nella persona di un abate Antonio
detto lo Scarpino ; e ciò per atto solennemente publico celebrato
sulla piazza maggiore di Codogno, davanti alla chiesa di S. Biagio,
squillanti i bronzi sacrati e presenti Palamidino e Gino di Ca-
vallo Pusterla del luogo di Casalpusterlengo (i gennaio 1375)*^.
Che se questo documento preso da sè sembra provi che
in quel torno di tempo i Pusterla comparissero soltanto pos-
sessori di beni in Casale, ecco soccorrere più probativo di
loro potenza e dovuto alle ricerche del compianto Alessandro
Riccardi un altro più valido documento, dal quale emerge
che Gino, figlio di Cavalchino Pusterla, si presenta legalmente
e feudalmente investito di Casale (18 gennaio 1395); e nulla
di più lato e di più estensivo sembra a noi — contrariamente
ad alcuni — desiderarsi in fatto di simili istromenti, imperocché
il documento ricordato dice fra l'altro: « Gino da Pusterla a
titolo di feudo nobile e gentile venir investito delle proprietà....
•di Casalpusterlengo.... per sé e figli suoi e discendenti, tanto
maschi quanto femine ».
246
eODOGNO E IL SUO TERRITORIO
A Castione continuavano dominatori i Fissiraga, famiglia no-
bilissima e talora perfìn principesca in Lodi, battente lambello
guelfo nello stemma, e di tale importanza che, allorquando
Ludovico Sforza la privò dei suoi diritti politici, le riconobbe
però il privilegio della nomina di tre decurioni, invece di
due assegnati a tutte le altre famiglie cittadine, eccezion fatta
pei Vistarini.
Antonio Fissiraga, signore di Lodi, da Bernardo Talente ve-
scovo riceveva in affìtto per ventiquattro anni e per annue lire
centonovanta il castello di Castione con Cavenago, Corte Som-
mariva e Senadogo, con ogni diritto ed onore
di signoria (21 maggio 1299). Questo affìtto,
quasi a titolo livellarlo come altri parecchi della
stessa natura, dovette monsignor Talente stipulare
per aumentare l'asse della mensa, da lunghe e
dannose peripezie già da essa subite fatto smilzo
e meschino. Ed il Fissiraga (che fu generoso pro-
tettore della mensa, e creatone anche procurator
generale pel recupero di parecchi beni non direttamente alienati)
pagò al vescovo, all'atto dell'investitura, tutti i ventiquattro
canoni annuali dell'affìtto, più gli prestò settecento aurei fiorini.
Per le note cessioni dei vescovi Luca Castello (135 1) e
Pietro della Scala (1389) da affittuari i Fissiraga divennero poi
feudatari di Castione. Ed è ovvio capire il perchè la vecchia
sovranità vescovile sul luogo venisse intestata dagli ordinari lo-
digiani ai Fissiraga: Antonio, secondo di questo nome, capo
guelfo, emulo nato dei Vistarini di parte ghibellina, tiene a
lungo contro costoro la supremazia in patria, di guisa che
— quando il popolo, stanco delle tirannie dei Visconti, si leva
a rumore contro essi (1403) — non risparmia nè meno i Vi-
starini, vecchi e costanti proseliti dei signori di Milano. Antonio,
cresciuto fra i corrucci ed il sangue, capeggia le plebi irate e
vede arsi vivi i maggiorenti della fazione ghibellina sgominata;
in quei dì non ancora nemico di quel tremendo Giovanni Vi-
gnate, fazioso protervo, che lo doveva pochi mesi dopo scalzare ^
ma che anzi — in quei momenti di artificiosa concordia guelfa —
era stato chiamato da lui stesso arbitro per definire alcune ra-
NELLA CRONACA E NELLA STORIA
247
gioni su decime discusse tra i castionesi e lui Antonio e il
fratel suo Bassiano (27 agosto 1390)
E senza dubbio i vescovi lodigiani ebbero ancora una volta
a lodarsi della cessione dei dritti su Castione ai Fissiraga; perchè
il vescovo Bottigella — come abbiam già narrato — li ricon-
fermava loro, ciò facendo per rimanere una buona volta liberato
dalle oppressioni litigiose di cui erano in preda da lungo ordine
di anni i malcontenti uomini di quel luogo (1396).
Il nome dei Tresseni ricorse parecchie volte nella nostra nar-
razione , e fin dal principio di essa ; di parecchi avvenimenti
già accennati quei capitani e cavalieri furono attori, e s'erano
a noi di molto appressati quando gli sdegni e le zuffe tra i
capi partito nelle città prolungavano la loro azione fuor delle
mura, traverso le campagne e nei recessi delle rocche superbe,
seguenti i ifati delle vittorie o delle disfatte gentilizie.
Infatti, la rocca di San Fiorano, già atterrata (1279) e tosto
ricostrutta, offriva sicuro asilo alla famiglia dei Tresseni, che i
Fissiraga preponderanti avevano banditi da Lodi (maggio 1301)-
I lettori sanno che già rapporti di partecipazione feudale in
Codogno esistevano tra il vescovo ed i Tresseni , contestanti
al primo certi onori della corte codognese, contesa questa ri-
prodottasi anche quando Jacopo Tresseno, potestà di Codogno,
riassunse la vecchia lite contro il vescovo (1233). Ed è oppor-
tuno ricordare qui che i potestà codognesi venivano nominati
dall'ordinario e risiedevano coi consoli nel castello, e che furon
parecchi i Tresseni che in questo uficio si succedettero, t^tti
animati dallo sferzo persistente di scemare la vescovile inge-
renza negli affari temporali del luogo, che certa-
mente non aveva ancora ben distinte le sue funzioni
ed attribuzioni amministrative.
Dalle prime contese molt' acqua era passata
sotto i ponti, e certo i discendenti degli antichi P
potestà codognesi non rimenavan più sulla lingua,
con dicerie sediziose, il vescovo feudatario; così
che il vescovo Bonifazio Bottigella — un romito Tresseni.
della regola agostiniana temprato al prudente giudizio delle
umane cose — investiva dei suoi beni di Codogno un Jacopo Tres-
248
CODOGNO E IL SUO TERRITORIO
seno (1396), come si era pacificamente spogliato delle noie
publiche per i suoi dritti sopra Castione ed altre terre.
Non risulta che la sovranità dei Tresseni lasciasse in Codogno
orme profonde; ma siccome la loro famiglia già nei secoli pre-
cedenti al XV stendeva il poter suo nella nostra plaga da IVIonte
Malo, da Orio e da altre terre, così non paiono inutili alcuni
rapidi accenni anche di essi.
Venuta fra noi per ventura d' armi dalla matrice Piacenza
— ivi forse discesa colle soldatesche imperiali dai gioghi alpini —
la gente Tressena fin dalla metà del secolo XII fruiva in Lodi
di lustro e rinomanza, poiché Lanfranco Cassino vescovo aveva
investito Lanfranco de' Tresseni, milite lodigiano della vice si-
gnoria di sua chiesa, investitura poi dichiarata nulla da Ariberto,
cardinale di S. Anastasia e legato della sede apostolica, e revo-
cata infatti per breve di papa Alessandro III, come quella che
solo poteva competere a clericali (30 dicembre 11 68, secondo
il Vignati) I Tresseni avevano inoltre in questo tempo il
dritto di spoglio della candida chinea sulla quale i vescovi,
dopo la consacrazione, facevano il loro ingresso solenne in Lodi;
e ciò per convenzione fatta nel vescovato, a rogito Guiscardo
di Arzago, tra il vescovo Alberto e Calvo, Guido, Guglielmo
ed altri de' Tresseni (2 marzo 11 69).
Vediamo i Tresseni richiesti a potestà non pure di Lodi dove
risiedevano — nella loro casa prospiciente il mar Gerundo ^'^ —
ma altresì a Genova ed a Milano, dove Oldrado ebbe l'onore
di una statua equestre (1233), tuttodì si ammira sul palazzo
detto del Broletto, per aver egli messo a morte col fuoco gli
eretici patarìni, in quegli infelici tempi nei quali si illustrava
per terribile zelo Pietro da Verona e l'inquisizione esercitava
la sua ferocia sugli spiriti non meno che sui corpi.
Toccò ai Tresseni la partecipazione nei beni privati tolti ai
Vignati, quando questi guelfi signori lodigiani sparvero, annien-
tati dalla truculenta possanza di Filippo Maria Visconte (141 6).
Al nucleo delle case patrizie lombarde, in questo torno di
tempo feudatarie nella regione nostra, voglionsi aggiungere al-
NELLA CRONACA E NELLA STORIA
249
Scoti.
cune nobili famiglie ^ del Piacentino, cui la accresciuta fortuna
condusse dalla destra alla sinistra sponda del Po; dove a nuovi
possessi, titoli e diritti presiedettero, o per acquisti o per di-
sposizioni di privati o per liberalità di principe.
Già di Piacenza avevamo qui nella corte di Fombio gli Scoti,
ed a luogo opportuno abbiamo minutamente spiegato come sep-
pero impiantar qui la loro sede possessoria e giuridica. Nè è
caso di scrutare nello antichissimo evo la venuta
<iai vecchi monti caledoni della gente che dal nome
della terra d'origine fu detta Scota. I Douglas,
nobili militi di quel reame, non furon nè pur essi
risparmiati dalla leggenda eroica, e c'è tutta una
letteratura araldica, per avventura fantastica, che
rende conto delle epiche gesta onde i maggiori
Scoti, guidati dal raggio delle due stelle costi-
tuenti il loro stemma, andarono celebrati pel mondo. Certo
è, invece, che nella loro genealogia « sovra gli altri com' aquila
vola » il magno Alberto, del quale fu già narrato.
Anche la potenza dei Landi era da epoca secolare instaurata
fra noi, poiché — sebbene in questo periodo il loro feudo delle
Caselle appartenesse tuttavia al territorio transpadano — pure
i germi di quella potenza già si svolgevano nelle proprietà fon-
diarie di Guardamiglio e delle Contesse (frazione
di S. Rocco al Porto), testate dal famoso Uber-
tino ai suoi abbiatici nati da suo figlio Galvano
premortogli (1298). Il feudo delle Caselle si ac-
crebbe, poi, per l'investitura a livello perpetuo
nel capo della famiglia, lo stesso Ubertino, dei
fratelli Giovanni ed Obizzo Figliodoni della di-
ciottesima parte d' ogni bene da essi posseduto
con altri patrizi piacentini sulle sponde del Po presso Ca-
stelnuovo (2 luglio 1299). Così fin d'allora sui campi locu-
pleti dell' agro nostro l' aquila « lieta di sangue svevo » , che
adorna lo scudo ghibellino dei vecchi conti di Venafro e prin-
cipi di Val di Taro e di Val di Ceno, spalancava le sue ali,
segnacolo di famigliare possesso.
Vengono terzi fra noi dall' oltre Po i Casati, patrizi del Mi-
lanese, dei cui principi fa parola Bernardino Corio assegnando
Landi.
250
CODOGNO E IL SUO TERRITORIO
loro per capostipite un vicario generale di Lombardia per Lo-
tario II di nome Apollonio e stabilito in Vigevano (1133).
Comunque, e reso il dovuto cenno all' « inclita progenie »
— come la dice nel suo pregievole studio mo-
nografico Felice Calvi — distintasi per lustro
e potenza così nell'evo antico come nei luminosi
giorni della redenzione italica, un ramo di quella
schiatta comitale si era trasferito in Piacenza (1350),
ed un Giovanni da Casate governò quella città
in nome dei Visconti (1388). Matteo Visdomini,
proposto di S. Antonino, con approvazione del
suo capitolo canonicale e del vicario vescovile investiva il nobile
Paolo de' Casati, cittadino piacentino e già medico del duca
Filippo Maria Visconte, « in feudo ed in titolo di feudo nobile »
dei beni già viscontei posti alla Mezzana di Po (12 ottobre 1414);
i quali dai Casati presero nome e lo conservano tuttora.
Caduta in Mantova per l' opera collegata di Luigi e Filippino
Gonzaga la potenza dei Bonacolsi, già signori della città, Pas-
serino di questa famiglia, di cui egli era capo per virtù d'ac-
corgimenti e per fortezza militare, cadde morto e con lui i suoi
più stretti congiunti (16 agosto 1328). Molti dei Bonacolsi
scamparono alla strage e — dal nome del loro capo interfetta
tutti nominati de' Passerini — confuggirono dalle sponde del
Mincio ad altre per essi più tranquille.
Alcuni fra quei nobili fuggiaschi vennero e stettero sul Lo-
digiano; e diedero il proprio nome alla grossa villa Passerina
presso Cornegliano Laudense, e presso Codogno alla Terranuova
ed alle Cassine, nei luoghi prima chiamati Tilio, de' quali
dicemmo già, essendo essi compresi nella dotazione al convento
di S. Vito per parte d'Ilderado e di Rolenda di Comazzo (1039).
Per vasta ricchezza di fondi qui crebbe e si sviluppò la po-
tenza dei Passerini, non più dedita alle fierezze tingenti le spade
di vermiglio ; e dal lor seno esci l' illustre codognese Pier Fran-
cesco Passerino, letterato di squisito valore e presidente del
consiglio farnesiano con Ranuzio II.
NELLA CRONACA E NELLA STORIA 251
NOTE AL CAPO XXIIL
' Cristoforo Poggiali - Memorie storiche di Piacenza.
^ Gian Pietro Crescenzi - Anfiteatro romano.
^ Giovanni Agnelli - Archivio storico lombardo.
* Infatti si ha un atto del 12 febbraio 135 1 in cui i conti Gavazzi inve-
stono per nove anni un Giovanni de Diano, armigero ducale, della propria
possessione in Orio, già affittata a certi Cavalloni, con patti speciali in
tempo di guerra.
^ Gaspare Bugati - Storia universale dal principio del mondo fino al i^6g.
^ Gian Pietro Crescenzi - Corona della nobiltà italiana.
^ Serviliano Latuada - Descrizione di Milano.
Cesare Vignati - Illustrazio7ie del Lombardo Veneto.
^ Giacomo Antonio Porro - Storia diocesana di Lodi.
^° Luciano Scarabelli nota quello dei Pusterla tra i primi cognomi radi-
catisi nei vari ufici militari attribuiti secondo la custodia dei posti muniti,
delle postierle, delle rocche, delle torri, delle porte, dei ponti e via via;
indi i della Pusterla, i della Rocca, i della Torre, i della Porta, i del Ponte
e simili. Il che tanto più assume di evidenza in quanto che fin dal se-
colo IX i Pusterla sfilavano tra i valvassori.
" Archivio vescovile di Lodi.
Archivio comunale di Codogno.
Archivio di stato di Milano.
Defendente Lodi - Storia dei vescovi lodigiani.
Asseriscono alcuni fosse dei Tresseni lodigiani quella matrona Savina,
morta nel 310 e santificata, la quale tenne celati e custoditi per ben di-
ciott'anni i cadaveri dei martiri cristiani Naborre e Felice, decollati sul
ponte del Sillero. Ma non crediamo che l'asserzione resista a serie indagini.
" Cesare Vignati - Codice laudense.
Archivio storico lodigiano.
Bernardino Corio - Le vite degli imperatori da Gitilio Cesare a
Federico Barbarossa.
Felice Calvi - Famiglie notabili milanesi.
CAPO XXIV.
I capitani di ventura — Il castello di Maccastorna — Cabrino Fondulo —
Un papa e im imperatore a Codogno — Giovanni da Vignate — Una
questione topografica — Il Carmagnola.
LLO spuntare del secolo XV il regime della violenza
dominava normalmente la società d' Europa. Impe-
ratori e papi, principi e comuni eran condotti a
non riconoscere più nessun' altra ragione fuor che
quella della spada; e mentre ogni di che passava traeva seco
a' reciproci danni una nuova impresa d'armi, ne conseguiva
che gli uomini ardimentosi del popolo anelavano al mestier
delle pugne come unico mezzo ad agiatezze, a dovizie, a dominio.
Accanto al vecchio giure consacrato dalle regie tradizioni e
dai fasti feudali , un altro diritto di indole allatto personale ,
poggiante sulla acutezza dell'ingegno e sulla vigoria muscolare,
si andava formando; e, poiché in quell'assiduo cozzo di forze
combattenti rinveniva terreno fecondo, così anche in Italia
— come già prima altrove e specialmente in Germania — la
virtù del braccio venduto ai potenti divenne un proprio e vero
istituto publico.
Nè è a dire se i signori di tiara, di corona e di castella ac-
colsero con entusiasmo la nuova risorsa per compiere le loro
CODOGNO E IL SUO TERRITORIO
brame. Di milizie nazionali eran pochi i principi ed i comuni
italici che allora si servivano, ed eran forse Genova, Firenze e
Venezia quelle che sole tenevano regolare reggimento di forze
militari. Inoltre nel secolo XV e sovrani e feudatari non avevano
dimenticato il vecchio esempio della dinastia sveva e dell'emula
sua angioina; le quali, assoldando compagnie di ventura — tutta
gente parata ad ogni sbaraglio e prodiga della sua carne mer-
cenaria a misura dei promessi compensi — avevan fatto così
crudo strazio nell' Italia del mezzodì.
Ma siccome ci toccherebbe accennare ad ogni terra italiana
per ricordare solo l' immane numero delle masnade venturiere
temerariamente feroci, ci bastino poche linee a rievocare quelle
tra esse che più specialmente desolarono Milano e Lombardia
nei tempi viscontei e nei successivi, e che si fecero così pode-
rose da portare, dopo la breve parentesi della republica ambro-
siana, alla successione del ducato la dinastia degli Sforza, in
persona di Francesco, la truce storia della cui discendenza fece
per certo impallidire quella dei signori della simbolica angue.
Galeazzo Visconte aveva avuta contraria nella guerra col mar-
chese di Monferrato la masnada di Annichino Bongardo, sì che
egli commise le proprie difese alla compagnia Bianca, inglesi
comandati da Alberto Sterz ; il quale, pacificatosi col Bongardo,
costituiva la compagnia della Stella, mentre l'osceno Giovanni
Acuto, pure inglese, li surrogava nel comando della Bianca.
La compagnia Grande, del tedesco conte Landò, serviva la
lega contro Barnabò, che le opponeva banda non meno fiera,
condotta da Lodrisio Visconte, il vinto di Parabiago, Poi Bar-
nabò stesso vedeva rinnovarsi ad opera di Ambrogio suo ba-
stardo l'antica e scomparsa compagnia di S. Giorgio. E nelle
terre lombarde sfilavano quegli armieri, razza di bravacci van-
tatori come Trasone, incliti ladri dai nomi reboanti, veri sac-
comanni che bruttavano le vergini e sprezzavano i mortali e la
morte; passavano quelle bande raggruppate, nel folto estollersi
degli elmetti d'ogni foggia e delle lancie, nel confuso ondeg-
giamento delle cavalcature gravate dal peso d'infiniti saccheggi
ai canori pollai ed alle pingui stalle, ai granai colmi ed alle
ricche cantine.
254
CODOGNO E IL SUO TERRITORIO
Le conducevano duci veramente prodi, che la posterità non
dimentica: Giovanni Ubaldini, Pandolfo Malatesta, Boldrino da
Panicale, Alberico da Barbiano ; la compagnia del quale special-
niente fortissima per competenza militare e per tirocinio di fu-
turi capitani, ch'ebbero nome Jacopo dal Verme, Facino Cane,
Ottobono Terzo, Braccio di Montone e Attendolo Sforza.
Non è colpa nostra se a questo punto, svolgendo le fila in-
trecciate di quel sacro legame che annoda i fati della terra
nostra, anche la fredda e calma narrazione storica assume il
cupo ed appassionato colore del romanzo. Non solo, difatti, i
Maccastorna (1779) \
personaggi che vi hanno parte ci compaiono fra il tumulto degli
acerrimi odi e degli inganni omicidi; ma sviluppano altresì le
loro opere bieche sopra una scena così acconciamente appron-
tata dalla natura, che indarno fantasia di artista avrebbe potuto
imaginare più adatta ai fatti portentosi.
Parliamo di Maccastorna, poiché qui fu che si compiè la im-
ponente tragedia cui Cabrino Fondulo legò la esecrabilità del
suo nome. E pare che anche Cesare Cantù ^ non differentemente
sentisse, perocché rileva come le menti volgari non possano
sottrarsi alla eccitazione tuttavia prodotta dai ruderi dello schei-
trito maniere, e Vincenzo Lancetti^, cremonese illustre, andò
NELLA CRONACA E NELLA STORIA
più oltre, publicando un «frammento di storia lombarda» che
è l'esposizione a foggia romantica delle gesta del Fondulo, la
cui figura, però — con quella licenza che Orazio concede ai
poeti — egli rammorbidì ed attenuò (1827).
. *
Sulla destra dell' Adda si elevano ancora, smantellate e dirute,
le muraglie di Maccastorna sfìdatrici di secoli , e dall' alto di
quei battifredi, onde l' edera sempre viva piamente nasconde gli
oltraggi degli uomini e dei tempi, parlano nel loro arcano lin-
guaggio tutte le memorie del passato.
Maccastorna — già Belpavone — è oggidì sformata nel prisco
edificio: ha i torrioni abbassati, le cortine mezzo interrate, ed
integro ne sopravvive solo un lato, sufficiente, per altro, a ri-
costruirci nel pensiero affannosamente indagatore 1' aspetto intero
di esso nella sua età fiorente. La disposizione di quelle ossa
gigantesche rivela pur sempre come ir grandioso castello fruisse
della più eletta fra le posture strategiche: esso comandava al-
l'Adda propinqua, che a sua volta gli cresceva intorno poten-
zialità di resistenza durante gli accaniti assalti, cui rispondevano
non meno disperate difese; e fu così quello il fortissimo tra i
propugnacoli ducali del Milanese
Si entra nell' arce per lo sgangherato portone che appena
rammenta la vecchia fronte munita ed il congegno del forte
ponte levatoio, al di sopra del quale sta, mozza, la torre di
centro. Non intere, perchè da un lato ricolme, restano le ve-
stigia delle fosse di cintura, anello paludoso che un dì accre-
sceva le difficoltà dell'assalto e spesso lo impediva. Permane la
prospettiva del cortile d'onore, i lati del quale, percorsi da
grigie balaustre, accennano al concetto architettonico feudale
onde escirono ; ma il cortile è ora ridotto a rusticane abitazioni,
ed il lato di prospetto artisticamente più non esiste.
Al piano superiore, sulla destra, si inseguono sale ampie,
aree vastissime, le cui pareti salgono a decrepite soffitte, nido
a gufi, a strigi, a rapaci noctilopi, onde nelle lunghe notti in-
vernali la eco dei loro male auguranti lamenti, ed in quegli
stanzoni silenziosi — dove un tempo tra gli orifiammi dorati
le vigilie d'armi si alternavano ai lieti simposi illuminati dal
sorriso delle dame e soleggiati dai raggi dell'amore — stanno
256
CODOGNO E IL SUO TERRITORIO
Oggi acervati i cereali della opima ricchezza agraria dei signori
Bevilacqua.
La situazione del castello rispetto al gruppo delle casette del
villaggio ed alla chiesa — una chiesetta umile, a una sola na-
vata, senza cose notevoli — afferma più che mai la preminenza
assoluta ed intangibile che il feudo ostentava di sovranità propria
sulla società civile e sulla religiosa.
Gli avvenimenti di quell' immane palazzo, incontrastato apogeo
della truculenza umana; la solitudine solenne del luogo; la grigia
vegetazione fluviale verso l' Adda e le erbaccie degli stagni
onde pare debbano escire queruli fantasmi ; le mura sgretolate
e muscose; e il vento, folletto delle case deserte, il quale scar-
miglia l'erbe secche dei cornicioni, e fa stridere le arrugginite
banderuole, e tentennare le vecchie imposte e ululare i disabi-
tati androni , hanno cospirato a creare leggende multiformi e
ininterrotte, di cui la fantasia rusticana, fino dai tempi imme-'
morati, popola quelle torri imponenti, e fa si che anche i tem-
peramenti freddi ne subiscano una tal quale suggestione, onde
se non giustificate sono almeno esplicate le vecchie e nuove, e
serie e comiche visioni cui — anche recentemente — lo spiri-
tismo moderno dei convinti avrebbe portato il suo contributo.
Un tentativo di ricostruzione concettuale dell' antico interno
di Maccastorna è, invero, ardua cosa. A volte Acropoli ed altre
Tempe, il maniero non fu privo del bacio dell'arte: quando spe-
cialmente Cabrino Fondulo, signor suo, ne fece sede fastosamente
splendida delle doppie sue nozze, prima festeggiandovi il connubio
con Giustina de' Rossi da Parma, poi quello con Pomina Ga-
vazzi di Faciolo della Somaglia, consanguinea della defunta Giu-
stina (1406). E, siccome Gabrino era di quel gruppo di tiranni alla
Nerone che facevan correggere un colpo di pugnale con uno
di pennello o di scalpello mirabili, così avvenne eh' egli imprese
ad esornare e ad abbellire la rocca, per tema di lui dai Bevi-
lacqua abbandonata (1403); e all'uopo fece venir da Cremona
eccellenti artisti. Tra questi — secondo fu scritto^ — Polidoro
Casella, autore degli affreschi del nuovo testamento, tuttora
ammirati sulle volte delle navate laterali al braccio traversale
della catedrale cremonese.
NELLA CRONACA E NELLA STORIA
258
CODOGNO E IL SUO TERRITORIO
Se non che, amico dell'arti liete, Cabrino non trascurava la
guerra; e, mentre i pittori istoriavano leggiadramente le sue
sale, ed i giullari vi canzonavano di futili argomenti, e cuochi
dotti vi preparavano nei tinelli i più ghiotti banchetti, grosse
schiere di mastri muratori e di artefici militari fortificavano
vieppiù quel baluardo, con bastie e ridotti, con balestriere e
saracinesche caditoie, che ben presto vedremo come si ren-
dessero necessarie.
La morte di Gian Galeazzo Visconte (3 settembre 1402) causò
immediatamente lo smembrarsi del ducato. Le città subbiette
a Milano e le circostanti campagne non istettero più alle mosse ;
le fazioni guelfa e ghibellina cogli antichi odi ripresero le offese
nuove, e su tutta Lombardia passò come un soffio d'insurrezione.
Gli amici e gli alleati di ieri diventarono irreconciliabili av-
versari; despoti, risollevati, i padroni delle città erano sbalzati
di nuovo, a seconda delle fortune o delle iatture delle precipue
famiglie patrizie, le quali parevan destinate a rinnovare i nefasti
dei pretoriani dell* impero ; e così le bande di ventura a seconda
delle mercedi meglio rinfrescavano a lor volta i colori delle
proprie bandiere. Indi una confusione inesplicabile di sommosse,
fughe, badalucchi, ritorni e discordie intestine, al punto che
entro le stesse mura vari condomini si costituivan tiranni, in
lotta assidua e disperata.
Lodi, acclamando suo signore Antonio Fissiraga prima e
Giovanni da Vignate poi, fa eccidio dei Vistarini. A Chignolo
ed a San Colombano irrompono i contadini sulle milizie ducali ;
e non sono minori oltre Adda le ribellioni e le pugne. Ugolino
Cavalcabò — della prosapia dei marchesi di Viadana, imparen-
tata col patriziato di Piacenza e di Parma — profitta delle male
peste in cui era caduta la ducea dei Visconti : già impadronitosi
di Cremona, si impossessa altresì di Maccastorna, e prima an-
cora che velettassero da lungi gli stendardi recanti il guerriero
cavalcante il bue, l'ala dei Bevilacqua aveva preso il suo volo,
e il condottiero cremonese Cabrino Fondulo — nato da Ven-
turino e da Agnese Covo in Soncino (28 marzo 1370) —
.si impadroniva di Pizzighettone , uccidendovi ben quattrocento
ghibellini ®.
NELLA CRONACA E NELLA STORIA
L'anno seguente Ugolino Cavalcabò, battagliando contro Astore,
figlio naturale di Barnabò Visconte, a Manerbio su quel di Brescia,
fu vinto ed inviato in ceppi a Milano (13 dicembre 1404); mentre
il nepote suo Carlo assumeva la suprema potestà di Cremona.
Il castello di Maccastorna.
Uno dei primi atti di liberalità di Carlo Cavalcabò fu incauto :
egli donò Maccastorna all'astuto soncinate che — fuggito gio-
vanetto dal patibolo visconteo eretto in Soncino, e ricoveratosi
a Viadana presso i Cavalcabò — al loro fianco aveva combat-
tuto da valoroso a Manerbio. Ed il cospicuo dono aveva at-
trattive strategiche di tanta importanza, che senza dubbio il
cupido sguardo del nuovo castellano giù dalle mura della rocca
assegnatagli spaziava pel lungo e pel largo sulle due sponde
dell'Adda, maturando nel tempo le mire ambiziose di un più
ampio dominio.
26o
CODOGNO E IL SUO TERRITORIO
Fuggito Ugolino Cavalcabò dalla prigionia di Milano (1406),
s'avviava alla sua Cremona per riprenderne il dominio; ma
Carlo, che aveva già delibata la tazza del comando, non se la
sentì per quel verso, e — per consenso di scrittori attendibili —
impose a Cabrino di arrestare lo zio, deponendolo prima nelle
mude di Maccastorna, poi in quelle di Cremona. Nè questo gli
bastò ; poiché, temendo che i cremonesi non gli menassero buono
il domestico tradimento e cacciassero lui pure di seggio, im-
provvisò una pacificazione col Visconte ; se ne andò pedestre
a Milano, narrò al duca la cattura di Ugolino e fecegli omaggio
di sudditanza per la sua recente signoria ^.
Ma era scritto nei fati che tutto codesto arruffio di turpitu-
dini dovesse avere il fine meritato. Cabrino vegliava nell'ombra,
pronto a volgere in suo prò « il frutto del mal di tutti ». E
come egli soleva fare che ai divisamenti seguissero pronti i fatti,
cosi, a rimuovere dal suo cammino qualsiasi ostacolo, deter-
minò che il mezzo più efficace a raggiungere i suoi fini fosse
la soppressione sommaria della intera famiglia dei Cavalcabò.
Ugolino poteva aspettare nelle carceri di Cremona; Carlo ed
i congiunti suoi dovevano scomparire al più presto: indi la
catastrofica cena nel maniero di Maccastorna.
La tragedia si consumò nel 1406; ma se, a rigore di data,
nella notte del 15 luglio, come è detto da alcuni, o in quella
del 17 o del 24, come affermano altri, o in dicembre, come fa-
rebbe credere l'aligera imaginazione del Lancetti, non è possi-
bile accertare, e sarebbe temerario il disposare piuttosto l'una
che l'altra asseveranza cronologica.
Carlo Cavalcabò, insieme ai cugini Ludovico e Giacomo, al
giureconsulto e parente Andreasio e ad altri famigliari, tornava
da Milano; sostava in Lodi presso il suocero Vignate, e giun-
geva al castello di Cabrino, che loro volle imbandita una splen-
dida mensa.
Il caso aiutava di buon conto il perfido ospite, al quale non
parve vero cogliere il destro per isbarazzarsi di tutte le preme-
ditate vittime sue. E l'olocausto della sua ferocia fu assoluto:
sorpresi nel duro sonno, figlio dell'ebrezza, Carlo e tutti i suoi
venivano scannati*. Subito dopo la strage. Cabrino galoppava
NELLA CRONACA E NELLA STORIA
261
con un gruppo di cavalieri a Cremona e si faceva padrone del
castello.
Aveva però Cabrino ben meditate le cose sue, e, per non
giungere impreparato in Cremona, nella temenza di sollevazioni
e tumulti a suo danno, s'era procacciato l'ausilio di Ottobono
Terzo, signore di Parma; il quale, lusingato dalla promessa di
divenire signore anche di Cremona, mandò a Cabrino seicento
cavalieri, comandati da uno Sparapane, suo fiduciario. Se non
che, occupata Cremona, Cabrino nè meno si sognò di attenere
gli impegni stipulati col Terzo. Fece escire dalla città lo Spa-
rapane ed i suoi, fingendo — secondo Giuseppe Ferrari*^ —
una rivista militare; in piena campagna li abbandonò, e, rien-
trato a spron battuto in Cremona, ne chiuse le porte, ne rialzò
i ponti e s'apparecchiò agli eventuali assalti.
Lo Sparapane, vista la mala parata, non trovò di meglio che
riprendere la via del ritorno; ma Ottobono Terzo, cui coceva
la beffa, gli preparava la spada del carnefice, e lo sventurato,
appena posto il piede in Parma, fu giustiziato.
Cabrino, a sua volta, faceva rotolare nella polvere del castello
di S. Croce i cadaveri di Ugolino Marsilio e Cesare Cavalcabò.
Per quanto principi e capitani fossero avvezzi ad un odio
reciproco e intenti sempre ad una vicendevole distruzione, per
quello assioma violento e perennemente comune che è « mors
tua vita mea » , pure il misfatto di Maccastorna ebbe tra i pri-
mati di Lombardia una eco d'orrore.
L'amicizia di Carlo Cavalcabò aveva tentato altresì il signore
di Lodi, Ciovanni da Vignate, il quale gli aveva data in isposa
la figliuola Caterina (1405). Crandi disegni rivolgeva in sua
mente il Vignate coli' alleanza del signor di Cremona, ed ora
il tradimento di Cabrino, facendogli obbligo domestico di ven-
dicare il genero, gli offriva anche il conveniente pretesto per
avere in possesso il forte munimento sull' Adda, il quale avrebbe
meglio difeso il suo dominio. E s'avviò con seguito d'armi a
Maccastorna, credendo cogliervi Cabrino, che era invece chiuso
in Cremona.
, Come si svolse e come finì l'impresa ossidionale del Vignate,
a campo sotto la celebre rocca, son parecchi che narrano, e
202
CODOGNO E IL SUO TERRITORIO
— secondo il solito — fra sè discordanti. Tutti, per altro, am-^
mettono l'assedio non breve e la vigorosa resistenza; ma c'è
chi ascrive l' espugnazione di Maccastorna allo scorcio d' ottobre
e chi invece a mezzo dicembre (1406). Soccorre a taluni l'opi-
nione che il Vignate si impadronì del fortilizio per via d'armi;
ad altri quella che le stesse milizie del Fondulo lo cedessero,
dopo averlo miseramente disertato, al signore lodigiano; nè
manca chi crede che a dar Maccastorna al Vignate sia interve-
nuta una specie di trattato per mezzo di un Bellino da Bergamo^
esattore delle contribuzioni di Maccastorna, Meleti e Castelnuovo,
fiero avversario del Biancarello che teneva il luogo, e che si
considera tra i principali attori dell'eccidio dei Cavalcabò.
Comunque, l'inimicizia fra il tiranno di Cremona ed il saliente
dominatore del Lodigiano divampò feroce. Ma fu quasi fugace;
poiché, se anche i buoni ofici del doge di
Venezia valsero a rappattumarli entrambi
con un compromesso (19 febbraio 1407),
tanto maggiormente vi riesci l' interesse
reciproco che li condusse ad allearsi ed a
combattere a forze riunite contro il co-
mune nemico, il duca di Milano, appog-
giati dalla republica di S. Marco che aveva
identici fini.
Del resto, più che l'interesse reciproco è
pleonastico il dire precedesse nella mente
Cabrino Fondulo ^- ^^^uno di quei signori facinorosi il
vantaggio di sè medesimi; e ciò spiega come tergiversassero a
vicenda e Giovanni Maria Visconte e Cabrino e Ottobono Terzo,
collegati a Jacopo dal Verme contro Facino Cane (1407); e come
poi il duca si riconciliasse solennemente in Milano festante con
Giovanni Vignate, proprio ad opera di Facino Cane (1410),
intanto che sotto vento il Vignate stesso, accontatosi cogli Scoti,
maturava con essi lo spotestamento visconteo da quella città
per farla propria.
La teneva pel duca un presidio di mercenari francesi venuti
in Italia col Lemeingre e lasciatisi indietro dai loro connazio-
nali, già tornati in patria. Ma, vantando essi diritti a paghe
NELLA CRONACA E NELLA STORIA
263
insolute e disillusi dalle fortune di guerra, nuli' altro aspettavano
che il viatico per rincasare. Depose allora il Vignate sull'altare
della Madonna, nella catedrale piacentina, dieci ducati, e nelle
mani del conte Antonio di Hostedun nove mila fiorini, credito
del condottier francese verso il Visconte; e con quella offerta
e con questo saldo fece tranquilli gli spiriti turbati de' suoi
partigiani ed insieme saziò l' avidità del mercenario d' oltr' Alpi
(io novembre 14 10). A Piacenza il Vignate coniò moneta, e su
Le monete di Giovanni da Vignate.
di essa volle effigiati sant'Antonino e san Bassiano, patroni
delle due città a lui subbiette.
Piacenza fu poi dal Vignate offerta come soggiorno all' impe-
rator Sigismondo, ospite suo; e l'ungaro accorto sì latamente
interpetrò quell'atto cortese, che di Piacenza si considerò as-
soluto padrone (141 3).
Giovanni Maria Visconte fu pugnalato sulla soglia di S. Got-
tardo da una congiura di patrizi a lui invisi e speranzosi invano
del meglio (16 maggio 141 2). Egli era spinto violentemente nel
sepolcro a soli ventiquattro anni, ma la breve età sua sembrò
dolorosamente longeva per la efferatezza onde il suo nome si
consegnò alla storia. Non ci fu crudeltà a cui, per pravità di
capriccio, egli non si abbandonasse con folle entusiasmo; e le
cronache milanesi, lui dominante, paion mutate in diario cruento.
La vile adulazione (merce di tutte le età) tentò fingerlo prin-
cipe quale non fu ; ma la figura sua è pervenuta ai posteri non
migliore di quella del fratel suo Filippo Maria, che gli suc-
cesse nel ducato.
Le continuate gelosie fra il Visconte ed i potenti tirannelli
del ducato contribuirono in quel tempo alla successione di av—
264
CODOGNO E IL SUO TERRITORIO
venimenti che in modo straordinario toccarono anche il nostro
territorio. Qui, infatti, passavano e soggiornavano un papa ed
un imperatore.
Il papa era Giovanni XXIII, e cioè il napolitano Baldassare
Cossa, da corsaro fattosi uomo di spada, mestiere indubbia-
mente più conforme al suo genio che non il ministero eccle-
siastico; lo imperatore era Sigismondo, feroce persecutore dei
seguaci di Giovanni Huss, sempre costretto a fare alleanze od
a romperle dalle esigenze del suo scarso forziere; ed entrambi
quei coronati s'erano convenuti in Lodi per ragioni politiche e
religiose, poi da risolversi in un concilio ecumenico, che fu
quello di Costanza. A Lodi aveva piaciuto all'imperatore di
fissare il convegno anche perchè invitatovi dal denaroso Giovanni
da Vignate, che ne chiedeva la protezione contro le angherie
del duca Visconte.
Per più di un mese restarono a Lodi i due eccelsi perso-
naggi, ospiti del signore della città (dicembre 141 3), e gran
numero di cardinali e molti principi austriaci, ungheresi ed
italiani — tra i quali gli Scaligeri, i Carraresi, il marchese del
Monferrato — costituivano le corti. Ma senza descrivere le feste
che allietarono il colle Eghezzone durante la permanenza del
pontefice e dell'imperatore, questi a quello servendo in duomo
come diacono nella solennità del Natale, trascorreremo senz'altro
alla loro partenza per Cremona, dove avrebbero chiuso il con-
gresso cominciato in Lodi, ed assai più sicuramente perchè
colà non giungeva l'iroso sospetto di Filippo Maria, sempre
minaccioso al confine laudense.
A Cremona erano aspettati da Cabrino Fondulo, preparatore
di grandi gale e di massime pompe. Così mossero verso la
turrita città (13 gennaio 141 4); a Codogno giunsero insieme,
proseguirono poi Giovanni per Castelnuovo e Spinadesco, Si-
gismondo per Pizzighettone ed Acquanegra. Cristoforo Stanga,
non signore di Castelnuovo, ma ivi luogotenente pel Fondulo,
vi ospitò e refiziò nella rocca per un giorno e una notte il
pontefice.
Continuarono gli augusti colloqui a Cremona, con intervento
dell'ordine magnatizio; ma da quella città papa ed imperatore
NELLA CRONACA E NELLA STORIA
265
tosto si dipartivano, forse tementi della fede di Cabrino; il quale
— rinnovando, al dir della leggenda, la biblica imagine di
Satana elevante Iddio sul più alto pinacolo del mondo — avrebbe
fatti salire sul celebre torrazzo il monarca straniero ed il ge-
rarca cattolico , schiudendo sotto gli occhi loro il grandioso
panorama di Lombardia, che loro parve un inevitabile abisso....
Sapevano forse che Cabrino da quella magnifica altezza aveva
già fatti precipitare i Barbò (23 novembre 1407), a lui impla-
cabilmente ostili nel patrio Soncino.
La fine del Fondulo fu sciagurata come era stata esecranda
la sua vita. Padrone di Cremona per oltre quindici anni, non
gli arrise mai pacifica la sua potestà. Arbitro il doge Michele
Steno di Venezia (19 febbraio 1407) si iniziò la tregua fra lui
ed il Vignate, che qualche tempo dopo gli restituiva Macca-
storna, Castelnuovo e Meleti ; e Cabrino preponeva a quei luoghi
in proprio rappresentante un Bartolino de' Massimi (1409).
Pandolfo Malatesta, ora stendendogli la destra ed ora schieran-
dogli contro le sue barbute, con varia vicenda gli tolse terre e
castella; a Cabrino si ribellarono i subbietti, ed a sua volta il
traditore dei Cavalcabò fu tradito. Indarno egli, e sempre te-
mendo di Filippo Maria, si maneggiò per amicarselo: il duca
stipulò tregue con lui, e così gli si dimostrò benevolo che elevava
persino a contea Cremona ed il suo distretto, conferendola col
titolo a Cabrino ed a' suoi discendenti (i gennaio 1415)*^.
Ma la condotta del Visconte non era degenere da quella
de' suoi predecessori; e infatti, per mezzo del Carmagnola,
Cabrino fu spogliato di Castelnuovo , Maleo , Pizzighettone ,
Soresina, Soncino e d'altri domini, ed assediato in Cremona.
Tentò egli la difesa; cercò vender la città ai veneziani e poi a
Pandolfo Malatesta, signore di Brescia e di Bergamo ; ma gli fu
giocoforza venire a patti col duca, al cui procuratore Oldrado
Lampugnano consegnò Cremona (16 febbraio 1420), ricevendone
in compenso quarantamila scudi d'oro, il titolo ed il possesso
di marchese di Castelleone, e la licenza di trasferirvi le ammas-
sate divizie.
Così passarono cinque anni ; ma Filippo Maria non era uomo
da tenere la fede. Oldrado Lampugnano proditoriamente met-
266
CODOGNO E IL SUO TERRITORIO
teva in ceppi Cabrino a Castelleone e lo conduceva a Pavia;
d'onde, tratto a Milano, sulla piazza dei Mercanti il soncinate
aveva tronco il capo per mano del boia (12 febbraio 1425).
L'infelice moglie sua Pomina e due figliuoletti avevano se-
guita la cattività del marito e del padre.
Le terre nostre, risuonanti spaventosamente al nome di Ca-
brino, conobbero anche le tetre e possenti figure di Giovanni
da Vignate e di Francesco Bussone da Carmagnola; ai quali ^
come al Fondulo, non era serbato di cadere in campo, quan-
tunque valorosi, bensì di lasciare violentemente la vita e in
modo infame.
Del -Vignate abbiamo già detto diffusamente. C'è solo da
aggiungere che anche con lui Filippo Maria stabilì una tregua,
ed eresse in contea Lodi e il suo distretto, concedendola al
Vignate ed ai discendenti suoi (10 maggio 1416), e ricevendone
giuramento (9 giugno) Così il signor lodigiano aveva potuto
credersi sicuro recandosi a Milano, nel castello di porta Ciovia,
dove pare che il duca lo volesse. Per opera del solito Lampu-
gnano, «esecutore dei delitti del duca » fu improvvisamente
arrestato e fatto morire (agosto 141 6).
Come su altri particolari della triste vicenda, così anche su
quelli del luogo e del modo della morte sono molteplici le di-
screpanze; nessuno dei cronisti, però, mette in dubbio che, se
Giovanni Vignate obbedì alla intima ducale che lo chiamava
alla corte, fu perchè a questo lo spinse il paterno amore per
Giacomo, figlio suo, vinto e fatto statico del Carmagnola in
un fatto d'arme dell'anno antecedente.
Colla sua morte il Lodigiano passò in diretta sovranità del
ducato milanese, prestando le terre giuramento di fedeltà al duca
Filippo, in Milano, per mezzo di legati speciali
Non dobbiam noi tessere la minuziosa biografia di Francesco
Bussone, nato da Bartolomeo,, in Carmagnola (verso il 1390).
Solo ci piace ricordare che egli, deposto il vincastro del peco-
raro per seguire Facino Cane, fu elemento essenziale con Beatrice
di Tenda, vedova di questi, a mantenere il ducato nei Visconti,,
dopo la morte di Giovanni Maria.
NELLA CRONACA E NELLA STORIA
267
Le sue fortunate battaglie indussero il duca ad eleggerlo
primo ministro e generalissimo ; e già lo si vede segno ai favori,
ducali quando egli, fatto conte di Castelnuovo, nomina suo
procuratore Cristoforo Ghillino a ricevere il giuramento di fe-
deltà per le terre di Castelnuovo e di Caselle (3 gennaio 141 5).
Qui una questione di esegesi si affaccia agli studiosi, negando
alcuni che Castelnuovo sia il luogo omonimo delle terre nostre.
Ed opinano essere questo un errore dei cronachisti nostrali,
perchè solo nel 1419 il valoroso condottiero legò il proprio
nome ai fatti d' arme avvenuti alla foce dell' Adda. Aggiungono
alcuni essere Castelnuovo quello di Scrivia, del quale il Car-
magnola veniva investito per aver vinto ad Alessandria il mar-
chese Teodoro di Monferrato ; ed altri asseriscono identificarsi
il luogo in Castelnuovo veronese, oltre Peschiera.
Ma a noi sembra chiaro che, forzato Cabrino Fondulo ad
una onerosa tregua col duca, questi dovesse dare il passo del-
l' Adda in mano a persona di sua fiducia ; e troviamo inoltre
che la vittoria d'Alessandria ebbe luogo il 6 febbraio 141 5, e
cioè più di un mese dopo la procura fatta dal Carmagnola nel
Ghillino. Alla qual procura ne fa seguito, dopo soli quattro
giorni, un'altra dello stesso Carmagnola per ricevere da Mar-
gherita vedova di Galvano Laudi, a nome suo e di suo figlio
Manfredo conte di Venafro e di Compiano, il solito giuramento
di sudditanza per le Caselle di Po; la qual cosa consente nella
nostra designazione dei luoghi. Ma v' ha di più : Castelnuovo e
Caselle venivano da Filippo Maria confermate al Carmagnola,
mentre alla loro investitura aggiungeva quella nuova di Casal-
pusterlengo, di Catterà e di Somaglia (20 maggio 142 1).
Del resto, male non si appongono coloro che fanno Castelnuovo
veronese un feudo del Carmagnola; e qui tutto è questione di
data, poiché, se già prima che l' investito legasse la vittoria alla
bandiera di S. Marco contro il duca di Milano, egli aveva il
titolo di conte di Castelnuovo, il borgo del Veneto fu a lui
investito dalla Serenissima (1427), dopo che il valoroso con-
dottiero le ebbe conquistata Brescia.
* .
Maccastorna, passata al duca di Milano, da questi veniva ri-
data in signoria ai Bevilacqua (19 febbraio 141 7); ma questa
268
CODOONO E IL SUO TERRITORIO
signoria non potè dirsi definitiva, poiché le avidità soldatesche
facevano improvvisamente mutare domini e dominatori ; in guisa
che, mentre nel luglio 141 7 troviamo le forze ducali padrone
di Maccastorna e di Castelnuovo, dopo pochi mesi vediamo
rioccupate queste rocche dal Fondulo collegato al Malatesta ed
a Filippo Arcelli di Piacenza; ed, alla ripresa delle ostilità del
Carmagnola pel duca, rientrate nella sovranità di questi (14 19).
Nel marzo l' esercito del Carmagnola moveva sul Cremonese
in tre corpi: Luigi dal Verme comandava la sinistra, Enrico
Zanga il centro, il Carmagnola Tala destra. Entrato nell'agro
cremonese (i maggio), il generalissimo spinse il dal Verme su
Castelleone, su Pizzighettone lo Zanga, ed egli volse il suo corpo
a Castelnuovo Bocca d'Adda, per congiungersi sulla destra del
Po coi presidi viscontei nel Piacentino. Ma nè il dal Verme nè
lo Zanga, vuoi per forza d'armi vuoi per via d'oro, riescirono
ai loro intenti. Lo stesso conte di Carmagnola non potè col
denaro avere a sua mercè Bartolomeo Malombra, governatore
di Castelnuovo pel Fondulo. L'onesto e fido soldato respinse le
ingiuriose profferte di resa, e virilmente resistette all'invasore;
indarno, perocché colui assalì la rocca, disfece i nemici, si im-
possessò del luogo , e per ordine suo l' intrepido Malombra
pendette dalle forche.
Da Castelnuovo rattamente il capo visconteo corse per Meleti
a Maccastorna. V entrò appena riescitone a fuggire Giacomo
Fondulo, cugino a Cabrino e rettor della rocca nel nome di
lui. Poi da Maccastorna il Carmagnola venne a diroccar Maleo;
e quindi, dall'arce di Gera, a bombardar Pizzighettone, tenuto
da Antonio Mainardo, che capitolò ritraendosi come Giacomo
Fondulo a Cremona.
Sulla quale addensò il conte le proprie schiere, respinti gli
avversi da Acquanegra e da Spinadesco; e ridusse così il ne-
mico allo estremo.
Filippo Maria Visconte, sorriso dalle sorti più liete della
guerra, non accettava ormai più limite veruno alle proprie aspi-
razioni di signoria; e quando, per la spada del suo intrepido
duce, vide davanti a sè curvati perfin gli stendardi liguri di
S. Giorgio, divinò forse nel futuro un regno che dalle alpi Ma-
NELLA CRONACA E NELLA STORIA
269
rittime si distendesse all'Italia del mezzogiorno. Irridendo ai
patti già firmati con Firenze (pei quali egli non avrebbe
dovuto oltrepassar mai colle sue brame di conquista la linea
appenninica della Magra e quella del Panaro), smentì d'un tratto
sè e le promesse, e dispose di Sarzana pel doge genovese Cam-
pofrégoso, si proclamò tutore del principato di Forlì, e mandò
sue genti sul Bolognese a combattervi i Bentivoglio (1424). Ciò
naturalmente non piacque ai fiorentini; e, per fiaccare l'oltra-
cotanza viscontea, s' andarono attaccando alleanze ed aiuti, primo
fra gli altri quello di S. Marco.
Già da secoli il ruggito del simbolico leone alato si riper-
cuoteva sui mari; ma ai magistrati della Serenissima s'andava
in mente delineando il vecchio sogno della potenza quirite; così
che quella che fu a ragione chiamata « la Roma delle acque »
volse cupidi gli sguardi ad allargarsi in terra ferma. Non man-
cavano, è vero, i prudenti ed i sapienti che respingevano, col-
r autorevole sentimento e colla parola del venerando doge Tomaso
Mocenigo, quelle pericolose velleità, di cui s'era fatto apostolo
il procurator giovane Francesco Foscari (141 2); ma, se i fervori
guerreschi parve pel momento s'acquetassero, un lustro dopo
più fieri riarsero, quando cioè, già da tre anni onusto il capo del
corno ducale, Francesco Foscari rompeva guerra a Filippo Maria.
Aiuto poderoso nell'impresa era prestato a Venezia dal Car-
magnola, che, venuto in sospetto ed in disgrazia del Visconte,
rumorosamente l'aveva lasciato, esibendosi ai suoi nemici per
combatterlo (1425).
Non è da noi il tener dietro particolarmente a codesta lotta
spietata fra l'angue e il leone. Ci basti l'osservare sui nostri
campi e sulle nostre acque le fasi di quel grande duello, onde
a noi venne
Messe novella d'infiniti guai,
resi più acuti dalla irrefrenabile vendetta di Filippo; che, oltre
ferire il suo antico campione nell' onore, gli ritoglieva le libera-
lità accordategli, perseguitandone i clienti e gli aderenti.
Così emanò tosto un ordine ai maestri delle entrate, nel quale
era detto : « Per nostre lettere patenti abbiamo donato al ma-
gnifico Carlo Malatesta ^'^ i possessi di Casal de' Pusterlenghi e
270 CODOGNO E IL SUO TERRITORIO
di Catterà, che eran tenuti da Francesco dei Busoni, detto il
Carmagnola » (21 agosto 1425). Nello stesso ordine il duca
teneva responsabili i maestri delle entrate di quanto il Malatesta
aveva diritto di percepire per l'anno in corso; e ciò riceve
importanza speciale dal fatto che il reddito spettante al Carma-
gnola dei beni feudali ed allodiali già suoi saliva a ben qua-
rantamila fiorini
Questo pel Visconte era ancor poco; infatti manifestava al-
tresì d' essere indignato in ogni occasione ; come fece per lettera
quando gli abitanti di Mirabello lasciarono libero il passo ad
un senese, famigliare del transfuga capitano, imponendo di im-
prigionarne tutti gli amici, pena pei contravventori T esterminio
sino alla terza e quarta generazione (2 settembre 1425).
La guerra di Venezia, diretta come era da un prode, doveva,
però, seriamente far meditare anche Tignavo Visconte. Ed egli
si rivolse a Sigismondo imperatore, invocandone il pronto soc-
corso contro veneziani e fiorentini , già impadronitisi di Brescia
e Asola, fino a Castelnuovo Bocca d'Adda e Maccastorna, e
spingenti per l'Adda e pel Po la loro flotta sino a Piacenza
ed a Pavia. Condottiero delle galee venete era Francesco Bembo ;
al cui sopravvenire per l'acque abduane, ancora una volta i
Bevilacqua si allontanavano dal castello di Maccastorna, di cui
era padrone il conte Ernesto.
Ma le terre conquistate dai veneziani tornavano al duca mi-
lanese per pace stipulata (31 dicembre 1426); pace tutt' altro
che durevole, poiché l'anno successivo è segnato dalla giornata
di Maclodio, in cui il Carmagnola tratta da commilitoni le mi-
gliaia di cavalieri viscontei da lui fatti prigionieri, e li rimanda
in farsetto liberi alle case loro, suscitando così nella republica
quel cupo sospetto che lo doveva condurre sulla ferale Piazzetta,
storica testimone della inesorabile giustizia di S. Marco.
NELLA CRONACA E NELLA STORIA
271
NOTE AL CAPO XXIV.
^ Da un rame di G. Patrini nelle Memorie storiche della nobile famiglia
Bevilacqua di Antonio Frizzi.
^ Cesare Cantù - Illustrazione del Lombardo Veneto.
^ Vincenzo Lancetti - Cabrino Fonduto.
* Oggidì il castello di Maccastorna è V unico monumento storico dichiarato
nazionale nella nostra regione. Così la sottocommissione della deputazione
di storia patria non lo obliasse! ed allora ci sarebbe dato vederlo conser-
vato con quella intelligenza d'amore che par rifiorente in Italia, ma che
pur troppo qui manca al punto da inforsare perfino l'esistenza dei pre-
posti conservatori.
^ Angelo Grandi - Descrizione della provincia e diocesi di Cremona.
^ Antonio Campo - Cremona fedelissima città e nobilissima colonia dei
Romani.
' Ludovico Gavitello - Annales quibus res ubiq. gestas memorabiles a
PatricB sucB origine usq. ad annum salutis 1583.
* Enrico Biagini - Giovanni Vignati.
® Questa versione è la più accettata; ma a noi incomberebbe l'obbligo di far
cenno di tutte le altre, diligentemente raccolte nella monografia di Giovanni
Vignati da Enrico Biagini, ed in quella di Cabrino Fonduto da Leone
Arrigo Minto, due dotti lavori che illuminano di moderna luce quegli
spietati annali della ferocia, i quali si contradicono bellamente a vicenda.
Pure, terzi venuti, non ricalcheremo le accurate pagine di quegli egregi
monografisti. Tra le varie versioni, però, ci piace ricordare che il Chronicon
eugubinum di Guernerio Bernio riporta, solitario, che il Fondulo uccise i
Cavalcabò durante una finta caccia; e che parecchie pure sono le descri-
zioni del modo con cui furon fatti cadaveri i dieci infelici, e molteplici i
nomi dei presunti sicari.
Giuseppe Ferrari - Révolutions d' Italie.
272
CODOGNO E IL SUO TERRITORIO
" Anche su questo fatto — di cui non è conosciuta la data precisa —
vi hanno contradizìoni negli scrittori di cronaca; senza contare che nel
racconto romantico del Lancetti l'uccisione di Ugolino sarebbe stata co-
mandata da Carlo suo nepote, prima della sua partenza fatale. Nessuno,
però, dubita del supplizio di Marsilio e Cesare.
Il ritratto che publichiamo di Cabrino Fondulo è quello che comu-
nemente si conosce, tolto da una stampa dell'istoria di Antonio Campo,
e riprodotto in un quadro esistente nel palazzo Ala Ponzone di Cremona
e nell'opera di Vincenzo Lancetti.
'■^ Giacinto Romano - Archivio storico lombardo. L'investitura compren-
deva, oltre i possessi presenti del Fondulo, anche quanto gli era stato
tolto dal Malatesta e dai suoi alleati.
Giacinto Romano - Archivio storico lombardo.
Andrea Redusio - Chronicon tarvisimmi.
Giacinto Romano riporta nota dei giuramenti prestati dai procuratori
di Lodi (26 e 27 agosto 1416); di Castione, nelle mani del Carmagnola
(i settembre); di Maleo (15 giugno 1417); di Castelnuovo (17 giugno).
Questo Carlo e quel Pandolfo che vedemmo signore di Brescia e di
Bergamo erano figli di Galeotto Malatesta, signore di Rimini, Pesaro.
Fano e Fossombrone.
^® Felice Osio - Documenti diplomatici.
CAPO XXV.
La republica ambrosiana — Francesco Sforza — Le guerre coi veneziani.
UANDO Filippo Maria, ultimo duca visconteo di Milano,
esalava lo spirito pravo (13 agosto 1447), i popoli
sentironsi come tolto di dosso un grande peso ; ed
il ricordo delle malefatte di casa Visconte perdu-
rava così vigoroso che i rami gentiliziamente più o meno con-
fessabili della celebre casata non ardirono nè meno di avanzare
velleità di pretese al potere.
Così stando le cose, e per impeto generoso di antiche me-
morie, Milano sorse unanime nel grido di « libertà e sant'Am-
brogio ! » e non le parve vero ricostituire il proprio regime
autonomo su ordinamenti sinceramente democratici.
Senza particolareggiare intorno all'orto, alla vita, ai brevi
ma fulgidi momenti dell'alma republica milanese, questo soltanto
affermeremo perchè reale : che la sua esistenza non poteva essere
se non effimera, perocché le mancavano i due precipui elementi
per una fortuna solida e duratura: la virtù republicana e la
concordia dei cittadini, seriamente impensieriti, per giunta, dalla
lenta ma attuale secessione di Pavia, di Lodi, di Piacenza, di
Parma, di Tortona, di Asti, e dalle pretese di Como, Alessandria
Codogno e il suo territorio ^ ecc. — /. 18
274
CODOGNO E IL SUO TERRITORIO
e Novara; mentre le cospirazioni dei pretendenti al retaggio
visconteo, rinforzate dalle ostilità dei governi vicini, eccetto che
dalla Serenissima, e dalle tacite ma ardenti ambizioni dei capi-
tani già al servizio del duca, congiuravano, in amplesso mo-
struoso ma formidabile, alla rovina del nuovo stato.
Ed anche allora, come sempre, il sorriso della vittoria doveva
illuminare il volto del più forte.
Sopra Lombardia i coronati d'Europa puntavano gli sguardi.
Da un lato era l'imperatore Federico III per cui il dritto della
successione nella signoria di Milano era titolo irrepugnabile, e
pel quale tuonò indarno l'eloquente parola di Enea Silvio Pic-
colomini, allora suo secretarlo e suo messo, e che avrebbe poi
cinta la tiara col nome di Pio II; dall'altro, il re di Francia
Carlo VII, che per cognazione consideravasi erede legittimo del
ducato; il testamento di Filippo Maria, d'altra parte, chiamava
alla successione Alfonso re di Napoli; e si schierava pure tra i
pretendenti il duca di Savoia, Ludovico, cognato al defunto.
Contro questo fascio poderoso di corone e di scettri spunta
l'umile virgulto del pomo cidonio, destinato da Cotignola, sua
terra d'origine, ad inquartare col leone rampante l'impresa
degli Sforza, in tutta la simbolica fortezza del proprio co-
sciente valore.
Nato in San Miniato in Toscana (23 luglio 1401), Francesco
Sforza crebbe nell'armi alla scuola del padre Attendolo, il leg-
gendario guerriero che aveva tratto l'oroscopo felice del suo
avvenire dalla quercia vetusta, sui cui rami era rimasta la zappa
paterna da lui lanciatavi. Francesco, capitano pel duca Filippo
Maria, ne condusse in isposa la figliuola naturale Bianca, donna
di inclite virtù, avendo insieme dal suocero la contea di Cre-
mona (1441). Come i suoi commilitoni, alla morte di Filippo
egli pure era rimasto al soldo della republica di S. Ambrogio;
ed i milanesi tosto compresero che un grande per quanto con-
trastato futuro gli era riserbato, come a chi potesse vantare le
più elette energie dello spirito e del corpo.
Quando la republica, da pochi giorni costituita, si fu con lui
intesa per la condotta d'arme, egli — dissimulato l'intimo ram-
NELLA CRONACA E NELLA STORIA 275
marico per non essersi potuto trovare in Milano al momento
in cui il suocero suo moriva, e così direttamente sostituirlo nel
supremo potere — accettò l'offerta che certo gli dovè parer strana ;
e, continuando alacremente la guerra contro i veneziani da tempo
disertanti Lombardia, subito si trovò di fronte a Pizzighettone.
La qual rocca avuta da Pietro Visconte e da Antonio Cri-
vello castellano, e collegatosi a Francesco ed a Jacopo Piccinino
ed a Bartolomeo Colleone, varcò l'Adda; e tosto Maleo e Co-
dogno si dichiararono per lui. I veneziani, condotti da Mi-
cheletto da Cotignola, miravano alla definitiva conquista di
Lodi e di Piacenza, già occupate per volontaria loro dedizione,
e stavano assediando Casalpusterlengo , dove appunto avevan
ricevuto l'ambasceria piacentina che li chiedeva signori (19
agosto). Ma Giacomo da Imola, già capitano visconteo, che in
Casalpusterlengo aveva costrutto un fortilizio, lo difendeva stre-
mamente; e fu assai giovato dall' avanzarsi delle milizie sfor-
zesche, che avevano indotto i veneziani a ripiegarsi su Lodi.
Lo Sforza, avvezzo agli avvolgimenti strategici, mandò Luigi
dal Verme ad occupar Codogno per tener d'occhio le mosse
dei veneziani verso Piacenza e Cremona; mentre egli, per aver
totalmente sgombra la linea da Lodi al Po, e disgiungere le
forze nemiche presidianti Lodi è Piacenza, si fortificava da Pia-
cenza a Pavia, tendendo a San Colombano occupato dai veneziani.
Però il contegno delle sue genti, turbolente e sfiduciate dal non
vedere il loro capo in persona, lo obbligò a tornare qui fretto-
losamente ; e , per meglio infondere loro coraggio , sfidò per
trombettieri la veneta oste in campo a Cavacurta. La tenzone
parve volesse delinearsi fieramente nel giorno fissato (30 agosto);
ma Micheletto non volle far scendere dalle alture tenute gli
stendardi di S. Marco, e nè meno rispondere alle provocazioni
di due prescelte squadre che lo Sforza aveva loro spinto contro,
guidate da Giacomo Piccinino. Pensò, quindi, il duce ambro-
siano che quello era tempo gettato, e tornò a volgere le sue
forze altrove.
Sotto le mura assediate di San Colombano lo Sforza riceve
l'offerta di Pavia dallo stesso suo castellano, Matteo Bolognino;
e questa notizia, non meno che l'urto delle primitive artiglierie
276
CODOGNO E IL SUO TERRITORIO
rappresentate da bombarde e falconetti, persuade il valorosa
presidio degli ossidionati a cedere le armi (19 settembre).
Subito dopo lo Sforza s'avvia su Piacenza, armando alcuni
galeoni che, dal Ticino scendendo pel Po, si dispongono in
gagliarda flottiglia alla sinistra del fiume (21 settembre) e per-
mettono di traghettar sulla destra le milizie, che danneggiano
le opere avanzate nemiche e le torri di difesa. I veneziani alla
lor volta accorrono a sostegno della minacciata lor terra; e,
varcato il Po a Valloria, rinforzano la difesa piacentina, gua-
stando la piccola armata sforzesca. Francesco Sforza con in-
trepido assalto s' impadronisce degli approcci, spalanca la breccia ;
ed il sole tramontando illumina lugubremente il sacco feroce
cui è data in balia del vincitore Piacenza (16 novembre).
Diecimila cittadini fatti schiavi e venduti, rizzate le forche
su tutti gli angoli, spezzate le tombe, pollute le chiese, gli
sforzeschi rimasero nella sventurata città quaranta giorni, tutto
rubando, tutto rapinando, perfino i legnami e le ferramenta
domestiche. Fu cosi grande la iattura e così devastatrice la
violenza delle soldatesche che Piacenza non riebbe più il lustro
e la potenza d'un tempo, sebbene i Farnesi la restaurassero
con splendor principesco.
Per la presa di Piacenza a Milano si tripudiò per tre giorni.
Tramontò rapidamente la luna di miele che aveva irraggiati
i primi rapporti della republica milanese col fortunato capitano.
Quella presentiva in lui il padrone del domani, questi era
malcontento delle preferenze intese a mandare a vuoto la sua
meditata sovranità futura, e che erano dalla republica stessa
usate ad altri capitani. Ne avvenne che le intelligenze apparenti
si ruppero, e lo Sforza prescelse la causa di S. Marco a quella
di S. Ambrogio, convinto ch'essa poteva maggiormente servire
alla propria.
Già i veneziani avevano tentata la conquista di Cremona a
mezzo di galee padroneggianti il Po, per conquistare il ponte
che fronteggiava la città (15 giugno 1448); ma l'anima virile
di Bianca Maria Sforza, pure assente il marito, frustrò l'assalto
del nemico, che subito dopo fu pure interamente disfatto ed a
Caravaggio ed a Mozzanica dalle armi milanesi. Per questi fatti.
NELLA CRONACA E NELLA STORIA
27,7
che rendevano illustre e temuto il nome di Francesco, era cosi
a mal partito ridotta la Serenissima in Lombardia, che accolse
con giubilo la proposta di lui, chiedentele pace ed alleanza
contro Milano (18 ottobre 1448).
Primo frutto del mutamento fu l'impresa di Lodi, tenuta per
gli ambrosiani dall' intrigante Piccinino. Occorreva agli sforzeschi
il passo dell'Adda; e questi l'ottennero perchè Francesco ebbe
a sè, come suoi, tratti Ernesto ed Onofrio Bevilacqua, fratelli e
signori di Maccastorna * , che comandava al fiume; ed, improv-
visato un ponte in chiatte, venne nella rocca e la fece occupare
da sue milizie agli ordini di Jacopo Salernitano. Poi s'avviò a
Casalpusterlengo, dove accertò i piacentini che ne avrebbe pro-
pugnata la ribellione contro Milano. Alla Cà Rossa passava in
rivista la sua squadra navale, allorché da Piacenza gli perven-
nero ambasciatori ad annunciargli che con grande clamore lo
si era gridato signore della città e che colà era bramosamente
as])ettato (27 ottobre). Ed egli vi andò e vi fu solennemente
accolto dal popolo che gli giurò fede.
La condizione delle cose fu novellamente cambiata dal riav-
vicinamento della republica veneziana alla milanese; cosi che,
da antiveggente soldato, lo Sforza, fra le genti dell' una e quelle
dell'altra stette cuneo disgiuntivo, e dove lo traeva il suo ta-
lento militare, ivi felicemente impugnava guerresche azioni.
Così con sedici mila uomini faceva cadere in sue mani il
castello di Sant'Angelo (12 agosto 1449) a danno dei milanesi,
che invano gliene contrastarono il possesso; e mandò uno
dei suoi luogotenenti, Giovanni Calmo, alla conquista di Pizzi-
ghettone*'*; la cui rocca gli venne ceduta dopo un simulato as-
salto, dai fratelli Antonio ed Ugolino Crivelli (29 agosto) sulla
cui testa Milano bandi duemila ducati d'oro.
Successivamente lo Sforza stipulava colla comunità di Lodi
capitoli e convenzioni pei dazi di pedaggio, per gabelle e per
imbottato, in quella città e contado (23 settembre)^; e riduceva in
propria sovranità la rocca di San Colombano, minacciandone il
castellano milanese Lucio Cotta, se avesse perdurato nella resi-
^stenza, di fargli appiccare fuor dalle mura il fratello Innocente;
27,8
CODOGNO E IL SUO TERRITORIO
e in questa guisa passò al forte capitano di ventura l' ultimo
baluardo della potenza ambrosiana in terra di Lodi (12 dicembre).
Milano gli si diede due mesi dopo, stremata dall'assedio e
dalla fame, non meno che dal perturbamento che aveva scon-
volto le menti e scomposti gli animi. I cittadini, nelle distrette
più fiere della incertezza, promulgano a duca Francesco Sforza,
che entra in Milano per porta Ticinese, fiancheggiato dalla
consorte su bianco palafreno, e nella metropolitana gli viene
ritualmente fatto omaggio (25 marzo 1450).
Suona tosto 1' ora della ricompensa pei fedeli allo Sforza : egli
nomina cavalieri di speron d'oro, fra gli altri, Fermo Gavazzo
della Somaglia e Giacomo Trivulzio; conferma la contea di
Maccastorna ai Bevilacqua, ai quali pure due anni dopo ag-
giunge giurisdizione e decime in Larderà, la cui investitura
in Onofrio vien fatta per mano del vescovo Bernerio; toglie
agli odiati Piccinini il feudo di Somaglia, rendendolo ai Ga-
vazzi, ai quali conferisce poi, nelle persone di Pietro e Serghi-
nello, il titolo di conti e baroni del luogo (145 1); a Giacomo
da Imola toglie Gasalpusterlengo, e lo concede a Francesco e a
Giorgio Lampugnani ; e dà ai Bossi Meleti (1452).
Gome vedremo nei successivi capi, fu opera di Francesco
Sforza se la signoria feudale dei Trivulzì sostituì in Godogno
quella dei Fagnani, che la tenevano da pochi anni. Ma, prima
di accennarne il come, è opportuno discorrere della nobile ca-
sata attraverso le vicende politiche milanesi, di cui essa fu parte
importantissima, e che apparecchiarono la successione alla vi-
scontea della dinastia sforzesca, cui l' antico contadinello roma-
gnolo aveva saputo sollevare.
Le armi della Serenissima, già rintuzzate dallo Sforza, ora
duca di Milano ed alleato a Firenze, non si diedero per vinte,
e tornarono ai danni di lui. Francesco pensò allora a munir di
soldati i confini del ducato ; e, siccome arce perspicua era anche
quella di Maleo, il duca la volle fortemente presidiata (145 1).
Nel maggio dell'anno dopo Alessandro Sforza, fratello a
Francesco, veniva alle mani coi veneti presso Pizzighettone ;
NELLA CRONACA E NELLA STORIA
279
ma sul leone rampante trionfò quello alato: Alessandro ebbe la
peggio, e fu mercè se potè ripararsi nel baluardo colle schiere
sgominate. Gli furon compagni nel ritirarsi due notissimi capi-
tani suoi , Antonio Landriano e Pietro Maria Rosso , il fiero
conte parmigiano che nella formidabile Torchiara svolse fino
al compimento il romanzo del colpevole amore che lo avvinceva
alla bella cremonese Bianchina Pellegrina.
Perdurando la guerra fra il duca e la republica, e a questa
premendo la conquista dei passi dell'Adda, verso giugno si ri-
dussero i combattenti sul luogo di Castione, tenuto dai milanesi,
ma con iscarso numero di soldati, poiché una specie di tregua
era intervenuta per non ritardare nell'estate i lavori dei campi.
Ma Francesco Piccinino, passato alle insegne di S. Marco, volle
profittare poco lealmente dell'occasione; e, predando colle sue
soldatesche la destra riva dell'Adda, si accinse all'assedio di
Castione, vessando gli abitanti.
In soccorso di questi affrettò Francesco l'invio di proprie
milizie, guidate da un suo luogotenente, il parmense Sacramoro,
e da Corrado Fogliano, suo fratello uterino; i quali, avvertiti
con fuochi notturni del grave pericolo a cui correvano gli os-
sidionati , giunsero alla rocca mentre di questa già si pattuiva
la resa; e i veneziani, storditi dall'improvviso, violento assalto
delle forze milanesi, si ritirarono verso Crema, toccando la
notte seguente, dopo una mischia sanguinosa, una vera disfatta
(agosto 1453).
Francesco Sforza ebbe virtù di comando; l'ingegno prestante
e la prudenza, la intrepidità e la mitezza gli soccorsero nei dì
felici della esistenza; alla cui fine, per meritata antitesi, il suo
astro, spuntato fra cruenti bagliori, si spense nella pace tran-
quilla serbata ai giusti (1466). Infatti, egli solo, il maggiore
dei suoi, si distingue per la fine normale e compianta, là dove
pei discendenti di lui è tutta una tragica sequela di morti pre-
coci o violente od infami.
Memore de' suoi corregionali e collaboratori, li colmò di
ricchezze e di poteri ; e fu così che Giovanni Barberi da Lugo
venne munificamente da lui donato di estesi terreni su quel di
Maleo, salvo il borgo (19 febbraio 146 1); cui Galeazzo Maria..
28o
CODOGNO E IL SUO TERRITORIO
figlio e successor di Francesco, infeudava poi al conte Galeotto
Bevilacqua (22 febbraio 1469)*.
Degna corona alle opere di Francesco Sforza fu la fondazione
dell'ospitai Maggiore in Milano; ma è pur forza ricordare che
la storia a lui non perdonò nel periodo combattuto della gio-
ventù nè la irrequietezza dello spirito intrigante, nè l' aquiescenza
più volte dimostrata in conspetto alle barbarie dei suoi capi-
tani, come quelle commesse dai francesi da lui assoldati all'as-
salto di Pontevico (ottobre 1452).
NELLA CRONACA E NELLA STORIA
281
NOTE AL CAPO XXV.
^ Ludovico Gavitello - Annales quibus res ubiq. gestas memorabiles a
Patrics sucB origine usq. ad annum salutis 1583. — Bernardino Corio -
Storia di Milano.
^ Giovanni Simonetta - De rebus gestis Francisci I Sfortice , dalla
quale opera ci piace tradurre un brano che descrive Pizzighettone :
« Fra gli altri passi del fiume (Adda) Pizzighettone è molto importante
e stimato, atto com'è così alla offesa come alla difesa. Quel castello, sito
sulla sponda dell'Adda, al confine del Cremonese, dal duca Filippo fu
guarnito di altissime e lunghe muraglie, circondate da profondi fossati
pieni d'acqua per tre parti. Dall'ultima di queste il fiume scorrente bagna
le mura. Il castello ha una rocca di struttura mirabile, munita di propu-
gnacoli, e le mura di esse scendono in egual modo sulla riva fluviale; e
dall'altra riva, che è il confine del Lodigiano, s'alza un'altra rocca e pel
luogo e per l' opera ben difesa, quantunque di minor grandezza. Fra queste
fortezze corre un ponte in legno, da entrambe vigilato, il quale costringe
i passanti a camminar fuori dalle mura ».
^ Archivio comunale di Godogno.
* A beneficio di Galeotto il duca Galeazzo Maria aveva già data fa-
coltà ad Onofrio, zio di lui, di istituirlo erede della sua parte del feudo
di Maccastorna (3 maggio 1468). Sotto la stessa data e con altro di-
ploma lo stesso duca donava ad Onofrio Cavacurta, Meleti, Gera e
Case Nuove.
CAPO XXVI.
La cronaca conventuale — L' abazia di S. Stefano — I gerolamini d' Ospe-
daletto — Le cistercensi di Senna — I serviti di Cavacurta — I
francescani di Maleo.
ACCIA ora per poco l'orrisonante clangore delle trombe
mavorzie; e, ricondottici sotto le arcuate volte dei
chiostri, sogguardiamo rapidamente al crescere delle
ricchezze terrene possedute dagli ordini regolari dal
principio del secolo XIV — data sotto cui li lasciammo — fino
allo scorcio del XVI, a quando cioè Carlo Borromeo, metropolita
milanese, tentò con ferrea mano di riformare i costumi del clero
e di ricondurlo alle fonti evangeliche.
Quanto più ci inoltriamo nelle età e tanto più vediamo il
mondo turbato per affari ecclesiastici. Osservammo già — e ri-
petutamente anche colla scorta d'autori meno sospetti d'irreli-
giosità — quale biasimevole trasporto ai beni materiali avesse
posto il tallo nell'animo di frati e di monache, che dal looo
in poi s'eran di essi abbondevolmente locupletati. Nè ripeteremo
come i ministri della chiesa, seppero foggiar catene alle coscienze,
Per confundere in sè duo reggimenti,
in guisa da distruggere perfin la memoria del tempo in cui i
cristiani pastori umili ed oscuri regnavano solo sulle anime,.
CODOGNO E IL SUO TERRITORIO
283
con quel misticismo celestialmente puro onde nei giorni dell' ira
e della violenza avevan tratta ragione di vita; e mutando invece
col progresso delle età e colla pervicacia dell'abuso, gli errori
in massime indiscutibili e le usurpazioni in diritti.
Al fasto che avvolgeva i pontefici; a quelle pompe di che
andavano gonfi i vescovi; a quelle commozioni prodotte dalle
discordie nelle alte sfere gerarchiche per le temporali giurisdi-
zioni, s'aggiunga la pianta dello scisma che distendeva la sua
ombra funesta sulle coscienze al di qua e al di là delle Alpi ;
infine, i semi della riforma tedesca che, latenti sotterra, aspet-
tavano per germogliare gli errori di Roma e della sua curia; e
sarà facile intendere come anche oltre le sacrate mura — dove
una attrazione ineffabile avrebbe dovuto dare la pace ai tementi
di Dio colle lunghe veglie, coi fieri digiuni, colle aspre peni-
tenze — andasse penetrando quello spirito di irrequetudine per
cui dalle meditazioni nell' alto e cappucci e soggoli si ripiega-
vano invece verso le contemplazioni terrene.
D'altronde, continuava il prisco uso di arricchire di suolo, di
moneta e di privilegi le famiglie monacali; sì che queste, nel
genio festoso della società civile — che (specie in Italia, fiorente
di dovizie per commerci, per arte, per manifatture) le lasciava
tranquillamente riposanti nel sicuro domani — fruivano spensierate
dei godimenti, paghe del presente che loro perdurava largitore
di tutte le più gradite soddisfazioni mondane.
Tra noi erano rigogliose più che mai l'abazia di S. Stefano
al Corno, che aveva per fama e ricchezze oltrepassate le Alpi,
e riconosceva per signora la mensa vescovile di Lione, come
indubbia Defendente Lodi, o apparteneva, come afferma Claudio
Roberti, all'ordine dei canonici regolari di Premontrè in Piccardia^
Dell'abazia di S. Stefano tace la cronaca per oltre un secolo,
sebbene il Mabillon ^ lasciasse scritto che « troppe e importanti
cose avrebbe avuto a narrare, raccolte da lui nei manoscritti
preziosi conservati nell'archivio abaziale ». Ma oggi non sono
più possibili ricerche simili a quelle dell'erudito benedettino
che viaggiò e scrisse infaticabilmente, imperocché l'archivio della
celebre abazia seguì la sorte di parecchi altri congeneri, facendo
trista fede della barbara ignoranza anche di tempi per vero non
284
CODOGNO E IL SUO TERRITORIO
remoti. Solo qualche atto rimane a testificare della capitale im-
portanza del convento di S. Stefano ; ma non è tale che per
esso la cronaca sia fervente di vita.
Il nostro Monti ^ — che scosse la polvere ai membranacei ed
alle carte più antiche della nostra regione, e di esse scrisse con
reverenza ed amore — riporta da Defendente Lodi due note:
l'una che il padre Bernardo da Mulazzano, abate di S. Stefano,
fu altresì vicario generale del vescovo Giacomo Arrigone (1409-
141 3); l'altra che la ricca abazia di cui è parola passò in
commenda forse sotto il pontificato di Eugenio IV, e che ciò
avvenne perchè quell'abate, come altri suoi colleghi diocesani,
per insinuazione di Filippo Maria Visconte avrebbe accettato
il conciliabolo di Basilea, in cui era stato eletto l'antipapa Fe-
lice V, nella persona del duca Amedeo di Savoia (24 luglio 1440).
Abate di S. Stefano al Corno fu Bonifazio Simonetta, nepote
del celebre ministro di Francesco Sforza, Cicco, del quale fra
breve ci verrà sott' occhi la figura magnifica. Bonifazio allorché
lo zio fu d' ordine di Ludovico il Moro mandato a morte (30
ottobre 1480), abbandonò la ferula abaziale, e si condusse a
Roma, per quella guisa evitando il suo travolgimento nella do-
mestica iattura. Lui assente, e tempio e chiostro, quasi total-
mente reingoiati dal Po, risorsero; così che Bonifazio — la cui
nomina e privilegi di abate gli eran stati conferiti da Francesco
Sforza — riebbe la propria dignità. Dovette, però, la propria
reintegrazione allo affettuoso ospite suo in Roma, cardinale
Giovanni Battista Cibo, che fu poi papa Innocenzo Vili. Il re-
gnante pontefice Sisto IV da prima nicchiava, comecché il
duca di Milano avesse all'assente Simonetta già sostituito un
altro abate a propria imagine e somiglianza; ma la faccenda si
accomodò così: Sisto IV ripristinò nell'oficio suo il Simonetta,
e questi riconobbe l'obbligo di una pensione all'abate sforzesco
di duecento scudi d'oro, cifra che dà la misura dell'importanza
dell'abazia (non oltre il 1484).
Giunse in tempo il Simonetta per riparare le profonde avarie
ed i guasti padani subiti dal suo sacro edificio; a restaurare il
quale spese ben diecimila scudi d'oro, avuti a prestito da con-
giunti e da amici. Appena Innocenzo Vili cinse la tiara, l'abate
NELLA CRONACA E NELLA STORIA
285
Bonifazio supplicò da lui perchè lo liberasse dall' òbbligo della
gravissima pensione; intercesse altresì ai cardinali; ma nè il
gerarca supremo nè i porporati lo esaudirono.
Bonifazio Simonetta fu aureo latinista; dedicò a Carlo Vili,
re di Francia, un'opera De Cristiance fidei et romanorum Ponti-
ficum persecutionibus , dalla cui dedica risulta esser stato lo stesso
duca Ludovico l'ispiratore di essa. Ma ciò che deve maggior-
mente interessarci si è che Bonifazio Simonetta lasciò copia di
notizie storiche della sua insigne abazia, notizie trasunte da un
altro egregio ecclesiastico, l'arciprete Francesco Bergamaschi, il
quale ha buon dritto ad un nostro cenno per i benefizi da lui
usati a S. Stefano e ad altri luoghi della nostra regione (prima
metà del XVII secolo).
In un rogito di Giuliano Bernareggio , notaro di Lodi , è
registrata la apprensione d'ogni possesso materiale e diritto
inerente sull'abazia di S. Stefano per parte
di Scaramuzza Trivulzio o dal suo procu-
ratore (25 maggio 1502).
Questo prelato, figlio di Gian Fermo,
vescovo di Como (1508), era assai beneviso
a re Luigi XII e suo consigliere; ma seb-
bene di tutto cuore con Francia, pure non
volle prender parte al conciliabolo pisano
nel quale gli interessi francesi tentavano
accordarsi con quelli tedeschi, naturalmente
in odio al famoso grido papale contro i
barbari in Italia (151 1); si rivolse invece
a Roma, presenziando al concilio lateranense. Leone X di cui
pure fu intimo, lo contraddistingueva collo scarlatto zucchetto
cardinalizio (15 17).
Quattro anni soli segnarono il passaggio del dominio di Sca-
ramuzza sull'abazia, durante i quali larga opera egli diede a
risanare e ad abbellire il vetusto convento; che egli cedeva ad
Antonio fratello suo, vescovo di Asti (1506)^.
In quell'età, in cui, se specialmente giovati dall'amicizia di
pontefici quali Leone X e Adriano VI, niente di più comune
Scaramuzza ^.
286
CODOGNO E IL SUO TERRITORIO
era del coacervarsi dignità ecclesiastiche sopra una sola persona,
nessuna meraviglia se anche V esimio ecclesiastico dei Trivulzio
ad alte e più dignità rapidamente ascendesse ed a sua volta
potesse delegarle a' suoi. Sull' esempio dei pontefici romani ,
principati di chiesa santa, infule vescovili, ricci abaziali, cano-
nicali almuzie, rocchetti e mozzette corali, congrue di parochie
e di curazie, cadevano come la manna celeste su discendenti,
collaterali ed agnati di colui che aveva illustrato il suo genere
coprendolo colla mitra gemmata. Nè a ciò conseguire bisognavan
meriti o feconde virtù ; ma bastava il possesso domestico delle
insegne prelatizie perchè anche gli impuberi della famiglia po-
tessero da un dì all'altro sottrarsi alla ferula del pedagogo per
impugnare il pastorale.
E così, come vediamo il trapasso da fratello a fratello del
possesso di un'abazia, vediamo ancora che, morto Antonio Tri-
vulzio (1522), Catalano, figlio di Gerolamo Teodoro e nipote
quindi di Scaramuzza e di Antonio, diventa commendatario del
Corno, e vescovo di Piacenza (1523) per rinunzia di Scaramuzza,
che era stato eletto a quella sede episcopale l'anno prima.
Del resto la rinuncia al vescovato piacentino per parte del
porporato era ad usura compensata dalla sua esaltazione al
seggio arciepiscopale di Vienna nel Delfinato; ma poco egli
ne usufruì poiché, come avviene di consueto a chi sta in alto,
fu coinvolto nelle vicende politiche, e morì a Maguzzano sul
Veronese (1527), profugo da Roma, abbandonata in quei giorni
al terribile sacco degli imperiali.
Errerebbe a partito chi volesse confrontare ai presenti quei
vecchi sistemi di istituzione a dignità ecclesiastica. Sono oggi
dal più al meno inspirati a criteri di persona e di rettitudine;
non erano allora generalmente che conseguenza di simpatie
rafforzate dai legami del sangue.
Era, dunque, naturale che siffatti presuli del loro ministero
non avessero che il titolo onorario nè sempre i redditi; che
lungi dalla loro catedra la amministrassero per mezzo di dele-
gati, creature proprie. Laonde fu provvida l'austera riforma di
Carlo Borromeo, che, sopprimendo scandali, simonie e quanto
di meno conveniente formava la vita comune del clero, colpì
NELLA CRONACA E NELLA STORIA
287
altresì senza falsa pietà le 'rame eccelse del mistico albero, tutti,
grandi e piccoli, rigorosamente sottoponendo ai comandi evan-
gelici della sacerdotale disciplina.
Anche Carlo Borromeo fu commendatario del Corno ; e — se-
condo Defendente Lodi — rinunciò a questo benefizio ed a
■molti altri per ispirito di esemplare virtù. Ma a noi incombe
di ricordare Catalano Trivulzio, che, aiutato dal fratello Scara-
muzza, abate di S. Stefano stesso (morto nel 1554), fu provvido
e solerte commendatario, al quale dovettero il loro risorgere le
vecchie case coloniche del luogo, continuamente offese dal fiume
vicino; e tra le altre il Molinello (presso Meleti), su cui l'abazia
aveva diritti che risultano da antiche carte (1182); e la Resmina,
da lui edificata. Dalla roggia Codogna egli derivò le due nuove
Badessa e Priora; e diboscò sifattamente i terreni contigui alla
commenda che i nuovi fittabili detti quarantini solvevano an-
nualmente poco meno di cinquantamila lire imperiali di pigione.
Nell'abazia che era stata in vita sua cura costante egli morì
(4 agosto 1559), e fu sepolto, al dire di Cristoforo Poggiali- e
di alcuni che consultarono vecchie memorie dell'archivio ca-
tedralita di Piacenza , nella chiesa di S. Biagio in Codogno ;
secondo altri invece nella chiesa dei SS. Nazaro e Celso in Milano,
. *
La pietà dei conti Palatini aveva costituito per gran parte
il ricco patrimonio dei monaci gerolamini dell' Ospitaletto di
Senna. E quelle ricchezze andarono così aumentando — come
vedemmo al capo XIII — che verso la metà del XIV secolo
erano di ben trentaduemila pertiche circa.
Le notizie riferentesi al convento dell' Ospitaletto e nelle quali
si dubita che la camera ducale abbia confiscato i beni del Piz-
zolano — di cui venne investito il nobile Francesco Serantoni
(6 ottobre 1423) — furono diligentemente raccolte dal Corte-
miglia Pisani ^. Il quale attribuisce pure al beato Lupo d' Olmedo
il merito di aver ricondotti i gerolamini alle antiche ^ rigide
regole della disciplina; ed allora, in benemerenza. Lupo fu il
primo commendatario, fino a quando egli ritornò in abazia
r Ospitaletto (1433), che da allora divenne sede dell'abate ge-
nerale dell'ordine, inaugurando la serie di questa dignità mo-
nastica, prima in Italia, il padre Giovanni di Robles.
288
CODOGNO E IL SUO TERRITORIO
Nei tempi successivi scemò la ricchezza della celebre casa
generalizia, o per mala amministrazione o per colpevole avidità
di chi v'era preposto.; e le cose eran venute così al meno e
tanto trascurati caddero i privilegi concessile dalla duchessa
Bianca Maria, vedova di Francesco Sforza (1462 e 1467), che
il beato Costante da Gazzaniga, già secondo generale del-
l'ordine e priore semplice dell' Ospitaletto prò tempore^ porse al
duca Giovanni Galeazzo una istanza perchè fossero restituiti,
per via di giustizia, al suo monastero i beni del Pizzolano
già confiscatigli (1468). E il duca, dopo una riflessione di
nove anni , rispose annuendo , purché quella restituzione non
recasse nocumento alla investitura che d'una parte delle terre
era stata fatta dalla camera ducale in persona del Serantoni
(3 dicembre 1477).
Giovanni Antonio Gavazzo conte della Somaglia veniva in-
vestito da Galeazzo Maria Sforza della giurisdizione in nobile
feudo dell' Ospitaletto e d'altre terre lodigiane (1482). Ma ne
successe un litigio fra il Gavazzo ed i gerolamini; ed, eletti
dal duca tre compromissari, questi sentenziarono a favor del
convento, e la sentenza fu confermata dal duca.
Il primo ventennio del secolo XVI vide innalzarsi come una
fiammata lo sviluppo della casa gerolamita. Con atto publico
(4 settembre 15 16) la famiglia comitale milanese' dei Balbi do-
nava munificamente parecchi de' loro beni in Ospitaletto ai
gerolamini, a patto che nel villaggio costituissero la parochia-
lità, colla sua chiesa e col suo campanile; che per due volte
al dì facesser distribuzione gratuita di minestra ai poveri; che,
infine, a venti nobili milanesi decaduti e nominalmente indicati
dai donatori Balbi, fossero somministrati abiti monastici e con-
cessa vita in comune; se per contrario costoro non avessero
voluto vivere collegialmente, si lasciassero pure fuor di paese,
ma fosse posta a loro disposizione la somma di tre fiorini
quotidiani.
Si edificò la chiesa dedicandola ai santi Pietro e Paolo e renden-
dola indipendente dalla plebania omonima di Senna, a sua volta
dipendente da S. Maria di Galilea in Piacenza ; sorse il campanile ;
s' allargò il chiostro ; si rese fertile la bassura paludosa , aumentò
NELLA CRONACA E NELLA STORIA
289
il reddito terriero (1600 circa); si sostennero e si vinsero liti
contro confinari potenti, e persino col sangue si conservarono
intatti i dritti d' acqua sulla roggia Fratta. Ma tutto ciò era costato
molto ed il reddito dell' amministrazionvJ sensibilmente scemò
Allora i monaci, avutone l'assentimento dai conti Balbi, ri-
dussero da venti a quindici il gruppo dei ricoverati. Per altro,
nè pure così migliorò la sorte di quel convitto, poiché quei
patrizi, ribelli per nativa albagia alla soggezione dei regolamenti,
fecer nascere tali scandali e disordini che fu mestieri destinare
altrimenti i lasciti Balbi ; e così si assegnarono invece dei sus-
sidi a quegli indisciplinati quattro doti a nubende dell' anno.
Questo durò brevemente, e sarà detta nelle nostre future pagine
la sorte anche di questa beneficenza, che fu comune a pressoché
tutte le altre congeneri.
Primo paroco gerolamino d' Ospitaletto fu Gerolamo Moiraghi
(25 settembre 1558); ed accanto alla parochia si svolsero gra-
dualmente il vigore e la fortuna del chiostro.
Quivi era la sede ordinaria del generale dei gerolamini d' Italia ;
egli si intitolava conte di Ospitaletto ; usava mantelletta e moz-
zetta da prelato romano ; Paolo V e Urbano Vili papi gli avevan
determinata la foggia e concesso l'uso degli abiti pontificali; a
lui l'alta facoltà del conferimento a' suoi monaci degli ordini
minori, diritto a sei cavalli aggiogati alla sua vettura e libertà
d'avere sino a quaranta frati nel monastero d' Ospitaletto.
Un episodio monacale, non eccessivamente strano per l'epoca,
svolgevasi nel XV secolo a Senna. Il monastero delle cistercensi
ivi posto era già da alcun tempo incorporato per redditi a quello
pure cistercense di S. Maria di Galilea in Piacenza su citato ;
e ciò non ostante, e pur sottomesse in obbedienza alle vergini
piacentine, eran rimaste in Senna parecchie di quelle religiose.
Se non che le fiere vicende di guerra così atterriron le poche
e pavide spose del Signore quivi rimaste, che, all'annuncio
delle bande armate trascorrenti pel Lodigiano, reputarono pru-
dente refugiarsi nella casa madre al di là del Po, prima che le
lancie e i mazzapicchi compissero la distruzione del castellare
^ e del loro pacifico asilo.
Codogno e il suo territorio, ecc. — /. 19
290
CODOGNO E IL SUO TERRITORIO
Nel trambusto andaron dispersi i titoli e i documenti dei loro
possessi, e potenti del secolo e della chieresia s'avvisarono di
far proprie le pertinenze temporali delle fuggitive. Ma costoro
fecero i conti senza le consorelle galilee di S. Maria, le quali
ricorsero a papa Sisto IV in nome del loro buon dritto; ed il
pontefice impose che tutti i beni del monastero di Senna fos-
sero restituiti a quello di S. Maria, e che quella chiesa claustrale
non fosse volta ad uso profano, addossandosene le congrue
spese di culto le monache di Piacenza (21 gennaio 1475).
Tra le famiglie religiose che mano mano prendevan stanza
nella nostra regione non è a dimenticarsi quella di culla toscana
detta dei servi di Maria o serviti, fondata da alcuni mercatanti
fiorentini, seguenti la regola di sant'Agostino; ordine pretta-
mente italiano, di cui, sotto aspetti fra sè differenti, furono
illustri ornamenti e Filippo Benizzi e Paolo Sarpi.
Da poco i serviti s'erano ascritti alle confratrie mendiche
allorché furono introdotti fra noi in Cavacurta. Il loro annalista
padre Giani ^ narra che fin dal 1456 il comune di Cavacurta li
aveva chiamati a reggere l'antichissima chiesa di S. Maria
d' Arasia, di cui si hanno notizie fin dal secolo X. Ma il nostro
Monti* non condivide l'opinione del Giani, ed a sua volta so-
stiene che, se è verosimile in quell'anno i serviti si siano mo-
strati in Cavacurta per tastare il terreno, soltanto dodici anni
dopo vi si stabilirono.
Risulta, infatti, che Leonardo Stadiano, primicerio catedralita
di Parma e vicario generale del vescovo di Lodi Carlo Pallavi-
cino, assentendo alla petizione fatta per la comunità dagli
abitanti del luogo Bartolino Servadeo console e Giovanni Tonani,
riuniva in S. Maria anche la minor chiesa di S. Sisto in Poz-
zolto (nella regona di Castione presso Camairago), con tradi-
zione ai serviti — e per essi al procurator generale loro, padre
Onesto Calzavacca — per parte di Tomaso de' Taghi, prete
beneficiario e rettore di S. Maria, d'ogni suo diritto e ragione
(19 novembre 1466). Per le vive istanze degli uomini della terrà,
lo stesso vicario vescovile concedeva anche la chiesa di Cava-
curta alla religione dei servi di Maria (13 febbraio 1468).
NELLA CRONACA E NELLA STORIA
291
Sarebbe una vera superfetazione se qui venissimo
Da lunge i tempi ripetendo e i casi
della fortuna servita in Cavacurta; chi avesse vaghezza di có-
noscerne certe minute vicende può consultare il Monti, che con
iscrupolosa diligenza raccolse i documenti relativi. Fortuna, del
resto, non fiaccamente contestata dal sacerdote Gian Giacomo
Cipello; che, vantando precedenti diritti, si mise in lite coi
serviti, fin che la controversia salì di grado in grado al ponte-
fice Innocenzo Vili; il quale, con bolla diretta a Rufino 'da
Lodi, abate gerolamino in Piacenza, dichiarava irrita e nulla la
cessione fatta della chiesa di Cavacurta al padre Calzavacca,
essendo vietato agli ordini mendicanti l' accettare o T erigere
nuov^ case senza licenza papale , e delegava Rufino a ricevere
in suo nome dal sacerdote Cipello la cessione e la rinuncia
formali sulla chiesa, le quali dovevansi fare nelle mani del pon-
tefice; assegnando poi ai serviti la chiesa e le pertinenze sue,
fermo l'obbligo della pensione vitalizia di quattro lire annue al
cedente (7 luglio 1485). Nella bolla è sempre detto chiesa di
S. Maria d'Arasia, ma — osserva il Monti — è fuor di dubbio
che subito dopo i serviti la intitolarono a san Bartolomeo, titolo
patronimico che tuttavia le resta.
Non facile nè pronta fu l'unione di S. Sisto a S. Maria.
Infatti la comunità continuò a tenere aperta la chiesa al culto,
a mezzo d'un eremita che v'abitava una attigua casuccia e che
insieme s'adoperava nei lavori dei chiesastici campicelli. Inoltre
. i serviti dovettero liticare a lungo contro un proprietario fini-
timo alla chiesetta Sistina, della quale egli — in onta airanne$-
sione — si qualificava legittimo patrono.
Un bel di costui ritoglie con violenza il tempio e le terre
che ne dipendevano ai servi di Maria, e qual cappellano vi
nomina un prete Francesco Tireili. Il papa, ricevuto il piato dei
monaci spodestati, fulmina d'interdetto gli usurpatori, e il sa-
cerdote Tireili, temente dell'anima sua, rinuncia al male avuto
: beneficio (17 agosto 152 1). Non per questo cessano !^ molestie
^ dei serviti, e a tanto giunge la temerità del loro nemico che
292 CODOGNO E IL SUO TERRITORIO
questi da' suoi sicari fa uccidere in chiesa, proprio all'altare^
un monaco celebrante la messa. Francesco II Sforza,: duca di
Milano, impone al potestà di Lodi l' esemplar punizione del
sacrilego assassino; e ciò avviene. Se non che il tempio di
S. Sisto, profanato dall' effusione di umano sangue, vien chiuso ;
non lo si riconsacra a norma del rito ; lo si abbandona a rovina.
Un lembo di muraglia egregiamente frescata colle imagini di
san Giovanni, san Sebastiano e Maria Vergine adorante Gesù
fu trasferito nella chiesa parochiale di Cavacurta, e nella chiesa
di S. Rocco dello stesso luogo ebbe collocamento pure un altro
fresco della Vergine del Rosario, san Rocco e san Fermo.
Alla comunità dei servi di Maria non poteva negare più
tardi speciali onori il sovrano delle Spagne, che in persona di
Carlo V, fatto signore di Lombardia, ai religiosi di Cavacurta
dava il privilegio d'acquisto di quanti beni stabili loro piacesse
(24 settembre 1541); e codesto privilegio era loro successiva-
mente riaffermato da Filippo II (8 aprile 1564).
Nel chiostro servita di Cavacurta risiedette più volte il beato
Angelo Porro, uno tra i luminari dell'ordine e nobile di Mi-
lano, dove morì (23 ottobre 1506). Quel sant'uomo, miracolo
di carità e di penitenza, soleva ritrarsi in frequente solitudine,
e non pochi de' suoi confratelli, sinistramente interpetrando
quel suo appartarsi, mormoravano che a ciò importasse la brama
di vagheggiare le villanelle passanti. Il perchè non si ristettero
dal partecipare il sospetto al generale dell' ordine, venuto a caso
nel loro convento. Il superiore fece spiare il padre Angelo,
e con profondo stupore questi fu trovato in estasi, pregante
nello spazio, al di sopra del suolo, presso una siepe di rose co-
lorite e fragranti, quantunque la neve ricoprisse la terra....
Cosi narra la tradizione, che è uno degli elementi coi quali
pure dobbiamo fare i conti; ed a ricordare il fatto sorse una
modesta cappellina, su cui fu dipinto il devoto fraticello im-
paradisato dalla apparizione della Vergine, in omaggio dei cui
dolori vestono i serviti il bruno saio.
Non minore di fama sorgeva e svolgevasi sullo scorcio del
secolo XV il convento di S. Maria delle Grazie, di famiglia
NEIuL A . CRONACA E NELLA STORIA
293
francescana osservante, sopra un promontorio, in terra di Maleo,
poco lungi da Gera.
Asserisce qualche antico cronista che su quell'area stessa
s'ergesse antecedentemente un altro chiostro vetusto; e se questo
è, non è possibile attribuire la fondazione del convento france^
scano al voto di prole bramata dai coniugi Galeotto Bevilacqua
ed Antonia Pallavicini. Indubbia anche il Monti che i Bevi-
lacqua ergessero il chiostro interamente a proprie spese e questo
dubbio ha una nitida giustificazione nell'opera più volte citata
del Frizzi, che descrive tutti i fasti dei Bevilacqua; ed aggiunge
il Monti che non nel 1496 come scrissero alcuni, ma dieci
anni prima — come riportano i padri minoriti Francesco Gon-
zaga e Luca Wading — sia da determinarsi la fondazione ac-
cennata. Questo, del resto, è evidente poiché la data della morte
di Galeotto è del i486.
Comunque fosse, celebre di religiosità era già da tempo quel
luogo, perchè la sua tradizione accennava ad un pozzo tauma-
turgico che sarebbevi stato aperto da Bernardino da Siena;
al quale pozzo non dava accesso una porta comune, ma un giro
d'alberi piantati attorno alla chiesa dal santo, che nel cenobio
attiguo dimorò coi discepoli Giovanni da Capistrano e Giacomo
della Marca. E il popolo per divozione somma traeva in con-
spetto del santo ; al quale così crebbe in breve da vivo e seguì
morto (1444) il culto affettuoso, che da per tutto si moltipli-
carono imagini e altari di lui; e nel giorno a lui dedicato, al
pozzo di S. Maria delle Grazie accorrevano i fedeli, bramosi
di attingervi e di portar seco a soddisfacimento di fede quel-
l'acqua mirabile.
Ma, per quanto a quel luogo traesse la devozione generale,
^lon può dirsi che colà esistesse un vero e proprio cenobio
congiunto alla chiesa; sì bene era quello un punto di peregri-
naggio a quanti onoravano non solo il celite futuro, ma altresì
l' uomo che nel suo mandato incardinava la pacificazione degli
animi, provvidenza suprema in quei giorni torbidi di sangue
fraterno. Così, fu il vicario generale dei minori osservanti Fran-
cesco Trivulzio da Milano che, ottenendo da papa Innocenzo Vili
la facoltà di erigere cinque conventi dell'ordine suo in provincia
milanese, uno di essi volle collocato fra Maleo e Pizzigliettone
594
CODOGNO E IL SUO TERRITORIO
nel luogo illustrato dal santo di Siena (21 dicembre 1486). E
zelando il padre Raffaele da Novara, nelle sue prediche a Piz-
zighettone, la fondazione della desiderata casa religiosa, quella
comunità ne espresse formale istanza al capitolo generale minorità
tenutosi in Milano, ed i consiglieri del comune dichiararonsi
pronti a sovvenzioni ingenti, compresa quella di trentadue mila
pietre per la costruzione (i e 4 gennaio 1490). Furono acqui-
stati fra Maleo e Gera gli opportuni terreni; le offerte si
moltiplicarono, e le più cospicue fra esse furono quelle di Elena
de' Pezandri di Maleo, vedova di Pietro Antonio Cipello ; di
Margherita de Vernari, vedova di Lancellotto di Grumello , e
quella annuale di Carlo Fiesco, feudatario di Castione.
a S. Maria delle Grazie ; ma da un insieme di prove risulta
certo che nel 1495 essi vi fossero già stabiliti, quantunque non
fosse intieramente finita la fabbrica. Lorenzo Monti narra d'aver
visto all'epoca della soppressione del convento (8 giugno 1805),
sulla sua torre, una campana di forma stranamente allungata,
di timbro squillante, adornata di lettere semigotiche, e recante
nella epigrafe il 1496 per data della fusione.
Fu larga la pietà dei fedeli nello arricchire il chiostro; ed
insigni esemplari di religione anche quivi collocò la leggenda.
Un padre Antonio da Monza vi morì in odore di santità; si
disse che il suo transito da questa vita fosse accompagnato
dallo spontaneo squillo dei bronzi consacrati (26 marzo 1495)»
e di lui come letterato tessè fervido elogio Filippo Argelati
Poi un padre Arcangelo da Treviglio e un frate Francesco da Piz-
zighettone, il primo pergamista eccellente, umile infermiere laico
il secondo, lasciarono ricordo per virtù d* opere d'essere molto
innanzi nella grazia divina. Tutti tre dormirono l'ultimo sonno
per tre secoli nel loro convento ; ed alla soppressione di questo,
composte le loro reliquie, furono richieste dagli osservanti di
Lodi, affinchè presso di loro fossero conservate ad edificazione
dei divoti.
NELLA CRONACA E NELLA STORIA
NOTE AL CAPO XXVI.
^ Giovanni Cortemiglia Pisani - Memorie storiche del basso Lodigiano.
^Giovanni Mabili^O'n - Musa^um ilalieum. Il Mabillon visse dal 1632
al 1707.
Lorenzo Monti - Ahnanacco codognese pel 18 19.
* Questo ritratto di Scaramuzza Trivulzio è tolto da una medaglia esi-
stente nel museo trivultino milanese. Al rovescio della medaglia sta
l'allegoria della Prudenza, col motto « H^^c sola dominatur ».
^ Il Monti riporta la seguente epigrafe in marmo bianco, da lui letta
nell'abazia (1819) :
VIATOR . SCARAMVTIA . TRIVVLTIVS . ANN . XXXIII . ET . SOSPES . ANT . EPI-
SCOPO . ASTENSI . ABATIAM . HANC . CESSIT . NE . MIRERIS . TANTVM . FRA-
TERNA . CARITAS . POTUIT . MDVI .
* E dal Cortemiglia Pisani a larghe mani attinsero alcuni monografisti.
' Nel 1619 il convento dell' Ospitaletto aveva da dodici a quattordici
mila scudi d'entrata annua.
Arcangelo Giani - Annali dell' ordine dei Servi di Maria Vergine.
^ Lorenzo Monti - Almanacco codognese pel 1820.
Filippo Argelati - Storia letteraria topografica di Milano.
CAPO XXVII.
I nuovi feudi terrieri — I Mola — I Lampugnani — I Bossi — I Fagnani
— I Trivulzi — Il riesco — I Pallavicini — Gli Arcelli.
storico al sopravvenire delle età moderne. Essa esiste tuttavia,
sebbene per parecchi rami discesa e distinta.
Nel secolo XII troviamo segnato il nome dei Mola sulle carte
terriere. Amizone e Corborano di essi risultano per publiche
tavole autori di ampie investiture dei loro beni su larga zona
del Lodigiano (23 febbraio 1146); un prete Mola, non meglio
qualificato, appare teste al famoso atto livellano d'un fondo e
vigna in Codogno, concessi dal vescovo ai Rigizani (gennaio
II 53); Enchelesco Mola, di legge romana, vende un bosco in
Monticelli a Lanfranco de' Tresseni (1155); Decembrio Mola
risulta proprietario di terre codognesi (24 ottobre 1166); ed
Ottobello Mola fu tra coloro che fecer sacramento di non ven-
dere o donare proprietà stabili a chi non fosse diocesano di
Lodi, quando il pericolo della prepotenza milanese preoccu-
pava lo spirito municipale lodigiano (1188).
FILAVA tra le casate illustri di Codogno anche quella
dei Mola; la quale — per meritata eccezione —
non subì la sorte delle altre famiglie potenti con-
temporanee sue, dileguatesi dal nostro orizzonte
CODOGNO E IL SUO TERRITORIO
297
Non si può, quindi, dire dei nobili Mola essere la lor fama
« nel te'mpo nascosa »; e ch'essi fosser famiglia cospicua lo
prova che un di loro, Lorenzo, nel nuovo tempio maggiore di
Codogno volle, come i Trivulzi, erigere la propria
cappella gentilizia, ornandola di stemma ^ , e scol-
pire il suo nome sui trittici della beneficenza,
legando un podere passato nei tempi colla deno-
minazione evidente di cascina dei Poveri (1530).
A noi^ pertanto, importa il solo accenno che
un Giacomo Mola di Codogno, cancelliere del ca-
pitano Nicolò Piccinino, fu investito dal duca Fi- Mola.
lippo Maria Visconte del feudo di Casalpusterlengo e di Catterà ^
Un passo di Bernardino Corio farebbe credere che un capi-
tano imolese, pure per nome Ciacomo^, fosse investito del dritto
feudale su Casalpusterlengo , e che strenuamente il difendesse
(1447), come narrammo al capo XXV.
Comunque, le determinazioni cronologiche esatte si hanno
dal giorno in cui Francesco Sforza, entrando festosamente in
Milano e salutatone duca, ricompensava tra i suoi fautori i
Lampugnani coli' insignorirli di Casalpusterlengo.
Anche i Lampugnani — cui non mancò il cortigiano ossequio
dei mitologici incunabuli — si partirono in linee parecchie; così
che, mentre la stirpe primigenia ristette nella città madre, Mi-
lano, ivi crescendo in potere e in onori, le mi-
nori branche si estesero nelle regioni finitime, per
acquisti, per donazioni e per investiture.
Ferdinando Ughelli * fa onorevole menzione di
due arcivescovi ambrosiani di quella famiglia:
Andrea (899-905) e Filippo (11 96-1 206); ed i
Lampugnani figurano nella matricola compilata da
Ottone Visconte, arcivescovo, dei nobili con di-
Lampugnani.
ritto alla cappa rossa ed al cappuccio da cardinal milanese,
insieme ad altri patrizi fra i quali i Bossi, i Casati, i Fagnani,
i Litta, i Pusterla, i Trivulzi (1277), delle quali prosapie man-
tengono ricordanza le nostre terre.
Non per questo essi nobili dispettavano l'onorato blasone-
prodotto dal lavoro ; tanto che coi Borromei, i Bossi, i Fagnani,
298
CODOGNO E IL SUO TERRITORIO
i Litta , esercitavano la mercatura anche i Lampugnani ; non
risparmiati, del resto, dalla truce politica che aveva fatto del
loro Oldrado il complice necessario nelle iniquità di Filippo
Maria Visconte, e del loro Andrea un vindice, pugnalatore di
Galeazzo Maria Sforza (1476).
Eppure fu appunto lo sguardo degli Sforza che su quella
famiglia si fissò grandemente benevolo. Il duca Francesco con-
feriva a Gian Giorgio I ed a Francesco Lampugnani di Gio-
vanni il feudo onorifico, nobile e gentile di Casalpusterlengo,
cioè il castello, la torre, i dazi e le immunità; essi diedero
giuramento (20 marzo 1450) e la consegna fu eseguita con atto
del cancelliere Cicco Simonetta (13 giugno).
Nè erano nuovi alle nostre terre i Lampugnani, perchè in
persona d'Ambrogio e figli risultavano livellari in Orio e vici-
nanze del capitolo catedralita di Lodi (28 novetnbre 1375), di
beni che tennero fino al cadere del XV secolo ; ed in Orio
pure ebbero proprietà di immobili ^.
. * .
Cara al principe ed agli amministrati, la casa dei Lampugnani
tenne il feudo casalese fino alla morte di Gian Giorgio, ancor
fanciullo ed ultimo di essa (1655).
Un Giorgio Lampugnano, dei feudatari di Casale, fu mastro
di campo imperiale sotto Bologna, della qual città poi venne
eletto governatore a nome del papa. Carlo V confermava ai
Lampugnani il feudo (11 marzo 1546); e Filippo IV re di
Spagna li insigniva di titolo marchionale (verso la metà del
secolo XVII).
I casalesi ebbero dalla loro casa feudale quei modesti ma
sicuri benefizi che compendiano le virtù d'una signoria in quei
tempi. Permanevano i Lampugnani nel loro dominio, respin-
gendo il costume dei moltissimi signori coevi, in assenza con-
tinua dalle loro terre; aiutavano del proprio lo sviluppo dei
commerci paesani, e, tra l'altro, eressero un ampio porticato
pel mercato del lino; devolvevano donazioni e legati a prò di
povere nubende, di opere ospitaliere e di quanto avesse tratto
a sollievo di publiche miserie; in somma, informavano i loro
atti a quello spirito di umanità ch'era così raro in quei secoli
ed in quei dominanti.
NELLA CRONACA E NELLA STORIA
299
^ La sovranità loro in Casale comprova, quindi, una volta di
più l'apparente paradosso e l'effettiva equità della sentenza di
Francesco Guicciardini : « Felici le famiglie che non hanna
storia ! » ; volendo con ciò significare che tanto più alte stanno
nella considerazione e nella riconoscenza dei posteri quelle che
seppero dedicare le forze dell'antica potenza non già ad eventi
clamorosi e feroci, ma sì invece ad opere buone, modeste e
durature.
Accanto alla gente Lampugnana deve collocarsi la non meno
patrizia ed illustre dei Bossi. La mitologia araldica colla com-
piacente fantasia de' suoi cultori la vorrebbe inclita prole di
Inaco, di Cecrope, se non forse d'Iside e d'Osiride. Il Boccalini
ne trova in Milano una branca sincrona di Antonino Pio im-
peratore ; ma Federico Odorici ^ — riferendosi alla Cronaca di
Donato Bossi — cita un Matteo esistente verso il 1137 quale gius-
dicente in alcune terre di Lombardia, particolarmente in Lodi.
Di essi un capostipite seriamente indicato da un atto del-
l'abiatico Vassallino, notaro milanese (13 marzo 1337), è Ar-
noldo da Milano. Da lui Rabalio, capolinea dei
conti di Azzate (verso il 1290); Simone, e Gia-
como o Giacomino, il quale salì per sè e discendenti
suoi alla dignità di conte palatino, e si spense
eminente dignitario alla corte imperiale di Carlo IV.
Simone, a mezzo del figlio suo Fabricio, pre-
tore in Brescia (1398), fu avo di quel Luigi
il quale, dopo essere stato procuratore di Filippo
Maria Visconte per la condotta del marchese di Mantova
(3 febbraio 1447) e del comune di Milano per stipendiare
lo Sforza (21 agosto), esci da quei tumultuosi avvenimenti
così nelle buone grazie dello Sforza stesso, che questi — se-
condo l'Odorici — lo investiva con dritto di mero e misto im-
perio del feudo di Meleti (i maggio 1452), già a lui ed al
fratel suo Teodoro venduto da Filippo Maria Visconte (22
agosto 1439); asserzione questa che discorda da quella raccolta
da Antonio Frizzi''', per la quale parrebbe che ancora qualche
lustro dopo Meleti non avesse di signoria speciale, così che
^ potesse disporne in liberalità il duca Galeazzo Maria Sforza, e
300
CODOGNO E IL SUO TERRITORIO
concederne territorio e castello al marchese Galeotto Bevilacqua
(20 febbraio 1469). Ma questo è errore del Frizzi, o — per
usare di sue stesse parole altrui riferite — è « massimo ab-
baglio », comune del resto ai non terrieri cronisti, i quali ad
esuberanza confusero Maleo con Meleti, applicando ad entrambi
la medesima espressione grafica di Maleto.
Figlia di Luigi Bossi fu Polissena — che alcuno diede per
una Visconte — vedova in prime nozze di Gian Francesco Pu-
sterla ; la quale rannodò a sè il ramo di Giacomino Bossi, avendo
sposato Matteo, figlio a Giovanni e diretto discendente di Ar-
noldo. Matteo e Polissena ebbero conferma ducale del feudo di
Meleti (8 gennaio 1485).
Sulla linea stessa della casata dei Lampugnani può collocarsi
quella dei Fagnani. Milanesi anch'essi, anch'essi nobili mercanti,
con un'anima a palazzo ed una nel santuario , i
Fagnani furon tenuti sempre tra gli ottimati della
metropoli lombarda, e di là i talloni di quell'an-
tico ceppo si trapiantarono altrove, creando alberi
nuovi e rigogliosi ; quello, ad esempio di Brescia,
il quale può rivendicare alla persona del conte
Antonio la collaborazione ad una delle più fulgide
AGNAM. pagine di storia patria scritta dagli insorti del 1848.
Noi ci dilunghiamo in una genealogia di questa famiglia
— che pur vanta fasti storici e scientifici e letterari — nella
speciale considerazione che essa nei rapporti della cronaca
nostra rappresenta un breve periodo non investito di grande
importanza. Basti ripetere che da Filippo Maria Visconte Gio-
vanni e Mafifiolo, nobili milanesi di questa stirpe, furono inve-
stiti per sè e discendenti maschi legittimi del luogo e della terra
di Codogno, con dritti e pertinenze relativi, con separazione da
Lodi, attribuzione di mero e misto imperio e potestà di spada,
giusta le dichiarazioni ducali in rogito di Lorenzo Martignàni,
notaro di Milano (14 ottobre 1441).
Per nove anni risultano signori di Codogno i fratelli Fagnani;.
e infatti essi vendono e castello e terra e beni e dritti sul luogo
a Giacomo, Pietro e Antonio, figli di Gian Giacomo Trivulzio,
cittadini di Milano e loro consanguinei, avendo costoro avuta per
NELLA CRONACA E NELLA STORIA
madre una Antonia dei Fagnani. Francesco Sforza presta il suo
consenso alla vendita, com'è riportato nell' istromento di Mel-
chiorre Da Gradi, notaro milanese (22 dicembre 1450); ma solo
due anni dopo, per istromento di Cicco Simonetta, il duca
conferma la separazione da Lodi del comune di Codogno eretto
in borgo (21 aprile 1453).
Per questo fatto fecero gli avi nostri, e feste ed allegrezze,
coi criteri moderni certo poco spiegabili perchè si trattava solo
di mutar padrone. Ma così era il genio italico di quei dì, noncu-
rante le stranie arpie pronte a calare sulle nostre fiorite pendici,
e tutto struggentesi in quella universa gualdana attraverso la
quale trascorreva ebro il paese, prono ad alte voluttà, non so-
gnante che cimieri lucenti, che piume svolazzanti, che gemme
e gonne, liuti e ribebe.
Come Tape iblea di Teocrito — la quale, dipartitasi sull'alba
dall'arnia, si posa sui fiori più lontani e via via trasvolando
torna verso l'alveare, tesoreggiando il nettare sulle più propinque
corolle — così ci siam condotti nello esporre a larghi circoli
concentrici quei tratti di antica cronaca patrizia, ch'ebbe vita
nelle nostre plaghe. Abbiamo seguite le varie ed illustri casate,
sfiorandone le fisionomie nella loro deduzione fra noi ad opera
degli imperatori p degli ordinari laudensi o degli arcivescovi e
duchi di Milano; le abbiamo studiate — compatibilmente colla
scarsa critica dei tempi caliginosi — nella loro sfera di efficienza
feudale dalle sponde dell'Adda a quelle del Lambro fino alle
bassure padane; e gradatamente ci siamo avvicinati al nostro
fuoco irraggiante, cioè a dire a Codogno nostro, dove principia
ad affermarsi ed a svolgersi la possanza dei Trivulzi.
Le prime memorie di questa stirpe milanese — il cui nome
suonò alto nelle imprese guerresche del secolo XVI — vengono
date dalla Borgogna. Al che contraddice il Litta^, sulla consi-
derazione che, se i Trivulzi originassero da ceppo borgognone,
avrebbero dovuto naturalmente seguire la legge salica e non
la longobarda, come invece la seguirono un Regifredo da
Ingone da Trivulzio (941) e un Ingone da Ingelramo (loii),
i quali si ha ragione di credere realmente ascendenti della
\ famiglia.
302
CODOGNO E IL SUO TERRITORIO
Sulla denominazione trivultina le consuete bizzarrie degli eti-
mologisti si divisero nelle più contrarie opinioni : la si vuole
derivare dai « tre volti » o dai « tre vichi » o da altro. Certo
é che fin dai suoi prolegomeni questa fu casata celebrata ed
illustre. Parecchi Trivulzi si diedero alle cose di chiesa, e, al
di fuor del papato, salirono alle più alte dignità della gerarchia
<:attolica; altri alle armi ed alle publiche faccende, e compaiono
condottieri generali d'esercito in patria e fuori, e senatori, e
giureconsulti, e prefetti di marche e contadi; posti, insomma,
al vertice della società politica di quei dì.
E indubitato che poco dopo il looo il cognome e la progenie
dei Trivulzi si fossero estesi in vari luoghi di Lombardia, e
basterebbe a provarlo il semplice ricordo di quel Pietro Tri-
volcio che fu tra gli homines di Codogno i quali promettevano
al vescovo lodigiano il persolvimento del fodro, dell' albergarla
e del distretto (1156 o 11 5 7). Il perchè ci pare inopportuno il
soffermarci sulle congetture varie che il Sansovino^, il Giulini
ed altri ancora recano sui primi nomi di questa casata. Se-
guiamo invece le notizie raccolte da Pompeo Litta, che fece
dell'opera sua vero monumento di gloria, non solo alla propria
progenie, ma a tutta la casta che egli, appartenendovi, onorò
collo studio, colla scienza e col patriottismo, ben diverso dal
« giovin signore » di Giuseppe Parini, suo contemporaneo.
E un Ambrogio che il Litta assoda per capostipite dei Tri-
vulzi, assegnandogli per figli Bernardo, membro del consiglio
generale (morto prima del 13 12); Spico, che appartenne al ma-
gistrato cittadino (1302), e Manfredo, collega nell'onorifico uficio
al fratello Bernardo. Da Spico — alla cui discendenza unica-
mente dobbiamo riguardare, come quella che impersona la
signoria codognese — nacque Ambrogio, che fu potestà di Cre-
. mona (1350). Figli di questo furono Ambrogio, difensore della
,republica ambrosiana, Gabriele, Riccardo, Francesco, complici
della uccisione di Giovanni Maria Visconte (141 2), ed Antoniolo,
che fu potestà vogherese (1380). Di costui e di Bianca Lan-
, driani, . nacquero sette figli, tra i quali Gian Giacomo, che fu
padre a Giacomello, Pietro ed Antoniolo, successori dei Fagnani
nel feudo di Codogno.
NELLA CRONACA E NELLA STORIA
Presentemente è solo di Antoniolo di cui dev' esser fatta pa-
rola, chè dalle nozze con Franceschina Aicardi Visconte egli
ebbe a figliuoli Gian Giacomo, il gran maresciallo di Francia;
Ranieri o Renato, capo dei signori di Formigara, e Gian Fermo,
secondogenito, ammogliato con una Masino di Valperga, che
lo fece padre di sei figli: Antonio, Giorgio, Scaramuzza, Ales-
sandro, Gerolamo Teodoro e Maddalena.
. *
Da questo punto — specialmente pel gran fascio di potenza
irraggiato dalla luminosa figura di Gian Giacomo « che non
conobbe mai posa » — incomincia per noi lo stretto obbligo
di particolareggiare intorno ai nomi della gente trivulziana,
poiché essi rappresentano gran parte nelle vicende del luogo.
Ed Antonio fu prelato insigne della diocesi di Cremona ; Giorgio,
duce dei cavalieri sotto Luigi XII e feudatario di Melzo (1500)
di cui fu poi fatto marchese (1504); Scaramuzza, ecclesiastico,
di cui parlammo già abbondevolmente nell'antecedente capo;
Alessandro, capitano di Francia, ucciso da un colpo di mo-
schetto presso Parma (1521); Gerolamo Teodoro, uno dei duci
più rapaci ed efferati del re cristianissimo; e Maddalena ava di
Nicola Sfondrati cremonese, poi papa Gregorio XIV.
In Cesare, figliuol naturale e vescovo coadiutore di Como;
in Gian Fermo, di cui a suo tempo ampiamente diremo; in
Margherita, entrata a marito nei della Somaglia, e in Elisabetta
Ippolita che prese il velo, si dirama la discendenza di Giorgio,
marito di Caterina Trivulzio, figlia d'Agostino e di Susanna
Borri, la bellissima creatura che, violentemente baciata in pu-
blico da un uficiale francese, per comando dello zio Gian Gia-
como vide cader mozzo il capo dell'audace vagheggino.
Assai frondoso fu il ramo collaterale da Gerolamo Teodoro,
patrialcalmente genitore di dieci figliuoli, fra cui a segnalarsi
Catalano, cessionario dello zio Scaramuzza dell'abazia di S. Ste-
fano al Corno; l'altro Scaramuzza, pure abate di S. Stefano;
Gian Giacomo Teodoro, uno de' pochi feudatari lombardi giu-
rati in fedeltà a Pier Luigi Farnese, pei possessi tenuti al di
là del Po, e dal quale originarono molti anni dopo i rapporti
dei Trivulzi colla nobile casa Gallio e col marchesato di Maleo ;
ed infine Giorgio, colonnello di Carlo V e condottiero dei ve-
304
CODOGNO E IL SUO TERRITORIO
neziani (1577), marito in seconde nozze di quella Deianira
Comnena, figlia del macedone Costantino, morta in Codogno
(1572), dove aleggia tuttavia il ricordo delle sue opere buone
e della sua pietà.
Nel rapido accenno alle famiglie più illustri che stabilirono
fra noi la loro signoria, precipuamente nel secolo XV, non è
chi non veda quale e quanta potenza spiegassero
i Trivulzi. Prima soldati pel re francese, poi di
Spagna vittoriosa, alternarono con lunga vicenda
alle buone anche le tristi azioni; stessero, con
novissimo esempio, capi di eserciti stranieri, o
consiedessero nei supremi consigli del governo
civile e della chiesa, essi non furono sufficienti
politici per far dimenticare i loro fasti di capitani
di ventura, e non abbastanza cardinali o vescovi per istrapparsi
ai ricchi ozi loro apprestati dalla splendida vita di feudatari
lombardi.
Oggi di quella loro smisurata potenza non restano che i do-
cumenti consegnati ai loro archivi*^, e la esposizione araldica
della titolare sequenza Ma vuoisi per giustizia soggiungere
che il nome dei Trivulzi non è sinistramente pervenuto alla mo-
dernità. Delle opere loro — relativamente umane — queste terre
in giorni bui furono largamente beneficate; e se venne il mo-
mento in cui i padri nostri vollero tenacemente e perspicace-
mente seppero infrangere il vincolo del feudo, ciò non fu per
odio di feroci tirannie qui rimaste ignote, ma sì per quella
indomabile aspirazione £11' indipendenza che fiorisce dove la
operosità e le energie private e publiche sono condotte di loro
natura a spezzare qualunque giogo fiscale.
Colpisce gli studiosi di patrie memorie un fatto nuovo nella
economia generale della cronaca nostra-, ed è la subitanea com-
parsa fra i signori feudali lombardi della eccelsa stirpe ligustica
dei Fieschi. Non che il nome e le gesta ne riescissero nuove
ai subbietti del ducato, perocché e sotto Luchino e sotto Fi-
lippo Maria dei Visconti — quando sui galeoni genovesi velet-
tava il vessillo del serpe — alcuni Fieschi di Genova perfunsero
NELLA CRONACA E NELLA STORIA
cospicui * ufizi di milizia. Restava, ciò non di meno, fuor dal
comune il vederli elevati a dignità di feudatari appunto di terre
che — come Castelnuovo Bocca d'Adda e Castione, onde si
tratta — potevano giustamente classificarsi tra i luoghi più mu-
niti e più forti dello stato
Ben è vero che casa Fiesca, capeggiando la fazione guelfa
in Genova sua, s'era volta a volta schierata avversa agli ultimi
Visconti ed ai primi Sforza. Ma forse allor quando il re fran-
cese, ridotto in suo potere il Genovesato, peggiorò il servaggio
di S. Giorgio, fra i due mali i Fieschi scelsero il minore, e,
seguendo le sorti dei loro amici ed alleati in tirannia — i
San Severino, i Rossi, i dal Verme — che avevano pattuita la
pace cogli Sforza, anch'essi si riavvicinarono ai signori di Mi-
lano, e riebbero, tra l'altro, quel potente marchesato di Borgo
Taro di cui Luca, loro antenato e conte di Lavagna, era stato
investito, da Giovanni XXIII, non ancora deposto dal soglio
pontificio. Nè gli Sforza vollero appagarli con quella sola rein-
tegrazione; bensì a Carlo Fiesco venne fatta la investitura di
Castelnuovo (1477), e, per sua rinuncia a questo feudo, quella
di Castione (27 ottobre 1478).
Castelnuovo toccò al cavalier di Pavia Filippo degli Eustacchi,
già castellano di porta Giovia; il quale — a quanto afferma
Alessandro Riccardi — aveva grandemente bonificato la zona
di terreno da Sant'Andrea ai confini del Pavese, afiìttatagli dal
monastero di S. Cristina (1452-1461)^*. Il che prova come
anche i belligeri castellani d'allora rassomigliassero in parte al
leggendario Cincinnato, con pari vigoria impugnante la spada
e spingente il vomere nei solchi.
Nei tranquilli silenzi di questi luoghi, trovò il Fiesco quella
pace e quella operosità che lo additarono all' affetto dei subbietti, e
lo compensarono dei giorni torbidi e amari nella sua città nativa.
Colà egli — cogli Spinola, coi Doria, coi Grimaldi — era
passato attraverso tumulti e stragi, sotto le insegne degli odi
domestici, senza numero e misura. Cooperando a fare e rifare
più volte il governo cittadino, coi Fieschi, coi Grimaldi, coi
Fregosi, lottavano i guelfi contro i ghibellini guidati dai Doria,
\ dagli Spinola, dagli Adorni; e il forte del Castelletto, già di-
Codogno e il suo territorio, ecc. — /. 20
3o6
codlOGNo e il suo territorio
strutto, veniva riedificato a terrore del popolo, e la guerra civile
latente, palese perdurava e immaneva.
Dopo tanto fragore mavorzio, si spiegano le georgiche calme
del fiero ligure, isolatosi sulle sponde dell'Adda. Piacendogli
il dolce soggiorno ampliò i suoi possedimenti; della propria
pecunia fu largo al comune nei suoi bisogni; contribuì alla
erezione del tempio dell'Incoronata in Castione e del convento
francescano di S. Maria delle Grazie presso Maleo, dei quali
volle pur ricordarsi nel suo atto testamentario (i8 luglio 1504);
concesse a quei di Castione di redimere la terra dal dazio
d'imbottato, e si ha ragione di credere che morisse nella be-
nedizione degli uomini.
Essendo improle egli chiamò eredi universali i nepoti suoi
— figli di sua sorella Caterina — Galeazzo, Antonio Maria e
Cristoforo Pallavicini, marchesi di Busseto; i quali, per appia-
nare ogni controversia colla ducal camera a proposito della
loro successione, dovettero pagare quattro mila ducati.
I nuovi signori di Castione — che lo tennero per circa set-
tant'anni — appartenevano ad un genere signoriale che indub-
biamente eccelleva sopra ogni altro in quei dì. Famiglia più
che regionale italiana, la Pallavicina vide tutte le linee prove-
nienti dal suo Oberto — successo ad Umberto il
salico nella marca di Toscana (953), poi creato
conte di palazzo da Ottone I — svolgersi e dif-
fondersi anche fuori della penisola. Oltre alcuni
rami che difficilmente si possono sceverare nelle
tenebrie dell'evo, quattro ben distinte e cospicue
casate si dipartono da un medesimo tronco, se-
condo gli esegeti della storia, e cioè dai quattro
figliuoli di Oberto: da Adalberto, i Pelavicini o Pallavicini; da
Oberto, gli Estensi ed i duchi di Brunswich, da Oberto Obizzo
o Alberto, i Malaspina; da Alberto o Anselmo, i marchesi di
Massa; e tutti avrebbero primordialmente professata legge lon-
gobarda
I Pallavicini dominarono nella Garfagnana, nell'Emilia, nella
Lombardia, nella Liguria, nel Piemonte, nel Veneto; sulle due
sponde del Po velettava la loro scettrata e gladiata impresa d'arme
NELLA CRONACA E NELLA STORIA
all'aquila imperiale ; e, mentre nel preappennino parmense e
piacentino lo stato dei Pallavicini — cuneo formidabile tra i Rossi
e gli Scoti — discendeva intercluso dal Taro e dalla Chiavenna al
Po, sulla sinistra del massimo fiume essi continuavano le loro dira-
mazioni feudali fino a toccare i termini gelosamente tenuti dalla
formidabile republica di S. Marco. Busseto, matrice di quella
potenza, andò a* suoi dì famosa in Italia come sede di corte fiorita.
Pei colli e pei piani — figli giganteschi di reciproche invidie,
di paurose gelosie — crescevano nuovi baluardi di confinanti
feudatari. Così gli Arcelli — propagine chiara della stirpe
de' Fontanesi, e nell'armi prominenti — possedendo nel Pia-
centino cispadano, guardavano in cagnesco la potenza dei vicini
Gavazzi della Somaglia, la quale, lenta ma sicura, piantava sue
radici fino a toccare Guardamiglio. A fronteggiarla, erigevano
gli Arcelli il castellare di Minuta, che alcuni vogliono identi-
ficato — come abbiam detto fin dalle prime pagine nostre —
neir odierno Berghente.
Gli Arcelli — cari ai duchi di Milano — ■ allargarono le loro
proprietà sul suolo lombardo, e da un autografo di Galeazzo
Maria Sforza elice che questi investiva della terra di Villambrera
(presso Panilo), già confiscata a Cristoforo Trecchi (1470), An-
tonietto Arcelli « egregio ed insigne cavaliere aurato di Pia-
cenza, e camerario dilettissimo » del duca (7 maggio 1473)
Di essi un Leone, cavaliere di speroni d'oro, ebbe molti
onori da re Carlo Vili , e tornato dal capitanato di Bologna ,
fabbricò a Minuta una chiesa alla Vergine Consolatrice
3o8
CODOGNO E IL SUO TERRITORIO
NOTE AL CAPO XXVII.
^ La cappella, dedicata a Maria Vergine ed ai santi Giovanni Battista,
Lorenzo e Genesio, era in origine quella del Rosario, proprio di fronte
alla trivultina, e fu dei Mola fino al 1690, anno nel quale fu trasportata
la proprietà e la dedicazione nella propinqua cappella a destra. Questa
conserva tuttavia nel cimazio lo stemma, agalmonico, eguale a quello della
pietra funeraria reperta nei recenti scavi del castello di Codogno ed ivi
murata all'entrata delle carceri mandamentali, già destinata al sepolcro
fatto costrurre — come dice l'iscrizione — sibi et suis da Lorenzo Mola (1520).
^ Lorenzo Monti accenna il diploma di Filippo Maria Visconte, esistente
nella biblioteca Ambrosiana, ma difettivo di data. Con quel diploma il
consigliere ducale Corradino dei Capitani Vimercati era delegato a ricevere
la rinuncia di Casale e di Gattera da Giovanni del fu Stefano Federici
detto il Todeschino, per investirne il nobile codognese.
^ E costui sarebbe sempre detto Giacomo d' Imola. A chi ben osserva
la somiglianza tra i due nomi Giacomo dei Mola e Giacomo da Imola, non
può forse nascere il dubbio che i due presunti feudatari siano una sola
persona, confusa nelle memorie per errore di amanuensi?
Quanto alla successiva investitura di Casalpusterlengo e Gattera nel
conte di Carmagnola, ciò non può persuadere di una soluzione di con-
tinuità di potere nei Mola, in quanto che il Carmagnola fu solo investito
dei beni che in Casale e in Gattera appartenevano ai fratelli Cattaneo ed
a Bartolomeo Cadamosto (20 maggio 142 1).
* Ferdinando Ughelli - Italia sacra. Lorenzo Monti infirma quest'as-
serzione deirUghelli, e riconoscendo quale antistite milanese il secondo
Lampu guano, nega lo sia stato il primo, dichiarandolo d'alto lignaggio,
in concordia con altri che lo affermano essere stato dei da Carcano.
Alessandro Riccardi - Archivio storico lodigiano.
^ Federico Odorici - Famiglie celebri italiane , in continuazione del-
l'opera di Pompeo Litta.
^ Antonio Frizzi - Memorie storiche della nobile famiglia Bevilacqua.
^ Pompeo Litta Biumi - Famiglie celebri italiane.
^ Francesco Sanso vino - Dell' origine delle case illustri d^ Italia.
Giorgio Giulini - Memorie della città e della campagna di Milatto.
NELLA CRONACA E NELLA STORIA
" Questi archivi trivulziani rimasero vietati per noi, quantunque avessimo
fatto appello alla sperata cortesia del loro reggitore perchè ci fosse per-
messo il consultarli. Ci moveva puramente quell' amore del « natio loco »
che fu sempre nostra guida e nostro sostegno, convinti altresì che alle
richieste degli studiosi delle cose patrie non si possa da chi è fidecom-
missario dei documenti autentici allontanarne le indagini e l'esame. Ed è
questo un vero così assoluto e per noi confortevole, che da ogni terra,
vicina o lontana, da ogni biblioteca, da ogni sodalizio scientifico e dalle
autorità civili ed ecclesiastiche ci fu usata la massima liberalità, e trovammo
usci spalancati ed accoglienze onestamente incoraggianti. Per questo ci
duole maggiormente il dover qui inscrivere questa non lieta eccezione.
Anche questo stemma dei Trivulzi è dato secondo l' ultima sua espres-
sione , essendo costituito in origine dei soli sei pali verdi e oro ,* colori
generalmente ghibellini,, quantunque — afferma il Litta — i Trivulzi ab-
biano più sovente seguita la parte guelfa. Fu il cardinale Gian Giacomo
Teodoro che riunì le diverse imprese de' suoi ascendenti e ne formò lo
stemma presente (1622).
Però havvi nota in un codice estense che afferma aver Galeazzo
Maria Sforza, per timor dei veneziani, fatto radere le cortine della rocca
di Castione (1470).
^* Nella carta bolzoniana (1588) è segnata presso Corte Sant'Andrea la
7'ugia vetera domini filipi, che sembra appunto costrutta da questo Fi-
lippo degli Eustacchi.
^"■^ Emilio Seletti - La città di Busseto.
Lo stemma che publichiamo dei Pallavicini esiste sui monumenti fu-
nerari di Cristoforo Pallavicino e di Eleonora Viritella nella chiesa del-
l'Incoronata a Castione.
Archivio dell'ospitai Maggiore di Lodi.
Gian Pietro Crescenzi - Corona della nobiltà d' Italia.
\
CAPO XXVIII.
Le istituzioni ospitaliere — I devoti di Maleo — S. Pietro in Pirolo —
S. Mamerte in Castelnuovo — S. Tomaso in Codogno — S. Alberta
in Castione — I monti di pietà.
EDiciNA e chirurgia erano ancora, al sopraggiunger
della rinascenza, grossolanamente infette di ubbie e
di errori, specie per, le loro referenze all'astrologia,
detta da Giovanni Keplero una pazza figlia di madre
saggia. Pure, arabi ed ebrei in particolar modo avevano già
posta da banda la vanità dei sistemi e felicemente si eran posti
a coltivare l' anatomia con libere e sagaci indagini. In Italia già
Federico II aveva legittimato e sanzionato di cautele l'esercizio
curativo dei malati, ma le delire osservanze a testi e a canoni,
e le fantasie che davan per miracoli le guarigioni di morbi pel
fatto di sacre reliquie o di devoti peregrinaggi, incepparono
ogni scientifico progresso. E così anche questo sapere fu tutto
ridotto ed esercitato da ecclesiastici, e in particolar modo dai
monaci, a cui la cura del ferro e del fuoco — indispensabile ed
anzi unico elemento chirurgico — era interdetta come ereticale.
Ciò non pertanto, quei monaci — nella assoluta mancanza
delle cautele igieniche, nell' imperversare delle pestilenze acque-
tantisi ma incessanti, nel propagarsi di morbi nuovi e scono-
CODOGNO E IL SUO TERRITORIO
sciuti come il vaiolo e la sifilide — furono, se non abili medici,..
pietosi infermieri; e le temporalità terrene non si offrirono più
ad opere esclusivamente ascetiche. Anche la misericordia per
mali fisici entrava, elemento importantissimo, nello sviluppo della
vita sociale; e si arricchirono le case a sollievo degli infermi,
stabilite od esampliate dalla publica compassione. All'ospitale
sempre e di rigore era attigua la chiesa; ma la virtù del cuore
non si accontentava più, come un tempo, di stendere la sua
ala verso il cielo: essa ripiegava l'altra e sotto vi ricoverava le
terrene miserie.
Con testamento rogato da Benedetto de Casti, Nicolò Cipello'
— della nobile ed estesa famiglia di Maleo, il cui nome si
rinviene mesciuto in quei dì ai fasti pacifici della carità — ■:
lascia metà di una sua casa indivisa col fratello Bassiano, per
costrurvi un ospitale, o « la casa della società dei divoti di
Maleo », antica confraternita consueta all'esercizio di provvide
opere ospitaliere.
Come e perchè quel piccolo nosocomio sparve nè Defen-
dente Lodi ^ seppe, nè dissero più recenti scrittori ; ma si ha però
ragione di indurre che venisse soppresso pel fatto che la con-
fraternita di Maleo si fuse con quella della Buona Morte di
Roma, ond'essa era propagine, perdendo così per un carattere
meramente religioso il suo filantropico.
Non soltanto Roma, del resto, bensì anche la assorbente Mi-
lano trovò fra noi tesori fondiari per la sua beneficenza. No-
tammo già al capo XXIII la donazione di Girardolo Pusterla,
a nome di Barnabò Visconte, all'ospitai Maggiore di Milano,
di alcune terre poste a Bertonico, Casalpusterlengo e Monticelli
(23 marzo 1359), e quella dello stesso Visconte all'ospitale pure
milanese di S. Ambrogio d'altri suoi beni in Monticelli, con
diritti di pesca in Adda, di acqua irrigatoria della Muzza e con
giurisdizione feudale.
E l'esempio — venuto dall'alto e ricordanteci l'epigramma
di Giuseppe Giusti sui « tosatori in nome di babbo » — non
' andò perduto pei minori. Lodi, auspice il vescovo Carlo Pal-
lavicino — che ottenne l'assenso apostolico da Pio II (1459) e
da Paolo II (1469) dell' istromento del cancellier suo Stefana
312
CODOGNO E IL SUO TERRITORIO
Brugazzo (21 novembre 1457), a ciò instanti pure i duchi di
Milano — concentrò nel suo ospitai Maggiore gli ospitaletti
sparsi nella diocesi (1466) e i beni fondiari destinati ad opere
pietose, come forse, ad esempio, quelli detti della Carità posse-
duti in territorio di Cavacurta (4 dicembre 1475).
Pel concentramento fra Lodi e le contadinanze lungamente
si agitò contesa; la quale, se giuridicamente è perenta — perchè
r ospitale di Lodi estende il ricetto a tutti i comunali del cir-
condario — non lo sembra del pari nel campo morale, perchè
ognun vede a quali sofferenze, spesso fatali, siano esposti gli
infermi abitanti delle estreme terre del Lodigiano, i quali deb-
bono, per usufruire del dritto ospitaliero pertinente alla loro
comunità, invocare il lontano ausilio del capoluogo Ciò è illo-
gico e, quasi diremmo, disennato ^.
Hanno audacemente asserito alcuni che fin dai tempi della
distruzione della vecchia Lodi sorgeva in Gera un ospitale per
gli infermi. Di esso è solo fatta menzione in un testamento di
Pedraccio Cipelli di Maleo, a rogito Belatrone Carentano (25
luglio 1325); nel quale atto è fatta evidente ricognizione di
quell'ospitale; così come successivamente è in un'investitura
livellarla di tutti i beni e possessi ospitalieri in Giovanni Lisca,
a rogito Bettino da Lodi (14 ottobre 1396).
L'ospizio era retto da un ministro subordinato al vescovo, e
lo prova una sentenza del cancelliere diocesano Valentino, per
la quale — narra il Lodi — sarebbe stata fatta la collazione
del pio luogo a Bassiano Sacco (12 aprile 1448).
Il Ciseri assevera essere stato anche quest' ospitale concentrato
nel Maggiore di Lodi, i cui deputati avrebbero posto un mi-
norità alla custodia della chiesa; e ciò sarebbe provato dalla
diretta ingerenza che i deputati stessi esercitavano per la no-
mina del paroco, ivi istituito staccando quella cura d'anime da
Maleo (18 gennaio 1624)*.
Celebre era l'ospitale ricovero al titolo di S. Mamerte in
Castelnuovo. Ampia memoria se ne rinviene nei citati preziosi
manoscritti del Lodi. Dal nome del titolare sembrò a taluno sia
stato fondato da un advena francese; certo è che, quando il
NELLA CRONACA E NELLA STORIA
vescovo marchese Pallavicino stabilì l' erezione dell' ospitai Mag-
giore, fra i minori che dovevan dare la vita all'erigendo colla
morte propria comprese necessariamente quello di S. Mamerte.
Approvarono e duchi e papi anche questa concentrazione,
ma dall'ultimo lembo tra Adda e Po soffiò vento contrario. Il
ministro dell'ospitale castellano, Tomaso della Pellizzaria, s'era
gagliardamente opposto a quel divisamento, e nè meno voleva
saperne la comunità di Castelnuovo con ragioni sensate. Si fece
lite e lunga e fiera, nella quale intervennero Paolo II e Sisto IV
papi, delegando all'arbitrato il prevosto di S. Giovanni delle
Vigne in Lodi. Ben si comprende che questi fece atto e d'os-
sequio all'ordinario e di interesse per la sua città; pure quei di
Castelnuovo reinterposero appelli e ricorsi, fino a quando tra
le due parti s'addivenne ad un componimento (29 dicembre 1499).
Il pio esercizio dell' ospitalità vigeva ancora a S. Mamerte
quando il canonico Lodi scriveva le sue erudite memorie (1624) ;
l'oratorio, però, vi era stato demolito per ordine di monsignor
Bossi, vescovo di Novara, nella già citata sua visita apostolica;
ma perchè non fosse negletto il culto al santo vescovo di Vienna,
un nuovo altare gli si costrusse in onore nella parochiale del
luogo, allora in restauro (1584).
Nella seconda metà del XV secolo Codogno andava lenta-
mente assurgendo ad importanza ed a svolgimento considerevoli ;
e come vedremo minutamente le molteplici espressioni della sua
novella vita politica ed economica, così accenneremo fin d'ora
che agli altri trionfi anche qui precedette quello di una bene
intesa carità.
Con rogito del notaro Bartolomeo Mola, Tomaso Manfredino
Gibello imponeva ai suoi eredi di costrurre, col reddito del
proprio asse, un ospitale titolato al suo santo patronimico,
l'apostolo Tomaso. Il ricovero doveva avere per intento pre-
cipuo l'ospitalità ai peregrini transeunti, ed il soccorso ai
poveri della comunità, con preferenza ai malati, di pane, me-
dicine e denaro (6 dicembre 1462).
Il Porro, invece, racconta esser stato quattro anni dopo che
Manfredino domandò all'ordinario diocesano di erigere in Co-
dogno un ospizio per gli infermi e pei peregrini. Assentì l'an-
314
CODOGNO E IL SUO TERRITORIO
tistite — • il Pallavicino — anche perchè confortato dalle laute
e munifiche offerte al fine proposte; decretò che il ricetto si
unisse alla chiesa di S. Tomaso; ne volle sopraintendente il
rettore temporaneo di Codogno, e vi prepose un amministratore.
L'ospitale di Manfredino era posto nella odierna contrada
Grande (via Roma) — verso la quale prospicieva la chiesa —
quasi allo svolto della contrada di Fombio (via Garibaldi). Gli
appartenevano due prati, uno detto al Salice, presso San Iorio,
verso il Molino dei Magnani, l'altro detto alla Cazzadora o alla
Lupara, sulla strada della cascina Bellona^. In progresso di
tempo esso pure dovette sparire (1775).
Parte delle sue rendite concorre presentemente a costituire
la ricca dote del nosocomio civico; ma permase il legato Gi-
bello pei poveri, aumentato da altre ragguardevoli donazioni; e
quest' opera pia — già amministrata dalla confraternita della
Trinità, poi dai paroci prò tempore e per legge (3 agosto 1862}
concentrata nella congregazione caritativa — dà soccorsi in de-
naro a cronici e vecchi, assiste fanciulli abbandonati, dispensa
baliatici, presidii ortopedici, medicamenti, doti ed altri sussidi ^
L' antichissimo ospitale di S. Alberto in Castione passò già
ricordato in queste pagine; ed anch'esso cadde per la forzata
fusione nella sede diocesana di tutte le forze pietose ospitaliere.
Un altro ricovero si rese, però, indispensabile in Castione;
non tanto per le condizioni igieniche e demografiche del luogo,
che assiduamente lo richiedevano, quanto per lo zelo religioso
che traducevasi nel fornir cure, tetto ed alimenti alle turbe in
sanrocchino e in cappello conchigliato , pur troppo recanti tra
le pieghe del saio i germi di desolanti epidemie.
Il prete Antonio Manusardo — testando a ministero di Manfredo
Baldrino di Piacenza — assegnava parte della propria abitazione
in alloggio dei romei e d'un custode., che sarebbe stato nomi-
nato dagli eredi suoi, a questi dando incarico di provvedere e
continuare l' instituzione d'un letto ospitaliero (15 marzo 1565).
Ne pare che questo legato disturbasse oltremodo l'erede Francesco
Morone Manusardo, poiché egli, a rogito Giovanni Favallo di
Lodi, destinò la rendita d'un' altra camera affittata a dotare di
biancherie e d'indumenti la benefica dimora (13 dicembre 1595).
NELLA CRONACA E NELLA STORIA
Un Domenico Zeppo, lasciando tutto il suo patrimonio in
retaggio a Maffeo della sua famiglia, fece precetto a lui ed ai
suoi successori in infinito — formula larghissima ed appunto
per ciò generalmente fugace — di allestire altri due letti nel-
r ospizio ; con dichiarazione di un assegno speciale per le spese
occorrenti; le quali, se per avventura venissero meno, avrebbe
allora surrogato gli eredi il Maggior ospitale di Lodi, coli' in-
carico di perfungere l'identico mandato, che in quei letti de-
terminava il diritto al riposo da una a tre notti al più (29
marzo 16 15).
Anche quest'ospitale non è più che una memoria.
Altra affermazione della publica carità — oggi repudiata da una
sana sapienza economica, ma consona allo spirito elemosiniero
e religioso di quell' evo ^ — fu la comparsa dei monti di pietà.
Non deve stupire, innanzi tutto, il valido aiuto dato dalla
chiesa alla fondazione dei monti. Si trattava di soccorrere i
cristiani attanagliati nei momenti di inopia dalle morse usuraie
esercitate dagli ebrei. Costoro, prestando su pegno, se non re-
cidevano dal corpo dei loro debitori una libra di carne — come
lo Schylock shakespeariano — prendevano smisurati interessi sulle
somme mutuate, diventando così ministri di irreparabili rovine.
Però, nè pure l' elemento civile fu estraneo all' incremento dei
monti, e pare anzi ne fosse l' antesignano. Difatti, bisogna porre
gli abitanti di Perugia tra gli apostoli primissimi della pia isti-
tuzione di credito. Misero essi insieme in parecchi una somma
designata al sollievo dei poveri, mercè un piccolo benefizio
esclusivamente consacrato a fronteggiar le spese conservative
dei pegni e delle rispettive restituzioni. Ben presto si apprezzò
degnamente la bontà di quel tentativo di redenzione economica ;
nel campo ecclesiastico i campioni del monte pietoso crebbero
sì che Sisto IV ed Innocenzo Vili papi se ne fecero gagliardi
banditori, e si assistette non molti anni dopo al solenne novero
del nuovo istituto nelle sessioni del concilio tridentino.
Ma vien riconosciuto nella persona di un mite ed umile
francescano l' inspirato e virtuale avvocato di questa carità col-
lettiva : incominciando da Roma (1491) e risalendo di terra in
terra fino alle Alpi, fra Bernardino da Feltre — proselite del
3i6
CODOGNO E IL SUO TERRITORIO
serafico assisiate e poi salito agli onor degli altari — compì a
prò dei monti una vera ed entusiastica crociata; egli salì i più
celebri pulpiti, discese sulle piazze più popolose, dovunque fosse
e sempre patrocinando la costituzione di quella opera miseri-
corde. E la sua non fu la voce nel deserto: uomini di corona,
maggiorenti di comuni, gente di chiesa e persone d'armi l'ascol-
tarono, lo capirono e ne sostennero i postulati con fervida fede
e con speranza ineffabile.
Fra Bernardino vide così spuntare e moltiplicarsi in città, in
oppidi, in castella i predicati monti pietosi, quello compreso di
Codogno nostro, allorché qui — volgendo a Pavia — venne orator
delle missioni particolarmente dirette
a scuotere e ravvivare la fiaccola della
pietà per gli infelici; ed accanto al-
l'apostolato del santo francescano è da
considerarsi in Codogno il concorso
dei primi benefacenti, che furono i
Mola, i Martinenghi, i Bordoni, i
Guasconi, i Barlanfani (1493).
Non è opportuno riandar qui, anche
^^'1' WffI'" sommariamente, i sistemi ed i metodi
svariati pei quali si venne piuttosto
Antonio Ferrari. . ... .... , .
m uno che in altro modo deimeanao
in pratica il concetto filantropico dei monti, di cui in breve
volgere d'anni quasi tutta Europa, nelle più famose città sue,
fu testimone e parte. Secondo qualche statuto l'interesse sulle
somme di prestito era a bassa misura, per alcuno infima, e
per altri il frutto fu soppresso senz'altro; e più bella e più
grande brillò per questa guisa la coscienza dell'umanesimo,
che respinse perfino l' ombra d' un sospetto di venalità nella
mano soccorritrice, e che rifulge in tutto lo splendore anche
nelle disposizioni olografe di un nostro compaesano, Antonio
Ferrari ^. Questi — rinnovando in piena modernità i fasti pie-
tosi dei proavi di quattro secoli prima — istituì il presente
monte di pegni, appunto colla generosa clausola che i pegni
fossero restituiti senza verun gravame d'interessi ove fosser
redenti in un anno (6 luglio 1847).
NELLA CRONACA NELLA STORIA
La semente gettata dal beato Bernardino trovò terreno ac-
concio anche in Castione, dove l'istituzione del monte fu, per
vero, molto ponderata, e venne attuata per decreto vescovile
(23 aprile 1589).
Richiesto da nove laici misericordi, caldeg-gianti il novo isti-
tuto, il vescovo Ludovico Taverna fissò in ottantaquattro capi-
toli la^ regola del monte; dieci deputati l'avrebbero applicata,
sei del luogo di Castione e gli altri quattro delle frazioni di
Biraga, Terranuova, Rovedaro e Fornaci.
Di maggior importanza aifermano i cronachisti fosse quello
di Casalpusterlengo ; ma sorto molto dopo sulle orme di quelli
di Codogno e di Castione. Fu il sacerdote Pompeo Galleano di
Casale, il quale ordinò, nelle sue disposizioni estreme a rogito
Francesco Borsa, che, se pel futuro avesse a sorgere in Casale a
vantaggio dei poveri un monte di pietà, gli scolari dovessero,
per agevolarne l'istituzione, mettere a profitto quella somma
capitale del suo retaggio che loro paresse meglio , con dritto
ad essi di partecipare all'amministrazione (11 maggio 1648).
Poco dopò Carlo Francesco Prino, nel suo testamento a ro-
gito Michel Angelo Magno, obbligava nepoti ed eredi al paga-
mento di lire novecento agli scolari del Sacramento, per l'erezione
del monte (19 gennaio 1650), tosto canonicamente approvata
dal vescovo Vidoni (27 settembre). E il monte fu, eretto nella
maggior piazza, in una casetta dipendente dal castello; al primo
piano della quale la carità sottraeva ai fenatori crudeli i po-
veri, ed al terreno offriva tranquilla sosta ai romei passanti.
Il monte casalese durò fino alla metà di questo secolo, e le
rendite di esso furono devolute dalla congregazione di carità
alla santa opera degli asili infantili, una delle più belle carat-,
teristiche educative, divinata dall'animo nobile di Ferrante Aporti,
gloria del sacerdozio lombardo.
3i8
CODOGNO E IL SUO TERRITORIO
NOTE AL CAPO XXVIII.
^ Defendente Lodi - Manoscritti sugli ospitali lodigiani. Dai quali per
la maggior parte raccolte le note che- seguono. Il canonico Lodi fu stu-
diosissimo di patrie memorie e pregiato autore (1578-1656).
^ L'ospitale Maggiore di Lodi ripete la sua origine da epoca remota.
Vuoisi fosse chiamato domus fratris Facii da un beato di questo nome,
che si rese celebre nella fondazione di congeneri istituti. Il documento
più antico che lo riguarda è una lettera patente di Azzone Visconte (3
agosto 1337), e risulta allora conosciuto sotto il nome di casa dei frati
di S. Spirito, agostiniani, o delld: Carità, simboleggiata nella colomba dal
verde ulivo che tuttora si usa in alcuni nosocomi, e di cui, ad esempio,
sono quasi tutte istoriate le case di Bertonico, appartenenti al massimo
ospitale di Milano. Dopo che all'opera ospitaliera di Lodi — largamente
arricchita — furono unite quelle delle partorienti e dei pazzi, essa assunse
il nome di ospitai Maggiore di Lodi e luoghi pii uniti.
^ Abbiamo sott' occhi una circolare firmata da ben sessanta cittadini di
Castelnuovo, Meleti, Maccastorna, Caselle Laudi, Corno Vecchio, i quali
invitano i loro compaesani ad una adunanza pel 3 ottobre 1897, nell'in-
tento di fondare colle forze unite, un ospitale consorziale.
Notevole in questa circolare le seguenti affermazioni, che collimano
esattamente colle nostre in proposito delle concentrazioni ospitaliere:
« L'esperienza dolorosa che abbiamo dovuto fare ogni giorno e per
lungo volgere d'anni delle difficoltà materiali, del disagio fisico e morale,
del dispendio grave che s'incontrano in questi estremi comuni del circon-
dario di Lodi per cura degli ammalati poveri che non possono trovare
nelle loro case quell'assistenza intelligente e diligente, necessaria ad assi-
curarne la guarigione, sia ad alleviarne le sofferenze, ha suggerito a noi,
dopo lunga disamina, di sottoporre al vostro giudizio un nostro progetto...
L'invio a Lodi non solo è dispendiosissimo, specie pei comuni pii\ lontani,
ma in taluni casi gravi impossibile; quasi sempre dannoso allo stesso
infermo ».
* Una nota di una monografia recente manoscritta nell'archivio ospita-
liero lodigiano indubbia che il pietoso ospizio di S. Pietro in Pirolo fosse
assorbito da quello di Lodi; così come è posto in dubbio che fossero
pure ivi concentrate alcune rendite appartenenti all' ospitaletto di Senna.
NELLA CRONACA E NELLA STORIA
^ Giovanni Battista Barattieri - Catastro delP estimo rurale di Co-
dogno (31 dicembre 1650). — Carlo Antonio Albini - Catastro dell' estimo
rurale di Codogno (31 dicembre 1691). In ambidue i catastri si legge di
S. Tomaso essere luogo pio, dove s'alloggiano poveri viandanti, ammini-
strato dal preposito di S. Biagio.
^ Pure dalla congregazione di carità di Codogno sono oggi amministrati
^Itri legati di benefattori codognesi ; quali quello di Antonio Maiocchi ,
stabilito con testamento per una dote a fanciulle povere (1595) e rinfor-
zato poi dal legato del canonico Giovanni Cremonesi, richiamante l'adem-
pimento del primo (15 marzo 1730); e quelli di prete Paolo Ugoni (7 agosto
1596) e del dottor Cesarè Lombardi (23 marzo 1639), il primo istituente
eredi i poveri infermi della parochia, l'altro quelli della comunità.
' Nel IV congresso dei rappresentanti i monti di pietà, tenutosi in Mi-
lano il 15 e 16 settembre 1897, fu riconosciuto che parecchi monti tuttora
esistenti subirono quasi radicali trasformazioni e solo piccola parte di essi
esercitano la funzione originaria ; e la maggioranza dei convenuti affermava
la massima che i monti siano considerati piuttosto istituti di credito che
di beneficenza, quindi svincolati dalla osservanza della legge sulle opere
pie 17 luglio 1890.
® Dal ritratto esistente nel monte di pietà di Codogno.
CAPO XXIX.
Gli Sforza — La calata francese — Giacomo Mola Cattaneo — La chiesa
dei SS. Quirico e Giiilitta — Rivolgimenti politici e religiosi — Ve-
scovi lodigiani — Fatti d'arme — Gli Scoti e i Landi.
ANNO le dinastie ricorsi fatali ; e nei periodi di deca-
denza in ispecie l'una incalza l'altra con una rasso-
miglianza strana. I carolingi riproducono le ferocie
di Clovis, i Tudor imitano le colpe degli Stuart, e
prima di questi, nella stessa guisa, gli Sforza precipitano per
Io stesso declivio che aveva condotti nell' abisso i Visconti.
Di Galeazzo Sforza non è mestieri dir molto : vano, dissoluto,
efferato, scialacquatore, non d'uomini ma di cani e di cavalli
amico, ripagava i turpi favori delle sue ganze con offe splendide
di ricchezze e di privilegi; avvelenatore di fidanzate, accusato
di uxoricidio, egli passò sulla terra smentendo l'epifonema ele-
giaco di Menandro, troncatogli il cammino nefando a trentadue
anni dal pugnale di Gerolamo Olgiato, vindice della contami-
nata sorella.
Toccava al fìgliuol suo Galeazzo Maria scontare le paterne
perfidie. I saggi consigli di Cicco Simonetta alla reggente il
ducato, Bona di Savoia, vedova di Gian Galeazzo, dovettero
cedere alla scaltrezza di Ludovico detto il Moro, zio del giovi-
CODOGNO E IL SUO TERRITORIO
321
netto duca, ed evocatore in Italia di Carlo Vili. Galeazzo Maria
morì miseramente — forse di veleno — nel castello di Pavia,
ancora in verde età (1494).
Il tratteggio sintetico della corte di Milano richiederebbe una
tavolozza di vivaci colori; di fronte alla imponente figura di un
insigne statista è un'affollata di episodi romantici, di aneddoti
forse maligni, certo sospetti.
Antitesi politica di Nicolò Machiavello — da cui pure ebbe
encomio affettuoso — Cicco Simonetta venne dal nativo Cac-
curi Calabro alla corte milanese, chiamatovi dallo zio Angelo,
pur egli cancelliere di Francesco Sforza. Il suo braccio com-
battente a Caravaggio non fu meno utile della sua mente,
ed egli salì tosto di gradi e di onori: fu prima governatore
di Lodi, poi secretarlo ducale e contutore del minorenne Ga-
leazzo Maria. Uomo di stato a grandi linee, fortificato dalla
simpatia popolare più ancora che dalla domestica fortuna
— solidamente instaurata nel Lodigiano — dovette soccom-
bere alla fragilità della duchessa vedova, sulla quale più che
tutto potè il leggiadro sembiante del ferrarese paggio Antonio
Tassino, anima dannata del Moro. Il volgo dei cortigiani ag-
giunse esca al fuoco; e mentre, nell'ora suprema dell'irrepa-
rabile disgrazia, i Simonetta, o torturati o fuggenti — come
l'abate Bonifazio di S. Stefano al Corno — si sottraevano al
furore dei nuovi favoriti, il triste pronostico del vecchio vene-
rando si avverava, poiché Bona perdeva il ducato ed egli la-
sciava il capo sugli spalti del castello di Pavia (30 ottobre 1480) ^
Politicamente il ciclo sforzesco si può quasi dire chiuso col
Moro, fabbro dei sottili inganni che furon la rovina della sua
schiatta. La chiamata del re di Francia, le lusinghe all'impe-
rator di Germania, Massimiliano, le ire gelose e turbolente del
duca di Milano per gli altri stati italiani — dove però alla
minaccia delle trombe squillanti si rispondeva con quella delle
campane a stormo — tennero sempre viva l'agitazione politica
della penisola; e defaticato, vinto, travolto, il Moro doveva,
traditore, finir per tradimento: uno svizzero mercenario lo ad-
ditava nella giornata di Novara ai cavalieri di Luigi XII, e
Codogno e il suo territorio ^ ecc. — /. 21
322
CaDOGNO E IL SUO TERRITORIO
dalla tetra prigione di Loches egli non esci più se non per
discendere illacrimato nel sepolcro (27 maggio 1508).
Tra l'uno e l'altro passo delle artiglierie francesi, delle squadre
lanzichenecche, delle bande spagnuole, delle torme svizzere, non
andò salva la regione nostra; e l'impresa di re Carlo contro
Napoli (1494) gittò tra noi i suoi lugubri riflessi.
Invano al re spiensierato ed incapace s'era come genuflessa
Torino; invano gli si curvò Pisa, non si ribellò Firenze per
quanto minacciosa, non papa Borgia, e le più vezzose dame
d'Italia composero per lui il più vago sorriso: Carlo fu, in
Napoli esultante, salutato dalla asservita parola di Giovio Fontano,
spregiatore dei vinti d'Aragona, di cui egli era pur creatura.
Ma non bastava al rapace e lascivo francese quel trionfo resogli
facile dalla neghittosità, dalla rassegnazione, e forse, ed anche
più, dalle discordie degli italiani, ormai troppo artisti per esser
buoni soldati. Laonde l'inesperienza stessa del re straniero, qui
gaudente di tutte le insospettate bellezze d'arte e di natura,
traeva insieme ad ogni maniera di violenza le frivole, incolte
e beffarde sue milizie, non guidate da capi autorevoli e stupite
che la fama del valore italiano, come il colosso dai piedi
d'argilla, al lor sopravvenire si frantumasse, giustificando l'escla-
mazione di papa Alessandro VI che la conquista di Napoli si era
fatta con speroni di legno e col gesso per indicare gli alloggi.
Maggiori, quindi, si fecero l'alterigia, la burbanza e la mil-
lanteria dei francesi, favorite altresì dall'indole sempre e da
per tutto eguale di quel popolo. Esse offrirono indimenticabili
esempi del valore individuale italiano, quando la misura fu colma;
e segnò negli annali nostri — accanto al nome di Fanfulla lo-
digiano e de' suoi compagni nella disfida di Barletta — quello
più oscuro ma non meno notabile del codognese Giacomo Mola
Cattaneo, detto il Ferlone, che — al dire del coevale Giovio —
combattè in singoiar duello contro sei cavalieri francesi e tutti
li stese morti a terra. E giustizia rievocar qui quella nostrana,
gagliarda figura di popolano, perocché, nella sequela dei valo-
rosi il cui sangue bagnò i lauri della patria nella sua lunga
notte di schiavitù, solo alcuni eletti poterono tramandare alla
ammirazione dei posteri il loro nome.
NELLA CRONACA E NELLA STORIA
Lamentavamo i sinistri chiarori lasciati qui dalle genti di
Carlo Vili, scese — come le schiere vendicatrici di Annibale e
quelle fitte ed irruenti di Carlo Magno — dall'Alpi all'Italia
del mezzodì ; e di vero, tra le violenze che allora ci desolarono,
si ha memoria dell'incendio appiccato dai francesi all'antica
chiesa titolata ai santi Quirico e Giulitta, presso Meleti.
Di questo tempio — modesto di proporzioni, ma pur fatto
segno alle devastazioni straniere — è sovente parola negli an-
nali paesani. Colà esisteva — retta, come si crede, da un Bar-
tolomeo Reggio — la cura parochiale di Meleti; la quale vi fu
restituita, rovinato quel sacro edifizio, così e come assodano due
istromenti di Aurelio Rossi, notaro di Lodi (25 gennaio 1496),
e là si stabilì, nella cappella od oratorio eretto da Matteo
Bossi, feudatario di Meleti, essendo per dote alla sua famiglia
pervenuto quel feudo (1452), già dei Bevilacqua.
La chiesetta che oggi si trova tra Corno Vecchio e Meleti
— novellamente aperta al culto, e tuttora portante l'antico ti-
tolo ai santi martiri di Tarso, madre e figlio — non occupa
pili l'area del prisco tempio. Essa, consenziente il vescovo Gera
(21 settembre 1628) fu eretta e benefiziata da Dionisio Figlio-
doni; dotata di cappellania (8 luglio 1674); esornata dall' archi-
tetto Brilli (1838); ma nulla di notevole la distingue dal più
comune sacello rusticano. Il culto mortuario vi trae ancora i
devoti, collegantesi certo colla pietosa ricordanza dell'antico
cimitero ivi esistente ^. ^
•r
I fatti che precedono la scomparsa definitiva del ducato mi-
lanese sono tutto un lacrimoso periodo del crudele scempio fatto
di un popolo. I cittadini doviziosi davano inclite prove di co-
dardia, non vergognanti di stemperarsi negli ozi e nei lussi,
chi sviscerato di Francia, chi di Spagna, pensosi d'Italia ben
pochi; e le terre, su cui formicolavano eserciti d'ogni fatta
— negli abietti deliri delle carneficine, delle prede, delle lascivie,
fatti a vicenda vittoriosi — ridotte quasi ad erma e paurosa
solitudine; e non vi era lembo d'Italia in cui la piccola o la
grossa guerra non si combattesse.
\ L'onnipotenza della Serenissima, che comandava ai mari e
che in terra ferma prolungava l' ombra gigantesca del suo leone
324
CODOGNO E IL SUO TERRITORIO
vittorioso — ombra derivata da intensa luce di genialità e di
saggezza civile — suscitava ire ed invidie senza numero. Roma
papale aveva pur essa fatto il suo giuramento, e papa Giuliano
della Rovere, imposto Telmo al camauro, col grido di « fuori
i barbari! » avvisava realmente ad attrarveli, chè in cima de'
suoi pensieri stava la rovina della ferrea oligarchia di S. Marco.
La storia della lega di Cambrai (io dicembre 1508) esula
dal compito nostro. Valga, invece, affermare che per essa non
potevano piombare più gravi sciagure su Lombardia: saccheggi
e lotte fratricide, pestilenze e carestie, battaglie feroci e miserie
d'interdetti spirituali; tutto, insomma, quanto si riassume nella
più disforme violenza al diritto ed alla vita delle genti.
Venezia — temeraria, e forse per ciò fortunata, nella difesa —
non vide un solo nemico penetrare fra le sue lagune; non una
pietra cadde da' suoi miracolosi monumenti; e, mantenendo il
titolo di città dell'oro e dell'argento, s'acquistò — al dire del
Sismondi — anche quello d' immortale. Contro di essa s' erano
intese tutte le teste coronate d'Europa: Giulio II, più che
pontefice soldato audace pel reintegro territoriale del papato;
Luigi XII, volente o nolente di accostarsi ad Austria, secondo
la sorte dell' armi ; Massimiliano imperatore, che non acquiesceva
all'infeudo del ducato milanese nella corona di Francia, ed alla
« insaziabile cupidigia » dei veneziani; Ferdinando il cattolico,
re spagnuolo che mal vedeva il pericolo della conquista di
Napoli; e da lungi Arrigo VII, che dalle brumose spiaggie
irlandesi impegnava le sue galee nel patto, come Baiazette II e
Selimo destinavano le proprie dalle sorridenti prode del Bosforo.
Nè le sole vicende politiche travagliavano così funestamente
la penisola. In Germania già soffiava minaccioso il turbine della
riforma, e sulla giovane fronte di Martin Lutero, seminascosta
dal cappuccio agostiniano, s'accumulavano i nembi forieri della
sua rivoluzione religiosa. Arrigo Vili — successo al padre
(1509) — non per ascetiche aspirazioni ma per mondani tra-
sporti, camminava sulle stesse vie, creando in odio a Roma la
chiesa anglicana. Riescon, quindi, connesse strettamente le cose
della politica e della religione.
NELLA CRONACA E NELLA STORIA
A seconda che l'astro sforzesco sorge o declina, la nostra
diocesi cambia di pastore. Ottaviano Maria Sforza, figlio natu-
rale di Galeazzo Maria, sale la catedra di Bassiano (febbraio
1498); ma per le invasioni francesi è costretto a riparare in
Germania. Lo surroga Claudio Saissel d'Acqui, arcidiacono mon-
regalese (1501), fin che Massimiliano Sforza s'incorona duca di
Milano (29 dicembre 15 12); fugace ripri-
stino d'onore, perchè tosto col serto del
principe ricade la mitra del presule, mentre
le sfrenate falangi condotte da Gian Gia-
como Trivulzio — dei feudatari di Co-
dogno — fugano le collettizie bande
guidate dal terribile Matteo Scheiner,
detto il cardinale di Sion, barbara ed esa-
gerata imitazione del suo sommo gerarca.
Non erano queste le sole perturbazioni
ecclesiastiste della diocesi di Lodi, chè
per la visita fattale dal '^ardinal San Se-
, 1- -r. 1 T-, . Gian Giacomo Trivulzio.
vermo, legato di Bologna per r rancia,
era stata anche interdetta (21 febbraio 1512)^. E di non poco
scompiglio fu pure la varia vece dei vescovi: del fedel suddito
francese Claudio Saissel, poi vescovo di Marsiglia; e di Gero-
lamo Sansone di Savona, vescovo aretino; con periodici ritorni
di Ottaviano. Costui alla irrequetudine caratteristica della sua
famiglia unì una morbosa incontentabilità di stato, a tal che
provocò l'ira dell'avido cardinale di Sion che lo faceva tortu-
rare nel castello milanese (21 maggio 1515)^. Ottaviano ac-
cettava poi commutazione di sede e stipulava pensioni e dritti
di recupero, consenziente il pontefice (15 19), e terminava i suoi
giorni in vita privata a Milano (1545).
... *
Per accennare agli episodi guerreschi che in quei trambusti
più da vicino ne riguardano, rammentiamo che, dopo la bat-
taglia d'Agnadello (14 maggio 1509), le milizie francesi dilaga-
rono sulle sponde dell'Adda, e Bertonico, Camairago e Castione
formarono un triangolo strategico contro i veneziani. Condottiero
francese era Luigi de Latremoille, il quale — non ismentendo
le tradizioni rapinatrici delle genti d'armi straniere, benché
326
CODOGNO E IL SUO TERRITORIO
velate dalla pretesa e proverbiale vernice cavalleresca francese —
non si peritò d' insevire vigliaccamente contro le persone e le
cose, lasciando incendiare i rustici abituri, taglieggiare ed estor-
quere, quasi che un patto di preda esistesse fra lui e le sue
soldatesche. Ma la fortuna girava la sua rota a vantaggio dei
prepotenti, e pochi giorni dopo i francesi avevano nuovamente
ragione dei veneziani, e loro prendevano Crema e Pizzighettone.
Tre anni dopo, alla testa di diecimila soldati, accorreva in
difesa del ducato Giacomo di Chabannes, signore della Palice,
passato alla posterità pel valore mirabile e per le stravaganti
facezie del suo dire. Egli riuniva il suo esercito a Pizzighettone
e, chiamatene a difesa da Crema le lancie del suo capitano
Chantillon, raggiungeva intanto a Maleo trecento militi, inten-
dendo sulla- diritta dell'Adda ad impedirne il passo ai vene-
ziani, già apparsi sull'altra sponda di contro a Maccastorna.
Poi, temendo una sorpresa, reputava prudente ritirarsi e — la-
sciando il fiume libero al nemico — si avviava al castello di
Sant' Angelo ; il cui presidio , per altro , non gli fu dato di
compiere, perocché Francia doveva immantinenti svellere le sue
bandiere dal ducato (io giugno 15 12). Più che una ritirata fu
quella — secondo un cronista del tempo — una corsa « fuzendo
in freza » , ed ancora una volta il nostro territorio andò guasto
e spogliato nel sanguinoso sovvertimento.
Intanto le bande svizzere entravano in Milano, e il vescovo
di Lodi Ottaviano Sforza la occupava proclamandone duca il
cugino Massimiliano, primogenito del Moro (16 giugno).
La « civil briga » non era cessata, ed ancora nei petti ita-
liani divampavano le ire, scosse ai nomi vieti di guelfi e di
ghibellini. In Lodi — che in trent'anni fu per ben quindici
volte presa e disertata — mentre la pestilenza divorava i citta-
dini, i guelfi facevano giuramento in S. Francesco « de tajare
a peze tutti li gibellini, et se alcuno guelfo avesse mai paren-
tado con gibellini et richiedesse la salute sua, che lui fosse
primo andare al ballo » (20 maggio 15 13). E nel fervor della
guerra scendevano fulminee ed inesorabili le stragi sui cittadini
parteggianti. Il Codognese — punto intermedio tra città di-
vampanti d' ira — ne andò miseramente disertato ; Castione
NELLA CRONACA E NELLA STORIA
— secondo le cronache del tempo riccamente tenuto dai Pal-
lavicini — fu fra le terre del Lodigiano la più malconcia.
Anche il sopranaturale volle sua parte, e narrano i cronachisti
che in quegli anni fortunosi molte effigi della Vergine miraco-
leggiarono; ed in territorio di Castione — essendo rettore del
luogo Giovanni Matteo Bizzoni — la Nazarena apparve ad una
povera contadina, imponendole di predicare agli uomini del
borgo pace ed amore reciproco, se bramavano essere rispar-
miati da un grande flagello (15 12).
Il figliuolo del Moro non seppe inspirar simpatie nei milanesi,
e specie in quella nobiltà che aveva già stretta amicizia — forse
per qualche affinità di carattere — coi leggiadri gendarmi di
Guascogna e di Borgogna. Egli, inoltre, più vago di ghirlande
di mirto che di corone di quercia, mancò di finanze, proprio
allora che Gian Giacomo Trivulzio dichiarava occorrere alla
guerra tre cose : denaro, denaro e denaro. In questa guisa anche
la formidabile compagine degli svizzeri — che facevano squil-
lare i corni selvaggi d' Uri e di Schwitz sotto l' impresa del
maggior offerente — fu scossa non poco; ed il Trivulzio ed il
Latremoille da inaccesse vie dell'Alpi fecero nuovamente e pre-
stamente scorrere per Lombardia le loro alabarde e colubrine.
Non tosto ad essi sorrise la fortuna dell'armi, poiché le^
forze baldanzose ne furono aspramente peste e ributtate a No-
vara (6 giugno 15 13). Ma successivamente — accostatesi Francia
e Venezia — Pizzighettone, Lodi, Cremona ed altri forti luoghi
risoUevan lo stemma di Luigi XII, ed il governator di Crema
Lorenzo Orsini — comunemente Renzo da Ceri — compare fra
Cremona e Pizzighettone a rintuzzar gli sforzeschi; e di notte
manda un suo uficiale. Agostino Benvenuto, a valicar l'Adda.
Così Castione è assalito improvvisamente, con grande spavento
dei terrieri, che fra gli spagnuoli fuggenti ed i veneti incalzanti
subiscono ingentissimi danni.
L'anno successivo Crema era avvolta dalla pestilenza e dal-
l'assedio dell'armi ducali, condotte da Silvio Savello. Renzo da
Ceri meditò un colpo d'audacia ed esci dall'afflitta città diri-
\ gendosi a Castione, dove lo Sforza aveva spedito trecento fanti
e duecento lancie. Sollevato gran clamore notturno coi tamburi
328
CODOGNO E IL SUO TERRITORIO
e coir armi, le milizie veneziane fecero strage delle milizie ne-
miche e dei miseri castionesi (i marzo 1514)^. Secondo una
cronaca cremonese edita di recente dal Robolotti , lo stesso
Renzo da Ceri rinnovò questo avvenimento, fugando da Castione
i ghibellini e spingendosi verso Cremona con gravissimo dan-
neggiamento del contado (25 luglio 15 15); e lo rinnovarono
pure i fuorusciti guelfi con parecchi « schiopeteri » di parte
francese otto anni dopo, saccheggiando nelle loro case di Ca-
stione gli uomini dell'avversa fazione (14 ottobre 1523).
Gli Scoti, signori di Fombio erano in poco buon odore presso
il pontefice. Già Piacenza era stata da Giulio II interdetta (26
luglio 1507) perchè il conte Paride Scotti aveva accolto nel suo
palazzo di Piacenza il figlio di Giovanni Bentivoglio, fuoruscito
bolognese; ma all'intima della censura ecclesiastica lo Scotti
trasferiva l'ospite nel suo feudo di Fombio (23 agosto) e così si
placava l'ira del pontefice che revocava tosto il suo terribile ordine.
Parteggiavano, pertanto, gli Scoti per Venezia; e lo stesso
Paride era stato onorato del titolo di padre dei cremaschi poiché
ad essi, stremati dal contagio e dalle vicissitudini della guerra
continuata, era stato largo di sussidi e di medicamenti, ed in
Fombio ofi'riva loro asilo generoso. Nicolò Scoto, di ritorno
dall' aver condotti mille e cinquecento fanti a soccorso di Bergamo
e di Crema, fu per tradimento dato prigione agli svizzeri e,
condotto a Milano, vi fu decapitato in castello (17 novembre 15 14).
Uomini di simile tempra e così operosi dovevano necessaria-
mente provocare le più fiere rappresaglie nemiche; e queste
ebbero il loro elaterio anche nella scorreria dei Laudi al castello
di Fombio, cui saccheggiarono ed arsero, obbligando a fuggire
Paride Scoto, poi compensato pel danno dalla Serenissima con
una provvisione di seicento ducati.
Le fortunate imprese di Renzo da Ceri rinfrancarono i guelfi
di Piacenza e tosto fecero togliere l'assedio da Crema. I Laudi,
che, paurosi delle milizie venete, si erano frettolosamente ripa-
rati alle Caselle, quivi ebbero tregua soli quattro giorni dopo,
e dovettero firmare un compromesso di pace.
NELLA CRONACA E NELLA STORIA
NOTE AL CAPO XXIX.
* I latifondi di Mairago e di Grazzanello nel Lodigiano, furono confiscati
a Cicco Simonetta e dati da Ludovico il Moro al suo legato presso la
corte di Napoli, Giovanni Antonio Talenti.
^ Negli scavi quivi eseguiti da certo Ferdinando Acerbi, fittabile (1832), nel-
r unico intento di sfruttare l' humus , si scopersero alcune sepolture pagane,
in cui giacevano avanzi umani, colle monete letali poste in bocca al
defunto pel pedaggio sulle riviere infernali. Il simbolico obolo era costi-
tuito di dischi, per lo più d'argento, più raramente d'oro, della seconda
metà del IV secolo.
Anche a Monte Giusto ed a San Dionisio — due fattorie vicine a Me-
leti — furono in casuali scavi reperti alcuni antichi oggetti lavorati in
bronzo, parecchie monete romane e qualche tomba di età lontana.
Francesco dà Nova - Diario ; opera « almeno per ora, irreperibile »
come dice Giovanni Agnelli, nelle sue commendevoli ricerche delle cro-
nache cittadine.
* Antonio Grumello - Cronaca pavese.
Ci persuade questa data per le argomentazioni addotte dal Cortemiglia
Pisani, in confronto di altra, data dal Poggiali.
\
CAPO XXX.
Melegnano — Francesco I e Carlo V — Gerolamo Teodoro Trivulzio —
Pavia — La prigionia del re di Francia — La parochiale di Pizzi-
ghettone.
RANCESCO I, conte d' Angouleme , figlio di Filippo
d'Orleans e di Luisa di Savoia, succedeva a Luigi XII
(15 15); e tosto faceva baldanzosamente balenare la
sua spada al di qua delle Alpi, contrassegnando
il primo anno del suo regno colla nota cupamente sanguinosa
della battaglia di Melegnano (13 settembre).
Erano collegati contro Francia, ed a prò di Massimiliano
Sforza, i principi italiani, papa Leone X, Austria e Spagna.
Nel ducato milanese — dove ogni nerbo era stato tolto agli
animi — spadroneggiavano gli svizzeri, pronti sempre a far
macello dove speranza di preda li chiamasse; ed era con codesta
accozzaglia che le forze congiunte si paravano contro Francia.
Calava Francesco I in Italia, e gli alleati disponevansi a
fronteggiarlo al passo dei fiumi per Lombardia. Giunto il re
al varco del Ticino, don Pietro di Cardona, viceré di Spagna
per Napoli, era con settecento cavalleggieri e seimila fanti a
Guardamiglio ; e gittava un ponte sul Po per affrettare il suo con-
giungimento colle genti medicee e papaline presidianti' Piacenza.
CODOGNO E iL SUO TERRITORIO
Francesco, celeremente premendo l'esercito alleato in ritirata
su Milano, pose suo campo a Melegnano, dove lo avrebbero
raggiunti i rinforzi della Serenissima. Gli svizzeri, guidati dal
versuto cardinal di Sion, a San Donato ruppero furibondi contro
i francesi, fino al tramonto, facendo di molti fra essi coperto il
terreno. Ma provvida la imminente notte interruppe l'aspra
mischia; che, al mattino si riaccese ancor più grossa e rabbiosa.
Già si sfasciavano le colonne di Francia, e scorreva come una
marea di sangue, quando nel clamore dei pifferi e dei tamburi,
nel clangor delle trombe, gli svizzeri udirono scoppiare a tergo
il temuto grido di « viva S. Marco ! » , del piccolo antiguardo
delle schiere marciane. Essi credettero di essere interclusi dalle
due forze avversarie, e bestemmiando i duci, sbandati, stravolti,
bianchi di terrore, incalzati fino a Milano, ripresero frettolo-
samente la via dei loro monti, lasciando sul campo ben dodici
mila dei propri, il doppio delle vittime avute da Francia.
Alla giornata di San Donato, nel pomposo ed insolente eser-
cito francese, vecchi e consumati soldati sfilarono, come Pietro
di Bayard, il Latremoille, i due cugini Gastone ed Odetto di
Foix, ed il canuto Gian Giacomo Trivulzio, agli ordini del quale
stavano per certo parecchi codognesi. Narra, infatti, il Goldaniga
che il capitano e cavaliere Gaspare Trivulzio fosse nella terri-
bile zuffa sottratto da certa morte pel coraggio di un Giovanni
Bruschi, della conterranea famiglia, ora estinta.
... *
Non bastò la terribile disfatta a far sì che l'imperatore Mas-
similiano smettesse le sue imprese contro Francia e Venezia ;
e, benché il papa timorosamente esitasse, sperando di accon-
ciarsi col re cristianissimo — col quale s' era pure abboccato a
Bologna (dicembre 15 15) — le forze austriache posero l' assedio
a Milano (aprile 15 16). Veneziani e francesi resistettero, ed al-
lora l'imperatore — poco fidente nei suoi assoldati, cui da
tempo non pagava — credette opportuno tornare in patria per
le Alpi Rezie; mentre gli svizzeri delusi si rifacevano del soldo
perduto, taglieggiando miseramente il contado lodigiano.
L'imbelle Massimiliano Sforza — che se ne era stato, in ludi
amorosi colle sue vaghe, nel castello di porta Giovia, mentre
a Melegnano si tagliavano a pezzi migliaia d' uomini — capì
332
CODOGNO E IL SUO TERRITORIO
che la sorte aveva per lui tratto l'estremo dado; e, senza
alcun rimpianto nè di patrizi nè di plebei, da lui parimenti
scontentati, cedette il ducato al fortunato re francese per tren-
tasei mila scudi da riscuotersi annualmente in Francia; dove si
condusse, vegetandovi fino alla morte (1530).
A seconda dei propri interessi (non osiamo dire delle proprie
convinzioni), la letteratura del secolo XVI lo qualificò contra-
dittoriamente quello di Francesco I o di Carlo V. Il cesarismo
da un lato s' affrettò a proclamare nello imperatore la reinte-
grazione di Carlo Magno; la innovatrice cavalleria salutò, in-
vece, a proprio eroe il successore di Luigi XII.
Noi — ad oltre tre secoli di distanza da quegli uomini e da
quell'età — non condividiamo quei preposteri entusiasmi, e
conveniamo senza riserve in questo vero: che, mentre l'uno,
fondendo la natura di due popoli, era il genuino prodotto
della callidità austriaca e della alterigia spagnola, l'altro scen-
deva legittimo frutto da quel famoso albero navarrino al quale
— secondo Giulio Michelet — morsero le fantasie guerresche
d'ogni gente e d'ogni nazione.
Francesco I, soldato e poeta, impersonava la leggendaria .ca-
valleria francese verso Dio e la dama; Carlo V, invece, edu-
cato alle norme di una corte austera, non amava che le scienze
positive e le armi quali mezzo di potenza. Di Francesco si
lodavano la magnanimità, la facondia, il chiedere la vittoria al
valor disperato e non alle tattiche insidiose; Carlo, taciturno,
sagace, perseverante, aspettava il giorno e l'ora, maturando
l'accorto consiglio. Il Valois, smanioso di encomi alla sua ge-
nerosità, al culto per l'arte, al lusso fastoso della sua corte
bandita, ostentava franchezza ed audacia; l'Absburg, assor-
bito in pensieri ed opere di 'religione, simulatore e dissimula-
tore, tanto che ancora oggi la storia interroga il senso arcano
di atti capitali da lui compiuti. Per Francesco l' influenza mu-
liebre era tutto, nella corte, nell'esercito, nel governo; per
Carlo la donna era nulla, e sono tuttavia anonime per gli storici
le madri degli illegittimi suoi.
Morto Massimiliano imperatore (15 19) — che recava nella
tomba il sogno di cingere anche la tiara — codesti due uomini
NELLA CRONACA E NELLA STORIA
333
si trovarono di fronte quasi in inconsapevole atto di reciproco
assalto; per opposizione di sentimenti morali e per fibra natu-
rale così sospinti r un contro l' altro, che basterebbe senza dubbio
la scienza dei fisiologi a dimostrare come il loro cozzo fu fatale.
Non era più un regno armato a' danni dell'altro, bensì la lotta
suprema tra due uomini, alla vita di uno dei quali inesorabil-
mente necessaria era la scomparsa di quella dell'altro.
Più fortunato perchè più accorto, Carlo — primogenito del-
l'arciduca d'Austria Filippo, e successore dell'avo materno Fer-
dinando V sul trono di Spagna (151 6) — fu eletto imperatore;
ma il terribile dramma ebbe, come sempre, a scena miseranda
l'Italia, e ad essa fu così di secoli attardato il periodo della
nova civiltà.
Come le indoli dei due colossi eran disformi, così diverse ne
furono le vie di azione. Allo squillo dei regi oricalchi, de-
stavansi gli echi profondi della mitica Normandia, della sel-
vaggia Bretagna e della rumorosa Guascogna; e drappi gigliati
all'aria, lancie al sole, piume svolazzanti, puledri impazienti, i
figli di coloro che avevano accornpagnato Carlo Vili ricalca-
vano l'orme dei padri, guidati dal loro re cavaliere, su per
l'Alpi nevose; oltre le quali sentivano di essere chiamati ad
integrare col loro valore di soldato e colla irresistibilità del loro
tratto quell'antica estetica latina che sembrava quasi smarrita
nella publica vita. Più che esercito, corteggio ; ferrei caschi sulle
chiome bionde e tocchi di paggi, corazze terse e veli sgargianti
trapuntati, spade e falconi, duelli e liuti, campo marziale e corte
d'amore, bestemmie atroci e canti spensierati.
Per contrario, bigie e formidabili masse, le forze tedesche di
Carlo V calavano dai picchi alpini alle pianure lombarde ; e
colle schiere, orde; non drappelli, ma lacere accozzaglie im-
portatrici di stragi e di pesti ; miscuglio di razze in armi sotto
bandiere scolorite, coi morioni arrugginiti, colle grevi alabarde;
destinate più tardi a fare impallidire il sole sulle orrende scel-
leragginì dell'assedio di Roma, ed ora aspettanti di piè fermo
il cenno cesareo di misurarsi col forte e galante esercito fran-
cese. E colle barbute germane stavano per Carlo le soldatesche
di Spagna, ammaestrate dalle vittorie sui mori e inferocite nelle
334
CODOGNO E IL SUO TERRITORIO
conquiste coloniali; le lame di Toledo, le picche di Segovia, i
moschettoni dei micheletti, le cavallerie pesanti, le spingarde, i
serpentoni, che avevano fatta lor prova nei regni di Burgos e
di Granata, e sgominate le tribù selvaggie, e già rintuzzato
mirabilmente lo slancio francese ai Pirenei.
Questi i due eserciti che avrebbero dovuto disperatamente
fronteggiarsi; e, con essi e tra èssi, svizzeri e italiani, questi
simili a quelli in quei tempi di lustro guerresco, ma di troppo
scarsa gloria di senno civile per la patria nostra, soffocata dalle
alluvioni del despotismo e dell'alterigia stranieri. Il pontefice
— bramoso di recuperar Parma e Piacenza da Francesco I, e
chiedente una mano di ferro che schiacciasse le ribellioni teoso-
fiche di Germania e delle Fiandre — dava buon gioco all'animo
impenetrabile dell' imperatore, che già contro i seduttori e fiarn-
meggianti vessilli dei luterani si era ostilmente accampato. Indi
la lega tra Carlo V e Leone X, per la quale sarebbero stati
cacciati d'Italia i francesi; difesa in Firenze la potestà medicea;
tornato il ducato di Milano a Francesco Sforza, fratello di Mas-
similiano, e Parma e Piacenza restituite alla santa sede.
Una volta in Lombardia, i francesi — tronfii per aver coro-
nati d' alloro i propri stendardi a Melegnano — avevano dimen-
ticata la romanzesca poesia del loro re condottiero, e rivelata
del tutto l'effettiva indole propria; che, repulsa, tornava di
galoppo, non raffrenandola più il senso equanime e la modera-
zione di Carlo di Borbone, per intrigo di donne coronate spo-
testato dal governo di Milano (1517). E — per quanto strane
appaiano queste virtù in chi passò alla posterità colla stigmate
dell' infamia — ciò non è men vero ; la tradizione del conte-
stabile beneficia dell' attenuante che anche un prode e generoso
può precipitare nell'abisso morale, quando le turpitudini dorate
gli annebbiano la mente e gli traviano il cuore.
Per noi lombardi la triste figura del Borbone non è certo la peg-
giore, specie al confronto di quella scellerata di Odetto di Foix,
signor di Lautrec, fratello della ganza* onnipotente del re, Fran-
cesca di Chateau Briant. Costui sostituiva nella luogotenenza
di Milano il Borbone, caduto in disgrazia, e di queste provincie
faceva scempio miserando.
NELLA CRONACA E NELLA STORIA
335
Abbiam detto già come la fibra lombarda di quei dì, fiacca
e disfatta, non avesse più nulla di comune coli' antica, che
aveva resistito agli Hoenstaufien ed agli svevi. Da per tutto
una grande acquiescenza; si accorreva a feste e a tornei; si
plaudiva alle cavalcate sfarzose ed alle piacenterie più supine;
era smarrito ogni alto senso di italicità. Nel generale marasmo,
solo, in disparte — come Mario sulle rovine di una perduta ci-
viltà — Gerolamo Morone, già cancelliere sforzesco, non vedeva
ombra di salvezza da parte alcuna, nè chi gli porgesse ausilio
per compire quei generosi disegni che lui, non ancor disilluso,
avrebbero condotto al risollevamento dei fati italiani. Anche
pel Morone suonò l'ora della perdizione, quando, tradito dal
marchese di Pescara (1525), egli redimeva sè e le cose sue a
prezzo d'oro da Carlo di Borbone; ma quanto questi due uo-
mini sarebbero stati diversi da quelli che furono se 1' « ambiente »
non li avesse guasti e dannati!
A Milano, a Lodi, a Piacenza, dovunque il giglio francese
fiorisse, le nefandità non avevano più nome; e gli ingenui cro-
nisti scrivevano colle proprie lacrime le miserie del popolo.
Sul Lodigiano, sul Piacentino, nello stato Pallavicino spande-
vansi le milizie del Lautrec, del bastardo di Savoia e di Roberto
detto il Gran diavolo; violavano, spogliavano, rubavano — se-
condo la frase del Machiavello — con lo alito, tutto volevan
per sè; ed, aggiungendo alla crudeltà spavalda l'amara irrisione,
chiedevan ai poveri coloni perfino il latte di gru e lo zucchero
brusco ^ , e come queste impossibili derrate non si davan loro ,
così essi, quando non uccidevano sommariamente i ricusanti,
ne distruggevano il bestiame o estorquevano pecunia.
Codogno fu così orribilmente saccheggiato dal presidio fran-
cese, ancor comandato dal Borbone, diretto a Pizzighettone ; e
la campagna andò cosparsa di turpi vestigia d'accampamenti e
di devastazioni inenarrabili (1520). E Castione seguì la sorte dei
castelli appartenenti all'infelice Cristoforo Pallavicino, occupati
d' improvviso e fatti preda dalle masnade saccheggiatrici di
Tomaso di Foix, signor di Lescuns e fratello del Lautrec, uomo
piegato al tradimento, che gli aveva soccorso nel catturare l' a-
\ mico suo Cristoforo, poi decapitato (11 novembre 152 1).
336
CODOGNO E IL SUO TERRITORIO
Vice governatore di Piacenza per Francia era Gerolamo Teodoro
Trivnlzio, dei feudatari di Codogno. Non parendo a costui che
la cavalleria francese ed i pedoni svizzeri tormentassero abba-
stanza le terre dell' oltre Po, vi chiamò i rustici del suo feudo,
specialmente muratori, armandoli di picche e bipenni per radere
al suolo e rocche e castelli de' suoi ostili (152 1).
Questo Gerolamo Teodoro, figlio di Gian Fermo, più che
capitano e governatore, fu ladrone insuperabile. Ogni giorno
meditava un nuovo balzello, ogni ora pensava una nuova ves-
sazione; vuotava le casse destinate alla publica carità, rubava
vino agli ospitali, depredava di migliaia di scudi i monasteri e
le chiese, imprigionava e tormentava i riluttanti alle sue taglie,
ed ai patrizi amici degli imperiali assegnava un termine di ore
per esser tradotti coatti in Francia. E un uomo cosi truce ap-
parteneva a quei Trivulzi che in quei giorni e a Milano e a
Codogno e ia tutti i luoghi da loro dipendenti esprimevano i
sensi della loro pietà, moltiplicando legati ed erigendo chiese.
Ma tutto è consono ai tempi, che comportavano siffatte stri-
denti antitesi.
Gerolamo Teodoro ebbe la fortuna di finire valorosamente da
soldato, poiché, preso a Melzo dal marchese di Pescara, morì
per ferite nella rocca di Lodi (1524).
Alla Bicocca — alle porte di Milano — ebbe luogo il primo
episodio del cozzo gigantesco tra i due eserciti di Carlo V e
NELLA CRONACA E NELLA STORIA
337
di Francesco I; e questi era vinto dal vecchio Prospero Co-
lonna, capitano della lega detta santa (27 aprile 1522), quando
da pochi giorni era tornato a Milano Francesco Maria Sforza a
reggere il ducato.
Non ci consente la lunga via che ci resta a percorrere il
minuzioso esame di quegli orrori: Francia tenta reiteratamente
l'ardita alzata delle sue armi, e il Bonnivet giunge fin sotto
Milano (settembre 1523); ma è debellato dal poderoso artiglio
dell'aquila imperiale. Troppo facile, del resto, era allo impera-
tore straniero l' innestare sull' indigena signoria sforzesca il ramo
nodoso della sua preponderanza, rincalzata dal papato; e nel
rimestamento lugubre degli avvenimenti — fra paci larvate e
pesti laceranti le già fiaccate popolazioni, fra trattati politici e
imprese di ferro e di fuoco — ecco Francia riapparire co' suoi
vessilli ai termini della terra italiana (ottobre 1524), ed i cesarei
lasciar Milano, mentre vi entrano i francesi, che tosto assediano
il castello; e Francesco Sforza, bene amato dai milanesi che
gli si dichiarano fedeli, esula a Soncino.
Le fortune d' Italia furon risolte sulle sponde del Ticino (24
febbraio 1525); e bisogna pur dire che fu la fatua cocciutag-
gine di re Francesco nel persistere all' assedio di Pavia ad ordire
il coltrone funerario del dominio spagnolo, onde per ben due
secoli fu lacrimevolmente avvolta e mancipia la nostra Lombardia.
Sull'alba di quel giorno tremendo le genti francesi scontra-
ronsi presso Mirabello colle imperiali. Fiero ed ostinato fu il
primo urto, e a detrimento dell'armi di Francia. Diffusasi
l'azione, agli assalti dei marchesi di Pescara e del Vasto e di
Antonio de Leyva, non ressero colla usata fermezza gli svizzeri
regi; indarno gittandosi loro innanzi, tentò Francesco soffer-
marli; ne venne travolto; gli cadde sotto il cavallo, e, sebben
ferito al volto, resistè coli' impeto della disperazione ai soldati
spagnoli. I quali — e tra essi un nobile lodigiano, Bernardo
Carpano — riconosciutolo, lo vollero vivo e gli intimarono di
arrendersi a Carlo di Borbone. Arse di sdegno a quel nome e
a quell'intima Francesco, e chiese del viceré Carlo di Lanoy,
cui cedette l'arme*; il fiammingo genuflesso baciò la mano re-
gale e l'armò d'altra spada.
Codogno e il suo territorio., ecc. — /. 22
338
CODOGNO E IL SUO TERRITORIO
Tra otto e dieci mila giacquero i francesi sul campo com-
battuto, e in essi il fiore dei gentiluomini, luccicanti d'oro e
di drappi, animosissimi giovani e veterani canuti; forse nè
meno ad un migliaio sommarono le perdite degli imperiali^.
Vasta e imponente e consentanea al momento storico, la
leggenda geùerò fiori di retorica, avvolgendone la figura infelice
del re paladino e prigioniero. Egli, scortato dal capitano Alencon,
da duecento uomini d'arme e da
duemila pedoni spagnoli, giunse
a Pizzighettone tre dì dopo 1' or-
ribile mischia, e quivi permase
settantanove gjorni, fino a quando
per sua richiesta fu trasferito in
Ispagna (i8 maggio).
La prigionia in Pizzighettone
non fu tale da piombare il vinto
di Pavia in tristezze ed in lacrime.
Egli vi ebbe tutte le apparenti
soddisfazioni regali, ed, all' infuori
dell'asperrima custodia, la sua de-
tenzione — testifica Francesco
Guicciardini — fu di molto men
dura di quelle che, allora ed in
simili estremi, potevano aspettarsi
gli scettrati caduti. Gli avevano
concessa la compagnia di venti tra
i più amati cavalieri suoi ; e con
essi egli dilettavasi in poetare d'amore, in geniali conversari ed
in ginnastici ludi , specialmente al giuoco del pallone ^. Antonio
Scaino da Salò'^, dotto in materia sferistica (1555), ricorda
che i codognesi — già celebri nel palleggiare sui bracciali il
« gonfio cuoio » — SI recavano soventi a Pizzighettone, durante
la cattività di Francesco, per allietarlo con academie.
Il re prigione non lasciò, quindi, ombra di romanzo elegiaco ;
la vista del maschio della torre non ispreme lacrime da sensibili
ciglia, e, in onta ad ogni buona volontà, inaridiscono al piede di
esso le foglie del famoso « salice piangente » , come Vittor Hugo
La torre di Pizzighettone.
NELEA CRONACA E NELLA STORIA
339
chiama il romanticismo, caratteristica del primo terzo del secolo.
Vicenda delle umane cose! dove un re scontava la disfatta delle
sue armi raccolte nel nome di una grande nazione, oggi altri
e ben più modesti armigeri scontano le contravvenzioni ai re-
golamenti...
* .
Della permanenza di Francesco sulle rive dell'Adda — d'in-
dole tutt' affatto domestica — non difettano tuttodì le memorie.
Grande intimità ebbe egli con Gian Giacomo Cipello — della
benefica famiglia di Maleo da noi già memorata — allora ret-
tore ecclesiastico della terra ch'ebbe nome nella
• strana fusione araldica della pica e del leone. Li-
beralmente trattato e servito, il reale rispondeva
con pari munificenza; e fra l'altro, sulle mosse
d'esser condotto a Madrid, dava pegno al buon
Cipello dell'amica riconoscenza, ottenendogli dal
legato apostolico — l' eminentissimo Giovanni Sal-
viati — la erezione di quella sua chiesa in col-
legiata^, ad essa donando in ricordo di sè il proprio manto
purpureo , dal lembo ad aurea catena di piccoli tosoni gi-
gliati di Francia. Le vicende dei tempi trasformarono più tardi
quel drappo lussuoso in fulgido piviale; e quando al con-
spetto di Francesco Giuseppe, imperatore (1857) il paroco Fa-
venza — diligente ricercatore di note patrie — volle far pompa
del sacro indumento, tentò il ripristino dello storico manto;
ma le falde di esso andarono perdute e là porpora ne fu guasta
quasi interamente.
Anche un pallio ed una pianeta di porpora con ricami a
sbalzo attestano tuttavia il grato animo del sire francese; pur
essi decorati a borbonici fioralisi, ed a figurine — oggi quasi
consunte anche per le inesperte mani delle monache che pre-
tesero ricomporle — di quel genere grottesco che, trionfando
negli splendori raffaelleschi, commesceva il sacro al profano.
Queste barbare manomissioni non si limitano al compendio
dei ricordi del Valois, ma si estendono a tutto il tempio; la
cui vetustà e le cui memorie artistiche ci fanno varcare anche i
confini abduani, che lo sottrarrebbero al nostro esame.
340
CODOGNO E IL SUO TERRITORIO
Pur troppo la bella facciata semigotica è offesa dalla ag-
giunta di uno stipite errato e da una porta maggiore in disac-
cordo colla prospettiva di lesene e di cuspidi mirabili. Un'altra
profanazione architettonica è la interna espansione a tre navate
dell'unica prisca. E, ancora, l'odiosa scialbatura a tinte volgari
di bianco, sopra le pareti, un tempo magistralmente dipinte
colle imagini degli apostoli e nella maggior cappella coli' Eterno
Padre a figure grandiose.
Alla ammirazione nostra rimangono tuttavia un quadlro ad
olio, « san Giovanni decollato », ed i freschi del « Calvario »
sulla porta maggiore, alcuni medaglioni dei profeti ai sommi lati
della navata mediana, e di Paolo apostolo sull'uscio della sa-
crestia; tutte opere di Bernardino Campi e dei discepoli suoi,
di quella scuola cremonese che seppe colla grandiosa pastosità
della propria tavolozza emulare i trionfi delle scuole consorelle,
quando l'arte faceva donna l'Italia che l'armi avevano resa
ancella.
NELLA CRONACA E NELLA STORIA
NOTE AL CAPO XXX.
* Addictiones ad chronicon placentinum guarinianum.
^ Ritratto da un quadro nel palazzo dei Pallavicini in Busseto.
^ Ritratto da un quadro antico presso i Trivulzi.
* Nei commentari De bello gallico di Giovanni Battista Speciano si
narra in modo diverso l'incontro del re prigioniero col Borbone; e cioè
che quegli a questi gettasse le braccia al collo, chiamandolo suo parente.
^ Sulle cifre dei morti, perduti o prigionieri nei fatti d' armi in genere è
sempre divergenza tra i cronisti; per ciò anche la scrupolosità del narra-
tore odierno resta assolutamente salva se pur esso non colga nel vero.
* Antonio Grumello - Cronaca pavese.
^ Antonio Scaino - Trallato del giuoco della palla.
^ Questo stemma è ricamato sulle bende della mitra del Cipello, tuttora
esistente nella parochiale di Pizzighettone ; esso è parlante, recando nel
secondo del partito tre « cipelli » o zoccoli da mandriano, qui volgarmente
detti zupei. La famiglia de' Cipelli è però certo pervenuta a Maleo da
Cremona, dove un Giacomo di essa fu decurione (1474). I « cipelli » rin-
vengonsi pure nell'arme de' Cipelli della Motta e di Vercelli spaccata
di nero e d'argento.
^ Questa collegiata — con privilegio di mitra e pastorale pel paroco, il
quale ha diritto al pontificato quotidiano ed al canto a destra — ha per-
dute le temporalità, serbando le dignità solamente. La colpì la soppres-
sione napoleonica (1800).
San Bassiano, è il titolare del tempio, perchè questo sembra fondato
dai lodigiani ivi fuggenti a ricovero dopo la distruzione della loro prima città
per parte dei milanesi (1158). Il Robolotti — Illustrazione del Lombardo
Veneto — accenna, però (per verità poco chiaramente) alla opinata ere-
zione di questo tempio nel 786.
CAPO XXXI.
La georgica nostrana — Il frumento — Il riso — La melica — Il lino
— La seta — I latticini — L'era nova dell'industria codognese.
ERERE alma ci richiama col suo appello mite e
sereno; e pronti alla « gran madre » con tanta
maggior passione torniamo, quanto più di gran
lunga ce ne siamo allontanati al cospetto delle terre
nostre irte d'armi e d'armati, e dolenti per forensi intermina-
bili piati, e sconfortati da lunghe nequizie, colle turbe agitate
e frementi di dolore, senza un sorriso di speranza, senza pace^
senza consolazione di età progredienti, perchè vittime sacrificate
alle liti, alle lotte, alle violenze d'ogni fatta.
Qui forse non echeggiarono quelle voci possenti della natura
onde filosofeggiò vinto Tito Lucrezio Caro; nè certamente la
ecloga animatrice della cetra virgiliana, contemperante l'aridità
del paesaggio ed il soffio gagliardo dell'arte pagana, stette
lungamente invitta ispiratrice. Quali fantasmi d'arte può mai
presentar la contemplazione della natura qui, dove non s'er-
gono monti nè colli folti di simbolici cipressi e di olimpiche
querele; nè limpidi fonti dalle scaturigini cristalline; nè sponde
lacustri ombreggiate, com'erano nell'antica terra Saturnia, così
felice come selvaggia, quando l'inno sacro e profano, cantati
CODOGNO E IL SUO TERRITORIO
343
in una dal suolo e dal cielo, conquistavano col mistico fascino
e gli occhi e il cuore?
Ma qui, invece, una quasi acromatica monotonia di aspetto;
e la sterminata ed uniforme pianura il cui morbido verde è
malinconicamente striato dal lividor delle risaie; e le linee in-
finite dei cinerei salici ; e tutta una triste e quasi sepolcrale
prospettiva che non parla all' anima la frase degli ottici en-
tusiasmi. Fortunati ancora che, se ci vien meno l'abbagliante
tavolozza del dipintore, ci soccorre il soddisfacimento indistrut-
tibile per le nostre glorie terriere; cui se non corona l'alloro
dei poeti, riaffermano però poderosamente i conchiusi della
statistica, forse l'unica musa dello avveniré del mondo.
L'agricoltura lombarda — le cui memori tradizioni di fertilità
risalivano ai giorni migliori dei longobardi e dei franchi —
sulla metà del secolo XIII andava vieppiù assurgendo a dignità
di ricchezza regionale ; e di tutta la propria potenza collettiva
la giovarono e comunità religiose, latifondiarie insigni, e ve-
scovi e signori feudali che affrancavano e sudditi e servi, purché
costoro coi prodotti campestri versassero il tributo delle decime
o del vassallaggio. E inoltre notevole lo sviluppo perspicuo
assunto in quei dì dalla scienza agraria, che, liberatasi dai vieti
empirismi, tesoreggiò gli insegnamenti dei Columella, dei Plinì
e degli Avicenna, affinchè il suolo obbedisse alle più ampie
esigenze impostegli dal coltivatore.
Non è certamente un corso di georgica antica che debbasi qui
riassumere ; ma importerebbe offrire a chi legge un cenno sulle
speciali caratteristiche che datano da quell'evo remoto intorno
ai sistemi agrari seguiti nella regione. Pur troppo sorvolano i
narratori sulle particolarità concernenti i lavoratori ed i lavori
dei campi ; ed a ragione il Formentini ^ lamenta che frate
Buonvicino da Riva sottacesse nelle sue cronache — pur ri-
colme di notizie per molta parte minime e superflue — quelle
invece che avrebbero determinato e la quantità dei colti, o,
fosse pure grossolanamente, le qualità dei generi indotti nei
solchi feraci.
Ben è vero che Napo della Torre volle fosse compilato un
catastro definitivo dei beni pertinenti al clero ed ai laici (1248);
344
CODOGNO E IL SUO TERRITORIO
ma di codest' opera, che potrebbe riescire utilissima all'esegesi
storica, non è rimasta traccia. Ad ogni modo, risulta che
nel XIII secolo l'opera agraria — per quanto ancora in gran
parte baliata dall'empirismo, che faceva precipua serva respon-
sabile l'astrologia — pure andava vieppiù avvalorandosi di luce
scientifica e d'arte solerte. Le acque, non più devastanti od
inerti, ma tratte al sole ed accolte saggiamente, si diffondevano
nei colti, con velocità meditate, sui terreni studiati e l'un dal-
l'altro distinti; si misurava l'efficacia dei vari ingrassi; eran
folti gli stabuli di armenti pingui ed affaccientisi al clima ed al
suolo; ed ai giorni della republica ambrosiana (1447) già so-
vrabbondava — promessa sicura di immanchevoli divizie — la
coltura lombarda del prato a marcita.
Allora poca solennità di rito e di norme presiedeva ai con-
tratti di fitto, compre, vendite o mutui risguardanti i beni cit-
tadini ; ma pei fondi e per le case rustiche, e per le controversie
che ne discendevano, gli istromenti relativi non erano, invece,
mai abbastanza finiti. In essi l'elenco dei diritti d'acqua; le
prescrizioni irrigatone; le multe per negligenza; il patto di re-
golare consegna d'ogni scorta viva e morta; la classificazione
numerata delle piante colla nota delle rispettive età; la proibi-
zione al conduttore di cedere le acque sovrabbondevoli senza
il permesso del proprietario; la sostituzione di nuovi alberi agli
esiccati ; il doppio metodo pel pagamento dell'affitto, vuoi in
granaglie, vuoi in contanti, a date fisse; la regalia giuridica
delle così dette appendici, da quelle del pollaio a quelle del
porcile, determinato perfino il peso del suino da consegnare al
padrone; e finalmente l'obbligo assunto dai contraenti di defe-
rire d' amore e d' accordo ogni e qualunque controversia cadente
sul contratto e sul godimento delle terre e delle acque non già
a sentenze di tribunali, ma a verdetti arbitramentali, invocati e
concessi alla amichevole, alle conclusioni dei quali e proprietari
e fittabili quasi sempre s'acquetavano.
Quanto ai prodotti, i più antichi furono da noi già notati ; nè
vale la pena di discorrerne novellamente. Soltanto è opportuno
ricordare che il frumento, da prima relegato tra le sementi se-
condarie — come quello che, a detta dei tecnici antichi, più
NELLA CRONACA E NELLA STORIA
345
che alla alimentazione insérviva alla terapeutica — sulla fine
del secolo XIII prese rapidamente quel primo posto che con-
servò sempre, nello avvicendarsi e nel maturare dei progressi
agricoli. Ed è giustizia soggiungere che uno fra i validi cam-
pioni del nobile grano fu il conte di Virtù, Giovanni Galeazzo
Visconte, tiranno che esercitò alto dominio non pure nelle po-
litiche cose ma altresì nella civile prudenza, e che, lusingando
gli aspri manuali delle glebe, cosi per debito di gratitudine se
li avvinceva da renderli inconsci stromenti propri di offesa e
di vendetta contro gli indomiti popolani delle città.
. . *
Indubbiamente fu il riso fra noi posteriore al frumento, forse
perchè esso divise col primo la caratteristica d'esser tenuto non
una derrata di alimento comune, ma un coloniale^, come lo
zafferano, il cardamomo, il cubebe e gli altri prodotti d'oriente,
importatici dai crociati e mercanteggiati in ispecie dai vene-
ziani; e fra i generi apoticarì ponevano quella graminacea
Giovanni e Maria Visconti.
1.' oryza par venuta tra noi di Grecia, dove era stata intro-
dotta o dall'Africa o dalle Indie. Nel Codice diplomatico arabo
sictilo figura fin dal IX secolo, narrandosi di abbondantissime
messi di essa, per le quali si dovettero costrurre appositi ma-
gazzini (880). Gli Aragonesi la coltivarono nelle campagne del
mezzodì, d'onde poi principi e capitani la trasferirono nelle
plaghe dell'alta Italia da essi dominate.
Nello stato di Milano la risicoltura fu censita fra i precipui pro-
dotti agresti (1530); non così tardi, quindi, i diritti ed alti culmi
del riso apparvero nelle nostre vaste praterie allagate, come
nota il Cantù^, il quale attribuisce a Teodoro Trivulzio l'in-
trapresa di questa coltura, negli ampi possessi suoi del basso
Milanese.
La coltura di questo « dono almo del ciel » — come fu
cantato dal marchese Gian Battista Spolverini — continuò lar-
gamente rimuneratrice nella nostra plaga, sebbene nè meno
qui, come in nessun luogo, accetta ai dettami dell'igiene pu-
blica. Le continue proteste alle autorità tutorie non hanno
tolto alle genti rusticane quest'altro flagello delle troppo pros-
sime risaie; e — pur non accennando che di tratto all'improba
346
CODOGNO E IL SUO TERRITORIO
manovra dei falciatori, sepolti nel mar delle spiche, coi piedi
nel fango, o trafelati dal sole o soffocati dalle fitte nebbie —
le febbri malariche che conseguono dal mantenere il palude, si
alleano agli altri coefficienti malefici che danno uno sciagurato
primato ai campi nostri.
Del pari posteriore a quella del frumento fu tra noi la colti-
vazione del mais o grano turco. Non tenendo conto delle diverse
fiabe tradizionali nel contado, e che si riferiscono all'importa-
zione di questa leguminosa, sembra accertato che essa ci venne
dai paesi di oriente coi reduci dalla prima crociata. Gli storici,
riassumendo la monografia locale della straniera semente, con-
cordano nell'asserzione che in Lombardia fu specialmente il
territorio cremonese che l'addottò, ed è pure documentato che
sino allo scorcio del secolo XVII tutto il prodotto del mais
— cui il proprietario del suolo era per certa quantità tenuto
a concedere il solchivo — apparteneva di pieno diritto al co-
lono ; il quale ad opera propria e non compensata ne provve-
deva alla coltura ed alla raccolta.
Vuoisi altresì ricordare che, se particolarmente nelle regioni
settentrionali d'Italia il giallo corimbo così fu universalmente
coltivato che diventò l'alimento precipuo della contadinanza,
pure s'andò estendendo nelle regioni del centro. Cesare Cantù *
trovò ricordo del dono di due stala di zea mahis da seminarsi,
fatto da un cavalier di Cremona a Cosimo I duca di Firenze
(1556); e nelle tavole annonarie e nelle memorie degli ordini
di vettovaglia dei secoli XVI e XVII lesse pure nota della
« melicha » e della « formentada » , probabili specie di siligine
o gialla o bianca, figuranti insieme al frumento, alla segala ed
al miglio.
In questi ultimi tempi la parola della scienza suonò con-
danna del giallo farinaceo, chiamandolo in colpa, almeno per
gran parte, delle stragi compiute dalla pellagra, specie se esso mal
risponde per la maturanza o per l'esiccazione o per la macina-
tura ai sani precetti selettivi della nutrizione. Nella regione
nostra i gambi del grano turco sovraneggiano le vegetazioni;
ma non sempre la sua coltura è presidiata da quelle razionali
cautele le quali varrebbero ad accordarla coi sacri diritti che
NELLA CRONACA E NELLA STORIA
347.
anche la plebe dei campi ha in prò di sè stessa. Quanto bello
ed umano sarebbe se coloro che affermano avere per unico in-
tento la redenzione, anche violenta, del proletario, invece che
procedere alla decantata demolizione degli esteriori fastigi so-
ciali, consacrassero i propri sforzi volenti e concordi alla soluzione
di un problema che affanna da vero ed adima così tanta parte
di popolo! Essi, iconoclasti d'ogni privilegio e di ogni formula,,
ricordino l'adagio del re filosofo che « la prima civiltà co-
mincia dallo stomaco ». Un altro re corse troppo oltre col-
r accenno al pollo domenicale nella pentola d' ogni suddito ; ma
se nel presente il desiderio vagheggiato dal bearnese rimane
pur troppo un'utopia, men diffìcile di essa potrebbe provarsi
per certo la sentenza del solitario di Sans Souci.
Anche di lino le terre nostre, dai giorni più remoti, accon-
sentirono ricche messi ; quali del resto assicurava la loro indole
alluviale ; e il tessile virgulto che avrebbe coi secoli dato nome
ad una delle più imponenti industrie paesane, abilmente ritorto
e foggiato a tela, inserviva alle prementi necessità della vita.
Prima del looo e uomini e femine, vestiti di bianchi lini,
usavano alle chiesastiche cerimonie, nelle quali la liturgia co-
mandava a' suoi sacerdoti indumenti e ornamenti d'altare di
quel tessuto; così come si riferisce che molti secoli addietro
esso ammantasse le spalle dei druidi celti e fregiasse le are
misteriose del fiero Irminsul. Ma al lusso del vestito di lino
non eran saliti ancora i servi della zolla. Un pileo a cono, di
larghe tese difendeva il capo dei poveretti, e le loro membra
un camicione e due brache di canapa grossolana e cruda,
come descrive un giullaresco componimento del secolo XIV ^,
riportato da Giovanni Seregni nella sua operetta più volte citata.
Ben presto, però, il lino divenne pel suo mercimonio pre-
cipua industria, e pel tiglio apparecchiato col suo fusto fila-
mentoso, e per l'olio estratto da' suoi semi, e per le farine
molto apprezzate nei presidi medicamentali ; ed è tutta una
serie faticosa di differenti lavori consumati dietro questo vege-
tale prezioso: macerazione, maciullazione, filatura, tessitura ed
imbianchimento del lino occupano tuttavia, e più ancora occu-
pavano in antico, grande copia d'operai; e intanto che l'occhio
348
CODOGNO E IL SUO TERRITORIO
riposa sulla umile vecchierella la quale « traendo alla rocca la
chioma » rallegra coi ricordi del buon tempo antico la veglia
iemale nella stalla fumosa, il pensiero si allarga e si eleva, e
contempla i fasti del passato, e l'orecchio riode il battere e
ribattere degli innumeri telai sparsi per le nostre campagne,
somministratori all'Italia ed all'estero delle celebri tele di
famiglia.
Dice il Goldaniga che le Moientìne trassero il nome dal
macero comune del lino ivi esistente ; ed è notevole che alla
corte di Ferrara, nel periodo del suo maggior splendore, bian-
cheggiavano sulle mense ducali i lini operati del Codognese,
elogiati per l' abbagliante splendore ^ Vedemmo al capo XXVII
i signori Lampugnani erigere in Casalpusterlengo un vasto por-
tico per capire l'affluenza dei piacentini accorrenti all'acquisto
della produzione liniera, così scarsa presso di loro che ancora
nel secolo scorso traevano dal Codognese, dal Lodigiano, dal
Cremasco e dal Cremonese ben quindicimila pesi di lino, cui
mettevano annualmente in opera (1765)'^.
Ma siccome ogni industria segue la legge fatale delle oscil-
lazioni, così anche il linificio paesano ebbe momenti di remora,
causati peculiarmente dalla concorrenza tedesca, a questo pro-
posito accennata in una relazione del De Haro, visitatore
generale su Lodi (1635).
Leggende e tradizioni abbondano anche intorno alle origini
locali delle setifere industrie.
In oriente la seta nel costume dei doviziosi doveva da secoli
andar celebrata, perocché Roma imperiale, all'epoca del suo
decadimento, la conobbe e la usò alia corte del folle Eliogabalo,
rilevata a prezzi favolosi dagli etiopi ; ma il bacherozzolo , pri-
mamente venuto dalle Indie e prestamente diffusosi in tutto
l'oriente, penetrò nella Grecia bisantina a mezzo di due monaci
basiliani, i quali sulle sponde del mistico Gange fra le altre
mirabili cose quella pure avevano osservata della serica tessi-
tura; e il divo Giustiniano li rimandò a Serinda affinchè ne
riportassero la semente. Fu il Peloponneso il primo vivaio
europeo di gelsi o mori — onde il nome successivo di Morea —
antecedentemente conosciuti soltanto come alberi fruttiferi.
NELLA CRONACA E NELLA STORIA
349
Tra noi il bombice prezioso produttor della seta pare fosse
importato dagli industri genovesi, reduci dalle guerre spagnole
contro i saracini; ma altre versioni vorrebbero che Ruggero II,
re di Sicilia, trasferisse dalla Grecia ne' suoi stati, insieme alla
canna dello zucchero, l'albero del gelso e la crisalide, per lo
sviluppo della quale tolse in cattività colle squadre dei vinti
buon numero di tessitori che a Palermo costituirono il primo
setificio. Le città di Toscana si dedicarono con generale fervore
alio allevamento dell' « animai di sua seta fasciato » ricordato
da Dante, ed alla trattura delle sete, tanto che sorsero corpo-
razioni speciali e distinte per onori, Je quali nel volger dei
tempi nobilitarono ed arricchirono la loro regione, facendone
l'emporio mondiale di quella manifattura. La prospera Lucca
si contrassegnò fra le altre città toscane, e vuoisi che, oppressa
e disertata, ai tempi in cui erano accesi dovunque gli odi di
fraterna vendetta, e da Uguccione della Fagiola e da Castruccio
Castracani, desse a centinaia le famiglie operaie setaiole ad altri
parti d'Italia, tra cui Lombardia.
Qui nella seconda metà del secolo XV il gelso erà già usato
come alimentatore dei bachi, rilevandosi dai registri della camera
ducale che questa coltura rappresentava un cespite delle publiche
finanze (1459). Chi però meglio favorì l' estensione della gelsicol-
tura fu Ludovico Sforza, il quale — orpellando, secondo la vecchia
scuola, le sue qualità tiranniche colla vernice di zelatore del
publico bene — accordò tale importanza alla pianta, che la
elevò a stemma ed a sopranome propri^; ed, infatti, scrive il
coevaie cronista Muralto che le campagne comensi sembravano
a quei dì selve di gelsi (1507).
Abbiamo voluto riferire questi pochi tratti di storia indu-
strialo perchè indubbiamente dai secoli in cui Codogno diventò
un c 'litro di attività e di espansione commerciale, l'allevamento
dei ]).ichì e la preparazione delle sete vennero considerati come
fasti dimestici. Ai primitivi sistemi sottentrano i più vasti e
potc Ili congegni dell'industria nova; un Cristoforo Mola Stan-
ghili! qui introduce l'arte di « svolgere ossia attortigliare la
seta » (1779)^; le primitive bacinelle si attelano a centinaia;
350
CODOGNO E IL SUO TERRITORIO
Opifici superbi inalzano le loro caminiere fumiganti ; ed intere
popolazioni feminili — paghe della loro modesta oscurità, ed
ignare del virgiliano « sic vos non vobis » — approntano ai
fornelli la trasformazione del tenue filo in fulgide stoffe.
Il clero secolare e più ancora il regolare possono a buon
dritto vantarsi d'avere nelle età di mezzo potentemente con-
tribuito a risanare i terreni caduti in loro soggezione. Da prima
Benedetto e i suoi monaci dissodarono terre, bonificarono pa-
ludi; e da un capo all'altro dell'occidente cattolico, dai poggi
di Subiaco, dalle maremme di Toscana, dalle mura regali di
Trisulti, si leva un grande inno al lavoro, che vince e spegne
col contrasto i mistici vaneggiamenti dei monaci orientali, dis-
seminati pei deserti di Libia e d' Egitto, ove accolgono la visita
di strane larve, di streghe, di emissari infernali. All'inno glo-
rioso risponde l'opera della risorta umanità europea; cadono
al cenno di Bonifazio le foreste di Germania per far posto al-
l'aratro. Patrizio combatte e vince il deserto in Irlanda, Benedetto
copre di comunità d' agricoltori 1' Europa.
E benedettini, bernardini, agostiniani, e gli ordinari di Lodi
strapparono brano a brano le terre nostre allo stagno ed alla ma-
laria ; le resero con lunghi e faticosi lavori di idraulica salubri e
coltive, cooperando per questa guisa allo accrescimento di quella
fortuna nostrana che è rappresentata dalla feracità del suolo. E
quei monaci infaticabili e costanti non solo riescirono a rettifi-
care logicamente la rete dei canali minori prima rigurgitanti ed
allaganti ; ma tennero inoltre e sempre gli occhi al Po minac-
cioso. Esso dovette alla fine gradualmente rinunciare alla prisca
indipendenza, in guisa che, impeditine i continui disalvei,
ripreser lena le sue sponde, e dove spuntava irto e steriliz-
zatore il bosco delie canne palustri e si diffondevano le in-
gombranti ericaie, si riaffermò come una natura nova, fatta
di segeti copiose e di erbe opime; lo sconsolante gerbido per
la provvida metamorfosi divenne verzicante prateria cui basta a
sfiorare il leggiero aratro tratto da' cavalli ; e da quei momenti
una delle maggiori energie di Lombardia agraria fu quella che
vorremmo qualificare, con figura ardimentosa, la glorificazione
della stalla.
NELLA CRONACA E NELLA STORIA
Naturalmente fu opera lenta ed aspra; ma l' impulso del prin-
cipe e delle genti non venne meno; ed una bene intesa idrau-
lica, presidiata da principi di giure, compì la redenzione delle
nostre plaghe. Vero è che se i principi lurono equi in teoria,
furono anche apertamente violati a prò delle signoriali proprietà
e dei latifondi delle corporazioni ecclesiastiche. Oltre la spere-
quazione nei canoni daziari dell'acqua, sempre in favore dei
« potentiores » costoro si giovavano a danno delle comunanze
rurali costruendo bocche di competenza eccessiva, e sovvertendo
ogni altra normalità tecnica, come risulta dalla descrizione della
Muzza fatta dagli ingegneri Pietro da Gorgonzola e Daniele
Gambarino da Lodi (1498)^^. Comunque, dopo quanto abbiam
detto nelle prime linee del capo XVIII, ci par soverchio il de-
scrivere e roggie e colatori quali si presenterebbero, tratti per
arte, ad uno spettatore del secolo XV; e tutte le norme e le
esenzioni possessorie sopra l'idraulica d'allora, che nella nostra re-
gione aveva già un carattere amministrativo di avanzato progresso.
Soltanto, per nork disinteressarci affatto dai fini prossimiori,
e perchè anche ci sembra caratteristico il fatto (come quello
che cambiò di fisonomia a parte del nostro suolo), ricorderemo
almeno l' escavazione della Guardalobbia, per opera del cavaliere
Renato Trivulzio (2 ottobre 1492), a difesa dei pescatori di
Retegno dalle ultime esondazioni del vecchio lago Barili, an-
cora occupante vasti tratti di palude La costruzione della
Guardalobbia cominciò dall' incastro della antica roggia detta la
Lova (Lupa, onde la contrada della Lupara), e discendendo
dietro la strada di Retegno, fino all'incrocio del Fossadazzo,
nel luogo del Tesoro Il Goldaniga aggiunge che appena fuori
del nostro borgo a settentrione, era una vasta palude che dava
il nome di Guado alla via (ed ancora oggi esiste nel volgo
questa denominazione); la palude fu prosciugata, divertendone
le acque nella Guardalobbia (circa il 1660)^*.
Col sapiente assetto della irrigazione, le nostre campagne si
trasformarono naturalmente in distese infinite di pascoli; la fauna
bovina diventò di conseguenza industria invincibile, e dal grande
esercito delle mucche, alimentate dalle erbe soprabbondevoli ,
discese il tesoro che prese nome e fama sconfinata.
352
CODOGNO E IL SUO TERRITORIO
Se l'indole contenuta del libro non ce ne facesse formale
divieto, non rifuggiremmo da un esame minuto dei prodotti
cascini di Lombardia, non solo nei rapporti dell'economia in-
dustriale ed agricola, ma altresì in quelli, ormai secolari, di
una letteratura e d'un' arte speciale. Dal dolce Teocrito attra-
verso l'aurea poesia del Lazio, fino a noi, contemporanei di
Emilio Zola, è una lunga serie di ingegni o molli o bizzarri
che non credettero derogare dal sacerdozio intellettuale illu-
strando — o nei numeri soavi delle bucoliche e delle didascaliche
o nelle discordi polifonie del realismo — questo prodotto del
nettare e dei succhi vegetali elaborati da animali, poi dall'abile
mano dell'uomo, e trasformato in alimento dovunque e merita-
mente signoreggiante pel mondo. Se però il generoso licore dei
pampini ha inspirato a messer Redi il più alato dei polimetri,
è utile ricordare che tutti gli sforzi della vecchia e della nuova
Arcadia — grande distruggitrice di cose buone — riescirono
affatto impotenti a ledere nella sua essenza la caseicoltura, che
tutto guadagnò invece discendendo dai clivi del Pindo ed escendo
dai boschi Parrasi, per mutare interamente di natura, e da vieta
pastorelleria farsi industria italica, provvida e famosa.
Appunto perchè siamo di fronte ad una florida e soda branca
di commercio terriero, deponiamo volentieri la fistula virgiliana,
per scorrere rapidamente fra i ricordi strettamente collegati al
sorgere, al crescere ed allo estendersi trionfale della patria
« casara ».
Come dì solito, cozzano gli etimologisti tra loro nel determi-
nare la matrice del vocabolo « formaggio ». Il Goldaniga deriva
la parola da ciò : che questo nostro cacio era manipolato spe-
cialmente nel temperato maggio, onde « forma di maggio » e,
contratto « formaggio » ; altri sostengono che fondamento della
voce sia « fructus maj » . o « flos madii » , così qualificandosi
il fieno maggengo che fu sempre il più ricercato nell'alimenta-
zione dei bovini, perchè il più eletto e saporito; il latinista
cardinal Munich derivò il vocabolo dalla contrazione di « forma
casei » ; infine Francesco Zambaldi spiega l' etimologia da « for-
maceus » , latino evidentemente dèi bassi tempi.
NELLA CRONACA E NELLA STORIA
353
Senza indagare qual sia fra tanta e tanta incertezza la verità,
e tenendo per indiscusso che il vocabolo nacque per sostitu-
zione figurata della forma alla materia, è positivo che per « for-
maggio » s'ha da intendere tra noi lo speciale prodotto che
ha tuttavia il nome di « grana » ; poiché un'investitura ve-
scovile di Egidio dall' Acqua d' un fondo in Arcagna (nell' alto
Lodigiano), in certi de Populo, sceverava il contributo in natura
così: « de quartironem caseo , et unum formagii » (1308).
Un diploma del XII secolo, dato dal Barbarossa, comprova
l'ampiezza dei pascoli, la quale significava l'aumento costante
di questo ramo di produzione. Nel secolo successivo risulta
di prammatica l' offerta di « malgano » codognese al ve-
scovo di Lodi, e Cesto da Merlino gli presenta, infatti, la
medietà a lui dovuta. Il vescovo Ottobello Sofiìentino dà a
Giovanni de Mozo de Gorno e ad altri consorti « malgarii »
l'erbatico della corte di Castione e di Senadogo, per pascere
capre e pecore, al prezzo di ventitre lire imperiali e di « for-
magiam unam » a Vaceo Forzano (18 gennaio 1236); ed è in-
teressante riprodurre col Palazzina, da un documento trovato
dal padre Ermes Bonomi, la nota che il nostro territorio era
designato come quello « ubi fiunt boìii casei ».
Del formaggio nostrano ci rimangono i prezzi in alcuni vecchi
resoconti annonari. Si ha in uno di essi (1463) l'affermazione
delle tre qualità del formaggio che si fabbricava, e cioè il
maggengo o vecchio, il duro ed il grasso; e la notizia che esse
qualità correvano, tanto pel consumo delle famiglie private,
quanto per le somministrazioni alla corte sforzesca nei due anni
1459 e 1460. I prezzi medi erano di quattro lire e mezza pel
duro e di tre e mezza pel grasso, ogni libra (settecento e ses-
santadue grammi odierni); e una libra di burro aveva in quel
biennio il prezzo medio di tre e cinquanta lire milanesi.
Sui mercati di Piacenza e di Parma affluivano partite impo-
nenti di nostre « sorti », e là venivan deposte in magazzini
speciali. Valse senza dubbio quella permanenza, affatto tran-
sitoria, perchè i forestieri accorrenti ai mercati oltrepadani
sbattezzassero il formaggio nostro, chiamandolo piacentino o
parmigiano Bastava però anche che Codogno accennasse alla
Codogno e il suo territorio ^ ecc. — /. 23
354
CODOGNO E IL SUO TERRITORIO
importazione de' suoi latticini e de' suoi caci sul mercato di
Piacenza, non solo per ottenere da quella comunità la esen-
zione da ogni imposta, ma altresì per conseguire la cittadinanza
piacentina nei rapporti della mercatura (1492); senza contare
poi che molti, più felici del Titiro virgiliano, non eran come
lui costretti ad escire nel lamento:
Pinguis et ingrate premeretur caseus urbi
Non unquam gravis oere domun mihi destra redibat.
A Carlo Vili, ospite dei conti Landi Pietra in Piacenza
(18 ottobre 1494), i cittadini offrirono in dono alcune formaggie
del diametro di macine da molino, certo provenienti dalla si-
nistra sponda del Po, e gustatissime dal re venturiere e dal
suo seguito
Sono notabili le quattro « cascie » che il frate Alberti
(1557) ricorda smisuratamente grandi e fatte alla cascina Giulia,
per commissione di Giovanni Francesco conte della Somaglia
(1532). Ciascuna di esse pesava cinquecento libre minute (cento
sessantatre chilogrammi), ed erano offerte a Carlo V, il quale
volle assistere di persona al lavoro della prima di esse; e chi
sa che molti anni dopo, quando egli, fatto scettico monaco di
S. Giusto, pensando alle rare compiacenze nei suoi dì tumul-
tuosi, non rivedesse come una lontana visione questa pacifica e
operosa convalle lombarda, dove, davanti alle false grandezze
della terra, i miti abitatori si erano mostrati così altieri della
propria imponente industria rusticana!
Alle formaggie straordinariamente apparecchiate per l'impe-
ratore strano, fanno degno riscontro quelle coeve e normali
delle abaziali tenute di S. Stefano al Corno, ricordando le cro-
nache che ivi si conformavano ogni giorno ben cinque caci da
venti pesi ciascuno.
Fu Carlo V che — ospite di Gian Fermo Trivulzio in Co-
dogno — a lui concesse d'instituire un mercato settimanale in
luogo di sua giurisdizione (1543). Vedremo poi se il Trivulzio
abbia voluto beneficare i propri subbietti di Codogno; sta però
di fatto che i codognesi — più o meno giuridicamente, per
quella intelligente intraprendenza che non difetta mai nelle
popolazioni industri — applicarono tosto a lor profitto la ce-
NELLA CRONACA E NELLA STORIA
355
rsarea concessione, e da allora il mercato del martedì in Co-
dogno rimase florido e frequentato testimone dell'attività locale.
E fu invano che il maestro delle regie ducali entrate dello stato
di Milano intimasse in nome del fisco al comune Codognese di
produrre i titoli probativi del diritto a quel mercato; il quale
— al dire del protestante — ledeva l'erario (8 agosto 1648)'^.
Si rispose da Codogno con allegazioni di prove ab immemorabili
e con antiche testimonianze che il mercato del martedì fu
sempre e pacificamente tenuto, e che nessuna opposizione in
verun tempo gli venne efficacemente fatta. Dopo lunga conte-
stazione si venne a transigere, e fu determinato che il comune
avrebbe pagato una volta tanto trecento lire imperiali, godendo
poi liberamente della facoltà mercatizia senza ulteriori turbative
-da parte del fisco (1705)^^.
La vita codognese così ogni dì più s'espandeva per virtù
dei commerci e per l'attrattiva dei finitimi nelle mura paesane;
ed, assumendo una personalità ben distinta, non era più quella
del modesto nucleo di rustici lavoratori dei campi, sottoposti la
maggior parte all'allodio o al feudo vescovile; ma eccelleva e
si affermava cospicuamente di fronte ai villaggi circostanti.
I principi furono ardui e faticosi; ci stava sul collo l'avida,
rapace potenza di Spagna, della quale però i codognesi — forse
memori delle buone grazie di Carlo V — s'eran dichiarati
« veri ac fidi » sudditi (1544),
Qui — direbbesi col Petrarca —
L'industria d'alquanti uomini s'avvolse
Per diversi paesi,
Poggi ed onde passando; e l'onorate
Cose cercando, il più bel fior ne colse.
E dal progresso materiale non si scompagnava quello intellet-
tuale. Vedremo in seguito le opere nuove d'arte, di edilizia, di
pietà e di religione; scorreremo l'elenco delle academie e dei
loro componenti, degli spettacoli publici e delle feste, tutte pro-
prie a chi poteva numerare nel borsello le auree doppie e le
copiose genovine.
Non è però a credersi che una simile fortuna sorridesse a
chi negligeva i propri interessi. L'esportazione — che anche
356
CODOGNO E IL SUO TERRITORIO
secondo gli ultimi dettati dell' economia moderna è considerata
uno dei precipui fattori del benessere generale — era massima
e costante cura dei nostri maggiori; tanto è vero che gli ap-
paltatori del dazio, si opposero di frequente ai publici mercati
ed ai produttori privati che volevano da altre terre lodigiane
condurre qui parecchie derrate, e specialmente formaggi a punta
franco. Pretestavano quei daziari che le cose importate, una
volta a Codogno, « filtravano » nel Piacentino, sfuggendo al
fisco; ed il nostro comune presentò al magistrato camerale di
Milano una memoria di protesta contro i ritrosi agenti del dazio,
provando che recava molestia gravissima quel loro aspro sistema
e che le derrate avevano da introdursi liberamente in Codogno,
non essendo subbiette a verun « impedìatur » (31 ottobre
1596)^'.
Nella memoria presentata il lamento dei codognesi si fondava
sul fatto che il borgo, terra di confine, era il vero emporio del
commercio cascino; nè, del resto, è a dimenticarsi che la co-
munità fin dai tempi dell' ultimo Sforza, appoggiata dai feudatari
conti Giacomo, Gaspare e Gian Fermo Trivulzi, aveva ottenuto
il privilegio di esenzione da qualsiasi dazio o gabella o tassa
per contratti, che prima l'aggravava per le leggi comuni
(5 luglio 1535)^^.
Più tardi anche i piacentini diedersi ad esercitare in proprio
simile commercio; ma quei di Codogno non vollero subire nè
meno quel simulacro di concorrenza, e — circa il tempo in cui
la comunità ed il cardinal Trivulzio facevano costruire la loggia
ad uso di mercato (1650) — cominciarono ad erigere in paese
le proprie casare, che vennero man mano pel concentramento
così numerose, che alla metà del XVIII secolo Codogno gittava
annualmente sui mercati da trentacinque a quaranta mila forme
E poiché le corporazioni artigiane dell'età di mezzo avevan fi-
nito lor tempo, e la previdenza associata dell'oggi ancora non
era spuntata, così non lo scudo del medievale paratico, non la
bandiera moderna su cui le destre congiunte simboleggiano la
mutualità, non la tessera accentratrice nelle camere di lavoro,
ma il santo protettore speciale veniva invocato a patrono celeste
dai nostri maggiori operai d'allora; e qui l'eletto fu santo
NELLA . CRONACA E NELLA . STORIA
357
Uguccione, ed in suo nome, sopra istanza dei formaggiari, si
-compilarono gli statuti, confermati dal senato milanese (1661).
Con quei capitoli crebbe straordinariamente di vigoria e di
efficienza la numerosa categoria dei nostri formaggiari, sì che
■essi seppero esser pari alle necessità anche nelle più ardue
contingenze.
Abbiam toccato del tentativo di Piacenza per escire dalla
soggezione di Codogno nei commerci dei latticini; ma è giu-
stizia rilevare come non agli uomini di quella illustre città sia
del tutto imputabile la vanità dello sforzo, bensì invece alla
pochezza delle virtù statistiche dei loro reggitori.
Costoro con decreti speciali imposero che nessun genere di
butiri o formaggi « accordati » dallo stato di Milano potesse
venire ammassato in Piacenza o nel suo territorio « per ridurli
in barili e portarli fuori di stato » , dovendosi invece smaltire
il burro « solamente ad uso e benefizio de' sudditi della preli-
bata {sic) S. A. R. » , comminata una pena ai contravventori
{7 e 23 febbraio 1750); e che si avesse ad applicare il bollo
doganale ai caci di fuori, ordinando « che qualunque faccia
magazzeno e traffico di formaggi debba permettere agli agenti
deputati de' fermieri il bollare tutti li formaggi introdotti che
siano in città.... in qualunque tempo e luogo crederanno essi
opportuno ».
Gli stessi governatori aumentavano inoltre il dazio di tran-
sito, già grave, sui prodotti lombardi, con altre restrizioni ai
diritti dei negozianti (1754), loro facendo subire innumerevoli
angherie e quasi costringendoli a rinunciare a questo ramo
■d'industria, così rimunerativo per tutti. Ed i codognesi da allora
fecero senza i commissari d'oltre Po, ed impresero direttamente
da sè la vasta spedizione all'estero.
Questa seppero quasi esclusivamente riserbarsi i codognesi
fino alla metà del secolo scorso; fin che, in competenza" coi
nostri produttori, i milanesi cominciarono a costrurre gli spe-
ciali magazzini di formaggio fuori di porta Ticinese, non per-
mettendo le disposizioni fiscali d'allora la raccolta del prodotto
in città. Corsico — villaggio a pochi chilometri di Milano,
Verso Abbiategrasso — fu il nuovo emporio del cacio, emulo
358
CODOGNO E IL SUO TERRITORIO
di Codogno, avvantaggiato altresì da Giuseppe II, che vi stabilf
lina esattoria daziaria per l'esportazione, indipendente dalla
ricevitoria doganale di Milano.
I codognesi, nella loro assidua laboriosità, non trascurarono
nè meno quella che modernamente fu detta la reclame, e che
-s— con frase certo abusata ma non per questo inaccettabile —
è considerata « l'anima del commercio » ; e gli imperatori, i
re, i principi che di qui passavano ebbero tutti un assaggio'
(è parola propria) della produzione degli industriosi nostri proavi ;
la quale cominciò a comparire con Pio II (1458-1464) come
gustosa conclusione della mensa papale, ed era richiesta da
Pio IX pel suo pasto quotidiano.
Filippo V, re di Spagna, tornando a Milano dal suo campo
sul Modenese, passò per Codogno, e la comunità gli fece pre-
sente di ventiquattro pestoni di vino in ghiaccio, di due dozzine
di salami, di due cassette di cotogne e di sei maestose forme
di cacio (5 ottobre 1702).
Giuseppe II giungeva da Mantova a Godogno, salutato dal
suono delle campane. Era sceso dalla carrozza alla Sigola, e volle
attraversare il borgo a piedi. Giunto presso la casara di Do-
menico Antonio Stabilini (di famiglia oriunda da Bergamo e
qui da pochi anni pervenuta volle entrarvi, e fu profonda la
sua ammirazione al cospetto di quelle quattromila forme, per
quei tempi caterva enorme di prodotti e pei presenti modesta.
Gli uomini delle casare ebbero cinque zecchini di mancia
(5 giugno 1769)26.
Sedici anni dopo Giuseppe II , era salutato in Milano da
parecchi altri principi. Così capitò qui Ferdinando IV, re di
Napoli, accompagnato dall'arciduca austriaco Ferdinando. Con
gran pompa di seguito i due personaggi alloggiarono nel pa-
lazzo già dei Trivulzi, visitarono il palazzo Folli in contrada
del Sole (via Ognissanti), il soppresso monastero delle Clarisse
e il convento delle orsole, l' orfanotrofio feminile. Ma quello che
più destò la curiosità e la meraviglia di essi fu la fabbricazione
del formaggio alla cascina Bellona e la visita dei grandi depo-
siti Stabilini, Lamberti e Cibra (19 luglio 1785); la quale ultima
casara, costrutta a tre navate, era capace di circa quattro migliaia
NELLA CRONACA E NELLA STORIA
359
di forme, ragguardevole quindi allora per ampiezza (28 feb-
braio 1781), ma non certo come il « caserone » — costrutto
nelle vecchie scuderie di casa Trivulzio, in contrada Galiverta
(via Vittorio Emanuele) — il quale ne conteneva ben undici
mila. Nella casara del Cibra i principi furono regalati di due
imponenti forme; e si partirono ammiranti ed ammirati, quan-
tunque successivamente i casari nostri si avessero a batter l'anca,
poiché — se delle visite auliche rimasero iscrizioni lapidarie
che tuttora si leggono e grande spanto di cronografi con-
temporanei — si aggravò pur troppo la ferrea mano della regia,
aumentando e balzelli e tariffe.
Leopoldo II, quattro giorni prima di entrare solennemente
in Milano, volle pure rendersi contezza dei metodi in azione
presso le nostrane fabbriche di formaggio (24 maggio 1791)^
ed il festeggiato imperatore beneficò Codogno concedendogli,
tre mesi dopo, la fiera autunnale che va tuttodì famosa tra i
mercati europei (20 agosto).
Quando nuovamente sventolò la bandiera gialla e nera degli
Absburg nelle nostre terre, Francesco I, alla vigilia di entrare
nella metropoli lombarda, scendeva inchinato dal clero e dai
magistrati a visitare le casare Stabilini (30 dicembre 18 15);
cui rivide prima del suo secondo ingresso in Milano, dove a
suo onore s'era eretto l'arco di porta Comasina (maggio 1825);
e qui, giunto da Cavacurta mentre era atteso da Maleo, fu fe-
steggiatissimo in casa di Luigi Lamberti, dove parecchie fan-
ciulle vestite di bianco lo presentarono di fiori.
E fra gli adveni illustri citiamo ancora Maria Luisa d'Austria,
vedova di Napoleone I e principessa sovrana di Parma, Piacenza
e Guastalla. Costei, mentre durava più che mai la luna di miele
fra il reame lombardo veneto ed il suo ducato (tanto più es-
sendo essa figlia di Francesco I), varcò ripetutamente il Po,
appassionata spettatrice di tutto il processo produttivo dei no-
strali « casoni » del Caselnuovo (1834); e così se ne compiacque
che sulle amene pendici della Baganza — dove aveva fatto un
piccolo Eliso della villa ducale di Sala — eresse presso al casino
dei Boschi una casara ad imitazione delle lombarde, riducendone
a prato irriguo i fondi circostanti, e raccogliendovi una « ber—
36o
GbDOGNO È IL sub TERRITORIO
gamina » celebrata e probabilmente continuata tuttora dai li-
gustici marchesi di Carrega, principi di Lucedio, oggi proprietari
del luogo.
Così, a mezzo secolo di distanza, l'austriaca di Parma imitava
la prozia austriaca di Parigi, l'infelice Maria Antonietta; che,
giovanetta delfina, aveva arcadicamente contribuito al risveglio
della vita rurale, vestita coi figurini di Watteau, mungendo
in argentee coppe le bianche mucche di Versailles e del Trianon.
Oggi Codogno continua gli antichi suoi fasti; e si può dire
che questa industria capitale si svolge regolarmente a fasi, a
norma delle stagioni. A san Giorgio (23 aprile) si stipulano o
si rinnovano i contratti fra proprietari e produttori, fra ditte e
consumatori per la provvista del latte e dei latticini; e la spe-
dizione per l'Italia, per l'Europa, pel mondo continua ininter-
rotta. La Svizzera, la Francia, l'Olanda e l'Inghilterra — forti
delle ultime invenzioni meccaniche e di potenti capitali — go-
dono di condizioni elette sul mercato internazionale del cacio;
ma le loro sono qualità « specializzate » , e quindi per la
maggior parte voluttuarie; là dove tra noi si fa il vero « arti-
colo di necessità ».
E cogli ottimi pani di burro e coi nostrani caciocavalli
— la cui produzione fu qui trasportata dai dolci paesi del
mezzodì italiano — il nostro formaggio trionfalmente è spinto
dall'iniziativa codognese fino oltre alle Cordillere americane ed
alle foreste i cui rami si stesero pii sul capo di Brahma. Ed è
questo un onore per quella legione di volenti che lo producono,
in questi tempi in cui anche agrariamente tutto si riduce a
regole ed a programmi, ma tutto decade, si sgretola e si spezza.
NELLA CRONACA E NELLA STORIA
NOTE AL CAPO XXXI.
^ Marco Formentini - // ducato di Milano.
^ Carlo Denina - Delle rivoluzioni d' Italia.
^ Cesare Cantù - Storia degli italiafti.
* Cesare Cantù - Scorsa agli archivi di Firenze. ,
^ Matazone da Calignano - Nativitas rusticoruni.
^ Luigi Alberto Gandini - Sulla tavola , cucina e cantina della corte
di Ferrara nel quattrocento.
' Archivio storico per le Provincie parmensi.
^ Non sembra, infatti, che il sopranome di Moro pervenisse allo Sforza
dalla tinta bruna del suo volto, come molti asserirono; chè anzi Paolo
Giovio, suo contemporaneo e alto dignitario, nel Dialogo delle imprese
lo dice in viso di carnagione bianca e pallida.
^ Pier Francesco Goldaniga - Memorie storiche del regio ed insigne
borgo di Codogno.
^"Francesco Gagnola e Giovanni Kg^^\aa - Regime de IV Adda 7iei
suoi rapporti colla Muzza e colle altre derivazioni dal fiume. Dalla quale
opera — ora in corso di stampa — ci piace rilevare qualche dato relativo
alla subbietta materia:
La citata descrizione dello stato della Muzza nel 1498 dà in numero di
ottantatre le bocche esistenti; cinquanta delle quali mantengono la deno-
minazione di luoghi, prova del loro inizio per opera delle communanticu
rurali, tuttavia rispettose delle prescrizioni statutarie al riguardo delle
proporzioni e competenze anche di costruzione; le bocche di signoria feu-
dale od ecclesiastica negligono, per contrario, le norme sancite. Fra esse si
ritrovano i bocchelli di Erasmo e Renato Trivulzi, e dell' abazia del Corno
e di Erasmo Trivulzio, la Cotta Bagia dei Borromei, il bocchello di Gio-
vanni Trivulzio, la Crivella di Renato Trivulzio, la Fratta Ospitaletta;
alcune delle quali « si spingono sotto il fondo della Muzza in modo scan-
daloso, hanno speroni e dighe affatto anormali e rovescianti qualsiasi con-
cetto di regime di canale distributore », e le altre sono « costrutte in
modo da conculcare ogni e qualsiasi norma tecnica di erogazione in canale
\ ad interesse comune del territorio intéro di una provincia, di tutto un
consorzio di utenti ».
362
CODOGNO E IL SUO TERRITORIO
Antonio Trivulzio — vescovo d' Asti, poi di Piacenza — aprì la Codogna
nella prima parte di Muzza con bocca così enorme ch'ebbe nome Regina
(1510), danneggiando grandemente l'alto e medio Lodigiano. Da essa
scendono ben venti roggie: il Buco della Fola, il Bocchello Mongattino;
la Nuova coi rami Mazzone e Cavacurta; la Bagola; la Cancelliera Figlio-
dona (che trae certo nome da Danese) ; la Bocca Cazzaniga ; la Codognina
coi rami Schiappetta , Caselnuovo , Gazza , Poveri , Reghinera , Sant' Iorio y
Madonna, Bignama; la Badessa Priora divisa in Badessa e Priora; la
Moientina; la Vecchia; la Molina. Dipendono pure dalla Codogna: la Ga-
sala ; la Guardalobbia coi suoi rami Battaina, Fossadazzo e Lupa, la roggia
di San Fiorano e quella di Fombio. La Cavallera Crivella fu pur levata
dai Trivulzi , ed essa forma le ampie roggie : Barna Bonona , Gareggia y.
Trivulza, Grazzanella, Terenzana, Rometta, Terranova, Tesoro, Faruffina
e Trecca.
Una descrizione fatta dal magistrato delle entrate straordinarie di Mi-
lano nel 1634 considera la roggia di Castione derivata dalla Muzza, come
canale distributore.
" Renato o Ranieri Trivulzio — figlio di Antoniolo e capostipite dei
signori di Formigara — curò sollecitamente la bonifica delle proprie terre,
come del resto i suoi congiunti coevali, che dalle illecite ragioni fattesi
sulla Muzza, erano i meglio serviti nei propri latifondi. Gon Renato Tri-
vulzio pattuiva il comune di Codogno ch'egli a sue spese restaurasse il
cavo Badessa, rimanendo condomino della roggia medesima (1493). Anche
Catalano Trivulzio è ricordato nel nostro capo XXXVI a questo riguardo.
" Archivi comunale e parochiale di Codogno.
Alessandro Riccardi rilevò dalla carta bolzoniana (1588) che la bassa
del Po era percorsa da tre colatori paralleli al gran fiume ed in esso
sboccanti. Il primo colatore serviva di sfogo al lago Barili, di cui però in
quel tempo restavano solo alcune paludi alla regona di San Fiorano.
Il nome di Guardalobbia si rinviene sovente negli atti medievali del
nostro territorio , di cui vari luoghi , argini od acque , così si chiamarono.
Francesco Zambaldi - Dizioìiario etimologico italiano. Lo stesso Zam-
baldi trova che « burro » è contratto di « butiro », parola forse scitica
alterata nel composto greco ^^jvrvpoy, che indica cacio bovino.
^® Sulla denominazione di « parmigiano » data al nostrale formaggio,
interloquirono di recente, ed anche in modo vivace, le camere di com-
mercio di Milano, di Lodi e di Parma. A proposito di una sentenza pro-
nunciata in sede d'appello da un tribunale lombardo (1897) non mancarono
egregi scrittori d'agraria di interessarsi alla questione, rilevando vittorio-
samente la ragione storica che fece attribuire nominalmente, ma non già
sostanzialmente, allo stato parmense la priorità della produzione caseina.
Questo strano ed inveterato equivoco — pel quale con Enrico Biagini,.
dotto barnabita, ricordiamo analogicamente che alcuni ancora ritengono
parmigiano il lodigiano Fanfulla — ci sembra, del resto, trionfalmente
NELLA CRONACA E NELLA STORIA
vinto dalle osservazioni fatte da Luigi Cattaneo in una sua monografia
sul caseificio (1857), che già prima del 1500 i prati irrigatori necessari
alla fabbricazione del formaggio esistevano, insieme all'industria, nel Lo-
digiano; mentre tutti sappiamo che di simile provvida coltura non era
ancora fornito il territorio parmense.
* ^ Archives curieuses de V histoire de France.
Leandro Alberti - Descrizione d' Italia.
Il magistrato fiscale delle regie ducali entrate ordinava nello stesso
giorno la sospensione dei mercati di Codogno, Casalpusterlengo, Sant'An-
gelo e Stradella.
Archivio comunale di Codogno.
Archivio comunale di Codogno.
'^'^ Archivio parochiale di Codogno.
Monografia agricolo-statistica del circondario di Lodi (1884).
Pier Francesco Goldaniga - Memorie storiche del regio ed insigne
borgo di Codogno.
Archivio parochiale di Codogno.
^® Da sei anni era stato fatto il censimento ordinato da Maria Teresa, il
quale iniziava un'era felice pel nostro suolo (1760). A detta di Gian Ri-
naldo Carli dopo dieci anni della stima generale dei fondi il terreno incolto
nel Lodigiano da ventitre mila pertiche era ridotto a meno di cento.
Sulla casara Polenghi (già Stabilini) in via Cremona si leggono le
seguenti iscrizioni, coperte nei politici rivolgimenti del 1848 e ridate alla
luce nel 1882:
lOSEPH. Il ROM. IMP.. AUGUSTUS
PER COTTONEUM TRANSIENS
CELLAM HANC CASEARIAM
DOMINICI ANTON. STABILINI
RECTA PER HOC OSTIUM
ACCITIS ETIAM ASSECLIS AULICIS
SPONTE AC LUBENS INVISIT
AC SEMIHORA LUSTRAVIT
NONIS JUN. AN. MDCCLXIX
AN. MDCCCXV. Ili KAL. JAN.
IMP. ET REX FRANCISCUS PIUS PEL. AUG.
HOCCE CASEALE
TANTA SUA PRAESENTIA
HONESTAVIT
CLERICIS ET MAGISTRATIBUS
INIBÌ ADMISSIONE ALLOQUIO EXHILARATIS.
"^^ Le maggiori latterie lombarde sono quelle dell' agro nostro ; e spe-
cialmente sui mercati inglesi trova grande favore il metodo di burrifica-
zione coi fermenti selezionati, da esse adottato recentemente.
CAPO XXXII.
Francia vinta — La reazione dei cesarei — Retegno — Le contese dei
Trivulzi coi Bevilacqua e cogli Scoti — Un epilogo romantico.
avrebbe avuto a fulcro, colla spirituale alleanza del papa, la
somma acquiescenza dei principi, liberati alla fine dall' incubo
dei navarrini. Ma, prima ancora che lo cantasse il poeta, spesso
errava lo umano giudizio; e non erano ancora state divise le
spoglie dei vinti, che già la discordia si affacciava a turbare
sull'orizzonte l'aurora consurgente dei trionfatori.
Clemente VII — che coli' imperatore e con Firenze medicea
aveva concluso un trattato nel quale si pattuiva il ritorno degli
Sforza alla ducea milanese (25 aprile 1525) — capì tosto che
l'aver data mano alla rovina dèi re cristianissimo non lo sot-
traeva punto alla callida padronanza di Cesare; e s'accorse
d'aver mutato in peggio. Egli quindi, irresoluto, dubitoso e
volubile di simpatie e di odi, venne in gran dispetto dell'im-
peratore, da lui accusato di aver mancato agli impegni con-
tratti; dei quali precipuo pel papa il reintegramento della
RA logico prevedere che subito dopo la battaglia di
Pavia — d' onde escirono Francia fiaccata e Spagna
precinta di lauri vittoriosi — il ferreo braccio di
Carlo V, statuariamente proteso sulla asservita Italia,
CODOGNO E IL SUO TERRITORIO ,365
potestà delle somme chiavi sulle terre mal tolte dal re francese
al governo della chiesa, che vi vantava antichissimi dritti, ra-
dicati in parte nella storia dell'esarcato di Ravenna. Epperò,
affinchè non di vane querele rna di fatti efficaci si giovassero
gli interessi della santa sede, Roma, Firenze e Venezia, stavan
facendo causa comune, procurando comporre la loro causa con
quella della reggente di Francia, pel figliuolo di lei, prigioniero
a Madrid. Anche Arrigo Vili, non ancora dissidente dai canoni
del cattolicismo, si dichiarò per la lega; ed a Milano, intanto,
Gerolamo Morone, cancelliere di Francesco Sforza II, armeg-
giava nascostamente per la riscossa effettiva del suo signore,
che dopo la giornata di Pavia assomigliava ad un interdetto.
Il disegno non ebbe buona fortuna. Trattavasi d'eleggere il
capo militare degli eserciti collegati nell'eventuale conflitto; e,
poiché si aveva ragione di credere che Francesco Ferdinando
d'Avalos, marchese di Pescara, nell'intimo dell'animo non fosse
più devoto di Carlo V, il Morone, che gli aveva confidato
i preliminari della lega, con lui recavasi a conferire in Novara.
Quivi l'attendeva il tradimento, chè Antonio de Leyva, invisi-
bile ma procurato teste delle rivelazioni sediziose, faceva pri-
gione il cancelliere sforzesco (15 ottobre 1525), che si riscattò,
dopo tormentosa prigionia, in parte per denaro, dalla condanna
capitale, e da allora potè considerarsi civilmente morto.
... *
Conseguenza inevitabile della svelata congiura fu lo sbaraglio
della causa sforzesca; e — mentre il popolo milanese, con in-
trepide sommosse, fa scontare terribilmente coli' armi le vessa-
zioni dei comandanti spagnuoli e dei loro sudici bisogni pieni
di cupidigia e di peccata — Francesco Sforza sta per ben otto
mesi strettamente ossidionato nel castello di porta Giovia, fino
a che, malato e triste, è costretto ad escirne, dopo aver con-
cluso col duca Carlo di Borbone un compromesso, pel quale
egli è tutto alla mercè della maestà imperiale (24 luglio 1526).
Nel frattempo le vicende guerresche alto suonavano per le
nostre regioni; ed è naturale che di infiniti episodi di danni e
di rovine dovessero essere il campo le contermini terre. Attra-
verso i lugubri incendi, le devastazioni feroci, i morbi spaven-
tosi, le fami implacabili, passano pel nostro territorio sui loro
366
CODOGNO E IL SUO TERRITORIO
cavalli di battaglia Fabrizio Maramaldo, a cui Ludovico Vistarino
toglie Lodi stremata; e Giovanni Medici, che allinea le sue
celebri bande nere; ed il titubante Francesco Maria, duca d'Ur-
bino, che -mal si attenta ad appiccar zuffa coi borboneschi.
E ormai cosa troppo vessata di accuse e di difese il contegno
del re di Francia dopo il trattato di Madrid (17 gennaio 1526),
pel quale il ducato di Milano, Genova, Napoli e le Fiandre
eran fatti provincie spagnole; ma — pur ricordando il « non
eadem cetas », gran vero per chi interroghi le misteriose madri
della storia — qui si sfata del tutto la leggenda cavalleresca
onde si volle redimita la calva fronte del figliuolo di Luisa di
Savoia.
Egli, contro il giudizio dell'universale, lacera i patti quattro
mesi prima sottoscritti con Carlo V, e si collega in Cognac col
papa, coi veneziani, coi fiorentini e coi rappresentanti di Fran-
cesco Sforza, tuttora assediato nel castello milanese (17 maggio).
Così si riaccende la guerra, si acuiscono le ire, e fra trambusti
e violenze e flagelli si prepara pei nostri un anno dei più orri-
bilmente contristati da ruine e da stragi di pesti e di guerre.
In quell'anno Carlo di Borbone doveva oscurare la infamia
degli Alarici e dei Totila, saccheggiando ed ardendo Roma;
che, pure allora baciata in fronte dal più vivido e puro sole
dell' arte rinascente, vedeva farlesi notte innanzi sera, nel cruento
crepuscolo del suo storico sacco (1527).
Un episodio di quelle atroci calamità fu la scaramuccia con-
tinuata fra i Trivulzi ed i Bevilacqua, posti di fronte, più che
dagli espedienti comuni della politica, da ragioni domestiche,
come vedremo a suo luogo. Ercole Bevilacqua, conte di Macca-
storna e dei due Corni, uomo d'animo vigoroso, libero dai
servigi militari col duca d' Este , abbandonava la republica di
S. Marco per rimanere imperiale ; e con settanta lancie spezzate
da lui stipendiate, cacciava di Maccastorna gli uomini di Gian
Fermo Trivulzio, secondo il genio della propria famiglia parti-
g"iano di Francia. Il conte Ercole, uomo di magnificenza incom-
parabile — come dice il suo cenotafio in S. Francesco di
NELLA CRONACA E NELLA STORIA
Ferrara — nel suo propug^nacolo dell'avita possanza sulle rive
dell'Adda ospitava con isplendor principesco i capitani cesarei
•€ le loro schiere; e, pretendendo uno di costoro, nella sua esosa
burbanza castigliana, di avere il comando della rocca, Ercole
improvvisò una mischia ; e, massacrati alcuni avversi, altri fattine
prigioni, questi lasciò liberi sotto condizione che escisser dal
-castello curvi sotto la sua saracinesca, mentre egli, armato di
uno spadone, stette fermo a quella nuova forca di Gaudio come
ad aggradire in omaggio la forzata riverenza dei vinti.
Non potè, però, egli mantenere più di tre mesi Maccastorna ;
chè Lodi e Cremona caddero nell'estate ai nemici collegati e
sopravvenienti, così che dovette rifugiarsi a Ferrara^.
Era sceso dai gioghi delle alpi Rezie quel terribile Giorgio
Frandsperg che, stranamente commescendo il suo sdegno lute-
rano colla libidine del denaro, alla testa della bordaglia tirolese
« tedesca, impugnava due simbolici lacci, d'argento l'uno per
strozzare i cardinali , aureo l' altro per appiccare il papa. L' im-
presa agglomerò da prima quelle spaventevoli orde di contro
alla pontificia Piacenza; ma il fato ineluttabile strappava poi
dal nostro suolo, quasi per misteriosa energia, le tende di quei
ribaldi, spinti a tumulto alla volta della città eterna.
Non per questo le primordiali imprese loro furon poco feroci ;
e non furon da meno degli spietati montani del Voralberg 1
vec<:hi lanzi nel calar di spadoni, nel puntar d' alabarde, durante
i saccheggi e gli stupri; mentre gli spagnoli, a cui il campo
non aperto sopprimeva il bisogno di affondar l'archibuso sulla
forcina, sotto lo sventolante drappo giallo e rosso, davansi alla
preda ed alla rapina, inaugurando quella fama di furatori la
quale arricchì il patrimonio proverbiale del nostro paese, nelle
memorie di quei suoi soverchiatori forestieri.
Trecento bisogni varcarono il Po, se ne vennero a Godogno
e lo saccheggiarono ; rifornirono e soccorsero Pizzighettone as-
sediato, tornando poi a ricongiungersi con altri dei loro a
San Nicolò ^. Quel bestiale esercito — per usare le parole del
Poggiali ^ — rimasto inoperoso prima di avviarsi al sacco di
Roma, si muoveva dai campi piacentini in numero di venti
^ mila tedeschi, otto mila spagnoli e tre mila italiani (22 feb-
368
CQDOGNO E IL SUO , TER-RITORIO
braio 1527), cui per via si aggiunse la schiuma dei malviventi
e dei ladroni fuorusciti delle regioni attraversate.
E questo l'ultimo episodio di grande guerra guerreggiata fra
potenza e potenza il quale si svolga in terra nostra. Per gli
accordi di Bologna Carlo V confermava allo Sforza il ducato
milanese (2 gennaio 1530); ma, morto improle il duca (i no-
vembre 1535), ordinava ad Antonio de Leyva di occupar tosto
Milano; nè valsero a toglierla « a Castiglia ed a Leone » le
richieste del re francese, e le istanze del marchese di Caravaggio
Gian Paolo, naturale di Ludovico il Moro, e morto mentre
si accingeva a valicar l'Appennino per impetrare il riconosci-
mento alla successione. Carlo V delegò il cardinale Marino Ca-
racciolo al governo di Milano (ottobre 1536), e da allora Spagna
dilagò per tutta Italia. Nei tempi successivi soltanto qualche
burrascoso ma isolato gurgite qua e là sommosse gli spiriti ;
ma l'onda calma, lenta, greve pesò come un incubo funereo su
tutta la civiltà italiana di quasi due secoli.
Venute meno le contese per via d'armi contro imprese di
stranieri ormai qui riassisisi, il fenomeno litigioso in più brevi
proporzioni si rinnova tra l' una e l' altra gente di contermine
feudo, ed in guisa speciale fra quelle casate potenti, che sono
attigue a diverso dominio politico. Non più ragion d'arme com-
battuta dallo esercito di un re contro quello di un altro; ma
fazioni, scorribande badalucchi sulla lunga del Po, da feudatario
a feudatario, a seconda della sovranità da essi seguita^ e fo-
mentata da quel vivo sentimento di « campanilismo » che anche
in tempi pacifici è vieppiù eccitato dalle diffidenze, dai sospetti
e dai dispetti vicendevoli.
La possanza trivultina s'era venuta fortificando ed estendendo
durante il dominio francese; colla lega di Francia e degli sfor-
zeschi e colle paci susseguite, essa si rassodò meglio, per
l'abrogazione delle confische che l'aggravavano. Allo incremento
di Codogno i suoi feudatari sentono il bisogno di una maggiore
espansione coi subbietti, e qui edificano un vasto palazzo (1493),
di cui presentemente si può avere un'idea, riassumendo collo
sguardo l' area occupata da quell' edificio, e limitata dalle odierne
vie Trivulzio, Ognissanti, Cavour, Vittorio Emanuele e lato
NELLA CRONACA E NELLA STORIA
meridionale della piazza Municipio. Dopo la venuta in Italia di
Luigi XII (1499), Cavacurta, Gera col suo porto (1501), il
marchesato di Maleo, Larderà, il marchesato di Pizzighettone
(15 15), sotto l'egida della corona di Francia erano uniti a gloria
ed a potenza dei Trivulzio, ad onta specialmente dei Bevilacqua.
E tendendo quelli ad esampliare assiduamente i propri domini,
si trovarono per legge dinamica accampata contro un'altra forte
ed audace stirpe, gli Scoti di Fombio.
Non vogliamo esagerare dicendo che costoro, colla loro per-
manenza padronale in terra che non era la propria d'origine,
figurassero pei Trivulzi quella minaccia e quel pericolo che
oggi, mutati sentimenti e società, danno carattere di oppressione
ai conquistatori di terre strappate da interesse politico alla culla
naturale. Certo è che le condizioni di lotta sorte e lungamente
persistenti per la terra di Retegno fra i prominenti piacentini
e quelli milanesi, per questi almeno si presentavano larveggiate
di quei caratteri specifici che hanno creato il moderno « irre-
dentismo ».
Retegno, vicin di Codogno, vanterebbe — secondo il Gol-
daniga — una di quelle etimologie che soglionsi dire parlanti;
perocché il suo appellativo deriverebbe dal copioso numero di
reti da pesca che vi si usavano; e non ci pare assolutamente
condannevole l'induttivo asserto, poiché pel corso dei secoli
— • specialmente quando non era ancora prosciugato il lago
Barili — ed anche oggidì, l'industria piscatoria nell'acque e
nei coli del Po é tutta cosa di quegli incoli.
Discussero vivamente e storici e cronisti sulla peculiare fi-
sionomia sociale e politica della terricciuola ; essa — segnando
come colonna terminale i limiti estremi dello stato milanese —
dovette dividere con altre borgate sparse nelle regioni italiche
la caratteristica non invidiabile d' essere ospizio normale a gente
in rottura di bando, la quale vi confuggiva a salvezza, tenendovi
d'occhio il non dolce loco natio e sopra di esso continuando
le mal cominciate imprese. Non é a dire se questo diritto d'asilo,
per tacito consenso riconosciuto dalle finitime terre, volgesse
al peggio le condizioni morali degli abitanti ; su quel suolo at-
tecchì, felicemente assecondata, la trista pianta del vizio, ed in
Codogno e il suo territorio^ ecc. — /, 24.
370
CODOGNO E IL SUO TERRITORIO
ispecial modo allora che nel periodo spagnolesco le fonti sviate
dell'ordine facevano vergognare la giustizia, crudele ma pure
sempre impotente.
Isella qual cosa impensieriti i maggiorenti di Codogno e di
Lodi, coavennero per istromento sulla reciprocità dei loro di-
ritti e doveri quanto alla giurisdizione civile e penale della città
e del borgo (25 aprile 1695); ed è specialmente notato nel
documento che « il borgo (Codogno) è immediatamente confi-
nante col Piacentino e con Rettegno che si dice Imperiale, e
poco discosto dal Cremasco (di signoria veneta), onde quel
contorno abbonda di malviventi e di ladri per li quali spesso
bisogna toccare campana martello e nelle notti lunghe della
vernata invadono a torme la terra ». E codesta genia di taglia-
cantoni trovavano pure un refugio nelle boscaglie del Brembiolo,
prossime alla strada Emilia*, ch'era comodo campo alle loro
nefande gesta ^.
Seguendo il tratto storico di Retegno, se volessimo deter-
minare con .precisione come, o per la perduta libertà o per la
spontanea dedizione esso di libero si facesse sommesso, do-
vremmo entrare in malagevole via. Emerge però indubbio che
il luogo nel 1537 obbediva a Milano; chè il diligente Lorenzo
Monti riporta da Carlo Maria Maggi ^ come già in detto anno
il senato milanese spediva al legato apostolico reggente Piacenza
— il cardinale Giovanni Monti, poi papa Giulio III — un suo
giudice fiscale, in persona di Giovanni Giussano, nello intento
di risolvere il rappresentante del pontefice a non turbar meno-
mamente la giurisdizione su Retegno e su Bettola (caseggiato
verso la Battaina, ora non più esistente) « quali appartenenti
a questo dominio ». Due anni dopo, però, Retegno par che
mutasse signoria, e Cristoforo Poggiali assegna infatti al 1539
la tragica causa agitatasi per quella villa.
Della cronaca che segue — cronaca di delitto — Gian Fermo
Trivulzio, signor di Codogno, compare precipuo fattore.
Egli, figlio di Giorgio e di Susanna Borri, seguendo come
tutti i suoi maggiori le parti di Francia, ne fu preposto alle
condotte di cavalleria; ed a Melzo, assalito dal Pescara, fu con
Gerolamo suo zio, negligente custode della rocca, fatto prigio-
NELLA CRONACA È NELLA STORIA
Gian Fermo Trivulzio L
niero (1524). Lo riscattò il conte Alessandro Benvenuti di Crema,
e quando Sforza e Francia collegaronsi in causa comune, Gian
Fermo rifece gradatamente gli aviti possessi già confiscatigli.
Sotto Carlo V, nuovo padrone
del Milanese, il Trivulzio signoreg-
giò in patria, pure ripetutamente
insignito di onori e di incarichi
egregi. Sua prima moglie fu Bianca
Gavazzo della Somaglia del conte
Gerolamo; ma, venutagli meno nel-
l'anno stesso di sue nozze (1529),
r anno dopo egli si sposò a Ca-
terina dei Laudi, la figliuola del
conte Marco Antonio, per pregi
e virtù celebrata dal piacentino Ludovico Domenichi nella No-
biltà delle dame.
Poiché sembra accertata la preminenza di Fombio su Retegno,
e quindi di Piacenza, così Gerolamo, Ludovico, Giacomo e
Galeazzo detto Busino Scoti lo reggevano, feudatari investiti;
e di essi Gian Fermo, signore eli Codogno, si trovò tosto
acerrimo avversario.
Non mancava che un pretesto allo scoppio dello sdegno, ed
il Trivulzio, astuto mascheratore dei suoi propositi, lo trasse
da una pretesa violazione di dritti fiscali cui egli attribuivasi.
Gli parve che quei di Retegno, usando per loro necessità del
sale piacentino, offendessero le sue prerogative ; il perchè risolse
di iniziare le offese.
Guidato da un Filippo Zolioli da Castione, anima dannata
del Trivulzio, un manipolo di bravi procede notturno per Re-
tegno; d'un tratto scorgono un viandante; e, riconosciutolo pel
postaro del sale di Piacenza, lo freddano. All'indomani l'omi-
cidio mette sottosopra il luogo ; si trasporta a Codogno la salma
e vi si seppellisce; il pretore feudale codognese incomincia T in-
quisizione; a sua volta interviene la curia piacentina per ragione
di territorio ; ma, intanto che si svolge in contradittorio questo
conflitto di giurisdizione, violenze si oppongono a violenze. I
giudici d'oltre Po perseguono di sequestri le case dei presunti
372
CODOGNO E IL SUO TERRITORIO
colpevoli ed arrestano lo Zolioli, fra gli altri, sì che per ferite
egli muore, mentre in ceppi è trasferito a Piacenza; e quei di
Codogno, giovati dagli uomini del Trivulzio, fugano i piacentini,
che si ritraggono sotto un turbine d'improperi.
Tra i contendenti il sangue si fa grosso. Dalle congiure ven-
tilate nei trivi e nelle taverne si passa presto alle rappresaglie
meditate nei fastosi palazzi ; tanto più che la spagnolesca e
sonnolenta autorità del senato milanese non sa o non vuole
deliberare francamente per troncare quelle bizze sanguinose. Ci
pensano, necessariamente, gli Scoti ; ed un Gherardino Labadino
di Retegno — forse quel medesimo che il cronista Villa ^ qua-
lifica « uno malefactore de dicto loco » — è dagli scoteschi
barbaramente appiccato ai merli del castellare di Fombio, quasi
a sanzionare i dritti di alta giustizia nei signori del luogo.
Questo fatto rompe ogni ritegno nel bollente Gian Fermo;
il quale, fiancheggiato dal bargello e da uomini armati, di notte
assalta Fombio. La rocca è deserta; gli assalitori irrompono,
uccidono, spogliano, violano, ardono, e per ben dodici mila
scudi involano di preziosi e d'armi (settembre 1539).
Ma questa è una sosta sulla via dell' eccidio ; quei feroci
procedono per Guardamiglio , ed ivi rinnovano il sacco. Non si
possono però impadronire di alcuno degli Scoti, poiché il conte
Paride (il solo di sua famiglia che vi si trova), è appena in
tempo di salvarsi fuggendo.
Proprio a Guardamiglio gli uomini del Trivulzio incontrano
il legato pontificio che da Piacenza s'è mosso per arrestare
quella turba senza legge. Non piegano essi alle querimonie del
prelato, ed anzi — secondo si trova narrato — lo beffeggiano
e lo portano prigioniero a Pizzighettone, ma lo rilasciano tosto.
Il pontefice, sdegnato, dichiara Gian Fermo colpevole di per-
duellione, bandito dalla chiesa e dallo stato, incorso nella cen-
sura e nella confisca dei feudi di Pontenure, sul Piacentino, e
quindi in terra della chiesa.
Queste, rapidamente corse, furon le fasi dell'acre contesa. L'epi-
logo di essa ha tutti quegli elementi che farebbero la fortuna
di un romanzo o di un dramma a fondo storico.
NELLA CRONACA E NELLA STORIA
373
Nel dicembre dello stesso anno Venezia festeggiava colle sue
pompe fascinatrici l'arrivo sulla laguna dell'ambasciatore di
Carlo V, marchese del Vasto, e di quello di Francesco I, ma-
resciallo di Annebaut. Entrambi, seguiti da illustre corteggio,
avevan mandato di persuadere alla Serenissima di non stipular
pace col turco. Il conte Gian Fermo Trivulzio — ora tutto di
Spagna — stava allato del marchese del Vasto, che della sua
compagnia gli aveva fatta speciale richiesta. A loro volta vi
si trovarono gli Scoti, vuoi per sollazzarsi nella magica città,
vuoi per consultarsi sull'invio di un cartello di sfida al Trivulzio
con gentiluomini di Ferrara, allora la più fiorita delle italiche
corti per leggi e dettami cavallereschi.
Frattanto viaggiava alla volta di Venezia una lettera che Ca-
terina Laudi aveva ricevuta da persone di Piacenza, ed in cui
si diceva che gli Scoti disegnavano toglier di vita per agguato,
sulle lagune, il signor di Codogno. Questi ebbe buon argo-
mento per indurre gravi sospetti sul proposito dei conti di
Fombio, nell'animo del marchese del Vasto; il quale divampò
d'ira, perchè troppo cara aveva dimostrato d'avere la compagnia
del Trivulzio. Gli Scoti tosto capirono d'essere mal sicuri; ma,
non credendo il pericolo così imminente, partirono di Venezia
senza cautele, e con soli otto uomini di scorta.
Lor tenner dietro Gian Fermo e venti ben armati al suo
soldo, fra i quali Filippo Fregoso ; e quando gli inseguiti furon
nella foce del Po, vicino a Ferrara, vennero assaliti a colpi di
archibugio e di stile. I fratelli Ludovico e Giacomo Scoti
— l'uno di ventotto, l'altro di venticinque anni — furon morti;
e le loro salme, tolte dall'onda e trasportate a Piacenza per
la via di Po, si deposero piamente nel sepolcreto gentilizio
di S. Giovanni in Canale.
La morte solve tutto, e sciolse altresì il debito di sangue che
aggravava la coscienza del Trivulzio. Le alte querele mosse
contro l'assassinio si spensero pronte e fioche. Gian Fermo morì
in Zorlesco diciasette anni dopo^, e per lui non vi fu nessuna
vendetta, nessuna riparazione. Della tragedia non restò — sterile
compianto — che il ricordo nelle anime gentili.
374
eODOGNO E IL SUO TERRITORIO
NOTE AL CAPO XXXII.
' Antonio Frizzi - Memorie storiche della nobile famiglia Bevilacqua.
— Pompeo Litta Biumi - Famiglie celebri italiane.
^ Addictiones ad chronicon placentinum guarinianum.
^ Cristoforo Poggiali - Memorie storiche di Piacenza.
* Pier Francesco Goldaniga - Memorie storiche del regio ed insigne
borgo di Codogno.
^ Così la tradizione colposa si accrebbe che perfino sul principio del
secolo moribondo Retegno consideravasi per prisca degenerazione sede di
una quantità di birbe interprovinciali, che libito vi facevan lecito in lor
leggi. In un libro d'un ex giudice di provincia edito in Milano nel 1803,
leggonsi parole di fuoco contro la infestazione dei msJviventi in Lom-
bardia, e in ispecial modo sul genio a delinquere delle popolazioni confi-
narie. Tra queste è collocata quella di Retegno, bollata a sangue dal fiscale
autore con parole che noi non vogliam qui riportare per quel concetto
che insegna a non forzar la mano alla filosofia degli avvenimenti e a non
ascrivere mali lamentati in tempi ex lege ad altri meno infelici.
® Carlo Maria Maggi - Feudorum provincics mediolanensis contrcwer-
sorum cum alienis ditionibus synopsis.
' Ritratto da un quadro antico nel palazzo Pallavicino Trivulzio in
San Fiorano.
^ Anton Francesco Villa - Annali di Piacenza.
^ Gian Fermo Trivulzio fu sepolto colla moglie Caterina Laudi nella
chiesa di San Fiorano, dove si legge tuttodì la seguente epigrafe:
NE AB ALIIS EXPETARET QUOD
IPSE SIBI PRESTARE POSSET
IOAN. FIRMUS TRIVULTIUS
georgii filii sacellum hoc et SEPULCRUM
quo jam parentes suos inferri
pie voluit ut juxta ipsos mox
SITUS UNA CUM UXORE
CATHARINA LANDA
MARCHIONIS ANTONII FILIA
PLACIDE CONQUIESCAT
MDXLVII - V - EID - FEBR.
CAPO XXXIIL
La cittadinanza piacentina — I possessi della mensa vescovile — Il comune
di Codogno — Le sue proprietà — Una bella pagina pei codognesi
— Il comune di Casalpusterlengo.
lACENZA, giovata dalla pace stipulata fra il papa, i
veneziani e gli altri principi d'Italia (1484), potè
vieppiù seguire le sue tradizioni di commercio e di
scambio, già così cospicue che gli stessi milanesi
e gli altri lombardi — come vuole un'antica provvisione del
comune piacentino — per giovar meglio al credito proprio, si
dichiaravano piacentini sui mercati d' Europa.
I vecchi codognesi, assueti alle visite di quell'importantissimo
campus fericB^ apprezzarono secondo giusto valore tutto il van-
taggio che avrebbero tratto aprendo alle proprie derrate un
vasto sfogo alla destra del Po, anche perchè in quelle condi-
zioni, e per la linea fluviale di comunicazione diretta che con-
giungeva le sponde piacentine alle coste adriatiche, la piazza
di Piacenza voleva dire quella di Venezia e degli scali levantini.
Conveniva, dunque, porre sul mercato piacentino l'industria
codognese, i cui generi erano la « specialità » ; e porvela da
liberi a liberi, senza tasse e senza balzelli, con parità di rischi
e di diritti e di guadagni, trovando il mezzo per sciogliere
376
CODOGNO E IL SUO TERRITORIO
ónorevolmente il quesito, e che avrebbe accarezzato giusta-
mente l'amor proprio de' piacentini, mentre li avrebbe pure
giovati di quel leggendario buon senso che fu sempre l'infalli-
bile secreto delle fortune locali. E lo fu interamente anche
■quella volta ; perocché il comune di Piacenza faceva publiche
le patenti solenni con cui si concedeva agli uomini di Codogno
la sua cittadinanza (21 agosto 1492), da essi chiesta, con quel
memoriale onde va altero il « registro magno » del comune pia-
<:entino, dalla cui teca è tratto fuori di frequente, richiesto dagli
studiosi di storiche cose, e nostri e stranieri, attratti dalla
estetica sublime del gotico palazzo.
Il documento S rogato a ministero di Ludovico Bordoni,
notaro e cancelliere della comunità di Piacenza, è un testimone
autentico ed invincibile della vecchia possanza piacentina ed
insieme della perspicace attività dei nostri proavi, bonari militi
di quell'esercito in grembialina azzurra, sciente e cosciente del
suo futuro, non indarno supplicato.
Codogno, conservava col patto meramente commerciale la
suprema indipendenza al proprio comune; pure, oltre il « premio
honesto » di lire cento imperiali dato a Piacenza, per meglio
dimostrare il proprio animo grato, riaffermava la concessione
avuta, inquartando la lupa piacentina — cara e forte remini-
scenza della colonia romana, da poco entrata nello scudo cit-
tadino — al proprio stemma, recante il melo cotogno, a cui
la lupa fu avvinta per una catena d' oro ^. E d' oro si volle la
catena, perchè essa significava l'alta e nobile ragione del pu-
blico e profittevole interesse determinante la nostra comunità
ad unirsi mercantescamente colla terra la quale, pei suoi sfoghi
di transito e di esito, si poteva considerare la sovrana della
media valle del Po.
I primi Trivulzì tosto compresero quale fortunata sorte si
fosse creata ai possessi fondiari del proprio feudo; e, da gente
avveduta, assentirono all'istanza dei deputati codognesi che lor
chiedevano la conferma della cittadinanza piacentina. Fu il ce-
lebre Gian Giacomo che, trovandosi in Piacenza ed usando
dell'autorità onde egli rappresentava Luigi XII, ratificava il
privilegio (18 dicembre 1499) ^
NELLA CRONACA E NELLA STORIA
377
Da tutto questo è facile arguire come mano mano le private
fortune radicate in quell'alma genitrice che è la terra, logica-
mente salissero in somma considerazione. I nostri maggiori
strettamente s'attenevano alla dovizia del campo, e grandi e
piccoli, e secolari e religiosi, così che anche quella latifondiaria
che fu sempre tra noi la mensa diocesana, con una persistenza
indefettibile e con uno zelo immanchevole, dirigeva tutte le sue
attività a che non le venisse usurpato l'antico patrimonio della
terra, ed a che la giustizia civile la collocasse alla parte destra, nelle
liti insorte ad opera di chi voleva contestare i suoi prischi diritti.
Ed i vescovi ebber ragione tal volta e tal altra torto dalla
stessa potestà ecclesiastica suprema; e chi sa con quale stupe-
facimento i buoni lodigiani ebber sentore del breve con cui
papa Bonifazio IX, sulle istanze di uno dei loro, Giovanni de
Riccardi, lo confermava in certi possessi del basso Lodigiano,
contrastatigli dal vescovo Bonifazio Bottigella (1400), che ri-
sulta avesse concesso il feudo di Codogno a Giacomo de Tresseni
Ma r antistite — inflessibile nel salvare alla mensa le temporalità
che le spettavano — non potè fronteggiare le depredazioni osti-
nate di chi rappresentava il potere civile.
La quale lotta seguitò generale e serrata lungo il secolo XV,
vieppiù alimentata dalle peripezie politiche, nelle quali per in-
dole di tempi si confondeva anche il vescovo ; lotta mite quando,
ad esempio, sedeva sulla catedra di Bassiano il frate Giacomo
Arrigone (1407), di infima stirpe, per quanto elevata dallo
splendor degli studi e dalla pietosa meditazione ; o impetuosa
quando il presule era propagine di lombi magnanimi, stirpe
assueta al dominio, come Ottaviano Sforza, il naturale della
famosa Lucia Marliana, contessa di Melzo.
Ottaviano, infatti, non mentendo all'irrequeto suo sangue
— che lo aveva perfin posto in sospetto al nepote Massimiliano,
e che gli aveva procacciato la tortura, come vedemmo — vigo-
rosamente richiese la restituzione di Codogno, di Castione, di
Cavacurta, di Meleti, di Corno Vecchio, di Corno Giovane,
gemme temporali della infula sua un tempo ; ma sopra di questa
prepoterono le corone comitali e marchionali, che avevano con-
fitte le loro spine nei nostri ubertosi terreni.
378
CODOGNO E IL SUO TERRITORIO
La conferma della cittadinanza piacentina data dal magno
Trivulzio ai codognesi, doveva poi essere ratificata dal duca di
Parma, Ranuzio di Alessandro Farnese, a ciò supplicato dal
piacentino dottor Giovanni Battista Cavalli, procuratore della
comunità di Codogno (17 aprile 1587). E questa ebbe pur
duopo, nei tempi successivi, di vedersi confermata quella pre-
rogativa, chè risulta come essa in proposito facesse procura
nei causidici Lorenzo Boccili e Pietro Beghi di Parma, per pe-
rorare la propria causa presso quella corte ducale (30 ottobre
1756); causa riconosciuta legittima da una sentenza del supremo
magistrato delle finanze parmensi (5 dicembre 1759)^.
E certo che codesto jus civico — ■ se non con pari solennità
almeno con eguali conseguenze — avessero pure da Piacenza
gli abitanti di Casalpusterlengo ; ma il diligentissinio Monti ^,
che ne fa cenno, e l'odierno cronografo di Casale"^, che cita il
Monti, non possono ofiìrire della data in cui fu sancito il pri-
vilegio prove documentate, e tutt'al più si limitano a qualche
induzione; come quella pel restauro della strada di Fombio,
allora piacentino, comandato dalla comunità di Piacenza ed
accollato a quella di Casale, come corrispettivo dei diritti fiscali
di pedaggio o di dazio, onde godevano i casalesi ammessi con
privilegi al mercato d'oltre Po (1583); e quello per la elezione
di tre delegati alla esecuzione dell'opera, dopo una nuova rot-
tura, e per una equa ripartizione degli oneri suntuari gravanti
sui luoghi vicini (1594).
E anche tradizione che non tutto il comune di Casale go-
desse della eccezionalità fiscale e daziaria sul Piacentino; ma
soltanto gli abitanti della sponda sinistra del Brembiolo.
Certo è che Codogno e Casale perdevano il diritto di pagare
mite pedaggio sul ponte di Piacenza nel 1809.
L'autonomia comunale di Codogno — già sorta malgrado la
opposizione litigiosa di Lodi, che vedeva strappato dalle sue
viscere un muscolo vitale — si riferisce (come nessuno più
dubita) a quando trapassò il feudo nei Fagnani (1441)- Da quel
momento si plasma la personalità terriera. Fra gli elementi
eterogenei costretti dalle leggi e dalle consuetudini ad integrarsi
NELLA CRONACA E NELLA STORIA
379
reciprocamente, per costituire il potere collettivo di quei giorni,
si osserva il logico e naturale cammino delle varie istituzioni
che coesistono; e, quantunque gli urti e gli attriti si manife-
stino inevitabili tra sè — trovandosi l' una branca di dominio,
diretta od indiretta, se non in opposizione in diffidenza verso
l'altra — quegli ordinamenti disformi trovan modo di smussare
gli acuti spigoli, acconciandosi insieme, come vuole necessità,
in uno svolgimento di attività quasi domestica, in guisa che
tutti convergono al bene comune.
Qui stava la monarchia di Spagna, la quale, pel suo corpo
consulente senatorio di Milano, rappresentava la giurisdizione
politica a mezzo di un pretore civile e criminale; qui il signore
feudale, che per via di un suo magistrato vegliava a che i
propri diritti e privilegi rigorosamente fossero rispettati e sod-
disfatti ; qui la comunità, virtuale espressione dell'aspirazione
popolare, che assumevasi la iniziativa per tutto quanto s'atte-
neva al publico interesse; qui il potestà, antica ed ibrida ma-
gistratura, il cui fine precipuo, e dovunque fosse, sempre fu di
accordare i diritti della corona e quelli del popolo, in corri-
spondenza col senato.
Errerebbe chi credesse che una unità omogenea regolasse la
legislazione politica nei diversi comuni, e che ne fosse fonda-
mento quella eguaglianza di tutti, che sta caposaldo, non
foss' altro che teorico, di tutte le codificazioni moderne. A parte
che non c'era da pensare a quei criteri prima della rivoluzione
inglese e tanto meno di quella francese, nella diseguaglianza
delle caste; in materia così di privilegi come di immunità, esi-
steva una disparità relativa non solo tra persona e persona,
ma altresì tra luogo e luogo ; e ad essa faceva ancor più esi-
ziale contrapposto la enorme confusione dei nuovi legislatori ,
venuti di fuori via, e quindi affatto ignari delle consuetudini
nostre, i quali tempestavano ì subbietti di gride, di ordini, di
notificazioni, ratificando o cassando, modificando o inconscia-
mente contradicendo alle disposizioni dei propri predecessori.
Non dobbiamo tacere che è scarsamente favorita la nostra
condizione di cronisti codognesi di quel periodo, se si riflette
che un gravissimo incendio appresosi nel granaio del monte di
38o
CODOGNO E IL SUO TERRITORIO
pietà, annesso alla casa del comune, distrusse il civico archivio
(i8 gennaio 1792), sì che ne andarono perdute le memorie
tutte delle età trascorse; le quali oggi bisogna racimolare dalle
collezioni private o dalle raccolte delle carte d'altri luoghi, e
in parte ricostruire col sistema analogico moderno.
Seguendo il quale, ci giova assai il manoscritto reperito in
questo archivio prepositurale, e contenente le « regole della co-
munità di Codogno » approvate dal senato (14 febbraio 1592).
Per esso Filippo II, re delle Spagne, si degna ascoltare ed
esaudire la preghiera della comunità e degli uomini codognesi,
che lo supplicano di approvare e di confermare « gli ordini
del regime dell'università del luogo di Codogno ». I petenti
raccomandano la loro istanza al voto espressone nel generale
consiglio del borgo ; nel quale — alla presenza dei confeudatarì
Giacomo, Teodoro e sua madre Ottavia Marliana, e Giorgio
Trivulzì, annuenti e firmati — fu risoluta la riforma del go-
verno amministrativo locale;' ed i codognesi Bertollo, Marti-
nengo, Antonio Bellone, Paolo Folli ed Andrea Fineto, sindaci
del comune in questa faccenda, per suffragio espresso dal con-
siglio « confuggono umilmente pregando alla maestà sua perchè
con lettere patenti si degni d' approvare e confermare le regole
riformate » nel modo che viene proposto ; e cioè :
che i novantasei costituenti il consiglio generale (come da
patente senatoriale Visconte Aimo) siano ridotti tra poveri e
ricchi a settanta, cifra, per altro, che a noi sembra perspicua;
che il consiglio debba esser diviso in otto squadre, delle
quali ognuna abbia il suo turno di governo durante un anno,
e non possano i singoli componenti di essa, eletti deputati dai
settanta e in numero di due, riavere il potere se non trascorsi
due lustri;
dovere il potestà intervenire in consiglio durante l'elezione
dei deputati, per « balle », ed il sorteggio degli scadenti, per
« cedula » ;
non potere il consiglio generale essere convocato se non
previa licenza del potestà stesso o di suo luogotenente; in caso
d'assenza del quale, mentre è da ammettersi ogni discussione,
tanto pei consiglieri quanto pei deputati, non potersi « nè
concludere nè ballottare » ;
NELLA CRONACA E NELLA STORIA
38r
sia sancita l'incompatibilità coU'uficio di deputati di qual-
siasi cittadino in rapporto d'interesse col comune;
sia la competenza dei deputati limitata alla spesa di ven-
tiquattro lire, oltre le quali occorra il voto consigliare;
la comunità, entro tre mesi dalla approvata riforma, dia
« habitazione conveniente presso la casa del potestà a quattro
birri che dovranno servire l'officio di esso podestà, il salario
de quali si pagarà per la terza parte da Feudatarij et patroni
di detto luogo, et per l'altre delle parti dalla detta Comunità
conforme all'ordine del medesimo Senato delli 12 maggio 1578»;
non possa esser mossa lite dalla comunità contro i suoi
feudatari « se prima non sarà proposto il tutto in consiglio
generale, et si sarà havuto in scritto legitimamente l'autorità
di esso consiglio ».
Si capisce agevolmente l' importanza della regia concessione
filippina alla partecipazione propizia nella supplica di Codogno
dei feudatari Trivulzi, se si pensi che la seconda metà del se-
colo XVI si può considerare una sola lite continuata fra essi e
il comune. Facciam posto nelle chiose del capo ^ all'accenno
di parecchi documenti dell'archivio comunale scampati alle
fiamme, dai quali si dimostra come nella più parte dei casi le
controversie cadessero sulle pretese del fisco feudale, respinte
dalla fermezza del comune, e sui mandati rogati dall'ammini-
strazione ai suoi procuratori contro i Trivulzi, o per transigere
o per liberare il comune dall' onere.
Ma non dobbiamo trascurare il peculiare accenno alla lunga
e brusca vertenza per l'istituzione del mercato di San Fiorano^
quando Carlo V, in benemerenza dei servizi di Gian Fermo, e
forse più grato delle geniali accoglienze avute in Codogno, qui
appunto credeva di poter lasciare memoria del suo favore, seb-
bene generica quanto al luogo suonasse la sua concessione,
di un mercato settimanale. Però — come abbiam già ricordato —
la comunità codognese stabilì per suo conto il mercato ad ogni
martedì, senza pregiudizio di quello che — secondo una frase
del Vignati — preesisteva ed aveva luogo il sabato.
San Fiorano trasse beneficio della risoluzione di Gian Fermo,
che lo predilesse a Codogno (1543); ed il mercato di quel luogo
382
CODOGNO E IL SUO TERRITORIO
al venerdì ebbe onore di lapide^, e così gagliardamente fiorì
nei tempi, che il Gabbiano gli dedicò le sue strofe latine ed il
Ciseri lo cita come famoso (1732).
A ben denotare la personalità del comune di Codogno col-
laborava efficacemente la sua imponente fortuna fondiaria. Fra
le grandi proprietà che giuridicamente formavano suo pos-
sesso, va collocato innanzi tutto quello che per antonomasia
è registrato sotto il titolo di Bosco di Codogno — da noi ac-
cennato specialmente nel capo XXII — e del quale le vicissi-
tudini note datano fin dal secolo XIII Avute dal vescovo
Castello quelle cinque mila pertiche circa (11 giugno 135 1),
il comune le investe per livello duraturo trentasei anni ad An-
tonio e figli Scarpini (i gennaio 1365); ed in progresso di tempi
aumenta la vasta possessione, acquistando terre ad essa pro-
pinque, come risulta dai rogiti del notaro Giovanni Antonio
Lombardi (21 agosto 1494 e 14 maggio 1495)^^.
Il comune codognese continuò ne' suoi diritti di proprietario
del Bosco, ricavandone affitti e livelli'^; sino all'anno in cui,
bisognoso di denaro per redimersi dalla feudalità, dopo la morte
dell'ultimo Trivulzio, lo vendette per centomila lire a Carlo
Orazio de' Gavazzi, conte della Somaglia (1684).
L'unica memoria cartografica che ci resta dell'ampio possesso
comunale del Bosco, è raccomandata al disegno a colori del
nostro illustre Carlo Antonio Albino (1696), esistente nel libro
del catastro d'allora, presso il nostro archivio municipale, e
che è riprodotto da noi in più piccole proporzioni "
Altra proprietà del comune di Codogno era quella di Re-
ghinera, acquistata tosto che Piacenza ebbe conferita la sua
cittadinanza ai nostri (18 ottobre 1492). Prima Reghinera ap-
parteneva ai lodigiani fratelli Francesco e Stefano o Susano
Bonsignori, dei quali ci rimangono i confessi delle somme avute
in pagamento (23 dicembre 1496 e 22 dicembre 1497).
Questo fondo — secondo una nota dell'archivio parochiale
di Codogno — risulterebbe poi venduto per quarantunmila e
settecento novantaquattro lire nel 1749; ma ciò discorda da
NELLA CRONACA E NELLA STORIA
383
/l'K AMONTANA
il _j
Il Bosco di Codogno
(Dal catastro di Carlo Antonio Albino).
384
CODOGNO E IL SUO TERRITORIO
altre note — esistenti nello stesso archivio — per le quali emerge
che la comunità avrebbe dato in livello ad un Francesco Grossi
il podere medesimo il 17 gennaio 1756.
Comunque, la proprietà di Codogno in Reghinera — colla
poca terra di Montenivello, acquistata da un Giuseppe Goldaniga
(6 febbraio 1591), e con altre pezze di coltivo — ascendeva,
secondo il « libro vecchio » o catastro dell'ingegnere camerale
Marco Antonio Barattieri (161 2) a seicento ventisette pertiche;
cifra a cui il chiaro Giovan Battista, figlio del precedente, si
riferì nel suo catastro (1650), e lievemente aumentata dall'Al-
bino (1691).
Abbiamo asseverato che qui la magistratura del potestà am-
ministrava giustizia mista, tanto legislativa quanto giudiziaria;
e a lui fin da quei giorni non veniva meno nè pure la esterio-
rità d' una sede in pretorio. Esiste un atto pel quale si processe
all'affitto del Bosco di Codogno, e lo si compì nella « camera
del potestà » sita in castello, titolare della carica essendo Matteo
Pino (6 luglio 1453). Il castello appartenne sempre al comune,
ma la casa potestativa nel secolo XVII fu quella che presen-
temente è dal comune affittata al comando dei carabinieri reali
— dietro il coro di S. Biagio e confinante col gioco del Pallone
come dicono le carte accennate del Barattieri e dell'Albino —
dove poi fu edificato il pretorio, per l'accrescimento di giu-
risdizione al pretore codognese (1774).
A Codogno si giustiziava nella piazza ora detta Morta, ed a
S. Maria della Neve la confraternita pietosa del Gonfalone
pregando componeva la tomba alle vittime Nell'archivio co-
munale esiste un confesso a prò dei signori deputati della
comunità, di sei scudi d' oro , ricevuti dal potestà Alberto Rossi
o Rossio, somma da lui poi trasmessa al carnefice di Piacenza,
quale dovutagli mercede per eseguire il taglio del capo a Gia-
como Quattrino (23 febbraio 1579). Strana giurisdizione, quella
dei deputati del consiglio generale del comune, eletti (19 marzo
1578) per quell'anno nelle persone di Antonio Bellone, Pompeo
Ferrari, Gerolamo Bignami fu Domenico, Pietro Bignami Bor-
toletti, Pietro Bellone fu Angelo, Gaspare Grechi, Giovanni
Maria Ferrari, Bassano Ferrari fu Gerolamo, Paolo Folli, Bat-
NELLA CRONACA E NELLA STORIA
tista Martinengo, Giuseppe Goldaniga, Giovanni Bassano Mola,
Tomaso Ferrari e Pietro Gatia.
Abbiam detto strana giurisdizione; ma certo più sbalorditiva
era la procedura esecutoria di alcune condanne capitali sotto il
dominio di Spagna; quando, staccato il corpo dalle forche
— ordigno uficiale di morte legittimata — esso veniva squar-
tato ed i lacerti appesi alle piante circostanti; mentre — fatale
avvisaglia dell'antropometria moderna nel secolo di Paracelso —
le aule della università di Pavia si fornivano delle teste recise
ai facinorosi
Per le ragioni più volte accennate, non ci sovrabbondano le
memorie intorno ai costumi statistici ed alle numerose espres-
sioni amministrative della esistenza comunale di quei dì. Ci è
permesso, però, di arguire dal poco che rimane come si svol-
gesse, e sotto i più vari aspetti, la tutela materiale e morale
che pei publici interessi esercitava con provvida e costante vi-
goria il magistrato del comune.
Necessariamente bisogna risalire a quell'età ed allo spirito
che la governa, il quale in tutte le espressioni della vita popo-
lare richiedeva cocolle, e vesti talari, e scapolari e tonache e
bruni zendadi e candidi veli. Il maestro publico, quindi, era
sempre un sacerdote, ed il nostro borgo pare si giovasse all'uopo
degli insegnanti la dottrina cristiana in S. Biagio Pel rego-
lare servizio sanitario si hanno pure istromenti di convenzione
con medici patentati
Con quella dell' istruzione e della igiene gravava sul consiglio
generale anche la questione annonaria, uno degli argomenti più
ardui che toccano le moderne amministrazioni publiche; e, fino
dal tempo in cui era duca Ludovico Maria Sforza, il nostro
comune acquistava i dazi provinciali spettanti alla camera della
ducea da Antonio Landriano, tesoriere, da Bongenzio Botta
de' Maestri, sopraintendente alle entrate straordinarie, e da
Gualtiero Bescapè, giudice, delegati alla cessione (1498). Esempio
che dall' alto scendeva al feudatario locale, perchè casa Trivulzia
cedeva a sua volta in affitto a Pietro Antonio Mozzate, quale
procuratore municipale, tutti i dazi di pane e di vino, biade,
^ formaggio, carni, legna, dogana di bestiami (6 dicembre 1502);
Codogno e il suo territorio, ecc. — I. 25
386
CODOGNO E IL SUO TERRITORIO
senza parlare d'altri parecchi istromenti e confessi del genere,
tuttavia a disposizione degli studiosi nel nostro archivio civico;
documenti di natura varia e memorabili, come la sentenza com-
promissoria fra il consiglio generale ed alcuni bergamini per
causa di bestiami (23 maggio 1522); e gli atti relativi al con-
tinuo passaggio di milizie che i tristi fati delle guerre perma-
nenti andavan sospingendo nell'agro nostro; atti suonanti proteste
e controproteste fra gli uficiali civili e quelli militari, e via via
E sulla comunità pesava la cura di quello che oggi avrebbe
nome di appalto di caserme ; ma che però non era il più grave,
in quanto che ben altre e più aspre peripezie flagellavano tal-
volta i nostri maggiorenti; ed a piena dimostrazione dell'asserto
varrà quello che stiamo per narrare, e che vivifica l'austera
lealtà e l'indomito coraggio dei padri nostri.
Non era assopita in Francesco, re francese, la brama di
cancellare la disfatta di Pavia e di riconquista del ducato di
Milano. Al di fuori del Milanese ed anche d'Italia, guerre e
paci, offese diplomatiche ed armistizi eransi con varia vicenda
susseguiti, comprendendo nell'orbita loro papi e perfin sultani.
Ma, poiché i francesi ritentanti l'impresa di Lombardia avevan
vinti gli imperiali a Ceresole in Piemonte (14 aprile 1544), e
Pietro Strozzi, fuoruscito fiorentino, aveva assoldate alla Mi-
randola copiose milizie per Francia, il passo del Po costituiva
strategicamente il punto più importante tra i due eserciti. Si
aggiunga che Pier Luigi Farnese, reggitor di Piacenza per la
santa sede, aveva giovato d'aiuto lo Strozzi, e che questo, pel
cammino del Panaro al Lambro, aveva trovato porta aperta in
castella e contadi, datisi per la mutata fortuna al re cristianissimo.
Pietro Strozzi — uomo, al dir del Brantòme, « più furioso
che dolce » — varcato il Po a Casalmaggiore, stette per una
decade a campo sul Cremonese, in attesa dei rinforzi che avreb-
begli dovuto condurre dalla Romagna il conte di Pitigliano
Nicola Orsino. Il quale non comparendo, lo Strozzi tolse le
more e varcò l'Adda a Castione.
Fu allora che Ercole Visconte — uno dei molti discendenti
naturali di Barnabò, e capitano sotto gli ordini francesi — al
NELLA CRONACA E NELLA STORIA
grosso e gagliardo nucleo di sue genti non aveva più salmerie
€ vettovaglie che bastassero, mentre accennava all'ossidione di
Pavia. Per il che, conscio come il dovizioso Codogno avrebbe
potuto abbondevolmente sopperire alle necessità del suo esercito,
vi mandò due fiere intime (16 e 17 maggio 1544); nella prima
imponendo la immediata consegna di buoi, uomini e corde pel
passaggio dell'Adda; nella seconda richiedendo quanto per la
prima lettera non aveva ottenuto, più pane, vino ed altro, pena
il ferro, il fuoco, il sangue.
Nella camera del consiglio comunale furon le due missive
ricevute e lette dai reggitori della terra, Domenico Mola fu
Luigi console, Nicola de Gae, Giacomino Ferrari, Gerolamo
Martinengo, Gaspare Grecchi e Francesco Dragoni deputati, di
cui riportiamo i nomi a titolo d' onor meritato.
Vi fu un momento d' ansietà, d' incertezza indicibile ; ma tosto
i notari Gian Giacomo de Asti e Bassiano de Gae, richiesti del
rito tabellionare, affermarono — presenti i testi Francesco Bi-
gnami di Reghinera e Battista de Paderni — che, mentre Ercole
Visconte stava tentando il passo dell'Adda a Castione, aveva
inviate quelle minaccie inserte nell'atto stesso; ma che i reg-
gitori sopra detti volevano ed intendevano esser considerati
« veri ac fidi subditi » della cesarea maestà; non considerar
quindi per nulla le dimande del Visconte Poi, consci i co-
dognesi che male avrebbero potuto resistere alle armi navarrine,
determinarono di spedire un messo al governatore marchese
del Vasto in Milano, ed un altro al castellano imperiale di
Pizzighettone, per averne consiglio.
Questo era Giovanni Maria Manara, che di sua perizia mi-
litare aveva dato prove nelle fazioni in Piemonte, e che poi
doveva esser nominato maestro di campo e colonnello, per la
addimostrata intrepidezza. Pure, il suo parere in quel frangente
fu di remissione, egli esortando i deputati codognesi a non
provocare colla resistenza saccheggio e stragi.
Vano suggerimento! I maggiorenti non vollero sapere di
condiscendenze, e — baciati sull'alta fronte di uomini liberi da
quell'estro patriotico che aveva fatto invocare a Pietro Capponi
lo squillo delle campane fiorentine — a quei discendenti di
Carlo Vili opposero il più formale rifiuto.
388 CODOGNO E IL SUO TERRITORIO
La chiara parola e l'ardito atteggiamento dei codognesi col-
pirono di temente stupore i condottieri francesi; non parve lor
vero che modesti borghigiani, tutti intenti alla vita massaia e
tranquilla, potesser trovare tanta improvvisa vigoria nell'animo
sicuro e fedele quanta ne occorresse per repellere le minacciose
imposizioni bandite a squilli di tromba da squadre catafratte
ed usate a perenni rapine. E la fermezza codognese trovò imi-
tatori, fino a che lo Strozzi, avuto sentore del muoversi fretto-
loso da Milano del governatore, con grosso nerbo di fanti e
d'artiglierie, levò di notte l'accampamento da Chignolo, ed, in
rapida ritirata per Orio e Somaglia, pervenne a Cà Rossa,
stremato di milizie e d'audacia (25 maggio). E, fortunatamente
ancora una volta soccorso dal Farnese, potè su barche piacen-
tine condursi al di là del Po; ma per poco, perocché egli,,
giunto alle rive dello Scrivia, doveva essere vinto dal principe
di Salerno.
Poco dopo, la pace si celebrava a Crespy, tra Carlo e Fran-
cesco (18 settembre); ed al rumore delle armi sottentrava nelle
terre nostre quella tranquillità pensosa ma non felice che ac-
quisceva gli spiriti alla signoria di Spagna.
Tramontava il gran secolo, ed il periodo della rinascenza ci-
vile faceva sentire i propri influssi anche fra noi.
La popolazione del borgo seguiva lo svolgimento generale,
e s'apparecchiava ad attraversare il secolo successivo degna di
quello accrescimento e di quella fortuna per cui la sua figura
e nella demografia e nella operosità salì mano mano a meritati
fastigi. Secondo i sinodi diocesani — statistici presidi del-
l'epoca — tremila e cinquecento abitanti in ottocento famiglie
costituiscono il borgo nel 1584; salgono a cinquemila trecento
con mille fuochi nel 1609, ed a cinquemila quattrocento qua-
ranta nel 1629; sessant'anni dopo ammontano a seimila cin-
quecento le anime, le quali nel corso di un secolo s'accrescono
ancora di ben duecento altre famiglie ^^; e nel 1786 l' abitata
unito ha una forza numerica di oltre diecimila persone.
La popolazione di Casalpusterlengo era soltanto di mille sei-
cento anime nel 1584, accresciute a duemila nel 16 19, ed a
duemila duecento nel 1690.
NELLA CRONACA E NELLA STORIA
Casale segue così a rispettiva distanza Codogno nella af-
fermazione e nello sviluppo del suo comune. Come il nostro,
anche quel borgo sente limitata la propria efficienza dalla ba-
riera del feudo che le antistà; ma con questo di più grave, che,
mentre la signoria trivultina spesso doveva risolvere in com-
promessi le sue litigiose pretese coi comunali codognesi, quelli
di Casale, osteggiati da feudali fiscalità anche più acerbe, non
vi opponevano pari energia di resistenze.
I marchesi Lampugnani non vollero mai che la propria so-
vranità fosse anche in minima parte offuscata dalle aspirazioni
e dai provvedimenti di quel consiglio generale, e la rassegna-
zione di questo ebbe più volte solenni dimostrazioni. Per le
feste del Natale il comune prestava omaggio al suo signore
coir offerta della formaggia e dei capponi; ma ciò era consuetu-
dinario, e non può costituire prova piena del nostro asserto.
Altre più gravi deliberazioni prendeva il consiglio a prò dei
signori casalesi, come quelle d'affrettarsi a dichiarare immune
da qualsiasi gravame i nuovi edifici sorti in nome e per conto
del feudatario, di destinargli sollecitamente l'oblazione corri-
spettiva per l'istituzione del mercato, e via via.
Non per questo è da credersi che sempre quel comune amai-
nasse bandiera al cospetto del feudo. Quando i Lampugnani
tentarono avocare a sè la privativa d' ogni reddito daziario della
piazza di Casale, per lungo ordine d' anni pertinente al comune,
trovaron questo fieramente ostile alla loro pretesa (1587); sorse
e perdurò lunga la lite, che finì compromessa nel presidente
del senato milanese, Giacomo Riccardi, il cui verdetto arbitrale
fu quasi per intero favorevole al comune (28 giugno 1590).
Così pure, quando Nicolò Lampugnano per sè e pel pupillo
marchese Gian Giorgio designò a potestà di Casale un Gian
Pietro Mussi, il consiglio nè lo riconobbe nè lo accettò, affer-
mandolo sprovvisto dei requisiti imposti colle disposizioni del
senato al magistrato chiamato a quell'ufizio (1663); ed occor-
sero molti anni e reclami del Mussi, niente meno che al re di
Spagna, perchè egli giungesse a coprire la carica ambita, dopo
essersi posto esattamente in regola pei propri attributi.
390
CODOGNO E IL SUO TERRITORIO
Semplice era la costituzione amministrativa dì Casale, come,^
del resto, quella di Codogno.
Il gran consiglio, composto di quaranta persone, veniva con-
vocato nei primi tempi sotto i portici della piazza; poi nella
sala maggiore dell'osteria di S. Giorgio (1591); quasi sempre
in principio d'anno, e per deliberazioni gravi e per la nomina
dei titolari ai diversi ufizì. Dodici persone componevano il pic-
colo consiglio, eletto in quello dei quaranta e concentrante su
tre deputati il potere esecutivo. Presiedeva e l'uno e l'altro il
potestà, che in sè accoglieva la distribuzione della giustizia prò
tribunali, nell'aula del consiglio; lo nominava il feudatario, ed
era compensato dal comune; perdurava in dignità per un biennio;
poteva giovarsi dell'opera di un luogotenente, e competeva a
lui quel famoso diritto di veto che molto più tardi avrebbe
tratto in perdizione uno fra i più potenti sovrani d' Europa.
La camera consigliare risiedeva anticamente nella contrada
dei Morti, registrata fra le prische del borgo ed anche allora,
come oggi, popolatissima. Poi il consiglio sedette al piano su-
periore dell'ospizio dei poveri, destinato a sede del monte di
pietà; provvisoriamente, perchè dagli atti consigliari raccolti
nell'archivio casalese elice che si deliberò d'erigere la casa per
le publiche adunanze presso la piazza, fabbricando una sala
nella casa della comune, posta in via Rivadersa (1661),
La costituzione comunale casalese fu riformata evidentemente
quando la deficienza di disposizioni precise aveva condotte le
sedute del consiglio ad un abituale contegno litigioso fra i se-
denti (1583), tanto che si dovette perfino vietare l'intervento
alle adunanze a chi v'andava armato di spada o di stocco.
Come abbiamo lamentato avvenisse in Codogno l' incendio
distruttore delle memorie municipali, così ci doliamo della ma-
nomissione agli archivi del comune di Casale, i quali hanno
così una grave lacuna dal 1598 al 1662, l'epoca in cui anche
Casale assurgeva a novelli e gagliardi destini. La passione delle
cose patrie non distolse però gli studiosi moderni dal nobile
compito di investigare, ed è loro mercè se ci riesci di delineare
alcuni salienti rilievi della vita comunale casalese.
NELLA CRONACA E NELLA STORIA
NOTE AL CAPO XXXIII.
* « Magnifici Domini Antiani. Suppliceno li homini tuti habitanti in Loco,
Villa, e Tiritorio de Codogno del Veschovato de Laude, contiguo a questo
Veschovato de Piasenza, et cusì tuti queli che sono, et saranno de dicto
loco de Codogno, quamvis habitasseno, et siano per habitare in altro loco,
che quando le Vostre Spettabilità gli pare de creare, e fare Citadini tutti
li homini, et persone habitanti, et che in futurum habiterano in dicto
loco, et tiritorio de Codogno, et in zaschaduno altro loco, domentre che
siano de dicto loco de Codogno, che lore se offereno de dare uno certo
premio honesto a questa Magnifica Comunità, qualo è libre cente Impe-
riale; e questa offerta lore le fanno per ben, e utile de questa Magnifica
Comunità, per che posseno li homini de dicto loco, e done venire al
merchato in questa Cità, e cusì infra la setemana a portare de le lore
robe a vendere, et etiam a comparare de quele, che fa di bisogna, in anze
che andare a li casteli, e merchati circumstanti. Et concedendo questo,
serà grandissima utilità a questa Cità, et a tuti li Artischi, et etiam a li
datii de questa Cità, et farano una parte del mercato, per lo numero
grande che fa dicto loco, e questa Cità sarà abondante de polaya, mar-
zadizi, et altri vituale, et animale; et se faranno per alcuni homini de
dicto loco grande mercantie in questa Cità, quali li fanne in altri loci, e
cum li Citadini; et in questa Cità gli venni pochi, per che lo datio del
porto da Po pagano tropo, e cusì le bollete, quali sonni gravo carico a
dicti homini, e done de dicto loco. Et etiam vignizeno per medixine, e
per medici in questa Cità per lori bisogno, se non fusseno dicti porti, e
bollete cussi gravi; Per tanto pregano le Vostre Signorìe gli piace de
criari, e fare Citadini de questa Cità, aziò posseno venire, e stare cum
vuii, comò fanno li altri Citadini de questa Cità, come sperano in le Vostre
Signorìe, a le quale se racomandemo, non intendendo perhò essi homini
essere obligati per le lore persone, nè beni, quali habeano in nel loco, e
tiritorio de Cotonio predicto, debeno esseri obligati ad calcho alcuno foxe
misso fin al presente, nè che se ba visse ad imponere in la dieta Cità de
Piasentia, nè essi Citadini nel suo Veschuato, ma solamente siano obHgati
per li beni aquistiranno in dicto Veschovato de Piasenza, seu essa Cità,
et non aliter. »
^ Goffredo .di Crollalanza, nella Enciclopedia araldico-cavalleresca , de-
scrive lo stemma di Codogno d'azzurro, alla lupa passante al naturale,
392
CODOGNO E IL SUO TERRITORIO
attraversante sul tronco d' un cotogno di verde , fruttifero d' oro , fustato
al naturale e terrazzato di verde.
Marco Antonio Ginanni, neW Arte del blasone fa il cotogno simbolo
araldico di azioni magnanime ed eroiche, di virtù nascosta e di amore sincero.
^ Archivio comunale di Codogno.
* Si legge in un vecchio scartafaccio dell' archivio parochiale di Codogno :
« La quarta parte delle decime sul feudo onorifico di Codogno del fu
Giacomo Tressino, venuto a morte senza prole, vien messa in questione
tra il vescovo di Lodi e Giovanni de Ricardi, avanti all' abate di S. Pietro,
costituito giudice da papa Bonifacio Vili (1397, XVII Kal. julii) ».
Nel recentissimo volume Briciole di storia scaligera di Carlo Cipolla,
sono riportati tre documenti dell'archivio episcopale laudense, due dei
quali riguardano le investiture fatte da Antonio della Scala, vescovo di
Lodi, della decima e dei dritti di decimare su quel di Codogno, in
Leonardo di Soltarico (25 febbraio 1389) e nella famiglia Sommari va
(21 dicembre 1389).
^ Archivio parochiale di Codogno.
^ Lorenzo Monti - Almanacco codognese pel 1823.
' Luigi Alemanni - Storia di Casalpus ter tengo. Mentre si publicavano
i primi fascicoli di questo nostro lavoro il sacerdote professore Alernanni
licenziava alle stampe una serie di monografie del suo luogo nativo. Nel-
r agosto 1897 l'Alemanni moriva a Casale, lasciando di sè memoria
d' uomo di beli' ingegno e di non comune dottrina.
La Storia di Casalpuster tengo — benché decorata di un titolo che troppo
parrebbe promettere e condotta con criteri affatto differenti da quelli da noi
seguiti — fu da noi salutata con viva soddisfazione come opera della
nostra sorella. Alcune di quelle monografie; ci riesci anche, per diligenza
di indagini, assai grata; e da esse abbiamo attinte interessanti notizie,
come quelle, ad esempio, che riguardano il comune casalese.
^ Documenti dell' archivio comunale di Codogno :
Protesta dei deputati della comunità contro casa Trivulzia ed altri, a
causa della pretensione eccessiva per l'imboscato del territorio (22 aprile 1563).
Protesta fatta in faccia di Teofilo Quinterio, daziario di casa Trivulzia,
dai deputati della comunità di Codogno, per occasione dell'imbottato delle
biade dell'anno (3 novembre 1567).
Altra protesta perchè detto daziario non separava i vini mischiati dai
puri, e lettera originale del senato, diretta « prudenti viro prcetori Cottonei »
con supplica data dalla comunità, toccante l'istesso aft'are (3 novembre 1567).
Altra protesta per l'imbottato del migho (11 novembre 1567).
Ratifica di procura fatta dalla comunità ad agire davanti al capitano di
giustizia di Milano contro il conte Orazio Trivulzio (8 marzo 1568).
Procura della comunità perchè si accettino le norme date dal principe
e dal senato e loro delegati, pel governo della medesima (8 febbraio 1573)-
NELLA CRONACA E NELLA STORIA
393
Procura della comunità in Giovanni Giacomo Sormano ed altri, per
agire contro il fisco feudale di Codogno (30 luglio 1584).
Procura della comunità ad agire per le controversie insorte coi feudatari
(9 settembre 1584).
Mandato della comunità in Stefano Gaza ed altri contro casa Trivulzia
(4 febbraio 1585).
Procura della comunità nel prefato Sormano per l'assistenza alle liti col
conte Giovanni Trivulzio (29 marzo 1586).
Altre procure della comunità allo stesso obbietto (9 luglio 1587 e
7 marzo 1592).
Compromesso tra la comunità e i confeudatarì Trivulzio (6 settembre 1593).
Procura della comunità per terminare amichevolmente le pendenze con
casa Trivulzia (13 aprile 1597).
Istromento d'aggiustamento fra i Trivulzì e la comunità (26 gennaio 1623^ ,
poi data alle stampe codognesi (1624).
^ In San Fiorano si legge tuttora la seguente epigrafe :
QUOD MORTALIBUS NIHIL AEQUE EXPERTENDUM SIT QUAM EXCOLLATO
PUBLICO BENEFICIO NOMEN IN POSTEROS PROPAGARE ID IN VOTIS HABENS
JO. FIRMUS TRIVUL. GEORGII F. EXTORRISSET VARIOS FORTUNA CASUS
PERPESSUS PATRIA POSTILIMINIO RESTITUTUS HUNC LOCUM MUNERE IMP.
CAROLI V. MERCATU LIBERO NOBILITANDUM CURAVIT MDXXXXIII.
" Alessandro Ciseri - Giardino istorico lodigiano.
" Il Bosco di Codogno apparteneva al vescovo di Lodi, che ne inve-
stiva con Ronco (Regina Fittarezza), e con Caccia (Gazza), Bertramo de
Lertora (1263); lo locava a Guilenzio de Sommaripa (21 ottobre 1305); e
lo donava ai poveri di Codogno (11 giugno 1351).
Undici pertiche al Bosco furono acquistate nel 1494, ed altre dodici
pure al Bosco, nel 1495.
L'anno prima che il comune vendesse il Bosco ne ricavò d'affitto
lire quattromila quattrocento cinque (26 ottobre 1683).
Pel possesso del Bosco, confinante a ponente colle ragioni dei Cavazzi
della Somaglia, si agitarono tra costoro e gli uomini di Codogno molte e
vessatorie questioni.
Dalla carta bolzoniana (1588) il comune di Codogno risulta proprie-
tario della Domus Buschi (Cà del Bosco) , del Locus Monterchii (Monticchie)
e del Locus Cigogaloniy tutti, come la Colombera, la Sforzina e parte della
Mirandola, comprese nel Bosco.
Il mulino ed alcune pertiche di suolo costituenti la Colombera erano
stati ceduti dal conte Gian Fermo Trivulzio alla comunità, a rogito Gian
Pietro Cremonesi di Lodi (4 ottobre 1539). Per questa vendita, il tesoriere
della scuola di S. Caterina in Milano, confessava a favore del comune
codognese la ricevuta di lire quattrocento quarantuno e soldi dodici im-
\ periali per l' estin^one di un debito dei conti Giovanni e consorti Trivulzi.
394
CODOGNO E IL SUO TERRITORIO
Pier Francesco Goldaniga - Memorie storiche del regio ed insigne
borgo di Codogno.
" Archivio parochiale di Codogno.
^® Neil' archivio comunale si ha il capitolato del comune con don Orazio
Finetti, per la scuola detta della dottrina cristiana, fatto a lui un annuo
emolumento di ventotto ducatoni ed imposto altresì agli scolari di corri-
spondere a lui condegna mercede (12 novembre 1597).
" Nello stesso archivio esiste il capitolato col medico Cesare Lombardo
(25 giugno 1598), il quale per la cura di Codogno aveva abbandonato
quella già tenuta di Casalpusterlengo.
Come quella che, a nome del capitano Gian Battista Reina, coman-
dante una compagnia di dragoni, vuole imporsi ai comuni di Codogno e
di Casale per la quantità delle requisizioni da lui pretese ai suoi soldati
ed ai suoi cavalli. E le comunità a lor volta controprotestàrono a rogito
Cristoforo Greco, nota'ro di Lodi (14 dicembre 1539).
« In nomine domini amen, anno nativitatis eiusdem millesimo quingente-
simo quadragesimo quarto ; indictione II die sabati, decimo septimo mensis
m,aii in terra Cottonei episcopatus Laude et in camera conciliis communis diete
terre presentibus domino Francisco de Bignamis f. q. domini B alzar i habita-
tor loci reginere, territorii terre Cavacurtae episcopatus Laude, Baptista de
vertua f. q. Gasparis et Baptista de Padernis f. q. Andrea ambobus habi-
tatoribus diete terrae Cottonei omnibus testibus notis et notoriis ac ido-
neis etc. et presentibus pubbliciis notariis eie. Jo. Jacob de Astis et Basian
de Gae notaris etc. Laude Jus. Cum sii ut asserint magnifici consules et
deputati dum die decima et sexta presentis mensis maij transfrettasset
Jlumen abduae et esset penes locum Castillioni agro laudensi plures et plures
intere ex ducibus exercitu misso ad dictam terram Cottonei perveniant
et maxime littere , magnifici domini Herculis Vicecomitis ex capitaneis
duce7ttibus exercitus et sunt etc. cetteros littere tenoris sequentis :
Consuli et homini de Codogno,
Per esser necessario per condurre le barche et altre cose necessarie per
fare il ponto sopra Ada per passare il exercito regio non manchereti
mandare para quatro de bovi subitto receputta la presente con homini,
corde ad questo necessarie et in questo non mancatti per quanto deside-
rate la gratia regia sotto le pene a noij arbitrarie assicurandovi sopra la
fede mia che domani ve sarano restituite senza fallo et a noij. Da Castiono
alli 16 Magio 1544 me offero vostro Hercule Vesconte.
Consuli et homini de Codogno
Non mancatte receputa la presente fornirci de duodeci millia pani per
uso dela monition del esercito regio et farli condur quivi in le nostre
mani in Castione et quatro paja de boij , uno caro de vino et in questo
non mancari sotto pena esser messi a foco et sangue et trattati come
persone desobedienti. Fatte parlare a lo vostro Comissario al quale have-
retti voij a obedire e che se per tuto hogi non haveretti provedutto di
NELLA CRONACA E NELLA STORIA
395
tutto quanto ho domandato, farò in sorte et daretti esempio a altri de
voler obedir meglio di quello che non fatti, et a voi me offero. — In Ca-
stione alli 17 Maggio 1544 vostro Hercule Vesconte.
Cumque littere ipse comminaverint prout meis... nec possunt ipsi Consul
et deputati minusque duces terre Cottonei resistere ducibus exercitui mi^
nusque nostrorum terriarium aliquum nunc verum mittere ad exclentis-
simo domino marchione del Vasto Cesaree Majestatis in toto dominio
Mediolati locum tenens nec ad amplissimas... nec aliquam opositionem aut
provisionem in predictis facere.
Cumque presenti coftsules et deputati ad terram Pizleonis Cremonensis
dioecesis ad magnificum dominum arcis ducem terre castellanum nuncimn
misserint ad eidem omnia in predictis litteris quanta significata et aliqua
premissis adhiberet promissiones . . . magnificus dominus Castellamcs res-
pondit dicto nuncio deberet . . . dicens dicto . . . deputatis debere^it facere
quanta in eis . . . penas in eis quantas pati prout ibidem presenti domini
deputati . . . Et propterea Dominicus de Mola fq. - Aloisis consiil comunis
et hominum diete terre Cottonei prò anno, predar issimi domifii Nicolaus
de Goe fq. domini Bassani, Jacobiìius de Ferrariis filius domini Filippi,
Jo. Maria de Ugonibus fq. domini Manfredi; Hieronymus de Martinengo
fq. bartholomei , Gaspar de Grecis fq. bernardini, et Franciscus de dra-
conibus fq. Jo. Maria sitores diete terre Cottonei et omnes deputati regimini
comunis diete terre prò anno presenti inpresentia mei notaris infrascripti
ac testium et notariorum sotoscriptorum ad evitandam penam et rebellionis
et alias omni meliori modo et spone . . . dicere et protestari fuerat ac
dicunt et pròtestant ipsi sunt et volunt et intendunt veri ac fidi subditi
cesaree Majestatis stare et perseverare nec aliquater eorum animos fidem
et mentem ab eiusdem cesaree majestatis fide et devotione deviare sedin
ea perseverare ut supra et prò ut supra, sed ubi et . . . aliqua particularis
persona seu alique particulares persone metu dictarum litterariim vel alter
a se ipso vel ob timorem sua aliqua victualia vel aliqttod sufragium in
premissis dedisset aut dare predicti consules et deputati ac predicta comu-
nitas non intendimi in premissis delinquere nec aliquam penam incurrere
nec ob id a fidelitate, obedienta ac subiectionem predicte Cesaree Majestatis
deficere sed in eadem perseverare tit supra et prò ut supra et ita in his
scriptis dicimt et pròtestant et juraverunt et jurant in manibus mei notarii
infrascripti eisdem et cui libet eorum jitramefittcm deferre ad santissima
Dei evangelia et quidquid evenie t in predictis evenie t preter mente et vo-
luntate dictorum consuli et deputatortim infrascriptorum et inde rogaverunt
et rogant me notar ium infrascriptum. Ego Jo. Matheus de Grecis fq. do-
mini Jo. Jacobi civis piMlicus a sacra imperiali auctoritate notarius lau-
densis predictmn Instrumentum rogavi et tradidi illudque extraxi atque
scripsi et in fide me subscripsi. »
Pier Francesco Goldaniga - Memorie storiche del regio ed insigne
borgo di Codogno.
CAPO XXXIV.
Le chiese del secolo XVI — S. Tomaso, S. Rocco, S. Biagio e S. Giorgio
a Codogno — Le parochiali di Castelnuovo, di Casale e di Meleti —
L' Incoronata a Castione — Le parochiali di San Fiorano, di Somaglia,
di Maleo e di Corno Giovane.
L finire del secolo XV è lumeggiato dagli indistinti
crepuscoli di quella che sarà subito dopo l'alba
della rinascenza artistica. Nella chiesa essa trova la
sua prima alleata, e così l'arte è gagliardamente
plasmata colle opere insigni , prodotti del sentimento religioso
benché più apparenti che sostanziali, chè continua la corruttela
e lo scandalo, caratteristica dolorosa ed universalmente ammessa,
non tanto dalla società profana quanto anche da quella clerocratica.
Tra i laici potenti e gli eminenti delle dignità ecclesiastiche
anche qui non si andavano certo svolgendo degli idili; pure,
ringentilita l'età, per necessità dinamica di governo i due po-
teri dovevano vicendevolmente farsi da fulcro ; ed all' appello
della religione non mancava di rispondere il forziere del prin-
cipe, il cui braccio secolare era a sua volta rafforzato dalla
parola indiscussa del sacerdote, predicante l'umiltà e la rasse-
gnazione ai subbietti. Da ciò una serie di magnificenze religiose,
di rinnovazioni templari, di istituti pii, di consociazioni fraterne
nel nome di Dio e de' suoi santi; e la chiesa da militante
diviene trionfante; nè la tocca, ma forse indirettamente fra noi
CODOGNO E IL SUO TERRITORIO
397
la giova, il freddo vento che dalle confessioni di Augusta e di
Ginevra soffia attraverso le Alpi.
Anche in questo novello slancio politico e religioso noi se-
guiamo lo spirito comune; e qua e là per terre e per castella
si instaurano artisticamente gli edilìzi del culto; e l'ordinario
cammina per tutta la giurisdizione sua pontificando, col rituale
alla mano, nelle consacrazioni di chiese rifatte o nuove; e il
« domus mea doìmis orationis » par diventata la parola d' ordine
vescovile di quei giorni.
Pel lascito del codognese Tomaso Manfredino Gibello (1462),
già noto ai lettori, accanto al nuovo ospitale di S. Tomaso
— nell'odierna via Roma — fu eretta la
chiesa titolata allo stesso santo.
Essa poggiava su un arco solo, da
prima col vòlto in legno, più tardi rifatto
in cotto. Doveva avere qualche impor-
tanza, forse per la sua posizione nel centro
dell'abitato-, chè quivi fu trasportato il
battistero dalla parochiale, quando questa
fu interdetta, paroco essendo Gaspare
Domenicani, in aperta ostilità col ve-
scovo (1672). Aveva l'altare e le balaustre
marmoree (1694), ^i^^- nicchia colla
statua di sant'Antonio di Padova, a cui accorrevano fervoro-
samente i devoti. Fu restaurata per l'ultima volta nel 1709.
S. Tomaso subì la soppressione giuseppina, e fu sconsacrata
dal canonico Giovanni Antonio Fontana (8 gennaio 1776) es-
sendo destinata alle publiche scuole dei poveri; le quali comin-
ciaron tosto (15 aprile). Servi pure di sede all'academia filarmonica
(ottobre 1778), e là dove per tre secoli circa i preti avevano
salmodiato, i più cospicui codognesi offrivano, in festività
straordinarie, spettacoli di canti e di suoni.
L'edificio fu venduto all'asta (12 marzo 1788) e trasformato
in case comuni.
In tutto il secolo XIV si era reso popolarissimo in Italia il
culto a Rocco di Montpellier, gentiluomo linguadochese, che per
398
CODOGNO E IL SUO TERRITORIO
amore e carità del prossimo era venuto peregrinando in Italia,
d'ospitale in ospitale, a sollievo degli appestati. Così anche fra
noi i sacelli alla sua memoria sorsero e si moltiplicarono. Rocco,
pedestre romeo della misericordia, ci venne, tornante in patria
(1322), e di lui serba nome il villaggio estremo di Lombardia,
dove egli sostò, alla Cà Rossa specchiantesi nel fiume.
Anche in Codogno, gli fu consacrata una cappellina, che
fu poi decretato dalla comunità, coli' offerta di quaranta lire
imperiali, doversi mutare in oratorio (1484). Il quale fu con-
sacrato da monsignor Erasmo de Bernardis, vescovo di Aretusa
(16 agosto 1505) ^ allor che si fermò in Codogno, ospite dei
Trivulzì; con uno. dei quali, monsignor Filippo, s'accompagnò
poi alla volta di Ragusi, di cui Filippo stesso era stato eletto
arcivescovo.
Un secolo circa fiorì l'oratorio, specie per le cure della con-
fraternita che, titolandosi dal viatore francese, ne seguiva il
caritatevole spirito. Esso era monoarcato, dal coro euritmico,
aveva quadri di pregio e splendidi arredi. Un tributo annuo
gli sovvenne la rappresentanza civica di quei giorni ; e, per atti
di liberalità fra vivi e d'ultima volontà, la confratria addettavi
si rese fortissima di numero e di possessi. Poi molti di quei
confratelli vollero per sè costrursi il nuovo oratorio della Ss. Tri-
nità (1608). Per l'opera zelatrice dei devoti sanrocchini rimasti,
però, la chiesetta ebbe ampliamenti ed aggiunte, compresa la
decorosa del campanile; ed anche nello scorso secolo fu re-
staurata ed abbellita (1740 e 1750).
Essa fu chiusa al culto (30 agosto 1806) dopo la soppres-
sione della confratria, e servì di quartiere nei molteplici passaggi
dei coscritti napoleonici ^. E — come avvenne a S, Tomaso —
anche qui l'arte s'accampò, aprendovisi un teatro provvisorio,
inaugurato da una compagnia Pucci ^. Il demanio vendeva la
chiesa con altri beni nazionali (27 agosto 1809).
Alla stasi novella di efflorescenza artistico-religiosa, che di-
stinse il secolo XVI, appartiene la fondazione della parochiale
di Codogno, dove — come si legge al nostro capo IV — Biagio,
martire di Cappadocia, qui ebbe il suo primo delubro. Le di-
gnità e r importanza modestissime del quale risultavan provate
NELLA CRONACA E NELLA STORIA
399
anche dal fatto ch'esso soggiaceva giurisdizionalmente alla ple-
bania di Casale, colle chiese di S. Vito alle Monticchie, del-
l' Assunta in Monte Oldrado, dei SS. Nazario e Celso in Zorlesco
e dell'Assunta in Vittadone (1261). La primitiva postura del
delubro, presso il castello, è nota dall'atto, tra i più citati, con cui
la comunità di Codogno investiva lo Scarpino del Bosco (1375).
Agli abitanti, grandemente accresciuti di numero, non poteva
pili il primitivo santuario essere sufficiente, e parecchi pensarono
a che le spirituali necessità fossero adeguate alle temporali.
Chi per primo s' adoprò all' uopo fu Gian Fermo Trivulzio di
Antonio — morto nel 1491 — ■ erigendo la cappella dell'As-
sunta, poi compresa nella parochiale, dotandola di rendite e
serbandone il diritto di patrono per sè e pei suoi; ed in essa
apparecchiò alla propria famiglia le tombe Inspirazione simul-
tanea a. quella del Trivulzio ebbero e svilupparono man mano
molti altri, e nobili e popolani, negozianti e coloni^.
Non fastosi si offrono gli eventi della chiesa di S. Biagio
per lungo ordine d'anni. S'aumentarono i redditi suoi, e per
elargizioni testamentarie e per casi fortuiti; quale quello di
monsignor Andrea Greco da Codogno, vicario generale metro-
polita di Milano, che disponeva la sua sepoltura nella chiesa
ove morte lo avesse colto, promettendo di compensare questa
postrema ospitalità con alcune cappellanie. Egli infermò e morì
in Codogno, e la chiesa di S. Biagio ebbe la sua salma e le
cappellanie da lui istituite (1501).
« Unum ovile et unus pastor » fu la massima simboleggiata a
disfida degli anni dalla nostra maggior chiesa. Se nel succes-
sivo ingrandimento del borgo essa oggi sembra inferiore alla sua
importanza di matrice, in quelle più circoscritte condizioni locali
apparve al suo fine bastevole.
Del resto, o vasta od angusta, a seconda delle diverse con-
siderazioni, è certo che il massimo tempio costrutto dagli avi
nostri volle significare lo slancio collettivo del popolo, il quale
nella sua chiesa precipua affermava la coscienza della indivi-
dualità propria, allora per indole di tempi appoggiata alla ma-
nifestazione religiosa. E se altrove, in Italia, da alcuni secoli
prima, il sentimento publico aveva inalzate le massiccie case
400
CODOGNO E IL SUO TERRITORIO
del comune, accanto ad esse aveva altresì spinte verso il cielo
le insigni- basiliche, nelle quali discendeva per miracoli d'arte
geniosa la benedizione di Dio.
Codogno — a cui nei fulgidi tempi delle comunali libertà, mancò
una personalità propria — non ebbe possibile nel secolo XV che
la sola affermazione di sè nella fede, riassunta da quel suo
tempio. Non si può dire certo che in esso parlino i secoli e
spieghino meraviglie i fregi, i marmi, i diaspri ed i mosaici;
ma pure — allor che le spirituali delicature delle corti, spo-
gliantesi degli antichi e scontrosi costumi, andavan di pari passo
colle domestiche agiatezze del popolo laborioso — il maggior
tempio di Codogno fu circonfuso dall'aureola dell'arte, e arric-
chito di cospicue temporalità, e fregiato di dignità alte nel rito
gerarchico del cattolicismo.
Erasmo Trivulzio, figlio di Gian Giacomo, nel suo testamento
a rogito Galeazzo Visconte (io ottobre 15 ii) disponeva che
fosser dedotti dal convento di S. Maria
del Paradiso in Milano cinque religiosi
dei serviti, ed un inserviente laico, per
esser trasferiti in Codogno in apposito
claustro. Al mantenimento di quei mo-
naci il testatore sopperiva dando loro le
elemosine per cinque messe quotidiane.
Fu sollecitamente data opera a fabbri-
care il convento nel luogo ch'era già
stato cimitero d'innumeri salme mietute
da fiere pestilenze (1347 e 1348)^, e
dove poi era altresì sorta la cappella
alla Vergine Annunziata (1465), a mezzodì del borgo, tra il
Fossadazzo ed il Chioso.
L'antica chiesa comprendeva non soltanto l'area del tempietto
presente, ma altresì lo spazio del sacrato e la strada laterale
sino oltre il fossato, e fu ampliata sempre per ordine dei Tri-
vulzì (1547). Era divisa in due navate, con sei altari ai lati e
due di fronte; l'aitar maestro dedicato al belligero san Giorgio;
quello di san Pellegrino (1726) aveva il bel quadro del varesino
NELLA CRONACA E NELLA STORIA
401
pittore Antonio Magatti. I Trivulzì, i Belloni, gli Zighetti ed
altri ebbero giuspatronati degli altari e vi legarono benefici.
Oggi S. Giorgio è una modesta chiesetta, la quale non può
dar certo un' idea esatta di quello che fu l' antica. Prodotto di
molte ricostruzioni, ebbe decoro della facciata odierna secondo
il disegno del conterrazzano Gaetano Monticelli (1806)'^. Non
conservò gli splendori d'altra età, ma ancora quella calma ro-
mita che ne ricorda gli ospiti claustrali. Non ha più arabeschi,
non più dovizia d'arredi**; ed, amministrata dalla propinqua
congregazione caritativa, è la facella religiosa che unica risplende
fra la luce vivissima delle opere pietose, ivi intorno magnifi-
camente raggruppate dalla filantropia laica.
Monsignor Carlo Pallavicino dalla sua catedra lodigiana si
conduceva a Castelnuovo Bocca d'Adda, dove — essendo rettore
don Bertolino Zucchelli — con cerimonia imponente consacrava
la chiesa maggiore (14 luglio 147 1). Sostennero alcuni essere
l'odierna chiesa di S. Maria Nascente la stessa antica di S. Mi-
chele che, sotto forma diversa, era stata permutata con altra
chiesa e pezzo di terra in Piacenza, tra quell' abate di S. Sisto,
Gandolfo, e la mensa di S. Agata in Cremona (14 dicembre
1194)^. Pure riaffermando l'esistenza del prisco tempio nomi-
nato dal principe degli angeli — e del quale toccammo al
capo XI — noi non opiniamo di poter accettare la promiscuità
delle dediche; parendoci anzi che i due templi fossero distinti.
E, valga il vero, un atto di donazione tra vivi, fecero al potestà
alcuni uomini di Castelnuovo, nel novembre 1254 nella chiesa
di S. Maria dipendente dalla plebania di Roncarolo (oggi
oltrepadano), e che sette anni dopo doveva essere fra quelle com-
prese nelle taglie a mezzo del notaro Guala. Lorenzo Monti
poi, accenna alle ripetute visite parochiali degli ordinari Sca-
rampo (1572), Taverna (1588 e 1597); a quella del delegato
apostolico Bossi (1584), nelle quali i tre prelati si mostrarono
solleciti della sorte della chiesa di S. Michele, pur ricordata
nell'elenco del sinodo terzo diocesano (16 19).
Come presentemente è, la chiesa di S. Maria soddisfa al-
l'occhio per la snellezza della linea fiancheggiata da cappelle.
L' abside ottagonale dell' antica cappella a manca traduce nella
Codogno e il suo territorio^ ecc. — /. 26
402
CODOGNO E IL SUO TERRITORIO
sua architettura esterna un concetto degno del buon secolo
dell' arte.
Secondo le deduzioni dalle cronistorie locali, è indiscusso es-
sere stata quella dei SS. Gervasio e Protasio la protoparochiale
di Casalpusterlengo ; ma, come essa era
cadente per vetustà, così la cura d'anime
ne fu trasferita nella prossima chiesa di
S. Martino, pur rimanendo la prima per
diritto e per titolo la parochiale, e nei
suoi pressi continuando ad abitare il
rettore.
Queste due chiese è accertato fossero
intercluse nel castello, e quindi poco
atte alle prestazioni immediate del culto ;
da questo avveniva, durante la prima
metà del secolo XV, parecchia confu-
sione; cosi che alla maggior chiesa di Casale in publici atti
veniva dato a titolo promiscuamente o SS. Gervasio e Protasio
o S. Martino. Certo è che, più del nome, si occupavano i be-
nefattori della fortuna di quel tempio.
Stava terza fra le chiese accennate quella di S. Bartolomeo,
nella quale il paroco Prandino del Meno, prima della sua morte
(27 settembre 1499), aveva disposto fos-
sero trasportate le sue ossa, nel cubatorio
serbato ai sacerdoti. E in S. Bartolomeo,
appunto, egli fondava due benefìci da
cappellano, con due messe quotidiane,
e residenza continua, e assoluto divieto
ai beneficiari (poi misconosciuto) di eser-
cire in S. Bartolomeo la cura d'anime.
Fu essendo jparoco Ennio Riccio che
da S. Martino, rovinato esso pure, tutto
fu trasferito in S. Bartolomeo (1528).
Quali e quante questioni insorgessero
sullo stabilire la data d'inizio della parochialità effettiva in
S. Bartolomeo, sulla legalità del titolo di arcipretura, sulla isti-
tuzione nella chiesa della cappella dicata ai santi Giacomo e
NELLA CRONACA E NELLA STORIA
Martino, sarebbe troppo lungo enumerare. Certo è che, insi-
stendo per tutto il secolo XVI i vescovi di Lodi, e sugli ec-
clesiastici e sui laici, riescirono a fare di S. Bartolomeo una
onorevole maggior chiesa, discendendo dalla sintesi ai minuti
particolari. Ma ciò non bastò, chè il vescovo Taverna, rilevando
in una sua visita (24 aprile 1599) il poco decoro e la insuffi-
cienza dello squallido tempio, tanto disse e tanto fece che una
nuova chiesa surse fra l'antica dei SS. Gervasio e Protasio ed
il vecchio S. Bartolomeo, nell'area plateale acquistata dalla fa-
miglia Palmerini (29 ottobre 1602); raccogliendo nella chiesa
rifatta e terminata (16 10) entrambi i titoli di dicazione ai santi
Bartolomeo e Martino, che sono tuttora dipinti nell'architrave
dell' entrata.
Ai coniugi Matteo e Polissena Bossi è dovuta, oltre la co-
struzione del castello o palazzo di Meleti, la riedificazione della
chiesa nel luogo stesso (1495), del quale erano feudatari
Matteo BooSi. Polissena Bossi.
Niun dubbio che titolare del tempio fosse l' essenio precursor
<li Gesù, e difatti sotto il titolo di S. Giovanni Battista e della
Vergine i giugali Bossi costituivano una cappellania per messa
quotidiana, assegnandole, fra gli altri beni, una pezza di terreno
detta ad campaninum — certo perchè ivi era ab antiquo sorta
la (Chiesa della vecchia plebania — e fatto comando che il di-
ritto patronato avesse in perpetuo a restare .nella progenie loro
(27 gennaio 1499). Poco meno d'un-^secolo dopo, il legato fu
CODOGNO E IL SUO TERRITORIO
ridotto da messa quotidiana a trisettimanale, favente e conce-
dente monsignor Francesco Bossi, collaterale per consanguinea
ascendenza fraterna di Matteo e di Polissena, vescovo di No-
vara e delegato apostolico, il quale fu in visita pastorale a
Meleti (1584)^1
Secondo Lorenzo Monti, la chiesa di S. Giovanni Battista
sarebbe stata dedicata a san Cristoforo quando, per le ingiurie
ed i danni del Po, il popolo meletense lo volle invocare qual
protettore nato, secondo la tradizione, contro le esondazioni
fluviali e lacuali. Il valente cronista non può, però, determinare
la data esatta di questa sostituzione dicatoria; ma non è alieno
dal credere ch'essa si compiesse quando la cura d'anime e la
parochialità furono dalla antica chiesa dei SS. Quirico e Giulitta
traslate in quella di S. Giovanni, e cioè prima del 1584; in
disformità di quanto assevera l'arciprete Francesco Gobbi (1791),
che appunto a quell'anno la assegnerebbe.
Ad ogni modo, è indubitato che nei tempi remoti un tempio
perspicuo esistesse in Meleti, e che parrebbe demolito circa
il 1630. Della sua magnificenza desume il Monti dalla scoperta
fatta nel secolo scorso di alcuni ruderi fondamentali, e special-
mente di un vetusto mosaico di alto pregio artistico. La cura
d'anime non potè, però, durare in quell'edificio, di continuo
devastato dalle inondazioni, e fu trasferita novellamente nella
chiesetta campestre dei SS. Quirico e Giulitta, come notammo
al capo XXIX.
Quali e quante modificazioni subisse la parochiale di Meleti
da quando i coniugi Bossi la vollero riedificata, non possiamo
certamente accennare; è però certo che la nuova fabbrica gra-
datamente diventò impari ai bisogni di quella plebania. Ai nostri
giorni essa fu esampliata, con disegno tutto ad ogive succe-
dentisi, le quali formano un cielo tanto più caratteristico, quanto
più leggieri sono i cordonati di sostegno.
Luca Beltrami — inviato dalla autorità prefettizia a Meleti,
in occasione dei recenti restauri, per rilevare se le parti demo-
lende della parochiale avessero qualche importanza storico-arti-
stica — dedusse da informazioni e da assaggi « che l' abside
della chiesa demolita costituiva originariamente una cappelletta.
NELLA CRONACA E NELLA STORIA
composta di una sola crocerà, con costoni diagonali in cotto,
lavorato a pietra vista. Il paramento esterno era pure in cotto
lavorato a pietra vista, e si son trovati, sotto il piano attuale
della chiesa, frammenti dello zoccolo in mattoni sagomati. Si è
trovata pure la serraglia della vòlta, un grosso blocco di pietra
sul quale è intagliata una corona d'alloro, sul cui fondo circo-
lare spicca a bassorilievo un toro galoppante, colle iniziali M A,
il tutto con un fondo rosso vivo ».
Di questo documento recentissimo non possiamo accettare le
conclusioni; le quali affermano che gli avanzi — alla cui con-
servazione, con troppo tardi provvedimenti si interessò la pre-
fettura — datano dalla seconda metà del secolo XVII, e che la
cappellina fosse ammessa al castello « eretto al principio del 1500
da Corio Visconti »,
Innanzi tutto affermiamo recisamente che il toro galoppante
di cui è cenno non è altro che il bue dei Bossi, in campo rosso,
del quale si ha memoria fino dal 1389, nell'insegna gentilizia
di Gabriele Bossi, a S. Ambrogio ad nemus di Milano; e che
un'arma dei Bossi in rilievo, colle lettere M B (non M A) fosse nel
presbitero della chiesa di Meleti conferma il Monti, il quale asse-
risce essere stata essa « incautamente coperta » durante il restauro
del 1790. Un Corio non poteva, poi, avere eretto il castello di
Meleti, al principio del secolo XVI, perchè successivamente ai
Bossi ebbero Meleti i Figliodoni, la traccia della cui signoria
su Meleti si riscontra fino all'escire. del secolo XVIII, succe-
dendo loro la famiglia Corio.
Si ignora, per inesistenza di documenti probativi, quando e
per opera di chi sorgesse la prima chiesa detta dell'Incoronata
a Castione. Pare che vi avesse data vita il feudatario Carlo
Fiesco, sullo scorcio del secolo XV, tanto che con suo testa-
mento gravò gli eredi suoi, i marchesi Pallavicini, del paga-
mento di lire duecento in dote alla detta chiesa (18 luglio 1504).
Gerolamo Pallavicino, suo nepote, interpetrando le pie intenzioni
dello zio, arricchì l'Incoronata d'altri cospicui benefici, come
risulta dagli atti dei notari Paleari (6 luglio 1572) e Ghisalberti
(15 maggio 1579). Nel quale ultimo atto, rogato quindici giorni
4o6
CODOGNO E IL SUO TERRITORIO
prima di morire, il Pallavicino legava all'ospitai Maggiore di
Milano i suoi beni di Gera, colla padronanza daziaria dei ma-
celli e dei prestini, obbligandolo a far dir messe quotidiane ed
a tre uficì funebri in perpetuo nell' Incoronata con « intervento
di tutti i preti del luogo di Castione » e distribuzione nei tre
giorni espiatori di pane, in misura trimodiale di frumento, ai
poveri del luogo ; che se l' ospitale non ottemperasse alla im-
posta celebrazione delle messe e degli ufici ed alla elemosina
del frumento, l'ospizio milanese incorresse ipso facto nella pri-
vazione del retaggio, con sostituzione ed applicazione della stessa
chiesa a Maria Incoronata. Alla esecuzione di queste sue volontà
il marchese delegò coloro di Castione che secondo le costitu-
zioni ed i tempi rappresentassero il regime della terra.
La vedova di Gerolamo, Eleonora Viritella, non fu meno di
lui benefica all' Incoronata. Era essa divenuta marchesana da
umilissima prognosi, e per avere il Pallavicino — con « eccen-
tricità » da gran signore — deliberato di far sua sposa la prima
giovanetta che andasse a questuare alle sue porte. Volle il de-
stino che gli capitasse l'umile montanara piacentina Eleonora,
la quale, salita al talamo illustre, mai dimentica degli oscuri
natali, conservò i suoi rozzi indumenti di fanciulla, e con questi
volle essere inumata. Narrano i cronisti che, dopo l'invasione
francese (1796), tolta la pietra sepolcrale collo stemma pallavi-
ciniano, posta in cornu evangelii dell'Incoronata, si rinvennero
nell'avello quasi intere le spoglie dei coniugi, ed il cadavere
della marchesa — trasferito da Piacenza alcuni giorni dopo la
sua morte (17 settembre 16 17) — conservava tuttavia il povero
abito contadinesco ed ai piedi le zoccolette montagnole.
Eleonora faceva rogare dal notaro piacentino Giovanni Fran-
cesco Parma un testamento (7 giugno 16 13) ed un codicillo
(17 giugno 16 15) nei quali disponeva parecchie liberalità asce-
tiche a beneficio della Incoronata. Esse sminuirono cogli anni;
ma sette messe di lascito Pallavicino nell'Incoronata a memoria
dei longevi, per tutto il secolo XVIII furono celebrate. Nei
turbini politfco-religiosi che sconvolsero i prodromi di questo
secolo le sette messe si ridussero prima a due e poi ad una.
NELLA CRONACA E NELLA STORIA
407
I luoghi speciali che vennero costituendo il patrimonio della
Incoronata appartenevano per la maggior parte all'antico Se-
nadogo. La chiesa ebbe una amministrazione propria ed indi-
pendente, nominata la fabbrica. Provvedeva ai bisogni del culto,
si reggeva con propri uficiali, _e, sebbene non vi fosse parochia-
lità, doveva la chiesa essere condotta come se la possedesse.
Le riforme napoleoniche concentrarono la fabbrica della Inco-
ronata nella congregazione di carità (18 10).
La facciata del tempio, in istile lombardo, ha un rosone
centrale e l'attico a tricuspide, autentico carattere del buon
momento artistico. Sfortunatamente una restaurazione interna
L'Incoronata a Castione.
ha deturpate collo stile recente le semplici fuggenti linee an-
tiche. Il tempio ha triplice navata; contiene le tombe dei Pal-
lavicini su accennate, ma notevolissimo fra tutto è il quadro
del coro, sull'autore e sulla proprietà del quale si è molto
disputato, e di cui noi faremo parola quando — con capo
speciale — riassumeremo le espressioni d' arte onde andò favo-
rito, dal secolo XVI, anche il nostro territorio.
4o8
CODOGNO E IL SUO TERRITORIO
Il campanile dell' Incoronata fu elevato d' assai dalle antiche
proporzioni (1733).
Antonio Trivulzio — figlio del senatore Gian Fermo, e che
tenne le sedi vescovili di Asti e di Piacenza — credesi desse
principio alla costruzione della nuova parochiale di S. Fiorano
(verso il 1502), dopo che gli abitanti del luogo risolsero di
abbandonare l'antica pieve dedicata a santa Elisabetta, e che
presentemente forma la cappellina del cimitero. E non personale
fu l'opera sua, bensì condivisa dai fratelli Giorgio, Orazio e
Claudio, alla fraterna Trivulzio appartenendo il terreno ceduto
da Antonio per la proposta erezione.
Alla parochiale di S. Fiorano i Trivulzì, ed in ispecie Gian
Fermo — figlio di Giorgio e nepote di monsignor Antonio —
avevan recato colla forma di una gentilizia predilezione un
lustro speciale, elemento pur esso di un multiforme disegno
meditato ed attuato a favor di quella terra, sulla quale inten-
devano raccogliere — a detrimento anche di Codogno, non
troppo tenero di feudale sudditanza — tutto quanto poteva
arieggiare la bellezza, la magnificenza ed il fasto delle piccole
corti italiche, dopo la rinascenza. Ma impari al volere dei si-
gnori furon certo i conati degli artefici prescelti ; i quali non
seppero che accumulare meschine turgidità di concezioni e di
ornamenti alla chiesa, destinata pure a raccogliere le salme di
gran parte della progenie trivultina, e, più tardi, pallaviciniana.
Una bolla di Sisto IV (24 aprile 1474) ed una di Giulio II
(i luglio 1505), conferendo la rettoria della « chiesa di S. Maria
di Monte Oldrado del luogo di Somaglia o Roncaglia » , ci fanno
conoscere che su quella chiesa vigeva il giuspatronato attivo
dei conti e baroni Gavazzi.
S. Maria ebbe, a vece della cessata rettoriale, la dignità di
prepositurale, per delegazione apostolica, dal vescovo Ortensio
Visconte (3 maggio 1709); e fu la matrice ecclesiastica del
luogo, fin che fu consacrata dal vescovo Andreani la bella chiesa
odierna, cui disegnò Giulio Galieri, sul rialzo prospiciente il
castello (1778).
NELLA CRONACA E NELLA STORIA
409
L'antica parochiale, ridotta a modesta cascina, è tuttavia
chiamata la Chiesa Vecchia e serba la sua facciata a pietre
grigie e diroccata. Malinconicamente solitaria e negletta, sulla
strada di Codogno, cimitero di sacre memorie, fa mesto ri-
scontro al vicino camposanto.
E d'uopo ammettere che la vetusta chiesa dei SS. Protasio
e Gervasio di Maleo soggiacesse ecclesiasticamente nei suoi in-
cunabuli a quella, assai più antica, di S. Pietro in Pirolo di
Gera ; il che non toglie che molto addietro nei tempi si rinvenga
in Maleo l'esistenza d'una collegiata; ed infatti, ai tempi in cui
quella corte offriva vasto campo di contestazioni possessorie tra
i vescovi cremonesi ed i signori di Melegnano, imperando il
Barbarossa, vedemmo aver quella chiesa il titolo di canonica
(1179 e 1181). Se non che e sacerdoti e laici di Maleo, volendo
ampliare quel collegio di prebendari, chiesero al vescovo di
erigervi cappellanie perpetue e canonicati ; ed, avutone l'assenso,
la collegiata si costituiva normalmente per atto del notaro Bru-
gazzo (15 settembre 1497).
La benevolenza papale e vescovile non venne meno alle di-
gnità ecclesiastiche di Maleo : Giulio II anteponeva in suo breve
quell'arciprete ai proposti di S. Lorenzo e di S. Maria Madda-
lena in Lodi (25 febbraio 15 10), e confermava l'istituzione di
quella collegiata (11 luglio 151 1). L'arciprete di Maleo trasse
direttamente questo suo titolo dal pontefice, e dell'onore così
si tenne pago, che quando il vescovo Gallarati — che aveva
qualificati proposti o arcipreti la maggior parte dei paroci dio-
cesani — volle nominar proposto don Giuseppe Quintini, paroco
di Maleo, questi rispettosamente ricusò la nuova qualifica, di-
cendosi più soddisfatto del titolo arcipresbiteriale avuto dal capo
della cristianità, che del maggiore di proposto, offertogli dal
capo della diocesi (1743).
Tra le novità religiose del principio del secolo XVI va an-
noverata la separazione ecclesiastica dei tre Corni, resasi neces-
saria dallo accrescimento del suolo pel prosciugarsi dei bacini
acquei che ivi notammo, e per le frequenti alluvioni padane, le
quali avevano ormai snaturata anche la denominazione topografica.
4IO
CODOGNO E IL SUO TERRITORIO
Una povera popolazione — che nell'evo antico non poteva
dire assodato un lembo del suo territorio, fatto agone delle as-
sidue furie guerresche — viveva disseminata per quella specie
di penisola, in guisa delle tribù antiche; ed — a non tener
conto della celebre abazia, le cui vicende tumultuose sono note
ai leggitori — soltanto il vetusto altare di S. Maria del Vecchio
Corno raccoglieva i fedeli al votivo grido.
Vestiva il gran manto' Leone X quando, per intercessione del
cardinale Scaramuzza Trivulzio, commendatario di S. Stefano,
fu decretata la separazione spirituale dei Corni ; e quello che
— tra le antiche Villafranca e Ripalta — fu detto Giovane, ed
era il più importante, tosto si accinse con alacrità ad edificare
un tempio proprio, che lo distinguesse dagli altri grossi nuclei
di quelle sparse case.
Il tempio fu consacrato (9 febbraio 1537) al martire Biagio,
e fin dal suo inizio apparve dovesse riescire opera artisticamente
buona. Oggidì esso si presenta con un insigne fronte di mori-
gerato barocco; pregio che — tra le ricchezze sparse nei sette
altari — diminuisce nell'interno, colla sovrabbondanza delle
lesene, dei capitelli e degli anaglifi dell' aitar maggiore. Il cam-
panile di forma bulbosa fu costrutto dall' ingegnere codognese
Quattrini (1839).
Circa ottant'anni dopo la sua fondazione la parochiale del
Corno Giovane raccoglieva la cura di quasi mille e cinquecento
anime, accresciute poi colle dignità del pastore. Essa estese
fino al 18 19 la sua giurisdizione anche all' oltre Po, al Garga-
tano, benché questo luogo fosse passato dal 1648 sotto il
dominio del duca parmense
NELLA CRONACA E NELLA STORIA
411
NOTE AL CAPO XXXIV.
' Inscrizione che si leggeva in S. Rocco:
D. o. M.
ANNO DOMINI MDV -DIE XVI AUGUSTI ILLUSTRISSIMUS AC REVERENDIS-
SIMUS D. D. ERASMUS DE BERNARDIS EPISCOPUS ARETUSIS ET COMES, IN
HONOREM SANCTI ROCHI ECCLESIAM HANC CONSECRAVIT, EAMQUE OMNI
ANNO PREDICTO DIE PESTO VISINTATIBUS UNIUS ANNI. FESTIS VERO SAN-
CTORUM SEBASTIANI, CHRISTOPHORI , DOMINICI, NATIVITATIS JESU CHRISTI
DOMINI NOSTRI, QUADRAGINTA DIARUM DE VERA INDULGENTIA EPISCOPALI
AUCTORITATE INSIGNAVIT ET EXORNAVIT.
Archivio parochiale di Codogno.
^ Archivio parochiale di Codogno.
* Paolo Morigia - Della nobiltà di Milano.
^ Si sa che la chiesa potè dirsi compiuta nel 1524; ma è molto arri-
schiato r asserire — come anche asserì l' egregio Monti — che essa « fu
eretta da' fondamenti nell'anno 1511 ».
^ Pier Francesco Goldaniga - Memorie storiche del regio ed insigne
borgo di Codogìio.
^ Archivio parochiale di Codogno.
® Una nota dell' archivio parochiale dice che i frati avevano già venduto
tappezzerie di damasco ed il conopèo di S. Giorgio, quando i delegati
dell'amministrazione di Lodi posero all'incanto i mobili della chiesa (26
maggio 1802). Per detto incanto i paramenti più buoni passarono alla pa-
rochiale ; r organo a Formigara ; l' altare e balaustra di marmo, col quadro
di S. Giorgio a Luigi Dansi e ai fratelli Bianchi, che poi li rivendettero
all'oratorio di Maiocca (22 giugno 1805); le campane alla Madonna di
Caravaggio.
Il giorno prima di questa permuta concordata in Piacenza, l'abate
Gandolfo aveva venduto alla chiesa di S. Agata cremonese i beni di Ca-
stelnuovo esistenti nelle corti di Meleti e di Larderà.
Lorenzo Astegiano - Codice diplomatico cremonese.
" Lorenzo Monti - Almanacco codognese pel 1820.
412
CODOGNO E IL SUO TERRITORIO
Filippo Argelati riporta la seguente inscrizione in marmo esistente
nel castello di Meleti :
MELETVM. OPPIDVM. DOTALE
MAGNIS. PR^TORIORVM. ET. STABVLORVM
EXTRVCTIONIBVS
AQVARVM. DVCTIBVS. AGRORVM. IRRIGATIONE
CONSITIS. ARBORIBVS
VIRIDARIO. NEMORIBVS. ET. HORTIS.
MATHEVS. BOSSIVS. I. C. SENATOR
AC. MAGNVS. CONSILIARIVS. DVCALIS
ET. POLIXENA BOSSIA
IVGALES. MEDIOLANENSES. QVE. PATRICII
AC. DOMINI. MELETI. EXORNAVERE
TVM. ETIAM. INSTAVRATA. ARCE. VALLO
FOSSA. TVRRIQVE. COMMVNIVERE
TEMPLOQVE. CONSTRVCTO. ET. DICATO
SACRAVERE
ANNO. A. PARTY. VIRGINIS. MCCCCXCV
QVO. ANNO. CAROLVS. REX. FRANCIAE
TVRBAVIT. ITALIAM
I ritratti di Matteo e Polissena sono tolti dal bassorilievo della loro
tomba in Milano.
Francesco Bossi fu insieme prelato e alto dignitario civile. Governò
le diocesi di Gravina, Perugia e Novara. A lui ricorsero, ma invano, gli
abitanti di Meleti, contro la soppressione del loro beneficio parochiale,
incorporato nel seminario laudense (1578), in ottemperanza alle prescri-
zioni tridentine.
Luca Beltrami - Relazione annuale deW uficio regionale per la con-
servazio7ie dei monumenti in Lombardia (1893-94). Il chiaro architetto mi-
lanese narra che quando la prefettura di Milano impose all' uficio regionale
il preventivo sopraluogo di legge, la chiesa si stava già demolendo, e
gli incaricati trovarono per di più quasi compiuta la costruzione nuova.
Strano metodo invero di rispetto all'antico, quando trattisi di far posto
alle goffaggini nuove !
Il Gargatano è un piccolo casale ripuario del Po, a nord ovest di
Pontenure. Esso — secondo afferma»Giovanni Agnelli — nel 1633 faceva
comune autonomo coi beni del Prè e con Almavilla o Aimivilla, distante
circa un chilometro a levante dal Corno Giovane, e poi distrutta dalle
alluvioni padane. Una via del Corno intitolata ad Aimivilla ricorda tuttora
lo scomparso luogo.
II governatore di Milano marchese di Caracena cedette al duca Ranuzio
Farnese il luogo « nomado el Gargatano, jurisdicion de Lodi» (2 luglio
1648); e il conte Carlo Anguissola ne prese possesso in nome del duca,
con cavalleria e guardie, atterrandovi un fortilizio spagnolo.
CAPO XXXV.
La dominazione spagnola — Epitome di sciagure — Nequizie d'uomini,
carestie, pestilenze, calamità naturali.
ell' ultimo vespero del secolo XV l'Italia era focolare
ad ogni squisitezza dello spirito umano ; le sue città
erano le più magnifiche, gli abitatori suoi i più colti,
l'arte sua la più splendida del mondo; e fu il genio
italico che colla mente divinatrice e colla impresa immortale di
Cristoforo Colombo, inalzò a fortune e a glorie non prima so-
gnate la fiera Spagna di Ferdinando e d'Isabella.
Da quei fulgidi giorni non era scorso un trentennio quando
dagli italiani — tra i quali Francia aveva lasciate memorie piene
di collera e di irritazione cocente — veniva salutato, con stanca
gioia ma come liberatore, il giovane Carlo V, reputato giusto
e generoso. Ma egli, conquistato il ducato di Milano e il reame
di Napoli, compensò di così ingrata moneta l'antico beneficio
del veleggiatore italiano, che ben a ragione il dominio iberico
nella patria di Colombo fu paragonato ad un regno d'ombre;
benché dalle moderne esegesi che espongono filosoficamente le
vicissitudini della dominazione spagnola nelle due Sicilie, emer-
gano tutti i vantaggi, così politici come materiali, che rela-
tivamente allo stato comune, contraddistinguevano i sudditi
meridionali da quelli settentrionali del re cattolico.
414
CODOGNO E IL SUO TERRITORIO
Là giù il fasto di una corte vicereale pomposa e straniera
e indipendente da Madrid, gli scarsi bisogni delle popolazioni,
la fisiologica simpatia tra signori e subbietti ; e quantunque non
fossero codesti elementi atti alla fusione omogenea ed armonica di
governati e governanti, pure tutto ciò era ben differente da quello
che costituiva la cosa publica ed il suo reggimento tra noi
del settentrione.
Qui i caratteri sono sì freddi e rubesti, che al paragone di
quelli del sud, rammentano la fredda giogaia dell'Alpi posta di
fronte agli incandescenti poggi del Vesuvio e di Mongibello.
Qui l'industria non solo è tradizione, ma patrimonio effettivo
e secolare di operosità insuperata e creatrice di individua di-
gnità; là, nella complicità dolce della terra, del cielo, del mare,
si eterna il favoleggiato Eliso sfibratore. Qui l'arte austera-
mente casta nei suoi procedimenti, ed inspiratrice di capilavori
che non morranno nel tempo; là il morbido lenocinio che
stempera sulle tavolozze e sulle mandòle la voluttà, mentre,
quasi ad emular la natura, persino nelle usanze della vita pom-
peggiano vistosissimi colori, brillano gemme ed ori, si drap-
peggiano sete e velluti, e tutto è infiorato, dal balcone all'altare
dalla testa della pescatrice alla criniera del somiere.
Posta genericamente questa fondamentale caratteristica di di-
versità fra r una e l' altra gente italica aggiogate allo stesso
ceppo, si fa palese come noi maggiormente sofTerissimo della
gonfia albagia spagnolesca, della atroce fiscalità che colpisce
dove più vantaggiosi sono e prodotti e redditi, della ignoranza
e della corruzione bestiale, importateci da oltre Pirenei ; di guisa
che, se la storia di Napoli spagnola può sotto certi limitati
aspetti rammentare il ditirambo, quella di Milano in servitù
consorella è senza dubbio una elegia.
Dal 1535 al 17 14 qui incresciosissimi ospiti stettero gli spa-
gnoli, e per tutto quel tempo Lombardia piegò sotto la più
funerea gramaglia.
Il ducato non ebbe più che la memoria dei suoi vecchi e
forti dì. Le città rette di nome dal senato, ma virtualmente dal
consiglio secreto, quasi tutto fatto di stranieri, e dal luogote-
NELLA CRONACA E NELLA STORIA
nente reale. Solo per virtù di popolo risoluto e minaccioso qui
non potè il governatore duca di Sessa (1558) imporre la spietata
milizia di Torquemada, che a Siviglia come a Goa, in Fiandra
come alle Filippine faceva sorgere i roghi e preparava gli spa-
simi degli aculei e delle cave statue di bronzo. Il fasto, l'ozio,
la sensualità morsero al cuore i nostri maschi istituti, le pre-
stanti industrie, gli arditi commerci. Spadari, armorari, spero-
nari — le cui officine avevan temprate armi pei vincitori di
Legnano o di Parabiago — non ebbero più altro che il nome da
dare alle loro contrade. E da per tutto un rinnovellamento di
sacri edifici, sotto le cui volte pareva che la maestà del Dio
fosse velata dal terrificante sambenito; da per tutto conventi,
con prevalenza della famiglia domenicana, delegata al santo
oficio; per le vie deserte il cappello piumato del patrizio, che
si compone sull' esempio del suo dominatore, e V attuaro erariale
fiancheggiato dal birro; e l'omicida che va immune perchè si
regge al braccio del frate, e il ladro impunito che s'acconta
col micheletto ; intanto che son tratti a perire sulle forche, sulle
ruote e fra le strettoie, dopo il raffinato saggio delle tanaglie
roventi, la i^ngenua fanciulla cui i neri capelli e gli occhi cor-
ruschi fanno unica colpa di strega, o il povero barbiere che,
distillando innocenti acque nanfe, s'apparecchia incoscientemente
una colonna d'infamia.
Non meno desolante della cittadina era la prospettiva rusti-
cana. Guadagnando passo passo sulla inerte trascuranza dei
possessori e dei coloni, la palude s'era da capo impadronita di
buona parte del suolo già fertile, e solo fu arrestata quest'opera
deleteria della natura dagli sforzi prodigiosi degli incoli ; i quali,
del resto, vedevano troppo di frequente ricorrere come ad espe-
diente strategico alla rottura degli alvei e degli argini, pur di
opporre ostacoli temporanei alle invasioni nemiche.
Le strade rese impervie, le dighe spezzate, la regola delle
acque negletta, gli arati fatti inculta pastura, avevano i campi
l'aspetto di comparti cimiteriali; il cui lugubre silenzio rompevan
soltanto le gazzarre tumultuose e le orgie turpi dei bravi e
degli scherani, al soldo dei castellani minori; poiché i più emi-
nenti signoreggiavano a loro volta non solo le attinenze delle
4i6
CODOGNO E IL SUO TERRITORIO
proprie baronie coi facili passi dei fiumi e coli' onnipotenza del
dritto d'asilo e colla consuetudinaria impunità lasciata dalle
vacue grida governatoriali ; ma, sebbene da queste reiteratamente
colpiti, attraversavano a suon di trombe ed a schiere armate
fino ai denti, come a partite di caccia, le città presidiate, quando
non ne erano assoluti padroni, con dinastia e legislazione propria.
Non solo i lunghi ciuffi sfuggenti dalla rossa maglia e le
ispide barbe dei bravi locali funestavano le taglieggiate e violate
plaghe campestri; chè gli andirivieni degli eserciti — fatti stan-
ziali, senza però quella disciplina che ne rende meno tormentoso
il peso — s'aggiunsero a rendere più acute le ferite laceratrici
di Lombardia. Da codeste milizie ci venne ogni fatta di miseria,
fra cui — giovata dalla incuria assoluta del governo e dalla
superstiziosa ignoranza del popolo — il flagello della peste bub-
bonica; a tale che occorse l'ascetica ed imponente figura di
Carlo Borromeo per impedire che lo spirito publico andasse
totalmente travolto.
Questi melanconici riflessi potrebbero far sospettare contradi-
zioni narrative ai lettori, che, non è molto, intrattenevamo sul-
r aumento delle fortune paesane nostre. Ma è da por mente che
in quei tristi frangenti Codogno potè considerarsi luogo privi-
legiato per le sue speciali iniziative, e più ancora perchè i
signori suoi — tutti intenti a partir beghe con altre patrizie
casate — avevano più interesse a continuare d'amore e d'ac-
cordo coi semplici mercatanti e agricoltori del feudo, di quello
non isfuggissero ai cozzi delle barbute scotesche e dei miliziotti
farnesiani o d'altri potenti confinari.
D'altronde, abbiamo già abbondevolmente discorso della ferma
fiducia in sè stessi dei codognesi; che — intenti alle loro fac-
cende, ma curanti insieme la esecuzione degli obblighi dei propri
signori — mostrarono in parecchie occasioni di non volersene
lasciar sopraffare; pure usando quel deferente contegno verso
di loro, pel quale rendevasi possibile la prosecuzione dei buoni
accordi. Si ha memoria, infatti, di varie publiche feste e di
donativi augurali in onore dei principi Trivulzi, specialmente
lungo il secolo XVII, quando giganteggiava nel mondo politico
attuale l'imponente figura di Gian Giacomo Teodoro, cosi prò-
NELLA CRONACA E NELLA STORIA
ceduto nella gerarchia ecclesiastica e militare che fu l'unico dei
milanesi creduto a Madrid degno d'esser fatto governatore del
ducato (1656).
E degli organismi politico-sociali come dei fisiologici : in un
corpo malato sovente s' incontra un muscolo od un viscere sano,
di guisa che le sue funzioni continuano regolari, data pure la
condizione inferiore della compagine. Sarebbe, però, contrario
a qualunque legge di natura che o poco o molto quell'organo,
quasi in condizione di privilegio, non avesse a risentire gli ef-
fetti di tutto l'individuo, per sè stesso costituito in anormali
disposizioni.
Dal raffronto agevolmente si vede come — nello squilibrio
generale dell'epoca — anche qui dovessero fatalmente risentirsi
i sintomi patologici e le crisi , inesorabile corollario del mondo
di allora. Nessuno stupore, pertanto, che la cronaca locale regi-
stri e violenze e misfatti, in quel tempo di governo straniero,
cjie non aveva se non l'artiglio del rapace per dar di piglio
nelle cose dei subbietti, del tutto impotente, non pure a reggere
e a guidare, ma anche a governare i congegni dei più rudi-
mentali elementi dello stato. L'autorità publica era circoscritta
ad una desolante ripetizione di bandi, che rimanevano inascoltati
ed anche derisi dagli stessi soldati disertori, invano richiamati
alle loro bandiere; disordine questo che generava l'assurdo del-
l'armi private, soverchianti le regie di soldati squassapennacchi.
A Fombio — confine nostro — quello che modernamente si
chiamerebbe potere esecutivo era esercitato dagli abitanti del
luogo; i quali assalsero una masnada di banditi infestanti la
regione. I fratelli Scuderi e qualche loro facinoroso seguace si
difesero con accanimento, respinsero da prima gli assalitori;
ma, soverchiati dal numero, furon morti, e — tetro trofeo — le
mozze lor teste, recate a Piacenza, esposte alla gogna sulla piazza
del comune (24 aprile 1599) ^
Pochi anni dopo, a S. Zeno presso Casalpusterlengo eran pe-
netrati a ricetto e stavano a ricovero bravi senza legge nè fede,
condotti da un nobile capo, Carlo Lampugnano. Là convenivano
costoro, imponendosi agli eremitani conventuali di S. Agostino,
Codos^no e il suo territorio^ ecc. — /. 27
4i8
CODOGNO E IL SUO TERRITORIO
servienti alla chiesa ed al chiostro ; e di là infestavano la popo-
losa via per Piacenza, con danni ed onte dei pacifici viatori (1608).
Ricordano i cronisti che, con mirabile accordo, soldati regi
e bande di malviventi, profittando della debolezza del governo,
proruppero in Brembio, dove alloggiavano, in tumulti senza fine.
Per essi parecchi furono i fienili incensi, e nelle cascine, della
Taccadizza i robalizì audacissimi. Perfino i missali della chiesa
di Brembio furono involati da un soldato, e per vile moneta
venduti in Lodi; onde un fulmineo editto dello sdegnatissimo
presule (4 maggio 1618).
Il luogo di Morsenchia — subbietto alla giurisdizione di Me-
legnanello — in continuo conflitto con Bertonico (1642), dovette
esser distrutto perchè divenuto convegno di gente perduta ed
infesta al contado.
La superstizione delle campagne era eccessiva; ma non si
può arguire che pari fosse la religione, frenatrice di violenze;
tanto è vero che un Domenico Pignocchi del Corno Giovane,
durante le funzioni religiose nella chiesa di Santo Stefano, sparò
un archibuso contro il celebrante, e, non avendolo colto, fuggì
precipitoso, ma rimase vittima del vindice furore del popolo
(15 agosto 1643).
Una grida del contestabile, per mandato del governatore Fer-
nandez de Velasco (26 agosto 1647) concedeva larga impunità per
ogni eventuale delitto non che la regalia di duecento scudi a
chi denunziasse od indiziasse l'uccisore di Bartolomeo Negrone,
uno dei sindaci del contado, ucciso in Castione mentre esercitava
il proprio uficio. Così il publico potere non disdegnava la com-
plicità dei delinquenti per la punizione di un delitto, a questo
aggiungendone un secondo, col ricorrere all' opera di rei convinti
dove non bastasse l'opera dei propri agenti.
Camillo Antonio Francesco Stanga, era condannato nel capo
e nella confisca dei beni (28 marzo 1667) per aver incaricato
alcuni sicari di uccidere i fratelli Alessandro e Giovanni Battista
Carminati in Castelnuovo Bocca d'Adda. Gli esecutori dello
scellerato mandato espiarono il loro delitto, ed al mandante fu
mutato il supremo castigo nella perdita del feudo di Castelnuovo
e nella costrizion personale nel castello di Lodi ^ ; da cui egli
NELLA CRONACA E NELLA STORIA
419
esci quattr'anni dopo la condanna, ma colla taglia di bandito,
che per trentasei anni l'aggravò.
Un Pietro Antonio Maccagno da Camairago fu arrotato in
piazza Maggiore a Lodi (8 marzo 1705), come partecipe di
una grossa banda di masnadieri, funesta specialmente ai confini
dello stato.
Ancora sotto Maria Teresa i vagabondi esigevano tributi dalle
campagne, gli ozieggianti guidoni ghermivano ai passanti il de-
naro, ed agivano a colpi sicuri anche uccidendo ; ed ogni genere
di delinquenti mascherati da umili rivenduglioli avevano i loro
covaccioli nei quali toglievan di mira le prede. Per le strade si
inviarono delegati e notari criminali e fanti e carnefici e con-
fessori, con facoltà di impiccagione agli alberi ; ma pochi furono
gli orridi spettacoli dei cadaveri appesi.
Nè meno le tonache, mestanti e sviate « dietro al malo esem-
pio » , sfuggivano alla lue di sanzioni ex lege.
• Narra, ad esempio, Francesco Bergamaschi — il più volte ci-
tato vicario della parochiale di Santo Stefano al Corno — che
un monaco cistercense di quella abazia, certo Vespasiano Lan-
driani, gli uccideva al fianco il sacerdote Giuseppe Polenghi,
a cui insieme passeggiava, e lui pure di coltello gravemente
feriva (12 maggio 1643); ed è strano che il popolo prendesse le
difese del monaco omicida, fino a giurare il falso nelle testimoniali.
Avendo il bargello del vescovo di Lodi arrestato alla cascina
dei Livraghi i gerolamiti Pellegrino Laudi ed il sozio Michele
Repazzoli, perchè colti in flagrante di femineo contrabbando,
codesti nè casti nè cauti monaci furon messi prigione nel car-
cere conventuale (25 settembre 1679). Ciò riseppe il padre di^
frate Pellegrino, conte Teodoro, e si condusse al monastero,
capeggiando una quarantina di scherani, coi quali trasse dai
ceppi il mal capitato figliuolo.
Questo Teodoro fu per congiure politiche contro Ranuzio II
arrestato in Piacenza dai birri e chiuso nella rocchetta parmense
(1680); carcere che pur doveva ricettare un altro Landi, frate
X Felice, cavaliere di Malta, il quale parrebbe altro figliuolo di
Teodoro, uomo di sangue e di corrucci, assoldatore di mala gente,
sebbene tra i cavalieri reputato affabile e generoso ^. Egli fu
420
CODOGNO E IL SUO TERRITORIO
arrestato dai birri irlandesi del duca alle Caselle (7 febbraio 1706)^
e soltanto per l'intromissione dell' imperatore Giuseppe I e del
principe Eugenio di Savoia fu ridato a libertà.
Accanto alle miserie prodotte in gran parte dalla volontà
degli uomini, trovan lor sede acconcia le altre che la mitologia
antica diceva sprigionate dal Fato, librantesi sulle nere ali nel-
l'alto. E — continuando la rubrica mestissima consegnata al
capo XX dell'opera nostra — qui seguiteremo man mano l'ac-
cenno ai morbi, alle inopie, alle vicende telluriche ed alle stra-
vaganze celesti, che con lugubre regolarità, giovata dalle opache
menti di quei dì, ne continuarono le afflizioni e le sventure
dal secolo XV in poi.
Ed imprendendo il malvagio cammino della narrazione, com-
prenderà ognuno quale superfetazione presuntuosa sarebbe in
noi l'esporre lo stato morale delle genti" al sopravvenire delle
pesti, delle fami e degli altri rei flagelli, dopo che Alessandro-
Majizoni ha in piena modernità- fatta risorgere e vivificata tutta
un'epoca di errori e di orrori, per cui tormentosamente pas-
sarono le terre nostre.
Più che in altra parte di Lombardia furon tra noi gravi le
sciagure ; chè all' insufficienza del governo — inferiore alle più
umili esigenze di previdenza e di igiene, e primo, anzi, a dif-
fondere ed a rassodare la credenza che realmente si trattasse
di malvagi artefici — finì per rassegnarsi anche il popolo, le
cui superstizioni, minori di quelle dello stato, vieppiù s'accreb-
bero ; di guisa che e reggitori e retti trovaronsi confusi in quella
geenna di cupo terrore, di desolante abbandono, di spaventosa
ignoranza, che forse trova unico riscontro nelle mistiche follie
dei chiliasti. Poi la infanzia delle scienze che, movendo i passi
iniziali e mal sicura barcollando e cadendo, eran necessariamente
restie a riprender lor via, sfornite di quelle energie resistenti
che le fanno tetragone alle scosse rivolutive dalle quali vuol
essere creato l'umano progresso.
Oltre un decennio (1475-1486) ospiti odiose sedevano ai nostri
focolari, dopo la guerra, la carestia e la peste. Come di sovente,,
anche allora il morbo ci venne da Milano, ed i pii proavi nostri
NELLA CRONACA E NELLA STORIA
421
•opposero tosto la lor fede al furiar del contagio, erigendo le
votive cappelle alla Vergine ed ai santi Rocco e Sebastiano,
nella punta occidentale del borgo, all'angolo della contrada Scacca
(via Milano) e dell'Olmo (poi via del Guado ed oggi via Po).
La storia di questo ex voto al romeo di Montpellier fu già da
noi riassunta.
Pari testimone degli animi fatti misericordi dal duro esperi-
mento della morte collettiva, venivano deposte in pace le tra-
vagliate ossa degli spenti dal contagio, in un sacello dedicato
ai morti ed al Cristo in Retegno (1569). Da principio la cap-
pellina e la breve cripta dell' ossario furono di legno. Murata a
vivo, rimane tuttora e vi si legge analoga epigrafe*.
La peste, tornataci spietata nel 1575, fu lungo i secoli detta
di san Carlo, e l'arte spiega l' antonomastico titolo, rappresen-
tandoci tuttavia — opera di molti pennelli — le apostoliche fa-
tiche dell'arcivescovo, visitatore di infermi e consolatore di
morenti, che ritorcono lo - sguardo dagli orridi gavoccioli e lo
elevano al cielo rinfrancati dal sorriso del santo pastore^.
Quella epidemia spense in Codogno circa ottocento persone;
le quali, nella strettura del tempo e sotto l'assillo del contagio,
si interrarono in luogo speciale; ed ivi per ben settant'anni
recubarono solitarie, fin che esse pure ebbero postumo onore
di terra consacrata (1635). In loro suffragio ed in memoria di
Bernardino da Siena — che, oltre due secoli prima, collo slancio
della carità a soccorso dei contagiosi, aveva meravigliato i po-
poli anche dei campi nostri — alcuni benestanti divisarono di eri-
gere sul reposorio degli appestati la bella chiesa che fu ai nostri
giorni demolita, con consiglio non a torto da taluni ritenuto
improvvido (1867).
Anche Casalpusterlengo aveva dovuto costrurre il suo lazza-
retto; non è, però, certo se esso sorgesse per la moria del 1576
o per quella del 1630. Era un modesto sacello sulla strada di
Borasca, colla cancellata in legno; da prima le spoglie dei se-
polti occupavano il circostante campicello, poi gli scheletri furon
concentrati nella cappella, e questa era meta a continuo e pie-
toso peregrinaggio, offerente elemosine opime; cui amministra-
rono, a spirituale suffragio degli spenti, delegati scelti dal paroco
proposto.
422
CODOGNO E IL SUO TERRITORIO
Il nero stendardo della guerra procede in testa alle turbe
alemanne, che vengono a disputare a Francia la successione
della ducea di Mantova; e forse mai esercito in cammino ebbe
così sinistro corteggio di orrori. Qui esso trovava popoli affranti
da una fiera carestia; qui imponeva le violenze tutte del pas-
saggio, colle requisizioni, le spogliazioni, le prepotenze; e qui
— suprema fra le miserie — seco portava, nelle sdruscite ca-
sacche e nei luridi cenci d'una accozzaglia di avventurieri, il
germe nefando della pestilenza, acquisitosi nei campi combattuti
d' oltre monte.
Il genio manzoniano, che ha mietuto colla falce poderosa
l'orrida messe, ci intima, come il poeta dell'antico Lazio a' suoi
coevi: Arcete prophani/ ed, al comando obbedienti, noi ci
allontaniamo discendendo il sacro monte serbato ai sublimi, e
seguiamo la nostra umile via; confortati, però, della concorde
attestazione dei cronachisti nostrani, raffermanti che la nostra
regione fu per sorte la meno flagellata nello esiziale avveni-
mento. Eppure a Milano, a Pavia, a Piacenza, a Cremona il
morbo costituiva altrettante necropoli spaventose, formanti a noi
d'attorno come un anello simbolico di nozze fra la morte e l'uomo.
Quella non fu solamente fortuna, bensì efìetto di previdenza
illuminata e forte. Giusta dispensiera di elogi e di biasimi, la
cronaca rende omaggio — per la penna del Ciseri ^ — a Cle-
mente Gera, vescovo, ed a Martire Boldoni, governatore, capo
della milizia urbana e giudice della sanità, in Lodi. Il prelato
della parte spirituale ed il magistrato della politica — secondo
le terribili condizioni del momento — con febbrile operosità si
occuparono : l' uno imponendo ai suoi preti le misure più pru-
denziali di contatto e di soccorso morale e corporale dei colpiti
dal contagio; l'altro rinfrancando gli animi, mantenendo i rap-
porti di commercio, e non limitandosi alle elementari cautele
della distesa dei cordoni e dell'impianto dei rastrelli. Colla dit-
tatura consigliata dall'universo pericolo, allontanava dalla città
perfino i cesarei, a colpi di moschetto; per ordine suo i conta-
dini recavano alle porte di Lodi le. derrate in vendita colla
NELLA CRONACA E NELLA STORIA
leggenda del costo rispettivo, ed egli stesso e la sua scorta
armata, fattili retrocedere, faceva da libripende fra la richiesta
e l'offerta, nè meno lasciando che compratore e venditore po-
tessero avvicinarsi.
Così la città fu in parte risparmiata; ed, impedendo un fa-
tale ristagno, tutto il territorio — per quanto aspramente
flagellato — relativamente ne giovò.
*
I documenti del tempo raccolti negli archivi ci descrivono
minutamente il transito per la nostra regione degli eserciti mo-
venti all'assedio di Mantova. Nei decreti — firmati per la maggior
parte dal mastro di campo imperiale conte Giovanni Serbellone —
sono indicati le direzioni alle milizie in cammino ed anche gli
obblighi delle somministrazioni e requisizioni cui dovevano pre-
stare le terre attraverso le quali i soldati di Cesare sarebbero
passati. Paion remissive le notificazioni del nobile Serbellone
ai borghi ed ai casali imposti di ricevere ed assistere con viveri
ed alloggiamenti le compagnie dei fanti e le torme dei cavalli ;
poiché desiderava egli che tutto seguisse « col men danno dei
sudditi possibile e con la conveniente satisfazione di detta gente ».
Lo coadiuvavano per legge i deputati dei luoghi, a cui però
era infallibile spinta per compiere gli obblighi loro la minaccia
di pene serbate all'arbitrio del commissario generale. A mezzo
di speciali esibizioni alle schiere trascorrenti per più abbon-
danti viveri, non era negato, però, alle comunità richiedenti, e
compatibilmente colle ragioni militari, che ad esse fosse ' rispar-
miata la sosta di quegli uomini di guerra.
Così avevamo l'abbondante requisizione di foraggi per la
grossa cavalleria alemanna di Rambaldo, signor di CoUalto, che
stava all'avanguardia; e le esorbitanti richieste dei fanti, i cui
veadores — gli intendenti d'oggidì — non erano mai soddisfatti,
e tempestavano i miseri deputati forensi di sempre nuove ed
ognor più gravose dimande. Il senatore Villani commetteva con
suo decreto datato da Lodi a Giuseppe Porrone, delegato del
Serbellone, di far in guisa che le terre di Codogno, Casalpu-
sterlengo, Maleo, Meleti, Corno Giovane, Maccastorna, Corno
Vecchio, San Fiorano, Mulazzana, e Cavacurta « provvedino e
diano puntualmente il formaggio et vino, et altro per un giorno.
424
CODOGNO E IL SUO TERRITORIO
a ciascuna truppa nella medema forma e modo che avrà fatto
dalla città di Lodi » , a sostentamento d' alcune schiere di fan-
teria alemanna che andavan per barca « per ischiffare gli effet-
tivi alloggiamenti, et per ovviare all' inconvenienti che potessero
occorrere, et che non facciano alto » (8 ottobre 1629).
Il predetto mastro di campo, a mezzo del delegato suo Al-
fonso Riva, incaricava con ordine suo, spiccato da Merate, .di
invitare « Codogno, Malè, Casalpusterlengo et altre terre solite
ad alloggiare unitamente » a provvedere le barche necessarie
alle fanterie tedesche del reggimento Giovanni d' Aldringher,
pel passaggio dell'Adda; e, se per caso il fiume non potesse
esser tosto varcato « per mancamento di barche o per altro » ,
fossero i' luoghi mentovati tenuti « per una notte di dare al-
loggio al coperto alli soldati ed alli officiali in casa de' padroni
facendoli provedere dalle Città et Terre alloggianti di vino e
formaggio, che volendone li officiali e soldati, lo possano com-
prare con gli loro denari di modo che le Terre et Città saranno
tenuti darle solo l'alloggio, che per rispetto del pane di moni-
tione, li sarà provisto dall'Impresario a conto della Regia Ca-
mera » (31 ottobre 1629).
Antesignana dell'epidemia fu la penuria estrema d'ogni der-
rata campestre. I prezzi inverosimili dei grani nobili e comuni
in quel miserando 1629 ci rimangono annotati dai cronachisti;
si era in piena fame, e pei campi spesseggiava il lugubre in-
contro degli spenti per inedia, tuttavia stringenti fra le mascelle
quel povero ciuffo d' erba a cui indarno avevan chiesto il pro-
lungarsi dell'esistenza.
E sulle orme della grande carestia comparve in Codogno e
nelle sue vicinie la peste, nel novembre di quell'anno. Comin-
ciava essa con febbri leggiere, poi implacabile proseguiva col-
r apparire di bubboncelli e carbuncoli nelle parti più delicate
del corpo. Non avevan servito i serragli divisati per arrestarne
il fatale andare, opportunamente posti agli imbocchi delle vie
del borgo (28 gennaio 1630); invano s'era vietato sotto fiere
comminatorie a quei di Maleo, Casale, Retegno e San Fiorano
di toccare Codogno. Il morbo si traforò nell'interno del capo-
luogo con una rapidità terrificante, e fu un periodo lungo di
NELLA CRONACA E NELLA STORIA
moria, resa più angosciosa la condizione publica dalla insuffi-
cienza dei seppellitori e dei sepolcri.
I luminari dell'arte del guarire facevano consistere la cura
in una strana congerie di rimedi terapeutici: abbondanza di
profumi con incensione di macchie silvestri ed aromatiche, quali
ginepro, ruta, rosmarino ed altri virgulti resinosi ; al collo cogli
amuleti si ponevano sacchetti colmi di erbe oficinali; indicati
fra i migliori indumenti eran la seta e la tela cerata, e respinta
ogni guisa di lana; infine molto pitagorico era il dietetico, con
ricorso costante all'acuta virtù delle cipolle e degli agli, al-
l'agro dei limoni, delle melarancie e degli aceti, di cui ogni
vivanda veniva abbondevolmente cosparsa. Prescrivevano inoltre
si mangiasse soventi, reputandosi che a ventre digiuno più fa-
cilmente si incorresse nel morbo.
Per precauzione i già colpiti o i servienti i malati dovettero
aver posto speciale nelle chiese, camminare solinghi e fregiarsi
di gala gialla e nera perchè i passanti li sapessero scansare.-
Secondo il Goldaniga, il contagio durò sino a tutto il 1630.
Mille morti sopra cinquemila e cinquecento abitanti costituirono
il funebre trofeo dell'inesorabile mostro; e quelle salme furono
composte sotterra là dove si eressero poi, inferie cristiane, gli
oratori di S. Bernardino e dei SS. Gregorio e Sebastiano.
Mancando cripte chiesastiche e sacrati nei villaggi vicini,
seppellironsi presso la Divizia le spoglie degli appestati di San
Fiorano, al Cristo quelle di Retegno, in una cappellina presso
la Cà Rossa quelle di San Rocco, dove i benedettini di S. Sisto
in Piacenza esercitarono largamente la loro carità.
Della pestilenza del 1630 in Codogno scrisse in versi latini
il conterraneo Pier Francesco Passerino^, ed altre memorie si
trovano circa la mortalità nel territorio. A Castelnuovo — se si
crede al Liber mortuorum di quella parochia — fra i duecento
uccisi dal contagio furono il potestà, il paroco, il medico, un
affossatore ed alcuni berrovieri. A Santo Stefano, per contrario
— come lasciò scritto il rettore Francesco Bergamaschi — sol-
tanto due persone morirono.
Rifugge l'animo dallo spettacolo miserevole delle inumazioni
in quei dì. Oppressi dalla immane sciagura, gli animi bonari
426
CODOGNO E IL SUO TERRITORIO
dei nostri regionali erano rinselvatichiti, illanguiditi i senti-
menti pii, tornati rubesti e crudeli i costumi. I registri paro-
chiali d'alcuni paeselli lungo il Lambro accertano che quelle
sponde — quasi memori nel loro aspetto del « vago Eupili » da
cui derivano — eran disseminate orribilmente da corpi morti, colà
trascinati a strappi di funi che, terminanti in nodo scorsoio, o
pel rigido braccio o pel piede inerte, le spingevano nella fossa.
Nè pure qui mancarono nell'abnegazione e nel sacrificio,
emuli modesti di quel Ludovico de' Picenardi che fu immor-
talato sotto il saio cappuccinesco di frate Cristoforo ; ed uno
il cui nome giunge fino a noi è un altro francescano, il padre
Gregorio Ferrari da Codogno, morto nel pietoso esercizio dei
supremi conforti agli appestati.
Non tutti i coloni stettero nelle terre nostre al farsi dell' « aer
sì pien di malizia ». Molti se ne erano andati già al primo
sentore delle genti imperiali imminenti. In alcune Istruzioni al
dottore Giacinto Vignati ed a Gian Paolo Barni per narrare
degli enormi danni prodotti dalla corsa tedesca nel basso Lom-
bardo, si accenna a buona parte di contadini, in una ai padroni
e fittabili ed alle cose loro, emigranti di qui per conseguir fuori
di stato la tranquillità perduta nei luoghi nativi ^ ; errore agri-
colo e politico codesto, di cui furono necessariamente perniciose
le conseguenze : settantamila pertiche in contado di Lodi erano,
dopo la peste del 1630 e le guerre d'allora, cadute gerbide ed
incolte, là dove prima di quei tristissimi eventi non un palmo
di c\\i^VC humus era sottratto alla vanga redentrice.
Per la pace di Cherasco (163 1) gli austro-spagnoli rifecero
la strada tornanti; e pur troppo delle loro malefatte ebbero
ancora a soffrire i nostri luoghi. Ma non tutti quei lanziche-
necchi di transito poteron ridursi in patria a raccontare le belle
imprese; perocché, mentre l'esecrazione universa inseguiva le
bande tedesche del rapace barone d' Aldringher, i nostri conta-
dini quanti più di lanzi e di bisogni potevano acciuffare, al-
trettanti a man salva mandavano all' altro mondo ^.
Lunga, grigia e minuta è la cronaca riferita alle carestie, ai
fenomeni terrestri, alle meteore ed a quant' altro mai in quei
NELLA CRONACA E NELLA STORIA
427
tempi di scienza infante ed errabonda toccava per la comune
al sopranaturale ed al taumaturgico, giusta il tipo scolpito nel
don Ferrante del grande romanzatore milanese. Nel continuo
arruffio, nel convulso e spasmodico succedersi di quegli eventi
calamitosi, parrebbe ad ogni piè sospinto decretata la morte
dell'umanità; mistero, insomma la continuità della vita non pure
sociale e politica ma altresì fisica.
Le comete, gli ecclissi, gli uragani, gli aereoliti, le pioggie
sanguigne, le manne celesti spesseggiavano come presunti enigmi
nell'alto; nunzi non meno sinistri, perchè sterminatori delle
piante e dei paschi, segnalavansi i passaggi delle locuste obum-
bratrici del sole; le commosse viscere della terra tonitruavano
all' impulso delle vampe profonde ; le acque straripavano spa-
ventosamente ; i geli erano interminabili, le pestilenze pervicaci,
le siccità affamatrici.
E delle inopie inclementi era in gran parte causa la supina
incapacità dei preposti all'annona — di tale tirannica vessazione
che r esagerato protezionismo moderno non sa nè pure pensare —
e dello sgoverno civile e militare per cui le plaghe un dì fio-
renti abbiam visto commutarsi in abbandonate lande, non più
festanti all'ecloga delle sane georgiche, ma terrificate dagli or-
risonanti ludi delle caccie feudali e dal calpestio delle torme ar-
mate, isterilenti la zolla.
Quanto all'insieme delle anormalità funeste che traviarono in-
teramente il senso comune dell'epoca, la superstizione creò la
magia, e la strega rimane torva potenza che combatte contro
Dio e la sua chiesa, e gli untori con essa rappresentano la più
efferata espressione dell' idiozia sconfinata
428
CODOGNO E IL SUO TERRITORIO
NOTE AL CAPO XXXV.
^ Cristoforo Poggiali - Memorie storiche di Piacenza.
^ Archivio di stato di Milano.
^ Cristoforo Poggiali - Memorie storiche di Piacenza.
* HIC JACENT QUI PESTIFERO MORBO FUERE DEFUNCTI ANNO I569. EDICULA
HAC PENE LABENTE RETTINIENSUM PIETATE A FUNDAMENTIS RESTAURATA
ET NOVA SOLEMNI BENEDICTIONE DEO DICATA A REV. PR^P. lOSEPHO
FORNI DIE 8 OCTOBRIS ANNO I780.
^ Discorda dall'antica versione la critica nova, chè — al dire di Cesare
Cantù — studi o ricerche nei libri e nei cataloghi del maggior nosocomio
milanese revocherebbero in dubbio l' indole bubbonica del male. Vien
questo, per contrario, spesso qualificato cum variolis\ il perchè alcuno
opinò essere stata quella infermità di natura esclusivamente vaiolosa.
^ Alessandro Ciseri - Giardino istorico lodigiano.
^ Pier Francesco Passerino - De cotoniensi pestileìitia anno MDCXXX
exorta, opera stampata in Milano e dedicata alla comunità di Codogno.
^ Giovanni Agnelli - Archivio storico lombardo.
^ Cristoforo Fagnani - Cronache lodigiane.
" L'indole e le fattezze speciali del subbietto importano un cenno par-
ticolareggiato in queste chiose, dove vengono raccolti, nella loro parvenza
immediata e con ordinamento puramente esteriore, gli episodi terrieri an-
che indipendenti dalle forze e dalla volontà umane. E poiché nel coordi-
nare gli argomenti mirammo precipuamente ad ovviare a ripetizioni noiose,
qui, come in luogo proprio ed in prosecuzione del nostro capo XX,
poniamo in elenco cronologico la lunga serie di quegli avvenimenti — pur
troppo nella massima parte luttuosi — comunque ci derivano dalle crona-
che, micrografie degli umili, scabri argomenti, ma pur vari e monotoni
insieme, che vogliono essere ineluttabilmente concatenati.
1368 - Le incontinenti pioggie della primavera e dell' estate rendono
squallide le campagne, per giunta afflitte dagli sciami spessi delle caval-
lette vaganti per l' aria e dalle turbe malefiche di grossi sorci scorrenti tra
i solchi. L'inopia dura quasi un lustro.
1371 - Siccità dannosissima.
1374 Le rapine delle masnade soldatesche e le pioggie eccessive pro-
ducono grande penuria, a cui fa seguito la peste.
NELLA CRONACA E NELLA STORIA
429
1385 - Perdura da un triennio la peste, specie verso Piacenza; ed il Po
danneggia immensamente l'agro nell'ottobre.
1387 - Fa strage una epizoozia.
1394 - Il Po inondante le terre sfascia il ponte di fronte a Piacenza.
1399 - Forte gelo ed enormi nevate al cader dell'aprile.
1409 - La carestia spinge i popoli a tumulto.
1439 - Il 21 giugno si fanno sentire forti scotimenti di terremoto.
1441 - Grande penuria. Secondo il Goldaniga, si fa pane con un terzo
di frumento e con fave e fagioli.
1442 - Freddo oltremodo intenso ; la neve cade fino a tre braccia d' al-
tezza, ed il Po agghiaccia così che vi si passa con cavalli e salmerie.
1445 - Inondazioni padane ed abduane.
1 45 1 - Fiero morbo e fame, conseguente dal rimanere incolti i campi
per mancanza di braccia.
1456 - Nel luglio appare una lunga cometa volta ad oriente. Serpeggia
la peste carbonchiosa,
1465 - Anno felice per abbondanza di raccolti.
1468 - Peste.
1470 -Altro anno ubertoso, benché di stagioni stravaganti. Nel giugno
il Po è molto alto, e fa molti danni nel settembre.
1474 - Le scarse messi del biennio e l' avida incetta di speculatori pro-
ducono grande disagio.
1475 - Peste.
1479 - Peste.
1480 - Il Po straripa nell'aprile, guastando i colti, e nel dicembre con-
tinua il profluvio delle pioggie che durano fino a maggio.
1484 - Casi di peste che si ripetono per un triennio.
1490 - Ai 4 di ottobre il gelo è così intenso che isterilisce le viti,
1494 - Uno strano fenomeno metereologico si avvera in tutto il territorio
dal Piacentino al Milanese: ad ogni aurora del luglio e dell' agosto le foglie
dei salici sono coperte di una materia che, somigliando per colore e per
sapore alla manna medicamentosa, vien detta manna celeste. Afferma il
Poggiali che « ciò da' Filosofi di que' dì fu attribuito alla straordinaria
secchezza delle stagioni ».
1500 - La peste è preceduta dall'apparizione di una cometa, dalla siccità
e dall'invasione di strani insetti che maculano il corpo degli uomini.
1503 - Ancora casi di pestilenza. Le ingenti nevi del settembre cadute
nella Valtellina fanno straripare e Ticino e Po, che rovescia gli argini di
Guardamiglio e della Minuta.
1505 - Cometa.
1507 - Si ripete il bizzarro fenomeno della manna celeste.
1510 - Con una cometa sull'orizzonte, i territori circumabduani sono
colpiti da pietre di color bigiastro scuro, odoranti di zolfo, cadute da una
piccola nuvola. Corrono voci mormoranti tristi presagi e seguono la pe-
stilenza e rigorosa stagione iemale.
430
CODOGNO E IL SUO TERRITORIO
1511 - Il 26 di marzo si fa sentire il terremoto, che — dice il Diario
del contemporaneo Francesco da Nova — « durò uno pezo de ora talmente
che le caxe, chiexe, et altre treniaveno ». . ;
15 14 - Peste appiccatasi prima da Crema a Lodi. I profughi cremaschi
sono raccolti nel castello di Fombio dal conte Paride Scotti.
1515 - Francesco da Nova scrive che ai 25 di ottobre « se sentite il ter-
ramoto per spatio d' uno credo et tremava le caxe ». ,
1516 - Cometa fiammante.
1520 - « Excessivo et ultra naturai fredo » così che nel maggio — ricorda
il da Nova — « se diceva sto proverbio :
Non bisogna tra fuo el zachin '
Fin che non he San Bernardin ».
Forti tempeste si sferrano nel luglio sul Lodigiano, con gragnuola grossa
« come le pome codogne » ; e sul finire di agosto l' Adda inonda il terri-
torio. « Da li 16 novembre che fiochò, nè piovete fine alli 26 martii 1521.
Lo Può se passava a piedi.... et l'Ada in certi loci, e con carri, ma allo
aprile et mazo seguenti assai se pioze con gran fredo ». Si banchetta sul
ghiaccio in parecchi luoghi. Pietro Verri, accennando alla siccità del 1520,
nota che in quest'anno Lombardia fu abbondantissima di biade.
1522 - Cometa. Gli alberi fioriscono novellamente in autunno, e sul
mercato di Cremona pompeggiano cestelli di fragole.
1523 - Per rendere meglio difendibile Lodi, Federico Gonzaga rompe gli
argini della Muzza e della Bertonica ; così, quasi non bastassero i guasti della
natura, per opera dell' uomo scompaiono le praterie sotto una sterile melma.
1524 - Pestilenza petecchiale, detta sudore anglico perchè importata dalle
bande inglesi nel 1506.
1527 - Oltre che dall'orribile passaggio delle schiere spagnuole e tede-
sche, nella guerra devastatrice fatta ad un tempo colla spada e colla forca,
il nostro territorio è crudamente travagliato dalle inondazioni, dalla fame,
dalle invasioni di lupi e da morbi di varia natura.
1529 - Un forte terremoto si fa sentire il 3 luglio, e la notte seguente
cade una pioggia sanguigna che atterrisce le genti, mentre si avanza lo
spettro della fame.
1530 - Cometa paurosa al volgo.
1531 - Cometa per tutto l'agosto.
1536 - Inondazione del Po nel dicembre.
1539 - Carestia desolante.
1540 - Tepido inverno, non piovendo nè nevicando dal principio di no-
vembre all'aprile. La terra è però fertile di grani e d'uve. A metà di
maggio si tagliano i paschi e si vendemmia al principio d'agosto.
1541 - Spaventevoli uragani e inondazioni nel luglio.
1542 - Da levante passano immensi sciami di locuste. Il cronista piacen-
tino Anton Francesco Villa dice che « un campo ultra Po de pertiche 60,
dove li erra estimato circa stala 60 milio non ne hano recolto uno stopelo » »
e cioè un sedicesimo di staio.
NELLA CRONACA E NELLA STORIA
1544 - Il marchese del Vasto, per provvedimento strategico , fa nuova-
mente squarciare gli argini dei canali lodigiani, danneggiando grandemente
le terre.
1549 - Il Po nel dicembre è un campo di gelo, e vi si passa su carra.
1556 - Cometa fulgente ai primi di marzo.
1557 - Sul Po ghiaccio si fanno feste. Antonio Campo, cronista cremo-
nese, vi assiste al corso dei cocchi patriziali su cui stanno impavide ed
eleganti le dame.
1562 - La siccità dura ostinata dal febbraio al finire dell'anno, non rie-
scendo efficaci alcune pioggierelle ottobrine a vincere il disseccamento del
suolo. Ne consegue un morbo detto mal castrone, che fa parecchie vittime
nel principio del verno.
1563 - Anno di eccezionali fortune campestri.
1569 - Peste e fame. Alle terre nostre sovvengono viveri le piacentine,
che mandano frumento fino a Genova ed a Venezia.
1571 - Cometa.
1572 - Il nostro territorio è tutto un ampio nevaio, e dal marzo all'agosto
non piove, con grande nocumento alle messi.
1575 - Inondazione nell'aprile e primi accenni della celebre peste detta
di san Carlo, la quale segue sterminatrice, durando più di un anno e mezzo.
1580 - Cometa. Quasi tutta Italia è dominata da un male detto mal
mazzucco, specie di infreddatura epidemica o influenza, causata da caldo
eccessivo durato soli quattro giorni nel giugno e dal freddo intempestivo
che ne segue.
1587 - Carestia.
1590 - Ancora carestia. La cattiva qualità dei cibi surrogati ai normali
produce un'epidemia, specialmente sul Piacentino.
1593 - Cometa.
1594 - Gelo straordinario da Marsiglia a Venezia.
1596 - Cometa.
1604 - Il secco si prolunga dall'autunno all'aprile.
1607 - Le brine primaverili e le gragnuole estive fanno insufficiente
l'annona.
1609 - Epidemia sconosciuta dai medici.
161 5 - Il male detto dei segni fa strage.
1629 - È questo l'anno della terribile fame che spinge a sommossa le
plebi stremate e che apre la via alla famosa peste durata circa tre anni.
1635 - Pel rigore della invernata le popolazioni languono di inopia.
1640 - Il Po, ingrossato dalle pioggie giunge il 22 settembre fino a
Fombio, e danneggia grandemente Santo Stefano al Corno, di cui è vicario
il benefico Francesco Bergamaschi, che ripara argini e strade.
1642 - Nella notte del 13 giugno si avverte in Codogno una forte scossa
del terremoto che a Milano ed a Lodi reca gravissimi danni. Il 13 di-
cembre le acque del Po e dell'Adda rispettivamente si distendono fino a
Retegno ed a Maleo.
432
CODOGNO E IL SUO TERRITORIO
1643 - I codognesi, nel dì del loro patrono san Biagio, sono alquanto
sgomenti — come dice una nota dell'archivio parochiale — per un'ecclisse
di luna.
1651-Le pioggie del settembre vincono la lunga siccità, ma fanno
esondare il Po.
1661 - Cometa che dura venti giorni.
1662 - La natura sembra placata e pare che la fortuna sorrida cogli ab-
bondanti raccolti ai nostri coloni.
1664 - Cometa dal 18 dicembre al 15 gennaio.
1679 - Peste.
1682 - Peste, che però non tocca Codogno, per le cautele ivi usate.
1683 - La siccità produce moria nel bestiame che non può abbeverarsi.
1684 - Nevicate disastrose. Racconta il Goldaniga che i monti di neve
per le piazze e per le strade in Codogno si mantengono fino dopo il
Corpus Domini. Per antonomasia il 1684 fu detto l'anno del gran freddo.
1693 - Si provano scosse di terremoto il 6 luglio, alle ore dieci la prima
e mezz'ora dopo altre due più gagliarde, che pongono in timore grande
i codognesi.
1695 - Il 24 febbraio si avvertono in Codogno scosse del terremoto spa-
ventoso che in Lodi fa crepare il duomo e la chiesa dell'Incoronata.
1697 - Inverno rigoroso e lungo.
1705 - In pieno maggio gli alberi si schiantano sotto il peso della neve.
Il 4 novembre si squarciano gli argini del Po, e la rabbia del fiume tra-
volge alcune case coloniche, facendo vittime umane. A Meleti le acque
insabbiano molti terreni, formandovi dei « fopponi ».
1708 - Con un'abbondante nevata comincia il 28 ottobre un rigidissimo
inverno. Le campagne sono immensamente danneggiate dalle intemperie,
e per mancanza di uva si beve sidro fatto di mele selvaggie bollite. La
riotte seguente l'Epifania il Po gela, ed a più mite stagione un Giovanni
Battista Garioni, barcarole di San Rocco, vuol passare pedestre il fiume,
sotto gli occhi del duca Francesco di Piacenza. Ma questi, poco garban-
dogli il temerario spettacolo, ordina gravi pene per chi nuovamente vi si
esponga.
171 1 - Comincia nell'ottobre una epidemia nei bovini, la quale continua
a ricorsi anche pei due anni successivi. Il Ciseri la descrive, riferendo il
numero delle morti, che nel solo Lodigiano — esclusa, quindi, la Lunga del
Po — ascendono ad oltre cinquantun mila uficialmente denunziate , ed ag-
giungendo che moltissime non furono riferite all'archivio del contado. Il
triste flagello colpisce sì gravemente le stalle dei gerolamini di Ospitaletto
che il loro abate Gabriele Maria Casali è facoltato di assumere sopra un
censo lire trenta mila per colmare le perdite subite per la moria.
1718 - La siccità dura parte dell'inverno fino al terminar dell'estate.
1719 - Inondazione del Po.
1727 - La campagna è opima.
1729 - Inondazione.
NELLA CRONACA E NELLA STORIA
433
1730 - Il male detto del caprone — altra specie d'influenza di cui cade
vittima papa Benedetto XIII — serpeggia nelle nostre terre e diminuisce
i sollazzi del carnevale. Il Ciseri, contemporaneo, consiglia la cura del
vin nero e generoso.
1732 - Descrive lo stesso autor lodigiano il male del cancro volante,
calato in Lombardia dalla Svizzera in questo maggio.
1734 - La guerra, la pestilenza e la siccità, durata fino al 23 maggio,
formano lo squallido trinomio della vita locale. Si emanano editti speciali
pel riparto delle acque della Muzza.
1737 - Incrudisce una nuova epizoozia, con grave nocumento ai coltivi
ed all'industria caseina. Mitigatasi nel verno, si rinvigorisce nel febbraio
del 1738.
1739 - La sera del 16 dicembre si mostra un'aurora boreale, per cui
— asserisce il Goldaniga — « tutto il borgo sembrava infuocato , essendo
tutto il cielo di color sanguigno. Si videro ancora alcune stelle striscianti,
indi il fenomeno dividendosi in vari globi, poco dopo sparì ».
1740 - Le grandi nevate coprono il territorio fino a maggio.
1741 - Due lievi scosse di terremoto, al 21 aprile ed al 3 dicembre.
1744 - Cometa sul finir di gennaio.
1746 - L' epidemia bovina travaglia Lombardia, ma in ispecie il Lodi-
giano. In seguito alla guerra austro-ispana si ha in Codogno una invasione
fittissima di mosche. Frate Goldaniga narra come, essendosi trovato un
rimedio per distruggerle, le strade ne furon sì coperte che; moriron di
fetore molti fanciulli ed adulti, pretendendosi che il licore per cui le mosche
cadevano fosse veleno.
1754 - Il Po straripa e reca gravi danni alla possessione dell' Isolone,
dei benedettini di S. Sisto in Piacenza. Costoro — annuenti il principe e
gli academici, solo eccettuato il conte Alberto Scribani Rossi — per fron-
teggiare il restauro del loro fondo, vendono al re di Polonia Augusto III,
per dodici mila zecchini, la sublime tavola detta la « Madonna di S. Sisto »
di Rafìaele Sanzio , la quale — al dire della Staél — è , colla « Notte » del
Correggio, il maggior ornamento della pinacoteca di Dresda.
1755 - Inondazioni nel novembre.
1758 - Il Po è ghiaccio; i mulini non macinano più, e la carestia esina-
nisce le popolazioni.
1763 - Durg. il gran freddo sino al cadere del maggio, e si ha mortalità
straordinaria nelle mandre.
1764 - Anno ubertoso. Un pestifero morbo fa strage di gallinacei, che
diventano neri.
1767 - Il gennaio è rigidissimo, ed in estate si succedono intemperate
le pioggie.
1768 - Dura il freddo fino al 10 aprile, poi continua il secco che dan-
neggia molto il Codognese. Dice il Goldaniga quasi tutto l'anno molestato
« da una influenza in ogni stato di persone di febbri petecchiali maligne ,
per il che passarono molti al paese dei più ».
Codogno e il suo territorio, ecc. — /. 28
434
CODOGNO E IL SUO TERRITORIO
1771 - La zoppina e il « mal di corada » girano vastamente facendo
strage nelle stalle.
1772 - Inondazioni e carestia.
1777 - La terra dal i gennaio al 6 marzo biancheggia di neve. La pioggia
assidua dall' 11 maggio al 14 giugno produce poi inondazioni. Nell'ottobre
gela il terreno come nel verno avanzato. In novembre, per la recrude-
scenza delle pioggie, il Po sorpassa nuovamente le arginature e tocca Fombio.
1779- Secco nocevole all'agro dal 13 dicembre al 13 maggio.
1782 - Inverno rigidissimo e penuria di viveri.
1783 - La fortuna campestre allieta gli agricoltori.
1785 - Inverno rigorosissimo.
1786 - Nella notte dal 6 al 7 aprile una gagliarda scossa di terremoto,
che fortunatamente non lascia traccie fuor che la ruina di qualche fu-
maiolo, fa levar di letto i diecimila codognesi, i quali — se vogliam credere
ad una ^annotazione dell'archivio di parochia — corrono tutti sbigottiti
sulle piazze ed in campagna. Al 31 ottobre comincia a nevicare e continua
per tre giorni.
1787 - Inverno rigido ed ostinato.
1789 - Gela il Po sul finir di dicembre.
1795 - Il 13 ottobre si annunziano i primi casi di un contagio bovino
che dura per un biennio, devastando gli stabuli specialmente di Orio e
di Livraga.
1798 - Gelo intensissimo.
1799 - Grande cometa, tosto affermata dai nostri avi quale indizio di
sventure concomitanti l'attraversata dei russi di Suwaroff.
1800 - La carestia dei grani e la guerra di volubili fortune reca nuovi
disagi alle popolazioni.
1801 - Permane la carestia. Il governo fa venir sementi di Puglia e la
comune di Codogno requisisce millecinquecento sacchi di melica per soc-
correre al monte. Nel settembre si fa sentire una robusta scossa di terre-
moto. In novembre si hanno inondazioni.
1802 - Gagliarda scossa di terremoto il 12 maggio.
1803 - Pare sospeso il respiro della natura sotto il sudario della neve,
che cancella i sentieri, distrugge i segnali ed intercetta i rapporti tra le
nostre comuni. L'anno è abbondantissimo di frutti e di uve.
1817 - Data che è come una piaga sanguinante nella storia economica
non pure di Lombardia, ma di tutta l' alta Italia. Già da due anni i guasti
delle intemperie eccessive travagliano il suolo, ed il malessere generale
invoglia le contadinanze ad emigrare nelle Americhe. Un surrogato si trova
poi nella patata, di fresco introdotta dall'estero, e tutti si danno alla col-
tura del tubero di Parmentier. Ma il 1817, iniziato con una invernata pro-
mettitrice di favori, ha i suoi raccolti quasi distrutti dalle nevi dell'aprile
e dai freddi del maggio. La siccità continuata, sì che il Po si guada in
certi punti anche a piedi, rende scarsissimi i foraggi, e pel contado si
propaga il tifo petecchiale. Le turbe, emunte dal digiuno, chiedono pane
NELLA CRONACA E NELLA STORIA
435
e lavoro. La comunità nostra apre il monte dei grani e fa costrurre il viale
dall'ospitale alla chiesa della Madonna.
1818 - Anno fertile e prospero, che reintegra alquanto la publica fortuna.
1827 - Dannose inondazioni alla metà di maggio.
1829 - Inverno funesto all'agricoltura.
1 831 - Il cielo è tutto di un intenso vermiglio la notte del 7 gennaio.
1834 - Nel febbraio, propagate dal Pontremolese , si fanno sentire forti
vibrazioni di terremoto.
1835 - La sera del 17 luglio un globo di luce fulgidissima, tendente al
ceruleo, con una coda scintillante, attraversa velocemente l'aere da sud
est a nord ovest , indiziando nello spirito volgare la venuta dell' aspro
colèra qui apparso nel seguente aprile.
1839 - Il paesello di Noceto (a meno di mezzo chilometro ad ovest di
San Rocco al Porto) è travolto dalle acque del Po, che raggiunge la mas-
sima altezza del secolo. Il principe Massimiliano, fratello dell'imperatore,
visita i luoghi inondati.
1843 - L'Adda pare sottomini le case di Castione; ma poi s'apre un
nuovo letto sulla sponda sinistra, traverso le foreste di casa Busca.
1846 - Il Po straripante distrugge il cimitero di Berghente, da allora non
più rifatto.
1853 - Dal 22 al 29 agosto appare verso maestro una cometa.
1854 - La carezza dei viveri muove a sommossa la popolazione di Co-
dogno. Rincrudisce il colèra, che continua anche nel 1855 a mietere vite.
1857 - Per le grandi pioggie cadute nella regione subalpina, il 23 set-
tembre il Po alluvia il territorio, producendo ingenti danni.
1867 - Colèra.
436
CODOGNO E IL SUO TERRITORIO
INDICE
Pag.
Proemio 5
Capo I.
L' evo ignoto — L' Insubria — Il palude — I laghi — Il culto a Mefite
e a san Cristoforo — Gli etruschi — Gli scavi . . . .13
Capo IL
La causa dei vinti — I celti — L'invasione dei galli — Loro città —
Le prime contese gallo-romane — I cisalpini — I riti religiosi . 25
Capo III.
La riscossa gallica — Le colonie romane al Po — Etimologie fanta-
stiche — Aurelio Cotta — La seconda guerra punica — Nuovi
conflitti gallo-romani — La Gallia Cisalpina provincia romana . 36
Capo IV.
Roma — La redenzione — Il cristianesimo nella Gallia Cisalpina —
La chiesa laudense — Le persecuzioni — Il paganesimo rifiorente
— Il culto a san Biagio 44
Capo V.
I barbari e il cristianesimo — Le invasioni tumultuose — Roma vinta
— Odoacre a San Colombano — Altre occupazioni barbariche —
I longobardi — Le conseguenze della conquista — L'istituto del
castello — Castelnuovo e Codogno 52
Capo VI.
Temporalità nostrali alla chiesa — I franchi — Rassodamento del
feudo — Il beneficio ecclesiastico — La chiesa ed il convento di
S. Stefano — Fondazioni, donazioni e benefici — Sciagure publiche 64
Capo VII.
Gli ungari — Curtis Sinna — I tedeschi — Il libero comune — Dona-
zioni ecclesiastiche — Il diploma di Ottone III — L' Utopia — Il 1000 75
NELLA CRONACA E NELLA STORIA
437
Pag.
Capo Vili.
La penitenza d'Ilderado — Il chiostro di S. Vito — I Goldaniga —
La dotazione a S. Vito — Ecclesiastici ribelli — Aumento della
potenza temporale del clero — Codogno e Castione appartenenti
alla mensa vescovile ....... ... 84
Capo IX.
Vescovi guerrieri — Ariberto da Cantù — Il carroccio — Dissidi ec-
clesiastici — Le battaglie della Motta e di Campo Malo — Sconcor-
danze topografiche e cronologiche — Alcuni vescovi di Lodi , 93
Capo X.
Le diete — Reghinera — Roncaglia — La questione topografica —
Le cronache piacentine del Codagnello e dell'Anonimo — I cronisti
lodigiani — La monografia dell'Agnelli — Conclusione . . . 102
Capo XI.
Federico Barbarossa — Il libero comune — Guerre municipali — La
contesa per Castelnuovo — Lodi distrutta — Federico in Italia —
L'asilo di Pizzighettone e di Gera 114
Capo XII.
La corte imperiale nel Lodigiano — I Morena — Fatti d'arme — Il
vescovo Merlino — Le liberalità imperiali — Le ricchezze della
mensa vescovile — Le cause giudiziali pel feudo di Codogno . 124
Capo XIII.
La vita agraria nell'evo medio — Gli ospitali — Senadogo — Le
strade della regione — L' ospitale di S. Pietro in Senna — L' ospi-
tale di S. Alberto in Castione 135
Capo XIV.
Il feudo ecclesiastico di Codogno — L'industria ed il commercio locali
— La fisionomia politica del Codognese — Le responsabilità del-
l'Olimpo — La maestà della storia e l'umiltà della cronaca . . 144
Capo XV.
La cognominazione terriera — Nomi topografici scomparsi — Brandelli
di cronaca — La chiesa di Corno Vecchio — I fanatici del misticismo 151
Capo XVI.
Nuove contese per Castelnuovo — Cogozzo — Guerre e paci — La
leggenda di Guard amiglio — Il vescovo Soffientino — Cause giudiziali 159
Capo XVII.
Fombio venduto a Piacenza — Le questioni pel Lambro — I reclami
dei lodigiani — Punti interrogativi . . « . » . .168
ERRORI INCORSI NEL PRESENTE VOLUME
Errori Correzioni
14
linea
2
—
gagliardemente .
. gagliardamente
26
»
29
attuale
. odierna
30
»
28
attuale
. odierna
35
»
3
Menke
. Menken
38
»
8
attuale
. odierno •
43
»
7
(1761) . . .
. (1761-1786)
51
»
6
arciprete
. vicario
51
»
8
secondo abate .
. ultimo abate cistercense
141
»
18
(1153)
• (1353)
153
»
37
(1174)
• (1179)
155
»
6
presentazione
. Purificazione
161
. Non hanno ragione d' es-
sere le linee dalla ly alla 24.
207
»
29
nel 1358, nel 1364 .
. nel 1364, nel 1368
215
»
23
Guerino
. Guarino
220
»
II
GUERINO .
. Guarino
238
»
2
e seg. ....
. // GiiUini accenna solo a
Trinzano, non agli altri
Gavazzi.
245
»
13
Giovanni .
. Giacomo
251
»
5
1351 • • •
. 1451
283
»
25
erano rigogliose
. era rigogliosa
319
»
2
Albini
. Albino
326
»
26
cugino
. nepote
328
»
14
Scotti . . .
. Scoto
380
»
2
1792 ....
• 1772
FINE DEL PRIMO VOLUME.
QIO-CAII^OeF-GIAI^EILI
ODQONQ
CODOGNO
E IL SUO TERRITORIO
NELLA CRONACA
E
NELLA STORIA
GIO. CAIRO - F. GIARELLI
CODOGNO
E IL SUO TERRITORIO
NELLA CRONACA
E
NELLA STORIA
VOLUME IL
CODOGNO
TIPOGRAFIA EDITRICE A. G. CAIRO
PROPRIETÀ ARTISTICO-LETTERARIA
CAPO XXXVI.
Le nuove condizioni del feudo — I Bevilacqua — L'Eustacchi — Gli
Stanga — I Pallavicini — I Serbelloni.
A per tutto in Europa discendevano all'occaso le
feudalità — già di sè e per sè esclusivamente vis-
sute — e tutte le loro concomitanti di potenza e di
splendore.
In Francia Filippo il bello, crucciato dalle censure papali e
abbandonato da' suoi grandi, elevava i comuni alla dignità della
politica parola, introducendo nel governo gli stati generali, da
lui creati giudici nelle sue querele (1302), e iniziando così quella
rivoluzione antifeudale che, accresciuta dal protervo egoismo di
Luigi XI (1461), ancor più rinvigorita da Richelieu e dalla
riassuntiva frase di Luigi XIV che proclamava sè lo stato, si
affermò superbamente nella convocazione notturna in cui l'im-
provvisata costituente, imposta la rinunzia ai poteri dei tre
ordini, dichiarò i diritti dell'uomo (4 agosto 1789).
Nella Spagna la redenzione della penisola dal servaggio sa-
raceno aveva trascinato nella lotta secolare tutta una gente, e
nobile e popolesca, dall'erto picco delle Asturie alle arabescate
torri di Granata (1492); e quivi, sotto gli occhi d'Isabella e di
6
CODOGNO E IL SUO TERRITORIO
Ferdinando, essa si strinse eroicamente all'ombra della bandiera
di Castiglia e di Leone, nell'odio comune allo stendardo islamita.
Il soffio della libertà — benché con affermazione reattiva — -
vivificava, ad opera di Arrigo Vili, il reame d'Inghilterra. Si
modificavano le vecchie leggi, e l'anglica saldezza nega ancora
oggi di mutarle; le grandi signorie si sottomettevano alla co-
rona, e, permanendo padrone della terra, perdevano ogni poli-
tica sovranità.
Altrettanto avveniva in Germania, che a mezzo della riforma
luterana aveva reso impotente il rigido imperio di Carlo V,
avvicinando nelle diete il feudo al popolo, quello e questo
stringendo in patto comune e nazionale.
L' Italia — sfortunata sempre — non ebbe nutrimento di quei
liberi sensi, guida imprescindibile al concetto della unità di una
nazione. Il comune stesso — che l'esegesi più recente prova
istituto italiano, e che fu espressione ultima di libertà nei giorni
bui — doveva necessariamente formar barriera . al raggiungi-
mento di quell'ideale; poiché le leggi fatali dell'esistenza con-
trapponevano terra a terra, 1' una fortificandosi in odio all'altra,
e non assurgendole mai ad una identica aspirazione.
Da ciò la perduranza, anche in più bassi tempi, del feuda-
lismo, pianta beneficata dai succhi vitali cui traeva da un ter-
reno così partito che ogni sua zolla era in dispetto della vicina.
Conseguenza ineluttabile fu che il feudatario, disceso dai fa-
stigi armati, potesse esercitare parallelamente al potestà del
comune l' autorità propria, anche in servizio del comune stesso.
Astraendo dalle piccole mischie malesuase dall'interesse di pri-
vate fortune, il territorio non é più travolto a tumulto né a
battaglia fra torre e torre, non é più un'impresa nobiliare
che insorge a campo contro l' altra ; bensì è corona contro co-
rona, che assolda innumeri eserciti a sostegno di sue vaste
pretese, rudimento delle moderne « conflagrazioni » europee,
per istorica ricorrenza tornanti ai dì delle romane conquiste.
Preme a questo punto il periodo mediano del secolo XVI, e
preme con esso la narrazione conseguente delle nostrane vicende
e delle figure perspicue che di esse si presentano tuttavia, sotto
NELLA CRONACA E NELLA STORIA
7
la vecchia luce storica, fra gli attori precipui. È, quindi, d'uopo
che di costoro noi abbiamo a delinear qualche tratto.
E si svolge uno aspetto di quella che — con frase auda-
cemente tecnica — si direbbe la morfologia sociale di quei dì ;
poiché da essa — nella novella ragione formale della società —
esce il nobile ricco, colui che il Crescenzi, nel manierismo se-
centistico, porge all'ammirazione ottica de' suoi contemporanei
« piropo scintillante di questo mondo » * ; fraseologia dalle par-
venze iperboliche, ma che invece, per chi ben consideri, corri-
sponde vittoriosamente ad una profonda definizione.
Il nobile ricco sorgeva, infatti, ultimo dei vecchi e rubesti tipi
feudali che soltanto per via dell'armi o per via di privilegi
— oggimai fatti inenarrabili — si imponevano ai subbietti, da
violenti e despoti; là dove nell'evo che ci occupa il piropo
brilla, abbacinando di quello sfavillio i cui raggi provengono
dall'arte fatta aitante e circondata dalla ricchezza, dal lusso,
dal fasto, orpellata dalla pietà, sì che non più per la potenza
del ferro ma per lo spanto dell'oro le genti si curvano alla
signoria che si trasforma.
In un placido tramonto sommergevasi la prisca cavalleria, ed
appunto in quella Spagna che aveva dato al mondo il cid cam-
peador maturava la eroicomica fantasia del cavalier della Mancia.
Corsaletti e pugnali, corazze e schinieri — presidi ed offese
quando la guerra veniva disputata per virtù individuale — ora
stavan conficcati a panoplia nelle sale d'armi delle vecchie rocche
in preda alla scabra rubigine, ceduti alle colubrine, ai falco-
netti, agli archibusi, elementi di pugna collettiva; le metalliche
gambiere facevan luogo ai tubiformi stivali di cordovano ; le
ventriere, le fusciacche, le bandoliere, le manopole arrovesciate,
le spalline a sbuffi, i neri o grigi feltri a larghissime tese rim-
boccate ed a piume spioventi formavano il costume del castel-
lano, per forza d' età e d' eventi sostituitosi al guerriero,
E parlava all'occhio ed al cuore dei coloni questa trasfor-
mazione di colui che — pur non abbandonando la spada e
rimanendo geloso delle distanze di grado — sotto quei velluti
pomposi e quelle magnifiche trine, assumeva tutto il carattere
patriarcalmente bonario di agricoltore fra agricoltori, giudice
8
CODOGNO E IL SUO TERRITORIO
invocato delle minute quisquilie fra la turba de' suoi dipen-
denti, pietoso sovventore alle miserie paesane, rinfrancato dal
presidio morale e religioso, e interprete naturale presso il prin-
cipe o il governatore dei bisogni locali.
Si aggiunga che nella prima metà del secolo XVI non dava
ancora al capo de' gentiluomini il fumo borioso delle origini
semidivine; onde l'arguto, se non sempre casto, frate Bandello ^
lasciava scritto che le casate de' suoi dì (1480-1561?) in Mi-
lano — sebbene per le divizie fosser tali da illustrare qualunque
precipua città, di guisa che un centinaio di esse sarebbe stato
altrove, ad esempio nel reame di Napoli, decorato di baronie,
di marche e di contee — si appagavano della buona ed agiata
vita, comecché lor giovasse assai più il fatto dell'essere che la
forma del parere.
Le costumanze importateci di Spagna mutaron di pianta la
rettitudine di quei concetti; chè il governo straniero, rim-
pinzata che ebbe la regia camera dei feudi aviti appresi, ne
aprì grande e publico mercato al migliore offerente, e gli storici
patrizi vi accorsero dando di gomito a coloro che oggi si chia-
merebbero gallicamente parvenus : gente febbrilmente partecipe
a quel mercimonio titolare, per cui non più si richiedeva fil-
tratura di sangue « purissimo e celeste » , ma sì invece copia
di pecunia, comunque accumulata, anche per matrimoni di no-
bili esausti nelle finanze con plebee fatte danarose dall'esercizio
di mestieri manuali. Il mercato era bandito a suon di tromba,
più specialmente in Milano, sulla piazza dei Mercanti, nel luogo
detto la Ferrata; e, non rispondendo interamente allo intento
venundatorio quel punto di convegno soltanto, fu determinato
che anche per publici manifesti quelle aste si annunciassero.
Sul finire del secolo XVII comincia la serie degli avvisi di li-
citazione feudale, dovunque esposti, disponendosi in essi che si
preferissero tra gli aspiranti i già possessori di beni allodiali,
ed, in loro difetto, si deliberassero a chi prima si presentasse,
senza che fosse d'uopo la esibizione di titoli di sorta.
Non più, pertanto, come al tempo dei vecchi duchi di Mi-
lano l'investitura della terra e del castello in guiderdone di
virtuosità militari o di servigi politici; non più l'onoranza con-
NELLA CRONACA E NELLA STORIA
9
ferita col feudo nobile e gentile, col dritto di mero e misto
imperio, di giurisdizione plenaria e di potestà di gladio; ma
invece la concessione di possessi e di diritti a chi più offre,
accettate tutte le condizioni del contratto stipulate dal compra-
tore, compresa quasi sempre la trasmissione di ogni proprietà
nel suo successore senza però il corredo giuridico ed araldico
dei secoli anteriori ^.
Questo sistema di incanti feudali fu seguito e peggiorato -
dall'Austria, successa al re cattolico nel dominio di Lombardia
(17 14)*. L'imperatore Carlo VI dava facoltà al magistrato delle
entrate straordinarie di infeudare terre e luoghi che fin allora
non avevan subito feudo e tutti quelli decaduti o decadenti
nella camera regia (i febbraio 1727); e la vecchia e nuova no-
biltà del secolo XVIII — così atrocemente assaltata da quel
grande e sincero « egalitario » che fu Giuseppe Parini — di-
venne vana, ridìcola, infranciosata, dedita alla filauzia, alle
frivolezze, agli «ozi arroganti», all' « inane decoro dei titoli».
Come gli uomini, cosi i luoghi si trasformavano.
Si sgretolavano i merli dei castellari e non erano ricostrutti ;
ponti levatoi e saracinesche, consunte dal tempo, non si rifa-
cevano; in ampie canove, ricovero d'abbondanti vendemmie,
venivan tramutate le orride mude; nel cortile d'onore non iscal-
pitava più la zampa ferrata del cavallo di battaglia, ed a vece
lussureggiava la vegetazione amena del nuovo giardino ; l' oficio
già serbato alle sale patronali pei politici convegni era non in-
degnamente disceso a quello di vasto tinello, dove tutti riuniva
l'ora del pasto, rallegrato dalla copiosa imbandigione, prece-
duto e seguito dal benedir del pievano, commensale di diritto;
■e dall'ampio focolare strideva la eco dello spiedo, girato dalla
mano del signorino, non ischiva dell'umile cura prima di ad-
destrarsi a più nobili ferri; e, dagli ampli atri e di mezzo ai
colonnati, i polverosi ritratti degli avi catafratti pareva sog-
guardassero con gelido disdegno i fitti stabuli ed i pingui fienili.
Questa era la vita domestica per gran parte dell'anno dei
signori del contado nostro d'allora; i quali solevan svernare,
secondo le proprie origini, in Milano o in Piacenza o in Cre-
mona, cui erano attratti dalle larghe parentele e dagli spassi e
IO
CODOGNO E IL SUO TERRITORIO
dalle feste di quella che fu detta la stagione del ricco. Notevole,
pertanto, è che nessuno di quei signorotti convenisse come a
centro di vita cittadina nella propinqua Lodi; la quale — sca-
duta dalla primitiva importanza, specialmente dopo le orride
devastazioni subite al principio del secolo XVI — non eserci-
tava alcuna forza d'attrazione per gente che voleva darsi va-
riamente buon tempo.
Dei molti castelli che, seguendo la traiettoria del proprio de-
stino, subirono od accettarono le innovazioni pacifiche recate alla
loro figurazione — a tale che, ad esempio, le austere linee mu-
rarie di Castione si acconciarono alla decorazione di incongruenti
mascheroni, e il ponte levatoio di Somaglia scomparve sotto le
fitte siepi di mesta mortella — uno ve n' ha che impavido re-
sistette agli urti del tempo, Maccastorna, in onta agli abbelli-
menti di cui più volte vollero i suoi signori allietarlo. Quei
signori Bevilacqua di Ferrara e di Milano, indarno tentarono
ridurre a villa serena ciò che era sorto in nome della violenza,,
turrito e forte castello ; Pompeo Litta ricorda di essi Alfonso
(1500-1565), padre di ben venti figliuoli, già ambasciatore a
Venezia e a Carlo V e governatore di Reggio e di Modena
per gli estensi, il quale si adoperò per adornare Maccastorna
dove doveva morire. Non potè essere vinto V immane fato che
ancora oggi incombe sul pauroso edificio.
Il quale, appunto, se non più luogo di belliche imprese, ri-
mase obbietto di lunghe contestazioni ; e là dove T uom di bat-
taglia aveva vigilato a difesa degli spalti, entrava poi assiduo
lo sparuto tabellione, agitando le pergamene curiali pei cam-
biamenti possessori, che l'uno all'altro sottentra vansi
Come d' asse si trae chiodo con chiodo.
Galeotto Bevilacqua, autore precipuo dei privilegi ottenuti alla
sua famiglia dai Visconti — dei quali era servitore giovevole e
caro — abbandonava, morendo in Verona (gennaio 1441), l'in-
gente patrimonio a' suoi tre maschi superstiti Ernesto, Onofrio
e Cristin Francesco, che tosto ne avevano conferma di pro-
prietà (8 marzo) e di titoli (7 ottobre) dal Visconte e poi dallo
Sforza (25 marzo 1450). La proprietà di Maccastorna andò, però^
NELLA CRONACA E NELLA STORIA
bipartita, chè Onofrio — la cui morte violenta nelle carceri di
Binasco, d'ordine di Galeazzo Maria Sforza (25 febbraio 1474),
è erroneamente data per quella di un Onofrio Anguissola —
aveva legato la sua quota a beneficio di Galeotto, figlio di
Cristin Francesco (1468), mentre così la terza parte soltanto
spettò alla branca di Ernesto, pel figlio suo Riccardo (29 gen-
naio 145 1), e pei discendenti Francesco ed Ernesto (7 luglio
1489). Dal secondo Francesco nacquero un Riccardo, valoroso
uomo d'arme, e Marco Antonio, pure chiaro guerriero e marito
della contessa Agnese Cavalli di Pizzighettone ; il cui figlio
Guglielmo, vivente in Cremona, sostituiva nei propri e nei fra-
terni diritti sulla contea maccastornense il ramo dei Bevilacqua
di Ferrara (1586).
Questo ramo, originato da Cristin Francesco — che si era
da Milano trasferito in Ferrara, sia per l'amicizia contratta alla
corte viscontea con Borso d'Este, sia perchè ammogliato con
Lucia Ariosto, ricca proprietaria nei domini estensi — si diffuse
nei quattro maschi suoi: Gherardo, iniziatosi prima al sacer-
dozio, poi soldato per Ercole I contro i veneziani (1482), dal
quale Bevilacqua dirama la vasta prosapia che tuttora tiene
Maccastorna ; Rinaldo, gentiluomo di corte, il cui figlio Cristin
Francesco morì giovane in rissa (14 maggio 1498); Bonifazio,
giurisperito, che otteneva da Ludovico il Moro conferma di
Maccastorna, Corno Vecchio e Corno Giovane (26 maggio 1495),
e che ebbe Gabriele, figliuol naturale, fattosi monaco ed erudito,
e Galeotto, il favorito dalla benevolenza dello zio Onofrio.
Fu appunto il testamento di Galeotto che diede esca alle
curiali, diuturne contese. Egli era stato paggio degli Sforza, e
da costoro ebbe così significanti segni di predilezione che, in-
sieme alla conferma dell'eredità dello zio Onofrio, fu regalato,
a titolo d' investitura feudale, di Maleo, Gera, Cavacurta e Case
Nuove (22 febbraio 1469), e per approvazione del duca Galeazzo
Maria (20 aprile 1483) potè escludere i fratelli e gli agnati
dalla propria successione, a favore delle figlie Bona e Lucia,
mancandogli eredi maschili.
Come era da prevedersi, Gherardo e Bonifazio si opposero
fieramente alla esecuzione del testamento ed alla vedova co-
12
CODOGNO E IL SUO TERRITORIO
gnata, Antonia Pallavicini, che subito dopo la morte del marito
aveva ottenuto ratifica della investitura dal Moro (i febbraio
i486). E deducevano la invalidità della dispensa ducale dal fatto
che, essendo quella istituzione feudale riserbata a discendenza
mascolina, nè pure il principe poteva mutarne l'origine.
A volta loro le eredi sostennero che, vertendo la questione
sopra atto di beneficio munifico, si apparteneva al ducale potere
variarne a suo talento le forme, estendendo il concetto della
investitura prima in senso liberale.
Il magistrato straordinario ducale diè torto alle sorelle, asse-
gnando Maccastorna ai maschi agnati (6 luglio 1488); e miglior
sorte non ebbero le damigelle Bevilacqua ricorrendo al tribunale
ecclesiastico contro quella sentenza. Dicevano esse che non do-
vevano esser compresi, nella assegnazione ai conti Gherardo e
Bonifazio, i beni di Larderà, di pertinenza del feudo di Macca-
storna, essendo essi livellari della mensa vescovile ìaudense, per
l'investitura fatta in Onofrio Bevilacqua dal vescovo Bernerio
(1450) e confermata nelle sue discendenti dal vescovo Pallavi-
cino (16 settembre i486).
Ma quando il giglio di Francia allargò le sue vittoriose corolle
per re Luigi XII su Lombardia, e l'invasione straniera dilagò,
guidata per le nostre contrade dai cugini Gian Giacomo e
Teodoro Trivulzi (settembre 1499), questi — che aveva sposata
Bona, figlia di Galeotto — per la moglie'sua e per la cognata
usò la forza dove il diritto taceva. E secondo la vulgata — che
si compiace di perpetuare le visioni spettrali in Maccastorna —
il cupo Teodoro vi avrebbe pugnalato il prode Riccardo Bevi-
lacqua e tentato di uccidere il fratello di lui Marco Antonio,
della branca originaria di Ernesto, allora tuttavia condomini del
luogo. Poi, a seconda delle reciproche vicissitudini e prepon-
deranze guerresche di Francia o degli Sforza, proseguì or fausto
ed ora funesto, o pei Bevilacqua o pei Trivulzi, il possesso
litigioso di Maccastorna.
Francesco Sforza confiscava i possessi di Bona (giugno 1522),
rimasta sola nella lite per la morte della sorella Lucia (15 17),
eh' era andata a marito nella casa dei Castiglioni ; e tre mesi
dopo la confisca i cugini Bevilacqua redimevano dal duca
NELLA CRONACA E NELLA STORIA
13
per tre mila scudi d'oro i beni staggiti. Ma Bona riaveva
i suoi fondi per improvviso ordine dato al governatore di Lodi
dallo Sforza stesso (15 agosto 1526); e così continuò con al-
terna vece il dissidio, fin che il duca Alfonso d' Este, nel quale
le parti avevan compromessa la loro querela, pacificamente ri-
solse tutte le questioni inerenti.
A Bona toccò Maccastorna con Corno Vecchio e Corno
Giovane, obbligandosi essa per compenso ad un canone di
seicento scudi aurei per cinque anni, ed al pagamento di altri
dodici mila, se alla fine del quinquennio avesse voluto riavere
il legittimo ed assoluto possesso delle terre sue (25 settembre
1529); e — poiché intanto aveva conseguita dalla curia romana
verdetto pel quale i beni di Larderà le sarebbero rimasti, come
enfiteutici della mensa lodigiana, anche se il resto del feudo
avesse subita reversione nei cugini suoi — Bona ottenne dal duca
Francesco di potere in ogni caso disporre dei beni di Macca-
storna pervenutile, purché ne fosse investito un maschio suddito
della ducea.
Così essa testò al marito Trivulzio tutti i suoi beni; e, lei
defunta in Verona (24 marzo 1530), il duca investì nel succes-
sivo anno Teodoro Trivulzio delle terre contese, riconoscendo
altresì in lui il titolo ereditario spettante alla defunta di mar-
chese di Maleo.
Tutto, però, fu rimesso in discussione; chè soltanto nel 1530
i Bevilacqua toccarono la corrisponsione dei seicento scudi annui;
né più oltre, forse per la morte della precipua debitrice; e nè
meno essi ebbero la somma capitale degli aurei dodici mila
scudi, patto fondamentale della cessione di Maccastorna al Tri-
vulzio. Ne venne un nuovo reclamo dei Bevilacqua al senato
di Milano, che per atti del notaro milanese Cristoforo Gari-
boldi, delegando il secretarlo senatoriale Benedetto Patellano,
rimetteva i fratelli Bonifazio e consorti Bevilacqua in possesso
di Maccastorna (25 giugno 1533), e il dì successivo dei due
^ Corni. Per meglio assodare il loro possesso vollero, però, i Be-
vilacqua novelle conferme, e le ebbero dal duca Francesco
e, lui morto, da Carlo V.
14
CODOGNO E IL SUO TERRITORIO
Oltre due secoli trascorrono prima che i loro diritti siano
di bel nuovo perseguiti da processure di giudizio ; e genera-
zioni intere di gravi ecclesiastici, di magistrati politici, di me-
ditabondi referendari, di velate abatesse, di floride nuore salienti
ai più perspicui talami emiliani, di radi militi aurati, si dipar-
tono da quelle mura vetuste, riempiono di lor nome e corti e
chiostri, e, reduci non pochi al castello nativo, vi chiudono gli
occhi per sempre.
Citazioni e libelli riprendon la via per casa Bevilacqua dopo
la metà del secolo scorso. Nel marchese Francesco Alfonso di
Alfonso Gherardo s' era a quei dì raccolta la fortuna terriera
della famiglia a Maccastorna, e questa egli livellò in Giuseppe
Antonio Borsa di Codogno (4 ottobre 1755). Morendo egli senza
figliuoli (14 febbraio 1769), i remoti cugini suoi, quali discen-
denti dal feudatario d' origine — con un riscontro a tre secoli
prima, e pur compatibile coli' età nuova — ricalcarono le orme
di Gherardo e di Bonifazio contro la vedova e le figlie di Ga-
leotto, e chiesero che si annullasse il testamento con cui Fran-
cesco Alfonso aveva istituita sua erede universale la propria
moglie marchesa Ippolita Rasini, già vedova del marchese Ercole
Calcagnini Estense. La quale, respingendo vigorosamente le do-
mande avversarie, invitava il magistrato di Milano a dichiarare
non comprensibili nella richiesta dei Bevilacqua i beni di Mac-
castorna, comecché essi fossero di indole allodiale; pertanto
insisteva perchè qualsiasi definitiva risoluzione si sospendesse.
Il fisco trovò acconcio procedere al sequestro bonitario di
Maccastorna e dei Corni. Frattanto moriva la marchesa Ippo-
lita; il senato avocava a sè la causa, ad essa ammetteva gli
agnati Rasini, escludendo solo il figlio di primo letto della de-
funta, Teofilo Calcagnini; e finalmente sentenziava a totale favore
di Cesare e Camillo Bevilacqua (8 aprile 1786), i quali cinque
mesi dopo prendevano il materiale possesso dei luoghi che se-
colarmente appartenevano alla loro famiglia, dalla quale per
poco pareva fossero per esulare.
A Castelnuovo — come abbiam visto — Filippo degli Eu-
stacchi, cavaliere pavese e castellano in Milano, teneva signoria.
NELLA CRONACA E NELLA STORIA
15
E, poiché il nome di costui spesso ricorre nella antipatica lotta
fra Ludovico il Moro ed il minorenne nepote, del quale Filippo
fu servo fedele, così vale ricordare di lui come — vittima della
sua devozione al giovinetto duca, onde fu presidio morale for-
midabile nel baluardo di porta Giovia affidatogli da Galeazzo
Maria (2 agosto 1466) — lasciasse la vita con alcuni congiunti,
decapitato in Abbiategrasso per comando del Moro, che non
gli seppe perdonare la virtù di aver seguito il suo signore
anche nei sinistri fati (6 dicembre 1489). Le sostanze sue,
staggite, furono sottoposte ad un Giovanni Busti, amministra-
tore giudiziale; e Castelnuovo servì quale nuova esca per at-
trarre a dedizione intera verso il Moro la stirpe degli Stanga,
i cui frutti erano tuttavia acerbi sul grande albero della xiobilea.
. . *
La nobile famiglia Stanga di Cremona, spartitasi nei due
rami, quello di Annico — che non ci riguarda — e quello di
Castelnuovo, segue secondo i piacentieri favolisti
la usata eroade originale; tanto che fu scritto
come Silante Sanga, romantico capostipite della
progenie mutata in Stanga, fosse mandato go-
vernatore di Cremona da Amalassunta, la gota
erede dell'impero di Teodorico. S'aggiunga che
— giusta la genealogia colla quale si apre il vo-
lume magnifico dettato recentissimamente da un
discendente della famiglia * — dal mitico Silante discenderebbe
per le rame del frondosissimo arbore una serie di fantastici
diminutivi, del resto poco eroici, che risentono della genialità
propria del secolo XVIL
E, quindi, d'uopo refutare coteste asserzioni infondate, e ri-
ferirci esclusivamente ai documenti genealogici accompagnanti
di progenie in progenie il ramo di Castelnuovo, sebbene buona
parte di questi documenti, o per ismarrimento o per sottrazione,
sia irreperibile dal domestico archivio di quei patrizi.
Secondo Giuseppe Bresciani^ un Samuele Stanga (13 12) aveva
combattuto già agli ordini di Egidiolo Stanga, governatore
eletto di Bozzolo (1303). Continua la genealogia non ancora
assodata, tanto che quel Cristoforo Stanga che vedemmo go-
vernatore di Castelnuovo pel Fondulo (1414) non ha indicazioni
i6
CODOGNO E IL SUO TERRITORIO
di famìglia propria, come un altro Stanga, Giovanni, pure pel
Fondulo comandante dello stesso luogo (1406). Solo alla fine
del XIV secolo ci si presenta l' interessante figura di Marche-
sino, che ebbe Castelnuovo in feudo con diploma del duca
Giovanni Galeazzo Sforza (i gennaio 1492) ^.
Marchesino, ricco e potente, fenda-
altresì spogliavasi di tutte le materialità che ne avrebbero po-
tuto restorare le energie a danno del vincitore.
Castelnuovo, occorre un cinquantennio. La benevolenza imperiale
di Carlo V circondò un Giulio, figliuol naturale di Marchesino,
rinnovando in lui le immunità e i privilegi di sovranità terri-
toriale e politica già largiti da Bianca Maria Sforza al proto-
parente di lui Giovanni Clemente (29 gennaio 1467); però il
feudo di Castelnuovo dallo stesso imperatore in Cremona era
stato assegnato ad un capitano Paolo Lurasco o Luzasco (20
giugno 1543), ed il senato di Milano aveva omologato il re-
scritto imperiale (18 marzo 1544). Ma come gli uficì militari
del Lurasco gli contendevano la immediata presenza nel go-
verno feudale, così egli potè conseguire da Carlo V il diritto
di essere rappresentato in Castelnuovo da un suo delegato, e
questi fu il predetto Giulio Stanga, che, secondo la pramma-
tica imperiale, assunse con cerimonia solenne il possesso di
Castelnuovo a nome e per conto del proprio mandante, e per
esso ricevette il sacramento di fedeltà dei subbietti (8 aprile).
tarlo di Bellagio e marito di Giustina
de' Borromei, stette altresì molto ad-
dentro nel cuore di Ludovico il Moro,
del quale fu secretano e fedele nella
buona e nell' avversa fortuna L' averne
seguito la iattura senza dubbio fu causa
che non cadde nei figli di Marchesino
il feudo di Castelnuovo; il quale molto
naturalmente sarà stato incamerato dalla
regia confisca, osservante la regolare con-
suetudine di quei dì ; nei quali non solo
la persona del nemico deprimevasi, ma
Marchesino Stanga ^
NELLA CRONACA E NELLA STORIA
17
La descrizione di quella funzione civile e chiesastica ci si
conservò in iscritti del notaro cremonese Gian Maria Ariberti;
il quale per quell'occasione pose il proprio tabellionato a ser-
vizio delle muse, di profane fatte sacre dalla croce, dai vessilli
religiosi e dagli inni, dai salmi e dalle litanie. Tra le quali
ritualità Giulio Stanga sedette prò cathedra, ed, elevando la
Il palazzo Stanga a Castelnuovo.
« bacheta », emblema di giudice civile e criminale, fu ad alta
voce proclamato signore del feudo pel capitano Lurasco, ed
immesso in luogo e rappresentanza di lui nella dignità.
Pur governando in nome d'altri, certo lo Stanga non di-
menticava l'antica signoria domestica, nè rinunciava in cuor
suo a ripristinarla. Già le sorelle di lui. Beatrice e Barbara
— cui era toccato il Dosso di Bellagio — mantenevano lor pre-
tensioni su Castelnuovo, ed in ispecial modo sul porto del Po,
e le fermavano in un documento (6 agosto 1534). La sorte
giovò alla causa della gente Stanga, poiché il capitano Lurasco
mori improle, e pure improle moriva il nepote ed erede suo
Codogno e il suo territorio, ecc. — //. 30
i8
CODOGNO E IL SUO TERRITORIO
Magnifico Veronese Rosso, sì che la regia camera incorporò a
sè il feudo che pareva diventato res nulliiis. Con una procedura
corretta e così rapida da essere di rafFaccio alla tardigrada
« burocrazia » odierna, il feudo fu posto all'incanto (26 set-
tembre 1555), e, come al miglior offerente, venduto a Giulio
Stanga, pel figlio suo Camillo (11 ottobre), erede del pingue
censo lasciatogli dalla zia Beatrice, vedova Gambara, pur di
recente defunta.
In Camillo s' impersona il ceppo della casata che tuttodì pos-
siede in Castelnuovo ; egli vi inaugura nella modesta cappella
gentilizia la necropoli dei suoi (1561)^, e si racconta che, vi-
sitata anni fa la sua cripta funeraria, uno scheletro vi fu trovato
con manto e spada, troneggiante in seggio, e si disse il frale
del conte Camillo, in quella guisa sepolto.
Nulla di notevole si riferisce a Giovanni Battista, unico figlio
maschio e successor di Camillo nel feudo di Castelnuovo, se
non si voglia rammentare la sua lite contro i coniugi Canziano
e Lamma per pretese di diboscamento eh' essi vantavano in
un'isola di alluvione tra Adda e Po, e per la quale si spiana-
rono archibusi (4 febbraio 1585), si venne alle mani, si andò
in curia e non se ne esci più, perchè nè pur quella volta la
giustizia spagnola seppe, volle o potè pronunciarsi.
Figlio unico di Giovanni Battista fu Camillo Antonio Bal-
dassare; e di questi, ed erede di Castelnuovo, Giovanni Battista,
sepolto nella chiesa parochiale del luogo e ricordato nella cap-
pella agnatizia della Vergine della Transpontina, in Roma. Da
Giovanni Battista nacque quel Camillo Antonio Francesco che
ricordammo nel capo antecedente come facinoroso, condannato
e bandito, ed in così poco conto tenuto da principi e governa-
tori, da dover essere graziato di uno speciale condotto, allor che
la sua ingente lite cogli Ariberti pel feudo di Malgrate, lo ri-
chiedeva presente in Milano (8 aprile 1700). Nella quale contesa
così male gli avvenne che anche il feudo di Castelnuovo ave—
vangli gli Ariberti tolto, e fu grande venturq. se, dopo una
iliade di cause e di compromessi, quasi prima infranti che con-
clusi, impegnate perfino Austria e Spagna, si salvasse ai figli
suoi, che inspiravano pietà, il possesso di Castelnuovo.
NELLA CRONACA E NELLA STORIA
19
Mutati i tempi, la signoria degli Stanga tranquillamente ne
seguì la evoluzione; e la corona comitale — acquistata col luogo
da Camillo — cingente il cimiero dal segugio coUarinato d'oro
e dal motto « Non itur ad astra delitiis » , continua blasone dalla
branca di Castelnuovo, riconosciuto di diritto anche dal giudi-
cato della vigente consulta araldica (14 marzo 1883).
La dominazione dei Pallavicini di Busseto in Castione fu
benefica e calma. Non eran più eroici i fasti di quel luogo,
dove un tempo l' infulato lodigiano brandiva lo scettro co^e in
propria seconda capitale ; non era più l' agognato baluardo dei
guelfi Fissiraga o dei ghibellini Vistarini ; e, pur rimanendo
munimento contro eventuali scorrerie da oltre Adda — come ai
tempi di Venezia contro Milano e contro Francia — aveva già
assunto quel carattere di indisturbata quiete, così gradito a Carlo
Fiesco, che egli preferì il soggiorno di Castione a quello di
Castelnuovo. E tanto più si risentiva questo carattere in quanto
che Codogno e Casale crescevano mano mano per virtù dei
commerci e per svolgimento di industrie nuove, mentre Castione,
anche per la postura solitaria, diventava come un antico pae-
saggio italico, più adusato ai costumi degli arvali che ai ludi
di Marte ed alle mosse di Mercurio.
Di questa natura del luogo che si trasformava risentì certo
vivamente Gerolamo Pallavicino, figlio di Cristoforo e di Bona
Pusterla, e rimasto unico fra gli eredi del prozio Fiesco Nato
in Busseto (1508), ebbe la puerizia funestata dalle persecuzioni
del Lautrec e del Lescuns, che gli avevano fatto decapitare il
padre. Chiamato alla corte imperiale, fu gentiluomo di Carlo V,
fattosi suo protettore. Papa Clemente lo riconobbe nei privilegi
concessi alla sua famiglia dagli imperatori Federico II, Corrado,
Ludovico il bavaro, Carlo IV e Sigismondo. Gerolamo fu alle
guerre di Fiandra, a campo di Ferrante Gonzaga contro i fran-
cesi (1536); nella sua rocca di Busseto fu ospite di papa Paolo III
e, per due volte, di Carlo V; governò Lodi (1527), e iniziò la
sua vita di quiete dopo la pace del Cambrésis (i559)-
Come egli in Castione aveva largamente sovvenuto alla ere-
zione della chiesa dell' Incoronata ed al restauro della parochiale
20
CODOGNO E IL SUO TERRITORIO
(1570), COSÌ sui ruderi dell'antico propugnacolo volle sorgesse
un comodo palazzo (1572), dove di sovente dimorò, dividendo
in quella grata solitudine i suoi dì tra l'affetto della sposa
— la montanina Viritella, signora meritevole di una corona - —
e le opere di publica pietà, onde il tranquillo paese conservò
lunga e riconoscente memoria.
Per lui fu suggellato il nuovo aspetto di Castione anche sotto
il riguardo edilizio; poiché, la chiesa benedicente da un lato,
il nobile palazzo protettore dall'altro, significavano la duplice
tutela della religione e della potestà civile agli uomini dei campi.
Morto il Pallavicino (1579), e non riconoscendosi la condi-
zione di usufruttuaria nella vedova sua, la camera regia, che
erasi impossessata del feudo, lo concedeva al conte Gabrio
Serbellone mediante il pagamento di diciotto mila lire milanesi,
a rogito di Marco Antonio Bigarola (28 gennaio 1581).
La stirpe de' Serbelloni, di origine spagnola, era antichissima
nella metropoli lombarda, tanto che — giusta quanto ne scrive
il Crescenzi — fino dal 11 30 dell'insigne teologo
Francesco Serbellone disse le laudi l'ascetico trat-
tatista Barcilio. Così alto salì quel cespite negli
onori civili e militari del ducato, che i suoi di-
scendenti ottenner privilegio di portare l'arme
del comune milanese; d'esser proclamati per-
petuamente immuni da qualsiasi imposta; d'aver
diritto a che il loro stemma fosse presente ad
ogni publica radunata, e che infine nessuna ambasceria collet-
tiva fosse valida se non comprendesse uno di loro discendenza,
foss' anche illegittimo, escito di concubinaggio od anche sacri-
lego, concessogli altresì doppio voto negli scrutini.
Fabrizio Serbellone governò Avignone e fu duce della chièsa.
Gabrio, in guerresche imprese notissimo, resse Milano, Tunisi,
Barberia e Sicilia; ottenne a guiderdone delle sue gesta il dia-
dema vicereale tunisino, e fu priore d'Ungheria per l'ordine di
Gerosolima (1572). I suoi fratelli furono alti prelati, e de' suoi
figli Giovanni Francesco fu pure prelato e Giovanni Battista,
feudatario di Castione, di Romagnano e d'altri luoghi, stette a
lungo presso il pontefice quale capitano del palazzo apostolico.
Il palazzo Spizzi a Castione.
22
CODOGNO E IL SUO TERRITORIO
Egli dalla sposa, una dama Balbi, ebbe due figli, dei quali il
maschio, recante il nome dell'avo, fu battuto cavaliere di Malta
a soli otto anni
Per oltre due secoli i Serbelloni tennero umanamente Ca-
stione. Giovanni Galeazzo di essi — che fu presidente del
direttorio esecutivo della republica cisalpina — estinguendo
seco la linea mascolina ducale (12 maggio 1802), lasciò nel-
r animo dei terrazzani orma profonda di
affettile l'unica figlia sua, Luisa, sposa
nei nobili Busca, col retaggio paterno
ebbe facoltà dal principe di continuarne
il cognorne.
Così i Busca di Milano — oriundi pa-
vesi, che avevano dato cavalieri di Malta
e di S. Stefano, dottori collegiali, que-
stori, decurioni e prelati feudatari di
L.omagna (1659) e marchesi (1661) — ag-
Galeazzo Serbellone. giunsero al proprio un nuovo nome, come
avevano, già prima per eredità inquartato al proprio stemma i
cinque punti d'oro alternati con quattro d'azzurro degli Arconati
e la biscia dei Visconti. Il marchese Carlo Ignazio Busca Arconati
Visconte, erede dei beni di Castione, lasciava per disposizione
testamentaria i beni stessi al fratello cavaliere Antonio, colla
preghiera ch'egli curasse d'ottener concessione imperiale perchè
le salme di lui testatore, del padre e della consorte fossero tu-
mulate in una chiesa di Castione (18 dicembre 1850); ma ciò
non si volle o non si potè ottenere, e la cappellania istituita
all'uopo fu dal luogo designato trasferita in Gorgonzola, altro
feudo dei Serbelloni, dove il benefico Giovanni Galeazzo aveva
fondato una chiesa, un ospitale ed il sepolcreto gentilizio.
Il palazzo Serbelloni sorge ad oriente del casale, sulla mag-
giore eminenza della plaga, sovraneggiando il piano dell'Adda.
Seminascosto da un giardino, offre un prospetto modernamente
bugnato, d'ordine dorico composito; ed è artistico danno l'a-
normalità dei grotteschi faccioni che non giustificano la loro
NELLA CRONACA E NELLA STORIA
23
ragione d'esservi. Rimangono i maschi di due torrioni d'angolo,
che si indubbia siano i primitivi, l'uno prospiciente al borgo e
r altro al fiume Ancora dall' occhio esperto rilevasi la linea
delle fosse.
L'interno dell'edificio non attiene le promesse prospettiche;
l'arte ha pur troppo esulato di là; il cortile, ricorso da porti-
cati, è abbastanza elegante tuttavia, ma l'estetica di un tempo
venne quasi totalmente distrutta. I magnifici arredi decoranti
un dì la casa dei Serbelloni emigrarono altrove, e tra l'altre
suppellettili preziose, alcuni arazzi di fino splendore, che ci di-
cono dispersi a gran prezzo sui mercati cari agli archeologi.
Il palazzo servi anche, fino a tutto il secolo XVII da pretorio ;
ed i libri oficiali suoi testificano come in esso vi fossero le
stanze citatorie, le giudiziarie e le penali", tormentarie sino al-
l'estremo; nei sotterranei erano le prigioni.
Oggi, dopo infinita varietà di vicende, possiede quei beni il
cavalier Spizzi, presidente onorario di corte d'appello, che li
acquistò dal conte Antonio Sola Cabiati di Milano, marito di
Antonietta Luisa, figlia di Ludovico Busca.
24
CODOGNO E IL SUO TERRITORIO
/
/
NOTE AL CAPO XXXVI. |
* G14N Pietro Crescenzi - Corona della nobiltà italiana. Perchè la no-
stra coscienza sia meglio «di sè sicura», ci piace ricordare che, Gerolamo
Tiraboschi — Storia della letteratura italiana — annovera T opera del Cre-
scenzi tra quelle « che non sono comunemente nè molto esatte, nè molto
erudite». È pecca bizzarra dell'epoca in cui scarsissima era l'arte critica
e normale il mal gusto delle metafore e delle fiabe, in ispecie adulatricì.
^ Matteo Bandello - Novelle.
^ Felice Calvi - // castello visconteo-sforzesco nella storia di Milano.
* Idelfonso Stanga - La famiglia Stanga di Cremona. Sentiamo il
dovere di porgere al patrizio egregio, autore dell' opera pregiata, vivissime
grazie pel dono cortese che ce ne volle fare.
^ Giuseppe Bresciani - Horigine et uomini insigni della famiglia de
Stanghi, manoscritto della biblioteca Stanga.
^ Archivio di stato di Milano.
^ Ludovico Sforza nel suo lamento di prigioniero, poetando, dedicava
un affettuoso versicolo a Marchesino Stanga :
Ci era tanta baronia
che gitava al ciel faville,
Hermes fior de gagliarda,
con armate molte mille;
chi par Hector, chi un Achille;
col mio Stanga Marchesino
e del Melze el buon contino
e molti altri che io non spiano.
® Ritratto da un quadro nel palazzo degli Stanga in Castelnuovo.
^ Si legge tuttora nella cappelletta aggiunta alla parochiale la seguente
iscrizione, fattavi porre da Clara Brivio, moglie di Camillo:
D. o. M.
generis nobilitate morum
PRESTANTIA AC LIBERALITATE
PRISCIS ILLIS ILLUSTRIBUSQ.
VIRIS ADNUMERANDO CLARA
BRIVIA UXOR MAESTISS. VIRO
INCOMPARABILI POSUIT
MDLXI '
NELLA CRONACA E NELLA STORIA
25
^ ^ Tre Pallavicini per nome Gerolamo furono coetanei ; per questo al-
cuni li scambiarono reciprocamente. Però il Gerolamo incola e signore di
Castione nulla ha di comune, fuorché la cuginanza consobrina, coli' omo-
nimo del ramo cadetto di Cortemaggiore, moralmente coimplicato nell'uc-
cisione di Pier Luigi Farnese, e venuto indarno a Codogno col cardinal
di Trento per patrocinare davanti al Farnese, qui ospite dei Trivulzi (17
agosto 1547) la propria causa domestica, da Pier Luigi vituperata; nè
coir omonimo del ramo, pur cadetto di Scipione, il quale coi fratelli suoi
Alessandro e Camillo partecipò materialmente alla fine del duca. Durante
il quale fatto il Gerolamo di Castione teneva il governo di Lodi, e diè
avviso al governo centrale di Milano dell'accaduto.
Gian Pietro Crescenzi - Corona della nobiltà d' Italia.
Potrebbesi affermare che lo stemma Serbelloni — quale ancora si vede
stinto, ma involuto e barocco e zeppo di piccole figurazioni ornamentali,
su alcune case di Castione — riassume alla evidenza i fasti più illustri della
casata. La croce latina è sovrapposta al globo della corona comitale, sim-
bolo del patriziato riconosciuto dalla santa sede; le due chiavi incrociate
sottoposte, aurea l'una e argentea l'altra, emblema secolare sampietrino;
la croce di Malta; le due croci guelfe rosse del comune di Milano al se-
condo e terzo dello scudo; i due grifi affrontati d'oro e coronati, all'ar-
busto ; sul tutto d' argento il cervo slanciato e coronato.
Sulla finestra del torrione prospiciente all'Adda si legge un'iscrizione
che determina il ricostruimento nel 1652. Che, del resto, questo palazzo
sia l'antico castello o parte di esso sarebbe provato dagli escavati oggetti
di epoca romana dalle sue fondamenta colossali (1830).
CAPO XXXVIL
I Gavazzi — I Dati — I Borromei — I Figliodoni — I Besozzi — I
Corio — I Barbiano — 1 Trecchi,
vizioso. Rimane della psfimitiva costruzione il lato a manca; le
altre parti esterne, massiccie e rettilinee, arieggiano una paci-
fica masseria.
■ L' occhio spazia di là sulla vasta distesa della fonda cam-
pagna, la cui giacitura rammenta fedelmente la topografia che
un dì aveva quella altura digradante al Po ; così che anche pei
contemporanei si giustifica all'evidenza la denominazione di
Summa alea attribuitale, distinta, però — secondo Alessandro
Riccardi — da quella di Monte Oldrado, più verso est, e con-
fusa da molti con Somaglia.
Precinge l'ampio edificio una zona ad ortaglia; e per un viale
spalleggiato da viridi siepi di mirto si accede, salendo al por-
tone ^ Il vòlto feudale dell'ampio ingresso — da secoli disusato
agli echi ferrati dei cavalieri che lo varcavano — traduce tut-
tavia l'arcano significato del suo primiero oficio.
L lembo settentrionale di Somaglia, e coronante il
poggio, è l'antico munimento fortificato dei conti
Gavazzi, oggi ridotto a palazzo; ma, come quello
di Castione, spoglio e nudo di arredi da luogo di-
CODOGNO E IL SUO TERRITORIO
27
Superata la maestosa soglia, il ramo delle illusioni di per sè
tutto si sfronda. Il cortile ha perduta la originaria ampiezza e
fu adattato ai meno eroici ma più positivi usi odierni; di
prospetto ed a sinistra l' edificio è abbassato e rabberciato ;
a destra gran parte dell'antico permane.
Procedendo di fianco ad un angusto corridoio porticato, si
sale la prisca scala d'onore, oggi fatta comune, sormontata da
Il castello di Somaglia.
un alto sfondo a pareti annerite, sulle quali gli arcigni ritratti
della progenie, del parentorio e dei patroni della casata si
succedono e si fissano con tutto il vigore fittizio delle antiche
fisionomie dipinte. E quella grave penombra è rotta dalla mac-
chia scarlatta spiovente dalle porpore cardinalizie di Annibale,
Camillo, Ercole e Giulio della Somaglia, dagli scapolari d'illustri
monaci, dal lucco di magistrati, dagli usberghi dei cavalieri,
dalle pompose acconciature di inclite dame con capricciose fat-
tezze, dai veli e dai soggoli di abatesse reverende. Direbbesi
quasi che l' ordinatore di queste tele vi abbia voluto creare una
antitesi parlante: infatti, nel vestibolo del palazzo trovi tutto
quanto si lega alle tradizioni della storica casa e che colpisce i
28
CODOSNO E IL SUO TERRITORIO
sensi colla vigorosa fantasmagoria delle tinte e degli atteggia-
menti; invece nelle stanze superiori, larghe e disadorne, il
raggio di sole che le allieta pei balconi illumina solo alcune
modeste acqueforti e scarse masserizie, che direbbersi — con
parola moderna — affatto borghesi.
Sono notevoli parecchie camere al piano terreno. La prima,
quella di attesa, è decorata dagli istoriati panconi pei paggi,
recanti il domestico stemma col motto « Meminisse juvat ». Nella
sala d'armi hanvi parecchie panoplie, imitate dall'antico, per
lancie, alabarde, ascie e mazze; raccolte ad intreccio d'armi da
fuoco, come archibusi, pistole, colubrine, falconi e spingarde,
più specialmente dei secoli XVII e XVIII ; e via via ricorrenti
qualche effigie gentilizia ed alcuni mobili antichi, tra i quali
una lunga tavola d'appoggio, scalpellata al cordone giusta le
buone linee scultorie dell'aureo cinquecento.
Quale e quanto ampio fosse il raggio della signoria dei Ga-
vazzi — onde era centro il descritto maniero — brevissimamente
accenniamo, sembrandoci opportuni il luogo e il momento per
raggruppare le precipue notizie possessorie aderenti alle varie
feudalità regionali.
Le proprietà d' Orio — che con Livraga costituivano un red-
dito di seimila scudi e contavano cinquemila anime (1609) —
entrate nel patrimonio dei Gavazzi, subirono per altro uno
stadio litigioso tra costoro e i Lampugnani, stadio che si svolse
pel corso di due secoli, non solamente fra i primi liticanti, ma
coir intervento successivo del capitolo di Lodi e della curia
pontificia, secondo gli avvenimenti guerreschi e politici; fino
a quando, salvo il parere del senato di Milano, a cui i Gavazzi
avevano ricorso contro le risoluzioni della corte di Roma, il
capitolo determinò di riconoscere stabilmente e definitivamente
propria livellarla in Orio la casa dei Somaglia (1745)^.
Oltre Somaglia, Orio e Livraga, i Gavazzi tenevano nella loro
potenza molte altre terre, con dominio anche temporaneo. Ad
esempio, fu detto al capo XXVI della contesa fra Giovanni
Antonio Gavazzo ed i monaci girolamini pel possesso in nobile
feudo dell' Ospitaletto di Senna, con sentenza arbitrale a lui
sfavorevole (1482). E San Golombano — che il duca Massimiliano
NELLA CRONACA E NELLA STORIA
29
Sforza infeudava ai Gavazzi, quando per fortuna d'armi il
cardinale di Sion ne spogliava i certosini sospetti di simpatia
per Francia (15 12) — fu pochi anni dopo da Carlo V donato
al conte Ludovico Belgioioso (24 aprile 1529), che tosto moriva,
preparando ai certosini la reintegrazione nel dominio, avvenuta
come logica conseguenza (24 novembre 1534)^.
Venuta la famiglia dei Gavazzi a parecchie diramazioni, i
capi di queste procedettero alla divisione dei beni. Alfonso,
marito della contessa di Ghincion, spagnola dei Bobadilla della
Gelda, ebbe un'unica figlia, donna Margherita, che andò sposa
al principe Michele Peretti, nepote di Sisto V, il celebre pon-
tefice per indomita volontà da oscuro mandriano elevatosi al
supremo onor del triregno. Margherita della Somaglia ebbe
quale sua appartenenza feudale ventiquattro mila ducati circa,
ed i suoi cugini presso che seimila per capo.
Perchè Antonio II, conte della Somaglia, morendo senza prole
legittima (1688), eleggesse proprio erede il nobile cremonese
Paolo Dati, fattogli obbligo di chiamarsi per lo avvenire Antonio
Somaglia conte di Orio, non ci venne fatto di determinare, nè
i genealogisti di casa Somaglia lo dicono. Gerto è che con don
Paolo ebbe principio il ramo dei Dati della
Somaglia, estintisi al principio del secolo che
muore (18 16).
Il fortunato patrizio di Gremona, di progenie
firentina, esciva dalla branca ivi trasferitasi di
Toscana, pel matrimonio di Giovanni Dati con
Aurelia Gavalcabò (verso il 1128); branca che
fu grembo ad una serie di incliti magistrati, sia
del principe sia del popolo. Paolo Dati, per diploma di Garlo II,
re di Spagna, otteneva titolo marchionale di Sospiro, Motta
Balufifì e Gella (21 agosto 1668); onore araldico riconfermato
colle patenti d'antica nobiltà per beneplacito imperiale au-
striaco di Francesco I (i aprile 18 16).
Potremmo dilungarci nell' illustrare la vasta orbita dei pos-
sessi fondiari che i signori Gavazzi — al contrario dei Pallavicini,
dei Borromei, dei Trivulzi, dei Bossi e d'altri — tenevano esclu-
30
CODOGNO E IL SUO TERRITORIO
sivamente nel nostro territorio. Dovremmo ricordare i pingui
retaggi degli Scoti e dei Barattieri di Piacenza, caduti nei conti
Gavazzi, i quali per ciò solo trapiantarono in quella città una
loro propagine (1559)*. E non ci riescirebbe difficile tener dietro
mano mano ai vari luoghi attratti ed assorbiti per acquisti od
accessioni dalla nobile casa, come Castelnuovo di Roncaglia, il
Bosco di Codogno, Cabianca, Livraga, Mirabello, Senna e via
via. Ma le linee inesorabilmente fissate allo svolgimento di queste
monografie patriziali, ci fanno rigoroso divieto di estendere ec-
cessivamente la narrazione.
E però doveroso concludere che la nobiltà dei signori della
Somaglia, nata di spada, si fortificò con una secolare esistenza
d'efficace umanesimo: in essi nè meno l'ombra di opprimenti
violenze, ma invece lunga e generosa serie di azioni caritatevoli;
non vi fu zona di terra sulla quale esercitassero giure di pos-
sesso, la quale dalla loro filantropia non fosse largamente gio-
vata, ed è feconda e rigogliosa nei secoli la cronaca di quella
carità patronale: istituti d'elargizione, legati, soccorsi agli in-
fermi, dotazioni, un ospitale, significano la publica pietà diret-
tamente manifestata; e non meno propizia alle arti ed al decoro
del culto affermavasi la iniziativa di quell'esimio lignaggio.
Un Mecenate può a buon diritto esser chiamato Giulio Maria
della Somaglia, cardinal prete, figlio del conte Carlo del ramo
piacentino. Egli fu inviato con altri prelati a forzata dimora
nella Francia vincitrice, quando gli aviti possessi di Somaglia
venivano, con Belvignate (presso Mairago), confiscati dal Bona-
parte, novello imperatore, a prò del figliastro Eugenio Beauhar-
nais, viceré italico; e così il cardinale Giulio fu beneviso a
Roma che, alla morte di Leone XII (1829), il mordace Pasquino,
maltrattando i cardinali papabili, per lui aveva — unica ecce-
zione — una laudatrice quartina.
Riassumiamo la potenza dei Borromei nel momento storico
in cui, divampando e tumulti e lotte tra sforzeschi e francesi,
la eminente famiglia milanese procura di rassodare il suo po-
tere, battendo libera bandiera dai battifredi delle inaccessibili
rocche specchiantisi da Arona e da Angera nel Verbano e da
Camairago nell'Adda.
NELLA CRONACA E NELLA STORIA
31
Quel Filippo beneviso di E^rancesco Sforza, banchiere a Ve-
nezia, promotor di crociate per elezione papale, e costruttore
del munimento di Camairago (1450), ebbe, fra . cinque figli,
Giovanni e Vitaliano che accrebbero i beni domestici. Giovanni,
uomo leale e di tempra superiore alla comune, tenne testa a
Galeazzo Maria prima ed a Ludovico il Moro poi, e si illustrò
nei combattimenti contro gli elvetici. Lui morto (1495), l'odio
del Moro si rovesciò sui figli suoi Filippo, Ludovico e Gilberto ;
questi pertoccante, oltre altri beni, il feudo di Camairago; tol-
togli e poi resogli dal duca, a seconda delle oscillazioni repentine
che mutavano ogni di la condizione del ducato e gli interessi
personali che ne discendevano.
Ampio è l'orizzonte genealogico della stirpe Borromea, che
qui ci si para di fronte e che pur troppo non ci è dato di poter
come vorremmo regfolarmente d' orma in orma seguire. Faremo,
pef-ò, sosta a quelli della casata in cui venne e seguì la pro-
prietà terriera di Camairago e delle sue attinenze.
Giulio Cesare, figlio di Federico ed abbiatico di Giberto,
consegue tutto l'asse ereditario della progenie; e, mentre il fratel
suo Giberto, il pio padre di san Carlo, vive in meditata solitu-
dine ad Arona, egli comanda nelle guerre di Germania cavalieri
e tormentar!. Da lui e da Margherita Trivulzio, dei signori di
Formigara, nascono cinque figli, tra i quali Federico, cugino
di san Carlo e suo successore nella catedra metropolitana di
Milano, e Renato, marito di Ersilia Farnese, figliuola del duca
Ottavio di Parma, più volte eletto da Filippo II, che lo predi-
ligeva, ad importantissimi ufici politici e militari (1591-1601).
La signoria di Camairago da lui passò nel figlio suo Carlo
(1603), pure dignitario di stato e maestro di campo della ca-
valleria lombarda (1644); poi in Renato (1652), genito da lui
e da Giulia Arese, onoratissimo dai reali di Spagna e padre di
Carlo, viceré di Napoli per Carlo VI.
A ventinove anni Carlo Borromeo Arese, già di nome co-
spicuo nelle milizie, recavasi ambasciatore di Spagna a papa
Innocenzo XI (1666), del quale otto anni prima aveva tolta in
32
CODOGNO E IL SUO TERRITORIO
prima mog-lie la nepote Giovanna Odescalchi. Fra i molteplici
onori civili onde fu insignito (rari pel numero anche per l'epoca),
ebbe il culto dell'ingegno e della scienza, tanto che fu suo
merito se Ludovico Antonio Muratori, tuttavia giovanissimo,
conseguì in Milano la nomina a dottore dell' Ambrosiana (1694).
Nei tre anni (17 10-17 13) in cui governò quale viceré napo-
litano, costituì e del proprio mantenne una flotta per la difesa
dello stato, e ciò egli potè fare per le ingenti divizie Borromee,
cadute in lui tutte per l'estinzione dei successori maschi nei
rami collaterali. Nella domestica Arona andò a finire i suoi dì
(3 luglio 1734), dopo aver attinte le più sublimi cime dell'or-
goglio soddisfatto, come colui nelle cui isole deliziosissime, le
perle del lago Maggiore, ebbe regalmente ospitati e imperatrici
e re e principi.
Dal primogenito suo, Giovanni Benedetto — pallida figura al
confronto della paterna (i 679-1 744) — e da Clelia dei duchi
Grillo di Genova, nacquero otto figli, due dei quali, Renato
(1710-1778) e Vitaliano (1713-1775) bipartiscono in due grandi
rami la famiglia.
Ora Camairago appartiene al primo ramo, disceso da Renato
per Giberto, magistrato politico ai tempi napoleonici, successi-
vamente sotto l'Austria, e per procura di Francesco I padrino
al battesimo di Maria Adelaide (1822), che doveva diventare
la consorte di Vittorio Emanuele; per Vitaliano, figlio di Gi-
berto, scienziato e patriota illustre, presidente generale del sesto
congresso scientifico italiano (1844) ed appartenente al governo
provvisorio milanese (1848). Egli, morendo carico di onori (27
febbraio 1874) nominò erede di tutte le sue sostanze Giberto,
primogenito del figlio suo Emilio, presentemente proprietario
nelle nostre campagne.
Da secoli lo stemma col nero motto « humilitas » testifica il
lungo e pacifico dominio dei nobili Borromei su Camairago. Il
castello, che corona l'alta costa abduana, ricorda tuttora nelle
sue linee poderose dall'ammattonato rosso l'architettura semi-
gotica del prisco maniere.
Il pianoro di esso non è recisamente troncato al suo piede,
ma bellamente digrada lungo la via che guida a Cavacurta. Il
NELLA CRONACA E NELLA STORIA
33
donjon è ridotto ad abitazione, ed è bello e pittoresco all'e-
stremo di destra il quadrato torrione, verso cui, pure abbassato,
s'erge una cortina, certo non da molto riedificata, ma che bene
concorda, sia nella sagoma delle finestruole, sia nei cordonati,
la grave purezza dello stile primitivo. Qua e là la linea esterna
è interrotta da umili costruzioni rusticane, addossate ai mura-
glioni; ma ben conservate sono ancora le vestigia evidenti di
questo forte baluardo, che, come gli edifici congeneri nei di re-
moti, premineva non pure sui borghi dipendenti, ma gareggiava
altresì coli' importanza e colla resistenza delle città.
Gran parte di esso fu distrutta e rifatta ; il Monti ^ riferisce
che verso la fine del secolo scorso (1778) furon tolti i bei ri-
lievi di fregio alle finestre, si soppressero e ponte levatoio e
saracinesca, si muraron non poche arcate a sesto acuto, e si
ridusse di altezza la cinta in cotto verso occaso. E molte fu-
rono anche in questo secolo le loggie tappate, le pareti cosparse
di intonato, le sale tramezzate.
Nell'androne sottoposto al maschio occhieggiano tuttavia i
fori delle troniere ; permangono le guide incavate del mobile
ponte e del ferreo cancello calante a difesa. Sulla parete sorride
ancora la Vergine, fresco probabilmente contemporaneo agli
incunabuli del castello ed ora barbarissimamente manomesso;
ed interrata, con traccie di feritoie otturate, appare l'angusta
scala per la quale dal piano terreno, dove convenivano gli uomini
d'arme, salivano al superiore e castellani e vicari e messaggeri
per avere udienza. La gran corte quadrilatera — un tempo campo
a strani banchetti, a rumorosi preparativi di caccie, a lussuose
quintane — servì pure a frequenti esercitazioni di pallamaglio,
"ricordate dal solerte Monti.
Negligiamo lo spirito inventivo che, seguendo eroici sogni,
classifica la gente Figliodona, intitolata dal nome del presunto
suo autore, il romano Ottone, inviato dalla republica quirite
fra i coloni dell'antica Piacenza fronteggiante i cisalpini; e
sorvoliamo alla leggenda, secondo la quale, Carlo Magno, per
le molte prodezze de' suoi militi Figliodoni, nella guerra contro
Desiderio, avrebbeli nominati signiferi o confalonieri, onde in
prosieguo la promiscuità gentilizia raccolta nelle antiche cro-
Codogno e il sito territorio, ecc. — //. 31
34 CODOGNO E IL SUO TERRITORIO
nache piacentine pei Figliodoni e pei Gonfalonieri. E però certo
che nel secolo XI questa stirpe era già illustre in Piacenza, a
fianco dei Bagarotti, degli Anguissola, dei Laudi.
I Figliodoni discendevano dai contrafforti appenninici di quella
valle storica che in questo scorcio di centennio mutò l'antico
appellattivo di Tolla in quello dell'Arda. Da San
Lorenzo, loro precipuo maniero, la signoreggia-
vano; e, nelle lotte diuturne tra famiglia e fa-
miglia, comandarono lungo i secoli successivi ed
a Casteir Arquato ed a Vigolo e persino a Castel
Scipione dei Pallavicini, i quali ebbero assai filo
da torcere per tornare in possesso della valle di
Figliodoni. Stirone. Ma non molto tempo trascorse, ed anche
i Figliodoni si inurbarono ; e sorsero le loro case in Piacenza
presso la chiesa del martire Lorenzo, la quale è oggi sottratta
al culto, ma mantiene, ormai consunte, le lapidi litterali ri-
cordanti i Figliodoni convevuti sotto le sue volte nel gentilizio
sepolcro.
Stretti di parentela colle più celebri casate piacentine, e più
speciafmente cogli Anguissola e coi Laudi, essi crebbero in
divizie, fortezze e fama; e, pur non estranei affatto ai fasti bel-
ligeri, dal loro naturai talento furon tratti maggiormente agli
onori della toga, del lucco e del superpelliceo, allora emblemi
dell'autorità forense, politica ed ecclesiastica; così che bene a
ragione scrive il citato Crescenzi : « i Figliodoni seppero molto,
ebbero assai, ed ad ogni tempo si conservarono in posto rag-
guardevole ».
Quando i Figliodoni siano stati immessi nel feudo di Meleti
non ci venne dato appurare, e nè meno l'archivio di stato
milanese ci soccorse all' uopo. I coniugi Matteo e Polissena Bossi
morirono improli, e la terra di Meleti fu di altri cessionari.
Risulta tra questi un Giovanni Francesco Pirovano (1558) ^
Primo dei Figliodoni feudatari di Meleti fu certamente l' illu-
stre Danese o Danesio (1510-1591), giurisperito e politico, così
entrato nelle grazie di Garlo V e di Filippo II che fu eletto
senatore (155 1), reggente dello stato milanese alla corte di
Madrid (1576), e poi gran cancelliere del ducato.
NELLA CRONACA E NELLA STORIA
35
Il notare Benaglia ricorda Danese Figliodone « feudatarius
Meleti ex investitura diei 8 fu Hi 1^88 per Joh. Jacobum Sor-
manum Mediolani notarium ». E però accertato che prima del
1588 il Figliodone era signore di Meleti, chè questa terra ebbe
•da lui grandi benefici durante la carestia del 1569; allora ap-
punto che anche Lodi fu soccorsa di grani dal generoso pa-
trizio piacentino, a ciò esortato dal celebre pittor cremonese
Antonio Campi.
A Danese successe nel feudo il fratello Dionisio, già cano-
nico in Milano, e cui papa Pio IV prosciolse dai voti presbi-
teriali, sì che egli potesse condur moglie e continuare il lignaggio
de' suoi. Egli sposò la nobile milanese Lucrezia de' Beolchi;
ne ebbe Dorotea unigenita, andata a nozze ad un senatore
Taverna. Indi la prosapia — non sempre discesa da legittimi
lombi* — padrona di Meleti, dove mano mano l'opera dei si-
gnori valse a rinsanire ed a fecondare i vasti campi; mentre
non interrotti esempì di benefica virtù soccorrevano alla misera
•condizione dei terrieri, benedetti altresì da quelle espressioni
-di pietà religiosa delle cui efficaci temporalità casa Figliodona
fu in ogni tempo larga rafforzatrice.
Nel nuovo palazzo, sorto sul castello antico^, i signori del
luogo così ai bisogni dello spirito accompagnavan gli agi della
vita, che, fatti aureamente mediocri, un altro Dionisio, abbiatico
del gran cancelliere, avuta facoltà dal vescovo Cera (21 set-
tembre 1628), diè mano ad erigere l'odierna chiesetta dei
SS. Quirico e Giulitta, presso quella già esistente e che poi
fu distrutta. Egli volle collocato il nuovo tempio di fronte allo
stradale pel suo castello, pensando di assistere dal balcone di
casa alla celebrazione di quelle mes^e cui aveva lautamente
dotate con cessione di terreni.
Questo Dionisio è appunto il gentiluomo campagnolo a cui
arse incensi fumosi il buon Crescenzi, famigliare ed amico di
lui, panegirista dei santi Quirico e Giulitta; e tanto alto quel
turiferario collocò il Figliodone, che, in omaggio all'uomo, la
natura stessa venne nelle tumide pagine secentistiche mutata,
sì che « Meleti, ultima del Lodigiano per sito e per bellezza »
fu dall' « industria di Dionisio a tal segno ridotta che non solo
36
CODOGNO E IL SUO TERRITORIO
CORIO.
(1428), fino
concorre colle più belle, ma corre al più bello che più si fa
coir ingegno e^con l'applicazione che col danaro »
Di questa terra che — seguendo gli entusiasmi crescenzìani —
parrebbe stata eletta
All'umana natura per suo nido
diventava signore Dionigio Gaetano (1701), l'ultimo dei Figlio-
- doni; che aveva però ottenuto di nominare un successore di
sua volontà nel caso morisse improle (1728)
Il che essendo avvenuto (1739), venne chiamato
a raccogliere il retaggio di Meleti il conte Al-
fonso Coriò Visconte, dell'antica famiglia milanese,
tra le precipue affrettanti il tramonto della li-
bertà republicana in favore della causa sforzesca,
e che già nel suo Giovanni aveva avuto in-
vestitura di Meleti da Filippo Maria Visconte
a che Francesco Sforza lo concesse a Luigi
Bossi (1452).
Circa mezzo secolo tennero i Corio la terra; ed, essendo il
feudatario morto senza discendenza (1791), il regio consigliere
e procuratore generale devolveva il feudo alla
regia camera.
L'acquistò il conte Antonio Besozzi, in tempi
in cui poco gli poteva calere l' inalberare l' in-
segna dell'aquila spiegata e coronata d'oro in
campo rosso, onde erano andati orgogliosi i-suoi
ascendenti, forti oriundi della terra di Besozzo
che poi ebbero in feudo, nobili fin dal XIII se-
colo, baroni dell'impero, ma in grande maggioranza monaci,
eremiti, peregrini, ' abati, diaconi, prelati, piuttosto che guer-
rieri e cavalieri avventurosi.
Tra le più alte genti di Romagna si annoveravano fino dal
1000 i Barbiano; e le imprese militari ne avevan portato il
nome ben lungi, poiché ne restano a prova i feudi a Conver-
sano, a Trani, a Giovinazzo, ed in altri luoghi delle Puglie^
dati al loro Alberico da Ladislao re di Napoli (1405).
Besozzi.
NELLA CRONACA E NELLA STORIA
37
Venuti in Lombardia, servirono da soldati i duchi di Milano,
che li fecero signori di molte terre e castella, nominandoli così
anche conti di Belgioioso (143 1). Tennero in feudo San Co-
lombano al Lambro, da uno dei loro, Ludovico, preso e sca-
lato di nottetempo, colle milizie cesaree sotto gli ordini del de
Leyva (1529). Ma fu effìmera conquista; perocché morto l'anno
dopo Ludovico — ch'era stato eletto viceré di Sicilia — gli
Sforza, tornati nel ducato, ripresero il feudo; e
questo, col sussidio degli imperiali vincitori, tornò
per coerenze giuridiche ai certosini di Pavia, prima
proprietari del luogo, ed ivi rimasti fino alle sop-
pressioni giuseppine (21 ottobre 1782).
Il titolo feudale col luogo fu allora restituito
ai Belgioioso, in persona di un altro Ludovico,
plenipotenziario militare di Giuseppe II nei Paesi Barbiano
Bassi austriaci (22 ottobre i78s); e tuttora i ^
^ / ^/ ' Belgioioso.
Belgioioso lo possiedono.
Pel tramite dell'età, il fortissimo castro si venne gradualmente
acconciando ai tempi nuovi ; ma le vestigia dei ciclopici mura-
glioni e delle torri erme e smerlate — che contennero le schiere
furenti del Barbarossa e Ludrisio Visconte in ceppi dopo Pa-
rabiago ; che dettarono una pagina descrittiva a Francesco Pe-
trarca (1353), ed offrirono riposo a Leonardo da Vinci (15 14) —
creano l' antitesi viva della tetraggine passata, col geniale sorriso
di una ricca e moderna dimora, sovraneggiante sul culmine e
precinta da ameni giardini, dalla vegetazione virente e dal raggio
di sole, che indora il bello e vitifero colle, dal dottor Redi ri-
cordato entusiasticamente nel suo celebre ditirambo.
Come interrottamente fu San Colombano tenuto dai Belgioioso,
così di essi, con poco saldo diritto, fu pure Maleo.
Era morto di settantasette anni Teodoro Trivulzio (1531), ve-
dovo di Bona Bevilacqua, premortagli di un anno. Quattro figlie
rimanevano di quel coniugio, tra cui Giulia, erede di Maleo e
sposata a Gian Francesco Trivulzio, marchese di Vigevano. Queste
nozze furono improli, così che la regia camera avocò a sè il
marchesato di Maleo, che giusta la processura fiscale venne
consegnato in deposito al senato di Milano. Se non che, contro
38
CODOGNO E IL SUO TERRITORIO
il seguito deposito insorse una contessa Belgioioso, erede dei
defunti ; e certo la controversia dovette essere per ambe le parti
suffragata da seri diritti, poiché risulta che i Belgioioso tennero
il possesso litigioso e soltanto nel 1645 Maleo fu messo a
profìtto della camera, che ne dispose, a rogito di Carlo Mon-
tani, vendendo il feudo al principe Ercole Teodoro Trivulzio
(22 marzo 1646), mentre sanzionavasi nello stesso principe la
signoria di Gera, unendola a Pizzighettone, di Cavacurta e di
altri beni.
Figlio di Ercole Teodoro Trivulzio fu Antonio Teodoro, spen-
tosi ultimo della sua branca, senza lasciar figliuolanza (26 luglio
1678). Vedremo più oltre quali rivolgimenti amplissimi di pos-
sessi conseguissero da questa morte ; per ora basti
accennare che Maleo, Gera ed altri luoghi dell'in-
gente patrimonio feudale trivulziano ripresero la
via del fisco. E questi — non accogliendo le
istanze della comunità di Maleo, per essere sot-
tratto, come s'era sottratto Codogno, alla si-
gnoria feudale — investì del marchesato di Maleo
e di Gera Manfredo Trecchi, creandolo marchese
(18 luglio 1685), e di Larderà — per accessioni dotali di ma-
trimonio antecedentemente passata ai Trivulzì — Giovanni Bar-
biano di* Belgioioso (17 agosto 1685).
. . .
L' antichissima famiglia cremonese dei Trecchi fu ascritta con
Antonio alla nobiltà laudense (1453)^^, e successivamente pure
a quella di Milano (1634).
Fra il tumulto dell'armi ed alle fiere conquiste l'argenteo
falcone spiegato e coronato impennò l'ali, ma più particolar-
mente stette vigile custode d'ogni cavalleresca cortesia e d'ogni
artistica gentilezza. Sa di leggenda nelle cronache di Cremona
la splendida ospitalità dei Trecchi, ne' cui palazzi e imperatori
e re ricevettero di frequente onorevoli accoglienze.
Quei signori lasciarono orma non facilmente cancellabile negli
uficì dell' alta prelatura, di essa fortificandosi per ottenere o raffer-
mare privilegi a vantaggio della loro città, giovandosi altresì degli
alti parentorì, contratti e in Milano e in Lodi e in Piacenza e
nel Bresciano e nel Friuli. Scultori, architetti, pittori ebbero
NELLA CRONACA E NELLA STORIA
39
assai cari, e ad essi affidarono opere; fra questi Mecenati vanno
distinti il primo Pier Francesco, che fiorì sul principio del se-
colo XVI; Giacomo e Antonio suo figlio, ambedue senatori
Il palazzo Trecchi a Maleo.
sforzeschi; un altro Antonio, proposto di S. Agata, intimo di
papa Pio IV, e Manfredo, figlio del quarto Pier Francesco,
marito di Barbara Schinchinelli, e primo feudatario della sua
stirpe in Gera ed in Maleo, dove già appartenevano a' suoi
vasti possessi, su quel di San Pietro in Pirolo, i luoghi di
Moraro, Gera e Comune dei Trecchi (tra Cavacurta e Maleo).
40
CODOGNO E IL SUO TERRITORIO
NOTE AL CAPO XXXVII.
^ Secondo Alessandro Riccardi — Archivio storico lodigiano — l' esame
delle fondamenta del castello lo farebbe risalire in parte al secolo XI , ma
esso fu ricostrutto verso il XIV secolo. Il vecchio portone recava scolpita
su ferrea lastra la data 1116, ma quell'accesso fu mutato nel 1789.
^ Alessandro Riccardi - Archivio storico lodigiano :
I Lampugnani vendono una casa con terre ai Somaglia (1482), il che
suscita contro i venditori la prima causa da parte del capitolo, negante la
facoltà venditoria ai propri livellari Lampugnani, Evidentemente, a sanare
la invalidata vendita, il capitolo laudense investe formalmente dei beni
d'Orio, con la terza parte di giurisdizione, i della Somaglia (1490), i quali
subinvestono di questi beni un Visconte milanese (1492). La camera ducale
regia si oppone all'apprensione livellata ai Gavazzi (14 novembre 1500);
ma il capitolo a sua volta riconosce in livellarlo il Visconte. Esciti i fran-
cesi d' Italia e sbarazzatosi il capitolo di soggezioni incomode — tanto più
che tornava con Massimiliano Sforza duca alla cattedra vescovile di Lodi
Ottaviano, fratello suo — il conte Gian Francesco della Somaglia viene pri-
vato delle sue terre (1522^, e il gran cancelliere Gerolamo Morone ri-
conosciuto livellarlo in suo luogo (1523). Le liti, che paiono sopite per
tutto il resto del XVI secolo, si riaccendono più vive che mai suL principio
del secolo successivo : cause fra il capitolo e i Somaglia per pretese ixial-
versazioni bonitarie attribuite a costoro (1610-1637); sentenza capitolare
dichiarante decaduto da ogni utile dominio il conte Filiberto (23 marzo
1645); appelli al papa (1646); causa promossa dai conti innanzi al fisco
per denuncia di foro incompetente, non volendo essi subire il verdetto
della sede apostolica (1649); successione dei Dati quali enfiteuti (1688);
nuove questioni pel laudemio ed ordine del capitolo di ricognizione in li-
vellaria della contessa Somaglia (1694), intervenendo altre transazioni fra
la chiesa di Lodi e gli eredi Somaglia (1689- 1743).
^ I certosini avevano avuto San Colombano da Giovanni Galeazzo Vi-
sconte, tra i beni donati per l'erezione della certosa presso Pavia (6 ot-
tobre 1396).
* Cristoforo Poggiali - Memorie storiche di Piacenza.
NELLA CRONACA E NELLA STORIA
41
^ Lorenzo Monti - Almanacco codognese pel 1821.
^ Archivio di stato di Milano.
' Giuseppe Benaglia - Elenchus Familiarum in Mediolani dominio
feudis etc.
^ Forse per questa ragione di illegittimità nei discendenti ebbero i Fi-
gliodoni laboriose cause giudiziarie pel possesso del feudo. L'archivio di
stato di Milano ricorda quella tra il conte Dionigi, ritenuto usurpatore di
Meleti, il regio fisco e il marchese Giovanni Pallavicino Trivulzi (1651);
il conte Dionigi componeva la vertenza colla regia camera (1653). Il conte
Danesio successivamente veniva pure ad una transazione colla camera regia,
mediante pagame'nto di lire millequaranta, importo dei cinquantadue foco-
lari di Meleti, in ragione di lire venti cadauno (1668).
^ Alessandro Riccardi - Archivio storico lodigiano. Nell'accurato esame
della carta bolzoniana il Riccardi accenna al castello di Meleti il quale
nel 1588 « doveva... esser ormai diroccato o rifabbricato a forma di palazzo.
Infatti un documento inedito del 1477 ci ricorda in Meleto il Castello di-
roccato {castrimi unum derupatum cum suis fossis) ; ed altro documento
pure inedito del 1490, descrive avanti tutto, nel territorio di Meleto Parno
Lodigiano, un sedimen magnum jacens in terra Meleti... se protendente
usque ad fossas arcis dirute ».
Gian Pietro Crescenzi - Corona della ?iobiltà d' Italia.
" Archivio di stato di Milano.
Un'iscrizione del 1580 apposta nel palazzo Belgioioso conferma che
il quarto Enrico di questa famiglia era marchese di Maleo, conte di Piz-
zighettone e signore di Larderà.
Archivio Trecchi di Cremona.
CAPO XXXVIII.
I Trivulzì — I Pallavicini — Retegno e la sua zecca — I Gallio — I
Pallavicini Trivulzì.
ETEGNO non ebbe mutata condizione pel dramma
agitatosi fra i Trivulzì e gli Scoti ; chè, anzi, tra Ip
due casate durarono imperturbate le trattative d'af-
fari, e questo provano due documenti esistenti nel
nostro archivio comunale, riguardanti un laudo proferito dal
legato piacentino, cardinale Uberto Gambara, compromissario
fra gli Scoti da un lato e i feudatari e la comunità di Codogno
dall'altro, pel Brembiolo e per varie questioni d' acqua (i marzo
1452), ed altre definizioni delle stesse vertenze di cui, per altro^
si ha notizia anche in atti anteriori.
Per vie litigiose continuava la pretesa sulla giurisdizione di
Retegno, insistendo gli Scoti, contro ogni parvenza di ragione,
nel proclamarne proprio il dominio. Ma casa Trivulzia aveva
fermamente deciso di non cedere agli invadenti piacentini; la
propinquità di Retegno a Codogno, la sua dipendenza ammini-
strativa ed anche in parte religiosa dal capoluogo, ed infine la
giurisdizione imperiale (che giunse fino a dare il predicato a
quella terra finitima), tutto dava causa vinta alle aspirazioni
dell'astuto Trivulzio.
CODOGNO E IL SUp TERRITORIO
43
A dirimere il diuturno dissidio soccorse spontanea la dedizione
del luogo al potere di Giorgio Teodoro, Claudio ed Orazio, figli
di Gian Fermo Trivulzio (13 novembre 1565). Nell'atto, rogato
da Pietro Martinengo, notaro di Codogno, quei di Retegno si
obbligarono verso gli eletti signori alla prescrizione d'un cap-
pone per casa nel di di san Martino d'ogni anno, e ciò a
compensarli dei non pochi dispendi fatti per la difesa della loro
terra dalle pretensioni dell' oltre Po. A loro volta i Trivulzì as-
segnarono a' Retegno uno speciale pretore e la guarantirono da
qualsiasi ulteriore molestia piacentina.
Al conte Giorgio Teodoro toccò Retegno; ed egli — perso-
naggio cospicuo pei suoi tempi — fu l' autore indiretto del do-
minio tuttavia duraturo dei Pallavi-
cini nei paesi nostri, poiché troppo
fugace fu il dominio di costoro in
Castione.
Giorgio Teodoro ebbe l'alloro di
giurisprudente alla Sorbona, e due
papi lo insignirono di alte dignità.
Agli onori spirituali, però, egli pre-
ferì la socievolezza della vita, e con-
dusse a consorte la bionda Olimpia,
figlia del marchese Galeazzo Pallavi-
cino di Busseto (1589). Morì d' ot- Olimpia Pallavicino
tantotto anni (1622), dopo d'aver
collocata l'unica figlia sua, Caterina, a suo cognato Sforza Pal-
lavicino (1606), nel quale caddero e San Fiorano e Retegno,
ricostituendosi così i Pallavicini una novella signoria lombarda,
mentre i più famosi curiali del tempo intervenivano per guidare
i destini politici dello stato pallaviciniano dell' oltre Po, distrutto
violentemente dal giorno in cui i fioralisi farnesiani prepoterono
sulla bicipite aquila bussetana (1588).
A Sforza Pallavicino si diedero per libera elezione gli uomini
di Retegno, con istromento del notaro lodigiano Pietro Zaino
(18 luglio 1622); ma — mentre San Fiorano, come vedremo,
restò e resta tuttora nei Pallavicini — Retegno se ne staccò^
tornando alla soggezione trivultina col darsi spontaneamente al
4^
CODOGNO E IL SUO TERRITORIO
cardinale Gian Giacomo Trivulzio, con atto del notaro codo-
gnese Francesco Ferrari (8 marzo 1640); nel quale atto ricom-
pare l'antico cappone per testa, pennuto simbolo di vassallaggio
ai reintegrati signori.
Il novello signore di Retegno discendeva da un ramo colla-
terale di Gian Fermo; zio paterno di questi era il menzionato
Gerolamo Teodoro, il cui figlio Gian Giacomo Teodoro, un fe-
dele di Pier Luigi Farnese, ebbe Carlo Emanuele Teodoro, che
lasciò la vita sulle pianure di Bruch, generale di Spagna.
Da questi Gian Giacomo Teodoro, che coi consigli e colle
opere amministrative recò grande ausilio allo svolgimento della
vita publica ne' suoi giorni; e Codogno
ne risentì ragguardevoli vantaggi, anche
perchè, caro e gradito ai potenti d'allora,
il Trivulzio aveva sotto mano i mezzi e
le opportunità migliori per dar lustro e
importanza alla propria sovranità.
Capitano di cavalleria sotto Filippo III
(1606), commissario imperiale d'Italia, si
ebbe assegnato dalla dieta lo stato di
Musocco (1622), di cui Gian Giacomo
il magno era stato investito (1480), e che
alla estinzione del ramo di lui (1572) era
stato fatto obbietto di lungo litigio. Del pari egli ricuperò Piz-
zighettone (1656), già infeudato dal re Francesco I al grande
avo di lui (15 15). Rimasto vedovo di Giovanna Grimaldi, prin-
cipessa monegasca (1620), dall'amico, e già ospite suo in Co-
dogno, papa Urbano Vili, fu eletto grado a grado ad alti oficì
nella gerarchia ecclesiastica, salendo rapidissimamente all'onor
della porpora (1630). Ma lo zucchetto gli pesava per certo più
del cappello piumato; e questo egli riprese, rifattosi soldato
nelle guerre contro Francia, sì che in lui le milizie del ducato
riconobbero il loro governatore generale (1638). Il grandato di
Spagna fu conferito a lui ed alla sua casa dalla benevolenza
regale (1642), e Ferdinando III, dichiarando a favor suo baronia
del sacro romano impero il luogo di Retegno colla propinqua
Bettola, lo faceva principe, con dritto di moneta (2 gennaio 1654).
Gian Giacomo Teodoro
Trivulzio '\
NELLA CRONACA E NELLA STORIA
45
Però anche in lui — pur rimanendo V <(i unica 7nens » dell'im-
presa famigliare — triplice era l'aspetto: militare, ecclesiastico
e politico. E infinita doveva essere la fiducia che il re cattolico
poneva nel suo senno, se vediamo il porporato fatto viceré e
capitano generale d'Aragona; ambasciatore per la successione
di Urbano Vili (1644); presidente e capitano generale in Sicilia,
allor che, penetratavi la ribellione napolitana di Tomaso Aniello,
l'isola, seguendo suo genio, fremeva insofferente dei publici
aggravi, e, fra i più riottosi, il clero non voleva saperne di
compiere l'obbligo suo (1647). Prudente, giusto, forte, il cardi-
nale rappacificò in breve giro di tempo la bella terra degli
aranci dorati ; e dopo la volta della Trinacria, l' Icnusa beneficiò
dell'opera stessa di lui, per la quale si spensero le riotte delle
civili fazioni.
Gian Giacomo Teodoro morì in Pavia di sessant'anni (5 agosto
1656), scorsi appena pochi mesi da quando, con novissimo
esempio. Spagna boriosa e sospettosa d'ogni italica influenza,
ciò nulla meno, aveva nominato lui italiano successore di Luigi
de Benavides, marchese di Caracena, nel governo e nella capi-
tania dello stato milanese.
La famiglia Trivulzio, come altre precipue d'Italia, già dallo
scorcio del secolo XV conseguiva dall'imperatore — assoluto pa-
drone delle temporalità nostrane — il sommo fra i diritti delegati :
quello di batter moneta, o (come allora dicevasi) facoltà di
punzone e di crogiolo. Così ebbe lustro la zecca trivultina nella
contea di Musocco, speciale concessione di Federico III impe-
ratore (1487), e successivamente venduta ai Grigioni (1549),
mentre a Rogoredo i Trivulzi ne aprivano una nuova. Luigi XII
(15 12) e Francesco I (15 16) avevano ai loro fedelissimi sudditi
Trivulzi dati e confermati eguali diritti per la zecca posta nel
formidabile castello di Musso, sul lago di Como, prima che di
essa si impadronisse il celebre Gian Giacomo Medici, detto il
Medeghino. E Retegno, per l'accennato diploma da Ratisbona
di Ferdinando III, entrò terzo ed ultimo nel novero delle zecche
trivulzie, quivi coniandosi monete e medaglie per circa un secolo.
Del privilegio ottenuto l'illustre cardinale non potè giovarsi,
essendo escito di vita prima che « i fuochi sudassero a preparar
46
CODOGNO E IL SUO TERRITORIO
metalli ». Suo figlio Ercole Teodoro — che ebbe trista ed igno-
bile fine — pel primo contemplò la propria effigie sugli zecchini
e sui filippi semplici e doppi, lampeggianti e roteanti sulle
terree formelle di Retegno : filippi semplici equivalenti a sette
lire milanesi, doppi a lire quindici, ed aurei zecchini. E quella
di Retegno non era moneta scadente, chè il titolo del filippo
doppio del 1676 contava novecento quarantotto parti d'argento,
portava da un lato l'imagine del principe Ercole Teodoro, e
dall'altro i tre volti fiancheggiati dalle parole dell'impresa do-
mestica ^. Queste monete ebbero corso fino alla promulgazione
della legge imperiale che soppresse nella Lombardia austriaca
tutti gli antichi filippi (12 gennaio 1817)^.
Della zecca demolita (1787) rimangono ancora le vestigia
parlanti. Quell' edificio aveva due scompartimenti : l' uno conte-
neva la maestranza ed i congegni della coniazione, e di esso
non rimane che l'ingresso principale, in istile barocco ma ac-
cettabile, oggi passaggio ad una vulgare ortaglia; l'altro, co-
stituito di campì, detti anche oggidì la possessione del Giardino,
servivano coi prossimi fondi, pure trivulziani, della Cigolina e
della Divizia, alla piantagione ed alla preparazione dei tabacchi,
che per gli uomini di Retegno non erano come altrove gravati
da balzello di monopolio. Nè la tassa di testatico, nè le impo-
sizioni fondiarie pesavano in guisa alcuna su quei di Retegno,
che per soli sei quattrini avevano diritto ad una libra di sale
e per un soldo ad un'oncia di tabacco. Nulla era più semplice
del loro sistema tributario: quattro annui soldi erano il compenso
al sovrano, in ricognizione della signoria.
Senza dubbio si compiacquero i Trivulzi della residenza in
Retegno, le cui condizioni economiche spiravano una certa
agiatezza; si che essi della possessione Giardino s'eran fatto
un delizioso ritiro; dove, se anche non sorrideva la natura,
benché — come narra il Goldaniga — lunghi viali di castagni
indiani e di pini e di pruni e salva di caccia allietassero il
luogo, pure indulgeva loro la vera ed operosa quiete campestre.
Retegno contava numero d'abitanti maggiore del presente;
ed era stato relativamente mondato dai tagliacantoni e dai mal-
viventi che prima sfuggivano alla nemesi della legge, poiché
NELLA CRONACA E NELLA STORIA
47
perduravano i dissidi giurisdizionali. Un luogotenente, un at-
tuaro e quattro berrovieri formavano il corpo intero di buon
governo, e, se v'era un sol carcere, fino a quattordici osterie
si contavano ^. Le necessità dello spirito non furono neglette
La zecca di Retegno.
dai Trivulzi, che, giusta la tradizione, vi eressero la chiesa della
Madonna del Pilastrello, ora scomparsa, vicino alla via pur fatta
costrurre da essi, e circondata, a conforto dei passanti, da un
duplice filare di alberi, scomparsi sui primi di questo secolo.
Air accesso del paese stavano come geni del luogo due pieritti,
decorati delle tre faccie e sostenenti il busto di due principi
feudatari.
48
CODOGNO E IL SUO TERRITORIO
Prima che la strada odierna fosse aperta si andava da Co-
dogno a Fombio per la Mirandola.
Ercole Teodoro Trivulzio — dopo profusa copia d' onori lar-
gitigli dal re spagnolo, che lo volle anche decorato del toson
d' oro — non fu pari nè alle tradizioni del lignaggio nè allo
spirito dell'epoca sua. E quando fra
lui e Vercellino Visconte divampò fiero
dissidio, non fece richiamo alle caval-
leresche consuetudini non ancora giu-
stamente irrise, ma ricorse a bieche
insidie e ad agguati contro l'avver-
sario. Da quel momento la corte ma-
drilena ebbelo in grande dispetto; e,
come avevalo inalzato, così lo de-
presse, mandandolo infine prigioniero
nel castello di Lodi ; dove egli si spense
Ercole Teodoro
Trivulzio^ a quarantaquattro anni (1644), con fato
ben differente e più sciagurato del
proavo suo Gerolamo, morto egli pure centoquarant' anni prima
nella stessa rocca, ma non per condanna afflittiva, bensì per
destino di battaglia.
Ercole Teodoro ed Orsina Sforza, marchesa di Caravaggio,
ebbero Antonio, unico maschio, dal re di Spagna fatto gene-
rale delle milizie forensi nello stato milanese (1664) e morto
improle (26 luglio 1678) non senza sospetto di veneficio"^; ed
è colla morte sua che non un uomo soltanto discende sotterra,
bensì un intero periodo di signoria sovrana si fende, disgrega
e va in frammenti.
Come se allo annientamento dell' antico e potente insieme
feudale non bastassero i vari e più oscuri casati che se lo
spartiscono, compare anche la libera e maestosa figura del co-
mune che si redime, dando così il colpo di grazia ad un do-
minio inviscerato nella storia di secoli. Indi uno spirito novo
che agita la mole, remeggiando le ali in aere moderno.
La branca principesca dei Trivulzì compie il suo ciclo con'
Antonio Teodoro, e la baronia imperiale di Retegno e Bettola
NELLA CRONACA E NELLA STORIA
49
Monete e medaglie della zecca di Retegno.
Codogno e il suo territorio y ecc. — //.
32
50
^CODOGNO E IL SUO TERRITORIO
Gallio.
— solo residuo della parte nostrale disponibile di lui — tocca,
ad Antonio Gaetano, secondogenito di Ottavia Trivulzio, mari-
tata a Tolomeo Gallio e zia materna di Antonio Teodoro.
Erano i Gallio di Como, ma venivàn dall'ubertosa Alvito,.
genetliaca duceà in Terra di Lavoro; possedevano il marchesato
lomellino di Scaldasole ed il :feudo di Grave—
^CH^ : dona, Dongo e Sorico sul Larió ; diedero a Como
■ magistrati e cittadini illustri, alla chiesa porporati
insigni, agli eserciti generali, ambasciatori ai
principi.
Nella loro prosapia — eh' ebbe col retaggio del
principe Trivulzio l'obbligo, di assumerne il co-
gnome — rimase Retegno fino al benefico Antonio
Tolomeo, nato in Milano (i6 maggio 1696), amico delle lettere
e dei letterati, fra i quali gli abati Galliani e Metastasio. Egli"
collaborò in prò di Vienna nella sua
azione politica sulla Toscana; fu
generale di cavalleria in tempo di
guerra (1721) e poi governatore
paterno di Lodi. Il monumento che
più di tutto consacra il buon prin-
cipe alla memore gratitudine della
posterità è la assegnazione del suo
palazzo in Milano a ricovero dei
vecchi inabili a qualsiasi opera. Egli
— avute scarse gioie domestiche
dalla sposa. Maria Archinti, ed es-
sendogli premorta di vaiolo l'unica
figlia, Lucrezia — dotava l'istituendo pio albergo del reddito
proveniente dai diritti ch'egli aveva su Trivulzia, a Pietro Tri—
vulzi investita dal duca di Milano (1467); su Casalpusterlengo,
acquistato dall'antenato Gaetano Trivulzio dai marchesi Francesco
ed Alessandro Castelli (11 ottobre 1693), ^ su Retegno e Bettola.
Antonio Tolomeo
Gallio Trivulzio.
Questi due luoghi, però, non poterono certamente essere
compresi come possessi fondiari nella dotazione di Antonio To-
lomeo, perchè egli — già rogato il suo testamento (23 agosto-
1766) — conduceva trattative coli' imperatore per la cessione:
NELLA CRONACA E NELLA STORIA
51
della baronia a Maria Teresa, quale duchessa di Milano. Soltanto
dopo la sua morte (30 dicembre 1767) il fisco fu immesso nel
possedimento di Ret^gno. Erano presenti all'atto — rogato da
Giuseppe Casanova, notaro camerale del delegato cesareo mar-
chese Botta - — il dottor Giuseppe Maria Seghizzi Premoli, il dottor
Carlo Maria Belloni, propotestà il primo e regio fiscale il se-
condo di Codogno, delegato quegli e questi subdelegato dal
governatore conte di Firmian, e nello interesse ed a nome di
Maria Teresa, alla presa di possesso (2 aprile 1768).
L' imperatrice — alla quale premeva la signoria politica di
quei luoghi, tuttavia infestati dalla delinquenza, specie contro
la proprietà, sebbene meno che per lo addietro — li riuniva
definitivamente al ducato di Milano (9 maggio), pur riaffer-
mando ed immunità e privilegi già dati dai Trivulzì; ma dei
quali, circa un trentennio dopo, la republica cisalpina non lasciò
che la memoria.
Caterina, naturale di Giorgio Teodoro Trivulzio e da lui più
tardi legittimata (1595), recava o in dote o in paraferna il co-
spicuo possesso di Retegno e di San Fiorano. Fosse poi per la
deficienza della sua personalità giuridica o per sua morte (1633)
o per vicende politiche che aspreggiavano in quei dì i Pallavi-
cini, costoro non poterono ancora avere assodato il proprio
dominio sui due luoghi, per quanto il vecchio ed autorevole
Giorgio Teodoro brigasse alla corte di Spagna, affinchè il re
togliesse San Fiorano alla giurisdizione di Codogno e lo desse
in dipendenza al cognato e genero di lui (1603).
Solo Gian Giorgio di Sforza — che già contemplava i dilucoli
d'un' alba più serena a sè ed a' suoi nell' oltre Po, così da
esser ripristinato, per poco, però, nell'avito retaggio di Bus-
seto — credette giunta l' ora per affermarsi risolutamente con
terra di comando definitivamente propria ; e siccome la ragion
del denaro bastava per convincere Spagna, Gian Giorgio com-
però a contanti il feudo di San Fiorano (16 maggio 1645),
premunendo collo spessore dell' aurea vernice quel blasone (del
resto inclito ed illustre) che tuttora vi ha stanza, accanto alle
bande d'argento e di rosso dei Luserna d' Angrogna ^.
52
CODOGNO E IL SUO TERRITORIO
La genealogia di Gian Giorgio prosegue con Gian Giacomo
Sforza, marchese dello stato Pallavicino (1688), e pervenuto a
quel felice ma individuale risultato certo perchè ciambellano di
Leopoldo I (1682). Giurò fedeltà di vassallo a re Filippo V di
Spagna, quale signore di San Fiorano (1701), e morendo (16
dicembre 1742) non potè lasciare al suo genito Pio Giorgio, al
riguardo di Busseto, che un patrimonio di diritti molto discussi
ed in seguito misconosciuti.
Era florido ed elegante abate Giorgio Gaetano di Pio, quando,
spinto dair obbligo inesorabile di continuare la stirpe, sottrasse
il capo alle vitte del sacerdozio ed impalmò Maria Dati della
Somaglia (1760), che gli allietò il talamo di ben sette figli; fra
i quali Giorgio Pio (i 761-1803), grande ciambellano cesareo,
arrestato e relegato in Nizza dai francesi vittoriosi, ma rimesso
in libertà motu proprio del generale Bonaparte (1797). Di lui e
di Anna Besozzi nacque, quarto di otto tra fratelli e sorelle,
Giorgio Guido (1796-1878).
Del patriota — la cui fede nell'Italia fu ancor più salda che
i muraglioni dello Spielberg moravo in cui fu rinchiuso — di-
remo quando la eroica figura di Giuseppe Garibaldi, ospite suo,
ci apparirà, quasi domestica visione, sulle nostre fini.
NELLA CRONACA E NELLA STORIA
53
NOTE AL CAPO XXXVIII.
^ Ritratto da un fresco esistente nel palazzo Pallavicino Trivulzio in
San Fiorano.
^ Ritratto da un busto in bronzo esistente nel palazzo Trivulzio in Milano.
^ Può meravigliare che Ludovico Antonio Muratori, nel suo catalogo
delle zecche abbia dimenticato di inscrivere questa di Retegno.
Le monete quivi coniate e da noi graficamente riprodotte sono tolte
dalle Famiglie celebri italiane di Pompeo Litta Biumi e dal Monetario di
Commercio di Luigi Mazzucchelli. I due filippi erano d'argento; la mo-
neta più piccola, o medaglia, era d'oro, e corrispondeva al peso di sei
doppie genovesi , ed aggiunge il Litta : « deve essere quella che lo zec-
chiere di Retegno, in conseguenza di un contratto del 1676 colla casa Tri-
vulzio, era obbligato di presentare alla principessa in ogni giorno di Natale».
La deputazione storico-artistica lodigiana acquistava lo scorso anno dalla
casa Morchio e Moiser di Venezia un doppio ducatone retegnino di An-
tonio Tolomeo Trivulzio.
^ Lorenzo Monti - Almanacco codognese pel 1819.
^ Ai tempi di Pier Francesco Goldaniga, esistevano in Retegno due
grandi prestini, due imprese di tabacco, d'acquavite, di polveri e di carte
da gioco. Per gli antichi privilegi i terrieri potevano liberamente scegliersi
il luogo di provvista di sale ; però — aggiunge il buon frate — che « i nuovi
fermieri o regi impresari » ebbero lite in proposito con alcuno della terra.
^ Ritratto da una medaglia del museo trivultino milanese. Circonda il
busto di Ercole Teodoro la leggenda « Hercules Theodor us Trivultius
Magnas Hispaniarum » ; al rovescio il motto « Citissiìna explet » attornia
10 zodiaco in una sfera colla luna crescente.
' Nell'archivio di stato di Milano havvi una lettera di Francesco Soranzi,
che così scriveva al padre Arguis a Mantova, di questa morte: « Muore
11 nostro povero Principe Trivulzio, che mi cava le viscere al pari delle
lagrime considerando il mancamento che vuol fare à questa nostra città.
Si conclude che il male suo venga da una bestiale mallia fattagli in un
Reliquario, ove si son trovati ingredienti, tali al sortileggio che fanno
inorridire ».
" I Luserna d'Angrogna sono propagine, segnalata nelle discipline di
guerra e di pace, degli antichi conti pedemontani. Tolsero nome dai paesi
loro infeudati e posti nelle ridenti valli sacre pei valdesi, che vi com-
batterono da eroi contro i capitani cattolici. Il marchesato d'Angrogna
venne dato a Filippo Luserna nel 1620.
CAPO XXXIX.
I feudi minori e quelli dell'ultimo periodo — I Fissiraga — I Landriani
— Gli Imbonati — I Lambertenghi — Gli Spini — I Bossi — I Ca-
stiglioni — Gli Stampa — I Vaini — I Casnedi — I Galli — Gli
Estensi — I Belgioioso — I Lampugnani — I Castelli — I Laudi —
Gli Scoti — I Nicelli.
LLA piena decorazione del quadro feudale tracciato,
in cui sul davanti sfilano le figure più imponenti
della feudalità nella regione, occorre abbozzare nello
sfondo, e colle tinte leggiere da esse lasciate, quelle
che sono le secondarie, sia per l'indole loro di derivate, sia
perchè modeste superstiti di un passato già per esse glorioso.
Infatti, parrà strana la ricomparsa qui del possente nome dei
Fissiraga, già nel secolo XI investiti del diritto di zecca e do-
minatori consolari di Lodi, quasi più /orti della potestà episco-
pale. Ma anch'essi dovettero seguir lor fato, e — se in patria
rimasero facoltosi e cospicui cittadini, la cui fama è tuttora
riverita e benedetta per la pietà dei lasciti ed il soccorso ai
meschini — qui la loro azione politica e sociale dileguò nel
corso dei secoli; così che quasi appena si ricordano quali an-
tichi proprietari di Rovedaro, ed in umili questioni di dazio,
fuori afìfatto dalle magnifiche tradizioni del vecchio lignaggio.
CODOGNO E IL SUO TERRITORIO
55
E diciamo proprietari e non feudatari, perchè Rovedaro era
feudo dei. Trivulzi, ed il dominio dei Fissiraga era ristretto ; a
sole cinquecento pertiche di terreno, nulla più che un fondo;
tanto che ben maggiore della loro era in Rovedaro la proprietà
dello abate Baldassare Cadamosto,. di circa due mila pertiche,
testate da lui, per rogito di Arnolfo Lanterio, al consorzio del
clero laudense (25 agosto 1526).
Ai Fissiraga toccava la sorte serbata 'presso a poco alle an-
tiche e secolari famiglie proprietarie. Poco oltre la metà del
secolo XVI frazionavasi il loro feudo terriero per le divisioni
domestiche di cinque fratelli Fissiraga: Fabio, Brandimonte,
Ferrando, Ansprando e Giulio Cesare (23 gennaio 1559); e
trentun' anni dopo quel possesso trapassava alla famiglia Avvocati,
per testamento del sacerdote Filippo Fissiraga (7 luglio 1590) ^
A mezzo del secolo XVII poteva casa Trivulzia considerare il
suo dominio quale un piccolo stato. Con dispaccio patente, dalla
reggia di Madrid, Filippo IV per favorire il cardinale Teodoro
Trivulzio, univa al feudo di Codogno le terre di Sigola, Rove-
daro, Biraga, Terranova, Sant'Alberto, Cassina de' Passerini,
San Giacomo, Mulazzana, Cucca, Catterà con Maiocca e Regina
Fittarezza (21 dicembre 1642)^. Della locupletata dominazione
ben si sarà felicitato l' eminentissimo ; eppure da essa male
incolse alla discendenza sua; perocché — venuta l'ora del ri-
scatto giuridicamente promosso e romanamente voluto dai co-
dognesi — il borgo si sfeudava e colla giurisdizione di esso
la vedova di Antonio Teodoro perdeva, senza più mezzo di
ricupero, pur quella dei luoghi per liberalità del monarca an-
nessi a Codogno, e quindi appresi dalla camera ducale.
La scomparsa di Antonio Trivulzio (26 luglio 1678), antico
simbolo di signore feudale, apriva quella che potè esser chia-
mata la gran fiera delle signorie possessorie fra noi. Fu tutto
un rimescolio di nuovi elementi sociali attratti verso i primitivi ;
chè le fortune economiche, venutesi a grado a grado costituendo
al di fuori e al di sotto delle precedenti patrizie, sentiron giunta
la propria ora. E sagacemente ne profittarono, e si affrettarono
nello affidare al suolo il graduale rassodamento delle singole
•Stirpi.
56
CODOGNO E IL SUO TERRITORIO
Così incomincia la sfilata dei vulgares, che, a lor volta, si avviano
in gran maggioranza a futuri noòiles] eccezion fatta, per altro
di coloro i quali, se eran giovati da questo sorgere d' una società
nuova, avevano però, e meritamente, appartenuto ai fastigi delle
vecchie classificazioni. Cosi, se splendevano tuttavia non pochi
dei dorati ed autentici blasoni di un dì, già improvvisati aral-
disti affannosamente tormentavano storie, e stemperavano colori,,
ed i versifabri genetliaci coartavano mitologie ed etimologie ^
ad onore e gloria dei loro novelli ed illustrissimi patroni.
Tra i primi accorrenti al clangore del tubicinio banditorio
pei beni già appartenenti ai Trivulzi, furono i Landriani, illustri
cittadini milanesi, celebri fino dai tempi della republica ambro-
siana. Ludovica Landriani, sposa di Giovanni del Rio, lasciava
Rovedaro all'unica figlia Camilla, che lo recava in dote con
altri beni allo sposo suo, il questore delle rendite ordinarie
Nicolò Imbonati (22 settembre 1684).
La storica casata degli Imbonati, celebri banchieri lombardi,,
vide simultaneamente fiorire due rami, il comasco ed il mila-
nese ; e questo ramo fu illustrato anche dal conte
Giuseppe, letterato esimio ed academico trasfor-
mato, caro al Parini e padre di Carlo, la morte
del quale inspirò le prime armonie alla musa di
Alessandro Manzoni.
Cesare Lambertenghi — di inclita famiglia co-
masca la cui nobiltà fu riconosciuta dal cardinale
Ascanio Maria Sforza (1495) e riaffermata con
decreti imperiali (1816 e 181 7): — ebbe Cassina de' Passerini a
rogito di Giuseppe Benaglia (16 aprile 1682), ottenendone l'ere-
zione in contea (12 dicembre 1684); ed è forse il fasciato a sei
pezzi, dal capo dell'impero, lo stemma cui non potè — certo a
malincuore — decifrare il nostro Lorenzo Monti, che ne inter-
rogava ansiosamente le vestigia.
Giovanni Spino, cavalier bergamasco, conseguì da re Carlo II
il feudo di Catterà con Maiocca, a rogito di Giuseppe Benaglia
(8 agosto 1686). Gli Spini, originari di Albino, venivan di pro-
NELLA CRONACA E NELLA STORIA
57
genie mercantesca e trafficatrice di panni. Giovanni siedette in
Bergamo nel civico consiglio, e col titolo comitale s'ebbe l'arma
parlante : spino verde a fior rosso in campo d' argento.
Il feudo di Gattera e di Maiocca tornò alla camera per estin-
zione della famiglia Spini, e fu rimesso all' incanto, alla Ferrata
di piazza dei Mercanti in Milano (19 gennaio 1741), con bando
che per ciascun fuoco del feudo eran state esibite cinquanta
lire. Don Francesco Bossi di Frustagno cremonese fu l'aggiu-
dicatario dell'asta, e prese possesso del luogo in una domenica.
In quel giorno solenne si elevò sulla piazza di Maiocca un
vasto palco trionfale, su cui i delegati del magistrato milanese
trasmisero colle ritualità di legge il possesso feudale al novello
signore. Alla consegna tenne dietro la prestazione del sacra-
mentale giuramento; furon tocche le carte dei santi evangeli,
ed il buon sire allietò i sudditi suoi con abbondante distribu-
zione di pane, vino e formaggio affettato (7 maggio 1741).
Senza dubbio larghi sorrisi doveva aver avuti dalla fortuna
il cittadino di Firenze Cosimo Castiglione, che di vecchia pro-
sapia — la quale aveva mutato il prisco nome di Catellini in
quello di Castiglione, per la signoria sul castellare di Cercina —
dai luoghi nativi trasmigrò nei nostri, investendo le avite ric-
chezze nel comporsi un esteso dominio nella bassa Lombardia;
là dove altri ceppi di Castiglione nel Milanese e nel Mantovano
dividevano coi nuovi venuti l'omonimia soltanto, con origine e
con genesi affatto differenti.
La grandezza ch'era stata in messer Alberto, senatore della
republica firentina nel secolo XII ; quella di Lancia, condottiero
ghibellino, poi bandito dalla città del giglio ; e quella di Stolto,
parecchie volte priore in patria, non trovarono degenere il po-
stero Cosimo, poiché il censo, il consiglio e la cura dei publici
negozi lo additarono alla civile benemerenza. Ed a ragione può
affermarsi lieta sorte nostrana quella di avere a lui Carlo II,
re di Spagna, concesso il diploma (15 luglio 1682) della inve-
stitura di Cavacurta, Biraga, Terranova, San Giacomo, San Gia-
comino e Sant'Alberto, estesa ed ubertosa marca, nella quale
materialmente egli fu immesso con rogito del solito notaro
camerale Benaglia (8 gennaio 1684).
.58
CODOGNÒ E IL SUO TERRITORIO
Non riescirebbe certo a vantaggio della narrazione la esposi-
zione minuziosa degli infiniti .passaggi di proprietà subiti in
•quel periodo ultimo di decadenza feudale. E casali e terricciuole
e cascinaggi mutavan padrone, quasi diremmo, ad ogni lustro.
E per ciò che ci compariscono in alcuno dei luoghi già del
Castiglione i milanesi marchesi Stampa, inclita progenie che
vuoisi venuta di Francia con un Giovanni, scudiero d'uno dei
dodici conti di Carlo Magno, e divenuto signore del brianzuolo
castello della Stampa; e i piacentini Galli al Moraro Giovane
(1761)^; ed al Moraro Vecchio, con potestà comune, Antonio
Gallio Trivulzio e monsignor Lorenzo Trotti, vescovo di Pavia
{1678), poi i Treccili.
Sigola fu comperata dal nobile Tomaso Vaino, della cospicua
famiglia di Casalmaggiore (13 dicembre 1680); ed il suo suc-
cessore Giulio Cesare, acquistato pure Mairago (14 marzo 1703),
ebbene il titolo marchionale (20 novembre) confermato da pa-
tente di Francesco I (181 7).
Il medìoevale Ronco, che assunse il nome di Regina Fitta-
rezza quasi per simboleggiare col titolo regale la vastità e
l'ubertosità agricola, era acquistato dal marchese Francesco
Casnedi (1680).
Notizie interessanti ed indiscutibili ci sono offerte dal Gol-
daniga sulla investitura di Reghinera in Carlo Galli, piacentino
ed oriundo genovese, essendo il minorità cronista contemporaneo
all'avvenimento. Il Galli fu dichiarato conte e feudatario della
villa di Reghinera, pagando pei settanta focolari di essa cinque
gigliati per ciascuno, corrispondenti a cinquemila duecento set-
tantacinque lire milanesi (20 settembre 1762). Il diligente Gol-
daniga descrive il cerimoniale del giuramento che della propria
fede prestarono i rusticani del luogo, su due evangeli, al recente
signore (1765); il quale a tutti largì un'argentea moneta di
trenta soldi.
Gli Estensi — ■ illustre prognosi italiana i cui fasti datano
dal X secolo, e che seppe infeudare per sè oltre mezza la re-
gione emiliana — al principiare del secolo XVIII hanno il
•dominio di Corte Sant'Andrea e d'altri luoghi finitimi del Pa-
NELLA CRONACA E NELLA STORIA
59
^ese, in persona del marchese Cariò Filiberto, generale di
cavalleria spagnola (1701). Una Estense — figlia di Carlo Fi-
liberto IV dei duchi di Modena, che non ebbe maschi — andando
sposa del principe Alberico di Belgioioso, a lui recò il possesso
di Corte Sant'Andrea; ed ancora oggi, all'entrata dell'antico
villaggio posto sull'estrema riva padana, s'erge un arco di
pretensiosa architettura a linee severe, ornato degli stemmi di
casa d' Este e Belgioioso da un lato e di casa Trivulzio da un
altro — forse per legami di parentado — rammemorante la gra-
titudine del marito « alla benemerita e incomparabile coniuge »
Anna Ricciarda (1782).
Dai Barbiano di Belgioioso — che beneficarono la Corte gran-
demente, fondandovi altresì l'ente parochiale — passarono quei
possessi, ancora per tradizione dotale, ai Giulini della Porta di
Milano ^•
La stirpe dei Lampugnani, signora di Casalpusterlengo (3
giugno 1450), perdurò nel feudo fino alla morte del quarto
Giovanni Giorgio, che si spense quindicenne (8 settembre 1665);
ed errano i cronografi che datano la morte di lui ad un de-
cennio prima.
I Lampugnani furon lieti di alleanze domestiche colle più
cospicue casate italiche, ma funestati da qualche truce figura
dei propri; come quel Carlo, bandito, che vedemmo trascorrere
a mano armata lungo la via Emilia, a danno delle persone e delle
cose altrui (1608); e quel Gian Ambrogio, con-
dannato a morte (1654), il cui retaggio fu staggito
dal fisco che lo cedette al fratello del giustiziato.
In Casalpusterlengo essi cessero luogo ai Castelli,
altro nobile lignaggio milanese.
Al marchese Camillo pervennero in investitura
Casale e Vittadone, a rogito di Gian Battista An-
toniano (2 settembre 1666). La camera dava e
cedeva il feudo di Casale al marchese, a favor suo, dei figli
suoi e discendenti maschi all'infinito, e, codesta linea masco-
lina estinta, pei discendenti di Gian Battista, fratello di Camillo,
al prezzo di settantadue lire pei singoli focolari — il cui nu-
mero era di quattrocento trentanove — compresa la torre; ag-
6o
CODOGNO E IL SUO TERRITORIO
giuntevi però duemila quattrocento lire pel dritto di trapasso-
nei figli di Gian Battista, ed altri compensi pei dazi e livelli.
Il nuovo signore a compiere la presa di possesso fu suffragata
dalla presenza del questore marchese Visconte (21 settembre
1666). A singrafo della materialità di esso gli si posero tra
mani pietre, erbe e foglie, ed egli, gittatele al suolo, camminò
loro da presso, cosi riaffermando al conspetto dei presenti il
suo diritto alla terra ed a quanto essa produce. L'anno dopo
la comunità casalese, per l'ingresso del marchese Castelli, re-
staurava e decorava l'arco già eretto in onore dei Lampugnani,
al principio di via Rivadersa.
Poco più di trent'anni i Castelli tennero Casale, e se il mar-
chese Camillo accrebbe bellezza e decoro al palazzo che fu dei
Lampugnani, non giunsero i figli suoi Francesco ed Alessandro
a lungo godimento, perchè, fieramente tormentandoli la paterna
eredità gravata di passivi, si vollero togliere da ogni fastidio e
cedettero il feudo al principe Antonio Gallio Trivulzio e ai di-
scendenti suoi prima maschi, legittimi e naturali all'infinito,
poi ai discendenti della donna prossimiore in parentela al po-
stremo dei maschi, e ciò pel valsente di cent' ottantun mila e
duecento trentadue lire, rogandone il notaro Gaspare Curioni
di Milano (11 ottobre 1693).
Morto l'ultimo Gallio Trivulzio (1767), il feudo di Casale
ricadde nelle fauci del Cerbero legale, febbricitante per fame
perenne; e se non fosse intervenuta la prammatica di Giuseppe II,
che spazzò via ogni residuo di feudalità, gli abitanti di Casale
avrebbero forse dovuto, per un altro decennio almeno, rinno-
vare r omaggio medioevale, cui per fortuna comune i republicani
di Francia, precipitati in Lombardia (1796), non udiron più
nè pur ricordare.
Possessori di territori di dubbia frontiera, circuiti da emuli
turbolenti, pure seppero i Landi, e con accorte nozze e con
sagacia e valor personale, consolidare la propria potenza ch'era
vastissima.
Da Ubertino, il prominente ghibellino di Piacenza, discese
pel figliuolo di lui Galvano, marito di Elena Malaspina dei
NELLA CRONACA E NELLA STORIA
6l
marchesi di Mulazzo, Barnabò, che dei duchi di Milano ottenne
col mero e misto imperio anche r« assoluta potestà di far sangue»
in parecchie castella, tra cui Guardamiglio , le Contesse e le
Caselle. Da lui, Manfredo, ben voluto da Giovanni re di Boemia,
e padre di Galvano e di Manfredo, capitano visconteo ed a sua
volta padre di un altro Manfredo, postumo.
Questi fu cavaliero celebrato, ospite nel proprio palazzo dei
duchi di Milano e dei re di Francia. I figli di lui — avuti da
Margherita Anguissola, poi da Antonia Maria del Fiesco di
Lavagna — furono Corrado, Pompeo e Federico, militi ardimen-
tosi, i quali divisero i loro stati alla presenza di otto maggio-
renti piacentini (3 giugno 1491).
Guardamiglio, Canneta, la Bonissima e le Contesse toccarono
a Corrado con altri pregievoli possessi ; e da lui per Alessandro,
Giovanni Maria, Alessandro, Camillo, Ippolito Carlo cavaliere
di Malta ed Alessandro ecclesiastico, si continuò la progenie
landiana sopra i feudi cispadani.
Le Caselle, toccate a Pompeo, passarono al figlio di lui Man-
fredo, e da questi alla figliuola sua Giulia, la quale andò sposa
al cugino Agostino, figliuolo di Federico, e fu madre di Nicolò
e di Cristoforo. Fu al secondogenito di questi che si conservò
il dominio delle vecchie Caselle.
Claudio Laudi, il cui dominio si stendeva giù per la sinistra
del Po su Torre di Chiavenna, sulla Bonissima e sui dritti pi-
scatori padani e lambrani, con efferata violenza aggravata da
prodizione, aveva fatto assassinare in Parma il capitano dei
militi farnesiani Camillo Anguissola (i gennaio 1578). Non restò
impunito quel crimine; fu avviato dall'auditor penale parmense
il giudizio, e Claudio venne condannato nel capo e nella con-
fisca dei suoi beni e diritti.
Il che tornava assai opportuno al divisamento del duca Ot-
tavio Farnese; il quale, dopo chiamati in Piacenza ad educatori
della gioventù i padri gesuiti (1582), dotò il loro erigendo col-
legio convitto di alcuni beni e privilegi confiscati all'omicida
Laudi, e cioè di Torre di Chiavenna, di Bonissima e delle fa-
coltà di pesca, che ancora nel 1693 risultano, tra le Caselle e
62
CODOGNO E IL SUO TERRITORIO
le proprietà della mensa episcopale di Cremona, divise fra i
gesuiti, i Landi e gli Stanga.
Della Bonissima resta oggi, ad un chilometro soltanto da
Castelnuovo Bocca d'Adda, un umile simulacro : è un. povero
abituro con ristretto cpltivo, , là dove, or son più di due secoli^
il fondo omonimo, ^^popolato da parecchie masserie, compren-
deva oltre dieci mila pertiche di suolo fruttifero, in mezzo al
quale si era erettq un oratorio dedicato a santa Maria Madda-
lena de' Pazzi (1667).
Per la nota immane deviazione del Po in quell'ampio tratto
del suo percorso, Torre di Chiavenna e la maggior parte della
Bonissima emigrarono sulla destra del fiume.
Appartenevano tuttavia all' albo domestico della gente Scota
di Fombio le tradizioni del secondo Paride, compagno d'arme
di Gastone di Foix ed elogiato dal Guicciardini per la sua di-
fesa del ponte di Ravenna; di Galeazzo, prode capitano di
Francia nelle guerre fiamminghe; di Alberto, caduto a Fama-
gosta sotto la scimitarra musulmana; del terzo Paride, l'audace
sfidatore del marchese di Pescara, e di parecchi altri incliti
personaggi, che soltanto della guerra avevan vissuto.
Ma la prosapia sentiva le nuove energie dei tempi mutati,
e se l'altera fierezza dell'antico Adamo tuttora e non raramente
rifioriva, non più sui campi pugnaci, ma nelle peripezie delle
agricolture e delle industrie affini rinveniva forma e figura.
Così il nostro fido Goldaniga narra come, al finire del se-
colo XVII, gli uomini di Fombio, condotti dai loro signori,
spezzavano armata mano la grande paratoia del Brembiolo alle
Monticchie, per impedire che le copiose acque del fiumicello
irrigassero i territori di San Rocco, di Mezzana e vicinia. La
vertenza non era di fresca data; e, come tutte le questioni irri-
gatorie, anche quella tra gli Scoti , ed i contermini di Fombio
aveva deposto copioso sedimento di rancori. Se non che, alla
violenza compiuta colla levata del Brembiolo, i danneggiati non
istetter più alle mosse, e della grave avania loro inflitta ricorsero
al comune di Codogno.
Non frapposero indugio i civici magistrati fra il consiglio e
l'opera, ed un bel mattino di martedì fu proclamato il banda
NELLA CRONACA E NELLA STORIA
ai « pia<?^ntini » , con sonito di tube e col tocco della campana
di giustizia (6 ottobre 1682). Se, per altro — a detta del Gol-
daniga — si voleva essere ossequenti alle disposizioni della an-
tica investitura fombiese negli Scoti, era d'uopo convenire che
costoro avevano in parte diritto all'uso delle acque contese pel
mulino del luogo; e questa servitù apparente è pur rilevata
dalla mappa del Bolzoni (1588), la quale segna la strada che,
appena a levante del Brembiolo, lo seguiva parallela fino alla
Mirandola, in parte posta, sul Piacentino.
Si finì pacificamente ogni cosa fra i liticanti, per transazione
a rogito di, Paolo Ferrari; e siccome il diritto della comunità
di Codogno proveniva dalla proprietà del Bosco, donato ai po-
veri del luogo dal vescovo Castello, la comunità stessa conce-
dette l'uso delie acque di cui era proprietaria, mediante il
corrispettivo di alcune libre di cera lavorata, da consegnarsi
ogni anno nel dì del Corpus Doiniìii (7 marzo 1684)^.
. ' ■■
Per compiere la prospettiva dei feudatari dell' ultimo periodo,,
registriamo la famiglia curiale piacentina dei Nicelli, che si
asside in Guardamiglio , elevato per essa a contea.
I Nicelli provenivano dalla valle del Nure, di cui eran stati
nei secoli bui dell'età di mezzo formidabili e tremendi mag-
giorenti, ed or carnefici ed or vittime degli emuli Gamia. Inur-
batisi in Piacenza, di padre in figlio riserbati ai destini luminosi
che allora ottenevano le toghe, aumentarono di nome e di
potenza, s'appressarono alla corte, e con tanto zelo e discerni-
mento servirono alla ducea farnesiana, che i discendenti di
Paolo III vollero trovar mezzo di compensare adeguatamente la
lunga fedeltà di quegli intelligenti loro devoti. Disponeva la
camera ducale del feudo di Guardamiglio e del suo territorio,
e, per volontà di Ranuzio II, ne investiva Giovanni Nicelli
— di cui fu padre lo stimato giurisperito Marco Antonio — per
rogito di Ottavio Mallarufiìa (22 settembre 168 1).
II perito Alessio Cremonesi determinò il prezzo d'acquisto
in cento lire imperiali, stimando i duecento quarantun focolari
registrati nel luogo a dodici ducatoni ciascuno, e cioè la somma
di lire trentasei mila e cento cinquanta, compresi pure i fuochi
di Valloria. Computando altre somme pel compenso a diritti
64
CODOGNO E IL SUO TERRITORIO
accessori, non che il corrispettivo pel titolo comitale conferito
dal duca al Nicelli, questi si riconobbe debitore del publico
erario di lire centomila, delle quali sessantasei sborsò immedia-
tamente e le residue suddivise in una quota annua di lire seimila.
La contea comprendeva, come di ragione, l'usato imperio
mero e misto, la potestà di gladio e di ospizio in luogo.
A parole anche tabellionari era, pertanto, munificente nelle
concessioni il grasso Farnese; ma — delle cose conoscitore
esperto e sfruttatore immanchevole — egli tratteneva per sè
perfino i dubbiosi introiti dell' indomani. Per questo aveva voluto
serbare a sè molti dazi e l'esistenza di tasse speciali, sia ordi-
narie sia straordinarie, su quel di Guardamiglio ; prova incon-
cussa che in tutti i tempi e sotto tutte le bandiere l'unghia
del fisco è sempre quella della lupa dantesca.
Nel lungo e calmo succedersi di queste pagine storiche ab-
biamo distintamente delineato all'occhio ed alla mente dei leg-
gitori come fra noi il diro feudalismo d'altri secoli erasi venuto
mansuefacendo, all'evo della violenza surrogandosi la attività
laboriosa del campo, proficua e pei signori e pei subbietti.
La rivoluzione — il cui lampo splendeva sulle baionette dei
«figli della patria» — disperdeva qui, come altrove, anche le
rimembranze delle oppressioni feudali.
D'altronde i fati erano ineluttabili, e già cadevano a pezzo
a pezzo — come le torri smantellate ed i plinti coperti d'edera
dei vecchi edifici, costrutti con disegno affatto guerresco ed
oligarchico — gli istituti di un passato irredituro; chè, per an-
titesi fatale, a quella meta era già gagliardamente diretto il
cesarismo giuseppino, sommettente col pensiero di Kaunitz tutto
€ tutti alla sovranità di un solo, ma demolendo così senza mi-
sericordia qualsiasi intermedia tirannide.
NELLA CRONACA E NELLA STORIA
65
NOTE AL CAPO XXXIX.
* Archivio dell' ospitale Maggiore di Lodi.
^ Archivio parochiale di Codogno.
* Il Moraro Giovane era stato staccato dal comune di Maleo, fatto
autonomo con Baldoni, Gerola e Ronchi, dal cardinal Trivulzio, e com-
pensato con seimila lire (3 dicembre 1637). Il conte Luigi Galli rivendeva
al marchese Gian Giacomo Trivulzio il latifondo di Moraro (28 aprile 1809).
* Dai Giulini della Porta le proprietà di Corte Sant' Andrea passarono
per acquisto ai Negroni di Lodi (ottobre 187 1).
^ Archivio parochiale di Codogno.
Codogno e il suo territorio^ ecc. — //.
33
CAPO XL.
La controriforma religiosa — I costumi del clero — La parochia di Codogno
— Le sue dignità — Fiere contese ecclesiastiche.
FUGGE all'obbligo nostro l'esame filosofico di quel-
l'evento ch'ebbe nome di riforma religiosa. L'opera
di Martin Lutero andrebbe considerata con criteri
ben più alti e più profondi di quelli che ne con-
cede l'ambito circoscritto delle nostre investigazioni.
Ciò nulla meno, ci è forza toccarne, da che fra noi primissima
delle conseguenze di quella rivoluzione religiosa fu la reazione da
alcuni chiamata cattolica ma che, ci sembra, più esattamente do-
vrebbesi dire papista; gagliardo coefficiente a rinnovare l'aspetto
della società, mentre e re e imperatori, con insospettato vigore,
già preparavano i formidabili colpi al feudalismo, convinti po-
tersi costituire più omogenea e salda la potenza politica dello
stato, sui ruderi dispersi delle rocche e dei castelli.
Nello immenso e gioioso clamore dell'arti e delle lettere su-
peresaltate in Italia da quel ciclo di grandi pontefici dei quali
fu il decimo Leone, non giungeva in tutta la sua triste disar-
monia il grido degli insorti spiriti alemanni ; o, se per avventura
CODOGNO E IL SUO TERRITORIO
67
si udivano di tanto in tanto gli echi del tuono minaccioso, più
che le preoccupazioni di religione eran le politiche quelle che
ne chiamavano a raccolta le imponenti ostilità.
Clemente VII, come il biblico Eli, facevasi reggere dai car-
dinali le supplici braccia elevate al cielo, perchè sterminasse
r agostiniano frate ribelle ; ma colui che efficacemente muo-
veva alla distruzione dei principi giurati nel patto di fede, era
Carlo V. Dal congresso di Bologna in poi il cupo imperatore
rivolgeva meditabondo tra sè le memorie trionfali di Carlo Magno;
e, pur sapendosi così differente e così minore del chiomato sire
d' Aquisgrana, sentiva più che non intendesse come anche nei
suoi dì il fato stringeva la chiesa e l' impero nel medesimo
amplesso. Al capo dei cattolici s'imponeva schiacciare l'aspide
dell'eresia, suscitatrice d'un terribile incendio fra l'Elba e il
Danubio, e far sì che le « porte dell'inferno » non prevalessero
sulla catedra di Pietro; al reggitore dello impero, «giunta la spada
col pastorale » , si imponeva il pronto domare di popoli e di
principi che, precinti dall'egida della confessione di Augusta,
accampavano in nome della indipendenza e della libertà contro
la sovranità indiscutibile del sacro romano impero.
La molle resistenza dei pontefici vissuti nel principio del se-
colo d'oro doveva necessariamente scomparire; ed allor che,
dopo Clemente VII, cinse il triregno il romano Alessandro
Farnese, Paolo III (1534-1549), il suo sfrenato nepotismo non
fece tacere in lui i timori per lo sviluppo crescente dell'eresia.
Egli salutò come duplice fortuna la convocazione del concilio
tridentino (1537), la cui opera fu specialmente diretta al rifaci-
mento disciplinare della chiesa, e la istituzióne della compagnia
di Gesù, prodotto consentaneo all'età (1540), come a raffaccio
degli altri ordini monastici, scaduti per propria colpa nell'esti-
mazione delle genti.
Giulio III (1550)» Paolo IV (1555), Pio IV (1559) segnarono
bensì una larga orma sulla strada della reazione clerocra-
tica, in faccia ai roghi fiamminghi ed agli auto da fè\ Pio V
(1566), papa politico e poi santificato, adornò bensì le sacre
chiavi del lauro vittorioso a Lepanto, dove i principi cristiani
fiaccavano gli stendardi di Maometto, minaccianti di dilagare
68
CODOGNO E IL SUO TERRITORIO
per Europa tutta; Sisto V (1585) fu pure un autòcrate fiero,
quantunque a volte ammorbidito dalle carezze dell'arte. Ma
toccava a Clemente Vili, Ippolito Aldobrandini di Siena (1592-
1605), la ripresa del combattimento senza tregua e senza pietà
contro la riforma, opponendo ad essa quella della regola ec~
clesiastica.
Egli ruppe le more; e, pur moltiplicando i suoi colpi contra
il lontano protestantismo — di cui in Italia focolare assiduo ma
poco efficace era Ferrara, che egli per la morte del duca
Alfonso II (1597) ridusse in potere della sede apostolica — si
guardò da presso, riassunse coli' occhio atterrito e col cuore
sanguinante la spaventosa visione della corruttela inquinante il
grande esercito del suo clero; e, senza esitazioni come senza
rimpianti, si accinse a bruciare coi più eroici cauteri spirituali
e temporali il fetido cancro che saliva per le membra al corpo-
ecclesiastico.
La iniziativa papale non poteva rinvenire materia più propi—
ziantemente subbietta che la terra di Lombardia, pel gagliardo
sviluppo della sementa reattiva, indotta nei pingui solchi milanesi
da Roma. Vero è che da prima Giovanni Angelo Arcimboldi
(1550-1555), divinando tempi migliori, aveva, colla fondazione
delle scuole che da lui presero il nome, data prova che la chiesa.
d'Ambrogio considerava il publico insegnamento come uno dei
suoi precipui mandati; ma, subito dopo, da questo sentiero che
conduce ad una nuova e miglior forma civile per l'avvenire,
ritraggono il piede Carlo e Federico Borromei, quasi esclusiva-
mente asceti, e pei quali la chiesa ambrosiana finisce per essere
battuta in breccia dalla assorbitrice romana.
Non è però a credersi che l' arcidiocesi milanese sia disci-
plinata più del vicariato pontificio del Tevere. Infatti, gli arci-
vescovi debbono combattere corpo a corpo contro la corruzione
dei propri subbietti spirituali, e l' Arcimboldi — sebbene figlio
naturale ed a sua volta padre di illegittimi — si rende famoso
publicando le costituzioni riformatrici del clero: gli vieta mu-
stacchi, spada, pluralità di messe quotidiane, ballo, concubi-
naggio tanto con laiche quanto con religiose; obbliga i chierici
a dimorare a determinate distanze dai ricettacoli delle suore^
NELLA CRONACA E NELLA STORIA
69
Ed i due Borromei procedono oltre nella reprimenda; e, quando
Carlo s'avvede che non basta la sua istituzione degli oblati per
sanare la lebbra insinuatasi fra i ministri del santuario, allora
fa pesare la mano ferrea con punizioni soventi esagerate: pri-
gioni, catene, publica amenda, fame di penitenza e, sopra tutto,
taglie e balzelli personali.
Da quel dì può dirsi che si ha uno spaventoso codice penale
-ecclesiastico, così che uno storico milanese è indotto a scrivere
che, se al tempo degli Sforza i conventi potevan considerarsi
geniali e perfin libertini convegni, questi diventaron vere geenne
di vivi allor che la intolleranza di Spagna pervenne a creare
qui pure i fasti cruenti del santo ufizio. Perocché è bene ricor-
dare che il tetro governo madrileno — cogli esercizi pii ordinati
in remissione dell'ira celeste addensata sulla penisola iberica dagli
arabi ancor dispersi nei reami uniti, dagli ebrei e dagli eretici
nuovi resistenti alle esortazioni ed agli spaventi dell'inferno —
chiedeva al re e roghi e tormenti; e Filippo II, circondato dai più
reputati canonisti, dai più celebrati teologi, colla fronte mar-
morea, colle labra smorte, e colla voce sepolcrale intimava si
■estirpasse la eterodossia, a costo di sconvolgere l' universo.
Ma le funebri arche dell' Escurial già eran calate, costringendo
in breve urna la formidabile figura del re spigolistro ; e, come
nel resto, così egli non era riescito nè meno nel divisamento
di sceverare coli' ausilio del suo potere terreno il lollio copioso
dal poco grano onde allietavansi i solchi destinati ai ministri
del Signore. A non parlare della autorità ecclesiastica, gelosis-
sima de' suoi privilegi — tra i quali funesto quello dell'immu-
nità e dei dritti d'asilo, coi relativi canoni di diritto sottraenti
al foro criminale i delinquenti — basti per noi uno sguardo
solo, e non oltrepassante le terre prossimiori.
Al capo XXXV narrammo le flagiziose prodezze di alcuni
monastici, quali il Landriani di S. Stefano al Corno (1643),
il Laudi ed il Repazzoli dell' Ospitaletto (1679); e già, ricor-
dando il bandito Carlo Lampugnano e tutte le cruente infamie
sue, accennammo all'eremo agostiniano di S. Zeno, presso Ca-
sale, d'onde egli, come da sicuro baluardo, compiva le sue
nefandità. A complice di esse aveva frate Nicola Predabisso,
70
CODOGNO E IL SUO TERRITORIO
sozio in tutto condegno del cavaliero dissoluto ed assassino, e
denunciato coraggiosamente alla curia vescovile da Antonio Pila,
povero popolano, che pur non poteva frenare la propria indi-
gnazione al cospetto di così tanta nequizia (luglio 1608).
Defendente Lodi, vicario capitolare della nostra diocesi — e
pertanto testimone probativo fuor d'ogni suspicione — in omaggio
alla grida di non tener armi nei monasteri dello stato di Mi-
lano (30 aprile 1624), dà licenza al cavaliere e compagni del
potestà laudense perchè « andando essi di notte per la città, e
ritrovando qualche chierico, o prej:e o frate, con arme travestiti,
ovvero in luoghi publici o proibiti et betole o hosterie o com-
pagnia disonesta » se ne impadroniscano e li conducano alle
prigioni (11 luglio 1625).
Meno di dieci anni dopo il vescovo Clemente Gera sente la
necessità di richiamare le monache all' osservanza della clausura,,
da esse gravemente offesa, tanto che accolgono nei chiostri
gente mascherata (22 febbraio 1634), e di vietare al clero dio-
cesano secolare di tenere in casa armi proibite (8 ottobre 1634).
* . .
Lungo tutto il secolo XVII e il successivo si seguono frequenti
e si rassomigliano i moniti vescovili, le ordinanze civili e perfino
gli editti sovrani per tornare e preti e frati e monache alla
morigeratezza antica; ma se i superiori rimbrottano e minac-
ciano, gl'inferiori seguitano ad adoperare di continuo nel loro
ambio pericoloso. Ora sono preti della diocesi i quali, massa-
crando più che celebrando la messa ed in vesti semiprofane ,^
provocano una fiera filippica del provicario Alessandro Codecasa
(27 settembre 1664); ora sono preti pervicaci, disobbedienti
agli editti del vicario Francesco Fagioli, il quale li minaccia
di severissime pene se non si risolvono a star lontani dalle
spose di Cristo (15 ottobre 1672); e, siccome la parola del
prelato lodigiano pare sia caduta nella polvere, così s'avanza
in persona re Carlo II, che invita l'ordinario ad impedire con
ogni mezzo il prolungarsi di tanto e tanto scandalose conver-
sazioni (13 gennaio 1682).
Ed ecco un sacerdote — lo storico Anselmo Robba ^ — rac-
contare come alcuni soldati di Spagna, in maschera, fecero
nella chiesa del convento lodigiano di S. Marta publico festino^
NELLA CRONACA E NELLA STORIA
71
danzandovi la mattacinata, finita la quale 1' un d' essi, salito sulla
predella dell'altare, tali baldorie e sconcie protervie vi com-
mise, e in presenza delle suore, che subito dopo il chiostro venne
soppresso (1685).
E la cancrena si va sempre più allargando ed approfon-
dendo; il perchè, ad inasprimento di castigo, i vescovi, oltre
la scomunica ed altre pene corporali, minacciano la multa in
venti scudi d'oro a tutti quegli ecclesiastici i quali convivano
con donne giovani, non raggiungenti l'età sinodale dei qua-
rant'anni, e le quali non siano consanguinee dei reverendi
coabitatori (1685).
I vescovi Bartolomeo Menatti, Ortensio Visconte e Carlo Am-
brogio Mezzabarba sono rigorosi contro gli abusi libertini con-
ventuali e le vanità mondane delle religiose; delle quali le
orsoline danzano in publico in una loro villa propinqua a Lodi,
la Boccalera; e contro di esse si spunta la scomunica episco-
pale, chè il senato di Milano le difende e le assolve.
Benedicendo alla fortuna di una cinta crollata, i carmelitani,
ritenuta infranta la clausura, fanno larghissimi inviti di cavalieri
e di dame al loro convento di S. Marco in Lodi; ma, subito
dopo, invitati ed invitanti debbon farsi prosciogliere dalla cen-
sura incorsa.
Indarno monaci, sacerdoti e vescovo traggono nel collegio di
S. Pietro, a porta Stoppa, per cacciarne coi rituali scongiuri
gli spiriti maligni; bisogna affidare l'incarico all'arciprete di
Camairago che passa come invincibile negli esorcismi. Se non
che il sopranaturale sparisce quando si sa che le astute educande
ed alcuni galanti uficiali modenesi di presidio a Lodi — come
nell'operetta moderna — coli' artificio delle apparizioni tenevano
lontane le madri maestre (1756).
Ma perchè dovremmo qui ritessere tutte le fila delle tresche
claustrali e dei « teneri impegni » rammemorati dal Baretti,
che pur volle smentire certi scappucci conventuali?^ Passino essi
velati alle calme lontananze della storia, e limitiamoci a ricor-
dare le forzate vestizioni monastiche, a beneficio delle primo-
genite, e gli esiziali pregiudizi infiltrati nei cuori giovanetti
contro ogni nobile e fiero ideale di educazione muliebre, e per
cui sermoneggiò aspramente Pietro Verri ^.
72
CODOGNO E IL SUO TERRITORIO
Gli umori letali, trascorrenti qua e là per la milizia ecclesia- /
stica — umana ed imperfetta quanto ogni altra — non potevano,
però, arrestare la sua ascensione ad altissimi fasti.
Il culto cattolico moltiplicava i templi; nei vecchi chiostri
corporazioni monacali moderne sostituivano le prische; infine,
non ci fu più opera d' ausilio, di soccorso, di mutualità, la quale
non si fortificasse di una confratria e non facesse sua residenza
una chiesa o un oratorio. Era finito il tempo in cui la casa del
popolo non aveva altra sicurezza fuor che l'appoggio al nobile
maniero : nel senso comune delle genti s' era venuta a grado a
grado affermando una democrazia pietista, e l'uomo della terra
appellava direttamente a Dio. E, siccome la fantasia voleva essere
scossa, e il secolo offriva un'arte dalle proporzioni polifemiche
— nelle quali l' imponenza doveva sostituire la bellezza — ecco
le nuove chiese decorarsi da chi, conquistato dalle perigliose me-
raviglie michelangiolesche, voleva ad ogni costo « dar grandezza »
allo stile; e in quel moto di riflesso, non d'ispirazione, si elevano
le pesantissime facciate dalle linee ondeggianti e tortuose, con
risalti d'angeli e cartocci, dalle nicchie profonde, dai santi
teatralmente impaludamentati erti sui balaustri ; e gli interni
spesseggianti di gigantesche colonne attorcigliate, e di idropici
arcangeli soffianti nelle tube e coli' ali, le coscie e le tibie pen-
zolanti, in dissimetria dai ponderosi cornicioni, e di profeti dal
gesto violento con braccia taurine e barbe inanellate e grandiose.
Di questa mala voga artistica qui — come quasi dovunque —
si ebbero prove esiziali. E, poiché la vastità e la maestosità
soltanto avrebbero potuto o togliere o minorare gli inconve-
nienti di codesta architettura dalle penne di bronzo, noi — nella
decorosa modestia delle forze nostrane, ed in maggioranza classe
agricola — non potemmo elevare verso gli astri chiese monu-
mentali ; ma dovemmo necessariamente subire il fato comune.
Le chiese nostre non si dilungano dallo stile involuto, inge-
gnoso, e pur qualche volta estetico del seicento; ma in esse
l'errore del concetto architettonico dell'epoca spicca maggior-
mente perchè mancava qui la potenzialità dei mezzi, indispen-
sabile a giustificare quelle bizzarrie di esanime fecondità e di
intemperante vigoria.
NELLA CRONACA E NELLA STORIA
73
Tratti a parlare avanti tutto delle dignità per le quali la
chiesa di Codogno venne di mano in mano assumendo maggiore
importanza nella età nova, questa non comune caratteristica
conviene affermare : che l' indole di collegiata essa trasse diret-
tamente dalle tavole di fondazione, per virtù di pii benefici
instaurantila ex novo. Nessun rapporto, quindi, corre tra la
collegiata codognese ed una qualsiasi frateria d'altri dì; e la
parochiale entra efficacemente in cura d'anime, ed il suo isti-
tuto è prova abbondevole che fino da allora ed al governo del
feudo ed 'a quello del comune tornava gradita soltanto una
chiesa fondata su istituti ed opere civili.
Dell'influenza diretta che a sè riconosceva spettante il comune
sulla chiesa principale, è altresì prova la convenzione tra il ret-
tore Berinzago e la comunità (9 marzo 1607); al che seguì la
•deliberazione civica per la costruzione della casa parochiale (14
ottobre), a levante della chiesa, dove un antico cimitero racco-
glieva .le salme dei borghigiani. I curati abitavano di fronte al
castello, nelle case ancor oggi di proprietà comunale e dette
dei curati, le quali formano l'angolo di piazza Mercato e del
vicolo serpeggiante dietro il campanile. Nel castello, invece,
anticamente dimoravano i rettori, i quali — giusta deduzioni di
chi osservò le demolizioni del vecchio edificio — accedevano alla
chiesa a mezzo di un passaggio sotterraneo ; primordiale co-
stume del clero, costume che in parecchi luoghi permane, come
a Milano, a Parma, a Firenze, a Pisa, e che in altri risorge,
come a Piacenza ed a Napoli, dove le catedrali debbono disgiun-
gersi dall'adiacente episcopio.
L' impresa della nuova fabbrica della casa parochiale toccò al
migliore offerente, ingegnere Marco Antonio Barattieri, padre
di Giovanni Battista, e che fu anche per qualche tempo teso-
riere del comune (161 1).
Le fortune della parochiale furono pure in massima parte
conseguenza della protezione e dell'affetto che v'ebbero conti-
nuamente i signori del luogo, dei quali si può dire che quasi
tutte le generazioni furono distinte con porpore o mozzette.
74
CODOGNO E IL SUO TERRITORIO
Indi aderenze con Roma, ed amicizie di potenti, e vantaggi
materiali, per questo mezzo assicurati alla matrice del feudo.
Urbano Vili — come cardinale Maffeo Barberini già ospite gra-
dito dei Trivulzì in Codogno (ottobre 163 1) — elevava la chiesa
nostra da rettoria a prepositura collegiale (6 marzo 1633), con
viva soddisfazione della comune; la quale aveva già conferito
cento ducatoni nelle spese per la spedizione delle bolle oppor-
tune (7 gennaio 1628). Spettarono, così, al proposto la cappa
magna e il rocchetto, ed i canonici — che già erano stati isti-
tuiti ed investiti solennemente in numero di otto, presente il
vescovo Seghizzi, il principe Trivulzio ed. altri patroni (6 ot-
tobre 1624) — poterono decorarsi della peregrina pavonazza e
dell' almuzia, formando capitolo*.
Il pontefice non vuole affidato all' ordinario laudense l'incarico
di esecuzione del breve onorifico; imperocché monsignor Gera,
vescovo di Lodi, considera come un attentato alle proprie fa-
coltà la costituzione in Codogno di una chiesa, diremmo quasi,
semiepiscopale; e ciò ha pure patentemente dimostrato col—
l' indugio frapposto dal suo vicario diocesano di obbedire ai
comandi del santo padre, allegando tra gli altri pretesti anche
quello che nè meno il proposto di S. Lorenzo in Lodi ha facoltà
di fregiarsi di quelle onorevoli insegne; e il vescovo non tace;
e pervicacemente insiste nelle opposizioni. Ma la potenza papale
non serra porte
A giusta voglia
e delega l'ordinario piacentino, Alessandro Scappi, all'esecu-
zione del breve (20 settembre 1634); ed i Trivulzì donano ter-
reni presso Monte Cucco, per dotare nuovi canonicati nella
novella collegiata (23 settembre); e monsignor Scappi si con-
duce solennemente a Codogno, dove impone la cappa ad Andrea
Cornali, rettore, non che le almuzie e le berrette ai canonici
e prebendari (2 giugno 1635).
Pochi anni dopo Innocenzo X, cedendo alle preghiere vivis-
sime del cardinale Trivulzio, rilascia un breve complementare
dei privilegi già concessi alla parochiale, dando facoltà al suo
titolare di pontificare per alcune solennità nella matrice, con
NELLA CRONACA E NELLA STORIA
75
mitra, pastorale e faldistorio (8 febbraio 1645); ed il suo imme-
diato successore, Alessandro VII, ratifica ed amplia le concessioni.
E di questo tempo il munificentissimo dono che i Trivulzì
fecero alla collegiata, e che tuttodì ne è forse ancora l'arredo
più prezioso: l' ostensorio di corallo, pervenuto ai signori codo-
gnesi dalla regina d'Inghilterra al governatore di Milano, car-
dinale Gian Giacomo Teodoro, per mezzo di re Filippo IV (1644).
A questo dono s' aggiunsero quelli sacri del corpo di sant' Er-
colano, il martire soldato, avuto da papa Innocenzo; e le reliquie
di san Dionisio martire (2 ottobre 1644), pervenute da Parigi,
ed aggiuntesi al pollice di san Biagio che Filippo Trivulzio
aveva inviato da Ragusi, di cui egli portava l' infula arcivesco-
vile (1505), e dove era sepolto il martire di Sebaste.
Ma di codesti cimeli venerati non è chi non sappia non do-
versi attendere da noi lunga discorsa; tocca piuttosto a noi,
rifrustanti nelle tenebrie del passato, accennare al brusco e non
ancora spiegato ostacolo nel quale si urta seguendo il progresso
della collegiata.
Nel 1671, secondo alcuni, o l'anno successivo secondo altri,
si ha notizia da tutti i cronisti nostri che la dignità colle-
giale, così solennemente acquisita alla parochia, fu d' improvviso
sospesa, riversandosi sopra di essa interdetto e censura, e tra-
sferendosi da S. Biagio a S. Tomaso il fonte del battesimo.
Al silenzio unanime degli annalisti ci è giuocoforza accom-
pagnare il nostro su questa sospensione di dignità non solo
collegiale ma anche parochiale. Le induzioni possibili sono pa-
recchie, non esclusa quella che, venuto meno il cardinal Teodoro,^
strenuo campione dei locali privilegi ecclesiastici, ed insistendo
nelle ostilità il vescovo di Lodi, questi per un momento con-
seguisse il sospirato intento.
Ma quella diminuzione risulta tosto irrita. Il proposto Ga-
spare Domenicani — nato a Codogno, uomo pieno di saggezza
e - di dottrina, e che aveva già funto il ministero di vicario
generale di Cosenza — si addolorò tanto della subita iattura
^ che, dimesso l'uficio, poco dopo si spense per crepacuore (1673).
Lo sostituì il nepote Giacinto, uomo pio e benefico, il quale
recuperò le dignità mal tolte da papa Clemente XI, ed elevò
76
CODOGNO E IL SUO TERRITORIO
la parochiale a così alto grado, che nel sesto sinodo lodìgiano
(1689) potè presentare a quell'anagrafe sacra, sopra seimila e
seicento parochiani, il cospicuo numero di quattordici canonici
e quattro cappellani residenti in Codogno, più altre cappellanie
addette agli altari della chiesa mitrata, cinquantotto sacerdoti.
Gaspare Domenicani '\ Giacinto Domenicani.
quindici confessori, dodici chierici, e varie confraternite cano-
nicamente erette.
Morto il paroco Giacinto Domenicani (30 aprile 1694), lo
sostituì Bartolomeo Rota, ingegnoso cultore delle muse; e, lui
pure mancato ai vivi (i giugno 1728), Benedetto XIII gli fece
succedere Bernardino Campi, milanese.
Era il Campi amico del presule lodigiano Carlo Ambrogio
Mezzabarba — già abate commendatario di S. Stefano al Corno,
come successore del cardinale Ferdinando d'Adda — perocché
ancor prima della croce pettorale monsignor Mezzabarba aveva
avuto quella di missionario, e nelle remote parti della Cina e
del Giappone era stato validamente fiancheggiato nelle conquiste
della fede dal Campi.
Si credette che i rapporti di colleganza determinatisi nelle
tribù mongoliche fra i due prelati, per la nomina dell'uno ad
ordinario lodigiano e dell'altro a paroco di Codogno avrebbero
dovuto accrescere, ed ognuno propiziava ad un mare men cru-
dele per le vicende gerarchiche della nostra parochiale. Malau-
guratamente così non fu : chè per un lungo settennio fra il
NELLA CRONACA E NELLA STORIA
77
Mezzabarba e il Campi cosi vive si accesero ed acerrime per-
durarono le divergenze sulla interpretazione dei brevi pontifici
costituenti i privilegi e le dignità del borgo, che, ad escire da
una penosissima condizione, don Bernardino dimise l'uficio pro-
prio, ed il vescovo obliterò le cerimonie pontificali in S. Biagio.
Però anche allora Roma tributò omaggio al suo provvedimento
consueto « amoveatur ut promoveatur ! » ; e Clemente elesse il
Il non pacifico retaggio fu raccolto da Giuseppe Antonio
Besozzi, del nobile e pio lignaggio milanese. Profondo in diritto
canonico e dottore in ambo le leggi, cavaliere dello sperone
d' oro, egli non volle tollerare la ingiusta afflizione della propria
chiesa; e, condottosi in Roma ad pedes, così seppe sull'animo
di Benedetto XIV, uomo d'alti sensi, che questi fece ragione
alle dimande dell'umile proposto, e colla bolla « Eterni pa-
storis » , riassuntiva delle altre dei suoi antecessori Urbano Vili,
Innocenzo X ed Alessandro VII, ripristinò la parochiale di Co-
dogno coir addettavi collegiata in tutti i privilegi e le dignità
(5 dicembre 1746)^, che gli ordinari di Lodi cosi fieramente
avevano avversati da renderli nulli
Per altro, ostinandosi nella vecchia impresa di voler falcidiati
gli alti papaveri della chiesa di Codogno, fu durante la cura
del proposto Giuseppe Antonio Forni da Miradolo — già paroco
di Comazzo (presso Panilo), poi arciprete di Maleo, e successo
Bernardino Campi.
Giuseppe Besozzi.
78
CODOGNO E IL SUO TERRITORIO
al Besozzi (6 settembre 1769) — che dal vescovo di Lodi, il
barnabita Salvatore Andreani, si soppresse nella persona del
nostro paroco il duplice vicariato foraneo di San Fiorano e di
Corno Giovane, da oltre un secolo a lui affidato.
Morto il Forni (24 aprile 1794) ed anche il suo successore
Pietro Francesco de Micheli — eh' ebbe tragica fine nei tempe-
stosi giorni in cui rumoreggiavano violenti e temuti nelle nostre
contrade i laceri soldati della republica — la parochiale di Co-
dogno doveva subire altre traversie, per conseguenze molto
analoghe a quelle subite essendo proposto il Campi.
Fransi tenuti neh' episcopio gli esami di concorso alla catedra
parochiale di Codogno, e il vescovo conte Giovanni Antonio della
Beretta, uniformandosi — come sostengono i suoi laudatori —
alla sezione XIV De reformis , capo XVIII del concilio triden-
tino, che gli imponeva di scegliere fra i candidati il più degno,
elesse don Felice Zambellini, proposto di Castelnuovo Bocca
d'Adda. A Codogno — dove si sentivano tutt' altro che all' unis-
sono col pastore della diocesi le preferenze del gregge — i de- -
putati della comune avevano quasi costretto don Pietro Mola
— già arciprete di Borghetto, colto e zelante professore di let-
tere e di eloquenza — a concorrere; e, naturalmente, salutarono
con entusiasmo la legge di quell'anno stesso (13 vendemmiale,
4 ottobre 1797), per la quale era stata trasferita direttamente
nel popolo la facoltà elettrice dei paroci e dei coadiutori. Così,
€ non certo per la prima volta, trovaronsi ostilmente di fronte
r autorità civile e la ecclesiastica.
Giuseppe Forni.
Pietro Mola.
NELLA CRONACA E NELLA STORIA
79
Intanto Pietro Mola, reputandosi paroco de jure , entrava in
carica senza regolare investitura canonica, pur chiedendone sa-
natoria all'annuente metropolita milanese, Filippo Maria Visconte,
che per bolla gli concedeva l'investitura, mentre il direttorio
esecutivo di Milano negava il placet allo Zambellini (3 germile,
23 marzo 1798), annunziando nello stesso tempo al vescovo
essere nulla la nomina da lui fatta.
Monsignor della Beretta non recedette dal suo proposito, ed
in così aperta opposizione accampò contro il direttorio, che
questi sospendevalo persino dalle funzioni del culto, e l'ammi-
nistrazione centrale di Lombardia assumeva l'azienda di tutti
i beni della diocesi (30 termidoro, 17 agosto 1798). L'ordine
dei republicani milanesi giungeva due giorni dopo all'antistite
quando egli s' era condotto a villeggiare nella sua tenuta di
Bulciago, sì che egli tosto delegò il paroco di Lodi Vecchio,
un Bignami, all'uficio di provicario, e per nove mesi stette
assente dalla diocesi.
A confortare l'animo amareggiato del vescovo, la santa sede
dichiarò illegittima e nulla la nomina del Mola. Teologi, cano-
nisti e curiali discussero, presentarono memorie e libelli a prò
del Mola e dello Zambellini, del quale fu caldo sostenitore don
Giuseppe Peroni, che mandò alle stampe una voluminosa pole-
mica, mentre altrettanta copia di argomentazioni stampate esciva
dalla fucina apologetica del Mola; e così si trascinò l'ardente
questione fino a che Pio VII l'avocava a sè (20 ottobre 1804),
dirimendola colla traslazione del Mola dalla parochialità di Co-
dogno alla abaziale di Casalmaggiore (31 gennaio 1806), e poi
alla episcopale di Bergamo ; e per questa guisa la curia vesco-
vile fu compiaciuta di una pretesa vittoria del diritto, mentre
l'uomo da essa avversato saliva a maggiori fastigi.
8o
CODOGNO E IL SUO TERRITORIO
NOTE AL CAPO XL.
^ Anselmo Robba - Le cose del militare in Lodi. — Giovanni Agnelli -
Archivio storico lombardo.
^ Giuseppe Baretti - Gli italiani.
^ Pietro Verri - // collegio delle marionette.
* Il capitolo venne poi aumentato a sedici canonici, titolati : S. Agostino
(teologo capitolare) e S. Giovanni evangelista, di patronato Trivulzio;
S. Francesco d'Assisi, S. Vincenzo Ferreri, S. Giovanni Battista, Annun-
ciazione, S. Carlo Borromeo e S. Antonio, tutti di patronato Martinenghi ;
S. Andrea apostolo, degli Ugoni; S. Giacomo apostolo, dei Folli; S. Ga-
briele, dei Gimmi; di S. Bernardo, d'un Negri; S. Girolamo, degli Asti
Magno; SS. Giulio e Giuseppe, dei Belloni; la Visitazione, dei Mariani,
e S. Bonaventura, di un Livraghi.
^ I ritratti dei proposti codognesi sono tolti dai quadri collocati nella
così detta galleria della casa parochiale.
" Benedetto XIV si pronunziò sopra istanza del promotore fiscale della
curia di Lodi, necessario opponente alle nostre dignità parochiali. Ed
il pontefice motivò il proprio responso « per la devozione dei plebani
e pel decoro della terra, volendo fare una grazia speciale ». Prosciolse
dalla scomunica quelli che in buona fede avevano contrariato i privilegi,
e una volta per sempre confermò le concessioni di Alessandro VII, cioè
di mitra, croce, anello, bastone pastorale, sandali e chiroteche, tutti gli
altri indumenti ed ornamenti pontificali ed abaziali; possa il proposto mi-
trarsi ad instar abatis, e quante volte pontificherà possa impartire la be-
nedizione col triplice segno di croce, dopo messa o vespero, fuor che non
vi sia presente vescovo alcuno o nunzio pontificio, a meno che non ne
abbia espressa concessione; usi candelabro nelle messe solenni e private,
e sopra le croci patene, calici, vasi, custodie dell'eucaristia, sacre reliquie,
purificatori corporali; esclusa la cresima, usi, benedica e consacri sempre
sacerdotalmente; coli' assenso dell'ordinario diocesano benedica i cresi-
mandi; possa porre nel proprio stemma il cappello vescovile.
Non solo ai privilegi decorativi si fermò il Besozzi; chè anzi volle ri-
vendicarne alcuni sostanziali, come quello della esenzione fatta al clero
codognese da Carlo V, per ogni dazio sul vino e sull'olio, così per uso
del culto che pel domestico. Per istanza del Besozzi la camera ducale di
NELLA CRONACA E NELLA STORIA
8i
Milano dichiarò si esentuassero ogni anno da dazio ottocento quarantasei
libbre e dodici onde d' olio, e seicento ventiquattro brente di vino, serventi
ai cento ventisei ecclesiastici della nostra parodila ; ed accordò pure libertà
di piazza d' acquisto per detti generi, che prima dovevansi rilevare da una
impresa speculatrice.
' Il frate Goldaniga narra — da cronista obbiettivo e pur sempre osse-
quente alle autorità da cui dipende — che, morto il Besozzi (5 giugno 1768),
il vescovo Andreani si condusse a Codogno, alloggiando per qualche giorno
nel palazzo già dei signori Folli ; e durante le onoranze funebri al proposto
si allontanava da Codogno di giorno, tornandovi a pernottare, sotto pre-
testo di visitare gli oratori villerecci « per così nè acconsentire, nè ripro-
vare le tante solennità usate col defonto, onorato in morte qual Vescovo ».
E qui si affaccia per la prima volta l'accenno, per noi doveroso, ad un
modesto bottegaio di Codogno, morto or sono pochi lustri, il quale ci
lasciò una sinossi manoscritta, nella quale, se vi è quella amabile e schietta
semplicità che piace in chi parla tutto quello che ha nel cuore, è però da
notarsi uno spirito ardito di critica parziale che non è il più certo argo-
mento del vero.
Comunque — pure esonerandoci dal dire il nome di quel contemporaneo,
per ragioni faciH a comprendersi — noi ci riferiremo di frequente alle an-
notazioni sue, come quelle che alcun poco ravvivano il lume del nostro
secolo, cominciato nell'universo rivolgimento sociale ed apportatore del
fulgido momento delle libertà politiche ai popoli d'Europa. In codesta
sinossi è narrato il seguente aneddoto, che l' autore può aver raccolto dalle
labra dei vissuti novant' anni fa :
Il vescovo della Beretta, saputo che un paroco di Codogno stava mo-
rendo, volle di celato recarsi qui per eseguire lo strano ed audace disegno
di pontificare solennemente in chiesa, mentre il paroco trapassava; inten-
dendo per questa guisa di mostrare che solo a sè spettava il diritto al
pontificale, di cui i successivi paroci non avrebbero più fruito. Ma — con-
tinua il faceto narratore — ebbe il morente sentor della cosa, e diè ordine
ai famigliari che quand'ei fosse cadavere lo vestissero delle insegne spet-
tantigli, e lo esponessero nella sala mortuaria al publico cospetto. Come
egli disse fu fatto, ed il vescovo, che in casa Bignami stava intento agli
squilli delle funebri campane, quando seppe dell'astuta predisposizione
del paroco, fece attaccare i cavalli al proprio cocchio, rifacendo frettolo-
samente la strada per Lodi.
L'aneddoto ci pare inverosimile, anche per la nessuna indicazione di
data; è però ad osservarsi che il vescovo della Beretta resse la catedra
lodigiana per circa un trentennio. Noi accenniamo anche questo racconto
perchè esso conferma quanta parte passionale prendesse il popolo allor
che trattavasi delle proprie dignità ecclesiastiche, e perchè ci sembra abbia
tratto colla narrazione del Goldaniga.
Codogno e il suo territorio , ecc. — //.
34
CAPO XLL
Andrea Cornali — Il seminario codognese — Luca Trimerio Tonolo —
Giuseppe Gandolfi — Il collegio laicale — La sacra oratoria.
ELLE sessioni del tempestoso concilio di Trento era
già stato provveduto alla istituzione di convitti
ecclesiastici per istruire ed educare sotto regole
generali e costanti i giovani che si avviavano al
sacerdozio. Premeva ai padri del concilio lo appartare assoluta-
mente i leviti dagli studi publici, nei quali per avventura s'eran
già introdotte teorie di panteismo e di sensismo in perfetta
collisione coi principi della dottrina cattolica, ai danni della
quale congiuravano altresì in Italia le incrostazioni isolate dei
seguaci di Lutero.
A rafforzare poi la creazione di seminari clericali, specie nelle
nostre regioni, converse l'opera profondamente ascetica di pre-
lati insigni, i cui nomi — come quelli di Carlo Borromeo e di
Paolo Durali — sono dalla chiesa elevati a culto. E, come l'an-
tico patriotico ordine degli umiliati, assurto gradatamente a
divizie imponenti, era stato soppresso, per le successive corrut-
tele dei costumi, così in più luoghi i beni già loro spettanti
formarono il nucleo dei nuovi collegi ecclesiastici.
Inoltre, la chiesa militante — che, dopo il concilio tridentino,
si mostrava come un esercito rifatto nell'entusiastico fervore di
CODOGNO E IL SUO TERRITORIO
83
una disciplina più che religiosa politica, ma tutto stretto e ag-
;guerrito in atto di conquistatore, attorno ad un unico labaro —
non si limitò a creare ad imagine e somiglianza della propria
rigidità dottrinale l'ammaestramento teologico; chè, a questo
coordinando le scuole inferiori, potè coi seminari assumere il
fanciullo e condurlo attraverso le grammatiche e le lettere umane
e la filosofia, pel fatale corrompersi degli ideali di cultura in-
tristiti nell'erudizione forzata e nella pedanteria academica, sino
alla dogmatica ed alla morale, in cui si compiva l'ultimo stadio
della docenza ascetica.
A quanto accenna Gaspare Oldrini^, si avrebbe notizia di
una publica scuola di filosofia esistente in Codogno sullo scorcio
del secolo XVI ; ma è soltanto parecchi anni dopo che il paroco
Andrea Cornali dedica il proprio asse all'erezione del seminario.
Il Cornali, nato a Brembio (9 settembre 1567), era stato
molti anni rettore a Sant'Angelo; e colà, per malo animo di
alcuni proceri, veniva detto reo d'im-
moralità e di irreligione alla curia ve-
scovile, terribili accuse in quei tempi di
abietta polizia ecclesiastica di cui ci è
odioso parlare. L'accanimento dei perse-
cutori non ebbe limiti; il processo d'ac-
cusa cominciò (11 luglio 1604) e durò
per un biennio scandalosamente; fin che
il dotto teologista e giurisprudente im-
putato - ch'era stato carcerato e trasci- Andrea Cornali.
nato all'inquisizione del santo uficio di
Roma — venne prosciolto; ed il tribunale ecclesiastico si pentì
così dell'azione giudiziaria incoata, che comandò il più assoluto
silenzio a tutti gli uficiali partecipi ali' istruttoria ^.
Passato alla rettoria di Codogno per bolla di Paolo V (12
■settembre 16 18), il Cornali è fatto principe della locale aca-
demia dei Novelli, fondata dal suo predecessore, rettore Cesare
Berinzago. Ma a lui non mancano tosto le spine,
Chè contro lui son altre liti in piede
pullulanti per disformi questioni legali che concernono immu-
nità ecclesiastiche e diritti di parochia ^. Agli oppositori il nuovo
84
CODOGNO E IL SUO TERRITORIO
rettore non cede, la contesa sale alla sede pontifìcia; la quale
dà causa vinta al Cornali, onorandolo altresì colla nomina di
protonotario apostolico.
Che Andrea Cornali sentisse altamente della sua qualità di
reggitore, risulta dall' aver egli sempre dato incremento alla
prosperità del luogo, di cui seppe accrescere e nobilitare la cura ;
ma ancor più dall' aver collegato il proprio nome all'opera del
seminario, che — data l' indole dei tempi — affermava una nuova
forza nel campo del pensiero e della scuola. Con suo testamento,,
a ministero di Manfredo Ugone, egli, probabilmente consigliato-
dal cardinal Trivulzio, determinò che — fatta doverosamente la
parte del suo patrimonio paterno ai suoi congiunti caporale
Andrea e don Nicolò fratelli Cornali, colla metà per ciascuno
del podere di Belfuggì — dovesse ereditare universalmente da
lui l'erigendo seminario di Codogno, a patto che la comunità
provvedesse all'emolumento dei precettori; e nominò esecutori
della sua volontà il Trivulzio ed il vescovo lodigiano (15 set-
tembre 1636).
L'anno dopo il comune prestavasi al richiesto assegno di
annue lire trecento (24 febbraio 1637); ed, infine, il seminario-
— la cui erezione fu validamente propugnata presso Urbano VII!
dal cardinal Teodoro — fu canonicamente istituito, per istro-
mento del cancelliere episcopale di Lodi Aurelio Rossi (16 set-
tembre 1638); e gli alunni suoi, vestiti in uniforme azzurra,,
costituirono il primo drappello scolastico uficiale del borgo.
Fosse che i redditi del retaggio Cornali riescissero impari af
dispendio, o che venissero d'assai diminuiti per legati sopra
essi gravanti, o che non abbastanza oculata e severa se ne
svolgesse l'amministrazione, fatto è che in meno di trent'anni
dal condito seminario, questo si trovò tanto a mal partito che
la sua scomparsa era certa; ed anzi il vescovo Pietro Vidoni
lo fece senz'altro chiudere, sotto pretesto, buono o cattivo, del-
l'insufficienza dei redditi (12 maggio 165 1)^
Se non che l'esempio del generoso Cornali suscitò degni
emuli della sua carità nel cardinal Trivulzio, il quale riapriva
l'istituto (25 gennaio 1653) coli' elargizione di un annuo as—
NELLA CRONACA E NELLA STORIA
85
segno, che durò sino alla morte di lui (5 agosto 1656); e nel
pio canonico Luca Trimerio Tonolo, nato in Codogno (17 ot-
tobre 1592) ed ivi spirato (16 dicembre 1666); di facoltosa ed
egregia famiglia, a cui era già appartenuto l'alfiere Bartolomeo,
valorosamente condottosi sulle armate tunisine e nelle Fiandre,
dove morì ^. Di lui, nel compianto e nelle onoranze resigli dai
conterrazzani, disse elogisticamente il teologo canonico Barto-
lomeo Lucchini, vanto delle lettere di quei di; e più recenti
laudatori ne furono l'abate Giovanni Beduschi ^, nei suoi discorsi
delle premiazioni al collegio ginnasio Ognissanti (1841), e l'ar-
ciprete Annibale Cairo (1885)'^.
Il sepolcro di Luca Trimerio Tonolo — ordinato dallo stesso
testatore — è nella cappella del Rosario, nella parochiale, e
consta di una lapide in marmo bianco ricoprente
il loculo, fregiata dello stemma famigliare, quale
esiste tuttavia sopra un portale del collegio Ognis-
santi, ma radiato poi dal tombale della cappella
durante il periodo iconoclasta della rivoluzione
francese. L'epigrafe parla ai contemporanei nostri
delle munifiche liberalità del defunto ^ ; di cui
ampia ed onorevole memoria ci tramanda pure il
suo testamento, celebrato dai notari Giovanni Pietro Gandolfo
e Girolamo Lomazzio (7 novembre 1666).
Soverchia diffusione importerebbe — anche in forma rias-
suntiva — l'elenco delle disposizioni di ultima volontà del Tri-
merio, riferentisi ad un numero grande di legati a prò di scuole,
di confraternite, di capitoli (e più specialmente del nostro), di
monasteri sparsi nel territorio, di oratori dei poveri del borgo,
<li messe celebrande, e di compensi a sacerdoti partecipanti ad
espiazioni religiose in suo nome; e noi non dobbiamo minuta-
mente riferirle, dopo 1' accennata publicazione del sacerdote Cairo.
Basti il capitale accenno che di tutti i suoi beni mobili ed
immobili il pio uomo costituiva per giusta metà eredi univer-
sali il seminario ed il chiostro delle orsole; che l'istruzione
impartita nel seminario non fosse di esclusivo beneficio ai gio-
vani dirizzati alla via ecclesiastica, bensì fosse estesa a tutti i
-figli del popolo ; che se, per avventura il monastero delle orsole
86
CODOGNO E IL SUO TERRITORIO
dovesse in avvenire o scomparire o trasferirsi in altro paese, la
parte spettantegli andasse ipso jure et facto, senza alcuna decla-
ratoria o giudizio, al seminario.
L' esecutore eletto era il dottor fisico Paolo Carlo Bellone,,
zio del Trimerio ; e mercè le chiare condizioni d' amministra-
zione espresse nell'atto testamentario, il seminario rifioriva a
vita novella.
Fu, però, precaria la liberalità comunale dedicata alle sportule
dei maestri del seminario ; ed il consesso — con deliberazioni
fondate sul criterio che anche a quelle spese fosse sufiìciente il
patrimonio trimeriano — decretò cessare dal concorso (i gen-
naio e 6 luglio 1670).
Bastasse o no il retaggio del canonico generoso, esso permise
che la vita dell' istituto continuasse normalmente fino alla metà
del secolo successivo ; benché ad aumentare le rendite non po-
tessero essere devolute le liberalità di Francesco Faliva, a rogito
del notaro Ferrari (12 febbraio 1698), la attuazione delle quali
era subbietta alla estinzione della casata del testatore; e scom-
parvero le sostanze prima del finir della famiglia.
Non cessava, pertanto, la inimicizia, or palese or latente, del
vescovo, pel quale questo seminario — come l'infula del paroco
nostro — era per la sua indipendenza come una continuata af-
fermazione palese della sua diminutio capitis. Invano s'era sti-
pulato fra la curia episcopale e la congregazione nostra una
foggia di concordato, per cui la nomina dei maestri sarebbe
stata pertinente al vescovo sopra proposte della congregazione
(1755); l'ordinario, Giuseppe Gallarati, non accettò quei patti,
e subito, l'anno dopo, chiese a sè interamente subordinato il
seminario codognese, secondo le decisioni tridentine.
La causa si trascinò incresciosamente, e la comunità del borgo
ed il proposto Forni pensarono di rivolgersi alla maestà di
Maria Teresa e de' suoi successori; mentre i deputati Antonio
Dragoni e Carlo Giuseppe Bellone insistevano presso il senato,
a Milano, chiedendo venisse interamente emancipato dal ve-
scovo il patrio seminario.
NELLA CRONACA E NELLA STORIA
87
Le richieste dei codognesi ebbero una risposta ben diversa
di quella da loro sperata; chè un rescritto di Giuseppe II con-
centrava nel seminario Tamburini di Pavia altri secondari lom-
bardi (7 luglio 1786); ed il seminario vi fu, infatti, concentrato
tosto, a rogito del notaro Paolo Carlo Bellone (18 luglio).
Non si perdettero d'animo per quella rovinosa risoluzione i
moderatori codognesi, ormai avvezzi alle turbolenze cagionate
al borgo in nome del diritto canonico. Le loro ragioni pote-
vano essere ancora una volta discusse, al tribunale supremo;
ma, intanto, perchè non ne soffrisse detrimento il nobile con-
gegno dell'istruzione, la comune, aspettando giorni migliori, si
gravò spontaneamente delle spese necessarie, limitando le catedre
al solo ginnasio. E Leopoldo II — nuovamente invocato con
una supplica di bene accomodate parole — pochi giorni prima
di morire dirimeva ogni controversia « ripristinando il semi-
nario di Codogno, in qualità però di collegio laicale, restituendo
le rendite, sistemando il ginnasio, e stabilendo la catedra di
filosofia, nella maniera proposta dalla conferenza » (21 feb-
braio 1792).
Il convitto laicale insieme al ginnasio si riaprì sotto il titolo
di collegio Ognissanti (1806); ed un raggio di sole parve lo
illuminasse quando un decreto del viceré Eugenio, citato da una
nota del prefetto dell'Alto Po (17 aprile 18 13), assegnava al-
l'istituto i beni trimeriani, già appartenenti al collegio claustrale
delle orsole, colpito pur esso dalla soppressione napoleonica;
ma i risultati pur troppo si conobbero d'assai inferiori alle
speranze.
Intanto, per attingere libere e compiute le nuove riforme, era
mestieri che escissero di vita le religiose, al cui mantenimento
dovevan provvedere i redditi in omaggio a speciale decreto
(25 aprile 18 10); e, malgrado le misure prese da una com-
missione eletta (181 1) in poco più di un lustro quell'istituto
— ch'era giusto orgoglio di un paese ricco ed attivo — si spense.
Le crudeli vicissitudini econamiche — giunte al maggior
inasprimento nel primo ventennio del secolo nostro — gravarono
sì fattamente sul comune, che questo fu astretto alla dolorosa
imperiosità di chiedere anche la soppressione del ginnasio (1823),
88
CODOGNO E IL SUO TERRITORIO
le cui spese ormai dovevano tutte essere sostenute dai cespiti
municipali, già profondamente scossi; e l'ottenne.
Non del tutto si spense, però, la nobile favilla; perocché due
umili sacerdoti, certi Ermenegildo e Felice Berzolesi, vi prose-
guirono nella docenza, paghi più al compenso morale delle loro
fatiche che alle propine meschine stabilite dagli amministratori
dell'istituto. Quand'ecco rinnovarsi la buona vecchia sorte di
esso, che, •
La rivestita voce alleluiando,
risorgeva pel dolce amore portato a Codogno da un virtuoso
suo figlio.
La lode onesta sfiora la fronte gelida di Giuseppe Gandolfi ;
sacerdote illustre, teologo, matematico e poliglotta insigne^, il
quale ebbe una vita tutta di pensiero e di studio, ed anche
addormentandosi nella morte volle essere di onore e di giova-
mento al suo luogo nativo.
Le virtù di Giuseppe Gandolfi descrisse scultoriamente l'amico
suo Andrea Borda, esimio epigrafista pavese, sulla tomba che
è alla sinistra del peristilio del ci-
mitero codognese ; e di Giuseppe
Gandolfi noi dovremo riparlare, mol-
teplici essendo le espressioni dura-
ture della sua filantropia.
Egli, nato da Pietro e da Giu-
seppa Albini (1744), eruditosi a
Milano, quando tornò alla terra sua
(1820) — dopo aver insegnato con
plauso universale nel liceo di Man-
_ ^ tova e nesfli atenei di Parma e di
Giuseppe Gandolfi". "
Bologna — considerò 1 oblio in cui
eran caduti il collegio e l'istruzione dei giovanetti; ed, obbe-
dendo a un generoso impulso, offrì per legato cento venti mila
lire milanesi del proprio, per aver sempre due' professori e sei
chierici nel collegio del Cornali e del Trimerio (8 luglio 1830).
Il convitto rifiorì, ed il ginnasio fu parificato (25 marzo 1834);
«d in proseguo passato alla dipendenza del ministero della istru-
zione publica, conservando il titolo d' Ognissanti ; con una com-
NELLA CRONACA E NELLA STORIA
89
missione costituita del sindaco, del paroco prò tempore^ di un
•discendente delle nipoti di Giuseppe Gandolfi, e di due eletti
•dal comune (21 novembre 1869).
Le cronadie delle antiche scuole ci parlano della presenza
nelle aule scolastico-religiose codognesi di due giovanetti che
furon poi il cardinale piacentino Giulio Alberoni, e l'illustre
filologo nostro Luigi Bellò. Ma se per quei fasti è doveroso
l'encomio al Cornali, al Trimerio, al Gandolfi, ed altri mo-
desti loro imitatori — meno di essi diviziosi ma non pertanto
meno generosi — ben alta risuona pure la eco dell' ammirante
riconoscenza dei codognesi verso chi, rappresentandoli nella
magistratura paesana, seppe e sa tuttora, non ostante la di-
spersione o la diminuzione degli antichi retaggi, sostenere come
un publico onore il pondo delle materialità, che pure è mas-
simo fondamento allo sviluppo delle intellettuali istituzioni. E
<:osì anche la modernità ci offre lo spettacolo consolante di una
popolazione scolastica affermantesi fra noi con una percentualità
imponente; in guisa che le nostre scuole, e classiche e tecniche,
oggi possono a buon dritto sfilare alla destra delle migliori
loro consorelle del regno.
Come e quanto la sacra oratoria, grandissima e speciale cura
dei fedeli lungo il secolo XVII , fosse inquinata dalle iperboliche
follie del pensiero e dello stile, non mette conto di esaminare
partitamente ; e nè meno di sofiermarci alla estetica rinnovazione
-che del pergamo fecero geniosi e convinti oratori, a capo dei
«quali la storia delle patrie lettere colloca Paolo Segneri, della
-compagnia di Gesù. La scuola riformatrice, che mirava diretta-
mente ai cuori, ebbe facile ragione d'ogni precedente strava-
gante eloquenza; e cosi Paolo Segneri — predestinato pochi
anni dopo a riempire di sua fama Italia mandando alle stampe
i suoi sermoni — dalle provincie romane e tosche salendo alle
nostre regioni, venne pure in casa nostra. Egli — che aveva
riportati i suoi massimi trionfi nelle credenti campagne, semplici
come la sua scuola — si trovò a grande agio presso il colto
proposto Giacinto Domenicani, e vi predicò una intera quare-
sima (1672), ascoltato ed ammirato dai nostri maggiori; publico
intento, che — come voleva l'uso — dopo l'esordio si copriva
90
CODOGNO E IL SUO TERRITORIO
de' Casetti di Lodi, abitante in Milano, tutte le rendite che il
vescovato laudense traeva da alcuni beni della mensa, tra cui
Orio — dove tal Sempretto ed altri avevano usurpato gli epi-
scopali diritti — e Codogno, Castione, Luviraca (Livraga), Ronco
e San Martino in Strada (settembre 1142).
Nè vogliamo negligere che circa quei tempi Algisio, abate
benedettino di S. Stefano al Corno, investì alcuni signori da
Arena e del Cairo o del Cario ed altri, tutti patrizi piacentini,
della metà del transito e del porto sul Po appartenente a quel
convento, mentre l' altra metà — com' è noto — spettava al bre^
sciano monastero di S. Giulia.
Tra le opulente possessioni se non in tutto in gran parte
sottoposte alla mensa vescovile di Lodi fu la corte di Codogno.
Quivi la mensa diocesana aveva acquistate parecchie ragioni ;
in conseguenza del cambio fatto di alcuni beni dal vescovo
Arderico Vignati col codognese Arnaldo de' Foldi^^, secondo^
il Manfredi, o Rialdo di Goldia, secondo il Vignati (11 27).
Andrea e Bonanno Rigizani, livellari del vescovo Lanfranco,
èrano obbligati a consegnare l' affitto nel castello di Codogno ^
ed i codognesi erano tenuti altresì verso il vescovo al fodro,
all' albergaria e al distretto (1153). Non sembra per altro che
oltre quest' anno continuassero a fiorire questi vescovili vantaggi
perocché un Arialdo Goldaniga — potente signore dei luoghi e
forse il medesimo citato dal Vignati — tolse alla mensa lodi-
giana il possesso di Codogno e di Ronco presso Livraga (11 53).
Ma il fuoco del potere temporale dei vescovi laudensi era
Castione; e là tennero per lunghissimo tempo giurisdizione feu-
dale; vi avevano potestà ed uficiali propri, castellani di loro
elezione. Fermi nel loro « uti possidetis », non cedettero a pretese
altrui ed in Castione sostennero interminabili liti per garantirsi
l'integrità dei possessi.
Così, Arderico Vignati liticò con Arderico e Guerico o Gual-
tiero da Cuzigo, capitanei di Melegnano. Dopo qualche tempo
dall' inizio della contesa, Alberico Merlino, vescovo, in segno di
riconoscenza per Federico Barbarossa, riedificatore della sua città
distrutta dai milanesi (11 5 8), a lui cedette spontaneamente ogni
sua ragione su tutte le terre della mensa; ma l' Hoestauffen
NELLA CRONACA E NELLA STORIA 91
reinvestì con diploma da Pavia l'antistite Alberico dei dntt. e
delle facoltà abbandonatigli (24 settembre 1164).
Sul diploma era stata dimenticata nell'elenco la corte di Ca-
stione, fra le cedute e reinvestite; ma il padre Zaccaria - che
trascrisse ad verbum da memorie lodigiane del tempo del Bar-
barossa il documento in discorso - indica nelle note sotto-
poste allo stesso la corte, il castello, la villa di Castione ed
Ogni loro pertinenza.
92
CODOGNO E IL SUO TERRITORIO
NOTE AL CAPO XLI.
* Gaspare Oldrini - Storia della coltura laudense.
^ Giovanni Beduschi - // prevosto Andrea Cornali e le sue opere in
Codogno. Il Goldaniga dà per luogo di nascita del Cornali Maleo o Gera.
^ Fra questi diritti era, ad esempio, il peso della cera che il paroco
riserbava a sè nelle funzioni e che gli veniva contestato, come risulta
dall'archivio parochiale (i gennaio 1626).
* Archivio parochiale di Codogno.
^ Pier Francesco Goldaniga - Memorie storiche del regio ed insigne
borgo di Codogno.
^ Giovanni Beduschi - Alla memoria del canonico Luca Trim^rio Tonolo.
' Testamento del canonico Luca Trimerio di Codogno.,
^ L' epigrafe è la seguente :
LUC^ TRIMERIO TONOLO
iNSiGNis Hujus collegi:
IPSIUS APUD SUM. PONTIF. PROCURATIONE
DUM ROM^ OB EAM REM ESSET
INSTITUIT
PRESBYTERO CANONICO
QUI
MULTAS AD PIAS CAUSSAS
LEGATA PECUNIA
D. URSULA SANCTIOMONIALIUM CENOBIUM
AB EJUS MORTE
IN HOC OPPIDUM FUNDATUM
ET SEMINARIUM
PR^CEPTORIBUS AC ALUMNIS
REDINTEGRANDUM AUGENDUMQ.
TESTAM. SCRIPSIT
OBIIT AN. D. MDCLXVI
^TAT. SU^ LXXIV. XV. KAL. JANUAR.
^ Giovanni Beduschi - Alla memoria del sacerdote Giuseppe Gandolfi.
NELLA CRONACA E NELLA STORIA
93
Ecco r epigrafe del chiaro Andrea Borda :
HEIC . PAVSAT . IN . PACE . XTI
lOSEPHVS . PETRI . GANDVLFI . ET . lOS . ALBINIAE . F .
LATINIS . LITTERIS . MEDIOLANI . ERVDITVS
SVAEQ . AET . ANNO . XVII . PRAEDICATORVM . ORDINEM
CREMONAE . INGRESSVS
PHILOSOPHIAE . THEOLOGIAEQ . DOCTOR
LATINAM . ITALAM . GALLICAM . HEBRAEAM . GRAIAM
ATQVE . CHALDAICAM . LINGVAM . APSOLVTE . CALLVIT
THEOLOGICAS . DISCIPLINAS . MANTVAE
MATHESIM . IN . BONONIAE . PARMAEQ . ATHENAEIS
SVMMA . CVM . LAVDE . TRADIDIT
VIXIT . ANN . LXXXVI . M . V . D . XV .
RELIGIONE . DOCTRINA . BONITATE . MAGNIFACTVS
DECESSIT . X . KAL . OCTOB . AN . MDCCCXXX .
ROVEDARI . ORATORIO . ANNVIS . SCVT . XXXIII . N . CVM . TRIENTE
HVIC . TEMPLO . CVRIONALI . SVMMA . QVOIVS . REDITV
FESTVM . S . DOMINICI . PATRIS . QVOTANNIS . CELEBRETVR
NOSOCOMIO . ALTERA . CVBILI . PRO . CAVACVRTA . CONSTITVENDO
CONLEGIOQ . SANCTIS . OMNIBVS . NVNCVPATO . SCVT . XX . M . N ,
VTI . EX . VSVRIS . DVO . PRAECEPTORES . IBI . ET CLERICI . VI .
VEL . IN . SACRO . EPHEBEO . LAVDENSI . SACERDOTIVM . VSQVE
ALANTVR . PERPETVO . LEGATIS
ROSA . GANDVLFIA . VIRGO . HERES
PATRVO . DIGNISSIMO . CVM . LACRVMIS . POSVIT
" Ritratto dal quadro della congregazione caritativa di Codogno.
^'^ Il prete Giacinto Ferrari Fontana istituiva un legato di culto ed uno
per un precettore di grammatica (1703); Francesco Codazzi lasciava casa
e podere propri (1708), e Stanislao Albino, pure prete, duecento lire, per
esercizi sacri.
Il comune di Codogno conservò sino a pochi anni sono il privilegio
di nomina del predicatore di quaresima, al quale rinunziò, mediante un
compenso pecuniario.
Questo fece opportunamente il comune nostro, essendo mutati di molto
e tempi e costumi. È però notevole il fatto dell'apatia odierna per quanto
non è questione d'indole esclusivamente e sensualmente utilitaria, così che,
anche se la nostra parochia venisse privata delle sue dignità apparenti,,
pochi codognesi se ne commoverebbero.
E ciò è male ; poiché — pur comprendendo che le faccende ecclesiastiche
non rappresentano più, come negli scorsi tempi, il vertice della piramide —
pure deve essere scrupolosamente rispettato quanto rappresenta un diritto
locale della storia e della consuetudine, e le abdicazioni silenziose a quanto
^dà fisionomia peculiare all' antica vita del comune sono un vero reato di
leso « municipalismo ».
CAPO XLII.
La guerra per la successione di Mantova — Odoardo Farnese e Teodoro
Trivulzio — Il saccheggio di Codogno — Fatti d' arme terrieri — La guerra
per la successione di Spagna — L'Austria padrona delle nostre terre.
LI effetti della guerra impegnatasi tra Francia e Spagna,
per la successione del ducato di Mantova, non sa-
rebbero probabilmente riesciti così disastrosi per noi,
se, con inconcepibile stravaganza, Odoardo Farnese
— quinto duca di Piacenza e quindi giusdicente nel proprio
distretto cispadano — non si fosse messo a gravissimo rischio,
collegandosi, vaso di creta, contro quelli di ferro di Austria e
di Spagna, E, come non avessero le terribili fami e le pesti
importate dall' oltr' Alpi già abbastanza disertate queste povere
regioni, ecco a quei flagelli unirsi quello dell'armi.
Le quali sinistramente balenavano qui, al lembo estremo del
ducato di Milano, da cui le schiere del re cattolico movevano
in audaci scorribande contro il duca nemico, che invano tentava
■sovraneggiare colla sua bandiera fioralisata sullo storico pendon,
coronato dalle glorie belligere di Carlo V e di Filippo IL
Il duca Odoardo, sospinto dal mal genio del provenzale Jacopo
Gaufrido, marchese di Castel Guelfo e primo ministro — che
pagò più tardi col capo le disfatte del suo signore — respinge
CODOGNO E IL SUO TERRITORIO
95'
la domanda del re spagnolo di mandare nel castello di Piacenza
suoi soldati (1634). Avvampano le ire, e dalla nostra zona i
soldati reali traghettano il fiume, e sulle terre farnesiane com-
piono efferatezze inaudite.
Immantinente le rappresaglie del duca seguon le offese; e,
come i sudditi suoi della contea di Fombio e d'altri luoghi
vicini avevan creduto bene in quel trambusto di negargli il
pagamento delle schiaccianti imposte guerresche, e specialmente
della tassa di lire dieci parmensi* ogni focolare, detta colletta
dei camini, così egli spinge sopra i paesi disobbedienti al fisco
le masnade flagiziose dei suoi famuli fiscali ; ma Fombio in-
fligge loro gravissimo sbaraglio. Il duca fa una nuova spedi-
zione di milizie per trarre vendetta dagli insolventi subbietti
{19 febbraio 1634); e questa repressione è, come di solito,
accompagnata da barbarie senza nome.
Da Codogno si interessava del come la impresa farnesiana
andasse a finire il cardinale Trivulzio, sempre alle vedette in
vantaggio proprio e di Spagna; e, dalle meditazioni passando
alle opere, potè, cogli armeggiamenti d'un fidato suo, Giovanni
Angelo Bellone codognese, tirare a sè coi fili d'oro moltissimi
dell'esercito ducale, e di essi costituire un reggimento, invian-
dolo al servizio degli spagnoli, contro il duca di Rohan. Odoardo
fu pronto alla vendetta, ed un generale de' suoi cavalieri, il
bresciano Ricciardo Avogadro, colle sue squadre e con com-
pagnie di moschettieri, condotte dal sergente maggiore Francesco
Nicart, assalì di notte Codogno (29 agosto 1635) ^
Nell'alta quiete del borgo fanti e cavalieri vi proruppero come
inferociti, smaniosi dell' ultima strage ; le case del vico di Campo
andarono a ferro e a fuoco; il grosso della masnada, incitata
dalle proprie grida e dal clamore tumultuoso dei tamburi, recinse
in via Uvabella il palazzo dei Trivulzi; ed attraverso le porte
sfondate si precipitarono sui famigliari; ma il cardinale s'era
dileguato a tempo, ed i farnesiani sfogarono tutta la loro rabbia
ferina depredando e bottinando fra robe ed argenti per duemila
ducati in case private, malamente deformando al viso Giovanni
^ Angelo Bellone, trovato da quei furibondi sulle soglie della
casa feudale.
96
CODOGNO E IL SUO TERRITORIO
Pure, con tutte le sue folli ardimentosità, il duca non fu mai
considerato dalla Spagna nemico temibile; del che conscio, e pur
volendo, malgrado la parvità de' suoi mezzi d'offesa e di difesa
insistere nei fieri propositi, si condusse in gran pompa a Parigi
per conseguire da Luigi XIII soccorsi di pecunia e di vite.
Richelieu s'affrettò con molte buone parole a rimandarlo, ma
a mani vuote.
Fu, quindi, tanto più dolorosa la sorpresa del reduce prin-
cipe, in quanto che trovò gli spagnoli assisi da padroni nella
maggior parte della sua ducea. Tutta la valle del Tidone sino
alla Staffora dipendeva dal governo militare dei generalissimi
di Spagna, e primi eran stati a cadere in lor mano Fombio,
Guardamiglio e le Caselle.
L'impresa disennata e crudele di Codogno, la distruzione di
parecchi molini sul Po compiuta dai ducali, e la calata a picco
d'un brigantino spagnolo presso Castelnuovo Bocca d'Adda,
cui difendeva, ad opera dei soldati mantovani; tutto ciò eccitò
vieppiù don Diego di Guzman, marchese di Leganes, governa-
tore di Milano, ai danni del nemico; contro il quale e i suoi
alleati di Parma, di Piemonte, di Mantova e di Venezia militava
in campo anche il Cardinale Trivulzio, che s'era spinto oltre
Po, mentre il governatore accampava a difesa sull'Adda, tra
Pizzighettone e Castelnuovo. Gli abitanti di Fombio e di Guar-
damiglio, aspramente taglieggiati e ridotti in fin d'ogni sventura
dalle genti spagnole — rinnovando i nefasti degli antichi lodi-
giani fuggiti oltre l'Adda — trassero in Piacenza (3 gennaio
1636), dove il duca li volle ascritti all'ordine dei cittadini, loro
assegnando per abitacolo il basso quartiere della città, che
prendeva il nome dalla porta Fodesta.
Nello stesso tempo Odoardo inviava sotto il comando del
marchese Villa e del suo colonnello generale conte Fabio Scotti
— reduci dalla sconfitta di Valenza — buon nerbo di fanti e di
cavalli al ricupero del Fombiese, mentre a Codogno si costi-
tuiva il nucleo a lui d' ofTesa. Ma se ai farnesiani riesci di por-
gere qualche ausilio ai commilitoni presidianti i castelli del
distretto, non venne lor fatto ributtare dal territorio le forti
copie di Spagna; chè, anzi, poco dopo Luigi de Benavides,
NELLA CRONACA E NELLA STORIA
97
marchese di Caracena, con fresche milizie espugnò e saccheggiò
Fombio, Guardamiglio , la Mezzana e le Caselle ^
Lunga, faticosa, ma non risolvente fu condotta la guerra,
che ebbe badalucchi ed episodi violenti, non fra noi — dove
alacre, armata e forte la potenza di Spagna imperturbabile durò —
ma nel Piacentino oltrepadano. Ivi, se non fosse intervenuto
il pontefice, Odoardo avrebbe dovuto assistere allo incorpora-
mento del proprio ducato in quello di Modena, poiché gli spa-
gnoli avevano fatto punti d' oro a Francesco I d' Este.
Vero è che il Farnese s'affrettò a far pace colla Spagna (1637);
ma non per questo gli amari ricordi si erano totalmente dissi-
pati dall' animo suo, e nessuno certo potè credere sincera la sua
accoglienza al cardinale Trivulzio, quando questi giungeva da
Roma in Piacenza (31 ottobre 1645). Il pronipote di Paolo III
comprese che la sua stirpe gì' imponeva tali doveri di magnifica
cortesia verso un principe vicino, che gli mosse incontro a
San Lazzaro, e, datogli il posto d'onore colla man destra, l'ac-
compagnò con corteggio illustre fino a palazzo, d' onde la mat-
tina successiva il porporato tornò nel suo feudo di Codogno.
Punti d'oro rifecero, per altro, anche i francesi all'avventu-
roso Estense, ed egli con loro si legò (1647), col suo intervento
tornando la guerra a funestare la nostra regione; la quale nel
concetto . degli strateghi spagnoli rappresentava il vero campo
delle concentrazioni, così che i recapiti fiscali accennati al-
l'uopo nella grida del governatore conte di Sirvela erano Codogno
pel Lodigiano e Castelnuovo pel Cremonese (15 aprile 1641).
Procedeva grosso e minaccioso il duca di Modena verso Cre-
mona, ed allora il governatore di Milano affidava la difesa di
quella città al marchese Serra, al conte Borromeo, signore di
Camairago e commissario generale del Pavese e del Lodigiano,
ed al principe Ercole Trivulzio. A quest'ultimo assegnava forti
schiere di militi, affinchè desse mano al rafforzamento degli
aggeri fortificati di Lodi e di Pizzighettone, allora precinto di
V fortilizi a terrapieno, per opera dell'illustre codognese colonnello
Gian Giacomo Tensino, che già aveva date valide prove in
Codogno e il suo territorio y ecc. — ^ //. ^5
98
CODOGNO E IL SUO TERRITORIO
Ungheria di sua perizia in architettura guerresca. E, com'era
necessario affrettare febbrilmente i lavori, così il principe vi
chiamò con bando tutti i vassalli de' suoi feudi nel Lodigiano.
Occupò poi tosto la rocca di Castelnuovo, e per questa mossa
e pei munimenti compiuti il duca di Modena, già sotto Cre-
mona, dovette rinunziare per allora al traghetto dell'Adda.
Egli lo tentò l'anno dopo, coli' esercito esteso per tutto il
Cremonese ed oltrepassata la trincea della Cava; ma il principe
Ercole coi suoi uomini d'arme — forniti a migliaia dai paesi
di feudo trivultino — passava il Po ad impedire il congiungi-
mento dei francesi coi modenesi, mentre il marchese di Cara-
cena, nuovo governatore di Milano, ausiliato dal nerbo de' suoi
e dalla fortuita difesa del disalveo dell'Adda, aveva posti i suoi
quartieri in Pizzighettone , arrestando in cotal guisa il duca di
Modena; che dopo vari conati di passaggio indietreggiò verso
le sue terre.
Senza dubbio il capitano generale di Spagna aveva compreso
la importanza grande della sua residenza dietro le bastite di
Pizzighettone. Là si era stabilito fortemente, e di là per tempo
non breve governava la publica cosa; ce lo dicono le diciassette
gride ch'egli dal i6 luglio a tutto il settembre del 1648 diè
fuori da Gera di Pizzighettone.
Mentre Cremona era ossidionata dagli eserciti alleati, costoro
tentarono il varco dell'Adda, muovendo da Crotta alla prospi-
ciente Maccastorna, tenuta celatamente dai piemontesi, ai quali
e francesi ed estensi volevansi riunire; e per tenere a bada le
genti di Spagna vigilanti sulla destra del fiume, misero in acqua
parecchie barchette, parte con miliziotti e parte cariche di fa-
scine erette e simulanti uomini. L' espediente non valse a ri-
chiamare l'assalto spagnolo su quella decettoria imbarcazione;
e, scoperto l'inganno, le barchette furon tutte prese; gli spagnoli
acciuffarono i malesuasi uomini d'arme ch'erano in esse; suc-
cesse un parapiglia, e la peggio toccò ai francesi che si rifu-
giarono a Formigara (18 luglio 1648).
Saremmo tratti troppo lungi se, a proposito della guerra
successoria pel ducato di Mantova, volessimo farci anche con-
NELLA CRONACA E NELLA STORIA
99
cisi narratori delle sue vicende in quelle regioni dell' Italia
superiore che formarono la larga orbita degli avvenimenti cru-
deli. E dovremmo specialmente insistere sugli effetti che ne
derivarono in Piemonte, cui la astuta politica della casa sa-
baudia teneva faticosamente in bilico tra Spagna e Francia.
Piuttosto è da osservare che, essendo quella una guerra di
principi per cupidigia di poteri e di territori, poca o nessuna
parte di sentimenti e d'aspirazioni vi prendevano i popoli sub-
bietti; e, come al di là del Sesia e dello Scrivia, così in questa
nostra terra lombarda, i governati lasciavano che le belliche
imprese camminassero a posta loro, le proprie iniziative con-
vergendo al più vivace svolgimento delle industrie agricole e
commerciali. Quei nostri maggiori avevan compreso che non
avrebbero punto migliorata la sorte col sostituirsi per essi di
un padrone ad un altro.
Infatti, il nostro popolo segnava le date migliori de' suoi
negozi e delle sue affermazioni artistiche quando più accese di-
vampavano le furie bellicose fra Spagna e gli alleati a' suoi
danni; e, mentre il feudatario di Codogno comandava al suo
alfiere Mola di levar genti per l'esercito (5 aprile 1643)^, i
nostri si apparecchiavano a dare magnifico incremento alle ma-
nifatture agricole, onde poi venne così meritata ricchezza; a
promuovere palestre intellettuali per nobili gare d' ingegni ; ad
esornare templi e vie con eccellenza di quadri e di edifizi
Gli ecclesiastici soltanto — seguendo lor naturai talento e
più, forse, le antiche condizioni del proprio ceto — non rima-
nevano estranei alle militaresche vicende, strettamente collegate
alle politiche così d'esserne causa ed effetto insieme; e, gelosi
custodi delle prerogative e delle immunità loro, resistevano al
braccio armato. Ad esempio, il sacro collegio di Roma largiva
solenne encomio al vescovo Clemente Gera, per essersi egli
fervidamente opposto alla rassegnazione del rettore di Somaglia, il
quale aveva ceduto alla imposizione degli alloggi militari (1650)^.
Tornando alle offese contro la antica alleata Spagna, Fran-
cesco, duca di Modena, forte di quattro mila pediti, di mille
cavalieri, di novecento carri, di salmerie e munizioni, lasciava
la sua città (luglio 1655), mirando a rannodarsi ai francesi;
lOO
CODOGNO E IL SUO TERRITORIO
che, comandati da Tomaso, principe di Savoia, valicato il Ti-
cino, discendevano nel ducato.
Vuole una cronaca piacentina consultata da Cristoforo Pog-
giali che moltissimi abitanti del contado lodigiano, non volendo
esser presi tra due fuochi, si trasferissero colle cose loro a Pia-
cenza, quando appunto a capo di sue genti il Trivulzio toccava
le sponde dell'Adda e del Po, per fare ostacolo alla avanzata
dell' Estense. E non fu vana mostra la sua ; nè vane opere
furon quelle che il valente matematico Alessandro Campione
inalzò allora in triplice baluardo presso Cera ; imperocché Fran-
cesco, vista la mala parata, s'attenne a più prudente consiglio,
e, ritorta la strada, fu obbligato alla attraversata del Parmi-
giano e del Piacentino, per tentare al di qua del Ticino la sua
unione coi francesi, già entrati nello stato milanese, per essi
fatto campo d'ogni ladreria e vessazione.
Per poco si rifece una apparente calma; poi il carattere osti-
nato del modenese lo risospinse in campo; e, di fatto, nego-
ziata la neutralità con Francesco Gonzaga, duca di Mantova,
egli, guidando sette mila fanti e sei mila cavalli, reinvase il
Cremonese, sempre alle scolte per raggiungere la destra sponda
dell' Adda vietata ; sulla quale da Castelnuovo a Castione — cioè
presso i confini della terra di S. Marco — le milizie spagnole
tenevano in rispetto le mosse dell'audace duca.
Questi, non trattenuto dalla potestà territoriale della Sere-
nissima, sconfina fino a Cassano, e cosi, verso la metà del
luglio, pone piede nello stato milanese; la cosa riescendogli
tanto meno ardua, in quanto che già sventolano le gigliate
bandiere di Francia al di là dell'Adda. Ercole Teodoro Tri-
vulzio sta in armi a Bisnate, imponendo ai signori della Gera
abduana di ributtare gli assalti dell'inimico, ed al conte di
Vailate di impedire ai francesi il passo di Cassano e di immet-
tere nel fiume tutti i corsi della Muzza, del Ritorto e d'altri canali.
Ma tutto ciò è vano e sgomenta le popolazioni. Dal Lodi-
giano è un esodo verso Piacenza, dove si rifugiano, tra gli
altri, le orsoline di Casalpusterlengo ; e Ranuzio Farnese manda
a circoscrivere con banderuole stemmate i suoi possessi di
Fombio e di Guardamiglio, per tutelarli dalle scorrerie di guerra.
NELLA CRONACA E NELLA STORIA
lOI
Vale solo a trattenere l'avanzata nemica il vigore dato dalla
disperazione ai contadini della Gera d' Adda, i quali fanno strage
delle milizie francesi. Queste, a lor volta, trovano libero il passo
per la ritirata frettolosa del governatore, Alfonso conte di Fuen-
saldagna, e per la diffalta del Vallate; e corrono fino ai sob-
borghi di Milano ; e si impadroniscono delle fortezze di Mortara-
e di Vigevano.
Fatalmente, dopo la vittoriosa impresa di Lomellina, il duca
di Modena infermava mortalmente a Santhià, e le ostilità, che
da qualche lustro perduravano con forte accanimento, si rallen-
tavano per la sua scomparsa (14 ottobre 1658).
Verso la fine del secolo XVII, la tormentosa successione al
ducato di Mantova ed il cattivo sangue fattosi tra Luigi XIV
e Vittorio Amedeo di Savoia erano pur troppo destinati a per-
petuare anche nelle nostre regioni, se non un proprio e deter-
minato stato di guerra combattuta, una preoccupazione perenne,
per la quale era mestieri vivere in una specie di vigilia d'armi,
al conspetto delle minaccie francesi per una parte e per l'altra
degli imperiali, dimicanti fra sè sul terreno altrui.
Un avviso del potestà di Codogno, dottore Giacomo Grotta,
fatto publico in nome del principe Antonio Teodoro Trivulzio,
ammoniva i sudditi d'apparecchiarsi al richiamo delle milizie che
sarebbero state avviate all'Adda, a rintuzzare le possibili offese
dei nemici del ducato (26 giugno 1678). E tutto lo scorcio di
quel secolo fu passo continuo di gente tedesche, sulle cui spalle
coperte dal corsaletto gravavano i lunghi archibusi; torme rac-
cogliticcie, specialmente ingaggiate ai confini dell'impero; dalle
foggie strane, eteroclite; dai cappelloni arrovesciati sulle ferree
molle e dai trasformati morioni, dal giustacuore a sgoffi e dal
pesantissimo robone, dalle amplissime brache sino al ginoc-
chio, d'onde scendeva l'alto stivale o la stinta calza, percossi
in misura dal tintinnio delle scabre spade; non più gente di ven-
tura ma di scarriera, il cui soldo per la sua irregolarità era
sostituito dalla rapacità che interveniva a compensarla ad usura.
In quei transiti fuggivano le popolazioni atterrite, e si ha
nota che allo splendore fosco degli incendi di Villanterio, di
I02
CODOGNO E IL SUO TERRITORIO
Sant'Angelo e di Salerano fuggivano a salvezza nel contado-
nostro gli abitanti di parecchi villaggi delle fini pavesi, poste
a ruba ed a sacco dai bavari dell'esercito imperiale (17 set-
tembre 1696).
Un nembo terribile si addensò sull'Europa ai primi dilucoli
del secolo XVIII: la guerra per la successione di Spagna.
La morte di Carlo II, ultimo del ramo primogenito di casa
d'Austria (i novembre 1700), aprì il retaggio dei vastissimi
domini; quantunque il testamento del re cattolico chiamasse a
succedergli Filippo d'Angiò, nepote di Luigi XIV; ed è possi-
bile che nella mente ristretta, obumbrata da leggendaria igno-
ranza, Carlo non prevedesse quale e quanta ira di imperatori e
di re sarebbesi scatenata su quel suo atto di ultima volontà.
Cominciò a respingerlo l'imperatore Leopoldo I, dichiarando
che in sè, capo della secondogenita branca della casa austriaca,
ricadeva esclusivamente per dritto feudale la corona delle Spagne,
non potendosi in argomento di successione reale tener conto
dei discendenti per linea cognatizia; e nè pure al testamento
si acconciò Vittorio Amedeo II, duca di Savoia, il quale pro-
vava i diritti propri a cingere il diadema di Carlo V, come
colui che esciva dalla progenie di Filippo II, pel sangue della
bisava Caterina.
Il re francese non era di quelli che indietreggiano se convinti
di aver ombra di buona causa; e già egli aveva, per forza d'oro
sparso nella corte madrilena, aiutato la fortuna della sua casa,
in guisa che le disposizioni estreme del re defunto non vi tro-
varono nè in basso nè in alto opposizione di sorta.
Gli impedimenti vennero solleciti e fieri dall'imperatore; e
prima furon vivaci proteste all'Inghilterra, all'Olanda, all'elet-
tore bavarese, che avevano riconosciuto il nuovo re, e pure al
duca di Savoia, che, mutando consiglio — anche perchè la
figlia sua era salita al talamo dell' Angiò — a questi aveva reso
omaggio di ricognizione.
Frattanto Leopoldo inviava, capitano supremo delle armi ce-
saree in Italia, il principe Eugenio di Savoia, nepote del car-
dinale Mazzarino, allora nel fiore della virilità, e che — pur
NELLA CRONACA E NELLA STORIA
coperto di gloria nelle guerre austro-turche — non aveva potuto
dimenticare i giovanili rancori contro il « re Sole ».
Di Francia scesero, agguerriti per copie e munimenti, primo
il maresciallo Nicola di Catinat — già illustre per le vittorie
fiamminghe e per quelle di Piemonte — e con lui Luigi di
Vandemont; poi il Villeroi, Luigi di Vendòme — già valoroso
soldato del Turenne — e il duca d' Orléans con Luigi d' Au-
busson, conte de La Feuillade.
Quali e quanti i fatti d' arme onde con varia vicenda fu com-
battuta al di qua delle Alpi la guerra di successione non è
nostro oficio descrivere. Solo è da rammentare che Vittorio
Amedeo, dopo avere inclinato a Francia, subitamente s'alleò
ad Austria ; e nel condottiero supremo degli imperiali e suo
consanguineo ebbe la intrepida e sapiente difesa della propria
causa e di quella del suo popolo. E venne giorno glorioso in
cui Torino vide le genti franco-ispane prorompere in dirotta,
pel sacrificio sublime di un povero minatore d'Andorno, ed i
principi di Savoia salutare dall'alto di Superga il trionfo, più
che dell'armi, del saldo volere (29 agosto 1706).
Cominciarono le milizie francesi a mostrarsi nel Lodigiano
tre mesi dopo la morte di Carlo II, e tosto nei templi del con-
tado fu fatta nei giorni festivi l'esposizione del Sacramento
dopo i vespri, per allontanare il pericolo della guerra^. Però
nell'inverno (8 febbraio 1701) i francesi erano già in Lodi, e
— giusta il Ciseri, che ha tutta l'autorità del contemporaneo —
così pieni di timidezza che le campane della città, sonanti al
richiamo per lo spegnimento di un incendio fortuito e per il
segnale della iniziata quaresima, furono interpretati come segnali
della rivolta popolare ; ed a quei soldati — in cui non era forse
dileguato il ricordo degli squilli del siculo vespro e dell'apo-
strofe di Pier Capponi — tale sgomento cagionossi, che tutti
accorsero all'armi sulla piazza Maggiore.
Per rinfrancare i suoi sudditi d'Italia, s'era mosso di Spagna,
e per la via di Napoli era giunto a Milano, re Filippo (23
giugno 1702). Nove giorni dopo egli passava per Codogno-, di-
^ retto a Pizzighettone ; e, reduce dal campo di Modena, ripas-
sava tra noi nell'autunno, onorevolmente accolto dalla comunità
CODOGNO E IL SUO TERRITORIO
(5 Ottobre). Se non che l'astro di Spagna impallidiva, e le
imprese del principe Eugenio non s'erano arrestate dopo la
celebrata liberazione di Torino.
Eugenio occupò Milano e Lodi, mentre il governatore Vau-
demont si ritirava a Pizzighettone, dove i due principi savoiardi
lo seguivano, ossidionando il forte. Le offese si iniziarono da
Castione, volendo i due capitani austro-sardi costringere l'oste
avversa a snidare da Cavacurta; e quivi una scaramuccia si
dibattè, nella quale il principe Eugenio fu lievemente contuso
di schioppo al braccio (4 ottobre 1706).
Codogno era stato abbandonato dagli spagnoli e dai francesi
(26 settembre), ed una leggenda — la quale ancora ai tempi
del Goldaniga, che la riferisce, doveva essere sulle labra del
popolo — racconta che « sortiti » gli assediati da Pizzighettone
per sorprendere Codogno, un simulacro del patrono san Biagio
acquistasse viva voce gridando: «Ecco il nemico!»; sì che,
pel provvido avviso, ringagliarditi gli austriaci, fecer testa ai
francesi, che precipitosamente si ritirarono.
Cavacurta cadde in potere del principe Eugenio e tosto il
convento dei serviti — dove egli aveva posto quartier generale —
fu bersaglio alle artiglierie franco-ispane, che lo disertavano
dall' opposta riva dell' Adda.
La resa di Pizzighettone (29 ottobre) segnò tra noi la costi-
tuzione — per allora soltanto militarmente — della sovranità
austriaca, ratificata poi politicamente col trattato di Utrecht
(13 agosto 17 13).
In Codogno presidiava il corpo del principe di Vittemberg
(febbraio 1707); e San Rocco, Guardamiglio, Fombio e vicinie
eran quartiere al reggimento dei dragoni di Savoia, ond'era
proprietario e condottiero il principe Eugenio; che — circondato
da quegli splendidi cavalieri istituiti in suo onore — aveva preso
possesso di Milano, in nome dell'imperatore Giuseppe L
NELLA CRONACA E NELLA STORIA I05
NOTE AL CAPO XLII.
* Ludovico Antonio Muratori registra questo avvenimento all'anno suc-
cessivo.
' Si persolve tuttavia , nelle Caselle Laudi , sui primi di giugno d' ogni
anno, un oficio funebre in memoria delle vittime di quelle giornate nefaste.
Archivio parochiale di Codogno.
* Coloro che si presentavano tardi al richiamo erano puniti con multe ;
a togliersi di dosso le quali dovevano presentare le proprie scuse in una
formula prestabilita, com'è accennato in una nota dell'archivio parochiale
di Codogno (29 gennaio J646).
^ Matteo Manfredi - Vita dei vescovi di Lodi.
* Archivio parochiale di Codogno.
CAPO XLIIL
Le chiese di Codogno — La parochiale di S. Biagio — S. Maria alle nevi
— La Trinità — La Madonna delle Grazie.
ATTA la parte dovuta alla cronaca delle dignità e dei
privilegi spettanti alla parochiale di Codogno, dob-
biamo descriverne i concetti edilizi, se non dal punto
artistico da quello che tecnicamente direbbesi co-
struttivo. Successivamente l'analogia economica dell'esposizione
ci trarrà a dire brevemente di altre chiese del territorio; ma
così ora per Codogno, come per tutti gli edifici destinati al
culto che enumereremo, tutte le nostre impressioni d'indole
prettamente artistica consegneremo ad una speciale parte del
nostro lavoro, dove — senza pretendere a brani di alta estetica —
all'arte sacra ed alla profana daremo ragionevole se non ampio
svolgimento.
Raccogliendo le note più significative intorno al nostro maggior
tempio, Lorenzo Monti* lo afferma consacrato da Francesco
Ladino, vescovo di Lodi (28 ottobre 1520); ma pare che l'edi-
ficio allora non fosse compiuto, nè compiuta era la torre; la
quale, cominciata colla fabbrica della chiesa (1491), ebbe me-
CODOGNO E IL SUO TERRITORIO
107
stieri di oltre un secolo, per essere condotta a termine, usandosi
alla perfezione del lavoro il materiale dei torrioni del castello,
quando essi vennero abbassati (16 12).
All'incremento del tempio cooperava con assiduo interesse la
comunità ; la quale — qui, come da per tutto — sentiva il prin-
cipio che gli edifici del culto costituiscono nobilissima parte
della proprietà morale e materiale dei municipi; ed il comune
s'accontò pel disegno e per la traduzione in opera d'una fac-
ciata degna del tempio coli' architetto cremonese Giovanni Bat-
tista Regorino, cui, per atto solenne del notaro Cristoforo Greco,
acconsentì il compenso di mille cinquecento lire di Cremona e
di venti brente di vino, comprendendo però nel contratto ed
una restaurazione generale dell'edificio e l'obbligo nell'assuntore
di dar tutto finito nel giugno dell'anno seguente (2 maggio
1584)-
La porta grande della chiesa fu poi ricostrutta in forma mi-
gliore da Giovanni Battista Giussani « lapicida » , come elice
dal rogito del tabellione milanese Gian Giacomo Sormano, rap-
presentando il comune di Codogno i deputati Paolo Dragoni e
Bassano De Didimiani (11 maggio 1585)^.
Il criterio artistico di questo portale si accorda mirabilmente
colla fronte del tempio. Il pronao, snellamente appoggiato su
svelte colonne e coronato da una cuspide — la quale risponde
al motivo identicamente sviluppato al sommo dell'edificio —
costituisce un classico modello di stilistica. Ed è del pari gra-
dita allo sguardo degli esperti l'armonia della facciata tutta,
che da alcuni vuoisi condotta dal Regorino sullo stile dei preesi-
stenti lati, opera altamente intellettuale.
La facciata è in mattoni naturali, e — quantunque non monda
di pecche — conquista l'attenzione dello spettatore. La parte
inferiore sale agilmente alla superna, l'una dall'altra separata a
mezzo d'un purissimo e duplice ferdonato a rientranze simme-
triche, consentanee ai dettami dell' architettura mezzo lombarda.
Al centro superiore sta la statua del titolare, lavoro della prima
metà del secolo XVII, e da un altare piramidale, dorato, stuc-
cato e intagliato, trasferita nella nicchia all'esterno del tempio
con grande solennità (30 settembre 1757) ^
I08 CODOGNO E IL SUO TERRITORIO
L'interno è a croce latina, ed ha una architettura che può
dirsi di un ecletismo moderno, riassumente le scuole varie, sulle
quali prepotè la corruzione secentistica, refrattaria anche ai re-
stauri successivi. Delle tre navate la maggiore, a pilastri lese-
nati di sostegno, è scompartita nel cielo di altrettanti archivolti
di sagoma nuova, a cui stanno sottoposti degli occhi di pavone
colle figure degli apostoli del milanese Valtortà (1879); e nei
semicerchi d'arco si arrotondano per ogni segmento tre meda-
glioni Trescati, cui rìdiè luce il restauro recente.
Le navate minori sono fiancheggiate da sei cappelle o sfondi
di cappella ciascuna; di esse due specialmente sono notevoli
per ricchezza e per caratteristiche architettoniche: quella alla
Deipara e quella a san Biagio.
La prima sfoggia fra una gloria ponderosa di paffuti angeli,
sostenenti i drappeggi d'un manto marmoreo, le famose colonne
a voluta di presunta ripetizione salomonica; e la volta quadri-
partita da stucchi dorati e l'archivolto sono frescati a tinte
ancor vive e corrette (1784). L'altare fu richiesto dalla scuola
del Rosario (1691)*. Ma un vero soffio d'arte anima il sacello
per la tavolozza di Francesco Mazzucchelli detto il Morazzone,
autore della pregiata collana dei quadretti rappresentanti i Mi-
steri, ricorrenti la nicchia della Vergine, e dei due ampli quadri
laterali della « strage degli innocenti » e dell' « adorazione dei
magi ».
La cappella di S. Biagio — costrutta dai devoti, primo dei
quali il proposto Besozzi (1757), che vi è sepolto in cornu evan-
gelii — ebbe accresciuto lustro e decoro a spese del canonico
Antonio Bignami (1787). Egli vi fece trasportare il ricco altare
marmoreo delle soppresse Clarisse, colle due statue — per verità,
mediocri — e la ditò d'una tela su cui il patrono del borgo è
effigiato assurgente alla gloria dei cieli; pensiero pleonastica-
mente ripetuto sulla volta frescata della cappella.
L'aitar maggiore gareggia colla balaustrata per ricca e sva-
riata copia di marmi esotici. Esso fu costrutto su disegno del
cremonese Giuseppe Giudici (1773); ma più d'un secolo prima
un altro ne era stato inaugurato con particolare splendore dal
NELLA CRONACA E NELLA STORIA
109
principe Gian Giacomo Teodoro Trivulzio ; il quale — dopo un
anno di porpora — vi saliva, celebrandovi pontificalmente la
messa (i novembre 163 1). Musica, lumi, popolo e nobili mila-
f — ■ , , ,
La parochiale di S, Biagio.
nesi, concomitanti il principe della chiesa, resero pomposa quella
solennità ^.
Nel capo dedicato specialmente alle espressioni della grande
arte, ci occorrerà indugiarci ad alcune cappelle, nei dipinti delle
quali — segnati dal pennello dei Piazza, del Luino, dei Campi,
del Crespi — palpita tutta la giovinezza della rinascenza, e sono
tutta una gloria di eleganza e di colorito.
A far corona alla parochiale, il secolo XVII vide agli esistenti
asceterì aggiungersene una nuova serie.
no
CODOGNO E IL SUO TERRITORIO
La pia congrega dell'Annunciata, costituita da uomini seco-
lari, non potendo più pel proprio accrescimento celebrare le sue
funzioni in S. Giorgio — che un secolo prima l'aveva accolta —
opinò s'avesse ad edificare un nuovo oratorio; e, giovandosi
della riscossione di dodici mila lire da quei serviti dovutele,
gittò le fondamenta di S. Maria alle nevi (27 maggio 1604);
obbedendo al priore Camillo Cremonesi, che seppe coli' attività
della fede raccogliere nel solo giro d' un giorno cento quaranta-
quattro lire all' uopo.
Gli uomini pii e facoltosi che nel nuovo tempio si stringevano
bianco vestiti in confraternita del Gonfalone — affigliata a quella
di Roma — rivolgevano i loro sforzi suntuari, più che a lus-
suosità costose, ad opere di filantropia; quali l'assistenza ai
giustiziandi — che poi nell' oratorio venivano seppelliti — ed
a procurar doti di cento lire cadauna ad otto nubende indigenti,
sorteggiate ogni anno. L' oratorio, quindi, costituito di una sola
nave, conservò la forma primitiva ; fu solo allungato dalla parte
dell'abside, ma artisticamente restò sempre una povera cosa ^.
Al capo XXXIV si tenne parola della secessione tra i con-
fratelli di S. Rocco ; alcuni dei quali rimasero fedeli al loro
angusto oratorio ed alla tonaca verde, ed i più, invece, deside-
rosi di maggior sviluppo, eressero ex novo la chiesa della Tri-
nità, adottando zimarra scarlatta.
Il culto alla Triade divina fin dallo scorcio del secolo XVI
mirava ad affermarsi nel nostro borgo con personalità propria:
Giovanni Antonio Cipello testava lire cento per la costruzione
della chiesa alla Ss. Trinità (22 novembre 1562), e — dice una
nota dell' archivio parochiale — « questa è la memoria più an-
tica sulla medema ».
Dalla stessa fonte ci proviene una nota — a dir vero, in-
comprensibile— per la quale, sotto la data 9 agosto 1565, la
confratria della Trinità sarebbe stata eretta « nell' oratorio di
questo titolo » ; là dove documenti irrefragabili ci fanno certi
esser stato nel 1608 che molti congregati di S. Rocco si co-
struirono con pecunia propria l'oratorio trinitario; e quivi la
novella compagnia salì a tale importanza che oscurò l'emula
sanrocchina.
NELLA CRONACA E NELLA STORIA
III
Fu detto che subito dopo la parochiale è, tra le chiese co-
dognesi, da riguardarsi come di maggior merito architettonico,
la Trinità. Le impressioni nostre ci dilungano da si fatta opi-
nione. La facciata del tempio ha bensì linee severe ed intonate ;
ma al favorevole giudizio non siamo d'avviso corrisponda l'aspetto
interno, dove — in mezzo alla generale povertà desolante —
appare tutta l'enfasi barocca nelle due cappelle laterali, dalle
ancone esuberanti, coi drappi di marmo ravvolti alle colonne a
spirale, coi fregi festonati e bistorti, e colle statuette paluda-
mentate, gestanti senz' anima. Le due cantorie soltanto meritano
nota per vetusta correttezza di disegno.
Da questa chiesa la confraternita spargeva frutti di cristiana
carità, e con assistenza ai malati in un nosocomio speciale, e
con elargizioni dotali annue di quaranta lire a quattro pulzelle
Sono due le modeste leggende che preludono alla cronaca della
chiesa e del convento francescano della Madonna delle Grazie.
Fu narrato che il frate Santo Ferrari, codognese religioso
nella regola assisiate, genuflettendo un di là dove oggi è la via
Crucis dei francescani — e dove allora s'apriva una casa di
mala vita — presagì che, ad espiazione di quello scandalo, nei
tempi avvenire sulle rovine dello scorto sarebbesi eretto un se-
rafico chiostro. Fu anche raccontato di Gian Giacomo Teodoro
Trivulzio, aspettante in Roma la porpora più tardi conseguita
ed insieme anelante di ritorno a Milano, dove la madre sua
— Caterina Gonzaga dei principi di Castel Goffredo — stava
gravemente infermata. Fu assicurato il principe da un uomo
che passava per molto addentrato nelle celesti cose — un fran-
cescano laico. Innocenzo — che donna Caterina sarebbe guarita
ed il prelato sarebbe stato decorato dello zucchetto; e del du-
plice precònio fu cosi lieto Teodoro, che fece voto di fondare
in Codogno un convento dell'ordine minorità.
Diversa dalla leggenda è la storia, la quale non può proce-
dere che a rigor di date; e per queste è stabilito che solo nel
1625 Teodoro Trivulzio — rimasto vedovo cinque anni prima
di Giovanna Grimaldi dei principi di Monaco — si dedicò alla
chiesa, essendo eletto chierico di camera; e che al cardinalato
egli salì solo nel 1630. Si sa invece che — annuenti il pontefice
112
CODOGNO E IL SUO TERRITORIO
ed il rettore Cornali — si associarono per raggiungere il divi-
sato stabilimento dei francescani nel borgo (1618), ricche e pie
persone, alla testa delle quali la comunità, che già ripetutamente
aveva trattato, ma indarno, pel trasferimento in Codogno del
chiostro cappuccino presso Casalpusterlengo (1585-1598).
Lire ventidue mila e cento cinquanta furon raccolte per la
chiesa e pel convento ® ; V area per questo fu concessa dai Tri-
vulzì, per quella da Pietro Antonio Ferrari; ed il famoso inge-
gnere conterraneo Giovanni Battista Barattieri approntò i disegni,
sollecitamente approvati.
Col solito preliminare di rito, fra Giuseppe d'Arzago, custode
per Milano della famiglia francescana riformata, piantò solenne-r
mente la croce sul luogo designato ad essere la porta del tempio
(30 maggio 1620); e subito dopo il vescovo di Lodi, Seghizzi,
veniva invitato dalla comune e dal Trivulzio a posare la prima
pietra della chiesa di S. Maria (i giugno). Quella cerimonia fu
veramente grande; al che concorse senza dubbio la strana
comminazione fatta dal feudatario dell'ammenda di venticinque
scudi a chi non vi si fosse condotto.
Non rifugge per certo all' attenzione di chi legge la caratte-
ristica di quella erezione, che risulta interamente di iniziative
locali, prestandosi il vescovo solo per la parte liturgica impo-
stagli dai canoni. E pure, parve fosse d'origine codognese anche
il domenicano antistite Michel Angelo Seghizzi, già lettor pu-
blico di teologia, padre inquisitore a Bologna, Roma, Cremona
e Milano, commissario generale del santo ufizio, ed in questa
qualità partecipe al processo di quel glorioso accusato che fu
Galileo Galilei.
E di Galileo fu grande amico il cosmografo nostro Giovanni
Battista Barattieri; così che anche allora, nel piccolo mondo
paesano, due principi e due età si guardavano combattendo.
I lavori della chiesa e del chiostro vennero spinti con alacrità
mirabile, tanto che tosto vi risiedettero alcuni padri, essendone
primo guardiano padre Stefano da San Romano di Garfagnana
(162 1). In quattro anni tutto fu compiuto, e gli stessi popolani
avevan voluto prender parte alle opere, fin dal loro inizio, nei
NELLA CRONACA E NELLA STORIA
dì festivi Stendendosi in catena fra il borgo ed alcune fornaci
di Retegno, e passandosi di mano in mano i laterizi necessari
per una settimana ai muratori. Ai più grossi trasporti pensa-
rono i proprietari dei contorni coli' uso delle loro carra.
Monsignor Clemente Gera consacrava nella usata forma la
chiesa (19 luglio 1626), accrescendosi la festività per la trasla-
zione nel nuovo tempio delle reliquie di diciannove martiri della
fede; alle quali doveva quattro anni dopo unirsi la spoglia di
un martire della carità: frate Gregorio Ferrari da Codogno,
Il porticato della B. Vergine delle Grazie.
fratello di frate Santo, rimasto vittima della peste, mentre ag-
giravasi coraggioso tra i colpiti, consolatore dei loro estremi
momenti (1630).
Il classico chiostro a portici delle antiche chiese fu intellet-
tualmente riprodotto come ingresso alla chiesa, su disegno del
capo maestro Carlo Francesco Monticelli (1778). Il quadrilatero
arcuato circoscrive quello che direbbesi il patium del tempio,
all'evo dei primi cristiani serbato alle tombe, più tardi volto
ad ornamento.
Sulle quattordici arcate — dissimetriche per le proporzioni
delle due che stanno verso l'imbocco della via — prima che
Codogno e il suo territorio^ ecc. — //. 3^
114
CODOGNO E IL SUO TERRITORIO
fossero dotate di portico, furon dipinte le stazioni della strada
di Gesù al Calvario dal cavalier Pietro Magatti di Varese; e di
quei vantati lavori, lasciati con supina insipienza alla mercè del
volgo demolitore, oggi si hanno appena le traccie. In quali
condizioni d'abbandono, del resto, giace tutta quella prospettiva
di portici, sotto i quali la memore fantasia rivede nel cuor delle
notti lunari gli antichi monaci discesi dall'erme celle ai mat-
tutini corali !
Sull'agile pronao bicolumne, alta, severa e dalle linee sem-
plici, s'eleva l'ampia facciata dal fastigio cuspidale. Il motto:
« charitas » fra le due braccia avvinte, e la croce francescana,
su cui s'appoggia l'asta di Longino e la spugna imbevuta di
fiele, riaffermano sulla cuspide esterna l'espressione dell'origine
locale della chiesa.
Dentro corre l'unica nave, accompagnata da tre cappelle per
lato; le quali — seguendo una massima salda nell'architettura
monacale — comunicano l'una coll'altra per vani regolari, e sono
separate dalla navata a mezzo di cancellate in parte primitive.
Imponente è la voluta dell' arcone; armonico il curvo piovente
del coro ; tutto vi fa sentire la casa di Dio. Il pavimento ha
tumuli petrali nei quali furon sepolti e benefattori e monaci
scomparsi, fino alla soppressione del chiostro. Due lapidi nere
murate agli sporti del santuario rammentano nomi e pregi di
Maria Lucrezia Borromea (171 6) e di Ottavia (17 15), moglie
la prima e figlia l'altra del principe Antonio Gaetano Gallio
Trivulzio, ivi sepolte.
L'aitar maggiore, d'euritmica ed austera costruzione in legno
bruno, accenna nei suoi fregi e negli intagli del cimazio e delle
fascie il gusto eletto di chi imaginò e condusse l'opera. Le
due statue fiancheggianti l'altare, e trasportate dalla soppressa
S. Chiara (1783), non corrispondono, però, alla purezza dello
stile di esso.
Gusto fine e perizia di buona arte si riscontra invece negli
altorilievi in legno sotto la mensa degli altari, nei quali lo
scalpello dei fratelli Antonio e Francesco Antonio da Sirone,
laici minori del convento, sceneggiò mirabilmente la vita com-
battuta del rabbi nazareno da Beltlemme al Golgota (1682).
NELLA CRONACA E NELLA STORIA
Il Goldaniga — conventuale di S. Maria delle Grazie — de-
scrisse e chiesa e convento ; ma quale iattura essi non patirono
dopo la soppressione della frateria, e dal passaggio loro dal
demanio al comune (20 marzo 181 1)? più che l'ingiuria del
tempo, l'ignoranza dell'uomo cospirò al danno, ed oggi inutil-
mente vi ricerchi alcune di quelle tele che il Goldaniga ricorda
di pennelli pregiati. Gli odierni ripulitori, o falsi restauratori
che dir si vogliano, hanno luridamente disteso i loro empiastri
su quelle pareti ; le oleografìe volgari hanno usurpato il posto
di quelle opere in cui palpitava tutta la maestà della fede ^ ; ed
ai corretti altari in legno intagliato, ecco sostituirsi dei farra-
ginosi edifìci dall'aureo spanto, il cui gusto significa più esa-
nime fecondità che forza intemperata
ii6
CODOGNO E IL SUO TERRITORIO
NOTE AL CAPO XLIII.
^ Lorenzo Monti - Almanacco codognese pel 1817.
^ Archivio comunale di Codogno.
^ Quale migliore effetto conseguirebbero i severi lati della chiesa, ove
se ne togliessero le aggiunte profane che la deturpano !
^ Il consorzio del Rosario fu eretto dal padre Vincenzo Giustiniano,
generale dell'ordine dei predicatori (31 marzo 1569); fu soppresso (13
marzo 1788); e, per decreto "della regia conferenza governativa, la sua
sostanza fu devoluta al consorzio sacramentino (4 aprile 1793).
La compagnia del Sacramento, si costituì tra i proceri del paese per
consiglio del vescovo Taverna, però senza distintivi di cappa (1579). Lo
stesso vescovo ne eresse canonicamente la scuola (21 maggio 1588); e la
veste bianca fu indossata per la prima volta da settantadue confratelli
(19 maggio 1805).
Riferiamo alcune note archiviali riguardanti l'accrescimento costruttivo
ed artistico della parochiale di S. Biagio :
1632 - I gennaio. Per dare uno sfondo condegno al tempio, la comunità
acquista una casa dietro di esso e ne fa costrurre il coro.
1671 - A Genova i codognesi acquistano la statua dell'Immacolata, per
cui si tiene una memorabile cerimonia.
1705 - Restauro della elegante balaustra che limita il sancta sanctorum.
1755 - Si comincia a costrurre le cappelle del Crocifisso e di S. Biagio.
1756 - L'ungarese Giovanni Bargozzi, colonnello qui presidiante, erige
una cappella a san Giovanni Nepomuceno, al cui posto, cinquant' anni
dopo circa, i francesi pongono san Napoleone, che vi rimane fino al 1814.
1773 - Per l'inaugurazione di un nuovo aitar maggiore, il coro e il pre-
sbitero sono dipinti a fresco in architettura da Girolamo Pezzoni e da
Giuseppe Zanni. Un Mariani di Sant'Angelo vi dipinge il medaglione del
Padre Eterno.
1780 - Nuovo restauro alla balaustrata.
1783 - 3 febbraio. Collaudo dell'organo, escito dalle celebri officine ber-
gamasche di Andrea Serassi, del prezzo di dodici mila lire milanesi.
1786 - Si rinuovano il pavimento della chiesa e la gradinata verso la
piazza.
1798 -T^estauro generale del sacro edificio. Il 6 luglio per ordine superiore
il commissario del dipartimento, Pavesi, sopprime il capitolo di Codogno.
NELLA CRONACA E NELLA STORIA
117
1803 - Inaugurazione della cappella del Crocifisso, restaurata dal pittore
Giovanni Biella.
1806 - 3 agosto. Istituzione della fabbriceria parochiale e riunione am-
ministrativa in essa di tutte le chiese sussidiarie del borgo.
1879 - 8 novembre. Riconsacrazione della chiesa dopo il restauro fatto
a spese del proposto Antonio Serrati e d'altri oblatori.
® In S. Maria alle nevi è degna di menzione forse soltanto la nicchia
della Vergine e dell'arcangelo Gabriele, la semplicità architettonica della
quale arieggia il buqn tempo artistico.
L'altare dell'Annunciata — che, secondo chi lo vide, era lavoro pre-
giato — fu tolto nel restauro del 1799.
^ Il campanile della Trinità, costrutto nel 161 6, fu compiuto col cono
che lo corona nel 1739, da Gian Maria Sartore di Codogno.
^ Offrirono lire quattro mila la comunità, sei mila Pietro Antonio Fer-
rari, sei mila don Domenico Pizzamiglio, tre mila e cinquecento cinquanta
Paolo Martinengo, e duecento cadauno Gian Battista Bellone, Paolo Folli
ed una incognita.
® Alcune opere fortunatamente rimangono ancora alla nostra ammira-
zione nella chiesa delle Grazie; tra di esse la nicchia del sant'Antonio
dipinta a puttini ed a fiori dal genovese Luigi Miradoro (1652^, alcuni
quadri di Carlo Vimercati, di frate Gerolamo da Premana e del Formen-
tini. Di questi lavori insigni partitamente diremo al capo dedicato alle
espressioni pittoriche nella nostra regione.
^" L'altare di san Luigi aveva il quadro del titolare, fatto eseguire dal
nipote suo Teodoro Trivulzio, che di lui fu ospite in Codogno, e che volle
rendergli omaggio di devozione quando Paolo V ne approvò il culto sugli
altari (1618), poi ampliato da Gregorio XV (1621).
È quindi da supporsi che il quadro del giovane marchese di Castiglione
mantovano fosse un ritratto fedele;, e pel valore storico, non meno che
pel religioso , si dovesse conservare nella cappella d' istituto tri vultino ;
non si relegasse, come fu fatto, nell'andito buio della sacrestia, facendolo
sostituire da una statua moderna senza pregi di sorta.
CAPO XLIV.
Nuove chiese di Codogno — S. Bernardino — SS. Gregorio e Sebastiano
— SS. Teodoro e Paradiso — La Madonna di Caravaggio — La
Visitazione.
BEIAMO ripetutamente visto che da secoli datava fra
noi la devozione a san Bernardino da Siena; ed
un'accolta di nostri conterrazzani, memori delle vit-
time del recente contagio, in suo onore fece sor-
gere un oratorio.
Il nome del santo degli Albizzi fu associato a quello di san
Gerolamo dottore : il vescovo Gera — qui in visita pastorale —
ne poneva la prima pietra (14 settembre 1635); ed — instante il
cardinale feudatario — vi si erigeva canonicamente la confrater-
nita della Morte, successivamente aggregata all'omonima arci-
confraternita romana (3 agosto 1639) ^
La ricchezza della confratria della Morte assicurò all'oratòrio
una lunga e grande fortuna spirituale. I sodali vi convenivano
in ogni dì festivo per udire un sermone sui morti, per medi-
tare sul mistero del sepolcro e per escirne, cinti di negra cappa,
in processione per le vie. Fino a sei messe quotidiane erano
stabilite, e lungo l'anno erano frequenti le altre solennità.
Il disegno architettonico dell' oratorio fu attribuito a Giovanni
Battista Barattieri, e fu considerato forse il migliore degli edifici
CODOGNO E IL SUO TERRITORIO
119
sacri codognesi. Era costrutto all'angolo delle odierne vie Cavour
e Adda; e sulla sua fronte corretta, dipinta in buona architet-
tura dal cremonese Giuseppe Zanni (1758),
si leggeva l'invocazione del salmista:
« Sur gite, 0 mortMÌ, venite ad judicium » ;
lo fiancheggiava una elegante torre, a detta
del Goldaniga la più bella ed alta del
borgo, dopo quella della collegiata.
Neil' interno il pennello egregio di Gio-
vanni Tognetti aveva mirabilmente con-
dotta la figura dei titolari, pure effigiati
colla Vergine, nel medaglione mediano,
da Pietro Mariani di Sant' Angelo ; i due
altari minori erano dicati a san Giovanni
Battista ed al compatrono san Gerolamo.
Dopo la soppressione dei conventi dei
riformati alle Grazie (11 maggio 1810), il
demanio accordò al comune quella chiesa
in cambio dell'oratorio di S. Bernardino,
e col pagamento di duemila settecento lire
(20 marzo 1811). Esso fu chiuso al culto
(18 aprile), e dallo stato venduto al ca-
valiere Gerolamo Trivulzio di Milano (18
novembre) ; che a sua volta lo rivendette
al comune. Per la sua poca sicurezza il
bel tempio veniva demolito, proprio allora
che un'altra opera egregia del Barattieri
— l'arco del Cristo — cadeva sotto i pic-
coni municipali (primavera del 1867)^.
Origine simile a quella dell'oratorio di
S. Bernardino ebbe la chiesetta dei SS. Gre-
gorio e Sebastiano, ad oriente del borgo ;
dove un sacello componeva le salme dei
caduti di peste (1634).
Là convenivano nei dì festivi i fedeli ; ma — come pareva che
più per ispasso che per ispirito di religione vi si riunissero —
cosi il proposto Gaspare Domenicani, colle offerte di parecchi
La torre
DI S. Bernardino.
I20
CODOGNO E IL SUO TERRITORIO
— tra i quali i Trivulzi, uno Stefano Levi, i Belloni, i Gandolfi
ed anche alcuni forestieri — tolse l'incentivo all'abuso, promo-
vendo la costruzione d' una modesta chiesa attigua al cimitero ;
nella quale raccolse i devoti della cappellina demolita, ed in-
sieme quelli d'un' altra propinqua, verso la Sigola, cui dava
nome la Vergine carmelitide. i
Il nuovo tempio conservò la dicazione ai santi Gregorio e
Sebastiano ; ma subito il popolo lo ribattezzò col nome di chiesa
dei Morti, conservato sino alla sua scomparsa. Fu fabbricata su
proposta architettonica di Carlo Antonio Albino (167 1), e fu
benedetta dal paroco Domenicani (27 ottobre 1672), per dele-
gazione del vicario generale della diocesi, allora in sede vacante
per la morte di Serafino Corio ; e monsignor Menatti vi eresse
la confraternita del Carmelo (14 aprile 1677).
La facciata col sovrapposto di due coppie di colonne binate
ai lati, era assai notevole, come la spezzatura del cimazio, che
dava luogo ad una piccola elevazione centrale di edificio. Ai
lati stavan due pieritti, ed a manca un portico immettente ad
un atrio; era corretta la linea del campanile a bifore.
L' interno era di una sola navata con due altari per lato ; sul
maggiore il fresco del « Crocifisso con Gregorio e Sebastiano pre-
ganti ». In marmo nero era la balaustra, su cui stava sculta la
impresa del Carmelo; ed alla Vergine del mistico monte era
sacro il primo altare a manca, fatto col murello dell'antica cap-
pellina incorporata nella chiesa. I santi Giovanni Battista, An-
tonio da Pàdova, Ignazio da Loiola e Francesco da Paola
— questo per giuspatronato trivulziano — avevano culto sugli
altri tre altari minori.
Un bel coro compiva l'euritmica armonia dell'interno, pro-
lungandosi dall'ara massima.
Antonio Tolomeo Gallio Triyulzio — vuoisi per voto di aver
prole — pensò di consacrare alle salme cristiane la tumulazione,
allargando il piccolo cimitero esistente presso SS. Gregorio e
Sebastiano. E quel breve campo di riposo egli riattò al miseri-
cordioso oficio, facendovi dipingere il motto : « Pregate pel vivo
benefattore che si è ricordato dei vostri morti» (18 ottobre 1728) ^
NELLA CRONACA E NELLA STORIA
121
Verso la fine del secolo XVIII, però, il camposanto dovette
cedere ad una non meno sublime opera di carità: all'erezione
dell'ospitale, che appunto stava per sorgere sul luogo già de-
SS. Gregorio e Sebastiano ^.
stinato alle tombe dal Trivulzio. Da allora anche l'oratorio
virtualmente cessò di esistere; e poco dopo lo si chiuse, tra-
mutandolo in magazzino agricolo (1805); e, dal culto di Cerere
passato a quello di Marte, servì poi alla raffineria dei salnitri
per le polveri piriche (18 10), fin che fu raso al suolo (18 17).
Verso la metà del secolo XVII, le molte chiese aperte al
culto non bastavano ancora al tranquillo ascetismo occupante
\ gli animi, acuito com'era tuttavia dalle visioni di oltre tomba,
procurate dalle fiere reminiscenze della recente e distruggitrice
122
CODOGNO E IL SUO TERRITORIO
epidemia. I rimpianti e le preci domandavano un'altra sede; e
questa fu, coli' erezione d'un tempio al titolo dei santi Teodoro
e Paradiso, riassunto poi nell' unico e supremo del Cristo.
Fu la tradizione quella che unificò in quest'ultima dicazione
le due originarie; tradizione di antichi giorni, per la quale si
narra che nel crollo di una casupola, sorgente là dove poi si
eresse la chiesa, si salvava prodigiosamente dalla ruina la fan-
ciulla d' una povera filatrice. Alla ingenua giovanetta aveva tur-
bato il sonno una mistica voce che le imponeva di levarsi e di
fuggire. Ella obbedì; ma la madre, sdegnando quella apparenza
di capriccio, per tre volte riconduce la figliuola riottosa al let-
ticciuolo; invano, che, di bel nuovo terrificata la adolescente,
ne sorge e, gridando alla madre che una fiera sventura minaccia
entrambe, costei nolente si trascina fuori dall'abitazione. Appena
in tempo! Come commossa da un terribile schianto, la casetta
precipita, d'essa rimanendo integro soltanto un lembo di muro,
sul quale campeggia il rozzo simulacro dipinto di un Cristo
crocifisso.
La novella scuote tutti gli spiriti ; si grida al miracolo ; il
muricciuolo vien tolto di terra e solennemente recato alla colle-
giata ; d' onde — eretta la chiesa a san Teodoro — vi fu col-
locato e vi si trova tuttora, all'altare di destra.
La cronaca — più modesta della leggenda — ne differisce di
molto, bastando il primo titolo della chiesa a far intendere ad
un tratto che anche codesta affermazione religiosa involgeva un
ossequente omaggio al cardinale feudatario, che appunto si no-
mava Teodoro.
Egli aveva rifatta la contrada diretta a Retegno e detta di
Fombio, e in essa alcuni benestanti vollero elevato l'oratorio,
pontificando alla cerimonia inaugurante il proposto Gaspare Do-
menicani (22 ottobre 1642), il quale ebbe pur la ventura di
consacrare il tempio perfetto (i settembre 1647).
Alla chiesa fu aggregata la confraternita di Maria Vergine
del Riscatto o dei Trinitari — i quali sulla rossa zimarra por-
tavano il rocchetto crucisignato di bianco e d'azzurro (25 luglio
1656) — riunita più tardi alla omonima arciconfratria di Roma
NELLA CRONACA E NELLA STORIA
123
(20 agosto 1672). Il cardinale, Giovanni Pietro Toninelli, don
Giuseppe Bellone, don Stefano della Gaza, Federico Grimoaldi,
don Francesco Colombini, Antonio Ferri e Caterina Credazzi
furono i perspicui benefattori del sacro luogo. L' ordine filippino
tentò indarno di stabilirvi un proprio chiostro.
La Madonna di Caravaggio.
Nel furore delle guerre francesi anche l'oratorio del Cristo
decadde a magazzino di salmerie militari (1804); ma poco dopo
tornò al suo chiesastico oficio (24 gennaio 1808).
Di veramente artistico nulla si ravvisa nell' interno del Cristo.
All'aspetto esteriore è notevole l'ardita cupola, elegantemente
imaginata dall'architetto Albino.
Pure di Carlo Antonio Albino, ed importante opera d'arte,
^ è il santuario della Madonna di Caravaggio, sorto sul principio
del secolo passato.
124
CODOGNO E IL SUO TERRITORIO
Dove è oggi la chiesa, prima un breve sacello a sagoma pi-
ramidale si elevava presso un incastro, offrente al passante il trat-
teggio Trescato della « Presentazione di Maria Vergine ». Guasta
dal tempo e più ancora dalle manualità soldatesche della guerra
tra franco-ispani ed austro-sardi (1706), anche quella effigie era
presso che scomparsa. Alla iattura del dipinto soccorse provvi-
damente il sacerdote Giuseppe Dragóni, che, padrone del fondo
circostante, restaurò la cappellina, ed al posto dello scomparso
dipinto volle che Giovanni Battista Scarpino, sopranomato il
Bianchino, figurasse la imagine della taumaturgica Vergine di
Caravaggio ; il culto alla quale — dopo l' apparizione a Giovan-
netta Vacchi Varoli (26 maggio 1432) — s'era venuto ampia-
mente diffondendo per tutta Lombardia.
Crebbe rapidamente in fama presso le semplici genti del
contado il sacello riedificato dal Dragoni; la fede ardente vi
avviava in folla afflitti ed infermi, ed a questi e a quelli faceva
conseguire guarigione e conforto ; così che copiosissime vi af-
fluivano le divizie dei doni ex voto-, lino, filati, zendadi pren-
devano luogo di ori e di argenti, risultavano la espressione
veritiera dell'unanime sentimento dei poveri e degli umili.
Il proposto Bartolomeo Rota ne diede contezza all'ordinario
lodigiano Ortensio Visconte (ottobre 17 10); grandi cose eran
state riferite al nostro mitrato circa la cappella già divenuta
miracolosa nel publico consenso ; • ed, a meglio corroborare la
credenza, si ripeteva da ognuno, colorita dalle impressioni po-
polari, la narrazione della lampada ardente al sacello.
In una stalla del Lumino — e cioè dell'ultima parte di via
Camposanto, che conserva tuttora quell'appellativo — giuocano
a carte, in una sera invernale, alcuni contadini. Vien meno
l'olio nella lucernetta, ed uno spirito forte della brigata attra-
versa i campi, va alla cappellina e ne toglie la lampada per
tornarsene alla stalla. Essa si spegne, ma, ricollocata davanti al
simulacro, subitamente si riaccende, ripetendosi la stranezza più
volte ; di modo che, fra spaurito ed ammirante, il giovane torna
al convegno e tosto si propala il miracolo.
Tutti, fidenti nell'olio taumaturgico, ne richiedono per sanar
loro mali; è così grande il concorso di prossimi e di lontani
NELLA CRONACA E NELLA STORIA
125
che si deve far di quell'olio misurata distribuzione in barattoli
speciali, di cui ben cinquecento sono rilasciati in un sol giorno
(4 giugno 17 II), e prima di quella fine d'anno quattordici mila;
La Madonna di Caravaggio.
d'onde tale penuria di vetri, che dalle città vicine non è pos-
sibile rispondere all'enorme richiesta.
Alla fede dell'olio s'accompagna quella nell'acqua. Un pozzo
viene aperto accanto al sacello; vengono a legioni gli assetati
della linfa prodigiosa; ed alla nuova piscina probatica chiedono
il celeste conforto gli infermi.
126
CODOGNO E IL SUO TERRITORIO
Il portento induce il superiore ecclesiastico all'azione. Per
comando del vescovo, si esperisce l'esame canonico del caso; e
frattanto le offerte e i doni, specialmente di lino, così- smisura-
tamente aumentano, che basta il prodotto della loro vendita per
assicurare buona parte della chiesa condenda. Il Rota insiste,
ed il Visconte — dopo aver visitato il sacello (2 agosto 1711)^ —
approva il piano, spinto e caldeggiato da tutti, della chiesa da
erigersi ; elegge la congregazione dei deputati all' amministra-
zione delle elemosine raccolte — tra le quali una del fittabile
di Reghinera, per transazione di lite — e delega il proposto
alla posa della prima pietra, vietandogli però — con limitazione
sintomatica — il richiesto pontificale (2 settembre). E la prima
pietra è posta undici giorni dopo.
Su disegno dell'Albino, ed in massima parte eseguito dal capo
maestro Giovanni Battista Calzio, il tempio in tre anni potè dirsi
internamente compiuto ; e tosto fu sentito il bisogno di un ac-
cesso degno del santuario; tanto che i reggenti, sopra disegno
di Cristoforo Bignami, fecero aprire una strada che dalla via di
S. Marco mettesse alla novella chiesa (1761), delineando così
quello che cinquantasei anni dopo doveva diventare publico
passeggio.
La soddisfazione universa dei codognesi pel compimento del-
l'artistico sotterraneo e della facciata dell'edificio è narrato nella
cronaca manoscritta, da noi già citata, e che resterà pei nostri
lettori... dell'anonimo moderno; e vi si legge — fra qualche cro-
nologica inesattezza — di una gran festa religiosa e profana:
mentre nel tempio salivano fra nubi d' incenso i canti d' una
messa solenne, al di fuori, tra gli allettamenti di onesti spassi,
due improvvisate fontanelle gittavano l' una acqua, l'altra vino,
a libero godimento di quanti volessero (1779).
Il tempio si potè dire finito nella prima metà di questo se-
colo, specie per l'opera dei sacerdoti Carlo Guaitamacchi e
Bortolo Mola, e di altri oblatori e cooperatori (1838).
La chiesa celebrata presenta all'occhio tutti i requisiti della
buona estetica costruttiva. L'attico eccelso, il duomo bulboso,
NELLA CRONACA E NELLA STORIA
12
ed il campanile a capolino dittico, con mirabile convenienza si
susseguono nell'alto. Il prospetto in tre piani svolge nell'infe-
riore e nel medio lo stesso motivo architettonico, a lesene, a
La cripta DELLA MADONNA DI CARAVAGGIO.
nicchie ed a frontoni. Quattro torricciuole a piramide binate
fiancheggiano il comparto superiore, coronato da un timpano
•centrato, grandiosa riproduzione di quello che sovrasta in basso
al portale; là dove è spezzato con artistico ardimento quello
che fa da stipite all'ampio finestrone occhieggiante nella media
prospettiva, divisa così dalla sottomessa come dalla sovrapposta
a mezzo di eleganti cornicioni ad ovoli simmetricamente rien-
128
CODOGNO E IL SUO TERRITORIO
tranti. I fastigi del tempio sì rialzano anche più colle torricciuole
estreme di compimento e coi piccoli ma snelli obelischi eretti
sul secondo cordonato.
In basso, sull'archetto della porta, come pure nello spazio
della più elevata sezione, stanno due finte rose, circolare la su-
perna, ottagona la terrena, sulla quale si legge la dicazione
Non meno gradito per semplicità di euritmia e per propor-
zionata quantità di misure è l'interno, a croce latina colle braccia
laterali sensibilmente accorciate. Lo sviluppo dell' inalzamento e
del sostegno laterale all'unica navata è delineato da un'agile
successione di lesene capitellate a fiorami corinzi; sulle quali
gira con imponente eleganza un altro cornicione a molteplici
sagome, la cui impressione sarebbe forse degno ricordo del-
l'aureo secolo rinascente, se la pluralità copiosa dei bastoni e
dei bordi non la appesantisse di soverchio. Leggera, alata,
invece s' erge la cupola.
Da entrambi i lati della chiesa s'aprono i vani delle tribune
riservate, non fallibile indizio del carattere decoroso del tempio
e della sua frequenza gentilizia. Due ampie cappelle si fronteg-
giano ai lati, con altari ricchi di marmi; l'aitar maggiore posa
sopra due semplici mensole tutte a riquadri marmorei, disposti
per una serie verticalmente ed orizzontalmente per l'altra.
Sul mezzo della navata si apre la bocca del sotterraneo; una
mirifica scalea immette alla cripta, precinta da un sottoportico
d'otto archi; e quivi tutto è rifulgente di nitori lapidari, dalla
balaustra all'altare, dagli interstizi arcuali al pavimento; e l'os-
servatore, in cospetto del fastoso e policromatico ipogeo, prova
un senso di ammirazione per chi seppe in così limitato spazio
ideare quello svolgimento e quella leggiadra sovrapposizione di
piani e d'edificio.
Dietro l'altare sta la fontana evocatrice delle peregrine con-
fratrie lontane ed il muricciuolo del primitivo incastro miraco-
leggiante.
Anche T ornamentazione pittorica accenna a preclari autori:
r architettura dipinta, con ricordi farraginosi di purezza ellenica
NELLA CRONACA E NELLA STORIA
129
e di incontinenze bernìniane — caratteristica dei prodromi del
settecento — s'allàrga con motivi grandiosi di colonne a chioc-
ciola attorno alle porte, alle finestre, agli altari, con colori
teneri nei quali prevalgono il cinereo ed il violaceo, spiccanti
sulla chiara tinta generale del tempio, opere di Sebastiano Ga-
leotti, firentino, che ai dì suoi lasciò nell'alta Italia non periture
reminiscenze dell'arte sua. Del Galeotti è pure l'ancona del
maggiore altare, a gloria del nome di Maria; il cavaliere Angelo
Borroni, cremonese, dipinse con nerbo il « san Michele » nella
cappella a sinistra — alla quale Luigi Gaudenzi doveva poi
donare l' altare — e il « san Giuseppe » della cappella a destra.
L'affresco, con tutta la difficoltà degli scorci, si slancia fa-
sciando l'interno della cupola, con riproduzione di fregi e di
simboli affini; e di là discende l'impressione, in perfetto accordo
con quella di tutte Ve altre pitture murali.
. . . * .
Se non fossimo spinti dall'alacre stimolo della brevità, do-
vremmo qui estenderci nel riferire particolarmente d'altri oratori
che in quelle ascetiche età facevan grossa la serie delle case di
preghiera. Non deve, però, restar priva d'un rapido accenno
la chiesa, tuttavia militante nel culto, la quale sorse nel nome
della Visitazione e di san Luca — in memoria di Luca Trimerio
Tonolo — nella contrada della Rocchetta (via Cavour), per opera
delle monache orsoline, già conviventi colle Clarisse.
' Sostituì essa un oratorietto, come tutti gli altri claustrali
dell'ordine feminile di S. Benedetto favorito da privilegi pon-
tifici (1684), e rimasto aperto fino quando un chiostro e la
chiesa si prepararono alle suore (28 ottobre 1723).
L'erezione della chiesa, del coro, del campanile e di parte
del collegio furono affidate al conterraneo architetto Clemente
Tranchinati (1723-1726); e la facciata fu dipinta, secondo il
gusto dell'epoca, dal piacentino sacerdote Giovanni Carlo No-
vati (1740), con sfondo prospettivo, come egli stava dipingendo
pure la facciata del coro nella chiesetta del seminario locale.
Anche il bel lavoro architettonico del Novati — che noi ricor-
diamo d'aver visto nella nostra fanciullezza — è scomparso sotto
la tinta volgare dell'imbianchino, che, nel gretto andazzo dei
tempi, deve forse parere ad alcuno fior di esteta...
Codogno e il suo territorio, ecc. — //.
I30
CODOGNO E IL SUO TERRITORIO
Edificata per bisogni spirituali del chiostro, la Visitazione era
ristretta assai più che oggi; perocché, oltre l'aitar maggiore si
inalzava la parete che tagliava in due il presbitero, serbandone
il fondo a sede corale delle religiose. La muraglia, ora abbat-
tuta, esamplia ed allunga la sola navata, che corre tra i muri
laterali nel sommo ad archi non ponderosi, ed è questo pregio
abbastanza raro, in giusta armonia col resto dell' austero oratorio.
Un solo quadro, il patronimico, è degno di menzione, opera
di Carlo Vimercati, milanese, che — a giudizio di critici illustri —
compiè in Codogno le sue opere migliori.
NELLA CRONACA E NELLA STORIA
NOTE AL CAPO XLIV.
^ Archivio parochiale di Codogno.
^ Archivio parochiale di Codogno.
^ Pier Francesco Goldaniga - Memorie storiche del regio ed insigne
borgo di Codogno.
* Da un rame antico.
" Archivio parochiale di Codogno.
^ Si legge sulla facciata della Madonna di Caravaggio la seguente epigrafe :
D. o. M.
MAGNO DEIPARA NOMINI
PROPE AQVAS MIRACVLIS AFFLVENTIS
INDIGENIS ET FINITIMIS CERTAtiM CONFLVENTIBVS
OBSEQVI MONVMENTVM
IN ANGVSTIS PERFVGIVM
ANNO MDCCXI INCHOATVM
ANNO MDCCXIV
ABSOLVEBATVR
' Una smussatura nel centro di questa iscrizione, e che si dice fatta da
un proiettile, ha la sua leggenda. Si narra che ad un soldato condan-
nato nel capo fosse promessa la salvezza, se coli' arma avesse imberciato
il giusto foco della lettera o campeggiante in prima linea dell'epigrafe. A
quanto pare la buona mira non arrise all'infelice archibusiere.
Altri raccontano di una pacifica scommessa tra amici, di bersagli ad
iperboliche distanze.
CAPO XLV.
Un pio romeaggio sul finire dello scorso secolo — Chiese ed oratori
dell'agro e dei borghi circostanti.
ISALIAMO colla imaginazione al finire del secolo scorso, *
e teniamo dietro ad un devoto romeo che — vi-
sitate le chiese del suo borgo — intende toccare
altresì la soglia dei precipui luoghi sacri onde è
ricco il Codognese.
Avviandosi dall'arco del Barattieri verso il Po, prima di en-
trare in Retegno, e proprio a sinistra dell'imbocco della strada*
per Fombio, il peregrino incontra la Madonna del Pilastrello, sulla
cui fondazione due leggende parlarono in diverso senso. Un
contadino, falciando le erbe, urtò inavvertitamente colla punta
del ferro l' effigie della Vergine dipinta sopra un piccolo pila-
stro, e l'imagine diè sangue; il miracolo fu all'istante risaputo
dal popolo, e la meravigliosa icone fu trasferita al maggior
altare della chiesetta che vi si fece sorgere. L'altra tradizione
— d' accordo colla storia in quanto che la chiesa è di fonda-
zione trivulziana — accenna alla erettrice per voto, in persona
della principessa Olimpia Pallavicino Trivulzio, che, dopo vi-
vissime preghiere innanzi al mistico affresco, avrebbe vista ri-
sorridere la luce semispenta negli occhi della figlia Caterina.
CODOGNO E IL SUO TERRITORIO
La nuova chiesa ebbe tosto beneficio da lasciti, come quello
di don Giuseppe Bellone (24 settembre 1649); e fu, su pro-
posta dei monaci agostiniani scalzi (9 febbraio 1653) loro con-
cesso, insistendo il cardinal Trivulzio, per licenza della comunità,
di stabilirli presso il Pilastrello, pur che
l'amministrazione non avesse a ri-
sentirne spesa di sorta (16 gennaio
1657)'-
In Retegno il peregrino trova l'ora-
torio di fronte alla zecca, detto la Ma-
donna dell'Impero (1642); e la antica
e rustica chiesicciuola di S. Isidoro,
l'agricolo protettore, la quale sembra
vegliare sul pendio dello scomparso
lago Barili ; essa non dipese spiritual-
mente mai da Codogno.
Parimenti di ragione spirituale piacentina è la chiesetta della
Mirandola, al santo nome di Maria, proprietà prebendaria della
mensa di Fombio, e prospiciente le case di giurisdizione codo-
gnese, qui confinarie colla strada Emilia.
L'advena scorge da lungi, tra i floridi campi, la chiesetta di
S. Bernardo alla Trivulza, beneficiata dai Calza del Molinetto,
nella seconda metà del secolo XVII; della qual famiglia esiste
tuttora ricordo nel rozzo quadro del coro, dove è tramandato
il miracolo della caldaia ancor colma di fior di latte, dopo che
un pio Calza ne aveva fatta distribuzione ai poverelli del luogo
Prosegue il viatore per Fombio, la cui parochiale — distinta
per la facciata in barocco — è la prisca chiesa, dai monaci
pavesi fondatori titolata a san Pietro, poi anche a san Paolo
ed a san Colombano, in memoria della cappella eretta verso
San Fiorano dai longobardi, un secolo dopo la morte del grande
abate irlandese. La chiesa di Fombio ha l' interno d' una sola
nave, fiancheggiato da arconi ed archetti, costrutti con assoluto
oblio delle regole estetiche (1611)^. Di fianco alla canonica
sorge il piccolo oratorio della confratria.
Guardamiglio ha una bella ed ampia chiesa, dedicata a san
Giovanni Battista, consacrata dal vescovo piacentino Giorgio
134
CODOGNO E IL SUO TERRITORIO
Barni, essendo rettore Francesco Viustino (1690). La facciata
e le sue statue decoratrici sono di genere barocco ; i sei archi
dell'interno poggiano su agili colonne, ed ai lati della cupola
eccelsa ottagonale le cappelle del Cristo e del Rosario accor-
ciano le due tratte della incrociata. Di marmo riccamente fre-
giato è l'aitar maggiore*, dietro cui s'allunga il coro con stalli
elegantemente semplici, memoranti il gusto artistico d'altri dì.
Attiguo alla chiesa, da sinistra, un modesto ossuario racchiude
e teschi e tibie e femori umani, ricordo della vecchia pietà, che
non sempre nè da per tutto si acconciava a sottrarre l'ossa dei
trapassati dallo sguardo dei vivi.
Spessa di asceteri è la Lunga del Po: Oltre la chiesetta di
S. Rocco al Porto, al chiaro confessore di Linguadoca e le
altre minori di S. Pietro in Mezzana Casati — dal sacrato
ameno, dalle linee austere e dalla nuda architettura che risente
lo stile lombardo — e di S. Fermo e Maria Nascente in Ber-
ghente^, il viatore può salutare colla preghiera gli oratori di
S. Domenico nel luogo di Valloria, di S. Francesco alla Fitta-
rezza, di S. Benedetto presso S. Rocco, del Casino alle Mez-
zane e di S, Carlo Borromeo all'Isolone.
Abbandonando la plaga subbietta ad Antonino martire, il
nostro peregrino risale il corso del gran fiume, ed eccolo in
presenza di Somaglia; dove l'ampia chiesa, onorante l'Assun-
zione di Maria, è inspirata a ricchezza e fastosità di forma,
pel disegno di Giulio Calieri di Milano.
Vuoisi che a costrurla servissero i materiali d' un oratorio
gentilizio dei Somaglia, dicato a san Giovanni decollato. La
prima pietra fu posta da monsignor Andreani (14 ottobre 1769),
che benedisse il tempio compiuto nove anni dopo.
Bello nella sua semplicità è il pronao a traforo d'archi, in
guisa che l'atrio riesce corretto. All'interno, e per le alte volte
e per la decorazione di buon gusto — ma non egregiamente
eseguita — l' insieme del tempio ha un buon carattere d' arte.
Decorano l'aitar maggiore i due grandiosi quadri murali di
scuola veneta del Rossi (1729) e del Trevisani (1752).
Fanno corona alla parochiale di Somaglia gli oratori della
Immacolata alla Costa, quello della Purificazione al Careggio, e
NEI^LA CRONACA E NELLA STORIA
quello di S. Bernardino a Mirabello. Quest' ultimo nulla per certo
offre di speciale allo imaginario circumviatore del secolo scorso,
fuor che un flessorio per le ginocchia; ma oggi al contempo-
raneo amator d'arte ben altro vi si presenta, degno obbietto di
ammirazione, per merito dei nobili Mancini milanesi, proprietari
e patroni dell'oratorio. Il cui incremento si avverò quando,
raccolte le spoglie opime della cappella certosina di San Co-
lombano, Francesco Mancini le fece trasferire a
Mirabello; il che dice un'epigrafe memorativa,
fregiata coli' inquartato dei nobili Mancini, pa-
renti dei feudatari di San Colombano e patroni
della cappella abolita, principi Barbiano di Bei-
gioioso. Oltre gli arredi sacri, l'organo ed i
paramenti, trovò sede in S. Bernardino di Mi-
rabello — trasportatovi da otto paia di buoi —
il fresco di Bernardino Campi, simboleggiante l'augusta Triade
(1846)".
Dilettosità artistiche non rinviene l'ascetico visitatore nè pure
nella parochiale di Senna — bassa, colle cappelle tozze, con due
altari laterali — posta sopra una eminenza da cui l'occhio può
scorgere Corte Sant'Andrea. A Senna si aprono ai preganti gli
oratori di S. Maria in Galilea, già delle monache cistercensi, e
dell'Assunzione della Vergine.
La chiesetta di Corte Sant'Andrea — appartenente all' arci-
diocesi milanese — ha una sola navata e due altari ai lati. Si
vuole eretta colla torre e colla casa rettoriale al principio del
secolo XVII ''j con dicazione a sant'Andrea ed a san Rocco;
del qual santo il luogo — presso l'arco Belgioioso — aveva un
oratorio. L'ente parochiale fu eretto dal duca Belgioioso sul
finire dello scorso secolo ^.
Il nostro viandante trascorre per Orio, dove da circa otto
secoli sorge la chiesa dicata al decollato Battista, e s'aprono
gli oratori di S. Antonio abate — pure antico — e, poco lungi,
alla Marmora, quello di S. Francesco di Paola ®.
* . . .
Non è possibile frenare un senso di soddisfacimento al con-
spetto della parochiale dell' Ospitaletto, sovraneggiante da un' al-
136
CODOGNO E IL SUO TERRITORIO
tura colla facciata di ricordi bramanteschi, e consacrata ai due
principi degli apostoli dal vescovo cremonese Cesare Spedano
(25 luglio 1599).
Scorge il compagno nostro, con intimo diletto, la croce che
vi si apre, cui formano le tradizionali cinque scodelle simbo-
liche dei vecchi peregrini. Son convesse le mura del fronte,
prospettanti il viale di acacie che conduce all'ingresso. È ele-
gantissimo il pronao a portici, sostenuto da colonne cui fa da
piedistallo una scalea a cinque gradi. Al di sopra del colon-
nato, il terrazzo aperto, fregiato di balaustra; e dal terrazzo al
fastigio si spinge il cuspidale frontispizio, sull'architrave leg-
giadramente esornato a gruppi rientranti da tre torrette Le
ingiurie dei tempi e degli uomini hanno guasta la stupenda
prospettiva, cui compie, correndo nell'alto, il campanile, di pura
maniera, a guglia. La porta si para cimata da un architrave di
fino marmo.
Il tempio è internamente dipinto nella volta e nello sfondo
del coro a prospettive, ora scialbate, e certamente eseguite al-
meno un secolo dopo la costruzione architettonica. E ampio,
quale appunto occorreva alla collegialità monastica che lo ofi-
ciava; e vi si susseguono ad ognuno dei lati tire cappelle ad
altare, delineate e decorate con ricca squisitezza in bianco e
stucchi dorati. Belle opere d'arte, di scalpello e di pennello
stanno in questa chiesa; dove tutto si risente il fascino delle
volute, degli ingegnosi cartocciami che le fantasie esuberanti
del seicento subivano prepotentemente; basti ad accusarlo la
vasta, fastosa cornice a statue e glorie dorate del maggior altare.
La chiesa — che, in onta alla commistione capricciosa di
stili diversi, rende sempre una visione di effetti architetto-
nici geniale — fu restaurata dal romano cardinale bibliotecario
Angelo Maria Quirino, protettore della famiglia girolamina, e
dall'abate generale Gian Carlo Galimberti (1745)
Visitati i sacrari di S. Maria al Fontanone e del Crocifisso,
volgendo dall' Ospitaletto verso Casalpusterlengo, il peregrino
visita la chiesetta parochiale di S. Martino del Pizzolano o di
Dario, dedicata essa pure a san Rocco. Poi posta al Pizzolano
Vecchio — r UipiBolano del notaro Guala (1261) — già prò-
NELLA CRONACA E NELLA STORIA
prietà dei lodigiani Vistarini, e da questi venduta in parte alla
contessa di Guastalla, che a sua volta la donò alle monache
angeliche da lei istituite nella contrada di S. Paolo in Milano,
d' onde la dicazione dell' oratorio del vecchio Pizzolano al fiero
convertito di Damasco.
L'indefesso camminatore già intravede le torri di Casale; e
più verso sè il campanile del santo Salvatore storica chiesa
le cui rudimentali memorie si hanno da Ilderado e da Rolenda
di Comazzo.
E diffusa la leggenda della processione notturna di minori
cappuccini apparsa ai casalesi nell'ultimo trentennio del se-
colo XVL Nella visione quei frati sfilavano, adoranti innanzi
alla cappelletta di S. Salvarlo, dove
la pia ma inabile mano di un for-
naciaro aveva figulata una statua
rozza della Vergine, alla cui vene-
razione si affollarono le circostanti
campagne. Era la statuetta priva
di braccia e paludamentata, doppia-
mente coronata e dagli angeli e dal
serto; e pur coronato era il divino
Infante, sbucante dal manto all'al-
tezza del sinistro omero della Madre
Nell'opera scritta dal padre cappuc-
cino Onorato da Pavia, intorno al
santuario, è minutamente esposta
la serie dei casi che apparecchiarono e salutarono la costru-
zione del tempio.
Lo vollero i devoti di Casale, e con esso un convento pei
cappuccini che lo officiassero e diffondessero nella regione frutti
di spirituale carità. Due delegati indussero il provinciale cap-
puccino, padre Mattia da Salò, ad esaudire la comune preghiera;
ed, ottenuta da Galeazzo Lampugnano, feudatario del borgo,
la concessione del necessario terreno, vennero due religiosi ad
inalzare la croce sul luogo (26 settembre 1574); e pochi giorni
dopo fu solennemente benedetta, dal delegato dell'ordinario
Scarampo, la prima pietra del tempio. Rapidamente procedet-
La Madonna di Casale.
138
CODOGNO E IL SUO TERRITORIO
tero le opere; così che, chiusa l'antica cappella nell'ambito
della nuova chiesa, due anni dopo i cappuccini — vavendo a
priore il padre Domenico da Brescia — apparvero nel chiostro,
servendo immantinente al culto del santuario.
I lavori, troppo limitatamente condotti, mal potevano soppe-
rire alla copia delle necessità ascetiche per cui s'erano fatti.
Gli uomini di Casale versavano in distrette; del che volendo il
ricco Codogno per sè profittare — dopo avere lautamente soc-
corso quei frati di elemosine e di sussidi — ne tentò il trasfe-
rimento in giurisdizione propria (1585),
offrendosi altresì poi di provveder loro
un più ampio e onorevole chiostro
(1598). Invano, chè gli uomini di Ca-
sale non si lasciaron sfuggire il nuovo
istituto ; r altissimo conto del quale era
commisurato dalla potenza e dalle clien-
tele che, specie dopo la peste detta di
san Carlo, i cappuccini avevano acqui-
stato in tutta Lombardia.
Altri hanno diligentemente annotate
le restaurazioni e gli ampliamenti del
chiostro; e noi accenniamo solo che successivamente la chiesa
risorse dalle fondamenta più alta e più vasta (162 1), riconsacran-
dola monsignor Seghizzi, con nuova dicazione al gran padre san
Francesco ed alla Ascensione del Salvatore (5 novembre 1624)
Se il tempo bastasse al comite nostro, lungo soggiorno egli
avrebbe a Casale, dove ricchi ed anche artistici templi hanno
diritto alla sua attenzione.
All'entrata del borgo ecco l'oratorio di S. Rocco, presso
l'ospitale pur dedicato al santo francese, che fra noi, fin da
antichi tempi, con san Bernardino divise il culto popolare.
L'oratorio fu costrutto circa il 1638, perocché testando in
quell'anno (20 agosto), a rogito Antonio Rubiati, il sacerdote
Zenone Gavardo, legava a S. Rocco, di recente inalzato, una
somma che fruttasse per una messa trisettimanale. Nel primo
quindicennio l'oratorio fu aumentato e decorato con buon in-
NELLA CRONACA E NELLA STORIA
tento d'arte; ebbe privilegio di celebrazione di messa (13 agosto
1650), e vi continuò la confraternita ospitaliera preesistente di
S. Maria della neve e di S. Rocco.
Entra il pio visitatore nella chiesetta, che sta sopra un rialzo
di terriccio, con apparenze esteriormente più che modeste. Ma
r interno conforta lo sguardo : La chiesa è divisa a piena parete
dal coro, forse perchè i convalescenti dell'attiguo ospitale non
consorziassero cogli estrinseci fedeli. La ricca e gemina ba-
laustrata, di bel marmo rosso e nero, sale, e quasi abbraccia le
due cappelle laterali all'aitar maggiore. Alla volta dell'abside
sorridono le artistiche stuccature, fatte compiere dal prete
Gavardo (11 ottobre 1641), e le figure dei quattro profeti mag-
giori, colla « Nascita di Gesù », la «Visitazione» e la « Incorona-
zione della Vergine», opere del cremasco dipintore Gian Giacomo
Barbelli. La confratria ammessa all' oratorio fece eseguire il
cornicione euritmicamente girante (7 gennaio 1642), prodotto
esso pure, come il restauro dell'edificio, del gusto secentista,
ma non per questo del tutto rifuggente dai dettami di una
seria estetica.
* ■
La chiesa matrice di Casalpusterlengo s'offre al viatore dello
scorso secolo colla facciata d'ordine dorico su due piani e col
vestibolo a colonne, lavoro d'architettura tranquilla, che smente
il suo secolo L'interno del tempio non ha, ai tempi del nostro
peregrino, quell'espressione di vastità e di eleganza che acquistò
poi; pure, essa essendo obbietto perenne delle assiduità e delle
benevolenze non tanto dei paroci e del comune, quanto dei
vescovi — come lo Scarampo, il Mezzabarba, il Visconte —
anche nei secoli passati andò assumendo un carattere degno
di chiesa madre, pei continuati restauri, onde, e nelle varie
cappelle e per gli altari, gareggiavano in novità e riforme e
sacerdoti e confraternite e privati.
Non erano, infatti, scorsi cento anni dal suo perfacimento
(16 io), che essa veniva nuovamente consacrata per rifabbrica,
dal vescovo Ortensio Visconte (i maggio 1709).
Di essa abbondevolmente discorremmo al capo XXXIV; ed
a compire l'argomento soccorre il breve e riassuntivo elenco
delle aggiunte e innovazioni artistiche, da noi compilato nelle
140
CODOGNO E IL SUO TERRITORIO
chiose sulle notizie forniteci da Luigi Alemanni nel suo re-
cente lavoro
Dalla parochiale casalese il compagno nostro, passato il Brem-
biolo, è in conspetto dell'oratorio antico di S. Antonio abate,
sul cui largo sacrato deducevansi gli armenti per la tradizio-
La parochiale di Casalpusterlengo.
naie benedizione nella festa del santo, fin dalla prima metà
del secolo XVI.
Non bastava però la capacità dell'oratorio, e nei primi lustri
del successivo secolo esso fu ampliato. Ospitò la confraternita
sotto il titolo di S. Marta e di S. Rocco ; e i disciplini dal
verde manto, nel costante amore pel loro oratorio, conseguirono
dalla benevolenza del vicario generale, il codognese Antonio
Bignami, la licenza per surrogare al vecchio rovinante un nuovo
altare (17 agosto 16 19) e per raccogliere elemosine; mercè le
NELLA CRONACA E NELLA STORIA
141
quali inalzarono, su proposta di Domenico Galeano, il campa-
nile della chiesa (1641)
Percorrendo la navata, fiancheggiata dai due altari, giunge
il visitatore alla balaustrata marmorea che autista al santuario,
e che, sebbene di gusto barocco, non cade nelle disarmoniche
iperboli di quello stile. Essa sostituì un'antica inferriata a ra-
strelliera (1752). La volta intera si offre coi suoi regolari scom-
parti Trescati dallo Zane di Cremona (1752); esornazioni tutte
che preludevano alla gran festa inaugurativa della statua di
santa Marta, in un memorando giorno
pel borgo; che vide archi di trionfo,
splendor di lumi e di fuochi, scorte
d'onore d'ussari austriaci e rappre-
sentazioni emblematiche di santi e di
cardinali, e processioni di clero, con-
fratrie e cappuccini (29 luglio 1753).
I casalesi, nell'anno stesso in cui
era stata comperata la statua di santa
Marta, ed a soli tre mesi di distanza,
assistettero ad una seconda cerimonia
non meno solenne, e decorata anche
da un intento d'arte consono ai tempi.
Fu quando si trasferì processional-
mente la statua di Gesù — con indu-
menti di confratello del Riscatto —
dalla parochiale alla chiesa di S. Ber-
nardino (21 ottobre 1753). Musiche,
macchina pirotecnica, recitazione di
poesie per cui sudarono i fuochi
dell'estro arcadico, pontificale del ve-
scovo Gallarati, quadri, statue, ori-
fiammi, corteggio di ecclesiastici e di
civili e togati e militari, pranzi succulenti, allietarono la solennità.
S. Bernardino — posto in fine della contrada di Rivadersa —
sostituì nella ospitalità alla confratria del Riscatto e della Trinità
la propinqua chiesa di S. Zenone, per la secessione avvenuta
La chiesa di S. Bernardino
IN Casalpusterlengo.
142
CODOGNO E IL SUO TERRITORIO
tra i confratelli e l'arciprete Quintini (1670). Se si dovesse
credere al marmo, uno dei feudatari, Francesco Castelli, avrebbe
posto la prima pietra dell' edilìzio (17 novembre 1680), come
si legge nell'epigrafe sotto l'ancona dell'aitar maggiore; però
contrasta a ciò la cronaca minuta e documentata che presenta
di S. Bernardino il sacerdote Alemanni. E ben vero che il cro-
nista moderno di Casale confonde Camillo con Francesco Castelli;
ma, a sostegno della propria indicazione, egli cita, fra gli altri,
documenti reperti nell'archivio vescovile, i quali darebbero eretta,
se non compiuta, la chiesa anteriormente al 1680
Comunque, Francesco Castelli fu tra i maggiori benefattori
della chiesa, ch'egli aveva più specialmente voluto dedicata a
san Francesco, suo patrono, e, dopo lui, a san Bernardino. Il
popolo — che in queste cose si tiene all'antico — continuò a
nominare in secondo luogo il santo patronimico del feudatario.
Molto carica per le statue in nicchia, pei frontoni della porta
e del finestrone, per le cornici l'una all'altra sovrapposte, e
più specialmente per l'attico e per il cimazio, anch'essi soste-
nenti un altro gruppo di statue, la facciata di S. Bernardino, col
bell'accordo dei suoi tre scompartiti, ha, però, un aspetto piacente.
Quadrata nel maschio e gugliata sul castello delle campane,
domina libera e snella la torre dall' alto ; e l' effetto generale
del tempio sarebbe superbo se troppo non lo limitassero alcune
casipole sul lembo del fronteggiante Brembiolo.
L'unica nave, motivata a lesene, ha i soliti due àltari fian-
cheggianti. All'esterno ingegnoso ed appariscente, non corri-
sponde nell'interno nessun intento d'arte.
All' imaginario nostro romeo è tuttavia aperta l' antichissima
chiesa di S. Zeno — in piena campagna — dove la tradizione
faceva passare sotto gli androni e dietro le bastite gli uomini
dal bianco mantello crociato, e che da Baldovino, re di Geru-
salemme, ebbero il nome di templari, fino a che Innocenzo X
li soppresse (15 ottobre 1652).
Quivi stettero pure gli eremitani di S. Agostino, lasciando
poi luogo (metà del XVII secolo) a cappellani beneficiari in
perpetua lite col paroco
I
NELLA CRONACA E NELLA STORIA
NOTE AL CAPO XLV.
^ La chiesa della Madonna del Pilastrello fu demolita nel settembre 1802.
- Nell'archivio parochiale esiste un documento (15 novembre 1609) dato
per «la memoria più antica» sull'oratorio di S. Bernardo in Trivulzia, e
nel quale il cappellano ed i fittabili s' intendono per la messa festiva.
Mentre stiamo scrivendo queste pagine, il proposto di Fombio, Pietro
Marchesi, con suo non lieve sacrificio pecuniario sta ampliando e ridu-
cendo a miglior forma la chiesa, costruendo altresì una nuova torre.
* La inondazione padana invade alle volte la chiesa di Guardamiglio.
Recentemente l'acqua si spinse fino a lambire il primo gradino del mas-
simo altare, al di là della balaustra.
' La umilissima chiesa del Berghente, esposta alle ingiurie delle pro-
pinque acque del Po, minava la mattina del 24 agosto 1898, fortunatamente
in momento in cui nessuno vi si trovava.
® L'oratorio attiguo alla abitazione dei Mancini, è obbietto di causa fra
essi ed il comune di Senna, di cui Mirabello è frazione.
^Archivio parochiale di Corte Sant'Andrea,
Il Botterone — dove vuoisi esistesse un convento sulle sponde del-
l'antico Lambro, dedicato a san Leonardo — dipendeva per giurisdi-
zione spirituale dall' oltre Po. Fu aggregato a Corte Sant'Andrea per
dispaccio governativo del 16 agosto 1844.
^ L' odierna chiesa, che conserva la dicazione all' Esseno, è da ascriversi
al novero dei più ragguardevoli edifizì templari sparsi nelle nostre cam-
pagne. Essa ha linee maestose, artistiche volute giranti sugli archi, aitar
maggiore imponente. La cappella del Rosario fu inaugurata il 31 agosto
1879; ma tutta la chiesa fu successivamente restaurata, coli' opera dei
pittori Federico Chizzoli e Osvaldo Bignami; la balaustrata dorica è del
Giudici. La inaugurazione del tempio fu nel settembre 1895.
Secondo dati che l'oriense dottor sacerdote Francesco Bignami ci for-
nisce, risulta che il paroco della Bianca restaurò la chiesa pericolante e
pensò di far più alta la torre (circa la metà del XV secolo); ma morto il
della Bianca, rimase incompiuto il campanile fino a che il cavaliere Giuseppe
Laboranti, l'arciprete Alessandro Bernardelli e la comunità non posero in
opera il bel disegno del milanese Carlo Villa, a finestroni, balaustre e
colonnette (1877).
Parte del porticato del sacrario fu demolito dal De Chevilly circa il
principiare di questo secolo.
144
CODOGNO E IL SUO TERRITORIO
" Soppressi i gerolamini (1788), per la funesta tolleranza dell'arciprete
Pecchi — successore dello Stroppa — fu deturpata con un colossale cassone
ad uso organo la parete interna d' ingresso. Nella cappella prima a destra,
a comodo di una collocanda nicchia per santo, si incise barbarissimamente
un quadro di scuola illustre, rappresentante sei puttini coronanti un trionfo.
E le manomissioni degli inscienti custodi non finiron qui ; molte e molte
se ne potrebbero citare!
A titolo di lode per Carlo Uggè — terzo arciprete — ricordiamo eh' egli
volle restituire l'estetica degli antichi portali, riacquistandone alcuni pezzi
da case private del luogo.
Promiscuamente cronache e memorie ricordano il santo Salvatore,
san Salvatore o san Salvarlo. Pel recente restauro (1895) nello specchio
centrale della facciata si legge « Saiictissinio Salvatori eiusque mairi ».
Luigi Alemanni nella sua Storia di Casalpusterlengo fa quasi una
storica verità di questa leggenda. Stabilisce la processione verso il 1574;
ne chiama testi gli annali dell'ordine cappuccino, il racconto del padre
Salvatore da Rivalta (1579), le dichiarazioni di parecchi viventi richiesti
di confirmare le loro testimoniali (1623). Ma Lorenzo Monti, a sua volta
narratore del fatto, insiste pel carattere esclusivamente leggendario dello
accaduto, ed il « sccpe noctu » da lui riprodotto da Defendente Lodi — che
riferisce pure l' estasi dei veggenti la processione — indica come quel fe-
nomeno di visione più e più volte si ripetesse nelle fervide fantasie devote.
La statua del fornaciaro aveva vinto per concorso — come oggi si
direbbe — 1' onore di essere fregiata di corona, per disposizione testamen-
taria del cardinale Alessandro Sforza Pallavicino, istitutore di un fondo
' cospicuo, i cui redditi servir dovevano ad indiademare le più celebri ima-
gini miracolose della Vergine, in tutta la cristianità. Il capitolo vaticano
deliberò con decreto del suo arciprete, cardinale duca di York, l'incoro-
nazione della Madonna e del Bambino di Casale (29 aprile 1780). La ce-
rimonia relativa fu fastosamente eseguita da monsignor Andreani, delegato
dal capitolo vaticano (3 settembre).
Il Monti osserva che, nè prima di lui, nè al tempo suo, la nuova e
duplice intitolazione attecchì nell'uso popolare, rimanendo alla chiesa la
denominazione antica di IMadonna di S. Salvarlo.
L'ultima restaurazione fu eseguita sopra disegno dell' ingegnere casalese
Pietro Grazioli. Alla vecchia facciata tinteggiata a strisele di marmo, e
che era sufficientemente armonica ed elegante, altra ne fu sostituita con
considerevole avanzamento sulla linea precedente, e con necessario prolun-
gamento del tempio. Due gli scomparti della fronte; al di sopra i menso-
loni curvilinei, torri celiati agli angoli e salienti alla cuspide estrema,
turrita e crociata: nell'insieme, una facciata di linee nè slanciate nè elette,
ed in disaccordo di stili.
Migliore impressione si ha all'interno: severa ed affatto cappuccinesca
è r architettura e la disposizione degli altari ed ampio e bello il presbitero.
NELLA CRONACA E NELLA STORIA
^® Non è possibile trattenerci dal notare che, proprio negli ultimi anni
del secolo XIX, ricostruendosi la facciata del massimo tempio di Casal-
pusterlengo, sono stati rimessi in onore tutte quelle compiacenze di gusto
pravo che fecero dire aberrante l'arte del seicento.
Per la facciata della parochiale casalese fecero proposte gli architetti
Asti di Casalpusterlengo, Pirovano di Milano e Pedrazzini di Codogno.
Il limitato peculio consigliò di affidare ad un casalese la direzione intel-
lettuale dell'opera, sopra motivi della prisca facciata. Ma come fu ridotto
il concetto artistico primitivo! Noi preferiamo sottoporre alla ammira-
zione dei posteri, colla nostra illustrazione grafica, l' antica facciata a quella
restaurata or sono pochi mesi, dai pesantissimi ornamenti, dalle ponde-
rosissime cimase a teste d'angioli, dalle incomposte statuette paludamentate
o tubanti, che sono una delle caratteristiche più spiccate che si rimpro-
verano ai seguaci iperbolicanti del Bernini.
Nel secolo che fu, e più ancora nel presente, e specialmente in questi
ultimi anni, la parochiale casalese, per lo zelo di patroni e ministri eccle-
siastici, assurse con nuove vigorie a migliori destini. Che se, per verità,
10 incremento delle dignità spettanti al clero canonico di Casalpusterlengo
rimasero indietro dall'artistico svolgimento del tempio — così che solo nei
presenti dì la santa sede, su proposta del vescovo Rota, concesse in per-
petuo alla parochia l'uso della cappa magna e degli altri distintivi corali
(luglio 1897) — invece la parte artistica fu sempre avviata a buona meta,
e l'asserto è suffragato dal seguente elenco:
1808 - Per cura precipua dell'illustre astronomo abate Giovanni Angelo
Cesaris è restaurata la chiesa.
1822-1840 - I pittori Ferrabini, Fumagalli ed Argenti frescano il batti-
stero e le cappelle.
1824 -L'abate Cesaris esercita molte liberalità alla chiesa, e le dona
l'altare delle Grazie e il bel dipinto del cavalier Francesco del Cairo, già
appartenenti alla soppressa chiesa di Brera, e il quadro del Nuvolone,
cui fa restaurare dal KnoUer.
1838 - Il bergamasco Carlo Bossi ricostruisce l'organo.
1845 - Restauro della facciata e della gradinata.
1848 - Per consiglio del vescovo Benaglia, il proposto Venturini inizia
l'ampliamento della chiesa, secondo la proposta di Carlo Vizioli di Cre-
mona, che edifica i due lati ed il capo di croce latina sormontati dalla
cupola. I lavori proseguono lentamente per un decennio, ed a condecorare
11 tempio lavorano il pittore Mariani e lo stuccatore Bolla.
1850 - Si aggiunge il torrino al campanile.
1863 - Si inaugura la cappella di S. Bartolomeo, coli' intervento dei ve-
scovi di Lodi e di Crema. Gli episodi della vita del santo protettore di
Casale sono dipinti ai lati della chiesa e nel coro dal bergamasco Cefis.
1875 - Il proposto Veneroni affida all' architetto Vizioli l' incarico del
' disegno per un nuovo ampliamento del tempio ; ma esso è respinto dalla
commissione d'ornato comunale.
Codogno e il suo territorio, ecc. — //. 3^
146
CODOGNO E IL SUO TERRITORIO
1877 - Giuseppe Vandoni costruisce il monumentale altare di S. Giuseppe'.
1885 - Per cura del proposto Ottobelli, si rinnova il pavimento mar-
moreo del presbitero, il pulpito pure di marmo, e dal Secchi e dal Val-
torta si decorano di stucchi e di affreschi le cappelle di S. Carlo e di
S. Lucia.
1888 - Luigi Riccardi costruisce un nuovo organo.
1898 - Il proposto Ciceri fa erigere un nuovo aitar maggiore.
Oggi la chiesa — escita armonica ed ampia da così tante e diverse vi-
cende— si offre lunga, alta, spaziosa nell'unica navata, colle sei cappelle
simmetricamente laterali e colle due più ampie alla estremità delle due
braccia della croce. La rotonda della cupola e la semielissi del coro a foggia
di conchiglia si impongono colle pure volute; corrono gravi ed austeri i
rettilinei cornicioni a fregi di stucchi; intarsi di fìnte agate screziano le
colonne, e gli specchi degli occhi di pavone sono coloriti a freschi vivaci.
Il campanile di S. Antonio ruinò il 31 maggio 1869, e fu riedificato
nel 1878 su disegno dell'ingegnere Pietro Grazioli.
Il consiglio del comune di Casale determina la somma di tremila e
seicento lire a prò dei confratelli del Riscatto « per perfezionare la chiesa
di S. Bernardino » (29 aprile 1674).
Monsignor Menatti, nella sua visita pastorale, raccomanda alla confra-
ternita di compiere sollecitamente la chiesa di S. Bernardino, non ancor
finita (22 ottobre 1676).
La chiesa di S. Zeno fu sconsacrata (17 aprile 1792) e demolita per
cedere l'area alla costruzione della nuova strada mantovana, anteceden-
temente attigua al Brembiolo in più basso livello.
CAPO XLVI.
Continua il romeaggio per le chiese e gli oratori dell'agro codognese.
lATTRAVERSATO Casale, il pedestre viatore s'avvia verso
Maiocca, toccando alla Cigolona l'oratorio di S. Fran-
cesco costrutto dal conte Cristoforo Landò, patrizio
milanese (1725).
Ecco alla Maiocca — cosi dalla omonima famiglia nominata —
la più vetusta delle chiesette campestri attorno a Codogno, di
cui fu sempre considerata membro paro-
chiale, fondata da un Dragoni, instando
il rettore Berinzago presso il vescovo, per
ottenerne concessione (17 agosto 1595);
ed ecco la Schiavetta — che vuoisi deri-
vare il nome dai codognesi Schiavi —
coir oratorio di S. Giuseppe, non più
ampio come quando fu benedetto (11 ot-
tobre i6i6); ed ecco ancora S, Giacomo
Maggiore, alla Cascina de' Passerini, al-
lora fresca di restauro (1781). Sulla vecchia
torre della chiesuola, in una campana,
sta un granello che dicesi miracoloso, donato dal canonico Gian
Giacomo Ferrari (5 aprile 162 1), e già appartenente alla cam-
pana scongiuratrice dei turbini, benedetta da Teodulo, il santo
148
CODOGNO E IL SUO TERRITORIO
vescovo di Sion, efìfìgiato in un quadro della parochiale, e di
questa comprotettore ^
Dalle Cascine è breve il passo al Tesoro, dove è fama che
un grosso peculio fosse scavato di sotterra nel secolo XV. Quivi
il sacerdote Pompeo Galleano eresse un oratorio con dedica al
santo di Padova (1660). Toccati, poi, i piccoli sacelli della
Natività di Maria alle Fornaci, di S. Antonio a Rovedaro, dei
SS. Giovanni ed Ambrogio alla Biraga, il peregrino nostro
perviene al mistico e meschino oratorietto di Terranuova, tito-
lato alla Visitazione della Vergine.
Poco prima del popoloso Castione si para agli occhi del viatore
il cimitero colla prospiciente chiesa di S. Bernardino. I dor-
Il cimitero di Castione.
mienti nelle meste zolle qui avevan conforto di suffragi dai
confratelli della Morte ed Orazione, che avevano edificato per
sè e pei congiunti il cimitero (luglio 17 10), ed erano poi stati
canonicamente istituiti dal vescovo Visconte (13 maggio 171 1).
Il campo benedetto è cinto sul davanti da un propileo co-
lonnato e lesenato ai fianchi, a fregi e volute barocche. Alcune
lapidi sono murate nel sottoportico, il cui tetto, anteriormente
NELLA CRONACA E NELLA STORIA
149
crociato, ha sul retro un bulboso capolino. Molti teschi al-
veolati par che occhieggino, funebre decorazione della parete;
e, se non fosse la farragine delle ornamentazioni e delle ag-
giunte, il cimitero si direbbe di artistico aspetto. Un fresco
della « Deposizione dalla croce di Gesù morto » , simbolo quasi
costante nei reposorì del cristianesimo militante, sta nel fondo
della cappella.
Di fronte s'erge il santuario, il cui prospetto non esce dal
comune, pur essendo semplice. All'interno, di stile barrocchi-
stico, sono due cappelline laterali cogli altari, ai quali nuoce il
sistema a lesène figurate in angeli eccessivamente allungati. In
uno degli altari si ammira e si venera una « Natività » di buon
pennello, da alcuno attribuita al prediletto discepolo di Leonardo,
Marco d' Oggiono.
Parecchi cambiamenti ed ampliamenti ridussero com'è pre-
sentemente la chiesa ; sull' oratorio di cui si hanno notizie an-
tiche (1595), e che — come si legge sulla fronte sua — fu
riedificato e continuato nel patrocinio primitivo del santo senese
(16 13). Il campanile, fu inalzato al di sopra della vecchia cima,
ultimo residuo della vetustà primitiva (1738).
Dall'eminenza su cui sorge, all'imbocco del casale, si mostra
al peregrino la parochiale di Castione, ricostruita dalla comu-
nità, concorrendovi generosamente il feudatario, marchese Ge-
rolamo Pallavicino, e dedicata all'Assunta (1570)^. A tre navate,
questo bel tempio raffigura una grande croce latina, che im-
pone per l'armonia e pel buon partito ricavato dallo strano
accoppiamento delle colonne di sostegno, in parte triple e cir-
colari, in parte a lesène semplici e rettilinee^.
Annuente il vicario generale della diocesi, Giacomo Pozzo,
(25 maggio 1528) e confermante papa Clemente VII (9 set-
tembre 1531), s'era quivi, all'altare di S. Girolamo, istituita da
dodici sacerdoti la scuola gerolamina, che fu poi soppressa (28
aprile 1786).
Visita poi il nostro viandante la chiesa dell'Annunziata, la
cui prima pietra fu posta dal rettore Marco Ghisalberti (22
maggio 1616), dove già esisteva l' oratorietto colla confraternita
dell'Annunciazione di Maria, dal bianco sacco di lino, stretto
150 CODOGNO E IL SUO TERRITORIO
ai fianchi dalla cordicella e col flagello pendente, istituita dal
vescovo Scarampo (1572)*,
Colle ginocchia della mente inchine,
salutate la bella chiesetta del collegio orsolinò, ai santi Giu-
seppe ed Orsola — costrutta sulla fine del milleseicento — ed il
tempio dell'Incoronata — di cui dicemmo al nostro capo XXXIV —
prosegue il romeo alla volta di Camairago, dove la potenza bor-
romea, specialmente nella pietà, impresse orme vaste e durature.
Difettano le notizie sulla fondazione della parochiale di Ca-
mairago, titolata ai santi Cosma e Damiano; e, se vuoisi che
l'antichissima chiesa sia scomparsa per lungo lavorio di cor-
rosione nella corrente dell'Adda, certo è che sullo scorcio del
XVI secolo, cresciuta essendo la popolazione della plebania, si
dovette aggiungere alla preesistente e meschina navata quella
di mezzogiorno (1592)^.
Non è dubbio che il pio viatore, continuando il suo cam-
mino verso r oratorio della B. Vergine della Fontana — già
detto di S. Maria in Regona — risenta viva impressione della
casa turrita degli uomini, che sembra imporsi, colla sua ma-
gnificenza estetica, a quella semplice e povera della casa di Dio.
In alto, fra alberi fronzuti, sur un ridente sacrato, s'erge la
chiesetta della Madre di Dio ; la cui effige miracolosa — che
sull'altare, in una pomposa cornice dorata, è ritratta da uno
dei Procaccini secondo alcuni, dal Borgognone secondo altri —
ebbe ed ha tuttavia omaggio di cuori speranti e di animi ri-
conoscenti, onde sono prova i moltissimi ex voto della fede
degli umili.
La chiesa fu eretta — vivamente insistendo Carlo Francesco
Abbiati, rettore di Camairago — per munificente larghezza di casa
Borromea, e per laute offerte di privati. Ne fu posta la prima
pietra da Marco Antonio Negroni, rettore e vicario foraneo di
Castione (8 luglio 1682), delegatovi dal vescovo Menatti. II
disegno è di Andrea Biffi, architetto milanese.
Due anni occorsero perchè la chiesetta si aprisse con bene-
dizione solenne al culto (8 ottobre 1684); ma come in quel-
l'epoca — e non ostanti gli ausili di principesse Farnesi, divote
NELLA CRONACA E NELLA STORIA
visitatrici del luogo — le offerte non procedessero oltre, così
l'edificio rimase incompiuto, ed in luogo della facciata si ad-
dossò al tempio una breve fabbrica rusticana, che forma una
specie di avanticorpo, con materiale prova sconfortante dei
mal riesciti conati.
Da alcune carte archiviali — già nella parochia di Camairago,
ed ora presso casa Borromea a Milano — risulterebbe collegata
la costruzione della chiesetta alla celebrità ormai acquistata
La fontana della B. Vergine a Camairago.
dalla sottoposta fonte, per la sanità miracolosamente riavuta,
bevendo la sacra linfa, da certo Giovanni Battista Allocchio, e
per altre molteplici grazie congeneri.
Quel rivolo santimoniale, giusta la tradizione, sarebbe stato
benedetto da san Carlo Borromeo, allor che egli si condusse in
visita pastorale nei suoi domestici possessi, non tanto perchè
curante delle temporalità di sua casa, quanto delle spiritualità
della sua arcidiocesi, che si spingeva dai colli monferrini sino
alle alte vette elvetiche ed al Po.
La cappellina — che il Monti attribuisce ad epoca posteriore
alla morte di san Carlo, ma certo sorta a pensiero e ad opera
dei Borromei — sta fra la bassura delle risaie, non lungi dal
luogo dove un'altra ne preesisteva. Il peregrino nostro ricrea
CODOGNO E IL SUO TERRITORIO
lo Sguardo sul prospetto grecamente euritmico del portico qua-
drato a pilastri, cimato da un'ampia cuspide, interamente a
giorno e girante pei tre lati del sacello ^. Di là dalla ferrea
grata egli ammira la tavola antica di scuola giottesca, rappre-
sentante la Vergine col Bambino ; poi scende a sinistra del
portico al sacro ninfeo e vi si abbevera.
* .
Dall' altare di « Saius infirmoruin » il viatore procede ai pic-
■coli oratori della Mulazzana (1635) e di Reghinera, ambo de-
dicati ai santi Francesco e Carlo ; -poi volge il passo ad oriente,
ed a Cavacurta sosta al sacello del se-
colo XVI dicato a san Rocco, già sede
della omonima confratria nerovestita, che
aveva pure assunto l' altro titolo del
Crocifìsso.
La parochiale del luogo — rifabbricata
dai serviti (1603- 1630), che vi tenevano
il più antico e ricco lor chiostro di Lom-
bardia — ha buona facciata; ma, benché
quei monaci dedicassero i pingui redditi
conventuali e le loro rendite private al-
l'abbellimento del tempio, questo nulla
di notevole presenta all'occhio del visitatore, che si rallegra
soltanto dell'ameno sacrato, sul poggio ricordante il biblico
« santiiarium vieum Ì7i montibus ».
L'interno ha quattro altari per lato; in alcuno dei quali, e
specialmente in quello ricco e marmoreo dell'Addolorata, per-
mangono negli affreschi barocchi le vecchie decorazioni servite.
In coro havvi un pregevole quadro dell' « Assunta con due
santi » , certo del XVI secolo.
Il leggendario passante, costeggiando l' Adda cerulea, perviene
alla chiesa di S. Pietro apostolo, fuor dalle mura della fortezza
di Gera, al luogo detto di S. Pietro Vecchio; dove credesi che
anteriormente al secolo Vili esistesse la chiesa, secondo la iscri-
zione postavi al sommo della porta nel restauro del 1747. Poi
trova S. Rocco di Gera, ancora subbietto alla parochialità di
Pizzighettone, e quindi al vescovato di Cremona®.
NELLA CRONACA E NELLA STORIA
All'estremo limite della diocesi di Lodi, ecco S. Pietro in
Pirolo, dove gli antichi laudensi trovarono requie dalle spietate
ire fraterne che li cacciava di nido, e pace nel sepolcro (1158).
La dignità ecclesiastica di questa chiesa è comprovata da pu-
blici documenti; e, se la combattuta postura di essa le tolse
così di importanza che da signora divenne mancipia spirituale
di Maleo, da questo si riscattò in parte, per opera del vescovo
Seghizzi. Un rogito del cancelliere Aurelio Rossi espone che
monsignore, cedendo alle preghiere vivissime di quei subbietti
alla plebania di Maleo, ne li tolse, per essi costituendo in pa-
rochia S. Pietro, ma ponendone il paroco a disposizione dei
deputati dell'ospitai Maggiore di Lodi, ed obbligandolo ad as-
sistere annualmente alla festa patronale della vicariale matrice
(18 gennaio 1624).
La chiesa visitata dal compagno nostro non è più l'antica,
rasa al suolo per far posto a fortilizi militari (1725); bensì è
quella di cui furono solennemente gittate le fondamenta poco
lungi dalla primitiva (13 luglio 1727).
Verso Codogno, lo storico convento di S. Francesco, domi-
nante dall'alto, richiama il peregrino all'altare della sua chie-
setta a Maria delle Grazie, ed il Bosco
all'oratorietto di S. Pietro martire e della
B. Panacea. Maleo, signoreggiante pure
dalla sua elevazione, lo attrae alle sue
chiese, sulle quali sovrasta la bella pa-
rochiale.
Nella seconda metà del secolo XVII,
Maleo, acquistava una importanza spe-
ciale fra i borghi circonvicini, per po-
tenza di clero; e contando sulle due
chiese nel borgo e sulle cinque esterne,
sulle sue tremila anime, rette da ben
diciotto sacerdoti e sui conventi dei minori osservanti e delle
terziarie, credette potere in gerarchia ecclesiastica, più che
gareggiare, primeggiare su Codogno. Ma furono poco fortunati
quegli sforzi; poiché Codogno allora gagliardamente fioriva,
tanto da poter apparecchiare con energie pecuniarie e morali
154
CODOGNO E IL SUO TERRITORIO
la propria redenzione dal feudo. Così che, anche in materia
ecclesiastica, sul simbolico martello sovraneggiò il ricco e fron-
zuto melo cidonio; e la congregazione dei riti decideva in favor
di Codogno sulla preminenza di questa collegiata al confronto
di quella di Maleo (28 gennaio 1682)^.
Uno fra gli argomenti su cui, al paragone, Codogno affer-
mava la propria precedenza, per memoria scritta dell'avvocato
Giuseppe Folli era l'avere la parochiale maleense una sola
navata, tre avendone invece il nostro S. Biagio. Successiva-
mente quei di Maleo scossero questa loro inferiorità architet-
tonica, aggiungendo le due navi laterali al tempio, eccettuato
il punto di intersezione delle braccia della croce latina (1774),
che è per vero il punto più estetico della chiesa; cui, invece
danneggia lo zoccolo del campanile, fabbricato nell'interno, al
primo pilastro di manca.
Tra le opere d'arte il tempio di Maleo vanta un grande e
lodato quadro di Cesare Poggi, « san Sebastiano », il guer-
riero invocato contro le pestilenze, festeggiato in Maleo fin dal
secolo XV, per voto della comunità.
E pure notevole l' aitar maggiore in marmi fini (4 ottobre 1778).
La chiesa madre di Maleo è dedicata ai santi Gervasio e
Protasio; pure non v'ha conterraneo nostro il quale, richiesto
chi sia il santo patrono di essa, non risponda essere san Sul-
pizio; la cui festa, celebrantesi fino dal 1661 alla quarta do-
menica d'ottobre, è una delle più caratteristiche e rumorose
sagre tra noi sorviventi.
La festa e l'iperdedica del tempio dipendono dal dono — im-
portantissimo in quei giorni — fatto dal cardinale Trivulzio alla
collegiata, del corpo di san Sulpizio martire, di cui fu ricono-
sciuto canonicamente il culto per decreto del vicario lodigiano.
In un loculo dell' aitar maggiore fu posta la salma del beato
sotto chiusura di due chiavi, l'una affidata all'arciprete, l'altra
ad un deputato della comunità. Dalla processione pel trasferi-
mento delle sacre spoglie (23 ottobre 1661), trasse origine la
maggiore solennità ecclesiastica di Maleo.
Nella stessa parochiale ha culto speciale sant' Ireneo, uno dei
patroni prò imbribus\ il corpo del quale, e un'ampolla del suo
NELLA CRONACA E NELLA STORIA
sangue, furonvi fastosamente trasferiti (30 giugno 1726), e tut-
tavia sono di proprietà comunale.
L'Annunciazione di Maleo è un oratorio con qualche pretesa
ad eleganza. Nel suo interno s' apre una grande ogiva sorretta
da colonne, nell'alto della quale stanno gli evangelisti; due dei
quali, assai barocchi, in istucco, e gli altri frescati, con singo-
lare effetto di antitesi pel ravvicinamento dell'affresco e del
rilievo; opera dovuta alla pietà di Pietro Tensino (1695), come
dicono le due iscrizioni laterali.
In gran copia gli oratori campestri aspettano il nostro romeo
lungo la sua strada: E la Vergine di Caravaggio, appena fuor
di Maleo; ed i SS. Carlo e Teodoro al Moraro Giovane (1659),
dal nome di Carlo Galli e di Teodoro Trivulzio, questi a quello
predecessore nella signoria del luogo ; più avanti S. Anna alla
Sigola, di parochialità codognese; e la Natività di Maria Ver-
gine e di S. Felice alla Zoccola, beneficata dai Toninelli; e
S. Teresa al fianco della Cavarezza Giovane; e dell'Immacolata
e di S. Pietro Celestino alle Case Nuove; e di S. Margherita
alle antiche case di Larderà, già pertinente all'abazia cremo-
nese di S. Sigismondo (1173-1186), atterrato per ampliar l'aia
(1770), e riedificato tosto più presso il cascinale
Alla zona fra oriente e mezzogiorno — ora attraversata dal
pio viatore codognese — fa difetto, come alla sponda del mar
Morto, la benedizione che il re profeta chiama nei suoi salmi
<^ de rore coeli et de pinguedine terree y> \ e, difatti, colà vivono
le genti forse più povere delle nostre campagne. E non sugli
uomini soltanto imprime l'inopia le stigmate sue, ma altresì
sui miseri abituri e sulle case di Dio.
La pietà privata mantiene il culto dell' oratorietto di S. Carlo
alla cascina Castellina, dei conti Laudi; ma la chiesa della
Purificazione a Corno Vecchio — già derelitta dal pastore per
insufficienza di redditi plebani (1627) — risente tuttavia della
sua istorica povertà.
La parochiale di Maccastorna, dedicata a san Giorgio mar-
tire, vede continuamente decrescere il numero delle anime sue;
destinata a sepolcreto dei signori Bevilacqua, è, nella sua par-
156
CODOGNO E IL SUO TERRITORIO
vità, schiacciata al confronto dell'immane castello, simbolo at-
tuale della possanza del gladio su quello della stola.
E povero parimenti è l'oratorio — ora transpadano — di
S. Maria Maddalena de' Pazzi alla Bonissima, in cui a celebrare
la messa festiva il cappellano applicava il reddito di cinquan-
tacinque pertiche annessevi (12 giugno 1679). Al dire del Monti,
questo oratorio sarebbe stato eretto nel 1667, ciò deducendosi
da una relazione nella quale il rettore di Castelnuovo, Gio-
vanni Andrea Carenzi, riferisce alla curia di Lodi d'aver visi-
tato coi periti il luogo dove l' oratorio della Bonissima dovevasi
costrurre; intanto che Francesco Maria Erba, cancelliere vesco-
vile, consegna in un istromento la fondazione del marchese
Camillo Antonio Stanga d'altra messa festiva per vantaggio
spirituale di quei contadini (12 giugno 1667)^^.
Castelnuovo alla foce dell'Adda sta presidio d'agiatezza sulla
mesta proda digradante al Po. Maggior numero di sacri edifizì
esso vantava nei tempi andati ; ma non tutti può salutare il
nostro peregrinante. S. Pietro — campestre ed antichissimo —
fu rovinato dal Po e poi demolito per ordine del vescovo Sca-
rampò (1572), quantunque e paroco e parochiani tirassero le
cose a lungo talmente da impiegare ben sedici anni nell'ob-
bedienza al precetto vescovile; ed infatti esiste ancora la chiesa
di S. Pietro nella carta bolzoniana (1588).
Oltre la parochiale — incorporante l'antica chiesa (147 1) —
in Castelnuovo si aprono all'ospite pio S. Stefano protomartire,
l'Annunciata e S. Antonio abate, sulla via di Meleti; ed egli
giunge forse tra quelli che assistono alla profanazione della
chiesa di S. Rocco, dove è voce avesse sede la prisca matrice.
Fatta ergastolo temporaneo, di forzati tratti dalla fortezza di
Pizzighettone alle sponde abduane, per far ghiaia alla nuova
strada mantovana (1790), la vetusta chiesa vide perire i freschi
della « Crocifissione » , della « divisione d' indumenti » , dei
profeti e dei patriarchi, opere del valoroso Giulio Campi che
l'abbellivano nel suo interno e nel presbitero.
Di là dal Po, i santi Innocenti avevano culto nell'oratorio
del Bosco, rialzato in mezzo al palude dal patrizio Nicola Croi-
NELLA CRONACA E NELLA STORIA
lalanza, paroco di S. Uldarico in Piacenza (1727). Esso fu sosti-
tuito da un altro sacro edifìcio, a cura e spese del marchese
Camillo Stanga, che lo volle dicato al barnabita B. Alessandro
Sauli, e che accolse i fedeli nell'ultimo trentennio dello scorso
secolo (15 novembre 1770).
Più antico di quello degli Innocenti è l' oratorio nel luogo
di Zerbio, titolato a san Nicola da Tolentino. Avulso quel ter-
ritorio dal Cremonese per una enorme piena del Po — e così
riunito alla diocesi nostra — fu Bernardino Rastelli che, a rogito
del rettore di Castelnuovo, Giovanni Andrea Carenzi, dotò l'e-
rettovi oratorio del fondo necessario perchè vi fossero assicurate
la messa festiva ed altre feriali (10 novembre 1657)^*. A sua
volta la curia vescovile concesse che per le necessità religiose
dei vivi e dei morti un battistero ed un cimitero servissero allo
inizio ed al domani di quella combattuta esistenza che su quel
lembo desolato di terra traevano i tapini coloni
,. ^ .
Il tratto percorso dall' instancabile romeo gli fa toccare Meleti
e l'isolato oratorio dei SS. Quirico e Giulitta, il cui territorio
circostante a mala pena serba ricordi, più che vestigia, degli
scomparsi santuari di Monte Giusto, di S. Dionisio e di S. Martino.
Sempre camminando sulla « piarda » , il peregrino attraversa il
delta sabbioso del Po, e perviene alle sparse Caselle Laudi, volgendo
dirittamente il piede alla prepositurale, sacra a Maria Assunta.
Il tempio, nella imponenza della sua costruzione estesa, con-
trasta coir umile sfondo del paesello, discontinuo, quasi disse-
minato nella bassura, dove — vincolate dall'affetto del luogo
natio — si succedono le generazioni, non sicure, per altro, di
una stabilità di sede, loro minacciata e contesa dagli sdegni
strani e divoratori dell'infido fiume vicino.
Sopra un vasto sacrato erboso si innalza maestosamente la
facciata della Assunta, di patronato landiano, e quasi in pro^
spicienza dell'antica casa feudale. Ben cinque porte immettono
nel tempio, il cui esterno prospetto appartiene alla maniera
lombardesca, deviata pur troppo dalle lauretane volute che alla
maggiore e corretta cuspide allacciano le due minori : disaccordo
sfatto più ingrato dalla bellezza del fregio a stucchi sovraneg-
giante alla porta principale, che ha l' impronta della migliore
158
CODOGNO E IL SUO TERRITORIO
età del barocco. L'interno è ampio ed ha otto cappelle, ed
alcune con balaustra riescono dall' unica navata.
Molto imperfette sono le note storiche giunte fino a noi in-
torno alla parochiale delle vecchie Caselle di Po. Ricordano in
luogo che sull'area del tempio odierno esisteva un oratorietto,
ampliato ed inalzato di dignità allor che l'antica matrice — pre-
sunta al Mezzanone, e presso la casa ora dei signori Parenti —
dovette essere abbandonata per le assidue ingiurie del Po
Certo è che, conforme allo sviluppo materiale del tempio, pro-
cedette l'ecclesiastico, tanto che dalla dignità di curato paroco
con Ludovico Casorati (6 agosto 1605), si pervenne a quella
di arciprete, nuovo titolare essendone Bernardo Botti (14 ot-
tobre 17 18).
Nell'ultimo tratto della peregrinazione, il nostro viandante
saluta poplite flexo il sacello squallido dei Morti della Porchera,
ed i nudi oratorietti della Concezione, tra le case unite del
Cerone; di S. Francesco alle Bruselle, ed, in plaga meno triste,
dei SS. Giovanni e Caterina al cascinale del Colombarone. Passa
per Corno Giovane, e vi sosta nel bel tempio parochiale di
S. Biagio; poi nel non lontano oratorio di S. Rocco, già degli
eremitani di S. Agostino, cui papa Linocenzo X sopprimeva
{15 ottobre 1652), passando l'oratorio in possesso alle conver-
tite di S. Leonardo in Lodi; le quali, a volta loro, lo cedevano
ai terrieri del Corno per un'annua retribuzione (23 giugno 1708).
Fra le case coloniche e la strada che avrebbero formato il
nuovo villaggio di S. Stefano al Corno — ad opera di Catalano
Trivulzio e di Michele Bonelli, cardinali commendatari nel se-
colo XVI — sorgeva l'antichissima chiesa parochiale di S. Fe-
dele ; da cui il sacerdote in cura d' anime — nominato e
stipendiato dall'abate commendatario^^ — esercitava il proprio
ministero spirituale anche su Corno Vecchio e su Corno Giovane.
La chiesa di S. Maria in S. Stefano — che sottentrò a quella
di S. Fedele — fu eretta dal popolo (metà del secolo XVI), e
colla erezione di essa la rettoria diventò vicaria perpetua Ma
anche questa seconda parochiale risentendo avanie grandissime,
perchè subbietta ai disalvei padani, ^ riescendo troppo angusta
NELLA CRONACA E NELLA STORIA
pel concorso dei fedeli, si procedette allo inalzamento di una
terza chiesa, sopra un fondo di spettanza dell'abazia, detto la
Possessione di S. Maria.
Favente ed aiutante il commendatario d'allora, l'eminentis-
simo d'Oria di Genova, fu deposta proces^ionalmente la prima
pietra dal vicario prò tempore Mariani (19 settembre 1756). Se
non che, la morte del cardinale d'Oria ed il diminuire dei
mezzi sospesero le opere appena fuori terra. Si ripresero dal
vicario Beolchi, codognese, validamente aiutato dal commenda-
tario cardinale Giuseppe Maria Castelli, milanese, ed interve-
nienti publiche offerte (25 maggio 1767).
Fugace appare, per altro, l'entusiasmo di quel principe della
chiesa, poiché in alcune lettere al paroco egli duolsi del
concetto troppo grandioso cui i lavori si erano ispirati; ed,
accennando alla ristrettezza della pecunia, dispone che il di-
segno originale — di cui è ignoto l'autore — venga ridotto dal-
l'architetto romano Cosimo Morelli, dal porporato detto «molto
valente.... che sa il vero gusto dell'architettura romana». Il
Morelli di poco variò la primitiva proposta architettonica; ma
ne soppresse una seconda torre, la quale doveva essere con-
giunta alla prima, a mezzo d'una loggia esterna.
La chiesa, compiuta dal vicario Manara, fu consacrata dal
vescovo Andreani nella festa patronale di S. Ignazio di Loyola
(4 agosto 1776), che è tuttavia festeggiata in S. Stefano, nella
prima domenica di agosto.
La facciata del tempio — nel centro delle casette di S. Ste-
fano — si para agli occhi dell' advena grave e maestosa. Le sue
rigide e sobrie linee annunziano che quando essa sorgeva vol-
gevano al tramonto le indisciplinate fantasie barocchistiche, di
cui soltanto qui rimane traccia nella lieve incurvatura prospet-
tica. La sola nave interiore è limitata da quattro cappelle, delle
quali solo due, ampie e profonde, hanno altari. Sul fronte in-
terno della porta mediana è rappresentata da buona mano
r « Adorazione dei magi a Betlemme »
L'ultima chiesa sulla via del ritorno dall'ascetico peregrino
visitata è quella di S. Fiorano, che noi vedemmo già eretta per
i6o
CODOGNO E IL SUO TERRITORIO
volere dei Trivulzio. I frequenti restauri di essa e le variazioni
conseguenti — specie ad opera del titolare Giovanni Cigolini
(1641) e de* suoi successori (1739 e 1794) — non poterono però
togliere a quel tempio la caratteristica degli edifici accresciuti
sotto il regno delle iperboli artistiche. La parte migliore di
esso è certamente la facciata, con un pronao di gusto ellenico
e di eletta fattura.
Presso la chiesa s'apre l'oratorio dell'Addolorata, compiuto
in un anno, e di cui, per decretale del vescovo, poneva la prima
pietra l'arciprete locale Carlo Federico Peroni (1750), poi sa-
lutato primo proposto di S. Fiorano (1756)^^.
« Votum feciy fidem servavi » può ripetere a ragione il nostro
imaginario peregrino. Il quale, nella lunga e faticosa via se-
guita, battè, ospite grato, al convento ed al tugurio, alla pie-
bania ed all'ospizio, e posò sotto l'ombra amica degli alberi
nella campagna virente, o sulle arsiccie ghiaie del greto padano.
Reduce al domestico focolare, egli, deponendo bordone e
sanrocchino, narra ai suoi le pie leggende, le estatiche visioni,
i voti ferventi, rugiada alle anime di fede. E noi — deponendo
la penna — ci compiacciamo della sua umile ed affettuosa com-
pagnia, riescita per certo al leggitore meno sgradita di un'arida
enumerazione dei santuari.
NELLA CRONACA E NELLA STORIA
i6r
NOTE AL CAPO XLVI.
* La parochiale delle Cascine de' Passerini fu restaurata e riconsacrata
nel 1890. Il pittore Luigi Prada di Casalpusterlengo vi eseguì alcuni freschi.
^ Secondo il già citato lavoro del sacerdote Settimo Ghizzoni, la pri-
mitiva chiesa di S. Maria misilrava non più di cinque o sei metri di
larghezza e quattordici in lunghezza.
' La parochiale di Castione ha corretta prospicienza, pure oftrendo al-
l'occhio il raro esempio di due attici sovrapposti a distanza, il primo co-
ronante la facciata , il secondo a cimazio del tempio. Il campanile , a tre
modanature — quadrilatera, circolare ed ottagona — è del 1840.
Nel coro sfilano gli artistici sedili del milanese Antonio Uslenghi (1735).
Nella sacrestia è da osservarsi un armadio sculturale in legno, che porta
la data certa di costruzione 1691. Dal Cristo, nella nicchia mediana,
appare una strana dissimetria per chi dai lati lo riguarda, illusione ottica
che si dilegua se lo si osserva da esatta direttiva, dipendendo l'apparente
difetto dall'accentuazione dello stile barocco, e più specialmente dallo
sporto esagerato dei due capitelli della nicchia.
Notevoli restauri si operarono nel tempio dal 1818 al 1820. Ora vi hanno
cappelline ben condotte ed eleganti, come quella di S. Orsola, un grande
organo di fabbrica Serassi, con ricchezza di dorature, ed una bella balaustra
marmorea recentemente eseguita dai fratelli Monti di Codogno.
* Per rendere meno angusto il sacro luogo , i consobrini dell' Annun-
ziata lo allungarono (1739), ed eressero nel tempio la propria sepoltura.
La chiesa fu restaurata nel 1835, e cinquant' anni dopo, ritoccandosene
la facciata, ne fu cancellata l'effigie della Vergine, dipinta sulla porta.
Presentemente la chiesa sotto l'unica navata ha sei altari, oltre l'altare
maestro, dal quale appare prospetticamente molto lunga.
^ La terza navata fu aggiunta alla chiesa di Camairago, paroco essendo
Bartolomeo Cremonesi (1855), e fu riconsacrato il tempio dal vescovo
Benaglia (26 aprile 1856).
* Questo sacello fu restaurato nel 1847 e nel 1896.
' Questa tavola fu posta poi in una nicchia a sinistra della chiesa ;
ma, non si sa perchè, grossolanamente coperta con una tela, rozzamente
tinta a nubi, lasciando vedere soltanto il viso della Madonna e del Fi-
gliuolo. Ci dicono che nell'ultima visita pastorale il vescovo Rota abbia
esortato i fabbricieri a togliere quello sconcio.
Codogno e il suo territorio, ecc. — //. 39
l62
CODOGNO E IL SUO TERRITORIO
^ La chiesa di S. Rocco in Gera fu poi disoggetlata da Pizzighettone
ed eretta in parochia (28 giugno 1808).
^ La collegiata di Maleo fu soppressa il 6 luglio 1798.
Archivio parochiale di Codogno.
" 1 documenti del secolo XII riguardanti Larderà nominano costantemente
S. Margherita e non accennano a S. Maria, come sarebbe parso al Monti,
Arroge che non poteva nè meno la S. Margherita di Larderà identifi-
carsi nella penitente di Cortona, perchè questa santa nacque verso la metà
del secolo XIIL La chiesa di Larderà è quindi indubbio fosse dedicata
all'omonima martire di Antiochia.
'^Archivio parochiale di Castelnuovo Bocca d'Adda.
Per alcun tempo la chiesetta della Bonissima continuò in giurisdizione
della diocesi lodigiana; da cui materialmente staccatasi poi, passò nella
piacentina (6 febbraio 1819).
Archivio parochiale di Castelnuovo.
Con decreto 6 febbraio 1819 lo Zerbio, il Borgone e la Bonissima
venivano aggregati alla diocesi piacentina.
Alessandro Riccardi nota che « negli anni 1807 e 1810 i due salti del
Po, in memorabili sue piene, al Mezzanone, tra Caselle Laudi e Castel-
nuovo Bocca d'Adda, produssero un accorciamento di 12 sopra i 16 kil. del
primitivo andamento ». ;
" Un nucleo di codeste case detto cantone di S. Fedele nello stato
d'anime del 1655 si vede all'oriente estremo di Santo Stefano al Corno.
Esse hanno traccia di fondamento della vetusta chiesa, i cui ruderi furono
descritti dal rettore Francesco Bergamaschi.
Il commendatario eleggeva e stipendiava il sacerdote di S. Fedele, e
quale patrono spirituale del luogo de jure e perchè a lui toccava prov-
vedere alle temporalità, avendo il Po ingoiato i terreni dell'antico rettorato.
La qualifica del titolare ecclesiastico di Santo Stefano al Corno fu prima
di curato, poi di rettore, vicario perpetuo, e finalmente preposto (25 aprile
1855)» dignità onde il primo investito fu Gaetano Bignami.
Archivio parochiale di Santo Stefano al Corno.
Oggi sull'altare a destra havvi pure un «san Mauro», quadro di
provenienza dall'abazia cistercense. Dalla sacrestia, dove l'avevano col-
locato, fu per cura del preposto Luigi Ardemagni fatto ristorare da Luigi
Valtorta (1886).
Esiste pure in parochia di Santo Stefano, ma chiuso al culto, l' oratorio di
S. Carlo Borromeo, nella frazione Casoni, eretto da Carlo Cattaneo di
Codogno (1846).
L'arciprete di San Fiorano Carlo Federico Peroni sedeva in palazzo ad
un pranzo di nozze marchionali, quando il vescovo Gallarati, presente,
lo dichiarò preposto del hiogo (15 settembre 1756).
CAPO XLVII.
Codogno continua a fiorire — Il castello — La loggia comunale — L'arco
del Cristo — Una grande cerimonia nuziale — Lo sfeudamento della terra.
L secolo XVII trovava il nostro comune fortemente
costituito, a seconda delle leggi filippine che già
sullo scorcio del XVI gli avevan data fisionomia ed
individualità speciali. Con quella sincerità gagliarda
che viene dalla coscienza dei diritti è dei doveri, il comune
— pur tenendo fede a' suoi impegni politici e verso la corona
e verso il feudo — mai tralasciava di afférmarsi sentitamente,
quando dal suo istituto dipendeva l'insieme degli svolgimenti
intellettuali, morali ed economici sottopósti alla sua giurisdizione.
Alla politica che si faceva a Madrid e che passava per Mi-
lano, nessuna partecipazione ; alla signoria feudale, già per àltro
sminuita dalla antica preponderanza, rendevasi, come nel biblico
tributo, quanto dovevasi; ma saremmo per dire che essa gelo-
samente sorvegliava sè stessa per non apparire soverchiamente
corriva, allor che la opposizione dei suoi cogli interessi spe-
cialmente finanziari del signore si trovavano in dibattito. E se
si pensi che il potestà ministrava altresì giustizia, è facile coin-
prendere come si stendesse la personalità del comune, e come
sotto di sè, a protezione di tutti, esso accumulasse la somnia
164
CODOGNO E IL SUO TERRITORIO
dei piiblici sentimenti. Da Madrid a Milano; da Milano a Co—
dogno ; ma qui doveva il comune suggellare colla propria im-
pronta, consentanea ai luoghi ed agli uomini, le provvisioni
imposte.
Così, di giorno in giorno si allargava irraggiando l'istituto
comunale; quei giorni e quelle leggi non vi creavano, è vero,
quella indipendenza a cui già molti aspiravano, ma ne deter-
minavano r esercizio di un potere che non indietreggiava punto
al confronto degli altri due. E non si creda piegasse nè meno
al cospetto della inframettenza religiosa, imperocché in Codogno
il proposto, non in opposizione, ma in osservanza del buon
volere e dell'autorità potestativa, procacciava il cammino con-
corde delle spiritualità e dei diritti amministrativi; e va notata
l'applicazione fra noi del vecchio e tradizionale concetto ita-
liano, per cui il comune volle e seppe ognora mantenersi saldo
€ quasi considerarsi consignore nei rapporti della propria chiesa ;
e se le antiche e profonde consuetudini dei secoli facevan larga
parte alla comunità nostra in quelle funzioni ecclesiastiche che
poi ebber nome di uficiali, non per questo la casa del popolo
si lasciò mai soverchiare dalla prepositurale. Gli interessi co-
muni ne facevano consentire i vicendevoli rapporti; un carattere
perenne di decorosa fermezza vegliò però sempre ed inconcusso
sulla condotta dell'autorità civile, che non si fermava alla soglia
del tempio, ma che — come ne è testimone una serie di note
nell'archivio parochiale, specialmente della prima metà del se-
colo XVII — quando era mestieri, la oltrepassava, forte nella
coscienza dei propri diritti.
Tutto ciò vedremo ancor meglio colla narrazione dei fatti.
Valga intanto un veloce accenno a notizie per le quali emerge
come fra le massime cure cui il comune dava le proprie energie,
nè pur le minute trascurasse affinchè a grado a grado venisse
a perfezionarsi la vita materiale dei borghigiani, facendo sì che
essi camminassero in quel progresso di civili costumi che già
da tempo erano esciti dalle rozze ed oscure latebre del passato.
L'indole di buon governo massaio sulla quale il comune di
Codogno recò sempre la sua provvidente attività, mai dilungava
NELLA CRONACA E NELLA STORIA
165
dai suoi occhi la diligente vigilanza su una delle precipue sue
proprietà locali: il castello. Fin dalle prime pagine nostre ne
esponemmo notizia, e l'epoca alla quale si riflettono le osser-
vazioni che andiamo facendo trova pericolante quel secolare
munimento a cui, se venne meno l'oficio suo di guerresco ba-
luardo, non pertanto rimane presidio imponente nei torbidi
dell'età e memoria storica eloquente.
Era cinto di ampie fosse, e queste affittate per uso d'erbatico,
costituivano altresì privilegi di pescagione
Il comune dalle ingiurie del tempo, che pure non risparmia-
vano il castro, traeva altresì suo prò atterrando muraglie ca-
denti, ponendone in vendita i materiali e i pioppi che ne
ingombravano i pressi.
Quando la guerra funestava di ruine e di sangue le nostre
campagne, ed il feudatario codognese qui coacervava i bellici
manipoli, a spese di lui e del comune una caserma soldatesca
fu costrutta nel castello, verso mezzodì (1650), provvedimento
che le nostre narrazioni provano di qual necessità fosse; fugace
ricorso, poiché la njutata arte della guerra venne segnando la
fine di quei mezzi un giorno formidabili per difese ed offese.
Soddisfaceva il comune alle insistenze del feudatario per prov-
vedere il quartiere; ed il feudatario provvedeva prò rata alla
edificazione della loggia che era nel desiderio dell'universale.
Negli evi precorsi erano minime le pretese dei publici mer-
catori, a guardia delle loro derrate accampati sulla piazza ed
irridenti alle pioggie incresciose ed ai torridi sollioni ; poi si
raffinarono le consuetudini e si ricercò qualche miglior agio;
e di conseguenza si dimandò che un luogo si assegnasse dove
la. compra vendita convenisse, e colla gara della concorrenza e
con quelle comodità che viemeglio richiamassero agli acquisti.
Non aveva chiuse le orecchie il comune alla proposta, e diede
mano all'opera (23 giugno 1652).
Giusta il disegno vagheggiato e dai municipali e dal feuda-
tario, l'edificio mercatizio avrebbe dovuto prolungarsi dalla
piazza antistante alla contrada Scacca, prospiciendo al convento
francescano, e fu per la morte del cardinale Teodoro (1656) che
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CODOGNO E IL SUO TERRITORIO
la loggia non ebbe il decretato sviluppo. Comunque, servì al-
l'uficio suo; ma non così efficacemente come l'avrebber voluto
i mercanti ; chè più volte si memora ' V angustia di essa negli
La loggia comunale prima del 1896.
atti del comune, e si citano editti penali contro quelli che senza
ragion mercantesca ingombrano il nundinario coperto
E prossima la fine del potere di casa Trivulzio in Codogno;
e non sono malinconici come di chi discende gli ultimi bagliori
di quell'astro politico la cui luce tranquilla da ben centotren-
tasette anni splendeva in questa nostra zona di cielo.
La sovranità, di Teodoro, non menomata dalla assurgente co-
mune, si esplica ad essa concorde nella creazione di perspicue
opere; al principe Antonio Teodoro Trivulzio, nepote del car-
dinale, perdura la simpatia dei subbietti, sì che un pregievole
NELLA CRONACA E NELLA STORIA
167
monumento ediMzio ricordava, ancor pochi anni sono, le sue
compiacenze domestiche; e, fatta eccezione per le menti pre-
corritrici di nuovi fati, il popolo, nella sua primitiva semplicità
viveva sicuro dell'avvenire di quella casa, che d'un tratto rin-
novava antichi splendori.
Con quale slancio di publica esultanza vidersi elevati i fastigi
dell'arco del Cristo, perchè alla testa del corteo nuziale la no-
vella sposa di Antonio Teodoro Trivulzio vi passasse, entrando
trionfalmente in Codogno (26 luglio 1688)! E come furono am-
mirati i codognesi di quel lusso, di quel sussiego, di quegli
strascichi feminei, di quei fulgidi cavalieri in tocco d'oro, di
quella scorta scintillante di creados , che scortavano i cavalieri
invitati, fra i quali nereggiava la tonaca barnabitica del padre
Aimo Corio, che, quale procuratore del principe, aveva levato
dalla casa paterna la sposa. Gli academici saccheggiarono di
fiori tutti i praticelli d'Arcadia, le magistrature beneaugurarono
gravi e solenni nei vellutati roboni, e le soldatesche feudali si
disposero nella acie prestabilita dall'ordine a stampa reso a
publica notizia (26 luglio 1668).
Era la sposa donna Giuseppa Maria Velez di Guevara, del
conte Inigo di Onate ; e — seguendo la sua fastosa indole di
aragonese — aveva bramato che la entrata nel capoluogo dei
suoi feudi fosse raccomandata al secolare linguaggio della pietra.
Esprimere al fidanzato quella brama era vederla compiuta ; ed
il principe Antonio Teodoro affermasi partecipasse alla spesa,
concorrendovi con cento scudi. Giovanni Battista Barattieri di-
segnò l'arco imponente e semplice, sebbene ideato in un'epoca
artistica nella quale tiranneggiavano l'iperbolico senza grandezza,
lo stravagante senza novità.
S'arrotondava esso al centro; sullo stipite, e prolungata al
mezzo dello dittico cimazio, sovraneggiava in medaglione l'effigie
dell' Immacolata. Tre piccoli trionfi compievano l' esornamento
dell'attico. Altri due in basso, e raccorciati da obelischi a globo
sulle fiancheggianti volute, rialzavano il cornicione mediano;
più sotto, a destra e a manca, dipinti san Biagio e sant' Erco-
lano ; a terreno due ingressi fra gli sproni addossati alle case
ed i pieritti dei, massimi pilastri sostenenti la costruzione, che
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CODOGNO E IL SUO TERRITORIO
ritraeva speciale vaghezza dallo investimento marmoreo a ritagli
e scanalature regolari^.
Dietro il macchinoso* traino nuziale della vaga spagnola s' in-
calzarono per due secoli sotto il pronubo arco le pacifiche carra
dell'industria e gli «attiragli » gravi delle artiglierie di diverse
insegne; passarono bestemmiando in disforme favella genti di
Il portone del Cristo.
-duchi, di re e d'imperatori, e turbe scarmigliate di sansculottes
inneggianti alla republica; e quando i campi propinqui desta-
ronsi al sibilo frequente della vaporiera, l'arco, gigantesco rap-
presentante di tempi trascorsi, cedeva al piccone municipale,
che reclamava pei tempi nuovi maggior elatere per la civiltà
del borgo (1867).
Anche il progresso passa distruggendo, ma non sempre e incon-
dizionatamente gli si debbono alleare gli uomini. Che se ciò i reg-
NELLA CRONACA E NELLA STORIA
169
g"itori della publica cosa non avessero dimenticato, dimenticando
insieme — e con maggior debolezza — che il più illustre dei
codognesi aveva creato quell' insigne monumento e la chiesa di
S. Bernardino (pur demolita nello stesso anno), tanta iattura
non ci avrebbe offesi, e di Giovanni Battista Barattieri rivi-
vrebbe nel cuore del popolo il ricordo, oggi soltanto racco-
mandato ad una indicazione di una infima e remota strada.
Nella lunga espositiva delle case patrizie investite di dominio
sulle nostre terre, toccammo della successione mancata in linea
maschile del principe Antonio Teodoro Trivulzio, fatto gene-
tliaco che — mentre in ogni altro luogo di feudo trivultino non
apportò modificazione alcuna di stato politico — a Codogno
schiantò la vecchia feudalità inalzando sulle sue rame divelte il
regime del libero comune.
Sapevamo che, pervenuti al momento storico dello sfeudo di
Codogno, ci saremmo trovati in conspetto di una pagina splen-
dida e felice nella cronaca nostra. Quel raggio di coscienza
comunale che brillava improvviso nella semioscurità civile del
municipio italiano sul tramonto del secolo XVII, ne confortava
e ne stupiva ; e se per una parte un sentimento grato ci ri-
congiungeva a quei nostri proavi, che in terra modesta avevan
concepito e tradotto in atto così alta azione, per l'altra cresceva
la meraviglia nostra, misurando quale fede e quanta grandezza
di accorgimenti dovevano averli guidati, sorretti e condotti,
traverso ostacoli formidabili al compimento della loro redenzione.
Perocché quella liberazione dal passato, meditata e compiuta
come fu, rimane prova suprema di intelletti e di sentimenti che
non impallidiscono ai confronti. Nè ci esalta l'affetto del paese
natio, nè ci travolgono gli entusiasmi manierati — ora spesso
risorgenti — di persone e di eventi che furono; ma siamo per
contro condotti nella nostra persuasione dalla fortuna di fermare
lo sguardo sopra il testimonio scritto e simultaneo di quella
nostra liberazione politica.
Non è un ricordo soltanto d' un fausto avvenimento ; e nè
meno è un inno di gonfio lirismo pel conseguimento di un
condiviso desiderio. L' autografo di cui è parola va invece ascritto
CODOGNO E IL SUO TERRITORIO
fra quelli, cui anche la critica positiva dell'oggi chiama aurei:
non le turgidezze del secolo suo, non le immoderate compia-
cenze di volgari, sè adoranti per esser giunti alla meta; ma
una grave, diligente, minuta esposizione diaria di quanto fu
imaginato, meditato e fatto, per ricercare affannosamente, e
strappar quasi colla industria e collo ingegno la vittoria del
proprio diritto. Volgevano nemici i tempi ; interessi di potenti
sollevavano intorno barriere presso che insormontabili; fioca e
mal sicura era la speranza nel potere sovrano, e subdola e ve-
nale la magistratura; eppure d'ogni cosa doveva aver ragione,
e l'ebbe, il saldo cuore di chi si dava e consacrava tutto al
bene della sua terra.
Dimesso nella forma bonaria, ispiratore della più larga con-
fidenza, ma luminoso nelle sue premesse, ferreo nelle sue
conclusioni, il documento anche nel titolo rinuncia ad ogni
appariscenza pomposa, ed è intestato: Nota delle spese fatte da
Noi Carlo M."' Bellone, Bernardmo Dragone, Gerolamo Marti-
nengo , e Domenico Bignami, come Procuratori eletti dal conseglio
generale, e da tutti gli habitatori di Codogìio biella causa della
Redentioìie dell' In feudatione del d° Borgo, et altri e?nergenti^.
La memoria dal 21 agosto 1678 perviene al 4 maggio 1680, e
da essa balza così viva la fisionomia della grave controversia,
da non saper noi meglio ripresentarla che attingendo diretta-
mente a questa caratteristica fonte.
I procuratori su citati dipartonsi da Codogno per Milano
(21 agosto 1678), e voglion seco il chiaro giureconsulto codo-
gnese dottor Giuseppe Maria Folli, residente a Lodi, sulle cui
« direttioni » fanno essi assai conto ; e a lui pongono allato
l'altro giureconsulto conterraneo, abitante in Milano, dottor
Giuseppe Goldaniga « ad effetto di mostrare l' animo uniforme
di tutta la Terra di uoler il Demanio ». Consci dell'arduo com-
pito, e pertanto circospetti e prudenti, da prima soggiornano
normalmente all'albergo delle Due Spade, a porta Romana; poi,
giustamente diffidando dei parziali di casa Trivulzia e del pa-
rentado consanguineo, si trasferiscono all'osteria del Falcone,
poi in camere arredate domesticamente vivendo da massari e
NELLA CRONACA E NELLA STORIA
provvedendo da sè alla frugale mensa, ed infine in una « do-
zina » di certo Giuseppe Gilardi detto Stampa,,
La modicità delle esigenze di quei maggiorenti — provata
anche dalle cifre consegnate nella « nota» — non toglieva ch'essi
degnamente rappresentassero l'insigne borgo che. li aveva man-
dati quasi alle prese coli' astuzia del fisco, colla potenza di una
vedova Trivulzio, per soprassello castigliana, colla tiepidezza
corrotta dei funzionari, e colla « impressionabilità » degli spa-
gnuoli ligi ad un rito cerimonioso e fastoso. E di ciò erano
essi così convinti che nella relazione riassuntiva della loro mis-
sione dicevano al consiglio compaesano : « che se per fortuna
a prima faccia parerà che ci sia qualche eccesso in materia delle
spese cibarie in Milano, spese di carozze. et honorarij distribuiti
con qualche largheza, deuano considerare, che frà le altre cose,
che dai Tribunali, e superiori si considerano in materia di douer
concedere ó nó la Redentione una delle Principali, è l'osseruare
se la Communità e bene stante, e perciò e stato neccessario lo
stare ancora con qualche splendore. Oltre di che se si fosse
proceduto con auaritia molte uolte per sparagnar un Filippo
se ne perdono cento e non riescano i negotij. Et anche non è
da omettere che nelle angustie dell'Animo, nelle quali tante
uolte si trouauamo nei frangenti pericolosi, e della riputatione,
e del resto sarebbe stato un'atto tiranico, il pretendere, che si
douesse aggiongere stretezze a stretezze, et angustie ad angustie».
In omaggio a questi sani principi, e forti nella coscienza
della propria onestà, si che ninno nè meno sospetti che le lor
persone fosser credute capaci di « frode di uoler trufare il sangue
dei poueri » si condussero agiatamente, con bastevole numero
di domestici, con non interrotto servizio di cavalli padronali
— come quelli del Bellone — e da nolo, per recarsi onorevol-
mente ai publici ufizì in Milano, e per rifare quando occorreva
il viaggio a Codogno. Ai compensi procurati pei paggi, per gli
staffieri, per gli uscieri, pei cancellieri e per quanti altri delle
aule del governo e delle anticamere della nobilea, si aggiunge-
vano elargizioni di derrate onde andava famoso il nostro terri-
torio; e, per non parlare del celebre cacio e delle cotognate
elegantemente disposte in vasi adornati di « bindelli e rose
172
CODOGNO E IL SUO TERRITORIO
d' oro » , erano il lino cremasco ed il torrone cremonese i pre-
senti più graditi ai fautori della causa codognese, specie nelle
augurali solennità del decembre.
Solleticando gli umani appetiti, non trascuravano « gli ag-
giuti divini », per il che facevan celebrar messe, oltre che a
Codogno, a Lodi dai carmelitani scalzi, ed a Milano in S. Gio-
vanni alle Case rotte.
I due causidici propugnatori dello sfeudo prestarono V opera
propria con un'attività ed un acume mirabili. Il Folli assistette
alla causa precipua ed alle connesse che ne rampollavano « non
solamente come Auuocato » ma in guisa da essere considerato
come « il Principale Promottore, et Auttore di questa impresa,
essendosi la cosa tutta così nella sostanza come in tanti diuersi
accidenti, in essa nati, incominciata, proseguita, e terminata
sempre con la direttione de suoi ricordi, e consigli] » tanto che
se la comunità « non hauesse hauuto il suo Patrocinio, et as-
sistenza la cosa non haurebbe hauuto il suo effetto». Il Gol-
daniga, da valido cooperatore « si adoperaua nella detta causa
della Communità con un'ardore, e fedeltà molto considerabile ».
E non meno della parte morale s'era presentata difficile la
giuridica; perocché fin da bel principio — appena trapassato
l'ultimo feudatario — era insorta lite col prestino del borgo,
cessando in lui, per liberalità della comune verso il popolo, il
privilegio di vendita esclusiva della farina « ciò che fu di gran-
dissimo consolatione e soglieuo alli poueri, li quali prima non
la poteuano comprare se non à caro prezzo dal Prestinaro ».
La protesta di questi al regio magistrato straordinario, sotten-
trato al feudatario nell'amministrazione delle regalie (fra cui
appunto quelle annonarie), sorti esito contrario al suo promotore,
e la comunità si avvalse della vinta ragione.
Ma a meglio tener dietro alle vicende che illustriamo sarà
pregio dell'opera il riferirci costantemente al manoscritto se-
condo l'ordine suo di data.
Appena mancato Antonio Teodoro Trivulzio (26 luglio 1678),
le comuni dei feudi suoi resero omaggio condolente alla ve-
dova: Maleo mandò Giovanni Battista Schinchino, Codogno il
NELLA CRONACA E NELLA STORIA
dottor Folli, e solenni espiazioni si persolsero alla salma. Il ma-
gistrato straordinario di Milano inviò il questore don Ortensio
Cantone ed altri uficiali in Codogno per apprendere il feudo,
che defunto il principe improle ^ ricadeva nella regia camera.
Risoluzione immediata dei nostri maggiorenti recatisi a Mi-
lano fu quella di far presentare al re Carlo II un forbito memo-
riale, steso con buon valore storico e giuridico dal Folli confortato
da documenti accuratamente ricercati dal dottor Benaglia, ar-
chivista dello stato « affine di trouar esempij di altre Communità
redente » e comunicato altresì al governatore Claudio Lamoraldo,
principe di Ligne, ed al magistrato straordinario — per essere
indemaniati, ed operarono non solo per invalidare le formali
pretensioni della vedova donna Giuseppa Maria — ma « anche
per trattare con diuersi Personaggi, che pretendeuano il Feudo,
chi per ragioni fidei commissarie, chi per Priuilegij, e Capitoli
Matrimoniali, e chi anche per acquisto, che pretendeuano farne».
Anche Maleo — ad imitazione di Codogno — promosse causa
di sfeudo (8 gennaio 1679), incaricandone lo Schinchino con
altri due deputati; ma senza verun risultato, perocché mancò
l'accordo fra i maggiori estimati del luogo i quali avrebbero
dovuto riproporre la dimanda ufìciale pochi giorni dopo; e
— come vedemmo — Maleo passò ai Trecchi.
Intanto gli agenti della principessa Trivulzio, vigili e solerti,
s'adoperavano vivamente perchè Codogno rimanesse feudo della
loro signora; e, intanto che, cooperati artatamente dal questor
Cantone, tentavan sobillar la borgata, offrendo agli occhi della
gente i presunti danni dello sfeudo, a Milano esibivano con
isfoggio curialesco i capitoli nuziali di donna Giuseppa, pei
quali risultava che re Filippo IV aveva concesso alla sposa che,
morendo il principe con o senza prole, la vedova potesse tra i
feudi lasciati sceglierne uno a piacer suo « purché non fosse
il capo, del quale ella douesse godere in quanto all' honorifico ,
restando essa uedoua, e nello stato di Milano ». E gli agenti
trivultini, in nome della loro rappresentata, prescelsero Codogno,
di cui chiesero il rilascio.
Il governatore provocò l'avviso del magistrato straordinario;
ma, risaputosi ciò dai procuratori del comune, questi, preve-
174
codOgno e il suo territorio
dehdo da una concessione eventuale il croHo d'ogni loro spe-
ranzà!v avanzarono una duplice opposizione e siccome essi
erano uomini accorti e prudènti, tosto si avvidero essere pe-
ricoloso impegnare una lite colla principessa vedova « per le
grandi aderenze sue, hauttorità, e rispetto della sua Persona
tanto in Milano quanto in Madrid». Volendo però non venir
meno ai riguardi pur sempre dovuti a colei che aveva condivisa
resistenza, col loro signore, reputarono opportuno tentar vie
conciliative; e per mezzo del Folli e del padre Aimo Corio
— barnabita, confessore della principessa e già procuratore del
principe defunto nella stipulazione del suo matrimonio — pro-
curarono indurre la signora a scegliersi il reliquato feudale
fuor di Codogno.
^ A nulla valsero queste cure ingegnose. Gli agenti della spa-
gnuola stavano irremovibili, ed a palliare l'ostica questione,
addiicevario la precarietà della infeudazione, intendendo la loro
signora di rimpatriare per non più tornare in' Lombardia, sì
che per la clausola limitativa dei capitoli nuziali, la signoria
codognese sarebbe stata naturalmente caduca. E le parvenze
davan aria di verità a questi armeggi, chè don Beltrame di
Guevara, era venuto di Biscaglia ostentando di voler riaccom-
pagnar la sorella al castello nativo, sulle rive della Zadorra; e
già facevansi gli apprestamenti pel viaggio e le visite di con-
gedo ; e difatti ognuno stimava prossima la partenza.
A queste speciosità non lasciaronsi prendere i codognesi
commissari. Essi subodorarono la simulazione; e ad ogni modo
paventando la possibilità di altre frammettenze — e sopra tutto
considerando come, una volta insediata feudataria , re Carlo
avrebbe potuto, lei instaate, rivocare le clausole restrittive « e
così da Padrona conditionale diuenirne assoluta » — perdura-
rono « sempre fissi, sempre saldi, sempre constanti ». E la in^
dovinarono : don Beltrame tornò solo in patria, ed, essi, una
volta di più convinti della doppiezza avversaria, un po' per oro,
e un po' per processura giudiziaria avanzarono i passi sulla
buona strada. Ostacolo grande fu il parere loro contrario datò
dal magistrato, e maggiore ancora quello contro essi appellanti
pronunciato dal governatore. Decideva questi, in via precaria,
NELLA CRONACA E NELLA STORIA
17.5
e salva la parola reale, di rilasciare alla principessa il possesso
del feudo, ed all'uopo il questor Cantone schierato tra i
partigiani più risoluti della vedova — ed- il conte Bernardino
Gavazzo della Somaglia, delegato speciale dèlia signora, si con-
ducevano in Codogno . per la cerimonia della presa di possesso,
accompagnati dai nuovo potestà nominato dalla feudataria. -
Non smarrironsi d'animo i nostri; che — fatta dichiarazione
esplicita in Milano nessun codognese voler giurare fedeltà, alia
Guevara — qui tornarono frettolosamente precorrendo il Can-
tone, ed esortarono il popolo a fermamente respingere i decreti
«come ingiusti, e contra la libertà, che hanno i Popoli di re-
: stare nel Demanio immediato del loro sourano Padrone ». A
Codogno fu esposto sulla porta principale della chiesa il ritratto
di Carlo II, acquistato da Giuseppe Bellone « ad effetto di ec-
citare il Popolo a' diyotione verso la M. S. » ; ed i dottori Folli
e Goldaniga da Lodi, come luogo intermedio, vigilavano le
mosse oppositrici di Milano.
Nei quattordici giorni in cui il Cantone stette in Codogno
incalzarono gli avvenimenti.
Radunatosi il popolo nel cortile del castello, dopo una con-
cione del dottor Folli, durata un'ora e mezza, sui vantaggi
supremi dell'emancipazione, al grido di « viva la libertà! viva
re Carlo! » chiese la propria rivendicazione dal feudo, insor-
gendo spontaneo contro Ja minacciata violenza. Il solo libero
giuramento che ogni capo di famiglia fra le publiche acclama-
zioni prestò fu di voler esser redento.
E come la religione cogli adiutori divini era serbata a forti-
ficare le speranze degli umani, così anche in quella occasione
si ricorse al santuario. Fu dato ordine che ad un'ora di notte
tutte le campane della collegiata suonassero a distesa, e il di
appresso dalla porta spalancata si scorse eretta a destra del-
l'altare sotto l'aureo baldacchino dei giorni solenni la statua
della Madonna del Rosario, tolta dal suo sacello e posta alla
destra dell'altare. Dalla sua teca in cristallo appariva dall'altro
lato la sacra reliquia corporea del comprotettore santo Ercolano,
prima d'allora non mai rimosso dal loculo sottoposto all'altare.
Su questo raggiava la gloria del suo corallo il prezioso osten-
176
CODOGNO E IL SUO TERRITORIO
sorio, e tutto intorno, sullo sfondo del vasto conopeo, riflette-
vansi sug^li ori e sugli argenti dei ricchi arredi le luci delle faci
e dei ceri, disseminati pure sugli altri dieci altari del tempio,
le cui pareti scomparivano sotto magnifici parati.
Procuratori, deputati, popolo, religiosi e monache, tutti prò-
cessionalmente dimostrarono il proposito concorde; d'ora in ora
succedevansi i preganti, ed in tutte le chiese del borgo rinno-
vavansi le sacre invocazioni di un popolo confidente e credente.
« E perchè frà tutte le orationi, quelle de poueri sogliono es-
sere più accette, perciò si fecero assistere alla detta esposi-
tione dieci poueri tutti uniti » ai quali si diedero poi elemosine.
Il generoso plebiscito fu di sgomento al questore; il quale,
con editti penali precettò della loro pervicacia i procuratori, i
dieci deputati, il cancelliere e il tesoriere della comunità, di
mille scudi per capo, e gli altri singoli abitanti di cento. E
non bastava, chè di simili persecuzioni eran fatti segno in Mi-
lano i mandatari : persone ad essi « pocco affette » tentavano
metterli in pessima vista così, presso uomini di curia e del
magistrato, che persuaser questi a proporre processuali provve-
dimenti a pregiudizio di quegli invitti patrocinatori dei patri
interessi. Li accusavano « di non uoler obedire ai decreti di S. E.
e del Magistrato » e di aver fatto « conventicoli, unioni, con-
federationi, e lighe, ciò che uiene dalle none constitutioni prohi-
bito sotto graui pene, ancora sino alla morte ad arbitrio del
Prencipe, e del senato ».
Di questi editti surrettizi trionfò l'autorevole parola del Folli,
che seppe anche impedire l'occupazione militare del borgo, ed
ottenne dal consiglio secreto che il questor Cantone ed il po-
testà feudale facessero la via del ritorno
Vuota stringendo la terribil ugna.
$
Sebbene le sentenze di Milano dessero arra di favorevole
risultato alla causa dei codognesi, questi non istettero queti
nella capitale dello stato, dove si doveva assolutamente definire
la lite. Ed a Madrid Adriano Frigeri sollecitava la rivendica-
zione feudale e scriveva ai procuratori del comune; i quali a
NELLA CRONACA E NELLA STORIA
177
Milano ricevevano le missive all'indirizzo di un Pietro Alloti,
nome imagi nato per torcere ogni sospetto dalla loro corrispon-
denza ; e dall' Italia partivano nuove e più calde istanze dettate
dal Folli in forma di memoriali alla maestà regia, dichiaranti
irrite le ragioni feudali.
Finalmente « ecco che uenne la felice nona della lettera Reale
di S. M. nella quale scriueua a S. E. il signor Conte di Melgar
che la M. S. disapprouaua, annullaua, e riuocaua quanto dal
signor Prencipe di Ligne suo Antecessore nel gouerno, e dal
Magistrato era stato ordinato, et operato a fauore della signora
Principessa Triuulzia contro la Communità in materia del feudo
di Codogno ». La letizia dei procuratori fu molta e se ne ac-
corse lo scritturale del secretario Velasco, signor Bindone, che,
per aver data copia della lettera regale ebbe di profenda sei
lampanti Filippi. Conoscendo gli umori spagnoli, i delegati della
comunità — i quali sulla somma pattuita pel riscatto avevan pur
molto parlamentato — spedirono sollecitamente a Madrid il val-
sente di duecento doppie d'oro, più lire quarantasei e soldi
dieci per cadauno dei settecentonovanta focolari del luogo (marzo
1679); ed allor quando il tesoriere generale del supremo con-
siglio d'Italia in Madrid, il colendissimo don Gomez de Cavas
y Solis, cavaliere di spada di S. Giacomo, toccò il perspicuo
marsupio, re Carlo spacciò il bramato decreto (6 giugno 1679).
Il re cattolico — premessa la soddisfazione recatagli dai « fe-
deli e diletti uomini della comunità e borgo di Codogno» di
darsi immediatamente a lui ed alla sua regia e ducal camera
e costituendosi suoi vassalli diretti — osserva che l'importanza
del borgo sul confine del suo principato in Italia ne ha sempre
fatto un antemurale di difesa nelle guerre; espone che all'amore
ed alla fedeltà antica aggiunsero a suo « beneficio e servizio » ,
versando il determinato canone di redenzione del feudo, e de-
termina per sua volontà e grazia speciale di acconsentire nella
migliore e più ampia forma a quanto gli è chiesto. Da allora
in poi Codogno e il suo distretto saranno in perpetuo esenti
da ogni infeudazione publica o privata, signoriale od ecclesia-
\ stica; ma invece riterrannosi incorporati strettamente e per
sempre nel dominio di Milano, colle clausole usate in sì fatte
Codogno e il suo territorio y ecc. — //. 40
178
CODOGNO E IL SUO TERRITORIO
concessioni e che vuole osservate come se nella patente fossero
singolarmente accennate. Infine ammette la comunità di Co-
dogno a qualsiasi licitazione di dazi, privilegi o regalie perti-
nenti alla ducal camera in occasione di alienazione, e dà alla
concessione reale la più ampia e regolar forma, derogando a
qualsiasi pretesa o ragione in contrario, supplendo a qualsiasi
deficienza vi potesse per avventura rinvenirsi, e tutto ciò « non
ostanti qualsivoglia Leggi, Statuti, Costituzioni e Decreti del
dominio di Milano ».
Il decreto era giunto a Milano ed il senato ne aveva tosto
ordinato l'esecuzione (5 settembre 1680), mentre a Codogno si
persolvevano publiche novene in onore della Immacolata per la
grazia dell'ottenuta redenzione. Ma — scrivono amareg'giati i
commissari — « perchè non erano finite, anzi perchè più che mai
durauano le persecutioni contro la nostra Communità l' 111.'"" Ma-
gistrato metteua difiìcoltà di passare esso Privileggio adducendo
molte eccettioni in contrario, e frà le altre diceua il fisco, che
la reggia Camera era stata lesa nel prezzo concertato, e sbor-
sato in Madrid si à riguardo, che questa era stato solamente
di L. 46: io: — al fuoco, mentre la Tassa era di lire 72: si
perche ci imputauano che nell' informar il Magistrato haueuamo
esibita somma molto maggiore, si perche se questo Feudo si
fosse uenduto la Reggia Camera si haurebbe canato un prezzo
assai maggiore della tassa, attese l' insignità, honoreuolezza,
commodità, e richezza del luogo. E inoltre allegaua il Magi-
strato, che non era da Noi stato espresso con uerità il numero
de fuochi, e che perciò S. M. era stata ingannata ».
Promossa una nuova revisione, con proteste di buona fede
nei nostri rappresentanti, si rilevò che ventun fuochi risultavano
in più di quelli prima denunciati, ed in onta ai cavillosi pre-
testi accampati dagli uficiali governativi, anche questa ver-
tenza si appianò, mercè la costante avvedutezza del dottor Folli,
pagando la comunità la differenza dei fuochi in più, in ragione
del tasso già pagato.
Ed altre infinite animadversioni ed angherie si paravano sul
cammino dei nostri, compresi un processo alla comunità « per
causa di moneta » , le violenze dei daziari contro i linaroli che
NELLA CRONACA E NELLA STORIA
179
venivan da Gera, e le istigazioni e subornazioni avversarie con-
tinue; e l'oro paesano continuò a varcare porte illustri, a sa-
ziare bramose canne, a suscitare eloquenti parole od a produrre
meditati silenzi. Ora è il signor Airoldi, cancellier del marchese
Rosales, fiscale, che ricusa infondatamente la registrazione del
privilegio, esigendo l'anticipazione del quindennio^; ora è il
tesoriere del senato che avanza « gagliarde pretensioni » per
levare l'interinato del privilegio, ed i nostri corrono diligente-
mente a Varese, per informarsi su analogo caso di quell'oppido;
poi si ha da vincere la cupidigia del secretarlo alla cancelleria
secreta, sopra la precedenza, in conflitto coi secretar! del senato ;
e si fa tacere il questor Cantone per gli onorari suoi, non
perchè gli fosser dovuti, ma « perchè non stava bene alla Com-
munità questa disputa » ; e così di continuo, fra triboli e fa-
stidì sempre nuovi.
La spesa del riscatto fu di lire settantasei mila e seicento
ottanta, a procurarsi le quali soccorse la vendita, già accennata,
della possessione del Bosco, al conte Carlo Orazio Cavazzo della
Somaglia per cento mila lire imperiali (17 gennaio 1684); e
con istromento del notaro Paolo Gerolamo Ferrario la comune,
esaminate le pezze documentali dei procuratori, li dichiarò libe-
rati da ogni obbligazione incorsa nel mandato (11 giugno 1688).
Intanto, un ostacolo dalla parte di Lodi, minacciava la iattura
totale del beneficio conquistato a così grande fatica.
Fin da quando, per beneficio della reale patente, Codogno
ebbesi propria personalità, i decurioni lodigiani dispettarono
naturalmente la fortuna del borgo, e diseppellendo titolarità
viete e disusate, volevano arrogarsi la supremazia politica e ci-
vile sul borgo sfeudato. Da Codogno nessuno mostrava inten-
dere le loro rimostranze ; ed anzi agli atti giurisdizionali di
don Geromino Sagaraga, potestà di Lodi, e degli altri giudici,
che a Codogno avevano all'uopo cavalcato, i deputati della
comunità avevan fatto chiudere le botteghe; laonde essi reca-
rono il proprio piato in conspetto del senato, sostenendo a
loro prò il conoscere in materia di sanità, di vettovaglie, di
pesi e misure.
i8o
CODOGNO E IL SUO TERRITORIO
Questa allegazione non era però la principale, chè con essa
veniva pur dai lodigiani presentata richiesta che Codogno
e il suo distretto, esciti di potestà feudale, venissero per ciò
solo riconosciuti di dominio giudiziario di Lodi, rendersi quindi
illegittima la presenza in Codogno del pretore.
Annuì il senato (9 giugno 1689); ma a ben altre vicende si
erano temprati i nostri proavi, nelle secolari gare tra la regia
città e l'indomito borgo, sempre fidente nelle sue forze vive e
reali ; così che con maggior gagliardia rintuzzarono nella curia
dello eccelso magistrato la domanda avversaria, sfidandola a
provare l'asserto della propria antica soggezione, e dimostrando
con copia lussuosa di argomenti che, fino dai tempi viscontei
e sforzeschi, in rebus controversis Codogno dipese sempre di-
rettamente da Milano; e, fra l'altro provarono la necessità del
giudice in luogo, dall'essere questo in postura confinaria e sede
di dazio, troppo lungi da Lodi per dedurne alla giustizia gli
inquisiti, e così circoscriventi le terre infeudate che, le usurpa-
zioni di confine essendo quasi quotidiane, richiedevano imme-
diato giudizio. D'altronde, come nessuno pensava a disturbare
i cittadini di Lodi, obbligandoli a trasferirsi in Codogno per
avere giustizia, così non dovevasi nè potevasi in modo alcuno
fare l'opposto, obbligando i codognesi a recarsi in Lodi.
Replicarono i decurioni di Lodi — tra i quali il celebrato in
Arcadia, conte Francesco de Lemene — alla forbita memoria
dei codognesi, non priva di ironia sapiente ; controrisposero gli
agenti della comunità nostra. Per anni parecchi viva e serrata
procedette la controversia, e fu solo per la prudenza del Folli
se si evitarono in quel tempo seri guai da parte della giusdi-
cenza senatoria, massime quando certo Gabanello, arrestato in
un subbuglio a Codogno, rimase morto nell'atto di sua ap-
prensione. Il sonnolento senato di Milano lasciava dire, e per
due volte accordò un biennio di pretorato locale a Codogno
(i 689-1 691); poi i lodigiani, defatigati dalla fermezza di quei
di Codogno, loro offrirono capitoli di transazione su tutte le
differenze insorte, dichiarando fra l'altro di riconoscere il di-
ritto di Codogno alla libera elezione del proprio pretore, pur
che la giurisdizione di questo magistrato non esorbitasse da
quella già determinata dal senato (1680). Anche sulle differenze
NELLA CRONACA E NELLA STORIA
l8l
per le annone e per la sanità publica fu offerto ed accettato
l'accordo, salva l'approvazione del senato e del re cattolico per
la giuridica deroga e le opportune dispense inerenti alla validità
dell'atto conciliativo.
Carlo II mandò lettere patenti al magistrato straordinario del
ducato, compiacendosi della proposta cui ampiamente accoglieva
e voleva fosse accettata. Ed il governo di Milano si affrettava
alla omologazione del dignitoso compromesso, inviandone agli
interessati il legale documento (i8 marzo 1695).
Ebbero pieno diritto i reggitori di Codogno di lasciare nel
memore fascicolo della malagevole impresa ricordo della pro-
pria compiacenza pel conseguito felice avvenimento ; in quel
fascicolo essi dimostrano come e quanto era stata difficile opera
quella redenzione fatta « contra la volontà delli stessi superiori,
e supremi Ministri, e col contrasto di Personaggi potenti, che
anhelano all' Infeudatione » ; affrontano serenamente tranquilli il
giudizio anche di coloro che li avrebbero biasimati per la di-
sobbedienza ad ordini di governatori e di magistrati, ed insi-
stono sul convincimento che « il negotio era disperato » senza
l'unione e la costanza che gli uni agli altri rinsaldava. Richia-
mano il pensiero sulla causa che distrasse concorrenti all'acquisto
del feudo, e non è possibile sottacere queste sentenziose linee
che, velate dal più discreto riserbo, mettono in sodo una fra
quelle verità politiche le quali furon dette, e sono da vero,
scottanti: «Si deue pensare, che questi miracoli non si fanno
oltre alla diligentissima attentione di chi opra, se non con
molto danaro, e quello che e più si deue pensare che di molte
partite bisogna esprimere una causa, e pure è un'altra, poiché
non è douere, che siano registrati nei libri publici alcune ri-
cognitioni fatte per conseguir giusti arbitrij da chi puoteua
fare del male e del bene assai ».
E concludono : « Nel rimanente quando potesse hauer luogo
la tacia di qualche inconsideratione, che non si crede, rififletino,
che habbiamo messa per la Patria a' sbaraglio la nostra quiete,
la nostra riputatione, la nostra ulta, e che habbiamo diffesa, e
ottenuta la libertà commune, che à niun prezzo d'oro si può
pagare ». wwwww^i
'182
CODOGNO E IL SUO TERRITORIO
NOTE AL CAPO XLVII.
* Filippo IV dovette intervenire con solenne grida da Milano a minac-
ciare severissime pene a quanti osavano turbare il privilegio piscatorio
concesso al dottor canonico Giovanni Battista Martinengo (5 maggio 1648).
Questo notevole personaggio, molto bene innanzi nel favor del governo»
non s'era ritenuto di ricorrere al re cattolico quando i pesci delle sue
acque diventavan preda alle mani rapaci di notturni ladroni. Per costoro
era comminata pel semplice danno alle peschiere la multa di trecento
scudi, e se i danni fossero stati accompagnati da violenze, la pena di tre
anni di galera o più all'arbitrio del governatore del ducato.
^ Nel restauro del 1896 la loggia comunale fu creduta da alcuno luogo
sufficiente ad un uficiale spaccio di merci ; ma non prevalse quest' opinione
nel consiglio del comune.
' Leggevasi sull'arco del Cristo:
ANTONIAE DE GUEVARA
MATRITENSI ANTONII
THEODORI TRIVULTII CONIUGI
PRAESTANTISSIMAE POPULUS
COTONEENSIS DONUM DEDIT.
JO. BAPTISTA BARATTERIO
ARCHITECTO VII. KAL. AUG.
MDCLXVIII.
* Biblioteca Comunale di Lodi.
^ I feudi che redimevansi solevano pagare anticipatamente il quindennio ;
ma, parendo ai codognesi che il regolamento dello stato si riferisse sol-
tanto ai feudi che alienati passavano a mano morta e non in redenzione,
in cui non segue alienazione , essi stimaron bene « aprire li occhi più di
quello fino ad hora aueuano fatto gli altri ». E il privilegio fu registrato
senza gravezze fiscali.
CAPO XLVIII.
Lo sviluppo monastico — I serviti, le orsoline, le Clarisse ed i france-
scani a Codogno — I francescani e le orsoline a Casalpusterlengo
— I gerolamini all' Ospitaletto — Gli agostiniani a Castione — I ser-
viti a Cavacurta — I francescani a Maleo — I cistercensi a Santo
Stefano — I piccoli monasteri.
N fine del secolo XVI e in parte del XVII l'aumento
delie chiese va di pari passo con quello dei conventi
e dei claustri addettivi. Sono parecchie le ragioni
storiche di quello incremento; e, fra le altre, che
sotto Clemente VII e Paolo V furon molti i nuovi ordini reli-
giosi riconosciuti ecclesiasticamente come esercito militante.
Inoltre, se i pontefici così apertamente favorivano la costitu-
zione del clero regolare presso i tempi, ciò era inspirato dal
fatto che il lustro spirituale ed anche estetico del culto, più
che da uno o da pochi sacerdoti secolari, da una collegialità sacra
riceveva importanza liturgica e svolgimento ascetico maggiori.
Anche i principi non furon sordi alle esortazioni dei papi.
Tutti procacciarono aumentare le temporalità degli ordini ; e
questi — fatti ancora più forti — poterono insieme alla vita
contemplativa dedicarsi alla custodia, allo abbellimento ed allo
accrescimento delle case di Dio; così che in Italia le chiese
più in fama ebbero a ministri di religione monaci regolari.
i84
CODOGNO E IL SUO TERRITORIO
Il rimbalzo cattolico, col concilio di Trento, colla guerra
rinfocolata contro le confessioni riformate, e lo sviluppo ga-
gliardo preso dalle missioni, in particolar modo nelle Indie, fu
anch'esso causa poderosa del ripopolamento di celle solinghe,
di salmodianti cori, di lunghi ed oscuri corridoi conventuali.
In Lombardia specialmente. Spagna aveva portata la nota fosca
dei suoi lugubri « in pace » , costrutti a similianza del cupo
Escurial; ed aggiungeva tutto il suo presidio politico e civile
alle monacazioni feminili. Il culto, feroce più che rigoroso, alla
primogenitura, affinchè per gli eredi plurimi non si diminuissero
i tondi retaggi, e sopra tutto la « condizion di famiglia nobile ».
— per la quale generalmente meno la primogenita tutte le altre
figliuole dovevano lasciare il secolo — facevan sì che le voca-
zioni fossero imposte, e che le giovanette fornite di tenue dote,
anche se di cospicua famiglia, dovessero adombrare del velo
quella fronte, su cui, seguendo l'impulso del cuore, sarebbe
stata assai meglio deposta una ghirlanda nuziale.
Sulla metà del XVII secolo il convento servita di Codogno
consideravasi senza dubbio fra i più eletti dell'ordine; poiché
vi si tenne, presente il padre generale, il capitolo provinciale
di Lombardia (7 maggio 165 1); al quale intervennero i precipui
di quei religiosi, tra i quali il padre Giovanni Pietro Puricelli
da Gallarate, filologo e storico illustre, uomo d'insigne pietà.
Durante le sessioni del sesto sinodo diocesano (1689) la casa
servita codognese contava nove sacerdoti ; ma uomini di non
poca fama essa dava alla famiglia propria: Il padre maestro
Cornelio Padio, da Codogno, provinciale, amico del suo grande
correligioso Paolo Sarpi, il quale abbandonò Mantova perchè
il duca Gonzaga aveva imprigionato il servita codognese, autore
del memoriale con cui un illegittimo del cardinale Ercole Gon-
zaga domandava, recisamente vivace, i beni già di pertinenza
del padre suo. Altri, pure provinciali di quell'ordine, furono
i codognesi Cornelio Porri, onorato d'altre cariche, e un padre
maestro Anselmo; e non meno venerato, quantunque morto
appena trentenne, il servita Gian Battista Ugone, addottorato
in scienza teologica.
NELLA CRONACA E NELLA STORIA
185
Giovati dalla publica estimazione — sia per la loro corretta
esistenza, tutta consacrata alle scienze, alle lettere ed alle arti,
sia perchè inspiratori di viva fiducia e di affetto riverente —
i serviti di S. Giorgio attraversarono incolumi il turbine della
soppressione giuseppina, e solamente per la legge republicana
francese cessarono dalla loro personalità, abbandonando il con-
vento e ritirandosi nel locale seminario (20 giugno 1796).
Il vescovo Ortensio Visconte, accondiscendendo ad istanza
di alcune pie fanciulle di Codogno (18 agosto 1724), dava loro
facoltà di raccogliersi in conservatorio comune sotto il titolo di
S. Giuliana, o suore del terz' ordine dei servi di Maria, le quali
furon chiamate anche mantellate di S. Giorgio. Giulio Antonio
Grilli aveva promosso quest'istituto che tosto veniva aperto,
colla vestizione di sette suore (prima domenica d'ottobre 1724),
stabilite nel casamento ancor detto delle Monichine (via Benefi-
cenza), che in proseguo di tempo fu anche ampliato (1765-17 70).
Riconoscevano le novelle suore la spirituale direzione dei padri
serviti, ed, atteso il privilegio del proprio ordine, ricusarono
— come le terziarie francescane — di sottomettersi alle ordi-
nanze vescovili e parochiali. Venne l'antistite lodigiano a visi-
tarne il convento (maggio 1743); ma il conflitto durò fin che,
intervenuta minaccia d'interdetto, le mantellate accettarono la
soggezione fino allor rifiutata (1746).
Quando il loro conservatorio si trasformò in caserma, esse
trasportarono la propria casa nel collegio delle orsoline (13
ottobre 1805).
Erano queste una comunità di vergini cistercensi istituite
sotto il titolo di S. Orsola in Codogno dal vescovo Antonio
Scarampo (1575), le quali avevan dovuto alla munificenza della
contessa Deianira Trivulzia la casa, che in numero di sette
sollecitamente occuparono (15 novembre).
Per ben quarant'anni vissero congregate senza obbedire a
monastiche regole; ma dopo vollero vivere in clausura, chie-
dendo d'essere iscritte all'ordine di S. Chiara; e siccome una
bolla di papa Pio V vietava la istituzione di nuovi chiostri se
sprovvisti dei redditi necessari, così il comune mallevò a favor
i86
CODOGNO E IL SUO TERRITORIO
delle supplicanti (3 giugno 16 15). Avrebbe esso del proprio
provvisto al mantenimento di quindici di esse, fino a quando
si fossero ridotte a condizione migliore. E queste non tardarono
troppo; poiché, validamente sussidiando quelle vergini alcuni
generosi, fra cui la predetta contessa Trivulzia — che fece loro
dono di alcune terre — e la vedova Innocenza Gaza col padre
suo, esse cominciarono ad inalzarsi l'oratorio, ampliando poi il
monastero recinto di giardino.
Un breve di Paolo V concedeva la domandata clausura, e
poco dopo giungeva in patria monsignor Gerolamo Scacchi,
codognese e vicario generale della diocesi, che alle volontarie
recluse conduceva le due sorelle di S. Chiara in Lodi Brigida
Bisnati e Brigida Varesi, affinchè ammaestrassero le nuove re-
ligiose nella regola Clarissa. La cerimonia della vestizione fu
celebrata dal vescovo Ludovico Taverna, già sulla via della
tomba. Alla messa conventuale fece seguito la processione del
clero e del popolo ; poi il presule impose l' abito alle sedici
monache; si diè publica lettura della bolla di Paolo V; un
notaro apostolico registrò l'atto, e finalmente, chiuse tutte le
porte, le Clarisse furono lasciate sotto la direzione delle due
professe lodigiane, coli' invito alla rigorosa osservanza del loro
terz' ordine (4 maggio i6i6)^
S'accrebbe in .breve il numero delle suore; nel sinodo di tre
anni dopo la loro vestizione ne sono annoverate nel convento
di Codogno ben trentadue, e in quello del 1689 quarantotto,
di cui quaranta professe. Giovanni Battista Rabbia, vescovo
lodigiano, emetteva decreto di erezione canonica a prò delle
orsoline (167 1), e il rito fu celebrato da Carlo Francesco Fasoli,
che reggeva la diocesi in sede vacante.
Di preclaro esempio fu tra quelle suore Antonia Maria Bel-
loni, della Trivulzia, vergine pia che passò sulla terra com-
piangendo tutte le sventure e porgendo la destra aiutatrice a
tutti i percossi della sorte (1635-17 19).
Abbiamo accennato alla scissione dalle orsoline delle Clarisse
propriamente dette (1695), queste lasciando il loro primitivo
convento — che aveva tre fronti sulle quattro contrade di Val-
cella, Guggirolo, Salarani e Maleo, corrispondendo all'area del
NELLA CRONACA E NELLA STORIA
187
teatro sociale e dell' albergo attiguo — per trasferirsi là dove
oggi è il collegio Ognissanti ; e la nostra cronaca finisce colla
notizia della soppressione giuseppina (9 febbraio 1782), notifi-
cata (22 marzo) ed eseguita (19 novembre), compensandosi colle
pensioni d'annue lire cinquecento le madri coriste e di lire
trecento cinquanta le conversi.
Espulse dalla loro casa monastica di Codogno, esse ripararono
presso altre consorelle, sfuggite per allora alla soppressione ; ma
l'abolizione napoleonica (181 1) le allontanò definitivarhente.
. . . ^
I riformati delle Grazie — che un po' da per tutto esercita-
vano la questua delle derrate, fino nei paesi della destra del Po —
a stabilire un magazzino delle collette, che quasi fosse il centro
della zona peregrinata, vollero ed ebbero un edificio succursale
in Castelnuovo Bocca d'Adda (1690); nel quale più special-
mente deponevano i carichi del vino e le leguminose, di queste
la maggior parte tratta dal basso Lodigiano.
A mano a mano il convento codognese dei francescani au-
mentò di religiosi, in guisa che nel 1689 essi ascendevano a
trenta. Svolgevano vita tranquilla, nonostante qualche nube pas-
saggiera insorta fra loro e il comune, come quella per l'altare
di S. Biagio (1703) e l'altra dei berrovieri, per l'asilo prestato
ai prigionieri fuggiti dalle publiche carceri (6 gennaio 1740).
Quella notte i carcerati nel castello di Codogno tentarono la
fuga, ma alcuni, ancora in ceppi, furon condotti dai compagni
al convento delle Grazie, come a luogo inviolabile per dritto di
immunità. I birri ad alte grida ridomandavano i captivi, ma i
francescani non li ascoltavano e ricorrevano anzi al governo di
Milano, che loro diè ragione, facendo allontanare dai pressi
del chiostro i famuli della polizia. Col favore della notte po-
terono così i prigionieri prendere il largo al confine
Alle Grazie era pure il noviziato, con catedra di filosofia,
dalla quale lesse per primo il padre Giovanni Battista da Gen-
tilino di Lugano; ma le insanie dei bassi circostanti produs-
sero tali infermità che il noviziato fu trasferito altrove (1705).
Già i terziari francescani addetti a questa comunità avevan
^ dovuto deporre l'abito religioso (20 giugno 1798)^, quando
anche i conventuali delle Grazie corsero la sorte comune del
i88
CODOGNO E IL SUO TERRITORIO
famoso decreto napoleonico di soppressione, e su intima del
potestà Giovanni Folli (ii maggio 1810) lasciarono il cenobio,
che da poco meno di due secoli li ricoverava.
Quando le terziarie francescane di Codogno riunironsi in
congregazione (1666), si tolsero per residenza la casa di fronte
al convento dei riformati, dietro via Scacca, oggi di proprietà
comunale pel lascito Ricca e ad uso di publica biblioteca. Due
anni dopo la loro comunità veniva ecclesiasticamente fondata,
e la Aasita sinodale del 1689 contò una comunità di ventotto
« pizzocche » , come venivano chiamate. La regola conventuale
fu loro prescritta dal padre minorità Gerolamo da Casale (30
aprile 1690), che le aveva assistite nella fondazione; e subito
(169 1) le terziarie inalzarono un nuovo e più comodo collegio
lungo la strada detta dietro la roggia (via Lodi), estendendola
per un tratto anche di fianco ai riformati (via Unione). La
contessa Francesca Maria Crivelli, nata Ferrari, vi fece co-
strurre un oratorio (1724), pel quale il milanese pittore Tomaso
Bellotti condusse egregiamente la dipintura di una pala d'altare.
Come le mantellate di S. Giorgio, ed anzi più di esse, le
terziarie resistettero agli ordini vescovili e parochiali, accam-
pando privilegi poi in effetto non riconosciuti (1746).
La soppressione giuseppina minacciava il collegio terziario
codognese, ed il ministro generale dei francescani scrisse a
Vienna per sventare il decreto relativo (1776); ma, se non
Giuseppe II, fu il Bonaparte quello che cancellò la congrega-
zione terziaria francescana dal novero degli ordini religiosi.
Troppo vive e recenti sono le memorie che riguardano le
varie vicende della soppressione e della riapertura del convento
cappuccino di S. Salvano presso Casalpusterlengo ; e non sen-
tiamo debito alcuno di rifare il già fatto da altrui, sebbene,
giudicando con criteri che da noi — pure ossequienti alla sto-
rica imparzialità — non possono certo essere del tutto accolti.
Il sacerdote Alemanni, nella sua Storia di Casalpusterlengo più
volte citata, ha con polemico ardore ricordati tutti i casi di
quel convento, dalle leggi napoleoniche che non lo risparmia-
NELLA CRONACA E NELLA STORIA
vano, alla ricostituzione della famiglia francescana (22 maggio
1844), in conseguenza della patente sovrana di Francesco I im-
peratore — per la quale concedevasi il ripristino di parecchie
congregazioni conventuali — e via via, rinfocolando le proteste
per la novella chiusura di S. Salvarlo (1848), lamentando ma
insieme scusando l'atteggiarsi dubbio dei paroci di Casale, i
quali, gelosi delle loro prerogative, non giovarono certo alla
causa di chi voleva riaperto il convento.
Oggi questo è nuovamente in fiore, e ne son prova i re-
centi restauri alla chiesa, di cui abbondevolmente parlammo
al capo XLV.
In Casalpusterlengo avevano stabilita casa le orsoline (1574),
seguendo la regola di sant' Angela Merici, solennemente appro-
vata da san Carlo Borromeo. Quella prima congrega di reli-
giose si sciolse.
Più tardi tre pie donne ne ottennero dal vescovo Gera il
ripristino (11 dicembre 1626), ed a beneficio dell'istituto le
postulanti cedevano i propri beni, mettendoli in comune; e,
siccome un'altra consororia erasi costituita sotto lo stesso titolo
di S. Orsola, portante il velo bianco, questa protestò al vescovo
perchè le altre orsoline, imitando le loro antecedenti consorelle,
coprivansi il capo dello stesso velo nero. Il vescovo da prima
vietò formalmente l'uso del bruno zendado; ma poi, vinto dalle
giustificazioni delle antiche orsoline — dette del Monastero dal
luogo abitato — concesse di portare il velo che loro piacesse.
Si sa che il dissidio aveva causa ben differente da quello di
un'umile questione di apparenza esteriore. Comunque, anche
per le orsoline casalesi — regolari o semplici consorelle — ar-
rivò il dì supremo nel fatale 181 1; e le salmodie monacali ce-
dettero alle liriche ed alle declamazioni di un teatro, in cui
fu trasformato il chiostro, venduto ad Antonio Maria Cavalli
(23 gennaio 1813).
Molti fra gli ordini monastici già divinavano, lungo il secolo
XVII, che la società nuova non si sarebbe per l'avvenire ap-
pagata, per parte dei regolari, d'un subbiettivismo semplice-
mente ascetico, e ne avrebbe richiesto l'aiuto ed il presidio
igo
CODOGNO E IL SUO TERRITORIO
altresì nei bisogni materiali della vita. Infatti, l'istituzione dei
monaci di S. Giovanni di Dio — volgarmente fatebenefratelli —
proprio allora in Toscana e in Lombardia assurgeva a nobili
destini. Rinvennero essi imitatori solleciti e valorosi anche in
altre famiglie religiose; e così nei conventi benedettini e fran-
cescani spesseggiarono le « farmacie della povertà » ministrate
da regolari, a lor volta licenziati dalle facoltà universitarie e
dalle chimiche apoticarie nei publici ospitali.
Fra gli altri che, compresa questa nuova missione, conversero
i loro sforzi per attuarla, furono i gerolamini dell' Ospitaletto. ^
Il milanese padre Angelo Francesco Porro, abate generale
dell'ordine, fondò nel chiostro dell' Ospitaletto una publica far-
macia, ponendola sotto la protezione di san Pietro, cui egli,
con monacale antonomasia, chiamò — nella memorante epigrafe
esistente tuttora sur una pietra del palazzo dei novizi — antico
sanatore degli infermi (1680).
Non visite di illustri personaggi — quali Maria Luisa, infante
di Spagna (1765) e Ferdinando re delle due Sicilie e Ferdinando
d'Austria (1785)* — non partecipazione allo sviluppo delle in-
dustrie agricole, non copie aumentate di dovizie, mancarono ad
allargare la fama e l'importanza del chiostro; il quale all'epoca
della sua soppressione — per rescritto del generale Kilmain
(1797) — aveva ben centocinquanta mila lire di rendita, con soli
diciotto religiosi, dei cinquantadue che aveva al tempo del sesto
sinodo diocesano (1689) e dei settanta sul principio del secolo
XVIII (17 13), secondo le memorie manoscritte rinvenute dal
muratore Lorenzo Carani, che riparava la chiesa (10 dicembre
1868). Benché fatti pochi di numero, quei frati dei beni terreni
eran però rimasti fervidi prosecutori ; la pensione vitalizia asse-
gnata dal governo era di lire tremila per l'abate generale
Ermenegildo Serrati, a duemila quattrocento pel paroco Eurosio
Carrara, a mille ottocento per gli abati, e ad ottocento per gli altri.
Pure, non furono soddisfatte le cupidità, perchè fra abate e
frati fieramente si abbaruffarono per la divisione del contante
esistente nella cassa conventuale; e don Ermenegildo, stretto da
ogni parte, dovette fuggire per la finestra, contendendogli i
suoi subbietti l'uscita per la porta.
NELLA CRONACA E NELLA STORIA
191
Prima dell'editto bonapartesco era, del resto, già suonata l'ora
della soppressione della casa suprema gerolamita, fin da quando
Giuseppe II aveva decretata quella della casa, pure dei gerola-
La parochiale dell' Ospitaletto.
mini, di Brembio (18 ottobre 1772). Il padre Carrara — ultimo
dei sessantanove paroci dell'ordine, nell' Ospitaletto (22 aprile
1788-17 gennaio 1798) — prima di ritirarsi in S. Sigismondo
di Cremona, trovò opportuno erigersi coi laterizi di parte del
convento una privata abitazione (1795), che è quella oggi con-
tenente la farmacia e l' uficio di posta.
I soldati francesi, dal canto loro, spogliarono la chiesa dei
ricchissimi addobbi ed arredi, e li vendettero alla fabbriceria
di S. Colombano al Lambro.
192
CÒDOGNO E IL SUO TERRITORIO
Per la compera fatta dell'abbandonato chiostro dal cittadino
Giovanni Battista De Chevilly di Marsiglia (maggio 1798), la
casa ed i terreni gli restarono meno di un anno; ma, passata
la bufera austro-russa — che aveva di nuovo riuniti alla am-
ministrazione del culto i possessi del luogo — lo Chevilly li
ricuperò (11 luglio 1800), e fece costrurre all'ingresso del ter-
razzo su cui s'erge la chiesa, l'arco della Pace, dedicandolo a
Napoleone (1804).
Passati quei beni per vendita, prima ai nobili Litta Arese, poi
a Riccardo Holt, fu parzialmente demolito 1' edificio, che — colla
superstite eloquenza della architettura, colla eleganza suprema
delle esili colonne e delle terrecotte che sormontano gli archi,
e dei medaglioni interstiziali — afferma tuttora d'essere stato
un colosso. E le vecchie muraglie fra le quali in bianca zi-
marra solevano passare lenti e gravi i gerolamini, si rinnova-
rono nel filatoio d'Orio o seppellironsi nelle acque lambrane a
contrafforte della Mezzana.
Scomparsi i frati, la dignità parochiale — già de jtire gero-
lamita — passò in un sacerdote secolare, nella persona del
codognese Luigi Stroppa (i 798-1 835).
* .
Durò per ben cento trent'anni la combattuta vicenda degli
eremitani scalzi di S. Agostino, per aprire un loro convento in
Castione. Le loro prime avvisaglie cominciarono quando dal
monastero loro di S. Francesca, fuor di porta Orientale a Mi-
lano, vennero ad occupare quelle case che stavan presso al-
l'antico oratorio di S. Bernardino, loro donate dalla comune
con rogito di Baldassare Dordone (principio del secolo XVII).
Li favorì il vescovo Vidoni, ma s'opposero fieramente ad essi
i serviti di Turano e di Cavacurta,- gli osservanti di Maleo, i
riformati di Codogno ed i cappuccini di Casalpusterlengo, forti
delle bolle papali che limitavano, per ragion di luogo, l'istitu-
zione di nuove case monacali.
Questa lite fra regolari ebbe risultati opposti : ora è Roma
che aderisce alla dimanda agostiniana e poi la nega ; ora è il
comune che, dopo averla favorita, la impugna; ora sono i
Serbelloni e l'ospitai Maggiore di Milano che si fanno protet-
tori degli eremitani. È intanto ferma e costante l'avversione
NELLA CRONACA E NELLA STORIA
del paroco di Castione e degli altri ordini mendicanti della
regione; le dispute, gli arbitrati, i deliberati si incalzano e raf-
fittiscono; i religiosi combattuti s'avvalgono dell'eredità di
Barbara Ghisoni (1687) per riprender piede in Castione; i ve-
scovi lodigiani non sanno di chi esser fautori, e finalmente si
dirime la vertenza collo sgombero definitivo degli agostiniani
da quella terra (1732). La vittoria del clero opponente si do-
vette in gran parte ad un minore osservante lodigiano, certo
padre Fulgenzio.
L'eremitaggio castionese di quegli avversati monaci fu sem-
plice e severo quale lo voleva la regola, e male si può rico-
struirlo oggi coir imaginazione. L'archetipo è scomparso per le
demolizioni e le ricostruzioni ad uso colonico ; e soltanto la
forma della chiesetta resta ad attestare, in un'umile casara,
quello che fu il luogo degli altari eremitani. Alcuni affreschi,
ritinti di recente (1867), rammentano le prische decorazioni
del lungo porticato.
I serviti di Cavacurta — che noi accompagnammo attraverso
le peripezie della vetusta S. Maria d' Arasia — sul principio del
secolo XVII profondevano larga pecunia ad abbellire e chiesa
e convento; al quale non mancò l'onore d'esser sede di un
capitolo (1655), che diè la nomina di provinciale per la Lom-
bardia del padre Curti.
Costui fu tra i più larghi di liberalità per fregiare artistica-
mente non solo gli altari della chiesa (or fatta meschina), ma
altresì l'interno del convento, che ha tuttora nelle ampie ca-
mere sullo scalone, fin nei granai, bei freschi di soggetto
biblico, alcuni vagamente corniciati a stucco. I dintorni del mo-
nastero per la discesa del poggio ebbero amenità di giardino e
di viali per opera e spesa del padre Maria Asti (1687). In
questo torno di tempo i monaci s'erano ridotti al numero di
tredici (sesto sinodo, 1689).
Escito con gravi danni dalle guerre di successione, che rumo-
reggiarongli intorno, fu il convento in gran parte riattato (1760),
ed accolse i religiosi fino alla loro soppressione (25 giugno
1798). La cura spirituale rimase al servita Vincenzo Bocconi,
\% lui morto (4 febbraio 1804), fu eletto un prete secolare.
Codof^no e il suo territorio ., ecc. — //. 41
194
CODOGNO E IL SUO TERRITÒRIO
Nella vendita operata dallo stato dei beni staggiti — ammon-
tanti ad oltre mille seicento pertiche ed a quattordici casamenti —
i terreni e tutto il convento, meno piccola porzione che venne
stralciata ad uso di parochia, caddero in possesso del conte
Carlo Archinti ; le case, per rogito del notaro Giuseppe^Crociolani
vennero in potestà del conte Giberto Borromeo Arese (7
maggio 1803).
Giovata da legati e da donazioni, negli ultimi anni del se-
colo XV e nei primi del XVI, la fabbrica del convento fran-
cescano a S. Maria delle Grazie in Maleo, fu — come si disse —
compiuta in breve volger di tempo, e tosto gli osservanti ne
presero formale e legittimo dominio, a rogito di Gian Matteo
Melignano, notaro in Pizzighettone (1511).
La bellezza della chiesa, l'ampiezza del monastero, l'amena
postura del luogo, lo rendevano soggiorno prediletto a non
pochi, e fra questi amanti della pace silenziosa della natura,
santificata dalla religione, vuoisi ricordato il cardinale Ercole
Teodoro Trivulzio, che soleva visitare il convento ed ospitarvi
frequentemente. Ed, a perpetuare la soddisfazione procuratagli
da quella tranquilla dimora, volle il porporato erigervi del
suo un vasto chiostro (1645), cui lo storico Monti vide ancora
ai di suoi, ma non compiuto, essendosi dipartito da noi il
Trivulzio per Napoli, dove lo chiamava la fiducia del re di
Spagna, dopo la insurrezione di Tomaso Aniello.
Col sussidio di una età tutta rivolta all'aumento di clero e
di fraterie, doveva necessariamente anche il monastero di Maleo
fiorire e accrescersi. E come la sua fama aveva richiamato be-
benefizì e sussidi da tutte le terre circumvicine, così venne da
Castelnuovo un lascito ai padri osservanti, per parte di Giovanni
Battista Ariberti (15 febbraio 17 18), il quale, a ministero di
Orazio Bracco, notaro cremonese, testava in loro favore casa,
corte e giardino nella sua terra. Ed i religiosi, imitando gli
zoccolanti di Codogno, colà istituivano e tenevano, sino alla
soppressione del loro ordine, un deposito di vittovaglie elemo-
sinate nella plaga.
Quando i claustrali di Maleo furon colpiti dalla legge napo-
leonica (8 giugno 1805), la loro escita da S. Francesco si fece
NELLA CRONACA E NELLA STORIA
d'accordo fra il padre provinciale ed il ministro del culto. Pietro
Mola, capo del comune di Maleo, delegato dal prefetto dell'Alto
Po, lesse l'intima ai monaci convocati (15 luglio); tutti dovet-
tero firmare l'atto di abolizione, di cui compilò rogito il notaro
codognese Camillo Gregorio Albino ; e gli osservanti abbandona-
rono il loro vecchio chiostro, gli uni ricoverandosi a S. Francesco
in Lodi, gli altri a San Colombano (5 agosto).
Subito dopo, intendendo lo stato disporre la vendita dell'in-
tero edificio, lo volle sgombro anche dei pochi monaci rimastivi
per le funzioni chiesastiche in servizio dei coloni circostanti; e,
per ingiunzione del vescovo di Lodi_, l'arciprete di Maleo, dottor
Paolo Milani, dissacrò ritualmente il tempio francescano. Con-
vento e chiesa vendette lo stato a Carlo Rigotti, ingegner Mi-
chele Mezzadri e condomini cremonesi, che fecero atterrare la
vetusta fabbrica (23 febbraio 1807).
Alla commenda cistercense di S. Stefano aF Corno fu nomi-
nato — in sostituzione del rinunciante Carlo Borromeo — il car-
dinale Michele Bonelli, di famiglia patrizia alessandrina trasferitasi
in Roma. Questi si adoperò con energia di intendimeiiti a
rafforzare l'antico lustro dell'abazia. Ne ricostrusse il tempio
(1583)^, lo fornì di campane e di libri corali, l'arricchì di
parati sacri, soccorse i poveri, liberò le contrade infestate dai
malandrini, e conseguì il titolo di vicario perpetuo, con cento
scudi di congrua annuale, pel rettore della chiesa.
Da Michele Bonelli si inizia una serie di commendatari ne-
potisti, a cui sono di raffaccio le mortificazioni e le volontarie
strettezze di Carlo Borromeo. Pio V — il domenicano Ghisleri
di Tortona — canonizzato santo, ma pur ligio ai costumi del-
l'epoca — aveva dato la commenda al Bonelli, figlio di una sua
sorella; ed un altro Bonelli fu il successor di Michele nel lauto
beneficio di S. Stefano. Paolo V — un Borghese di Roma — Io
conferiva a suo nepote, il cardinal Scipione, che lo teneva
per più di cinque lustri ; ed Urbano Vili lo manteneva a
Pietro Maria Borghese, suo agnato (1634).
L'antico lustro del chiostro andava, però, presentando i primi
^ sintomi della decadenza. L'abazia, nei secoli antecedenti flori-
dissima, raggiungeva ancora quaranta mila lire annue (1641),
196 CODOGNO E IL SUO TERRITORIO
cifra cospicua ancora, ma inferiore agli enormi bisogni di quegli
sfondolati doviziosi, pei quali la vita cardinalizia, col fasto po-
litico spagnoleggiante, non era che una successione di piaceri
e di soddisfacimenti terrestri. Anche il numero dei cistercensi
andava vieppiù assottigliandosi, così che sul finire del secolo XVII
essi non eran più di cinque.
Seguirono tre commendatari della casata genovese dei Donghi
— di cui il secondo Bartolomeo e il terzo Tomaso — il milanese
cardinale Ferdinando d'Adda, il cardinale Giorgio d'Oria ge-
novese, Carlo Mezzabarba, ed il cardinale milanese Giuseppe
Maria Castelli.
Pel decreto che toglieva l'esistenza d'ogni convento reso in-
capace al mantenimento d'almeno dodici religiosi (6 maggio
1774), la congregazione cistercense dimise la sua comunità di
S. Stefano; e, preannunciata dagli squilli del publico banditore,
seguì la vendita per licitazione del monastero (16 maggio 1797),-
ora fatto comune cascinale.
Sarebbe qui da toccare di altre minori fraterie, che noi, però,
nel corso del testo già notammo, quali gli eremitani di S. Agostino,,
distribuiti in due conventi a Corno Giovane, di S. Rocco poi
soppressi da Innocenzo (15 ottobre 1652) e di S. Michele ed
al Pilastrello presso Retegno. Ma a chiudere questo elenco di
claustrali, soccorre la visione dei pallidi volti precinti di bende
e di soggoli d'alcune comunità muliebri.
Le orsoline di Castione erano da principio una riunione di
donne devote, raccoltesi in una casa in via delle Fucine (ora
via Silvio Pellico), da esse acquistata da Camillo Bordone, pa-
gandola cinque mila lire, in soldi di rame accumulati lavorando.
Dalla costituzione del loro collegio (10 gennaio 1683), a cui
seguì tosto la vestizione, ed alla erezione formale con intervento
del vescovo (1685), andarono così aumentando di mezzi finan-
ziari e di numero, che i loro poderi misurarono un dì fino a
seicento ottantacinque pertiche, e ben cinquanta erano tra pro-
fesse e converse le consorelle. Esse durarono fino alla soppres-
sione governativa (18 11).
Alle pinzocchere — come esse medesime si chiamavano —
appartennero da prima anche le cappuccine castionesi, fin che
NELLA CRONACA E NELLA STORIA
197
la comunità — che s' era esercitata negli stenti e nelle fatiche
avvicendati alle preghiere costanti — ebbe sanzione formale dal
vescovo Mezzabarba, che loro concesse la regola desiderata. Il
suo successore Gallarati delegò il paroco di Castione ad inaugu-
rare la chiesa costruttasi dalle monache (1742), e ad assistere
alla vestizione delle professe, non più come prima costrette a
condursi all'uopo in Codogno presso i francescani. Finalmente
la curia sottopose il convento a formale clausura (13 aprile 1747);
ma esso durò solo quarantacinque anni.
La codognese Maria Teresa PoUaroli, già terziaria di S. Fran-
cesco, pensò di costituire in Maleo una famiglia della sua re-
gola; e con alcune compagne vi si condusse, ricoverando nella j
casa del dottore Alessandro Lugo. Acconsentirono gli osservanti
di S. Francesco in Maleo a considerarle, come esse avevan chiesto,
loro dipendenti spirituali, ed a vestirle in numero di otto del
serafico saio terziario (26 novembre 169 1). Esse fecero poi tutte
professione di voto (i novembre 1696). Per ragioni di angustia,
essendo accresciute di numero, si trovarono altra residenza (15
ottobre 1697), e vennero in seguito riconosciute in collegio
sotto il titolo di S. Chiara; ma, per ragioni di lontananza dal
chiostro dei loro direttori di spirito, chiesero ed ottennero di
essere direttamente assoggettate alla curia vescovile (13 maggio
17 io) e di erigere insieme l'oratorio conventuale, che fu subito
consacrato (16 febbraio 171 1). Il convitto delle fanciulle loro
affidate procacciò alle maestre i mezzi della vita, che colletti-
vamente per esse ebbe fine nella soppressione (11 settembre 181 1).
Seguaci fedeli dello spirito dei tempi, non potevamo esimerci
dall' indicare minutamente tutte le espressioni caratteristiche di
quei dì, in cui il monachismo era — diremmo quasi — la precipua
delle funzioni sociali ; ed il laico dei cappuccini di Pescarenico, '
quando paragonava gli ordini mendicanti al mare che, ricevendo
acqua da ogni parte, per cento rivi la rende là d'onde venne,
esprimeva rozzamente il concetto virtuale della beneficenza a
^ lui contemporanea. Nelle città, e più ancora fra i campi, era
un vincolo di provvidenza materiale quello che ai conventi
CODOGNO E IL SUO TERRITORIO
Stringeva la infinita clientela dei bisognosi, cosi che assai più
delle preghiere monastiche, erano i residui del refettorio che
interessavano le folle.
Gli sbracciati e grembialuti laici, quotidiani dispensieri nelle
ciotole protese del cibo gratuito ai famelici, stavano a piè della
scala, dai cui eccelsi fastigi scendeva direttamente sulle classi
popolari la forte influenza dei capi regolari; di guisa che la
questione alimentare serviva col soddisfacimento del corpo ad
avvincere, almeno in apparenza, gli spiriti. E non paia questo
paradosso vulgare, poiché, a rettamente giudicare, è d'uopo
risalire alle condizioni d'allora, quando la provvidenza ultra-
mondana sola combatteva nell'agone delle necessità terrene,
senza che ancora accennasse a sè stessa la previdenza degli
uomini. *
NELLA CRONACA E NELLA STORIA
199
NOTE AL CAPO XLVIII.
^ Giacomo Antonio Porro - Storia diocesatm di Lodi.
^ Archivio parochiale di Codogno.
^ Archivio parochiale di Codogno.
* Il priore Gandini fece porre nel convento la seguente epigrafe su
marmo, ricordante questa visita:
FERDINANDO BORBONIO
UTRIUSQUE SICILIA REGI
ET
FERDINANDO AUSTRIACO
INSUBRI^ CISPADANA GUBERNATORI
OPTIMIS PRINCIPIBUS
QUO A
XV KAL. AUG. ANNO MDCCLXXXV
HOC COENOBIO
SUI PRiESENTIA ILLUSTRAVERINT
ET
LAUDENSEM AGRUM PROSPECTURI
AD SUPREMAM TECTORIAM CONTIGNATIONEM
DIFFICILI ASSUMPTU PORREXERINT
D. VALERIANUS GANDINI CONGREGATIONIS PR^SES
ET MONACI OBSEQUENTES
M. P.
^ Ciò risulta dalla seguente epigrafe apposta sulla facciata della chiesa
<lì S. Stefano:
MICHAEL BONELLUS CARD. ALEXANDR. FIERI. ET PUNDARI FECIT
MDLXXXIII.
CAPO XLIX.
La guerra per la successione di Polonia — La presa di Gera e di Pizzi-
ghettone — I Morti Lazzaretti — La guerra per la successione
d'Austria — L'arco di Maleo — La battaglia di Sigola — L'attacco
di Codogno — Spagna vinta — Lombardia dell'Austria.
BBIAM veduti contesi coli' armi in terra nostra i diritti
I e le pretese altrui alla sovranità anche di paesi non
nostri; ora vedremo l'Adda ed il Po bere il sangue
versato per conflitti successori sorti sulle remote
sponde della Vistola e dell' Oder.
Muore a Varsavia il sassone re di Polonia Augusto II (i feb-
braio 1733). Austria e Russia intendono gli succeda Augusto,
principe elettor di Sassonia ; Francia vuole imporre Stanislao
Leschinski, suocero di re Luigi XV. Formidabili schiere impe-
riali e moscovite danno in Polonia causa vinta al sassone, anche
perchè gli uomini e la pecunia impegnati da re Luigi a prò di
Stanislao furono così meschini ed insufficienti che la vittoria
dell' avversario non ebbe nè ritardo nè ostacolo.
Dal settentrione i fati della guerra conducono gli eserciti
imperiale e francese in Italia. Carlo Emanuele, re di Sardegna,
s'allea a Francia, e, congiunto il proprio allo esercito francese
comandato da Luigi Ettore marchese di Villars, fa punta nel Mi-
CODOGNO E IL SUO TERRITORIO
20I
lanese, dove l'esercito dell'imperatore è pronto a tenergli fronte;
mentre, terza nel ludo mavorzio, s'apparecchia ad entrare Spagna,
perennemente aspirante a' suoi antichi domini cisalpini.
Gli ultimi mesi del 1733 vedono il nostro territorio diventare
grande e rumoroso campo militare, dove gli eserciti s'incro-
ciano, si sfuggono e rifanno testa, con primo e funesto detri-
mento delle popolazioni tranquille sulle quali comincia a gravare
tormentosamente la iattanza prepotente delle milizie di Francia.
Lodi, sgombrata dagli austriaci (23 ottobre), primamente fu
occupata dai franco-sardi (7 novembre), e la feroce insanie e la
metodica rapacità dei soldati francesi furono tali che, a serbar
le vite e le robe, si chiuser le osterie; ma se fra le mura della
città questi stranieri s'abbandonavano impunemente ai più tristi
eccessi, quella supina rassegnazione non era imitata dai forensi ;
essi alle dissennate violenze con violenze rispondevano, e quanti
francesi coglievano tanti ripagavano con eguale moneta ^ Orio
fu tra i paesi più travagliati.
Scosso dal coro generale di queste lamentele, il re sardo
— che in terra amica non voleva essere nemico — s'adoperò
energicamente per reprimere dove gli fu possibile e rapine e
robalizi, dannandone alle forche gli autori; e Codogno potè
ottenere che cessassero i delitti, avendo il proposto Campi
— confortato dall'azione dei deputati dell'estimo, recatisi con
lui al campo di Maleo — perorata al re la causa dei parochiani
oppressi (12 novembre)'"^.
I quali più che gli altri corregionali trovavansi a disagio,
perchè li affliggevano le scorribande francesi che già attornia-
vano il borgo, e dovevano insieme — ■ memori del saccheggio
minacciato a Lodi, dai tedeschi, prima che la sgombrassero
(23 ottobre) — far buon viso alle loro imposizioni che da Piz-
zighettone intimavansi. Infatti, mentre il capo del nostro clero
ed i proceri del paese si recavano al convento di S. Francesco
presso Maleo, ad intercedere e ad ottenere da Carlo Emanuele III
il rispetto alle persone ed alle masserizie, le carra dei magazzini
nostrani trasportavano al principe di Lobkowitz, comandante di
Gera e di Pizzighettone, duecento ventuna forme di cacio ^ , e fa-
scine e legno d'opera, accompagnati da un armento di giovenche.
202
CODOGNO E IL SUO TERRITORIO
Il convento di S. Francesco, fra Maleo e Gera — dove ac-
campava col quartier generale Carlo Emanuele * — era stato
scelto con fine tatto, come quello che, elevato sopra una specie
di pog-gio, offriva i migliori mezzi di speculazione strategica di
fronte ai due formidabili munimenti. Già il cardinal Trivulzio
aveva, colla diversione dell'Adda, fattene cadere contro il forte
di Pizzighettone le acque, per renderne più sicura la difesa (1639);
e Pizzighettone, infatti, munito da cento cannoni di bronzo,
dopo le aggiunte ed i rafforzamenti comandati dall'imperatore
Carlo VI, ed eseguiti dal conte di Daun — nei quali era stata
demolita l'antichissima chiesa di S. Pietro in Pirolo (1725) —
a detta del Muratori era dagli ingegneri dato per inespugnabile.
Ma — come nota il principe degli storici italiani, contemporaneo
agli eventi che narriamo — essi non avevano avvertito che una
volta presa Gera, questa si sarebbe ritorta a decisive offese e
ad irremediabile iattura dell'opposto Pizzighettone.
Ben sicuro alle sue spalle, poiché a Milano aveva lasciato
circa diecimila soldati, ed a Codogno s'erano aperti, anche
a cura della comunità ed in case private, ben dieci ampli
ospitali militari, potè Carlo Emanuele darsi tutto agli approcci
dell'assediato baluardo; senza per questo rinunziare a pernot-
tare qualche volta a Codogno, dove gli continuavano liete ed
oneste le accoglienze nel palazzo Folli, in contrada del Sole
(via Ognissanti).
Spiegata oste davanti a Gera, un trombetta sardo procede
alle mura, ed intima al comandante nemico la resa, prima del-
l' arrivo delle grosse artiglierie. A sua volta, l' irlandese Luigston,
comandante, colla sua isolana fierezza risponde, dichiarando
l'araldo degno d'impiccagione, solo per essersi assunto quello
incarico; dicesse pure al suo padrone di sollecitare il tiro dei
cannoni; egli avrebbe difeso fino all'estremo la bandiera di
Cesare (10 novembre).
Il giorno seguente l'ottantenne maresciallo Villars — il cui
nome, bello per tante e tante vittorie, doveva ancora per un
anno risonare alto sui campi di battaglia — compariva sotto
Gera con quindici mila de' suoi, seguito dopo cinque giorni
NELLA CRONACA E NELLA STORIA
203
dai tormentari di lunga portata; e con lui il re sardo deliberò
d'investire tosto il forte di Gera, mentre ai danni di Pizzighet-
tone inviava il conte di Broglio.
Prima cura degli assedianti è il prosciugamento del terreno
artificialmente allagato dal nemico, col mé^zo delle chiaviche.
Protetti dalle tenebre, cinquanta soldati austriaci tentano una
sortita la notte del 18, contro i franco-sardi incumbenti alle
trincee; ma infelicemente, poiché o cadon morti o son presi
dai granatieri. Con maggior vigoria rinnovansi le offese, al 21,
contro il baluardo abduano ; la trincea è spinta, sotto il fuoco
micidiale degli imperiali, sino al piè del pendio; e non giova a
quei di dentro una seconda ed ancor più valida escita dal forte.
La zuffa si accalora; sopra la strada coperta Carlo Emanuele
raggruppa sedici pezzi su due batterie, e perdura intrepido per
otto ore sul luogo del pericolo. Indarno il maresciallo francese
lo consiglia a ritirarsi; indarno tre uficiali ed uno dei paggi
reali gli cadono colpiti al lato ; il re prode, già miracolosamente
scampato ad un proiettile di cannone che quasi lo aveva tocco,^
non si dà per inteso di precauzione veruna, e così alle strette
prende il nemico, che questo, il 28, batte la chiama e chiede
capitolare. Consegnansi reciprocamente gli ostaggi, e re e ma-
resciallo, ritti sulla trincea, odono le proposte di resa. Quelli
di dentro chiedono T escita cogli onori di guerra e l'impegno
che i franco-sardi non avrebbero assalito Pizzighettone dalla parte
dell'Adda. Ma il Villars — che sa come il forte versi in gravi
angustie, e come già dal 23 trovisi investito dalle milizie del
Broglio — respinge la domanda, dichiarando che nulla concederà
ai rinchiusi in Gera, se non dietro promessa che simultaneamente
ad essa s'arrenda Pizzighettone.
Vista la mala parata, il capitano del forte, venuto a più miti
consigli, ne apre le porte e si costituisce co' suoi prigioniera
di guerra (28 novembre).
Tosto gli alleati impongono al principe di Lobkowitz la resa
anche di Pizzighettone ; il governatore, esposta bandiera bianca,,
risponde gli si permetta l'invio d'un uficiale suo a Mantova
per ricevere disposizioni del principe Darmstadt. L'invio è con-
N cesso, ma coli' uficiale austriaco parte, delegato degli alleati, il ,
marchese di Boissieux. Si replica di là ordinando al governa—
204
CODOGNO E IJL SUO TERRITORIO
tore di Pizzighettone di insistere per una tregua sino ai i6
gennaio; Carlo Emanuele la limita ad una settimana; dopo la
quale, infatti, è firmata la capitolazione, concedendosi all'esiguo
presidio del forte, grandemente falcidiato per le fami e per le
inferniità, l' escita a vessilli spiegati, a tamburi rullanti e con
certa provvista munitiva ad ogni soldato.
Colla resa di Pizzighettone — che costò agli eserciti alleati
alcune centinaia di morti e di feriti, fra cui il generale sardo d'ar-
tiglieria marchese Mussus ed il colonnello cavaliere Dampìere —
Carlo Emanuele si sentì padrone del Milanese, solo resisten-
dogli, ma per poco tempo, il castello di porta Giovia, tenuto
dal vecchio e fiero marchese Annibale Visconte. Il suo ritorno
alla capitale lombarda fu una festa soltanto uficiale, non j^erchè
egli fosse sgradito alle nostre popolazioni, bensì perchè lo at-
torniavano quelle schiere francesi le cui barbare orme il nostro
territorio tuttavia conservava.
Se i maggiorenti, per debito d'uficio, facevano intonare i
« Te Deum » nelle parochiali, quella vittoria franco-sarda nulla
di veramente utile apportava; che, anzi, era tutto un triste corteo
di uccisioni, rovine, depauperamenti. Campagne disertate, vio-
lenze d'ogni fatta, stenti inauditi, scarsezza di cibi, epidemie
spietate, formano la mesta cronaca di quei giorni, benché — al
dire del Muratori — il verno fosse dolce ed asciutto.
Infermi e vulnerati trasportavansi in Codogno, e le chiese di
S. Giorgio\ della Trinità e delle Grazie, ed i chiostri servita e
francescano, e molte case trasformaronsi in nosocomi. Col solito
buon cuore i borghigiani s'improvvisarono infermieri, e nella
espressione della carità umana contemplaronsi del pari vincitori
e vinti. Il peggio fu che per tutte quelle morti, produttrici di
miasmi letali, e per le braccia deficienti dei seppellitori, più
grandi il terrore e X orrore incumbevano sulle nostre campagne.
E noto che tutti i morti del reggimento piemontese di Mon-
dovì interraronsi nell'antico cimitero trivultino, a mattina del
paese e le altre salme si deposero in pace in un lembo di ter-
reno presso la Divizia, dove qualche anno prima era stata co-
strutta una cappelletta, oggi ancor chiamata i Morti Lazzaretti
e rinnovata nel 1793.
NELLA CRONACA E NELLA STORIA
205
Lombardia non aveva requie ; paventava il ritorno nelle sue
plaghe del flagello guerresco, e nella sua vecchia fede supplicava
a Dio perchè le passasse lontano dal labro Tamarissimo calice.
Preci per questo intento si elevavano, e volle il vescovo squil-
lassero tutte le campane a segnale delle publiche supplicazioni
perchè fra noi la pace non fosse turbata (31 luglio 1734).
Carlo Emanuele s'era assiso a Milano, assumendone titolo di
duca; e, fermo nella sua alleanza con Francia, aveva condotto
il proprio esercito alle vittorie di Parma e di Guastalla. Ma
quel sangue italiano fu inutilmente sparso, poiché i preliminari
d'una pace tra Francia ed Austria (ottobre 1735), poi conver-
titi in pace formale detta di Vienna (8 novembre 1738), deter-
minarono al valoroso re sardo il circoscritto compenso nel
ducato di Tortona, di Novara e delle feudalità sulle Langhe,
ed all'imperatore, col ritorno del Milanese, i ducati di Parma
e Piacenza, dimessi dall'infante di Spagna don Carlo, assunto
in quel tempo a re delle due Sicilie.
A mano a mano, dopo il re, piemontesi e francesi abbandona-
rono le terre così prestamente conquistate e perdute. Ci ritornarono
così gli austriaci, i quali — durante tutte quelle peripezie di paci
e di guerre improvvise — non pensavano punto ad instaurare,
come fecer dopo, una legislazione propria; ma lasciarono in
vigore le leggi di Spagna, inasprite ultimamente da tutti i re-
golamenti per contribuzioni militari, nel frattempo escogitati.
Non desti stupore ^ perfetta immobilità dei padri nostri allo
incalzarsi così rapido di nuovi padroni; poiché, se è vero che
la figura di cavaliere del re sardo, e le sue gesta gli avevano
procurate non- dubbie simpatie, è altrettanto indiscutibile che
di tutte quelle mutazioni i subbietti non avevano ritratto van-
taggio alcuno; l'abitudine a questo o a quel signore era fatta
dall'oggi al domani; perocché, qualunque fosse il vincitore, per le
popolazioni non albeggiava speranza di miglioramento.
Moriva Carlo VI a Vienna (20 novembre 1740), e la sua
scomparsa arrestò ad un tratto tutte le disposizioni comprese
nella pace di due anni prima. Inoltre, avendo Carlo VI con
prammatica sanzione derogato alla legge salica, e chiamata a
2o6
CODOGNO E IL SUO TERRITORIO
succedergli sul trono la figlia Maria Teresa — disposata al duca
di Lorena, Francesco Stefano, e diventata così granduchessa
di Toscana — il re di Prussia, quello di Sassonia, l'elettore di
Baviera, e la regina di Spagna, si fecero innanzi avanzando
pretese sui domini imperiali.
Parve che Carlo Emanuele III sull' inizio mostrasse, sperando
vantaggi per sè, di voler partecipare alla lega contro Maria
Teresa; ma il suo fu effimero consiglio, chè — comprendendo
come più assai dalla imperatrice che da' suoi avversari avrebbe
conseguito in tutto o in parte il ricupero dell'agognato Mi-
lanese — si legò strettamente alla giovane discendente degli
Absburg, che gli garantiva a guiderdone l'annessione del du-
cato Piacentino dalla Bardoneggia al Nure; e così in Italia la
guerra per la successione di Carlo VI venne circoscritta fra
franco-ispani per l'una ed austro-sardi per l'altra parte; perfetto
e continuo scambio di aspirazioni coronate, di lotte fra popoli
e di delusioni comuni.
Le forze franco-ispane erano capeggiate dal principe di Conti,
sostituito poco dopo dal maresciallo di Maillebois, e dal duca
di Montemar, che risaliva da Napoli con un esercito di dodici
mila soldati. Gli austro-sardi, a lor volta, obbedivano al giovane
principe di Liechtenstein ed al re.
Non c' importa tener dietro partitamente alla serie delle pugne
e degli sbaragli che contrassegnarono altrove la terribile guerra
impegnatasi fin dal 1744 fra i quattro eserciti; ma diciamo
soltanto di quella che si è combattuta proprio sul nostro suolo,
a cui non bastò la sventura d'essere parte integrante del con-
teso ducato, ma dovette altresì risentire gli effetti miserandi
della attinenza al Piacentino, dove l'episodio della successione
al duca si innestava al generale sommovimento.
Dal Pavese, per Sant'Angelo che saccheggiarono (11 no-
vembre 1745), la cavalleria ed i granatieri spagnoli si congiun-
sero alle milizie che stavano in Piacenza agli ordini del generale
marchese di Castellar (13 dicembre), e in Codogno si rafforza-
rono con sei reggimenti, sotto il comando del duca Giovanni
di Vialba, che anche dal palazzo Trecchi, in Maleo, teneva
specialmente d'occhio i tedeschi, rinchiusisi a Pizzighettone.
NELLA CRONACA E NELLA STORIA
207
In Codogno gli spagnoli rimasero circa quaranta giorni, vie-
tando l'uso delle campane, per tema non isvegliassero l'attenzione
degli austriaci^, e fecero benedire con insolita pompa nella
chiesa della Trinità le nuove bandiere dei reggimenti di Toledo
e di Lombardia. E intanto spingevano in avanguardia nel ca-
sale di Sigola trecento moschettieri e centocinquanta fanti,
sbarrandone subito dopo con tre impedimenti la strada.
il duca generale loro comandò la taglia immediata di diecimila
scudi, annunziando insieme incendio e sacco se alla sua impo-
sizione non si fosse tosto obbedito. Non si smarrì d'animo il
marchese Antonio Trecchi, signore di Maleo ; e com'egli non
poteva, colto all'impensata, disporre di tanta pecunia, mosse
intorno a richiederla dai più ricchi del luogo. L'incetta fu me-
schina, e gli stremiti borghigiani, ben sapendo che il duca
spagnolo era tal uomo da accompagnare alle parole i fatti, si
L'arco di Maleo.
2o8
CODOGNO E IL SUO TERRITORIO
diressero supplici e piangenti al marchese perchè da così gran
pena li sollevasse. Al generoso gentiluomo lombardo non sa
rifiutare il duca di Vialba la chiesta proroga di un dì al sod-
disfacimento dell'iniquo balzello; sì che per Adda e Po il Trecchi
è a Cremona. Raduna in palazzo quanto denaro, gemme e pre-
ziosi possiede; e il giorno appresso tutto consegna all'ingordo
generale. Costui da prima respinge il valsente, perchè appena
di duemila scudi ; ma, paventando una repentina mossa austriaca,
si induce poi alla accettazione, e di sè e de' suoi soldati libera
immediatamente Maleo.
Di questo fatto — che torna indubbiamente a grande onore
del marchese Antonio Trecchi — espressergli quelli di Maleo
gratitudine viva, e qualcuno fu anche d'avviso che a ram-
memorare il munifico dono si erigesse, secolare testimone,
il grande arco verso Codogno che tuttodì si vede. Questo è
pure tramandato a mezzo di una lunga epigrafe, dipintavi nel
recènte restauro (1883). Ma — senza venir meno all'ossequio
dovuto ad un benefattore insigne ed al rispetto per un'alta
compiacenza domestica, del pari lodevole — non pare abbia ad
essere inopportuno il voto di chi ama la fedeltà storica alle
memorie paesane, che il dente edace del tempo e le vicende
della temperie stendano il velo dell'oblio su quella iscrizione.
Sorge bensì in onor dei Trecchi l'arco di Maleo, ma ciò
avvenne circa sessant' anni prima, quando il marchese Manfredo
Trecchi acquistò il borgo coi diritti inerenti, allontanando altri
aspiranti forestieri (18 luglio 1685)^ e provocando così la pu-
blica riconoscenza onde l'arco originò.
. *
Gli austriaci, sotto gli ordini del generale Braun, dal Cremo-
nese muovevano a sbrattare dai franco-ispani il contado di Lodi ;
e come Codogno si presentava quale prima meta nella opera-
zione militare, così dal forte di Pizzighettone dipartivansi i
generali Berenclau, Kimering, e Roth, disponendo di tre bat-
taglioni preceduti da seicento croati e da trecento ussari dello
Spreker (17 marzo 1746).
Pervennero così a Sigola, feudo dei conti Vaini. Per due ore
vivissima si combattè la mischia, e l'armi di Spagna, schiac-
ciate dall'urto, scamparono a Codogno, dove i loro commilitoni,
NELLA CRONACA E NELLA STORIA
209
atterriti dalla ritirata precipitosa, e pensando d'aver di fronte
un esercito formidabile per numero, levaron le tende, ed a loro
volta fuggirono verso Piacenza, travolgendo seco i quattro reg-
gimenti del duca di Carambula, che da Fombio s'avviava in
rinforzo per Codogno; e tutti ripararono nella città fòrte al di
là del Po.
Ebbero gli austriaci nel fatto di Sigola soltanto cinque morti
e dodici feriti ; molto maggiori furono le perdite degli spagnoli,
quantunque favoriti nella fuga dalla notte cadente.
Le forze d'Austria avevano in Codogno fatto quartier gene-
rale, ed il Goldaniga ne ricorda le sfilate di parata davanti alla
collegiale. Da qui le armi loro, con fortunati badalucchi, si
spinsero e a Lodi e verso Pavia, così che l' infante don Filippo
di Borbone partì precipitosamente di notte da Milano (19 marzo),
tentando ricongiungersi pel Ticino, pel Po e pel Taro al grosso
dei trentamila spagnoli; e di fronte a Piacenza, essi gittavano
un ampio ponte in chiatte, cui soccorreva sulla sponda sinistra,
alla Ca Rossa, un acconcio fortino (6 aprile).
Da Codogno, intanto, gli austriaci, volendo procedere verso
Piacenza, decisero di condursi presso Fombio, dove li aspet-
tava l'apparecchiato campo. Per ciò rimunirono i canali interce-
denti degli opportuni pontili, già tolti per lo avanzarsi degli
spagnoli, e liberarono il cammino dalle barricate prima erettevi.
Subodorando gli spagnoli in Piacenza lo avvicinarsi dei cesarei,
mossero di celato, con finta mossa, in ben diecimila, per Co-
dogno, obbedendo al generale principe Pignatelli (6 maggio).
Mancava in Codogno il conte Platz, comandante austriaco;
ed i suoi cinquemila militi, sotto gli ordini dei generali Cross
e Cavriani stavano manovrando presso il castello. La zuffa si
accese; ma ebbero buon gioco gli spagnoli, che, sorpresi i posti
avanzati, si impadronirono a punta di baionetta dei capi delle
strade. Perdurò due ore il cannoneggiamento ; ma buona parte
degli assaliti non resistè, ritirandosi quasi tosto alla volta di
Pizzighettone e di Lodi, scompigliati com'erano, abbandonando
le artiglierie.
Tennero fermo i rimasti, battagliando vivamente per le vie,
uccidendo due donne e ferendo un uomo del popolo. Case e
Codogno e il suo territorio , ecc. — //. 42
2 IO
CODOGNO E IL SUO TERRITORIO
conventi furono ricetto ai perseguiti, due battaglioni dei quali
ripararono nel palazzo Folli. Indarno per ben quattr' ore resi-
stettero, fin che si dieder prigione.
Per tre dì gli spagnoli, scemati di ben seicento dei loro,
tennero il borgo ; poi rifecer passo a Piacenza con opima preda
di guerra : cinque cannoni, dieci bandiere, due grandi stendardi,
due mila prigionieri capitolati, di cui mille quattrocento feriti,
e captivo tra gli altri il generale Cross. Seguendo poi il con-
sueto talento, si condussero dietro, forzosamente requisiti, viveri
abbondanti e numeroso armento di buoi
Se n'erano essi appena andati, che più forti di numero gli
austriaci tornavano nel borgo, occupandolo con vigorosa copia di
munizioni, e procedendo oltre col generale Roth, al campo di
Fombio, per meglio rintuzzare le quotidiane e rapaci scorrerie
spagnole a spese di Codogno.
Quella mossa risolveva don Filippo ad una nuova azione, vo-
lendo ad ogni costo scacciare gli imperiali. Ripassava egli il
Po con tre schiere, varcava la Mortizza improvvisandovi un
ponte, faceva suo Santo Stefano, minacciando le spalle au-
striache a Fombio (28 maggio). Due giorni dopo Codogno e
Lodi tornavano in potere di Spagna, ed a Pizzighettone si
trinceravano gli austriaci, che, malgrado le vessazioni nemiche,
s'eran levati da Fombio.
Rapidamente il generalissimo de Cages li inseguiva, erigendo
a Maleo le cune rialzate pei cannoni, e battendo Cera. Degli ozi
forzati suir Adda ricreavansi i capitani supremi in Codogno,
qui ospiti nel palazzo Trivulzio ; e di qui, uoco delle opera-
zioni militari, irraggiavano gli ordini e le disposizioni nella
zona guerreggiata. E naturalmente nella esagitazione degli spiriti
risentivano i borghigiani lo eccitamento dell'ora ed a lor modo
traevano gli oroscopi, e nei crocchi s'almanaccava chi avrebbe
vinto. Ma se si avesse dovuto interrogare gli intimi sentimenti,
ben poca parte vi si sarebbe rinvenuta di entusiastico voto per
il successo felice di questi o di quegli ; chè se l' Austria non
esercitava fascino veruno sulle genti nostre, Spagna e Francia
venivano a loro volta in abborrimento ; perocché, da qualunque
banda si volgesse l'occhio, non era che triste e funesto lo spet-
NELLA CRONACA E NELLA STORIA
2 11
taccio di quella loro militaresca signoria che seminava dovunque
il disinganno e la disperazione.
Ma nè meno poteva durar molto nella penosa incertezza sui
moti del nemico quella fastosa, per quanto ristretta, corte sol-
datesca, che i regi condottieri avevano estemporaneamente rac-
colta nel borgo. Spesseggiavano, tosto contraddette, le notizie; si
incalzavano gli avvisi su questo o quel tentativo ; dovevano
essere pronti a tutto; e così, in varia vicenda, or qui or là
trasferi vansi , dove più l'urgenza richiedeva fosser presenti per
rialzare gli spiriti e per antivenire gli astuti accorgimenti del
nemico.
L' infante, il duca di Modena ed il Maillebois — risaputo che
gli austriaci hanno passato il Po a Parpanese, ed occupato
Chignolo e San Colombano — si spingono all' Ospitaletto per
tenerli in soggezione (24 luglio); ma a lor volta son presi alle
terga da Pizzighettone, che spinge le sue scorribande contro di
essi per terra e per barche militari. Tolgonsi, quindi, dalla
sinistra del Lambro (5 agosto), tosto valicato dal tedesco a
Sant'Angelo. Maillebois abbatte i ponti sul Lambro, presso la
sua foce in Po ; altri due ne gitta sul gran fiume a Corte
Sant'Andrea, di fronte a Veratto ed al Boscone, ed è questo il
primo passo dell'esodo da Lombardia della potenza di Spagna.
Nulla vale che l' infante raccolga le sue forze fra Codogno e
Casalpusterlengo, nè che le appunti a S. Francesco di Maleo
per tener fronte a Pizzighettone. I fati hanno segnato l' istante
supremo, e dopo tanti e tanta sequela di trambusti, di miserie
€ di violenze, Spagna è costretta a strappare orifiammi e pen-
doni dal nostro suolo (5 agosto) ed a trovare nell' oltre Po
l'epilogo delle battaglie di San Lazzaro e di Rottofreno, cruento
fine dei fasti e dei nefasti iniziati nella storica giornata di Pavia.
Non più disertati i campi dall'onda dei cavalli, non più arsi
gli abituri dalle fiamme dei saccomanni, non più disalveate le
acque irriganti per rinforzo di manieri, colla usata rassegna-
zione aspettavano i nostri maggiori i benefici della pace. Già
i cuori porgevano azioni di grazie a Dio e lo esaltavano col-
l'inno d'Ambrogio per averli finalmente liberati «da quella
212
CODOGNO E IL SUO TERRITORIO
buona gentina » degli spagnoli ^ ; mentre ai suoni dell' organa
davan risposta letiziante dal castello di Lodi i mortaletti avuti
in prestito per la fausta occasione. E per quanto ancora vi
fossero «geniali» o spagnoleggianti , certo tutta Lombardia
salutò con sincerità profonda la fine di un periodo così oppri-
mente e così esiziale a tutte le manifestazioni, non pure della
libertà, ma della vita civile. Il trattato d' Aquisgrana ricono-
sceva a don Filippo di Borbone i ducati di Parma, Piacenza e
Guastalla, e sotto lo scettro di Maria Teresa veniva raccolta
tutta Lombardia (23 ottobre 1748).
E fu gran sorte che — dissipati alcuni nembi accompagnanti
i primi anni del governo imperiale in Lombardia — il conte di
Kaunitz, primo ministro, sollecitasse a prò dei lombardi i be-
nefici della pace assicurata; così che da quel momento rifiorì
il paese nostro di nuove vigorie, acquistò l'amministrazione
forme regolari, e lentamente, ma in modo sicuro, ci riallietò
quel prisco benessere che, nei tumulti di guerra, nelle fami
inclementi, nelle morie spaventose, pareva per sempre dileguato.
NELLA CRONACA E NELLA STORIA
213
NOTE AL CAPO XLIX.
' Anselmo Robba - Le cose del militare Ì7i Lodi.
Archivio parochiale di Codogno.
^ Fu detto e ridetto, scritto e ricopiato che quelle duecento ventuna
forme rappresentavano un peso complessivo di trecento sessanta mila libre,
€ sembra che nessuno sia stato colpito dalla enormità di questa indica-
zione. E invece da osservarsi che per rispondere a quel peso ogni forma
-civrebbe dovuto essere di odierni chilogrammi mille e duecento cadauna
in media, il che sarebbe inaudito. Se poi osserviamo che la forma oggi
pesa normalmente dai venti ai sessanta chilogrammi, dobbiamo accettare
<:on moha riserva anche la riduzione di un decimo del peso totale su ac-
cennato ; poiché, pur tenendo buona la cifra di trentasei mila libre, una
forma avrei )be avuto il peso mediano di centoventi chilogrammi.
' Alcune nuovissime cronistorie, scambiando di persona, attribuiscono a
Vittorio Amedeo III la parte del padre suo Carlo Emanuele III nella im-
presa di Lombardia. Basti il ricordare — a rettifica dell' errore — che Carlo
Emanuele III fu gran capitano e partecipò a tutte le guerre del suo
tempo (1701-1773), e che Vittorio Amedeo III (1726-1796) soltanto a di-
<^iotto anni fece la sua prima campagna, di fianco al padre suo.
Pier Francesco Goldaniga - Memorie storiche del regio ed insigne
borgo di Codogno.
* Lorenzo Monti - Almanacco codognese pel 1821.
' Lodovico Antonio Muratori - Annali d' Ltalia.
■* Anselmo Robba - Le cose del militare in Lodi.
CAPO L.
La. riforma del comune codognese — Una diceria e una satira sconcia —
Benefico risveglio — Il nuovo censimento delle terre — Nuove riforme
comunali a Codogno, Casalpusterlengo, Maleo e Castione — Il pretorio
codognese — Le giudicature — L'incendio dell'archivio connmale di
Codogno — 11 culto dell'Immacolata — Visite illustri.
oll' indole nuova che, per la rimozione del potere
feudale, assumeva la comunità codognese, questa
abbisognava di più semplici congegni, affinchè più
pronti e più rapidi riescissero i suoi provvedimenti.
E siccome soverchia parve la falange dei legiferatori del co-
mune, così — non ancora paghi alle modificazioni apportate
lungo il secolo XVII al patrio consiglio — i codognesi sotto-
posero al magistrato politico di Milano una generale riforma
del corpo e dei regolamenti municipali.
La serietà della proposta trovò vivo favore presso il governo,
e, poco dopo la sottomissione del rinnovamento, ne giunse nella
forma più ampia e migliore la approvazione (i gennaio 1693).
Furon ridotti i consiglieri a quaranta ed a sei i deputati. Tutti
dovevano impreteribilmente aver avuti i natali in Codogno, ed
esserne pure originari. Imposta la diligenza ai « convocati » e
CODOGNO E IL SUO TERRITORIO
215
paragonate a colpa le assenze. Per ciascuna di queste che scu-
sata non fosse, erano dodici lire di multa al consigliere, se
appartenente all'ordine dei ricchi, sei se all'ordine dei poveri.
Prima ancora della preghiera introduttoria, era prescritta la
« recita ad alta voce » dei consiglieri ; pei mancanti non iscusati
nell'adunanza la irrogazione dell'ammenda non ammetteva ecce-
zioni, e l'annotazione nel « quinternetto del tesoriere» costituiva
titolo esecutivo pel pagamento. Veniva insieme limitata la com-
petenza, pel passato maggiore, dei deputati, dei quali nessuna
decisione consideravasi valida senza l' intervento di quattro fra i
maggiori estimati del borgo ; e la elezione di questi e di quelli
fatta dal consiglio generale ogni anno, colla scelta di persone
rispondenti alle esigenze regolamentari che loro imponevano
molteplici incompatibilità.
L'ottenuto riscatto rinvigorì negli ascendenti nostri non solo
la coscienza dei propri diritti comunali, ma accrebbe altresì le
speranze in più luminoso e meritato avvenire. Non ci par quindi
nè bizzarro nè strano che li movesse qualche ambiziosa brama
ad onorificenze future; e forse è dipeso da ciò se ad alcuno
piacque asserire ch'essi chiedessero a re Filippo V, la procla-
mazione a città del loro borgo.
Passava egli da Codogno (5 ottobre 1702), venendo dal Mo-
denese; ed i nostri reggitori si condussero a lui in fastosa
visita di sudditanza, largamente donandolo di derrate terriere
in cui facevan bella mostra gustosissime forme di cacio, olle di
vino ghiacciato, rubicondi salati a dozzine, e canestre ricolme
di mele cotogne. Perfino le donne curiosamente intervenute al
ricevimento furono ammesse al baciamano regale.
Della presunta richiesta non si hanno — che si sappia a Co-
dogno— documenti di sorta; i cronachisti anche contemporanei
riferiscono la cosa come una vulgar diceria, e soltanto una
sucida celia sotto forma di sonetto caudato esiste nella biblioteca
comunale di Lodi, di penna lodigiana, stillante il « sapor di
forte agrume» che sempre fluì, nei passati giorni, dall' Eghez-
zone, quantunque volte esso si trovò di fronte a questa nostra
^ terra, modestissima ma a contraggenio d'alcuni prospera ed
invidiata.
2l6 CODOGNO E IL SUO TERRITORIO
Il soffio ricreatore — che anche su Lombardia spirava da
Vienna — agitò gli spiriti di più vivi desideri. Tutto, appariva di
vantaggiosa e facile conquista in quell'aurora onde il governo
di Maria Teresa pareva si circonfondesse; così che dovunque
si diressero le energie dei volenti a mutar tutto in meglio.
Ai quali — per una fortuna che parrebbe anomalia nel con-
sorzio dell'evo — andava incontro con mano poderosamente
amica lo stesso governo, in ogni branca delle umane esplica-
zioni. L'ingegno facevasi rifiorire nelle academie, non piti vacue
e tronfie, ma produttrici di opere d'arte eletta e di scienza
profonda; si sopprimeva il vieto privilegio; la giustizia rialzava
il suo delubro, e la sapienza economica si fondeva in una retta
amministrazione colla filosofia pratica.
Sopra tutto la terra si redimeva; non più preda alle voglie
dei conquistatori che per sè 1' usufruivano col sudore dei captivi
di guerra, o perduta nella vastità patrimoniale dei ricchi prelati
a cui non bastavan le braccia servili ; non più esagitata da ma-
nipoli in armi, da saccheggi e devastazioni di masnade, fossero
quelle imperiali o signoriali ; nè rapinata dalla ingorda avidità
straniera affamatrice di genti sul suolo che ad esse aveva sempre
ministrata la vita.
Così, dalla terra si dipartì il concetto ricreatore del governo
imperiale, intimamente convinto che il ritorno di essa a fun-
zioni normali significasse l'incrollabile fondamento di tutto il
nuovo edificio.
Il censimento del Milanese — compiuto sotto la domina-
zione spagnola (1552) — ofieriva il corpo topografico del Lodi-
giano rurale in pertiche novecentosessantasei mila e ventuno,
ventidue tavole e tre piedi ; ma la misura non corrispondeva a
realtà, poiché — secondo scrisse Carlo Girolamo Cavazzo della
Somaglia — eran state preterite nel compartito non poche zone
montuose o possedute dai signori feudali o dall'alto clero, su
cui non doveva gravare e non gravò imposta di sorta. A cor-
reggere queste vecchie risultanti intervenne il compartimento
nuovo, principiato dalla giunta istituita da Carlo VI (7 settembre
1718), interrotto per vicissitudini guerresche (1733) e finalmente
NELLA CRONACA E NELLA STORIA
ripreso dalla giunta stessa per dispaccio dell'imperatrice (19
luglio 1749). L'estensione del contado emergente da questo
secondo estimo fa ascendere il perticato alla somma di un mi-
lione trentotto mila ottantaquattro e tavole quattro. Erano stati
eletti a sindaci legali per la provincia di Lodi Domenico Grazioli
di Codogno e Pietro Francesco Folletti di Casalpusterlengo (1721).
Non bisogna credere, per altro, alla esattezza matematica di
questo secondo calcolo ; i tempi non permettevano ancora una
rigorosa e assoluta applicazione dell' estimo a tutti i fondi di
pertinenza chiesastica; tanto che il testo della riforma cui rife-
rivansi gli ordinamenti teresiani è accompagnato da prudenti
osservazioni sulla necessità tuttavia impellente di delineare in
« stati separati » quei beni di collegialità religiose mai prima
d'allora contemplati nelle antiche provvisioni.
Senza profonderci in ispeciali disamine è d'uopo limitarci ad
una precipua considerazione : che l' imperatrice regina edificava
sui criteri dell'estimo lombardo, poco prima compiuto, la grande
innovazione degli istituti municipali; e con illuminata prudenza
non assoggettava tutti i comuni alle identiche discipline — con-
cetto posteriore che fu imposto dalla rivoluzione francese — ma
sì invece adattava i regolamenti de' municipi singolarmente, caso
per caso, a seconda che parlavano nella loro persuasiva elo-
quenza i dati finanziari e demografici del compartito.
Ed una dolorosa ma necessaria prova se ne ebbe allorché,
per coprire il deficit del Lodigiano, furon tassati i mercanti
di Codogno in lire sessanta mila, e quei di Casale in lire ven-
ticinque mila (1762).
Basta gittar gli occhi sulle provvisioni che traducono in legge
la riforma dei quattro comuni più importanti de) nostro ter-
ritorio, pretermettendo, per parte nostra, le modificazioni degli
altri comunelli che — o staccandosi o fondendosi, in tutto o
in parte, coi finitimi — andavano acconciandosi al movimento
evolutivo impresso agli stati di Maria Teresa.
Le costituzioni tutte dei comuni dello stato hanno riferimento
alla riforma generale del 30 dicembre 1755. Però, come abba-
^ stanza sensibili riscontriamo alcune diversità nell'ordinamento
•dei quattro su accennati maggiori comuni, così ci sembra op-
2l8
portuno rilevarne le più importanti. Intanto è a notarsi che la
riforma si afferma fondata — come abbiam detto — sui criteri
dell'estimo, ma il numero dei consiglieri e dei deputati varia
secondo i luoghi.
Codogno ha ventiquattro consiglieri, di cui sedici di primo
estimo (almeno mille scudi), otto di secondo estimo (cinquecento
scudi) e sei deputati ; e cade in acconcio osservare che tanto la in-
duzione quanto la deduzione dell'estimo per la capacità di nomina
è in dipendenza perfetta dalle risultanze dell'ultimo censimento.
La formazione del consiglio di Codogno segue indicazioni
particolari. Si stabilisce che se il consiglio attuale riconosce,
giusta la regola dell'estimo, che i suoi membri abbiano la
idoneità al nuovo oficio, siano a preferirsi nella nomina; se
invece i capaci a restare oltrepassino le cifre segnate per le
due classi d'estimo, debbano ricjursi, a mezzo di voto secreto,
al numero legale di ventiquattro; se, invece, non lo raggiun-
gono, siano senz'altro compresi tutti nel nuovo consiglio, il quale
nella successiva adunanza si compirà sulle norme generali che
regolano la nomina dei primi estimati. Inoltre il consiglio co-
dognese sceglierà dodici aggiunti cui spetterà il diritto di membri
consulenti in materia d'imposte; fermo stante, per altro, che,
o quali consiglieri o quali aggiunti, i tre maggiori estimati del
luogo debbano far parte del consiglio. Di questi e di quelli sia
l'oficio vitalizio, se non ne divengano incapaci per diminuzione
di censo o di mente.
Con un procedimento differente si eleggono i diciotto con-
siglieri di Casalpusterlengo : dei quali i tre estimi graduati (di
scudi due mila, mila, e cinquecento) determinano la nomina,
per ogni terzo di consiglio, fatta da un convocato dei venti-
quattro primi estimati del comune. I tre deputati annuali non
hanno voto.
Maleo ha quattordici consiglieri : otto di primo estimo (mille
scudi), sei di secondo (cinquecento scudi). Di essi due possono
anche non risiedere nel territorio comunale, ma hanno il diritto
di farsi rappresentare da un delegato di loro fiducia, purché
risiedente in luogo e che abbia « in testa propria » non meno
di duecento scudi di estimo.
NELLA CRONACA E NELLA STORIA
219
Castione elegge nella forma di Codogno i suoi dodici consi-
glieri, otto di primo estimo (mille scudi) e quattro di secondo
(quattrocento scudi), ed ha tre deputati. Ad essi vanno aggiunti
otto estimati per l'elezione ex novo, ed altri sei estimati sono
chiamati ad interloquire ogni qual volta trattisi di imposizioni
fiscali. Qui sono multati di sei lire per ogni seduta i consiglieri
assenti senza giustificazione, ed a Maleo la multa è di soldi
venti milanesi, in un luogo e nell'altro devolvendosi essa a
beneficio dei componenti il consiglio più assidui prò rata. A
Codogno la ammenda è di dodici lire, di cui beneficia la cassa
del comune.
Le norme logiche e precise che, giusta l'ordinamento dei
nuovi comuni, fissava il dispaccio imperiale, fra i moki altri
conseguirono anche questo provvido intento: di separare dalla
giurisdizione del comune, sottentrata già a quella del feudo,
la distribuzione della giustizia. L'aveva ministrata per secoli
il pretore feudale; la rendeva, nei minimi gradi anche il ma-
gistrato potestariale ; ma giunse l'ora in cui la regia camera
tutto a sè avocò il ministero del giudizio civile e penale, che
si resero nel solo nome del sovrano e che costituirono così
l'embrione di quello che, sotto il nome di giudiziario, è oggi
salito fra i poteri supremi della nazione.
E difatti bella ed interessante la pagina del pretorio codo-
gnese, e noi l'abbiamo scorsa fugacemente. Persona viva e
vitale ci si offrì il pretore nei folti momenti della feudale ri-
vendicazione ; alta e sicura la sua voce echeggiò in retribuire
a ciascuno il suo a nome del comune, reduce alla sua vecchia
potestà; lo vedemmo circondato di simpatie e di guarentigie
solenni, allor che l' opera sua doveva concordare, coi diritti dei
cittadini, quelli dello stato; infine sulla scomparsa e prona pre-
toria feudale, volle e seppe Codogno nostro innestare il ga-
gliardo tallone d'una pianta nova, che, pur sorta da regio seme,
doveva anzi tutto raccogliere e proteggere sotto l'egida sua i
nostri compaesani.
Cessata la feudalità di Casalpusterlengo — per morte di Antonio
Tolomeo Trivulzio, ultimo di sua stirpe (30 dicembre 1767) — la
220
CODOGNO E IL SUO TERRITORIO
camera ducale non vi collocò il pretore regio in sostituzione
dello scomparso feudale, ma invece ne sottopose il territorio
alla giurisdizione del regio pretore di Codogno, che vi ebbe
autorità di giudice sino al 1807.
L'accresciuta giusdicenza di Codogno vieppiù si svolse e finì
per allargarsi ad una imponente estensione. Una risoluzione
sovrana sottoponeva alla competenza pretoriale del nostro borgo
quarantadue comuni formanti nove delegazioni, con ventotto
parodile, spingendola fino a Secugnago, a Vittadone, a Mele-
gnanello, a Turano, eccettuandosi quelli, rimasti feudali, di
Sant'Angelo, di San Colombano e d'Orio (18 giugno 1774).
Al proclamarsi della Cisalpina, vennero poi in giurisdizione di
Codogno anche i paesi della lunga del Po (9 luglio 1797), da
quasi sei secoli pertinenti al Piacentino. In questa guisa due
pretori regi soltanto dividevansi il Lodigiano.
L'aumento della competenza recava necessariamente seco anche
quello delle criminalità represse e delle case di pena, tanto che
due lapidi furono apposte a perpetuare la memoria di quello
esampliamento: la prima sulla torre delle carceri (i 774) * , l'altra
sulla scala del pretorio (1786) — ora caserma dei carabinieri —
dove esiste tuttora
La pretura costituivasi del pretore, di un suo luogotenente e
del cancelliere; l'esecuzione dell' oficio contava un protocollista
degli esibiti tanto civili che criminali ed un aggiunto; un
attuaro processante ed un aggiunto disimpegnavano il ministero
dell' usciere.
Il primo pretore della larga circoscrizione fu il conte Giovanni
Battista Porro, feudatario di Santa Maria della Bicocca, escito
dal ramo domestico di Incino Olona (9 luglio i774)- Nel
volgersi di un dodicennio sei pretori si successero : don Fran-
cesco Landreani, milanese (1777), il marchese Antonio Olivazzi
(1779), don Gerolamo Calcaprina (1780), don Curzio Cauzzi
Pozzi (1783), e don Gian Fedele Alfieri (1786); ed era
così viva in quei nostri magistrati giudiziari la coscienza
della loro dignità che uno di essi, il Calcaprina, provocò dal
conte di Firmian, ministro austriaco, l'ordine al cancelliere del
comune di rimettere in vigore la consuetudine dello accompa-
NELLA CRONACA E NELLA STORIA
221
gnamento d'onore dei deputati alla persona del pretore, allor
che questi si conduceva dal pretorio al comune pei convocati
ed alla chiesa per le cerimonie di rito (5 giugno 1781).
La solerzia del governo, elevando a maggior dignità il foro
criminale di Codogno, non poteva trascurare qual centro esso
fosse di negoziazioni e di contrattualità. Il perchè colla rinvi-
gorita pretura qui volle stabilita la regia camera dei mercanti
— corrispondente al moderno tribunale di commercio — la quale
giudicava come collegio di prima istanza ed aveva la giu-
risdizione intera della pretura. La costituivano commercianti e
curiali ; dei primi quattro, detti abati, e tre del personale giudi-
ziario ; un assistente legale, un protocollista e registratore degli
esibiti, ed un protocollista delle sessioni.
La enorme somma degli affari, la cui risoluzione dibattevasi
e risolvevasi qui, aveva per conseguenza la bizzarra creazione
di un piccolo mondo litigioso; gli uomini di toga, di tocco e
di tabellione non iscarseggiavano per certo negli ambulatori
del nostro pretorio; e, ad esempio, nel 1790 si contavano
residenti in Codogno sei notari, un avvocato ed undici pa-
trocinatori, di cui dieci con laurea dottorale.
E facile comprendere che la numerosa falange di queste per-
sone magistratali rispondeva alle molte bisogna ed era tenuta
per ciò in grande e meritata considerazione; mentre della stessa
fiducia e riverenza godevan i mercanti giudici. Ed allor che il
convocato ' generale di Codogno nominò il suo rappresentante
alla famosa consulta costituente di Lione, lo scelse in persona
di Gaetano Bignami, uno fra gli abati della camera mercantile
(16 novembre 1801). E il modesto negoziante sedette nelle grandi
assise lionesi fra i quattrocentocinquanta convenuti, al conspetto
del primo console fiancheggiato dal Tayllerand e dal Melzi, e
tra uomini che si chiamavano Barnaba Oriani, Alessandro Volta,
Antonio Cagnoli, Giuseppe Bossi e Giuseppe Longhi.
I nuovi ordinamenti politici ed amministrativi applicati in
^Lombardia dalla Cisalpina e dall'impero produssero alcuni ra-
dicali mutamenti, quali l'istituzione del maire — in Italia detto
222 CODOGNO E IL SUO TERRITORIO
potestà all'antica — con attribuzioni più late anche politiche sulle
antecedenti dei capicomune. Il primo della serie a Codogno
fu Giovanni Folli, nominato direttamente dal viceré Eugenio
Beauharnais (12 agosto 1808). 11 secondo Carlo Giuseppe Gra-
zioli (i luglio 18 II).
Per le modificazioni alla giurisdizione forense, Casalpuster-
lengo cessò di obbedire al regio foro pretoriale di Codogno
(13 ottobre 1807), e diventò sede di una giudicatura di pace
di seconda classe. Il Monti nota che ciò avvenne « con somma
allegrezza » di quella popolazione, espressione umana di quei
tristi ma storici antagonismi contro i quali lo stesso Monti,
chiudendo la sua ultima compilazione di cronache, scriveva
fraterne e generose parole ^. Alla giudicatura di Casale si asse-
gnava un distretto di ventitre mila persone.
La regia pretura codognese decadeva per legge, diventando
giudicatura di pace, ad essa preponendosi il titolare avvocato
Cesare Dansi ; il quale iniziava le proprie funzioni ricevendo la
prestazione di giuramento dai suoi ofìciali (14 ottobre). E tras-
sero lor corso regolare, fin che durò il regime francese, le
giudicature, succedendo in quella di Codogno al Dansi il dottor
Antonio Cortese, coli' assessorato di un altro oficiale (10 feb-
braio 18 12).
Per lo sfacelo napoleonico, la Lombardia ridiventò provincia
austriaca, e le costituzioni comunali si rifoggiarono alla tere-
siana. L'imperatore Francesco, a mezzo del suo rappresentante
Bellegarde e della sua consulta di governo in Milano, diè opera
febbrile a rimanipolare ogni cosa che sapesse di F^rancia, e le
giudicature furono condannate a cambiar nome, riprendendo
quello di preture (18 15). Codogno ebbene una di seconda
classe; fino a che essa — per notificazione del governo, obbli-
gato a riconoscere l'importanza del luogo — fu elevata alla
classe prima (185 1).
Dobbiamo ritenere che normali ed ordinati corressero i rap-
porti del comune di Codogno col governo, dopo che la perso-
nalità giuridica di questo municipio aveva assunte linee cosi
spiccate in virtù della imperiale riforma. Non meno ci cruccia,
per altro, la deficienza di documenti oficiali i quali ci condu-
NELLA CRONACA E NELLA STORIA
223
-cano attraverso la seconda metà dello scorso secolo, cioè a dire
sino al 1772, per ciò che si riferisce allo ingrandito potere,
alle più espanse relazioni ed alla maggior vastità della giusdi-
cenza municipale. La maggior parte della suppellettile litterale
di quel tratto d' età fu distrutta dal grave incendio più volte
ricordato (18 gennaio 1772).
Sul fare della notte il fuoco, acceso in un camino della
sala dei reggenti, si appiccò all'attiguo monte che racco-
glieva le segeti pei poveri; e tanto, divampando, s'allarga-
rono le fiamme, che ne andarono consunti cento sacchi di
frumento e tutte le più antiche carte custodite nell'archivio
municipale. L'elemento distruttore fu domato non così solleci-
tamente, però, da non rimpiangerne le iatture prodotte. Non
mancarono il pretore, Gian Giuseppe Marone, di accorrere coi
suoi birri per conservar l'ordine, nè il prevosto Forni, esor-
cizzante le vampe colla reliquia del protettore san Biagio ; ed
il popolo — con quella rassegnata filosofia quasi fatalistica, che
allora specialmente costituiva la sua ingenua semplicità — volle
celebrato lo scampo da maggiore sciagura con un solenne triduo
alla Immacolata.
Senza riassumere la secolare cronaca della pia credenza cat-
tolica in Maria Immacolata — che scende dai padri della chiesa
orientale sino alla proclamazione dogmatica di Pio IX — torna
acconcio ricordare che la Spagna s'affrettò di trasferire il culto
alla « tutta pura » dal suo regno nei domini italiani del mez-
zogiorno e del settentrione. Si ode in tutte le chiese il mistero,
si giura in tutte le scuole il « Sine labe », e lo stato tien fermo
nei decreti, malgrado le proteste dei vescovi, ributtanti lo in-
gerirsi civile in religione; e dopo i diocesani sono i padri di
S. Domenico che si oppongono al simbolo nuovo ; protestano
i maestri, dichiarando menomata la libertà didattica; Roma,
infine, respinge nei governi la potestà teologica.
Ciò non ostante, o forse appunto per questo, la adorazione
novella trovò generale ed entusiastico ricetto nel cuore del po-
polo ; essa ebbe regno suddito e devoto, ed un fervido plebi-
\ scito collegò città e campagne nel sacramento di fede, giurato
davanti alla sacra imagine calpestante il capo del maligno.
224
CODOGNO E IL SUO TERRITORIO
Il comune di Codogno acquistò la grande statua marmorea della
Immacolata, che dicesi fosse stata sculta per una chiesa ligure,
e che, qui giunta, richiamasse a luce di pensiero un Mozzanica
demente (167 1). E quando si adunarono gli incoli del basso
Lodigiano per giurare la opinione pia nella Concezione, fu
scelto Godogno, come luogo più importante della plaga, per la
celebrazione della cerimonia. Diedero sacramento i deputati del
comune, al momento dell'evangelio nella messa solenne, e sulla
piazza gran folla di popolo lo ratificò (6 giugno 1672). L'ima-
gine dell'Avvocata celeste scelta allora dai codognesi, fu dipinta
sul pieritto di mezzo della loggia comunale prospiciente la
chiesa, e durò fino al recente restauro (1896).
Non è a dire che si voglia rilevare il decoro e la fama del
borgo nostro per ciò solo che nel corso dei secoli uomini po-
tenti ed illustri vi abbiano dimorato nei loro passaggi per
Lombardia ; però à certo che la postura a cavaliere della strada
fra Milano e Cremona, l'attiguità al passo del Po, e sopra
tutto l'aver servito di scena a guerre lunghe e micidiali, con-
dussero fra noi" a legioni cospicui visitatori. Qui agi di abita-
zioni e comodità di residenza; qui luogo insigne del ducato e
fatta castrametazione nei giorni guerreschi; qui indole onesta-
mente ospitale di abitatori, fra tutti gli altri corregionari assai
inclini e proclivi alla affettuosa gentilezza dei costumi.
Come per incidenza abbiamo già notati i passaggi fra noi di
incliti personaggi, così non vuol essere ora trascurato l'accenno
alle visite nuove, elemento di cronaca locale che rialzava nei
tempi il carattere peculiare di questo buon popolo e tornava
di conseguenza — particolarmente per le cerimoniosità di allora —
decoroso per la nostra comunità.
Passò, venendo da Cremona per visitare Piacenza, Filippo
d'Austria, poco più che ventenne (18 giugno 155 0» ^ cui era
serbata cinque anni dopo la pesante corona sui due mondi.
Varcava il Po alla Mezzana, sur un ponte espressamente co-
strutto dai piacentini, e pochi giorni dopo tornava per la via
di Milano.
Attraversano il nostro territorio gli arciduchi Rodolfo ed
Ernesto, figli di Massimiliano II. Da Piacenza fanno ad essi
NELLA CRONACA E NELLA STORIA
22
scorta d'onore il duca Ottavio Farnese e i patrizi piacentini,
conducendosi, per un ponte gittato in chiatte sul Po, a Fombio
(27 dicembre 1563).
Il generoso e prode don Giovanni d'Austria transita, prove-
niente da Lodi, per Piacenza, ad ossequiarvi Maria di Portogallo,
sposa d' Alessando Farnese. Il vincitore di Lepanto col drap-
pello de' suoi cavalieri aurati s'incontra alla Mirandola, confine
estremo del Lodigiano, col duca Alessandro, suo nepote, circon-
dato dalla camera de' suoi gentiluomini (27 luglio 1574).
Venendo di sua patria, trascorre per Codogno la nuova regina
spagnola Margherita d'Austria, sposa del giovane Filippo III,
e diretta a Madrid per Milano (26 novembre 1598).
Tocca le Caselle Laudi, dove pernotta alloggiato da Nicolò,
Galvano e Francesco fratelli Laudi, il cardinale Maurizio di
Savoia (4 giugno 1635). Il turbolento porporato, che tanta parte
aveva nei dissidi della sua casa, si reca a Modena padrino di
un neonato del duca Francesco d' Este suo nepote.
Per due volte è in Codogno presso il palazzo dei Trivulzi
— non più feudatari ma sempre magnifici ospiti — • Elisabetta
Cristina principessa di Brunswich, prima nel suo viaggio quale
sposa di Carlo III re di Spagna (25 maggio 1708); poi se-
guendo in Austria il consorte (9 maggio 1713), diventato per
le sanzioni prammatiche Carlo VI imperator d'Austria. All'im-
peratrice si persolsero in Codogno splendide onoranze; essa era
accompagnata da una eletta di gentiluomini milanesi e seguita
da stuoli di armati; i poveri del borgo, dove permorò due dì,
ebbero dalla carità di lei larga copia di elemosine. Soltanto i
piacentini, per divieto del loro duca, in rotta coli' imperatore,
mancarono a quel ricevimento solenne, certo commentando il
capriccio del loro signore, che poco meno di due anni prima
s'era recato a complimentare in Secugnago il nuovo Cesare
(11 novembre 171 1). Questi era passato da Codogno, in com-
pagnia di un cardinale a latere diretto a Vienna da Barcellona
ed i codognesi lo avevano accolto fustibus et lanternis.
Il maresciallo di campo austriaco Giuseppe Venceslao prin-
cipe di Liechtenstein giunge in Codogno e vi dimora nel pa-
lazzo Folli, onusto degli allori che le sue forti artiglierie gli
Codogno e il suo territorio^ ecc. — //. 43
226
CODOGNO E IL SUO TERRITORIO
hanno dì recente procurato sui francesi presso Piacenza (1737).
Ed, ospitato nel palazzo Trivulzi (26 maggio 1738), soggiorna
per quasi un mese fra noi anche il metropolita milanese conte
Carlo Gaetano Stampa, ed in quell'anno la processione del
Corpus Domini ha importanza eccezionale, decorata come è dalla
sua persona di celebrante. Egli è in aspettazione dello zuc-
chetto cardinalizio, e quando l'anno successivo si sa della sua
assunzione al principato ecclesiastico (8 marzo 1739), e che
tutta Milano preparagli una festa di trionfo, anche Codogno
dà in tutte le sue campane e fa brillare una luminaria, dimo-
strando così il suo benevolo ricordo dell'ospite gradito.
Conducendosi da Milano in Toscana col marito Francesco
Stefano di Lorena, nuovo granduca, Maria Teresa, ventiduenne
e sposa da tre anni, è di transito a Codogno (8 maggio 1739).
Alla giovanetta — a cui la sorte riserba una schiera di sedici
figliuoli — segue in seconda luce il novello signor della To-
scana, e sono ancor lungi i tempi nei quali essa, diventata
imperatrice, dirà a lui di « non mescolarsi in affari di cui non
si intende ».
Visite e feste militari ricordano di nuovo Maria Teresa ai codo-
gnesi di qualche lustro appresso. Aveva voluto l'imperatrice donare
al serenissimo ereditario di Modena Ercole Rinaldo il decimo-
terzo reggimento cavalleria già Holly, presidiante in Codogno.
Quei cavalleggeri avevano una elegante uniforme a mostre bleu
e a bottoni bianchi. L' immissione in possesso del reggimento
nel suo nuovo proprietario si compie con una splendida parata
militare, presenti il duca di Modena, il principe ereditario e il
generale Lieden (13 luglio 1756); i quali — albergando presso i
Trivulzi — qui rimangono per quattro giorni. Nel dì della cerimonia
marziale i principi e i prelati assistono da apposito padiglione
agli esercizi militari, in uno dei campi della strada per Casale.
La infante di Spagna Maria Luisa avviata da Genova pel
Tirolo, transita per Codogno (26 luglio 1765), fidanzata a
Leopoldo, arciduca d'Austria, poi imperatore, e pernotta nel
monastero dell' Ospitaletto, ossequiata dal vescovo Andreani.
E prima che sorga l'astro rutilante di Napoleone passa e
ripassa frequentemente tra noi la pleiade austriaca degli impe-
NELLA CRONACA E NELLA STORIA
227
ratori, dei re e degli arciduchi ; e qui, compiacentemente e lar-
gamente donati, soffermansi; e presenziano alle fatture manuali
delle industrie e della agricoltura; e lodano le iniziative filan-
tropiche paesane, e plaudono all'incremento artistico che nella
nuova era teatrale qui si annuncia e si afferma poderosamente.
Varcata la Bormida, il generale Bonaparte annunzia di voler
spoltrire duecento mila italiani; e, vincendo la sorte in sedici
combattimenti difilati, entra trionfalmente in Milano tenendo
Lombardia in pugno (15 maggio 1796).
Come fatale e fulminea meteora i nostri contadini lo scorgono
passare per l'agro, piccolo, magro, pallido, ma con quell'occhio
d'aquila che lo Chateaubriand dichiarava degno del cielo.
Lo rivedono i codognesi (10 giugno 1805), non più ma-
cilento e segaligno condottiero, prudente nel consiglio ed audace
nell'opera; ma impinguato nelle membra e glaciale ed altiero,
e già ravvolto nelle spire della politica, per la quale fra lo
stupore dell'universo era sceso sul suo capo, annuente la chiesa,
quel ferreo serto di re d'Italia che un millennio prima aveva
cinte le tempia di Carlo Magno.
Dopo lui (16 giugno) passa la imperatrice regina Giusep-
pina Tascher de la Pagerie, vedova del ghigliottinato visconte
di Beauharnais, bella ma frivola creola, che sola fra le donne
ha un potere indiscusso sulla mente e sul cuore del più grande
fra i viventi.
Waterloo e Sant' Elena spensero il corrusco ma cruento astro
napoleonico. Lombardia fu data ad Austria, e l'imperatore ed
ed i suoi luogotenenti in Italia — « les nègres de l' Autriche » * —
corsero e ripercorsero in grandi gale politiche e militari le vie
dalla capitale del regno a Mantova ed ai ducati. Fino a quando,
al raggio dell'italico sole, rinverdirono le fronde delle nuove
speranze, e non più si aggravò la tristizia del giallo e del
nero; ma rifulse l'aurora del tricolore con Carlo Alberto, e ne
sfavillò il meriggio con Vittorio Emanuele e con Garibaldi.
228
CODOGNO E IL SUO TERRITORIO
NOTE AL CAPO L.
' Lapide delle carceri :
PRiETORIA AUCTA JURISDICTIONE :
NOVI CARCERES
MDCCLXXIV
^ Lapide del pretorio :
NOVA AC AUCTA JURISDICTIONE
PR^TORIIS ^DIBUS COMUNITATIS MUNIFICENTIA LAUTIUS ILLUSTRATIS
REGIUS SJ^ M.* FEUDATARIUS, JO. BAPTA COMES PORRUS PR^TOR
PERPETUUM POSUIT M E M O R I ET GRATI ANIMI TESTIMONIUM
MDCCLXXV. ANNO II
' Lorenzo Monti - Abnanacco codogiiese pel 1823.
* Adolfo Thiers - Consulat et empire.
CAPO LI.
Florilegio benefico — L'ospitale di Codogno — Gli istituti della congre-
gazione di carità.
AREBBE ripetere notissime cose fermarci a dimostrare
come gli istituti civili della filantropia odierna ram-
pollarono direttamente dalla caratteristica religiosa,
che sola ed esclusiva inspirava ed animava in altri
giorni l'ausilio agli inopi ed ai sofferenti. Di ciò abbondevol-
mente testimoniano gli istituti da noi ricordati nelle osservazioni
sugli evi che furono. Soccorre, quindi, alla esposizione dell'ar-
gomento il riassunto degli accenni riferentisi alla consolante
copia dei mezzi applicati dalla industre generosità del cuore
lombardo a sollievo delle profonde infelicità e miserie.
Non è, pertanto, chi non veda competere diritto supremo di
priorità nella trattazione al civico ospitale nostro.
Anche in Codogno — come abbiam visto — la istituzione ospi-
taliera procedette naturalmente per gradi. Gli ospizi per i romei
accennarono al rudimentale concetto della publica pietà. Intorno
al looo non ci fu regione d'Italia la quale difettasse di publici
reposorì serventi a due intenti del pari importanti: la sosta
tranquilla per tutti gli entusiasti avviati a Terra Santa o da
230
CODOGNO E IL SUO TERRITORIO
essa reduci, e la cura fisiologica — quale allora si intendeva —
per g-li infermi scampati a quella specie di naufragio peripate-
tico che inghiottiva tanta parte di credenti, la cui vita rappre-
sentava spesso il solo uficio di persolvere un voto. In questa
guisa ricovero ed ospitale si andarono lentamente ma necessa-
riamente confondendo, e arrivò un giorno in cui, fra peregrini
e malati, una distinzione assoluta parve quasi impossibile. Il
perchè abbondano, specie nei primi secoli dopo il looo, gli atti
fondativi ed i documenti concomitanti, dai quali risulta il fine
duplice e costante del pio luogo elemosiniero ; e — trascorso il
lungo ed agitato periodo delle crociate e delle visite di genti
su genti al paese di Gesù — il ricovero perde a mano a mano
della sua prima ragione d'essere, avviandosi alla logica tramu-
tazione in nosocomio.
Manfredino Gibello sino dallo scorcio del secolo XV affidava
alla tutela celeste di san Tomaso una casa di presidio ai pere-
grini ed ai malati poveri del borgo
(1462); la quale soppressa (1775), fu
rivolta a prò della dotazione di un
letto in più nell'ospitale civico.
Per istromento di Giuseppe Maria
Folli, notaro in Lodi, il dottore Carlo
Maria Belloni, di Codogno, del proprio
asse faceva lascito per fondare un
ospitale di poveri (8 novembre 1681)»
Furono da lui destinati all'uopo,
una casa presso l'oratorio della Trinità,
ed alcuni fondi. In apposito codicillo
il benefattore riservava l'amministra-
zione del pio luogo allo investito del
giuspatronato , il suo primogenito, e dopo lui a tutti i primo-
geniti successivi della famiglia.
Così è la costante narrazione di quanti ci hanno preceduti
nel compilare le storiche memorie locali; ma dobbiam pure
indubbiarne la esattezza, perocché Defendente Lodi, morto nel
1656, annoverava nella sua Tavola degli ospitali della diocesi
lodigiana anche quello della SS. Trinità in Codogno.
Carlo Maria Belloni.
NELLA CRONACA E NELLA STORIA
231
Comunque, il domestico esempio di virtù efficace e feconda fu
tosto imitato, e pochi anni dopo il canonico Giulio Francesca
Belloni Barlanfani, della Schiappetta,
fece legato del proprio per gli am-
malati poveri nati e domiciliati in
Codogno, degenti nell'ospizio e giusta
le disposizioni prese dall'ascendente
suo Carlo Maria (19 febbraio 1698).
Liberalità questa che al munifico da- ^^^mssus^^^^'i^
tore costò la vita; poiché una fan-
tesca che reputavasi defraudata dal
testamento del padrone, una notte,
fattogli cerchio al collo delle mani, ^
lo strozzò (20 gennaio 1700). Giulio Francesco Belloni.
Poco dopo, ad opera di Francesco Maria Brambati, un nuovo
lascito si aggiunse ai precedenti, il quale, risentendo dell'epoca
nova, modificava l'orbita della prov-
videnza, allargando i concetti delle
ammissioni e conferendo l'ammini-
strazione di questo ente alla con-
fraternita della Trinità (11 maggio
17 15). Don Giovanni Dragoni con-
tinuò il nobile arringo (28 ottobre
1722), successivamente percorso da
I benefici insigni, che nel migliore e
più umano dei modi consacrarono
la loro memoria all'ammirazione ed
all'affetto della posterità, dei quali
chi legge troverà meno sommario
accenno nella nota che illustra così simpatico retaggio di
civiche virtù
Il lodigiano Camillo Beza era diventato proprietario delle case
già pertinenti al vecchio ospitale Belloni (17 luglio 1778), sotto
la condizione che per tre anni si continuasse la accettazione
dei malati sino al giorno in cui potesse ricoverarli l'edificio del
nuovo. La carità paesana concorse con offerte perspicue a sol-
lecitare l'impianto; e il paroco Forni solennemente celebrò la
Francesco M. Brambatl
232
CODOGNO E IL SUO TERRITORIO
deposizione della prima pietra angolare dell'edificio (29 aprile
^779). egregiamente pensato e condotto dal regio architetto
milanese Felice Soave. Pochi mesi bastarono al perficimento
dell'opera, e presto potè aprirsi il
ricovero (11 novembre 1781), la cui
chiesa interna — dicata ai santi Giu-
seppe e Carlo — fu ritualmente bene-
detta dal canonico Giovanni Antonio
Fontana, espressamente delegato dal-
l'ordinario diocesano (3 novembre 1798).
Intanto l'amministrazione faceva o-
pera vivissima al Governo affinchè
obbligasse l'ospitale Maggiore di Lodi
a sussidiare regolarmente il nostro (28
Carlo Maria Belloni. • o n • • v 1 n
gennaio 1780), in virtù della antica
aggregazione di piccoli ospitali diocesani iniziata dal vescovo
Pallavicino (1466), com'è accennato al nostro capo XXVIIL
Con una prospettiva signorilmente vasta, alludente ai greci
intercolonni, coronata dal duomo a bulbo, l'edificio del ci-
vico ospitale raccoglie armonicamente i caratteri architetto-
nici del classicismo; e, mentre l'ingresso arieggia il portico
d'Academo, la eccelsa e crociata rotonda riporta l'alata fantasia
alle pure reminiscenze dell'aureo secolo. Eretto quando l'arte
ridiventava austera, disposò la felice simmetria delle linee alla
gravità elegante, così che corrispose pienamente sia ai precetti
della estetica, sia alle esigenze imperiose dell'uso pel quale
sorse. Ha ampie, luminose ed arcate le incrociate, servizio
idroterapico razionale e moderno, dispensari capaci, giardino e
viali cortesi d'ombre o di raggi. Fu detto che sopra terra il
lavoro compiuto è di troppo minore di quello che scende nel
sottosuolo; altri si dolse pel numero, a suo credere inferiore
alle necessità, di stanze appartate. Ma la critica all'opera del
Soave perde il diritto di imporsi se si riflette che la parte co-
strutta è la metà del disegno quale integralmente fu da lui pre-
sentato all'approvazione, e che in quei giorni non era ancora
scienza accettata la edilizia sanitaria che scrupolosamente oggi
vien fatta sovraneggiare in ogni concettualità, tradotta in co-
NELLA CRONACA E NELLA STORIA
234
CODOGNO E IL SUO TERRITORIO
struzione, della terapeutica. I progressi sarebbero stati il portato
del tempo che mai non resta e che scientificamente muta a detta
dell'illustre Panzeri, di quinquennio in quinquennio i bisogni
degli edifici per l'egra umanità. Oggi potrà dirsi antico il di-
segno compiuto del nosocomio nostro, ma non per questo esso
è imperfetto o manchevole: ed illustri ne corrono gli annali nelle
Proposta architettonica di Felice Soave
PER l'ospitale di Codogno.
discipline e nelle chimiche, ed un publico persistente sentimento
di simpatia circonda quella casa del dolore, monumento in-
signe di quella bene intesa civiltà onde Codogno può a buon
dritto andare altiero.
Non avventiamo nè una data nè una asserzione sul modo e
sull'epoca precisi in cui la fusione dei vecchi ospitali si fece^
instaurando il nuovo. Nei cenni che l'amministrazione ospita-
liera publicò recentemente ^ si conferma la mancanza assoluta
di indicazioni esatte, e le epigrafi che, per lodevole divisamento,.
ricordano i meriti dei benefattori Belloni e Brambati, sotto la
loro efiìgie, sono pur esse tanto generiche da causare dubbi
non pochi sul procedimento economico e cronologico dell'av-
venuto concentramento. Certo è che la vita individua dell'istituto
comincia ad esprimersi publicamente in virtù dell' istromento
celebrato dai notari Angelo Maria Bignami e Giuseppe Valerio
(i luglio 1768). Per questo atto statuivasi una congregazione
amministrativa di sei membri, dei quali tre scelti dalla confra-
ternita della Trinità, già condomina del vecchio ospitale, e tre
eletti nella famiglia Belloni, come quelli che da sì gran tempo
NELLA CRONACA E NELLA STORIA
avevan promosso la espansione ospitaliera del borgo. Ed allor
che, seguendo suoi fati, la confraternita della Trinità giuridica—
mente fu spenta, il governo ne assunse i redati diritti (1786),.
cui poi passò al comune (7 giugno 1793).
Le munificenti elargizioni avevano rinforzati a mano a mano
i mezzi efficienti dei due ospitali Belloni e Brambati, e le aspi-
razioni generose dei fondatori erano procedute nella filantropica
missione. Se non che anche le necessità dei borghigiani, accre-
sciute, avevano reclamata la fusione dei due enti: la cui am-
ministrazione, a misura che incalzavansi la republica cisalpina,
l'italiana, il regno italico e l'impero, soggiacque a varie modi-
ficazioni ; fin che — instaurata 1' unità della patria — si costruì
il consiglio amministrativo di sette membri : tre di nomina
prefettizia su terne esibite dal consiglio comunale, uno di casa
Belloni, altri due nominati da questa famiglia in virtù del
patronato attivo, e l'ultimo scelto ad iniziativa del capo della
provincia, rappresentante il governo; limitata l'azione di quest'ul-
timo membro alle sole votazioni di persona, e in tutto il resta
chiamato a pronunciarsi nel solo caso di parità di suffragi (14.
luglio 1867).
Il nuovo ospitale — come i precedenti Belloni e Brambati — do-
veva aprirsi pei soli abitanti interni del borgo, affetti da morbi acuti.
Però mercè alcune munificenze intervenute — prima delle quali
quella di Giuseppe Maria Rescali per un infermo di Castione
(5 settembre 1770) — s'aggiunsero poi alcuni letti per cronici
e per altri malati pure di comuni diversi. Pari alla privata noa
fu la munificenza imperiale, che per parte di Giuseppe II
— trascorrente per Codogno — non superò la forza di dodici
zecchini, largiti dallo strano monarca durante la sua visita alla
novella fabbrica.
All'ospitale non poteva a lungo mancare l'organismo regolare
del dispensario farmaceutico, sì che non ci fu mestieri tra noi
della imposizione legislativa napoleonica (1809) perchè il nostra
ospizio di malati dovesse corredarsene. Ci aveva pensato sei
anni prima la illuminata pietà di due pie signore, Anna Maria
Mola vedova Milani (9 luglio 1803) ed Elisabetta Dumiani (14
ottobre 1803).
.236
CODOGNO E IL SUO TERRITORIO
La consistenza patrimoniale sorpassa oggidì quella di molti
altri istituti congeneri di parecchie città. Son compensate dai
comuni le cure prestate ai rispettivi amministrati in ricovero.
Temporaneamente vi si accolgono anche i pazzerelli fin che il
manicomio provinciale non li ospiti. La razionalità terapeutica
non teme confronti; l'igiene, i presidi medici, le cliniche ma-
nualità, nulla vi manca, e nè meno l'azione sperimentale del
igabinetto bacteriologico. Così è che anche da questo lato Co-
dogno non invidia lo sviluppo ospitaliero d'altrove.
Il publico interessamento non ha mai abbandonato nella sua
vita secolare la nostra casa degli egri; ed ogni anno, con in-
distruttibile simpatia si accorre, nella festa del patrocinio di
S. Giuseppe, a rivedere sotto l'atrio la parata dei benefattori
in ritratto. L' età scettica non ha menomata l' espressione gen-
tile della costumanza antica, vieppiù eccitante allor che qualche
nuova efiìgie di filantropo si aggiunge alla benedetta galleria ^.
Fra gli innegabili benefici arrecati dalla legislazione del primo
Napoleone emergono la trasformazione ed il raggruppamento
delle più disparate opere pie ; di molte fra le quali, se il carat-
tere religioso di fondazione dileguò, nuova vitalità fu immessa
per le provvidenze civili cui vennero indirizzate.
L' Austria — che nel Lombardo Veneto raccolse le eredità
politiche del Buonaparte — fu pur essa rispettosa verso la espan-
sione legale e collettiva della beneficenza nova, e — secondo
scrisse lo statista compianto Stefano Jacini — la Francia bor-
ghese del 1830 chiese ed ottenne dal governo austriaco il re-
golamento generale che governava i pii luoghi elemosinieri di
Milano, di Brescia e di Venezia. La unificazione politica della
penisola impose per suprema necessità la uniformità legislativa
per tutti gli istituti che hanno tratto col publico bene; e se la
cronaca che andiamo tracciando non si arrestasse prima di
questi ultimi tempi, potremmo agevolmente ricordare le ripetute
codificazioni concernenti l'applicazione delle ricchezze ausiliatrici
degli umili, non dimenticando la novissima norma giuridica,
la cui esecuzione nè pure ora si può considerare interamente
perfunta.
NELLA CRONACA E NELLA STORIA
Ma non è questo campo riserbato alle presenti ricerche nostre^
e troppo dovremmo deviare dal retto cammino se qui facessimo
osservazioni filantropiche sulla via percorsa e sulle varie vi-
cende della previdenza e della provvidenza publiche. I tempi
trascorsero; mutarono gli uomini; le viete idee cedettero alle
moderne; ma nè pur oggi è assolutamente scomparsa quell'ombra
di dissidio secolare che ha sempre armato, contro il principia
dello stato, lo ecclesiastico, nell'assegnazione di ciò che un tempo
era l'elemosina e che oggi è la beneficenza.
La prima comparsa negli annali paesani della congregazione
caritativa data dall'impero. Il pietoso consesso — che compren-
deva le aziende di tutti i luoghi pii riuniti — si adunò nella
maggior sala del civico ospitale (8 aprile 1808).
Suir organismo primigenio della nostra congrega sarebbe vana
insistere, perocché quella più che altro fu una vana parvenza.
Determinavasi il principio giuridico civile, più tardi adottato,
ma la sua applicazione veniva meno in quei di per le vicende
onde doveva crollare il colosso riformatore.
Posteriormente alla legge riformatrice del 1889 la congrega-
zione di carità in Codogno amministra dicianove opere pie,
e per le anzidette ragioni ci restringeremo a parlare di quelle
soltanto tra esse che hanno un titolo storico.
La pia opera Poveri, radicata embrionalmente nell' istituto
ospitaliero di Manfredino Gibello, svolse gradualmente il suo
ente per irradiazione, accrescendosi nel procedere dei tempi
colla distribuzione di sussidi a cronici e vegliardi, col fornire
ricovero a fanciulli deserti d'ogni aiuto, e con somministrazione
di baliatici, di presidi medici e chirurgici, e di sportule dotali
A queste vollero recare aumento Bortolo Martinengo (4 di-
cembre 16 18) e il sacerdote Francesco Maria Mariani (2 giugno
17 16); preferendo il primo, fra le nubende, le abbiatiche sue;
il secondo le eventuali consanguinee. Antichissima ed universale
è la concessione dotale a maritande fanciulle di doti regola-
mentari ; concetto ricordante lontanamente il morghegabio, dono
^mattutino degli sposi longobardi, ma dalla corruzione dei tempi
inquinato così che pare non risponda per intero alla filosofia
238
CODOGNO E IL SUO TERRITORIO
-etica della modernità. Pertanto, nel giorno successivo al Natale,
il publico sorteggio delle nubende si eseguisce con abbondante
■concorso di interessate e di loro amiche, nella sala grande
degli ufici congregativi, con rito speciale.
Essendo la protezione dei fanciulli il precipuo dei doveri
■sociali, riconosciuto in tutte le civiltà, non poteva trascurarla
un paese avviato a buoni destini, e — con sapiente antiveg-
genza — fu preposta V assistenza delle fanciulle a quella dei
maschi derelitti. Così che due orfanotrofi sorsero nello stesso
:secolo, ma quello per le femine anticipò di ben dodici lustri la
congenere casa per l'altro sesso.
Fu Domenico Mattia il primo benemerito. Egli, non pago
del legato fatto per i medicamenti a povere donne inferme,
dispose buona parte del suo asse per un rifugio delle zitelle
orfane, e per sussidiarle di una dote allora quando si fossero
accasate. L'eccellente uomo — che affrontava da tre lati l'im-
portante problema dell' assistenza muliebre — consacrava le sue
volontà in publico testamento (21 giugno 1726), aperto dal
notaro Bassiano Ferrari nel giorno della morte di lui, di anni
ottantaquattro (16 novembre 1727).
L'orfanotrofio si stabilì nella casa del defunto presso la loggia
■comunale, sulla metà a sinistra della strada Gariverta, che dalla
piazza metteva alle Grazie, e fu detta del Conventino. Non più
di quattro furono le prime ricoverate, salite poi a sedici, le
quali « secondo la mente del testatore » domesticamente vesti-
rono di celeste e fuori di nero.
A sovvenire il nascente istituto intervenne Bassiano Dumiani
-detto Coccone, che le disposizioni dell'ultima volontà sua volle
■espresse dal nepote frate Pier Luigi Goldaniga, poi rogate in
forma testamentaria dal notaro lodigiano Amos Villa (28 di-
cembre 1769). La salma del Dumiani fu tumulata in S. Bernar-
dino, dotata d'una messa, il cui legato però fu invece destinato
-ad una distribuzione elemosiniera tra i parenti del defunto.
L'educandato mutò sede, trasferendosi nella nuova casa, di
fronte a S. Bernardino, della quale avevan poste le pietre fon-
damentali il proposto Forni, l'amministratore del luogo pio
•Giuseppe Bignami Zelli, ed il sopraintendente alla fabbrica inge-
NELLA CRONACA E NELLA STORIA
gnere Giovanni Battista Ferri (23 marzo 1771). A due a due, le
orfanelle lasciavano processionalmente la casa vecchia; comuni-
caronsi nella parochiale, e, seguite dal pretore e dal notaro della
mensa, si ridussero nel nuovo convitto (i settembre).
Pare che nè pure l'abitacolo trascelto bastasse al normale
sviluppo del collegio, poiché resta negli archivi la ripulsa del
conte di Wiltzech, ministro plenipotenziario austriaco, il quale
si rifiuta di cedere alle orfane il monastero soppresso di S. Chiara
(io settembre 1785)^.
^Avversa fortuna toccò all'orfanotrofio pel decreto governativo
che riunivalo a quello di Lodi (2 gennaio 1789). Delle ventisei
convittrici dieci soltanto ritennersi in quel conservatorio ; ab-
bandonate tutte le altre. Non per questo la terra nostra fu di
rassegnati, e — come pel seminario locale, aggregato al collegio
Tamburini di Pavia (1786) — si tentò e si ottenne il ripristino
fra noi dell'istituto. All'uopo, avevano il proposto Forni e la
comunità fatta viva istanza al governo (25 luglio 1790), che
finì per consentire nel giusto richiamo e regolò i nuovi destini
dell'istituto a mezzo di un compromesso tra le comuni di Lodi
e di Codogno (6 aprile 1796), attuato quattro anni dopo (10
dicembre 1800). Tra i patti dovette l'amministrazione codognese
subire la perdita della casa Dumiani, venduta dai lodigiani per
sei mila lire; il che obbligò le reduci fanciulle — in numero di
cinque — ad accasarsi nella foresteria del soppresso collegio
delle orsole, cui lasciarono pel convento di S. Giorgio, rimasto
vuoto dei serviti (1796) e da esse acquistato dalla delegazione
dei beni nazionali (5 dicembre 1803).
Per testamento del sacerdote Apollonio Bignami Bertoletti si
disponeva un legato di lire dieci mila, l'intero corredo di bian-
cheria, non che la quota ereditaria pervenuta al testatore dal
defunto Giuseppe Bignami Zelli, per la instituzione in Codogno
di un orfanotrofio maschile, sotto la condizione risolvente che
se fosse scorso un triennio dalla morte di don Apollonio senza
che il convitto fosse aperto, il lascito intero doveva rivolgersi
^a beneficio del collegio delle orfane (27 settembre 1797). La
idea umanitaria ebbe il favore immediato della municipalità, la
240
CODOGNO E IL SUO TERRITORIO
quale inaugurava l'orfanotrofio con cinque fanciulli, in una casa
presso la Madonna di Caravaggio (i gennaio 1801).
Nuovi cespiti affluirono, e dalla casata dei benefici Bignami,
Però gli eredi di costoro, non per sottrarre al publico bene i
lasciti domestici, bensì sulla loro precisa finalità, corsero vie
litigiose; alle quali pose fine la tran-
sazione intervenuta fra l'orfanotrofio
dei maschi ed i Bignami Bertolettì
(26 marzo 1806). In progresso le
sorti dell'orfanotrofio maschile furono
saldamente assicurate dalla generosità
del sacerdote Carlo Guaitamacchi,
e per liberalità fra vivi (13 aprile
1867) e per atto d'ultima volontà
(4 dicembre 1866).
Il procedere di queste due istitu-
Carlo Guaitamacchi. 2Ìoni, intese a fare ottimi e labo-
riosi operai e buone ed industriose massaie, ha, tra gli altri,
il merito di essere consono a quei sistemi pratici dai quali
l'età positiva suol trarre la sua applicazione migliore. Maschi
e femine frequentano le publiche scuole del comune e così fino
dai primi anni affrontano con sentimento compiaciuto il con-
sorzio delle classi sociali più fortunate, e possono rallegrarsi
al confronto di altri cui, ancora più amaro che per essi si svolge
il destino.
Come tutti gli ospizi che ad oriente del paese formano il
quartiere della carità publica, anche i preservatorì della gioventù
si giovano di salubri ed appropriate sedi. L'educazione dello
spirito è confortata dalla fisiologica, ed il simbolo della umana
esistenza non potrebbe essere più efficacemente espresso dal-
l'adolescenza che si prepara, accanto alla tarda vecchiezza in
tranquilla e confortata aspettativa dei suoi ultimi giorni.
L'ospizio dei vecchi è situato in comodo ed imponente pa-
lazzo, eretto all'uopo, ed al quale, se non mancano linee ar-
chitettoniche di buona classicità, s'aggiungono i pregi reali e
pratici della ampiezza e della aereazione. I dormitori special-
mente son degni di qualsiasi primario geroncomio, ed ogni
NELLA CRONACA E NELLA STORIA
241
Domenico Mattia.
servizio, dal dietetico al sanitario, risponde a tutte le esigenze
che son proprie della età caduca. La virtualità rettrice di questo
consiste nel beneficio del ricovero concesso agli impotenti al
lavoro, di almeno settant'anni, il peso
della cui esistenza non può essere so-
stenuto dalle famiglie strettamente in-
digenti; laonde la beneficenza publica
non è mai rivolta ad esonerare da
un sacro debito i disamorati dei propri
ascendenti.
L'istituzione dell'ospizio è tutta do-
vuta a quell'esimio Giuseppe Gandolfi,
la cui vita tracciammo al capo XLI
del libro. Fu egli che alla nepote ed
erede Rosa Gandolfi raccomandò con un
documento fosse istituito un ricovero
pei settuagenari del comune (8 luglio 1830); e la fedele in-
terprete dello zio benefattore vi dava sollecita esecuzione.
Così con atto testamentario la pia signora rivolgeva al no-
bilissimo fine il retaggio toccatole,
statuendo insieme che l'ospizio sareb-
besi aperto allor quando il reddito
della somma capitale, redata in oltre
sessantadue mila lire, bastasse al
mantenimento di almeno dieci ve-
gliardi (27 luglio 1833).
In quattordici anni le condizioni
richieste poterono avverarsi, e dieci
ricoverati furono gli incoli primi del-
l' umanitario istituto (22 settembre
1847). Ad imitazione dei beneficati
dal luogo pio Trivulzio di Milano,
i nostri del Gandolfi portarono, e portano tuttavia, marsina,
calzoni e panciotto in panno marrone, col mezzo cilindro nero
e la canna a pomolo nero. Il seniore della prima schiera fu un
Giacomo Tansini, di settantotto anni, del quale si racconta che,
non adattandosi alla vita in comune, chiese ed ottenne di la-
sciare il refugio. Tornò alla libera miseria, e potè assistere alla
Codogno e il suo territorio ^ ecc. — //. 44
Apollonio
BiGNAMI BeRTOLETTI.
242
CODOGNO E IL SUO TERRITORIO
premorienza di tutti i suoi compagni d'ospizio, spegnendosi a
circa novant'anni, due anni dopo la scomparsa dell'ultimo della
vecchia falange. Generosità successive rafforzarono l'asse anche
di questa casa dei senescenti, nella quale altri sei posti si crea-
rono mercè la splendida carità di Antonio Ferrari (6 luglio 1847).
Parallela all' opera Gandolfi sta — ancora nello stato inten-
zionale — quella per cui l'avvocato Clemente Pizzamiglio de-
stinava dieci mila lire a prò delle
vecchie appartenenti alla parochia di
Codogno ed incapaci di lavoro (26
giugno 1870). Non nascondeva a sè
stesso per certo il benefattore le
difficoltà di costituire l'ente bramato
col proprio contributo. Infatti da
quasi sei lustri il fondo da lui de-
terminato va accumulandosi colle in-
teressenze proprie, ma nessuna nuova
oblazione lo ha finora reso sufficiente
Rosa Gandolfi. all' intento.
Intanto — tramite alla più larga e più agiata condizione di
assistito nella vecchiaia — provvede la casa di ricovero e lavoro
Ricca, espressione contemporanea del diritto sociale. L'inizio
di una casa di lavoro e di ricovero in Codogno si deve a Carlo
Cattaneo, che formava a prò dei luoghi pii elemosinieri la
somma capitale di otto mila svanziche, da servire alla deposi-
zione del sasso inaugurale per la casa di industria nel borgo
(22 aprile 1856). E il titolo solo per allora comparve. Al tempo
ed allo slancio di una bene intesa filantropia si lasciava il com-
pimento dell'opera.
Per la nuova legislazione impressa all'espandersi della con-
gregazione di carità (3 agosto 1862), l'opera del monte da grano
— la cui memoria più certa risale al terzo sinodo diocesano
(1619)® — e la Toninelli — originata da Michele di questa fa-
miglia, con intento religioso ed elemosiniero (17 maggio 1765) —
vennero concentrate. Il monte da grano, inerte da tempo, recò
NELLA CRONACA E NELLA STORIA
243
l'ausilio di lire cinquantacinque mila; l'opera Toninelli dei red-
diti della Cavarezza vecchia, la cui consistenza patrimoniale
veniva calcolata in circa centoquaranta mila lire. Le offerte
publiche e private non si lesinarono, e tra esse cospicue furono
quelle di lire due mila, per parte dell'avvocato Luigi Ricca, in
memoria del defunto fratello ragioniere Giuseppe (26 aprile
1866), e di lire sei mila, testate dal precitato Clemente Pizza-
miglio (26 giugno 1870).
La casa fu aperta (6 gennaio 1874), ed anche in piccola
parte trae mezzi dal prodotto dei lavori che vi si eseguono ; però
troppo a fidanza si era fatto sulla generosità paesana, la quale
— pur non venendo meno al suo passato — pel mutare dei
tempi non poteva miracoleggiare. E comune, e cassa di ri-
sparmio provinciale, ed altri corpi morali furono e sono i co-
stanti sovventori ; se però l' istituto si regge affermando una
speciale forma benefica, si deve a Luigi Ricca, del quale tutto
il patrimonio passò in eredità ad una istituenda casa di lavoro,
escluso qualche legato, tra i quali notevole quello al comune
per una biblioteca.
Forse l' ultima volontà di lui, non fu esattamente interpretata,
tanto che le due istituzioni che agiscono per l'unico fine, sono
tenute distinte nella personalità giuridica. Intendeva il Ricca
col suo testamento « applicare i suoi redditi al lavoro, aumen-
tarlo col prodotto del lavoro stesso a favore del povero della
comunità di Codogno, e di dispensare tale lavoro anche a do-
micilio, ma colle debite cautele, e più specialmente a persone
di famiglie decadute, o ad artisti di conosciuta probità cui manchi
lavoro e di corrispondere pel medesimo un'equa mercede » (10
dicembre 1877). La finalità, invece, della casa di ricovero è
quella di « agevolare l' eseguimento delle disposizioni di legge
che aboliscono l'accattonaggio » col ricoverare vecchi e cronici
miserabili d'ambo i sessi, non obbligati permanentemente a
letto, ed accogliere come intervenienti ai lavori durante il giorno
tutti i poveri al di sopra degli anni dodici, che siano inabili a
mantenersi da sè.
Comunque, la causa pia Ricca, fatta contrafforte alla casa di
\ ricovero per regio decreto (8 febbraio 1885), rileva senza dubbio
uno speciale carattere di modernità nelle sue funzioni, in quanto
244
CODOGNO E IL SUO TERRITORIO
che soccorre colla richiesta di mano d'opera chi ne è sfornito,
combattendo così con mezzo immediato la miseria incolpevole.
E tanto meglio al fine proprio riesce, quanto più la indu-
stria che sempre vi ha sovraneggiato, ed oggi vi regna unica,
quella dei fiammiferi, è di pronto e facile smercio, partecipando
all'elenco delle regalie dello stato, onde la regolare continuità
del lavoro e della rimunerazione.
Anche qui la fatica e il riposo si alternano; un cibo sano
e sostanzioso ripara le forze impegnate, ed una retta disciplina
presiede all'opificio. Vi sono due categorie di lavoranti: i ri-
coverati e coloro che rimangono nello stabilimento per le sole
ore del lavoro e dei pasti.
Dopo quanto fu esposto trattando delle beneficenze medievali,
non ci rimane che sfiorare il ricordo del monte di pietà, isti-
tuito già dopo le missioni di Bernardino da Siena (1493),
rievocato alle pietosissime sue ragioni di essenza da Antonio
Ferrari (6 luglio 1847), ed aperto quattro anni dopo la scom-
parsa dell'uomo egregio (i settembre 1856).
Fra la corona delle istituzioni care all'umanesimo ed alla mo-
dernità doveva splendere naturalmente fra noi di precoce ful-
gore quella degli asili infantili. Prossimi a Cremona — d' onde
primamente brillò in Italia il raggio aportiano per la educazione
dei bimbi popolari — si ebbe la fortuna di essere fra i primi a
confortarci di tanto sole. Poco importa discuter qui se Ferrante
Aportì traesse da uno spirito profondamente italico l'attuazione
della grande riforma, o se invece l'idea primigenia ce ne venisse
dalla scandinava Fionia; è sufficiente il ricordo che di terra
lombarda spiccò robustamente l'ala attraverso tutta la penisola
quello che fu l'asilo infantile.
Che se altrove gli sforzi generosi dell'abate novatore suscita-
rono timori e resistenze d' ogni genere — compreso il politico —
fra noi, per contrario, la grande conquista democratica rinvenne
favorevolissimo suolo. Già l'iniziativa di Rosa Gandolfi col suo
testamento olografo (27 luglio 1833) dava facoltà al proprio
esecutore testamentario, ingegnere Francesco Quattrini, di so-
stituire uno stabilimento pio di publico beneficio allo ideato
NELLA CRONACA E NELLA STORIA
245
pel ricovero dei vecchi. Ed il probo e valente esecutore seppe
utilmente profittare del mandato; e, gravando l'opera pia del-
l'ospizio d'un' annua somma, apriva una scuola infantile di
carità pei fanciulli poveri del borgo. Successivamente una com-
missione di notabili, consigliati specialmente dall'abate Angelo
Volentieri — già israelita, che reggeva in quei dì il collegio
Ognissanti — ottenutane licenza dal governo (12 agosto 1836),
e compiaciutasi del propizio ed efficace responso datole sotto
forma di copiosi sussidi dai caritatevoli conterranei — circa
quattrocento sessanta azioni da un fiorino per le spese di im-
pianto, ed altrettante per la conservazione seiennale — inaugu-
rava il primo asilo infantile in Codogno (novembre 1837)'.
Il programma — sia per la istruzione sia per la educazione
morale e fisica del fanciullo — si inspirava ai concetti direttivi
esciti dalla lucida mente dell' Aporti, precursore — non v'ha
dubbio — anche delle odierne creazioni scolastiche che, escendo
dal semplice, oficio didattico, assicurano in parecchie guise la
esistenza materiale degli impuberi alunni poveri. Via via si
venne costituendo, per somme consacrate alla rigenerazione del
fanciullo, il fondo necessario. Gli interessi reddituali delle offerte
e di altri e numerosi cespiti di contributo, formarono il fonda-
mento finanziario dell' istituto, la cui direzione ed azienda furono
affidate alla congregazione di carità, in virtù di un deliberato
del consesso civico (12 giugno 1863), confermato da un decreto
del principe (23 dicembre 1873).
I prospetti dell'asilo offrono colle loro cifre largo campo a
considerazioni ed economiche e didattiche; sulle quali, non es-
sendo qui, pei confini del libro, luogo di insistere, diremo
sommariamente che, l'affluenza toccando cifre altissime, varie
e non sempre liete furono le vicende delle scuole infantili;
sino a che la famiglia del defunto Gaetano Gatti, interpretando
il desiderio generosamente espresso da lui vivo, donava la splen-
dida liberalità di lire quaranta mila pel restauro economico
dell'istituto (24 dicembre 1888).
Morto Giuseppe Garibaldi, la rappresentanza del comune non
credette miglior monumento alla memoria di lui che la fonda-
zione di un'opera pia. E questa — per l'aumento della fre-
246
CODOGNO E IL SUO TERRITORIO
quenza, per la postura del vecchio asilo, e per nuovi bisogni
determinatisi — fu un asilo nuovo, titolato al nome dell'eroe
popolare (19 giugno 1882). Ed insieme fu dedicato al nome
del primo re d' Italia l' asilo sorto circa mezzo secolo innanzi.
Tosto una commissione di volonterosi si accinse a raccogliere
le oblazioni, che furono per vero dire cospicue, ma non baste-
voli all'intento, che con soverchia fretta d'entusiasmo erasi
creduto poter presto materialmente raggiungere. Fra il muni-
cipio — che nei suoi bilanci stabilì un egregio contributo per
l'erigendo pedagogio — e la congregazione caritativa, interven-
nero lunghi e disformi pareri. Si approvò fra altre la massima,
discussa a sazietà, della unicità dell'asilo, con due sezioni,
l'una dedicata a Vittorio Emanuele, l'altra a Garibaldi; mas-
sima finalmente abrogata.
Scriviamo, e procede l'opera per l'asilo Garibaldi, in via
Cavour, sull'area delle antiche case di tramontana circoscriventi
il giardino che fu dei Trivulzi, E fra breve anche quest'altro
voto sarà compiuto felicemente. Continuano così le splendide
prove di Codogno benefico, sempre eguale nei secoli a sè stesso
e sempre pronto alla sapiente ed energica previdenza, ed al con-
nubio della carità illuminata col vecchio e costante patriotismo ^.
NELLA CRONACA E NELLA STORIA
247
NOTE AL CAPO LI.
^Benefattori dell'ospitale civico di Codogno:
Bellohi Carlo Maria (1681) — Belloni Giulio (1698) — Brambati Francesco
Maria (1715) — Dragoni Giovanni (1722) — Rescali Giuseppe Maria (1770)
— Seghizzi Premoli Giuseppe Maria (1771) — Belloni Carlo (1772) — Bi-
^nami Francesca (1774) — Manfredi Domenico (1774) — Bignami Giuseppe
(1775) — Zeno Francesco (1775) — Bianchi Giovanni Antonio per incognito
benefattore (1777) — Maffoni Bartolomeo (1781) — Dumiani Cosma (1789)
— Cornetti Marco Antonio (1791) — ZafFerri Marianna (1797) — Cornetti
Maria Luigia (1801) — Regoreri Bassano (1803) — Dumiani Elisabetta
(1803) — Belloni Angelo (1813) — Bignami Santi Giuseppe (1816) — Ra-
vetta Filippo (1819) — Belloni Francesco (1825) — Peroni Giuseppe (1826)
— Vei Angelo (1828) — Gandolfì Giuseppe (1830) — Quattrini Michele
(1832) — Gandolfì Rosa (1833) — Pizzamiglio Luigi (1836) — Viaroli An-
tonio Secondo (1837) — Tonani Pasquale (1838) — Tonani Antonio (1841)
— Gandelli Giuseppe (1843) — Ferrari Pietro (1845) — Folli Pietro (1847)
— Ferrari Antonio (1847) — Bignami Saverio (1855) — Cattaneo Carlo
(1856) — Vignola Giuseppe (1857) — Villa Rosa Francesca (1858) — Vi-
taloni Pietro (1866) — Ravini Carlo (1871) — Guaitamacchi Carlo (1866)
— Grazioli Rosa (1867) — Ramelli Francesco (1873) — Zambelloni Giosa-
fatte (1895) — Gargioni Angelo (1896).
^ Memorie storico statistiche sulle opere pie di Codogno (1873). — Brevi
cenni sul civico spedale (1883).
* I ritratti che si publicano furono tolti da quelli esistenti nella galleria
accennata dell'ospitale e nelle aule degli istituti pii.
*■ Benefattori dell' opera pia Poveri :
Gibelli Manfredino (1462) — Malocchi Antonio (1595) — Ugoni Paolo (1596)
— Lombardi Cesare (1639) — Belloni Paolo Carlo (1671) — Ferrari Fon-
tana Giacomo (1703) — Dragoni Francesco Maria (1744) — Forni Giu-
seppe (1794) — Bignami o Bignamini N. (1808) — Aleardi Giovanni Bat-
tista (1828) — Gandolfì Rosa (1833) — Tacchini Giosafatte (1834) — Car-
dazzi Giovanni Battista (1845) — Folli Pietro (1847) — Longhi Francesco
(1847) — Ruggeri Lorenzo 1847) — Cesari Giovanni (1854) — Cattaneo
Carlo (1856) — Ruggeri Teresa (1866) — Pollaroli Antonio (1873) — Gan-
\ zinelli Giuseppe (1882).
^ Archivio parochiale di Codogno.
248
CODOGNO E IL SUO TERRITORIO
^ Nel terzo sinodo diocesano, parlandosi dello stato della chiesa di Co-
dogno si accennava « finalmente al monte di pietà sotto il governo di
cinque laici, del numero di ventiquattro deputati, sotto quattro conserva-
tori ». Aveva per fine la somministrazione, in tempi di carestia, di farine
ai poveri del comune, e con ribasso di prezzo.
^ Erano membri della commissione per l'asilo il dottor Ottavio Belloni,
il dottor Filippo Dansi, Carlo Asti Magnò, l' ingegner Francesco Quattrini,
il canonico Pietro Spelta, e i sacerdoti Giovanni Pietrasanta e Angelo
Volontieri; secretarlo Dell'Era. Anche l'imperiale regio delegato cavaliere
Giovanni Tamassia e il commissario distrettuale nobile Prospero Ghirin-
ghelli ftirono efficaci fautori del nuovo asilo.
* Benefattori dell' orfanotrofio feminile :
Mattia Domenico (1726) — Coniugi Dragoni-Lupatini e Premoli (1744) —
Belloni Francesco (1748) — Dumiani Bassano (1767) — Mola Ottavio (1771)
— Maggi Rosa (1778) — Ferrari Agostino (1779) — Calvi Antonia Maria
(1779) — Tonani Giovanni Pietro (1779) — Riboni Amadio Giacomo Gi-
rolamo (1781) — Caccialanza Angela e Francesca (1785) — Bignami An-
tonio Maria (1786) — Bignami Zelli Teresa (1801) — Archinti Carlo (1805)
— Zilieri Ignazio Maria (18 10) — Bignami Bertoletti Giuseppe (1820) —
Bignami Giuseppe (1824) — Gandolfi Rosa (1833) — Sant'Agostino Gio-
vanni Battista (1870) — Grazioli Teresa (1873) — Ratti Marianna (1876).
Benefattori dell'orfanotrofio maschile:
Bignami Bertoletti Apollonio (i797) — Bignami Zelli Teresa (1801) — Bi-
gnami Bertoletti Orazio (1804) — Morosini Pietro (1805) — Bignami Giu-
seppe (1824) — Gandolfi Rosa (1833) — Valdemi Giovanni (1848) —
Bignami Luigi (1861) — Guaitamacchi Carlo (1866).
Benefattori dell'ospizio Gandolfi:
Gandolfi Rosa (1833) — Ferrari Antonio (1847) — Valdemi Giovanni (1848)
— Paini Giovanni Battista (1851) — Cattaneo Carlo (1853) — Quattrini
Francesco (1853).
CAPO LII.
Le altre opere pie del territorio — I cimiteri di Codogno e di Casalpu-
sterlengo.
gislazione del regno (1889). E, soffermandoci a Casalpuster-
lengo — di cui abbiamo già accennato al monte di pietà —
registriamo la istituzione della dote che ha nome dal gesuita
Vincenzo Galleani (14 febbraio 1635). La dote in verità direb-
besi insignificante, onerata come fu anche da spese di culto; ma
di essa è doverosa menzione speciale perchè antichissima fra le
congeneri casalesi. Quasi altrettanto singolarmente esigue da-
tano quelle di Domenico Cremonesi (2 marzo 1779), di Fran-
cesco Maria Leoncini (6 giugno 1804) e di Sebastiano Bignami
(9 novembre 1805); alle quali fecero seguito le altre di Antonio
Galleani, che delegò l'ospitale al conferimento (4 luglio 1809),
e del già benedettino poi cappuccino Tomaso Forata, di fa-
miglia ligure (1831); quest'ultima opera, ora non del tutto rein-
tegrata, per quanto il paroco Ottobelli avesse cercato anche
con pecunia propria di rifonderne gli ammanchi avveratisi per
disordini amministrativi K
OMPIENDO l'esposizione elencare delle pie opere be-
neficamente rampollate nel vicinale territorio, è certo
opportuno ripetere come la rassegna precorra in
genere i raggruppamenti arrecati dall' ultima le-
250
CODOGNO E IL SUO TERRITORIO
Il sussidio a domicilio dei poveri infermi parochiani di Ca-
sale ha genesi e vita nel legato di Bartolomeo Borsa (5 maggio
1850), per cui provvedono la rendita in lire ottanta di lire
duemila consolidate e l'avanzo annuo della distribuzione rela-
tiva al legato del frate Forata pei convalescenti.
Trent'anni fa un gruppo di generosi — camminando sull'orme
di terre vicine — apriva per isforzo di personali contributi l'asilo
per la povera infanzia (3 gennaio 1870). L'istituto fiorisce tut-
tora; il numero dei ricoverati da quaranta si portò al centinaio ;
rigoglio cui ebbero ed hanno parte sia l'oculato regime finan-
ziario, sia l'aumento di patrimonio per contemporanee liberalità'^.
Servirono gli asili infantili ad apparecchiare la soluzione di
una vertenza giudiziaria accesasi in conseguenza della fonda-
zione dell'orfanotrofio. L'anima pia del sacerdote Bartolomeo
Schiavi stabiliva nella sua disposizione per ultima volontà che
un legato pari a lire italiane tremila quattrocento cinquantasei
e ottanta andasse a prò dell' « istituto degli orfani deL borgo
di Casalpusterlengo » (22 settembre 1857). L'erede non si arrese
alla parola del suo autore, e — chiesto ed ottenuto il beneficio
dell' inventario — fece sì che il lascito si riducesse a lire duemila
cinquecento venticinque. Si corsero le sorti litigiose, rappresen-
tando r istituto il sindaco del borgo ; e la congregazione di ca-
rità, per distruggere l'obbiezione dell'erede ch'egli non doveva
nulla perchè l'istituto non era ancora eretto, determinò che
una sezione dell'asilo infantile si componesse di orfanelli. Per
sentenza la disposizione testamentaria dello Schiavi fu convali-
data, ma fu assolto l'erede dallo immediato pagamento del suo
debito, non esistendo ancora giuridicamente l'opera beneficata
(13 luglio 1879).
Per successivi accordi e pei legati del maestro Luigi Pilla
(1891)^ e dell'ingegnere Luigi Cesaris (1894) l'asse dell'orfa-
notrofio salì ad oltre quindici mila lire; nè la benefica fonte è
oggi essiccata, perocché i casalesi vi continuano il loro efficace
ausilio. Oggi alcune fanciulle si giovano dell'ente benefico,
collocate presso il convitto salesiano (16 aprile 1896).
Non è per anco costituito il ricovero di mendicità il cui
fondo di lire ottomila circa — oggi giacente ed accumulantesi
NELLA CRONACA E NELLA STORIA
presso la congrega caritativa — venne iniziato dal pensiero be-
nefico dell'ingegnere Luigi Cesaris, al cui legato di quattro
mila lire si aggiunsero quelli che la nuova legge toglieva dalla
ecclesiastica, di Lazzaro Fugazza (20 marzo 1817), del predetto
Forata, e di Luigi Tansini (7 luglio 1845) ^
L'ospitale casalese è senza dubbio la eminente fra le opere
pie del borgo. Abbiam veduto come l' antica ospitalità lombarda
dovunque incominciasse a regnare sotto il duplice carattere di
sosta peregrinatoria e di nosocomio ; nè diversamente poteva
avvenire in Casale, dove, verso la fine del secolo XVI, mon-
signor Antonio Scarampi prescriveva che entro tre mesi il co-
mune, giovandosi delle rendite dell'ospizio per romei e per gli
infermi, e delle offerte publiche, venisse ridotta a ricovero per-
manente di malati una casa speciale (1572): quella stessa, sulla
piazza maggiore, prima aperta a tutti gli adveni, dov'erano
abitati i vecchi paroci ; così che regolarmente avesse vita e
continuità la istituzione ospitaliera di Casale.
L'opera dell'ordinario trovò inaspettato, per quanto tardo •
ausilio, nella munifica liberalità di un modesto salsamentario
casalese, trasferitosi da circa otto lustri in Roma: Girolamo Canale.
Costui, nel suo testamento a rogito del notaro apostolico Ago-
stino Teulo, testava parecchie beneficenze a prò del paese natio,
disponendo fra l'altro di mille scudi romani perchè s'acqui-
stasse lo stabile destinato in Casale alle necessità dei malati e
dei peregrini (19 aprile 1646). L'ospitale sarebbesi chiamato di
S. Rocco, e se dopo sei anni dalla sua morte il sanatorio non
fosse compiuto, il reddito di quei mille scudi avrebbe dovuto
pervenire alla compagnia del Sacramento.
Attiva e solerte, la sanrocchina confratria del Confalone per-
seguì la esecuzione di quel nobile pensiero dopo la morte del
Canale (23 settembre 1646), e collettivamente all'antistite laudense,
cardinale Pietro Vidoni, avanzò istanza affinchè le desse fa-
coltà di edificare la casa dei malati vicini al proprio oratorio
di S. Rocco (29 giugno 1649). Annuì largamente il cardinale,
concedendo immunità e diritti alla confraternita edificatrice,
ponendole al lato per l'amministrazione il paroco temporaneo,
e riservando a sè la suprema direzione dell'opera pia. L'ospitale
252
CODOGNO E IL SUO TERRITORIO
ben presto fruì di larghi benefici e di numerosi benefattori ;
prima, cronologicamente, fra questi Anna Felice Canale, pro-
nipote del fondatore (1652)^.
Dai manoscritti della confraternita e dalle memorie del Monti
si deduce che i deputati all'amministrazione mantenevano spe-
cialmente al ricovero il suo vecchio carattere di reposorio pei
viandanti sacri; ma più tardi (1750) la terapeutica si svolse
efficace e proficua, giovata com'era dai nuovi cespiti di redditi
pervenuti da una lunga 5erie d' uomini pii. E medici e chirurghi
assumevano il regime sanitario; i regolamenti vennero mano
mano riformandosi a seconda che lo stato rassodava la potestà
civile in tutti gli istituti di carità, e fra le pagine della stati-
stica ospitaliera son delineate le numerosissime ed importanti
vicende per cui l' organismo sanitario e tecnico passò per rag-
giungere ed ottenere il grado perspicuo d' oggi. E se qualche
speciale nota torni gradita a chi legge, è doveroso rammentare
che spesso, ed in contagi pericolosi, l'ospitale di Casalpuster-
lengo coraggiosamente affermò la propria ragione d'essere.
Dal principio del secolo v'ebbero ricetto a volta a volta e
contagiosi e pazzi e cronici. Nè la beneficenza del nosocomio
si chiude colle sue porte alle spalle dei tornati a salute; pe-
rocché si conseguì una nova e civile provvidenza: quella del
paroco Andrea Asti Magno, che donava all'istituto lire mi-
lanesi diecimila, affinchè gli interessi venissero ripartiti fra i
poveri convalescenti che dalle crociere dolorose si dipartivano.
Ridotto oggi il capitale di codesta oblazione ad oltre settemila
seicento lire, la rendita viene distribuita ai guariti in sussidi
mensili, a seconda della stagione.
Fra le parecchie opere di carità del territorio merita speciale
attenzione una branca della congregazione di Maleo che volge
un fondo del suo istituto elemosiniero (1794) ad eventuali as-
segni per l'istruzione. Pel resto l'opera benefica si esplica nelle
consuete forme di sussidio per assistenza ai malati, cronici e
pellagrosi, per doti e per baliatici.
L'ospitale di Maleo — fondato da Luigi Corazza (7 gennaio
1847) ed inaugurato da poco più di cinque lustri (i dicembre
NELLA CRONACA E NELLA STORIA
1873) — ha postura favorevolissima al suo fine. Le linee ar-
chitettoniche dell'edificio, coli' attico a cuspide ed il colonnato
supposto, attraggono lo sguardo per una eleganza non comune.
Delle due nicchie aperte nel prospetto quella a manca ha la
statua del fondatore, l'altra aspetta il prosecutore di codesta
L'ospitale di Maleo.
illuminata beneficenza, cui per ora non rispondono ancora i
mezzi opportuni per elevare la popolazione dei ricoverati.
Dello stesso Corazza è un legato che allo stabilimento otote-
rapico di Villanova concede mediante un reddito di vecchie lire
austriache cinquecento una borsa per un sordomuto di Maleo,
o, questo mancando, d'altro del distretto di Codogno.
Tranne il piccolo ospitale di Somaglia — istituitovi dal conte
Carlo Augusto Cavazzo (1844) — e i molti asili d'infanzia sparsi
nel territorio — dei quali notevoli in ispecial modo quelli di
San Fiorano e di Senna — nessun' altra opera pia con forma
convittuale esercita beneficio nel contado Codognese. L'asilo di
San Fiorano è fondazione del patriota Giorgio Pallavicino Tri-
vulzio (1873)^, e quello di Senna del senatore Angelo Grossi
(1887) per cinque legislature deputato di Codogno"^. Questi
aveva pure deliberato che, annesso all'asilo infantile, fosse aperto
254
CODOGNO E IL SUO TERRITORIO
un ricovero pei vecchi poveri; ma il talento di indipendenza,
naturale nelle nostre popolazioni agricole, frustrò il provvido di-
visamento, a tal che — modificando l' attuazione del lascito — fu
al meditato convitto surrogata una giornaliera distribuzione di
minestre ad undici indigenti.
Ricca, per altro, è in tutta la plaga la assistenza caritativa
ad ogni necessità delle classi diseredate; e se il filosofo può
osservare — non senza fondamento di logica — che l' attuale
sistema elemosiniero più che sopprimere crea, per la debolezza
umana, la urgenza del soccorso, noi esulando dalle considera-
zioni scolastiche e spesso utopistiche, agitatrici violenti del
pensiero moderno, non possiamo venir meno al debito nostro
di ricordare alla publica gratitudine i nomi e gli atti di quanti
sentirono in cuore il trasporto per la causa degli umili
La santa poesia dei sepolcri ebbe sempre fra noi il culto
della pietà profonda e collettiva. Abbiamo accennato — nel corso
dell'opera — ai piccoli cimiteri del borgo e ad altri campestri,
perduti negli ermi silenzi, nella fosca solitudine dei vérdi piani ;
cosi che, nelle loro caratteristiche modeste — senza la vanità
dei lussi academici, non subbietti alle strettoie regolamentari —
si direbbero, più che le necropoli fastose delle città, atti ad
imporre colla mistica voce
Che dai tumuli a noi manda natura
l'invincibile idea della maestà della morte.
Gli uomini del medio evo considerarono come il supremo
dei conforti poter dormire l'alto sonno dell'eternità sotto i por-
tici claustrali o nelle cripte chiesastiche; e così il cimitero non
fu sostanzialmente che l'appendice del tempio cristiano, che, o
sul davanti, o nel centro, o nel fondo del recinto sovraneggiava
sempre, come l'angelo della fede allargante le sue candide ali
sulle salme della terra benedetta; e nel diritto ecclesiastico, in-
fatti, cimitero indica le terre limitrofe alla chiesa. I morti illustri
non erano però deposti in pieno campo: i mausolei nobiliari,
gli arcosolì delle confratrie e dei sacerdoti, gli ipogei dei ma-
gistrati sorgevano presso gli altari o nei sacrati, onusti di alate
colonne, di stipiti, di fregi, di lapidi elogistiche. In piena terra
NELLA CRONACA E NELLA STORIA
scendevano solo le anonime moltitudini dei poveri e degli umili
che per abnegazione disponevano per sè d'essere solo rammen-
tati da una croce; ma non sempre era accordata sosta a quei
compianti. Quando la morte chiedeva nuovi spazi, gli scheletri
venivano disotterrati; e dai muri del camposanto, appesi alle
vòlte o esposti in nicchie di legno, guardavano i teschi spolpati
dalle vuote occhiaie e dai denti digrignanti, e i femori si appun-
tavano, e le scapole e le tibie si incrociavano a gruppi, este-
tica macabra di cui fino a pochi anni fa dava triste spettacolo
anche il cimitero di Codogno, e tuttodì lo danno quello di
Castione, l'oratorietto di Guardamiglio ed altri reposorì della
regione.
L' igiene — questa pacifica rivoluzionaria — intervenne a to-
gliere, almeno in apparenza, anche quella sparificazione nel di-
ritto della tomba. Giuseppe II cominciò a vietare le sepolture
nelle chiese e nei luoghi chiusi (aprile 1776); ma a questa
prescrizione diede sanzione decisiva la legge del regno italico
(1809), contro la quale il poeta di Zante lanciò il suo carme
immortale. E se l'alloro poetico fu di Ugo Foscolo, la ragione
fu di Ippolito Pindemonte che non gli menò buona la pietosa
retorica: tutti i popoli civili costrussero i propri cimiteri fuori
dagli abitati.
Codogno aveva, però, saputo anticipare sulle esigenze dei
costumi e delle leggi : Il primo campo di riposo — anche pei
ricchi e illustri suoi — era stato costrutto già, per persuasione
del padre Carlo Maria di Caslino, minor cappuccino qui in mis-
sione. Il paroco Besozzi ne fece proposta al comune, che di
sentimento l'approvò, confortando il suo appoggio coli' offerta
di mille novecento lire e di molto materiale d'opera. Il paroco
versò all'uopo le seicento ottantuna lire prodotte dalla questua
annuale pei morti; il sacerdote Antonio Maria Masserotti diede
lire trecento ; quattrocento e un ventennio d' interessi di credito
Giuseppe Raspi da Rivoltella; altre cospicue elargizioni face-
vano il sacerdote Pietro Antonio Cairo, Giovanni Battista Grecchi,
Ottavio e Francesco Maria Belloni e l'ospitale della Trinità;
^proprietar) , fittabili, manuali, carriolanti profersero l'opera loro
gratuitamente.
256
CODOGNO E IL SUO TERRITORIO
In breve tempo si raccolsero così diciotto mila lire; il ve-
scovo Gallarati diede tosto la licenza canonica, ed il paroco
Besozzi poneva la prima pietra, il sindaco Andrea Canino la
seconda, dell'edificio (io giugno 1744), secondo il disegno del
Foppone dell' ospitai Maggiore di Milano ^.
Esso fu eretto a mezzogiorno della chiesa maggiore, fra la
canonica e la casa dei Belloni. Era in forma elittica con ven-
totto braccia di lunghezza, ventiquattro di larghezza e centodo-
dici di periferia. La porta prospettava la chiesa, ed aveva ai
lati due finestre. Attorno girava un porticato a vòlte inchia-
vardate e sostenute da dieci colonne di miarolo e da doppi
pilastri in cotto agli angoli. Il porticato aveva sette cappelle,
tre di fronte e due per ciascuna parte, dedicate ai Dolori di
Maria. Girolamo Guerrini, egregio pittor cremonese, ne colorì
sei a fresco, e il varesino Carlo Magatti ne decorò mirabilmente
una colla « Deposizione dalla croce ». Gli emblemi funebri in-
terstiziali furono condotti da Giuseppe Zanni di Bergamo e da
Gerolamo Pezzoni di Casalpusterlengo. Il pavimento d'ogni
cappella, in mattoni, aveva il suo meato per cui si discendeva
nella cripta, e dodici usciali ponevano in comunicazione le
sepolture.
La quiete suprema di quei sepolcri non durò che un tren-
tennio. Per le prescrizioni giuseppine sopra accennate, dovette
il comune apparecchiare fuori del borgo un recinto novello, che
fu tracciato ad oriente, e benedetto dal proposto Forni (9 ot-
tobre 1785). Il cimitero parochiale diveniva così scheletro di
scheletri, e su quell'area dissacrata il comune chiese al prefetto
del dipartimento licenza di tenervi mercato (1804). Annuì il
prefetto, ma il publico sentimento dei codognesi respinse la
concessione; essi non si sentirono in grado di mercatare sulle
ossa dei padri loro, e lasciarono quel funebre foro nundinatorio
del tutto deserto; il perchè gli rimase l' antonomastica designa-
zione di piazza Morta.
Il comandante francese del genio, residente a Pizzighettone,
si lasciava sfuggir di bocca, qualche anno dopo, che pel
restauro di quel castello si sarebbe servito delle pietre del
camposanto soppresso (18 11). Allora i fabbricieri chiesero ed
Codogno e il suo territorio, ecc. — //.
45
258
CODOGNO E IL SUO TERRITORIO
Ottennero di demolirlo del tutto, e di usarne i materiali per eri-
gere una cappelletta mortuaria e per restaurare la parochiale.
Il sacerdote Giulio Gobbi, cedendo ad una pia ispirazione, of-
ferse mille lire, pur che il piccone demolitore non ismantellasse
il sacro luogo. La sua esortazione non fu accolta, e in meno
d'un mese si dovette offrire alle autorità " francesi quell'area
vasta, atta alle manovre soldatesche.
Una nota dell'archivio parochiale accenna al «grande senti-
mento » del popolo al principiare dei lavori di demolizione
(28 settembre 18 13). Tutto fu sconvolto e disperso. Le dieci
colonne di miarolo furon vendute per cinquanta zecchini ; due
ciascuna ne acquistarono le chiese di Camairago, di Meleti, di
Santo Stefano al Corno. Fu segato il lembo di muraglia deco-
rato dal cavalier Magatti e trasferito a forza d' argani nella
cappelletta mortuaria (29 ottobre), dove ancor oggi si venera.
Si vuotarono i sotterranei (27 gennaio 1814), e ci vollero nove
lunghe rtotti invernali perchè le sette cripte venissero monde
dai cadaveri; nel gelido rovaio si compirono, fra grande con-
corso di fedeli, la esumazione ed il riseppellimento nel novello
cimitero.
Il campo delle tombe nuove non fu da principio ordinato a
prescrizioni d'arte e di igiene. Nel centro di esso fu eretta una
cappella molto modesta, senza audacie architettoniche, senza
ricchezza di marmi o di pitture. Una muraglietta circondava
l'angusto spazio, e tardi si diè principio alla fabbrica del ca-
pitello di entrata {1806), tuttora esistente.
Quando F arte diede alle tombe un linguaggio divulgatore, e
i simboli da semplicemente religiosi divennero filosofici e civili,
anche nel piccolo cimitero codognese le umili croci di legno e
di ferro, i brevi cippi, le tavole murate non bastarono più. Si
cominciò a costrurre qualche sepolcreto a foggia di monumento ;
primo dei quali fu quello a Margherita Pinchiroli vedova Sta-
bilini (31 ottobre 1812), benefica e pia donna; e fu mole im-
ponente in ordine ionico (ora addossata al muro di cinta destro
dell'ingresso). Seguì Terma marmorea dei Ferrari, e l'elegante
stipo dei Lamberti, nell'ultimo trasporto del quale fu reperta la
salma di ulia Ballabio, una morta gentile al cui cadavere la
NELLA CRONACA E NELLA STORIA
leggenda attribuiva una mutilazione di arti per poter essere
collocato nell'urna angusta, leggenda che fu sfatata dall'opera-
zione del trasferimento (1870).
Intanto il campo veniva portato a centun metri di larghezza,
conservandogli la lunghezza di metri sessantasette (1849); ed
il concetto dell'euritmia governò la costruzione delle altre cap-
pelle. Attorno al sacello centrale — dove esisteva, e per con-
venzione tuttora esiste, il sepolcreto pel clero — su disegno in
istile toscano dell' ingegnere Francesco Quattrini, approvato dal-
l'uficio tecnico della delegazione di Lodi — furono costrutte
dieci arcate uniformi colle cripte ad uso sepoltura*^; in prose-
cuzione delle quali altre se ne aggiunsero (1860), compiendosi
così il campo funerario colla fuga dei portici simmetrici con
ottanta archi per tre lati
Fra i proprietari degli avelli si accese una nobile gara per
abbellire i domestici sepolcreti. Nella espressione dell'arte più
decorosa — coi vialetti dei tristi cipressi, colle aiuole fiorite,
cogli ornamenti accessori d'ogni funebre asilo — crebbero le
lapidi eleganti, i sarcofaghi monumentali, i busti, le statue; e,
se anche l'idea ispiratrice di qualche valoroso artista, dovette
nell'esecuzione delle opere passar sempre pel rigoroso cribro
dei regolamenti uficiali — assoggettanti il concetto estetico alla
stregua di brevi spazi — pure furono molti i pregievoli monu-
menti eretti.
Il camposanto codognese non fu più sufficiente all'interra-
mento dei trecento ai trecentocinquanta falcidiati d'ogni anno,
e nuova superficie occorse. Il suolo sotto i cui strati si appa-
recchiavano i letti dell'estremo riposo non era vorace così
da consumare le spoglie affidategli, nel termine opportuno ad
un rivolgimento; esso era saturo di materia organica, l'evapo-
razione avveniva lenta per la .scarsità dei sali, e la legge im-
poneva vincoli sulla postura delle tombe e sulla abitabilità delle
case da esse lontane meno di tre ettometri.
Fu dunque deliberata l'erezione di un nuovo cimitero a le-
vante di quello esistente (1883); e, deviate le acque del Fos-
\ sadazzo, s'apprestò un campo largo centodue metri, e lungo
ottantasette. Due concorsi si indissero per la parte orna-
26o
CODOGNO E IL SUO TERRITORIO
mentale, nel secondo dei quali — giudici essendo gli architetti
Colla, Giachi e Magriglio — riesci vittorioso, sopra i tredici
proponenti, l'ingegnere Antonio Palizzoli di Milano, col suo
disegno dal motto «Ara maxima», di stile severo, alquanto
modificato, però, nella esecuzione.
Il cimitero di levante ha presentemente una quarantina di cap-
pelle, le quali dovrebbero essere continuate in linea per ogni lato.
Non possono preoccupar noi — estensori di fatti non recen-
tissimi — le critiche e le deliberazioni del patrio consiglio sul-
r aumento così tecnico che artistico del cimitero attuale. Molto
si è osservato, studiato, proposto, discusso in questi ultimi anni,
e molto si è pur fatto in proposito. A noi basta il semplice
rilievo che — pur facendo parte alla voga — nella nostra terra
fu sempre fervida, costante, generale la religione delle tombe;
la qual cosa va considerata come uno degli indici migliori per
misurare la civiltà delle genti
Il comune cimitero di Casalpusterlengo sorgeva fuor dalla
contrada dei Morti, e la cappelletta di esso esiste tuttavia. Un
ordine del vescovo Mezzabarba — rievocante il divieto di un
concilio medievale, quando la poesia del camposanto parve
perduta — proibì l'entrata nel recinto, così di giorno che di
notte (1743). Colla usata diligenza Lorenzo Monti ricorda i
vari stadi della cripta eretta sulla strada di Borrasca presso
Casale, per i pestilenziati coevi di Carlo o di Federico Borromeo;
ed accenna poi alla designazione di quel sito a cimitero (1770).
Soggiunge che, fattosi angusta ai bisogni, quella abitazione
mortuaria fu trasferita al bivio della strada piacentina e cre-
monese (1787).
Anche il cimitero casalese fu ampliato di recente (1883), ma
— ci sembra — con ben poca felicità di gusto architettonico.
201
NOTE AL CAPO Lll.
^ Per le venti doti stabilite da detti legati la congregazione caritativa
amministratrice ha un capitale di 23345,76 lire; i frutti del quale, colpiti
da imposte per 103 1 lire, sono convertiti per lire 921,20 in doti, per
lire 12,96 in ispese di culto, per lire 17 in reintegrazione di capitale, e
per lire 80 in elemosine oggi riferite al ricovero di mendicità.
^ La congregazione di carità ricevette l' amministrazione dell' asilo con
un erario di lire 12000, e col reddito netto di lire 510 (12 marzo 1876).
Oggi ha un patrimonio di lire 481 10, 26 colla rendita lorda di lire 2092, 50,
a cui concorsero specialmente i legati del sacerdote Angelo Beza, del-
l'ingegnere Luigi Cesaris e del dottor Angelo Croce.
^ Il maestro Luigi Pilla, disponendo delle sue sostanze — riservato l' u-
sufrutto alla moglie — a favore della congregazione di carità qual fondo
per l'istituzione dell'orfanotrofio di Casale, desiderava, nel suo fervore
ascetico, che vi fosse «impartita un'educazione informata ai principii cri-
stiani cattolici ». Intendeva altresì che si assegnassero quindici lire annue
alla chiesa dove nei giorni festivi gli orfanelli sarebbero stati condotti ad
ascoltar messa. Così il Pilla — per uno strano ritorno all'antico — fa pen-
sare alla notizia che troviamo registrata nell'Alemanni, e risultante dagli
atti di visita del vescovo Bossi (1584), che nella chiesa parochiale di
S. Martino « aprivasi una grata rispondente coli' ospizio delle fanciulle
orfane, che di lì assistevano alla Santa Messa ».
Non è pertanto implicito in questo rilievo il fatto della nostra assoluta
credenza in un orfanotrofio feminile a Casale sullo scorcio del secolo XVI.
* Annibale Riboni - Inaugurazione della lapide dei benefattori delV ospi-
tale di Casalpuster tengo.
^Benefattori dell'ospitale di S. Rocco in Casalpusterlengo, dopo i
due Canale:
Parmigiani Gio. Battista (1656) — Pozzi Francesco Maria (1695) — Betti
Giulio (1701) — Gariboldi Marco Antonio (1723) — Lampugnani Giorgio
(1725) — Tedesco Lorenzo (1732) — Salvaderi Della Scala Francesco (1733)
— Perini Gerolamo (1750) — Borsa Gio. Battista (175 1) — Fioroni Gio.
Battista (1765) — Incognito (1766) — Lucchini Carlo (1771) — Licognito
262
èODOGNO E IL SUO TERRITORIO
(1771) — Bruschi Giovanni (1774) — Pollidori Barbara (1776) — Cesaris
Gio. Angelo (1777) — Cremonesi Domenico (1779) — Bozzona Maria (1779)
— Rossi Bonaventura (1780) — Incogfiito (1780) — Grandini Carlo (1783)
— Rossini Giovanni (1785) — Bignamini Antonio Maria (1786) — Pezzoni
Gerolamo e Monica (1802) — Acerbi Domitilla (1805) — Cassinelli Pietro
(1805) — Bignami Sebastiano (1805) — Galleani Antonio (1809) — Rosa
Alessandro (1816) — Fugazza Lazzaro (1817) — Gamia Francesco (1817)
— Cremonesi Carlo (1820) — Tiboldi Maria Rosa (1829) — Cesaris Angelo
(1832) — Badagnani Francesco (1841) — Tanzini Luigi (1845) — Viglioni
Fabrizio (1849) — Seminerio Angelo (185 1) — Cesaris Giovanni (1854) —
Franceschini-Conca Bianca (1855) — Viglioni Carlo (1857) — Oldani Cri-
stoforo (1858) — Contesi Giuseppe (1864) — Comizzoli Pietro (1864) —
Lodigiani Vincenzo (1869) — Germani Giuseppe (1875) — Moro Marianna
(1881) — Croce Giuseppe (1885) — Vida Giuseppe (1890) — Pedrazzini
Davide (1890) — Viglioni Rosa (1894) — Cesaris Luigi (1894).
L' opera pia Giorgio Pallavicino Trivulzio ha pure la distribuzione di
pane ai poveri.
^ L' edificio dell' asilo Grossi in Senna fu appositamente costrutto presso
la chiesa, aerato ed ameno, fra cortile e giardino. Vi si distribuiscono
quotidianamente centoquaranta minestre. I fanciulli dividonsi in due classi
elementari inferiori, a doppia sezione ciascuna.
^ La statistica delle opere pie e dei lasciti di beneficenza del quin-
quennio 1881-85, ordinata dalla apposita commissione reale d'inchiesta
(1887), oltre agli istituti particolarmente ricordati nei nostri capi LI e LII,
annoverava nel nostro territorio :
Caselle Landi — D'amministrazione laica: Opera doti (1771). D'am-
ministrazione ecclesiastica: Opera Stefanoni, per doti e medicine (1853);
opera Landi per soccorsi in natura e vesti nei mesi invernali (1849).
Castelnuovo Bocca d'Adda — D'amministrazione laica: Opera Pe-
roni, per soccorsi ai parenti poveri del benefattore e sussidi di baliatici,
medicinali, elemosine ed educazione infantile (1826). D'amministrazione
ecclesiastica: Opera Caperdoni, per doti (1783).
Castiglione d'Adda — D'amministrazione laica: Opera Ceppi per soc-
corso in denaro, medicine, doti e istruzione (1750); luog'o pio elemosiniero,
costituito dei legati dell'Incoronata (di fondazione ignota), Serracchi (1704).
Zaino (1804), Pozzi (1834), Palazzi (1838), Dragoni (1860), Dragoni-Mi-
lani (1865).
Cavacurta — D'amministrazione laica: Opera Bocconi per doti (1802).
Corno Giovane — D'amministrazione laica: Opera Poli, per medici-
naH (1853). D'amministrazione ecclesiastica: Opera Vignati, per doti (1844).
FoMBio — D'amministrazione ecclesiastica: Opera Ponti, per doti (i795)-
GuARDAMiGLio — D' amministrazione ecclesiastica: Opere Fasoli (i753)
e Roverselli (1786), per doti; opera Vignola, per elemosine (1827).
Maleo — D'amministrazione laica: Opere Anelli-Bianchi (1848) e Bo-
nomi (1846) per elemosine, doti, medicine, baliatici e istruzione. D'ammi-
NELLA CRONACA E NELLA STORIA
nistrazione ecclesiastica: Opere Pavesi (1836), Bignami (1823) e Cippellettì
{1823), a prò dei cronici e degli indigenti della parochia.
Meleti — D'amministrazione laica: Opere Zaini (1808), Calza 1816)^
per elemosine ; opera Uggetti, per medicinali, vitto, indumenti e una dote^
che viene erogata dal paroco (1854). D'amministrazione ecclesiastica: Opera
Cavenago (1854) e Comizzoli-Mola (1828), per far curare i poveri nel-
l'ospitale di Codogno ; opera Ferrari per sussidi (1829).
Orio Litta — D'amministrazione laica ma con erogazione del paroco:
Opera Porzio per elemosine (1844).
OsPEDALETTO — D' amministrazioue laica: Opera Balbi, per doti (15 16);
opera Carrara per soccorsi di medicinali (1833). Ad esse partitamente
accennammo nei capi XXVI e XLVIIL
San Fiorano — D'amministrazione laica: Opere Pallavicini Trivulzio,.
per doti e cure mediche (1605-1635-1764) ; opera Polenghi-Borsa , per ele-
mosine (1852).
San Rocco al Porto — D' amministrazione ecclesiastica : Opera Ber-
nardelli, per doti alle parochiane (1783).
Santo Stefano al Corno — D' amministrazione laica : Opera Rebotti
per elemosine e medicinali (1866).
Senna — D'amministrazione laica: Opera elemosiniera (1750). D'am-
ministrazione ecclesiastica: Opera Sebastiani, per elemos^ine e culto (1869).
SoMAGLiA — D'amministrazione laica: Opera Tarra» per una dote (1844).
D'amministrazione ecclesiastica: Opera Alloggi, per elemosine ai paro-
•chiani (1803).
^ Archivio parochiale di Codogno.
Pier Francesco Goldaniga - Memorie storiche del regio ed insigne
borgo di Codogno.
Le prime cappelle uniformi erette furono: due degli Stabilini Scotti^
una dei fratelli Folli, una di Carlo Cattaneo, una dell'ingegnere Quattrini,
a sinistra della cappella centrale; ed a destra due ancora degli Stabilini
Scotti (col pregievole bassorilievo della « Pietà » e il magnifico lacrimario
di Angelo Pizzi, allievo del Canova), una dei Ferrari, una dei Lamberti
ed una dell'avvocato Gatti.
Le prime cappelle costarono seicento lire austriache; poi, in causa
della maggior costruzione pel fatto della demolizione del muro di cinta,
costarono lire novecento italiane, più la tassa di ottanta lire cadauna, ob-
bligandosi il comune alla manutenzione perpetua.
" Secondo la proposta Palizzoli all'angolo nord-est del nuovo campo
di levante dovrebbe costrursi il crematoio, pel quale fin da una ventina
d'anni sono si costituiva in Codogno una società; all'angolo sud-est do-
vrebbe erigersi la camera mortuaria, con tre riparti quadrati ed un peri-
stilio accedente all'aula anatomica.
Le modificazioni recate alla proposta architettonica tolsero la gradinata
•d'accesso al corpo centrale, quella di accesso all'ossario, e spostarono
264
GODOGNO E IL SUO TERRITORIO
l'aliare, in guisa da addossarlo alla parte chiusa del pronao, verso il re-
cinto; cosa questa che ..non a tutti piacque. Nella corsia delle cappelle
nuove la prescrizione tirannica sulla sporgenza dei monumenti fu di poco-
allentata; pure vi si eressero elegantissimi monumenti.
Con una recente deliberazione il consiglio del comune dava facoltà di
erigere altre cappelle sul lato occidentale del vecchio cimitero, e ciò ar-
restò la continuazione delle cappelle nel nuovo campo. Le ultime cappelle
hanno maggiore profondità di arcate, e sono atte alle cubature dei graniti,,
ai quintali di bronzo.... La costruzione di esse recherà necessariamente
la demolizione del capitello di accesso e l'erezione di un più degno-
edificio.
^* Lorenzo Monti - Almanacco codognese pel 1823.
CAPO LUI.
Napoleone — Cerimonie politico-religiose — I fatti d'arme di Fombio,
di Codogno e di Lodi — La republica cisalpina — Le impertinenze
dei « republicanti » — Gli alberi di libertà — Il paroco De Micheli —
La guardia civica di Codogno.
CCAMPATO come il colosso dellia modernità sui due
secoli, il titano corso apre la sua colossale paren-
tesi di un onnipotente ventennio, nel quale rias-
sume, colla gloria delle armi invincibili, la supremazia
politica e dispotica del regime europeo.
Sulla sua fronte splende il sole del genio, cui per disavven-
tura è la forza che fa da unico fulcro; ma non pertanto il
mondo, spaurito ed ammirante, s'arresta innanzi a lui e lo
contempla, elevandosi in un orizzonte di gloria, predestinata a
scomparire dentro una nube di sangue.
Per quanto vasto l'umano pensiero, per quanto profondo il
sentimento, quest' uomo esorbita dal quadro michelangelesco,
nel quale i geni dell'arte, colla robustissima loro ala, vol-
lero comprenderlo, e qualche cosa di oscuro resta tuttavia
^ intorno a lui. Sul mare tumultuoso dell'età sua, stette eccelso,
e, se gli entusiasmi furono, come gli odi, indomati, non
266
CODOGNO E IL SUO TERRITORIO
per questo ancor oggi le linee maestrali di quel carattere sto-
rico si sono smarrite o attenuate. Settantotto anni ci separano
dal giorno in cui egli disparve, eppure rammentiamo noi stessi
che egli permaneva immoto e quasi intangibile nelle cocenti
memorie degli avi nostri , che avevan veduto il fulgore della
sua aquilina pupilla. Per essi la macra fisionomia del pallido
generale dalle chiome fluenti, cui bastavano pochi giorni a pro-
fligare nella italica terra i vecchi e consumati generali cesarei,
s'accordava perfettamente collo indiademato re d'Italia, che,
vestito di ermellino e di porpora, dalla catedrale milanese lan-
ciava simultaneamente un grido di sfida agli uomini ed a Dio.
Dopo le apoteosi sublimi del più credente fra i poeti italiani
del secolo che si spegne, dopo gli studi dei più eletti scrittori,
susciterebbe compatimento qualsiasi attentato monografico alla
persona di colui, cui parvero insufiìcienti i fini dell'universo. Più
modesto è il compito di chi — come noi — scontra il fulmineo
capitano scagliatosi giù per l'Alpi in terra nostra, alla distru-
zione di tutto quanto aveva fino allora costituito per noi la
ragion di vivere.
Le ansie però e le irrequietudini s' eran già manifestate, spe-
cialmente al confine. Al porto, infatti, prospettante Piacenza,
sempre gremito di barconi, sempre onusto di merci, risvegliato
dal canto dei carrettieri salutati in partenza dagli amici, fra il
via vai degli imprenditori e dei numerosissimi navichieri, già
s'eran veduti sin dai giorni del Terrore parigino approdare
continuamente imbarcazioni di nobili, di frati, di monache e di
sacerdoti, che, sferrati da Torino pel cammino eridanio, si in-
ternavano negli stati della penisola meno scossi dall'uragano
rivoluzionario, riparando specialmente negli stati papali. Ed
erano molti e paurosi i loro parlari; l'odio alla rivoluzione ed
il fervor religioso infoscavano anche più i racconti e i presagi.
Bevevan grosso le plebi, ma un senso di malessere penosissimo
abbatteva le genti. Sospese le publiche e le private letizie,
smessi i domestici giuochi, disanimate Glori e Fillide sulla cui
bocca, seminascosta dal compiacente ventaglio, più non fioriva
l'arguzia salace; e nello spirito tranquillo dei lombardi, dolce-
mente riposanti in quella prosperità che è sorella della rasse-
NELLA CRONACA E NELLA STORIA
267
gnazione, si faceva a mano a mano strada la paura. Assueti alla
remissività di fronte ai principi reggitori, disamavano il nuovo,
e sentivansi fiacchi in faccia all'invasione degli annunciati ico-
noclasti che venivano a scardinare troni ed altari.
Indi l'appello diretto al cielo, cui si deprecava fausto alle
armi federate, benedette già dal vescovo di Lodi, della Berretta
(4 gennaio 1793); mentre, a ringagliardllè il sentimento re-
ligioso e politico insieme, in ,Codogno, come altrove, moltipli-
cavansi i tridui e le novene, e cantavasi nella parochiale un
solenne Te Deum per una vittoria dei tedeschi e « prussi » sui
francesi. Splendido era l'apparato, coll'assistenza del reggimento
ulano Giuseppe d'Orosz, qui di presidio, le cui mostre giallo
imperiale ed i bianchi bottoni della divisa lo rendevano caratteri-
sticamente elegante (21 aprile 1793). Due anni dopo papa Pio VI
ordinava il giubileo, accolto con grato animo dall'imperatore,
€, come da per tutto, lo si celebrava pur qui (3 maggio 1795),
con una lunga processione visitatrice delle chiese delle Grazie,
di S. Giorgio e di Caravaggio « impetrando da Dio aiuti contro
i francesi * ».
Invano e sacerdoti e militi e popolo si prosternano ai sup-
plicati altari, invano le auliche letterature, mentendo alla realtà,
s'argomentavano impicciolire il fulmineo intervento di Napo-
leone; le storie ad usum delphini che qui dilagavano dagli
annali publici sino alle sinossi degli almanacchi di corte, si
spezzavano al cospetto della folgore che scoppiava; e fu nello
atterrito stupore di tutti che, mentre ogni giorno trascorrente
segnava nei diari arciducheschi una nuova disfatta dell' « omett
dal cappe llin » e de' suoi, l'esercito d'Italia — lacero, scalzo,
ma eroico — ci portava e ci imponeva il fatidico trinomio sul
quale s'imperniava la dichiarazione dei diritti dell'uomo.
La valle del Po è repentinamente irta delle schiere sanculotte;
non hanno armi, ma le tolgono ai nemici; non hanno scarpe,
ma le provvederanno le schiere boeme e croate dei Beaulieu,
dei Melas e dei Wiirmser.
Contro essi avanzano i francesi per passare il Po. Gli impe-
riali sono decepiti dalle mosse avverse ; ma con cammino forzato
•così che direbbesi fantastico, il generale Bonaparte si getta nel
CODOGNO E IL SUO TERRITORIO
ducato piacentino, e varca il fiume (7 maggio 1796). Così il
fragore di guerra desta le popolazioni della nostra plaga, con
repentino, doloroso sgomento,
L' avanguardia francese di quattromila granatieri — immemori
delle fatiche per le quaranta miglia percorse il dì prima —
toccò la sponda lombarda alla Ca Rossa con piccole barche,
scendendone prima il generale Lannes, e dopo lui i generali
de la Magne e Lanusse. L'austriaco Beaulieu — che quantunque
già ottuagenario era ancora considerato buon capitano — s'era
dilungato verso Valenza, di guisa che a Lannes riesci sbarat-
tare facilmente i pochi squadroni austro-napoletani — coman-
dati dall'illustre colonnello Federici — che avevan fatto punta
scoperta sin verso il porto. Il capitano republicano diè campo
a tutta la sua brigata di valicare sicuramente il fiume, e di
seguirlo per Valloria e la Mirandola a Fombio ; dove un corpo
di austriaci, tardivamente inviatovi da Beaulieu e comandato
dal generale Lipthay, tentò di far argine allo irrompente
nemico.
Nè il simulacro di resistenza, nè l'appostamento di alcuni
cannoni, valsero a frenare l'impeto di Lannes, che tolse ai
cesarei le male usate artiglierie, danneggiandoli aspramente ed
obbligandoli alla fuga verso Pizzighettone, senza che un solo
uomo dell'esercito di Beaulieu giungesse in tempo di parteci-
pare all'azione. A tutto questo si riduce la « battaglia » di
Fombio, da alcuni decantata sullo stile dei commentari romani,
e per la quale anche il calmo Gualtiero Scott — che pur scri-
veva in odio di Napoleone : — dettò una pagina assai più fan-
tasiosa che storica.
Il giorno dopo, una domenica, monsignore della Berretta
impartiva in Codogno la confirmazione ; e siccome, a compierla
gli bisognava fermarsi anche il lunedì, egli, in quel grande
trambusto degli austriaci in ritirata e dei francesi sorvenienti
— una ventina dei quali già fr^ noi, perchè fatti prigionieri
alla scaramuccia di San Rocco — mandò lettere al generale
Lipthay, chiedendogli se poteva tranquillamente proseguire il
suo ministerio ; ma « il prode generale » — scrive Gian Battista
Lampugnani, secretano del vescovo — rispose negativamente^.
NELLA CRONACA E NELLA STORIA
269
Da Guardamiglio , dove teneva il campo, lo svizzero Amedeo,
Emanuele La Harpe, generale francese, muove difilato per
Codogno, e per la via del Guadò vi arriva nel pomeriggio
(8 maggio). Alberga in casa dei Lamberti, e l'ufficialità e i
soldati si disseminano a strame sotto la loggia e per le vie del
borgo, spaventato al cospetto di quelle genti scarmigliate e
impennacchiate, di cui s'erano udite narrare feroci nefandità e
per le invasioni néi negozi, e per le ebrezze abituali, e per la
eccessiva galanteria, e per le spogliazioni fatte a mano destra
sui cittadini.
Nel cuor della notte uno scalpitio di cavalli giunge dalla
strada di Casalpusterlengo, sulla quale eran di scorta ad un
carro di salmerie medicinali avviate a Cremona da Pavia. De-
stansi di soprassalto i francesi, dan di piglio all'armi, e il ge-
nerale La Harpe li raccoglie spingendoli contro il nemico. Questo
s'arretra, e mentre i francesi si stendono per la contrada Grande,
gli austriaci, seguendo la linea parallela delle Terziarie, svol-
tano celatamente nel vicolo Cardazzi (vicolo I di via Roma),
sbucando sotto il voltone della maggior via. S' impegna la mi-
schia, e, ferito a morte da una salva di moschetteria, il La
Harpe procombe cadavere da cavallo. Non è del tutto disperso
il velo enigmatico che precinge la realtà dell'episodio cruento;
poiché, se alcuni cronisti affermano esser lui caduto vittima
d'una scarica degli austriaci, altri accertano invece — come
Gualtiero Scott e Giovanni Battista La Cecilia — che fu piombo
francese quello che tolse di vita quel prode, così insigne pei
fatti guerreschi in Piemonte, e pel suo senno e valore così caro
al generale in capo ; il cui dolore per la repentina perdita parve
inconsolabile.
Dodici altre vittime boccheggiarono al suolo nello scambio
delle fucilate; e francesi e tedeschi; e tutte le salme infelici,
con quella del La Harpe furono piamente composte a sepoltura
nel nuovo cimitero, tra il gemito delle chiarine ed il rullo ma--
linconico dei tamburi a corruccio.
\ All'indomani del fiero badalucco di Codogno, il generale
Bonaparte lo attraversa dirigendosi verso Lodi, disposte le sue
270
coDOGNo e; il suo territorio
genti su tre ali, e spiccando una colonna a Pavia per minac-
ciare Milano, e cosi distrarre l'attenzione del nemico dalle sue
operazioni immediate pel passaggio dell'Adda. Invano, guar-
dando il Po, il giovane capo dell'esercito d' Italia aveva aringati
i suoi, premonendoli d'esser riservati e vigili di sè stessi, mi-
nacciandoli di severissimi castigi. La predica fu presto dimen-
ticata, ed il contado nostro s'ebbe al passaggio dei transalpini
angherie e danni non pochi. L'ala destra dell'esercito percor-
reva la vecchia strada cremonese da Castione per Lodi, ed a Ca-
stione il generalissimo alloggiò nella casa dei Carenzi. La sinistra
procedeva da Borghetto, il centro per Casalpusterlengo. Era un
cuneo la cui estremità, allargatasi al Po, conficcavasi a mano
a mano nella regione lombarda.
Seguì — conquistata specialmente dallo ardimento di Bona-
parte e de' suoi luogotenenti Lannes, Massena e Berthier — la
Medaglia commemorativa delle battaglie di Lombardia.
vittoria al ponte di Lodi (11 maggio), per la quale — sebbene
decantata ed illustrata in opere, quadri e medaglie molto oltre
le sue proporzioni, a detta non tanto dei critici recenti, quanto
di nostri vecchi che da fanciulli ne furon testimoni — tutta
Lombardia fu aperta ai transalpini.
Fatto memorando, del resto, nel quale i granatieri, per deli-
berazione collettiva, affibbiarono al loro duce supremo lo storico
nomignolo di «petit caperai ». Cadeva subito dopo Pizzighettone,
e a grado a grado le respinte schiere dell'Austria riparavano,
coacervandosi in Mantova, poi in Verona, e via via.
NELLA CRONACA E NELLA STORIA
Non è memoria che gravissimi danni pervenissero a Lodi in
conseguenza del fatto d'arme sul ponte, e ben altre turbe ar-
mate vide in quei dì la regia città radunate sotto le proprie
mura. La ribellione di Pavia aveva suscitato un contracolpo
nell'agro lodigiano, e ben diecimila contadini da Chignolo,
San Colombano, Livraga e Casalpusterlengo, apparvero, esercito
disordinato, ai limini dell' Eghezzonio ; armati di falci e d'altri
rusticani stromenti. Là per alcuni giorni taglieggiarono con
requisizioni i mal capitati colleghi dell'agro, sino a che i fran-
cesi, escendo da Lodi, sovr'essi irruppero, alcuni spegnendone,
buon numero facendone prigionieri, ed il resto inseguendo e
fugando così che quei riottosi d' un giorno — pallida e monca
imagine della brettona Vandea — si sbandarono, reduci peno-
samente alla spicciolata ai luoghi nativi.
La occupazione francese così si rassodò fra di noi, che anche
i paesi subbietti al ducato piacentino caddero sotto di essa,
parendo il fatto così naturale che quando il generale Alessandro
Pino partì da Codogno per impossessarsene (5 novembre 1796),
tutti credettero ad un tacito accordo intervenuto e mantenuto
in articolo secreto tra il duca F'erdinando e il Bonaparte.
* . . .
S' allontanavano fra i lieti e festanti oricalchi i conquistatori
venuti di Francia, ma dietro sè lasciavano la sequela ben peg-
giore delle avide e sempre più tormentose requisizioni ; e come
non bastassero le imposizioni in pecunia, reclamate colla solita
e genealogica burbanza dell'antico brenno, colpivano al cuore
il paese nostro, cui derubavano dei capolavori e delle preziosità
d'arte, o al culto servissero o ad academie o a scuole. Così lo
sfacciato rubalizio diventò norma di governo, e fu lotta aspra,
perchè e le città e i borghi fremevano alla rapina di quegli
svaligiatori in veste di magistrati.
Anche il nostro contado fu del triste novero; e tele, e gioielli,
e quant' altro mai di peregrino o di costoso rallegrava le nostre
pievi, fu costretto ad emigrare dalle umili sponde dell'Adda e
del Po a quelle della trionfale Senna. Per ordine episcopale
(27 maggio) le campane tacevano in tutta la diocesi; e le chiese
subivano le ripetute consegne dei sacri argenti. A Codogno la
272
CODOGNO E IL SUO TERRITORIO
sola parochìale diede la prima volta ben duemila quattrocento
venticinque oncie di preziosi (11 giugno)^; e l'anno successivo,
paventando i codognesi una nuova irruzione di « citoyens » ,
credetter buona cosa nascondère in una cripta della cappella
del Rosario sei lampade e sei candellieri argentei. Invano, chè
l'olfatto straniero e l'indigeno spionaggio trionfarono della vana
cautela ; riseppe il comandante francese dell' occulto insepol-
cramento; scovò gli oggetti, li fece sterrare e li portò seco.
Nè le persecuzioni soltanto riferivansi ad uomini ed a cose
di chiesa, ma colpivano senza misericordia tutto quanto aveva
tratto nella società civile d'allora ad antichi privilegi ed a pre-
rogative di casta.
Così non bastava che il vescovo della Berretta nei vespri
solenni della vigilia di S. Bassiano (18 gennaio 1797) sapesse
che alla sua catedra era stato soppresso il baldacchino ; e che
gli fosse comandato dalla municipalità di Lodi di sopprimere
il suo titolo di conte, apposto al manifesto delle rogazioni (20
maggio). Anche i paroci erano assoggettati ai decreti innova-
tori delle autorità ; poi che furon costretti a togliere dalle chiese
ogni insegna gentilizia e « la memoria di ogni articolo indi-
cante aristocrazia, dispotismo o tirannia » (5 maggio).
In Codogno si abrasero dalla loggia gli stemmi dei Trivulzi
e delle famiglie loro agnatizie, e quanto altro nelle chiese e nei
palazzi avvenne ai furibondi innovatori di ritrovare.
;
Queste persecuzioni, veramente acerrime, commossero di
grande dolore gli amici della religione, e quanti dall'altare ne
erano i riconosciuti ministri. Da per tutto alla proclamazione
della libertà s'accompagnavano publiche gazzarre; e, se da un
lato gli amici dei giorni trascorsi eran tutto Cesare e tutto
Pietro, così che per costoro i « nostri » significavano gli au-
striaci, dall'altro — e specialmente dopo la giornata di Lodi —
il turbine dei Bruti e degli Scevola rinnovellati imponeva reci-
samente la letizia uficiale; e così anche fra noi le concitate
menti risalirono agli eroismi di Grecia e di Roma, dopo
proclamata la republica cisalpina (29 giugno. 1797). Diventava
un Marcello chiunque venisse parteggiando, pur che avesse
NELLA CRONACA E NELLA STORIA
raso il capo, la carmagnola sulle spalle, e gli indumenti costel-
lati di coccarda tricolore, che poi fu fissata sul cappello e
perfin sulle tonache dei frati, di colore bianco e, rosso e verde,
con legge speciale (settembre).
Si urlava in coro una serie di evviva eteredossi, baccanando
con scioltezza insolente, e sgambettando in gran ridde, cui
misuravano il tempo la Marseìllaise ed il Ca ira/
Resistettero a questo sconvolgimento di idee e di sentimenti
gli spiriti saldi; ma non fu così delle anime deboli e pavide
cui la bufera politica infranse ed an-
nientò; mentre gli eccitabili seco tra-
volse. Di questa duplice condizione
morale fu prova il clero ; molti re-
sistettero, stretti al loro delubro ; altri,
pur mantenendo la vecchia fede, pie-
garono come succisi dalla falce del
destino. Scoronato il loro Iddio, poi-
Iuta la loro chiesa, sconvolti i car-
dini della loro credenza, male si
acconciarono alle violenze della era p^^.^^^ Francesco
novella; così che, sopra sè stessi ri- Micheli
piegandosi, soventi per amarezza e
crepacuore sì spensero. E fu uno di questi Pietro Francesco
De Micheli, venuto da Gera — dove era arciprete — a mini-
strare la parochialità codognese (26 marzo 1795) dopo Giuseppe
Antonio Forni.
Anche tra noi fiorì la piantagione dei simbolici alberi della
libertà, affermazione altrettanto emblematica quanto vegetal-
mente pagana dell'evo, rifatto nel calendario republicano, filo-
sofico studio dell' illustre Fabre d' Eglantine. Alto di fusto ed
incappellato dal metallico berretto rosso di Frigia, sorse l'albero,
come un vero istituto, dovunque fra noi ; mentre tutto il vecchio
se ne andava, compresa l'avita moda dei codini, che, recisi
alla nuca di qualche misoneista, stettero a dispregio del mondo
vecchio appiccicati ai muri delle case, ancor raccolti nei pettini
di tartaruga. In ogni largura interna di borghi e di casali le
lunghe e poderose aste della libertà ferirono i cieli, ed innanzi
Codogno e il suo territorio^ ecc. — //. 46
274
CODOGNO E IL SUO TERRITORIO
a questo legno, signifero della rivoluzione, le publiche feste, ed
i riti cittadini doverosamente compievansi : e la parodìa della
infusione battesimale, e la indissolubilità delle promesse tra i
fidanzati, se a braccetto l'un dell'altro eran due volte almeno
passati accanto all'albero; la affermazione coniugale pronunciata
dal magistrato, ed il convegno indispensabile delle funzioni
inerenti al reggimento dei popoli e le stipulazioni di contratto.
A chiusura di ciascun avvenimento si danzava dai popolani
commisti ai deblasonnès, dal cappello a due pizzi, dall'abito a
giustacuore turchino o rosso, dall' attilato calzone lungo; si
danzava da religiosi che avevano smessa la tonaca e da soldati
dalle uniformi sgargianti, da monache senza velo, da dame e
da perdute, tuttavia cincischiate il viso della mosca o « pas-
sionata » o « civetta » o « sfrontata » o « assassina ». Stringe-
vansi mano a mano, in comunanza « fraterna », e in giro tondo
cantavano :
Ecco l'arbor trionfale
A cui scritto intorno sta
In carattere immortale:
Eguaglianza e Libertà.
Parecchi furono codesti alberi interrati in Codogno; ed il
primo fu quello della maggior piazza, scavato dalla piena cam-
pagna presso la Divizia. Fra un tuono d'applausi ne era stata
aperta la fossa, ed i nostri proavi gli volsero gli sguardi o fe-
stanti o corrucciati ; e, non essendo ancora in quella brava gente
soverchiamente distinte le idee « razionalistiche » dal sentimento
religioso, reputaron buona cosa che all'albero, al berretto ed
al vessillo tricolore non dovesse mancare la sanzione ecclesia-
stica. Il perchè premettero così sul loro pastore, che il buon
De Micheli, fece di necessità virtù, ed, induti i paramenti so-
lenni, si condusse obtorto collo in piazza, benedisse l'albero,
inviando in cor suo chi sa quali e quanti anatemi alla « pianta
del diavolo » , intorno a cui i regicidi di Parigi avevan carolato
in figura, con stuoli di fanciulle, ignude come le vergini di
Sparta, ma non come esse rivestite del triplice usbergo del pudore.
Simile emozione — e più violenta — s'aggravò sulla tenue fibra
di quel povero prete che dovette, per delegazione del preposto
presente, pronunciare il sermone analogo, all'inaugurazione del-
NELLA CRONACA E NELLA STORIA
l'albero piantato sul sacrato di S. Bernardino, e che s'ebbe le
disapprovazioni di molti astanti, per aver egli dato saggio di
soverchio civismo nella sua orazione. Neil' atterrita coscienza
gli giganteggiò il rimorso d'essersi prestato alla insana ceri-
monia, e travide per l'opera sua, sebbene forzata, le tremende
ire del cielo. Rincasò affranto, ed al suo morale disfatto s'ag-
giunse un indefinito malessere; così che la mattina dopo lo tro-
varono morto; altra e non ultima vittima della rivoluzione feroce.
Anche il paroco De Micheli — tormentato dalle luttuose e
fiere scene per cui dovette la chiesa vestire gramàglie, rotto di
salute, e deperendo sì nel fisico che nel morale — vide ben presto
l'estremo suo giorno (15 maggio 1797); e non parvero, pertanto
fuori proposito le parole panegiriche del cardinal Giulio della
Somaglia che, ricordandolo, gli attribuì il predicato di martire.
Quegli alberi artificiali non dovevano, per altro, aver lunga
fortuna. Vegliavano nell'ombra costanti ed accaniti avversari; e
ben presto, contro la visibilità di quel segno infierì l'animadver-
sione dei retrivi o almeno di coloro che — come il romano
Pasquino — pensavano esser quello un albero senza radice e un
berretto senza testa. Nel cuor di una notte un uomo di Retegno
riparò tempestivamente dalle unghie dei birri, dopo intaccato
coir accetta l' arbore invisa (13 maggio 1798). Per rintrac-
ciarlo vennero qui i giudici di Lodi coi propri famuli ; esami-
narono la pianta e la sua « ferita » che non trovaron « mortale » ,
e intorno al palo fecero erigere un riparo, non molestando l'au-
tore dello sfregio, fuggito a salvamento alle Cascine dei Passerini.
E le peripezie dell'emblema giacobino di S. Bernardino non
eran finite; perocché pochi dì dopo il muratore Nicolini s'ar-
rampicò audace sino al berretto, e via seco lo portò, sfuggendo
su per la scala della torre ai birri che lo inseguivano. Credet-
tero questi averlo così meglio fra mani; ma l'ardimentoso,
tratta a sè una lunga corda delle campane, per essa calò in
tempo di sottrarsi alla cattura; e le risa furono generali.
Come accade degli imitatori in genere, così avvenne dei re-
publicanti nostri, allor che non avevano altro mandato fuor
quello di conformarsi sull'esempio che giungeva dalla ^tragica
276
CODOGNO E IL SUO TERRITORIO
Senna; e la esagerazione si seguiva come unica norma, e se
Parigi era andata poco prima tutta a sangue, non mancavano
tuttavia i predicatori nazionali auspicanti alle meravigliose im-
prese della ghigliottina.
Rumorose le discorse dei fanatici, atroci propositi d'esemplari
castighi a preti ed a nobili; ma in realtà un terrore esclusiva-
mente parolaio, e pel quale nessuno si prendeva grave inquetu—
dine. Sangue di sacerdoti, lacerti di prelati, teste di aristocratici,
cadaveri di tiranni non escivano dai soliti confini delle frasi
fatte. Tutt'al più, aboliti i santi, e, vuotato il paradiso;
scempiaggini teatrali simbolico-politiche, onde la giusta opi-
nione d'Ugo Foscolo sugli uomini allora più in vista, che
« morte e sangue gridavano, feroci di mente mostrandosi, prodi
in parole e ad ogni impresa impotenti ».
In Francia la rivoluzione esciva spontanea ed inesorabile, pro-
dotta dalle peculiari condizioni del paese; da noi, si sviluppava
per contrario un plagio drammatico. Alla verità fiammeggiante
oltre Alpi rispondeva per parte nostra l'ampolla retorica. In
Francia si decapitavano i re, qui i simulacri.
Si elevavano fra noi grida gagliarde alla eguaglianza; ma si
raccomandava ai nobili ed ai facoltosi di non licenziare i dome-
stici, e di non smettere il cocchio per non orbar di guadagno il
lavoratore. Infinite palinodie erano nel paese cisalpino dedicate
alle virtù del civismo, mentre nel transalpino quattordici eserciti
varcavano i confini per la salvezza della patria. Novanta quattro
mila della guardia nazionale francese formavano l'esercito del
Reno, là dove pochissimi e condizionali eran gli inscritti alla
nazionale italiana. Argomentazioni queste per le quali è dimo-
strato che variazioni capitali di aspetto e di sostanza non at-
traversarono i paesi nostri.
Anche Codogno vide in marziale divisa la sua guardia civica,
vestita alla francese, il pennacchio al cappello e la fusciacca
tricolore ai fianchi (i febbraio 1798). Di essa è fatta menzione
nel catalogo che il Von Leber publicò sull'arsenale di Vienna
(1846) \
NELLA CRONACA E NELLA STORIA
277
NOTE AL CAPO LUI.
' Archivio parochiale di Codogno.
' La lettera del Lipthay, esistente nell'archivio vescovile di Lodi, è questa:
« Eccellenza,
In riscontro al pregiatissimo foglio ho l'onore di dirle il mio parere
sarebbe che V. E. ritornasse a Lodi, non posso sapere come le cose an-
deranno, sono di fretta con tutta la stima D. V. E. umilissimo servitore
Fombio, 8 maggio 1796. Lipthay, Generale ».
A tergo:
« A sua Eccellenza il signor Vescovo di Lodi a Codogno ».
^ Archivio parochiale di Codogno.
* Dal catalogo che il Von Leber publicò nel 1846 dell'arsenale di
Vienna appare che si conservava colà una bandiera cosi descritta:
« Rossa, bianca e verde chiaro. Magnifica e grande bandiera di taffetà,
•coperta di dipinti e scritte in oro. Sul davanti, tra due rami d'alloro, l'occhio
<ii Dio entro a triangolo, e davanti un fascio da littore sormontato da
berretto frigio, colla scritta:
DIPARTIMENTO DEL PO — BATTAGLIONE 1
Sul nastro rosso che annoda i rami d' alloro si legge :
GUARDIA NAZIONALE — SEDENTARIA DI GODOGNO
Sul rovescio eguale disegno, e sui nastri:
LIBERTÀ EGUAGLIANZA — SOSTEGNO DELLE LEGGI ».
CAPO LIV.
La reazione austro-russa — Gli andirivieni dei belligeranti — Feste e
disagi popolari — Napoleone imperatore — Il regno italico — La
vita sociale — La caduta del colosso — Il dominio austriaco.
VPOLEONE Bonaparte è chiamato dai fati guerreschi
oltre mare, e basta il suo improvviso allontanamento
perchè Francesco I, imperatore d'Austria, ed i suoi co-
stanti alleati — d'Inghilterra, di Russia, di Napoli —
appronuino della opportunità per stringersi un'altra volta a
fiaccare la cervice della Francia vittoriosa.
Nel quadro immenso della reazione che torna in armi, ci
basti arrestare lo sguardo sul piano più propriamente nostro,
che certamente è il più grandioso e cruento nella storia di
quell'anno terribile.
Il Bonaparte era in Egitto, e, meditando la rivincita, l' impe-
ratore d' Austria disponeva fra l' Adige e il Brenta un primo
esercito al comando del vecchio Melas; un secondo radunava
nella valle dei Grigioni, pronto a sboccare in Lombardia, guidato
da Bellegarde; e lo czar Paolo I, inviava a sostegno dell'Au-
stria il conte Pietro Alessandro Suvaroff Rimnikskii, genera-
CODOGNO E IL SUO TERRITORIO 279
lissìmo di quaranta mila fra moscoviti e cosacchi, coi quali
egli aveva già vittoriosamente combattuto guerre semiselvaggie,
specialmente in Polonia e contro i turchi.
Col pretesto della « buona causa » e della difesa del trono
e dell'altare, i reazionari avevano naturalmente preparato ter-
reno, aizzando la incipiente ribellione contro la Cisalpina; e
Vincenzo Monti scriveva:
Vidi chierche e cocolle armar la plebe.
Quando alla rinfusa si riversarono fanti e cavalieri alleati, dalle
più strane e smaglianti uniformi, nella nostra regione, se ne
videro gli effetti nella effervescenza popolare.
Suvaroff s'era già creata una propria leggenda. Di sangue
tartaro, mezzo soldato e mezzo pontefice, altrettanto mistico
quanto feroce, nascondeva la smilza e segaligna figura sotto
un lunghissimo camice bianco, sul quale pendevano dal collo
bizzarri amuleti e reliquarii. Era brutto, aveva gli occhi di
fuoco ; si narrava che non mangiasse altro che carne cruda e
facesse morire di tossico i soldati infermi. Dormiva sul nudo
terreno. Voleva presso un servo che gli intimasse di cessare
dal bere nei pasti. Girava per l'accampamento e dava la sveglia
cantando il verso del gallo. Irremovibile sul basso cavallino
d'Ucrania, galoppava furiosamente alla testa de' suoi, scaglian-
dosi sull'inimico, cui abbatteva a colpi di pistola od a grandi
fendenti della sua sciabola senza guaina. Asceticamente con-
fondendo il potere sopranaturale di Dio e quello della già ben
amata czarina, da tempo era esagitato da un odio furente
contro Francia, e rimase storica la sua deprecazione a Caterina:
— Mamma mia, fammi marciar contro i francesi!
E quando il suo voto fu pago, così nei soldati che lo ado-
ravano discese il suo sdegno politico, che ad essi pareva far
opera meritoria ferire crudelmente e decapitare i feriti, urlando
in un pazzo latino:
— Jacob, Jacob! caput, caput!
Stranissimo teismo al postutto, codesto; perocché, mentre per
un impeto religioso Suvaroff ed i suoi reputavano liberar la
terra di mostri, uccidendo i nemici della chiesa, e da per tutto
28o
GODOGNO E IL SUO TERRITORIO
il popolo riconsacrava altarini nei canti delle strade, e la rea-
zione procedeva normale colla abolizione dei diritti civili negli
acattolici e colle confische a danno dei partitanti di Francia,
viceversa i templi ed i chiostri dei paesi nostri eran fatti segno
di stragi, di violenze, di ludibri senza nome e senza misura;
tormentati e preti e frati a strappar loro il secreto degli oc-
cultati preziosi; ignominiosamente oltraggiate le monache per
belluine lascivie; spezzati i tabernacoli; sperperatene le ostie,
usatine i sacri crismi ad ungere le calzature, come si narra
facessero i cosacchi nella chiesetta di Retegno. E invano gli
ecclesiastici oppressi chiedevan grazia; chè quei barbari ne vo-
levano, gittandosi prosternati, la benedizione; ed il loro capo
per tutta consolazione ad un prelato che lo supplicava di far
cessare le orrende imprese de' suoi, rispondeva sorridendo:
— Eminenza, tutto vien da provvidenza!
Se già r irruente esercito dei « figli della patria » aveva pa-
vefatti i nostri borghigiani pel piglio arcigno, pel risoluto co-
mando, infoscato dalle larghe tese degli elmi a criniera e coperti
di pelle d'orso, e per le rapine abituali, e per i frodi nelle
bettole, e per le imprese d'una spavalda galanteria, maggiore
d'assai fu lo scompiglio al sopraggiungere violento di quelle
orde irreggimentate, ma senza freno e senza legge, che il fana-
tico asiatico guidava. La razza mongola, la tradizione nomade
e rapace, la più fitta superstizione e la sensualità bruta conco-
mitavano spaventevolmente l'accesso di quei combattenti dalla
verde palandrana e dalle alte mitre a spigoli piantate sui piatti
testoni, normalmente respiranti l'eccidio, il saccheggio ed il
latrocinio.
Coi pendenti strappavano i lobi auricolari delle contadine, o
l'orologio dal petto dei cittadini, loro mozzando le dita se ca-
riche di anella; sprezzavan l'oro, di cui ignoravano il valore,
rifacendosi sull'argento, che solo o bottinavano od esigevano
in pagamento; rapivano donne di ogni ceto e d'ogni età, cui
abbandonavano semivive dopo strazi infiniti; e quando sazi di
così nefande imprese ristavano, allora lor pigliava vaghezza di
guerresche fantasie, ed i cosacchi manipoli, torneando al ga-
loppo come nella steppa nativa, si eccitavano sino al delirio,
NELLA CRONACA E NELLA STORIA
281
con barbari canti, con sonore assicciuole battute e ribattute
fra sè, e con rauchi e stiriduli suoni di pastorali istromenti.
Non è a credersi che impuniti restassero gli orrori compiuti
dai moscoviti fra noi ; perocché unanimi le cronache del tempo
inscrivono il numero imponente di quegli sciti che lasciarono
le loro salme sul suolo così malamente taglieggiato. Sotto la
falce contadinesca od abbattuti dal randello cadevano alla spic-
ciolata e clandestinamente pei campi, e solo diecimila dei qua-
rantamila venuti in Italia rividero le brume native, e non tutti
spenti da piombo o da ferro francese; tanto che Suvaroff, ca-
duto in disgrazia del suo sovrano , fu costretto a ritirarsi in
solitudine e ben tosto miseramente si spense (18 maggio 1800).
Contro il convergere dell'esercito austro-russo e le possibili
offese delle navi anglo-napolitane e delle corsare turche, un
corpo francese comandato da Jourdan stava per invadere la
Baviera; Massena nei Grigioni fronteggiava Bellegarde; Scherer
in fine stava a capo dell'esercito d'Italia.
Tra quel nembo minaccioso, i duchi di Parma e di Modena
ed il granduca di Toscana s'erano affrettati a riparare sotto le
ali dell'Austria amica, mentre il vecchio pontefice, Pio VI
— già condotto dai francesi prigioniero fra loro — toccava
Parma, ivi bramando sostare. Non gli fu concesso, ed il dolo-
roso calle per lui continuò al Po, cui varcava dirimpetto a Pia-
cenza, procedendo a Fombio, con accenno a proseguir per
Codogno, dove gli si era approntata la refezione (16 aprile).
Ma i francesi, avuto sentore che milizie tedesche si avanzavano,
ritorcevano la via; e, toccata Piacenza, per la strada di Pie-
monte internavano papa Braschi a Valenza, suo luogo d'esilio
e di sepoltura.
Mentre gli austro-russi vincevano i francesi sull'Adige e
sull'Adda — così che Milano apriva le sue porte agli alleati
{28 aprile) — qui le apprensioni vieppiù si facevan gravi e le
difese s'andavano approntando. Sino dai primi del niarzo, i
giovani del borgo per la prima volta estraevano il numero dei
coscritti — uso già adottato con poca fortuna dai francesi (1705)
e ritentato con egual sorte da Maria Teresa (1759) — ed in
282
CODOGNO E IL SUO TERRITORIO
ventuno venivan trattenuti nella chiesa della Trinità, dove il
« sorteggio » era stato fatto. Vuoisi che la imperizia degli im-
piegati, per la prima volta chiamati a quell'uficio, rallentasse
cosi le registrazioni che gli inscritti, stanchi della forzata attesa,
si spazientissero e, sfondata la porta della Trinità, prendessero
il largo, sfuggendo così, per quella volta almeno, all'onere
militare.
Con molta meraviglia, alla invasione austro-russa i nostri
videro i tedeschi reduci senza coda e senza toupè. Tale fu il
delirio popolesco che si baciavano àgli usseri ed ai panduri i
dolmans e le gambiere degli stivali; si ornavano di fiori i ca-
valli dei cosacchi ; le dame presentavano sciarpe ai « liberatori » ,
il popolo offriva paioli di castagne e secchielli di latte e di
vino. L'aquila bicipite era «dell'Austria invitta l'augello pre-
diletto ». E le canzoni ispirate al « gemino valor » ed al « russo *
Marte » non finivano più, come gli epitaffi umoristi alla Cisalpina,
di cotal libertà vestita
Che libertà nomossi e fu rapina.
Ma il sorriso sparve ben tosto dalle labra, composte ad ironia
quando ai nomi popolarmente terribili in Lombardia dei Ba-
gration, dei Corsakoff, dei Kray, dei Wucassowich, degli
Schweicusky e dei Suvaroff tennero dietro le nefaste imprese,
e si videro i cosacchi penetrati in Milano da porta Orientale
accalappiare a nodo scorsoio alcuni dei più noti republicani,
e trascinarseli dietro.
Libera era ancora la via per Mantova, ed il generale Scherer
— disanimato dalle ire della folla — passava per Codogno con
un intero corpo d'esercito (21 marzo), recandosi difilato sotta
le mura della celebre fortezza; non più arrestato dalla linea
fortificata dell'Adda, poiché diciassette anni prima anche Pizzi-
ghettone e Gera — le assidue arrestatrici di quanti intendevano
ossidionare Mantova — eran state da Giuseppe II ridotte più a
custodia che a munimento di guerra. Perduravano da Piacenza
questi diversivi del supremo duce francese; ma ben più tor-
mentoso spettacolo commoveva i nostri concittadini, poiché in
NELLA CRONACA E NELLA STORIA
283
quella tragica primavera il borgo parve fatto ospitale vastissimo
di feriti e di prigioni. Cento carra di vulnerati francesi, venuti
dal campo di Verona, si allogano nel conservatorio delle suore
servite, a lor volta trasferitesi alle orsole (30 marzo); le chiese
del Cristo e di S. Rocco — oltre le sei altre già mutate in al-
loggio — e perfino il teatro, vengono usati come provvisorie
prigioni militari. Giungono altresì altre ottanta carra di feriti
(11 aprile), ed è uno sfilare continuo in ritirata di tutte le
salmerie francesi, mentre il loro quartier generale con Scherer
riducesi in Lodi (15 aprile); e sgombransi perciò i nostri ospi-
tali militari, mandati al seguito delle milizie francesi, che il dì
successivo ripiegano su Lodi. Subito la prospettiva è intera-
mente mutata: coi tedeschi rientra trionfante in Codogno la
reazione ; ed — abbattuti e resi festuche gli alberi della libertà —
servon quasi faci funeree alle esequie della republica (29 aprile).
Sull'atterramento degli alberi republicani in Codogno si fece
dell'umorismo; i più caldi fautori delle idee giacobine figurano
in una satira popolaresca, quali legatari degli avanzi del sim-
bolo. La musa vernacola cantava così:
Il ramo dei più belli — a Gandelli,
La palaia — a Brancaia,
Il berrettino — a Bugarino,
La zecca — a Balotta.
Assalito simultaneamente da quattro lati, Pizzighettone non può
opporre che breve resistenza alle forze di Kray ; ed è giocoforza
che dopo soli tre giorni, i francesi si arrendano, colla sciagura
di dodici dei loro, sacrificati dalla esplosione d'una bomba nella
polveriera (10 maggio). Così seimila francesi e quattrocento
contadini « per il travaglio » debbono darsi a discrezione. Una
luminaria — di quelle solite che i governi imponevano ai sub-
bietti — « festeggia » in Codogno il successo felice degli alleati.
Il corpo di Massena, che veglia dal ligure Appennino, obbliga
gli austro-russi a muoversi per quella volta; e qui formasi il
grosso di fanti, cavalli, artiglierie e parco di munizioni, desti-
nato per Genova, il quale si pone in via con sicura baldanza
(21 maggio). Parton costoro; ed ancora spaurito dalle fiere avvi-
saglie impegnatesi fra gli imperiali di Ott e le linee di Macdonald,
284
CODOGNO E IL SUO TERRITORIO
che avrebbero poi posto capo alle battaglie del Trebbia (15
giugno), Ferdinando duca di Parma passa fuggente per Co-
dogno, e ricovera la notte alla Sigolona. Le mutate sorti dei
republicani hanno intepidite le simpatie terriere, e la sorte
dell'armi si libra ancora sull'agro trebbiense, nel centro d'Italia
e sulle sponde del Po si persiste nelle violenze reazionarie. Si
vedono pertanto i comunisti di Codogno e delle vicinie accor-
rere a migliaia in armi — guidati da un Griffini, da un Croce
e da un Pedroli di Casalpusterlengo — sulla sinistra padana,
per contrastare iì passo del fiume ai francesi, se per avventura
ne tentano il varco (17 giugno).
Ma appena Suvaroff ha ragione dell'esercito di Macdonald,
già s'adira per le gelosie dei capitani imperiali, fin dal prin-
cipio della guerra da lui dichiarati Zerbini ; e questi dissapori
valgono ai republicani la possibilità di una sicura ritirata verso
il Genovesato, ricongiungendosi i due generali transalpini. Nè
altre more vuol subire il maresciallo Suvaroff; ed, agendo dì
suo capo, pensa torsi di mezzo dalla guerra. Egli è perciò che
vedono i codognesi le salmerie russe avviarsi sulla strada di
Germania (14 settembre), dopo staccatesi dalle milizie tedesche,
che rimangono accampate, in atteggiamento di vittoria per tutto
l'agro piacentino.
Non ebbe agio la reazione di sdraiarsi sulle riconquistate
plaghe; perocché, ratto come il baleno, Bonaparte — tornato
dalle Piramidi, acclamato primo console a Parigi, stringendo
nel pugno fatto ancor più formidabile l'imperio politico e mili-
tare della Francia — prorompe, emulando l'audacia di Annibale,
in Italia, pel valico di San Bernardo. Berthier prima, e pochi
giorni dopo il generalissimo, pongonsi alla testa della legione
italica (28 marzo 1800).
Da principio gli austriaci conseguono qualche isolata vittoria,
e prima duecento republicani in cattività dell'Austria (30 aprile),
poi altri cinque mila (dal 25 al 30 maggio) passano per Co-
dogno. Fuochi fatui della fortuna austriaca! Gli imperiali, re-
spinti nelle fazioni piemontesi, intendono che Napoleone è già
entrato in Milano trionfante (2 giugno) e riproclamante la Ci-
salpina; debbono riparare in Mantova, e la loro ritirata, resa
NELLA CRONACA E NELLA STORIA
285
ingombrante da copiosissimi equipaggi e da un altro migliaio
circa di prigionieri francesi, che traggono seco, si svolge sotto
gli occhi dei codognesi per quattro giorni ed altrettante notti,
terminando col dileguarsi della retroguardia.
All'indomani, un giovedì, alle ore undici compaiono, venendo
da Casale, i due primi usseri francesi, colle pistole poggiate
suir arcione, e trascorrono il borgo, diretti a Pizzighettone (5
giugno), precedendone altri dodici, che a sciabola nuda entrano
il dì dopo in Codogno, volgendo al Po, presso Piacenza; d'onde
Murat, con una divisione, varca il fiume presso Noceto.
Seguono altre forti schiere francesi, in miglior assetto di
guerra. Alla loro prima venuta, si spargono per Codogno; ma
il loro incorporamento si para sullo stradale cremonese, ac-
campandosi nelle case del Lumino, che soffrono per ciò avanie
e saccheggi ^
Si dirigono all'assedio di Pizzighettone, i cui abitanti sono
per gran parte fuggiti. Gli austriaci, non stremati di coraggio,
tentano una « sortita » che costa agli assedianti morti e pri-
gionieri (io giugno); ma quello sforzo disperato non ritarda
di un'ora la resa dell'antico baluardo; le cui spoglie sono di-
vise amichevolmente tra i due eserciti (11 luglio).
Nella convulsa agitazione di quei momenti — che vietavano
una determinata opinione — la regione passava dall' uno al-
l'altro sgomento. Come l'anno prima in Codogno s'erano accesi
lumi di gioia per le vittorie tedesche, ecco ora fiammeggiar di
bel nuovo per le felici imprese francesi sul Reno (10 dicembre
1800) e per la resa di Mantova e di Venezia (3 febbraio 1801);
come si eran cantati solennemente i Te Deum ed i Veni, Creator!
e fatte le processioni con ostentato disprezzo per le prescrizioni
dei francesi fugati, ora timidamente si fa escire dal. sacrario
l'ostensorio del Corpus Domini, senza pompa d'arazzi e di tele
(12 giugno). E siccome il disagio, oltre che morale è altresì
annonario, e per la scarsezza di pane e di farine il popolo
tumultua (13 luglio), non bastando il calmiere per tranquillare
gli spiriti, si fanno venire da Crema trecento francesi, che
^ marni militari acquetano le cose, arrestando e di giorno e di
notte a Codogno, a Retegno ed a Castione i dichiarati faziosi ;
286
CODOGNO E IL SUO TERRITORIO
e si locupleta il monte di pietà di sacchi di grano donati dai
nostri più danarosi compaesani.
Le vittorie della seconda guerra d'Italia rassodavano il tri-
colore fra noi ; e di nuovo piegavan gli animi — non più colla
demagogia di prima, ma colla coscienza prudente di un certo
avvenire — alla dominazione di Francia. Interveniva la pace di
Luneville tra Francia e Germania (9 febbraio 1801) a far sì
che i popoli elevassero inni gratulatori al dio degli eserciti
per le tranquillità recuperate. E fra interminabili andarivieni di
tedeschi arresisi coli' onor delle armi, e per Codogno e Man-
tova riavviantisi in patria; di reggimenti francesi dalle nume-
rose fanfare, dalle scintillanti corazze, dagli auricriniti cimieri e
dai drappi ricchissimi, si rialzavano le allegoriche piantagioni
nel nome della libertà e dell'Ente Supremo, tornato in auge
per decreto della republica ; e il santuàrio faceva dedizione di
sè ai nuovi padroni, cui premeva — se non per impulso di sen-
timento, per politica arte — accattivarsi l'appoggio benevole della
gente ecclesiastica. Speranze ed aspirazioni consacrate giuridi-
camente dal successivo concordato (18 aprile 1802); di cui nè
pur qui mancò una immediata applicazione sotto la forma ri-
tuale di un battesimo solenne, impartito dal preposto Pietro
Mola a sei adulti del reggimento corazzieri di presidio, non
ancora rigenerati dalla sacra linfa. Il pretore ed altri ragguar-
devoli di Codogno ne furono i padrini (14 luglio 1805).
Nella sequela degli arrivi e delle partenze militari è notata
da un vecchio cronista anche quella di alcune centinaia di mori
« nostri soldati » , che alloggiarono alla caserma di S. Giorgio
colle loro donne (11 luglio 1803); inaudito spettacolo pei co-
dognesi di quei dì, così che l'annalista ingenuamente soggiunse:
«Io non aveva mai veduto donne nere; in quest'occasione
di tanta qualità gli ho vedute, le più nere erano le più belle,
gli uomini vestiti da soldati di verde, le donne vestite corte
alla roica (sic) » ^.
Non eran tutte rose; e del nuovo governo, come al solito,
i subbietti dovevano affrettarsi a pagare le spese. Ed era un
di una requisizione forzata di duecento cinquanta letti e di
NELLA CRONACA E NELLA STORIA
287
Ottocento camicie per l'ospitai militare (9 agosto 1800); o erano
contribuzioni novelle, , affliggenti specialmente il commercio (2
settembre); e si pretese perfino un'ingente quantità di maiolica,
per servire alla mensa del general Lebrun, qui soggiornante
per due giorni all'albergo (i giugno 1801).
Si svolge su altro campo il gran dramma politico militare
che prepara il senatusconsulto proclamante imperatore dei fran-
cesi Napoleone (28 maggio 1804) e la sua solenne incoronazione
come re d'Italia (26 maggio 1805). Seguendo i comuni destini
da questo giorno la Lombardia fa parte del regno italico, es-
sendone viceré decorativo Eugenio di Beauharnais, e grancan-
celliere o guardasigilli della corona Ludovico Melzi d'Eril, già
vice presidente della républica italiana, e titolato duca di Lodi,
entrambi passati nelle memorie del popolo come saggi ed il-
luminati. Godogno è compreso nel dipartimento dell'Alto Po,
diviso nei quattro distretti di Cremona, dove risiedeva il prefetto,
di Casalmaggiore, di Crema, e di Lodi, ripartiti in diciassette
cantoni, uno dei quali costituito dai possessi già del ducato
piacentino sulla sinistra del fiume.
Nel viaggio degli imperiali di Francia attraverso l'italico
dominio. Napoleone trascorse anche per Codogno (10 giugno
1805). Fu in questa occasione che si eresse in suo onore ad
Ospitaletto l'arco adducente al sacrato della chiesa, poi dedicato
a Vittorio Emanuele (1859). Dovunque i popoli gli andarono
incontro con rinnovellati entusiasmi, resi ancor più intensi dal
delirio delle fantasie soldatesche, raffiguranti nel vittorioso
d'Arcole, delle Piramidi e di Marengo non un uomo ma un nume.
Il novennio che seguì alla proclamazione del regno d' Italia
segnò per la Lombardia un aureo periodo; ed, accanto alla
tranquillità ed al benessere generale, sviluppavansi energicamente
tutte le preclare espressioni della vita civile nostrana.
Era quello l'apogeo della potenza imperiale, colla quale Na-
poleone tentava sul vecchio mondo crearne uno nuovo a propria
sìmiglianza. Non più vindice della rivoluzione trionfante, alla
libertà universale sostituì da un lato la gloria militare, dall'altro
la esaltazione del genio ordinatore. All'antica aristocrazia del
288
CODOGNO E IL SUO TERRITORIO
sangue faceva si che un'altra affatto soldatesca e politica sot-
tentrasse, in guisa da moltiplicare i nobili e i ciambellani del-
l'impero; e intanto imprimeva un impulso potente alle arti,
riconducendole alla corretta eleganza degli evi greco e romano,
esagerati nei fanatismi del direttorio.
Lo spirito del secolo XVIII era svanito. I madrigali ed i
minuetti non destavano più suoni dalle spinette sagomate e
festonate a roselline ed a tralci d'edera; deserti i boschetti
aulenti; non più imprese leggiadre dei cicisbei, che avevano
tubato languidamente colle belle cipriate in guardinfante. Spa-
rite del tutto anche le eteroclite foggie del Terrore e di
Termidoro: nè turbanti di seta, nè abiti à la guillotìne e
au lever de V aurore^ veli lievi e aderenti al plastico tesoro di
dame e di grisettes\ petti ignudi soffulti dalla zona mitologica.
E scomparse le ridevoli caricature della jeunesse muscadine , gli
incroyables ciancottanti senza erre^ dall'enorme croata, dalle
grandi lenti, dalle clave nodose ed attorte.
L'arte figurativa, accettando quanto di sobriamente estetico
aveva il secolo caduto, se lo appropriò, e fattasi ancor più
lussuosa, collo splendore del secolo d'Augusto, trovò modo
di essere superba e non barocca, creando lo stile che fu detto
empire. La linea rigida architettonica inquadrò meravigliosa-
mente le tinte tenere del Settecento, e gli amorini fecero ca-
polino tra una colluvie di scettri, di globi, d'aquile e di api
d'oro, tra i manti d'ermellino e di bisso, non vinti in fulgore
che dalla ricchezza delle divise uficiali dell'esercito e della
magistratura.
Alle rilucenti corazze, ombreggiate dalle fluenti code di ca-
vallo, facevano pittoresco contrapposto le uniformi senatorie ad
auree palme, col collare pieghettato ed erto, lambente i « favo-
riti » ; sul petto, costellato dei nuovi ordini cavallereschi, spio-
veva la serica lattuga, pari in candore alle piume cignee
decoranti il cappello frangiato; ai giustacuori corsi e ricorsi
dagli alamari multicolori, ai cosciali con soprappunto a fettuccie
degli usseri dalle sciabole trascinanti, facevan fronte i costumi
di gala dei marescialli di Francia, col breve e purpureo mantello
agli omeri, il berretto circonfuso d'una nube di penne, le
snelle spadine.
NELLA CRONACA E NELLA STORIA
289
Le donne empire — strette, rivelanti le forme scultorie sotto
tuniche e stole di raso e di porpora, dal busto brevissimo, colle
pettinature raccoglienti sull'occipite la chioma a mo' di dia-
dema, le braccia nude ornate di armille, coi candidi calzari a
lacci intrecciati sulla gamba — erano la squisita raffinatezza dello
sguaiato costume delle merveilleuses tramontate, mal riescita
riproduzione delle classiche etere.
Come di consueto, il piccolo si foggiava sul grande; e, se il
proprietario dovizioso dell'impero non poteva far publica pompa
di un étalage a nivei cavalli ed a cocchi dorati, pure parteci-
pava gioiosamente a qualsiasi giocondità fosse pretesto di lusso
e di comparsa. Non estranea a queste abitudini fastose fu la
rima del conterraneo padre Brini, la cui satira, celebre tra noi,
riferiremo in parte più oltre; perocché, nella modesta efficienza
propria, anche Codogno, prospero per industrie, potè dirsi nel
novero dei paesi più goderecci.
Pel paese nostro — prossimo alla capitale, e sulla via di
Germania e di Roma — passavano principi stranieri e della
chiesa, scortati ad onore dalle guardie francesi. Ad ogni anni-
versario, o fausto avvenimento aulico, o ad ogni vittoria stre-
pitosa (ed eran frequenti), gareggiavano le autorità civili e le
religiose nel preparar cerimonie e publici gaudi. O assistevasi,
quasi a nuova solennità, al transito di centinaia e centinaia dei
tedeschi fatti prigionieri a Montebello presso Verona (24 ottobre
1805), o all'arrivo dei cavalleggieri pontifici per Milano (18 mag-
gio 1808), avviati ad incorporarsi cogli italiani, o al frastuono
degli inni genetliaci per la nascita del re di Roma (20 marzo
181 1), massimo giorno di letizia publica, nel quale, per cura
del governo, i panattieri gratuitamente diedero a tutti il pane.
Obbedito da settantadue milioni dì sudditi, temuto dai re,
guardato fra la meraviglia e lo spavento, con un esercito per fama
di belliche virtù insuperabile, dittatore supremo d'ogni legge
al mondo civile, anche Napoleone entrò lentamente nel fatale
tramonto. La campagna di Russia — che parve la vendetta del
cielo (1812) — la successiva di Sassonia (1813), il crescente
disamore dei popoli, cui la volontà del despota genioso travol-
Codogno e il suo territorio, ecc. — //. 47
290
CODOGNO E IL SUO TERRITORIO
geva in guerre cruente da un capo all'altro d'Europa, scossero
una potenza che pareva incrollabile, ed un senso di inefifabile
stanchezza, tosto tramutatosi in generale avversione, diede il
tracollo al colosso che aveva spadroneggiato l' universo.
Profonda e dolorosa fu l'impressione per quella caduta nei
popoli d'Italia; ma non già perchè il corso avesse morsala pol-
vere, ma perchè sui campi moscoviti e sulle sponde della
Beresina, a migliaia a migliaia giacquero spenti i figli d'Italia,
tratti al macello pel capriccio orgoglioso d'un solo, senza un
perchè patriottico il quale giustificasse in qualche modo l' in-
gente olocausto. L'abdicazione dell'imperatore, stretto in un
cerchio di ferro dalle armi coalizzate (11 aprile 18 14); la sua
reclusione all'isola d'Elba; il suo ritorno miracoloso in Francia;
i « cento giorni »; la disfatta di Waterloo (18 giugno 18 15);
il trionfo della « santa alleanza » ; il crudele confino del grande
spodestato sullo storico scoglio perduto nell'Atlantico, crudele
espiazione, i cui inasprimenti valsero a commuovere il publico
sentimento così che, vivo ancora l'illustre prigioniero, già era
cominciata per lui, colla appassionata pietà, l'ora della leggenda
purificatrice e glorificatrice ; tutto questo passò colla rapidità
d'una meteora nella mente e nel cuore degli avi nostri; i quali
già aprivano lo spirito a gagliarde speranze di futura libertà,
raccogliendo le proprie aspirazioni su Gioachino Murat, re di
Napoli, che pareva si indicasse da sè volonteroso restitutore della
indipendenza e della unificazione del paese, escito dalla peri-
gliosa ed agitata onda di tanti guai.
Ma Francesco imperatore, e per lui il suo Bellegarde, si af-
frettarono a lacerare il velo di queste illusioni e dissero con
arcigna solennità alla deputazione dei milanesi che da allora in
poi essi dovevano apparecchiarsi alla decadenza, poiché tutto ciò
che emineva s' aveva ad abbassare e viceversa. Le cose furono
rimesse come prima; la parentesi napoleonica venne chiusa, e
la pingue Lombardia — pur riadagiandosi apparentemente nel
suo vecchio sonno politico — non perdette, in onta alla restau-
razione austriaca, nè prosperità, nè ricchezza, nè fasto.
Durante l'agonia dell'impero, ed al par.i, e forse più d'altre
terre di Lombardia, Codogno si trova spettatore diretto degli
NELLA CRONACA E NELLA STORIA
armeggiamenti estremi, per cui giorno per giorno l'esercito
dell'Austria vincitrice procede baldanzoso, spingendosi avanti
in ritirata le milizie napoleoniche. Così la divisione del gene-
rale Grenier, accorrendo dal suo quartiere di Volta a Piacenza,
per proteggerla dagli austriaci, fermasi qui due giorni (20 e 21
febbraio 18 14). Nel marzo successivo trascorrono in melanconico
corteggio Amalia di Baviera viceregina, i suoi figli e la sua
corte-, avviati a Mantova dove aspetta i fati dell' armi Eugenio
di Beauharnais (29 marzo).
Occorrono tredici giorni perchè sia risaputo fra noi l'ingresso
in Parigi degli eserciti collegati (i aprile); e su tutta la linea
occupata dagli austriaci, che sono già al di qua del Taro dopo
la vittoria presso Reggio, si festeggia l' evento col tuonare delle
artiglierie (13 aprile). A loro volta prendon la via del ritorno
i capitani di Francia; ed il generale Miollis — già custode di
Pio VII nel suo viaggio forzato a Savona, e poi cedente Castel
Sant'Angelo ai napolitani — s'avvia per Francia, albergando
in Codogno nella casa dei Bignami, già palazzo Trivulzio (19
aprile). Lo seguono, rimpatriando per la via di Piacenza e del
Piemonte, parecchie schiere transalpine, con due generali ed
ottanta carra di carichi militari; e subito dopo per tre giorni
sfilano sullo stesso cammino dodici mila soldati già pertinenti
a diverse divisioni; e da Cremona diretti a Lodi gli ultimi fran-
cesi con alla testa il generale Grenier ed il suo stato maggiore.
Tornano i reggimenti italiani di cavalleria dragoni Napoleone
e dragoni Regina, che hanno dovuto per la capitolazione ab-
bandonare l'esercito napoleonico (25 aprile); e la sera stessa
scompaiono d'ordine superiore tutti gli stemmi del regno italico
— a cui si è per sovrana patente (7 aprile) sostituito il regno
Lombardo Veneto — e quella è la decisiva espressione uficiale
del cambiamento di stato, già virtualmente in atto da due giorni,
colla riduzione a metà del prezzo del sale, del tabacco e del
dazio consumo, per notificazione del potestà comunicante la
risoluzione della reggenza provvisoria.
I primi austriaci ricomparsi fra noi sono quelli di un reg-
gimento di ussari e due di ulani ; capeggiati dal generale Adamo
Alberto conte di Neiperg, destinato successivamente alle morga-
292
CODOGNO E IL SUO TERRITORIO
natiche nozze con Maria Luisa, vedova del relegato a Sant' Elena.
Quella splendida cavalleria, rallegrata dai concerti delle sue
fanfare, è incontrata fuori del borgo da una deputazione del
comune, troppo conscio del momento minaccioso per non
mostrar buon viso ai difficili ospiti (26 aprile). I cavalieri ven-
gono seguiti dai fanti di Beaulieu e di Chateler e da due
reggimenti di cacciatori tirolesi (27 aprile). Ripartono la sera
stessa, e loro si uniscono altre schiere anche dell'esercito ita-
lico, per preparare a Milano, nel dì successivo, il pomposo
ingresso di Bellegarde che assume la presidenza della reggenza.
Gli ultimi francesi che attraversano Codogno sono quelli già
di presidio in Venezia. E loro comandante in capo il generale
Serras, con altri quattro alla testa delle brigate. La coccarda
bianca di Luigi XVIII ha preso sul loro casco il posto del-
l'aquila napoleonica, e tutti i distintivi imperiali sono stati
strappati dalle loro uniforme.
Tredici giorni dopo la pace di Parigi (30 maggio 18 14),
un solenne Tedeum di felicitazione è cantato nella nostra pa-
rochiale dal proposto Antonio Cesari, il quale, come aveva
sciolto l'inno ambrosiano a gloria di Napoleone, deve pure
solennemente intonarlo a gloria onomastica di Francesco I im-
peratore (4 ottobre).
In questa guisa i francesi ci lasciarono ripassando le Alpi,
indarno valicate; ma non è a dire che fra noi rimanesse, mal-
grado i giacobini latrocini e la naturale iattanza militare, ri-
cordo propriamente odioso di essi. Il caleidoscopio soldatesco
austriaco surrogava il francese; ma, fuoco inestinguibile sotto
le ceneri, covava il pensiero delle grandi cose che Napoleone
avrebbe potuto far per l'Italia. Eravamo destinati a rivedere
dopo meno di mezzo secolo i veri liberatori nostri, nei figli di
coloro che della libertà non avevano per allora qui portato
che il nome.
NELLA CRONACA E NELLA STORIA
293
NOTE AL CAPO LIV.
^ Archivio parochiale di Codogno.
^ Archivio parochiale di Codogno.
CAPO LV.
Usanze e costumi — La figura locale — Prescrizioni ridevoli — Morale
religiosa — Clero — Istruzione — Le riforme teresiane e giuseppine —
Usi religiosi — Campane — Orologi — Sicurezza publica — Giustizia
punitiva — Igiene — Mendicità — Commercio alimentare — Edilizia
— Viabilità interna — Publici servizii.
ERI « momenti storici » non pretendiamo avere indicati
nelle pagine nostre; chè la cronaca terriera più che
d'avvenimenti capitali si è contessuta di fatti, non
creatori, ma coefficienti del pensiero evolutivo. Co-
munque, dalla loro esposizione è emersa la nozione logica delle
vicende di popolo, nelle peculiari attitudini corroborate, aiutate,
sviluppate dallo spirito delle leggi e dalla vigoria ancor più
forte delle consuetudini. Così non ci fa difetto il quadro del
vecchio consorzio civile nostrale, che addita e convince nella
sua sintesi.
Vale, per , altro, ripetere che la personalità di Codogno as-
sume forza e consistenza solo quando esso sta capo di feudo,
sulla metà del secolo XV. Per impulso di propria iniziativa,
sceverandosi dalle terre vicine, usando energie forse prima
insospettate, esso divina nell'avvenire il giorno in cui la logica
evoluzione dei tempi ne farà fulcro e centro; ed allora la esistenza
CODOGNO E IL SUO TERRITORIO
di Codogno si fa regolare, si coordinano le sue funzioni, si
espandono le sue influenze, ed il posto ambito è da esso con-
quistato nella naturale gerarchia degli organismi civili. Se fu
triste e pigro il verno signoriale, frazionante il paese tenuto
nell'algore della sudditanza, la forma embriologica al contatto
delle nove aure a mano a mano si fa permeabile, si dilata,
sente serpere tra le sue filamenta amorfe come un brivido di
vitalità incipiente, si riconosce, ha coscienza di sè ; i suoi rap-
porti civili, politici, sociali, si raffermano ; la religione e la so-
vranità lo muovono. La campana della chiesa richiama cogli
appelli spirituali, e quella del comune avverte gravemente il
popolo perchè si raccolga a discutere il bene di tutti. Intorno
al monolito feudale — simbolo della immobilità — si traccia e
si apre la rete delle vie surroganti i romiti e fondi sentieri,
emblema della accessione fra terra e terra. Le case si raggrup-
pano e si fronteggiano, sottratte ormai all'incubo della mole
patronale, che per lo addietro, solitario gigante, appena tollerava
gli umili e disseminati tuguri. Si inalzano le anime, e si sen-
tono di liberi cittadini in libero feudo. I padri nostri, paghi al
necessario, più che ai sensualismi della vita fissi all'onesto lucro
pei traffici estesi, prisca stirpe ma buon sangue, sè tutti river-
sando sulla gleba riconoscente, alle arti, alle mercanzie, alle
industrie, quali escono dal suolo o vengono di fuori, effi-
cacemente convergono a conquistarsi gli agi e le comodità
dell'esistenza. Vita provinciale oggi direbbesi ; anzi, assai più,
perchè direttamente alleata alla campestre. Tutta una massa
attiva, vivida, progrediente dà e riceve vitalità dai campi che
l'arricchiscono coi loro prodotti e dalle città che l'attraggono
col loro commercio e se la conservano stretta con quella me-
ravigliosa catena dello scambio morale e materiale di interessi
permanenti e capitali.
Non rumoreggia qui il chiasso cittadino vuoto ed ingom-
brante; ma Milano, ma Piacenza vivificano il paese della loro
influenza immediata. E perenne e cara fra noi la memoria della
casa paterna; ma si è convinti del paro che qui il mondo non
finisce ; è universa la conoscenza fra conterranei ; sono onesti e
bonari i comuni rapporti, che datano dal giorno dei sorrisi
296
CODOGNO E IL SUO TERRITORIO
infantili; ma è pur lungo e meditato il pensiero sulle cose che
si imprendono; e seria riflessione preludente ai contratti; e lente
ed intense le proposte, come vagliate e discusse le acccttazioni.
Strada maestra che guida immanchevolmente ai successi della
fortuna ed allo svolgimento della ricchezza terriera.
L'azione piacentina — per la prossimità, anche più feconda-
mente sentita — la gloria delV Augzista Flavia, si era lasciata dietro
una scia luminosa di coltura e di civiltà; e dal celebre cavipus
ferics dove accanto alla vecchia cittadella ducale convenivano
d'oltre monte e d'oltre mare i visitanti, il nostro buon bor-
ghigiano trovavasi al piacer suo in quasi diuturno contatto coi
mercatanti giungenti fino dalla nebbiosa Albione, fino dagli
ultimi scali levantini; e di là l'ascendente bonario tornava al
modesto suo casale, ogni volta saturo di cognizioni nuove; e
così di giorno in giorno la sua intelligenza liberavasi delle
vecchie dande e delle inutili gruccie, e da sè con arti sicuri
oltre procedeva. Smessa la vieta corteccia di suddito episcopale,
soleggiava al meriggio ; sul mercato di Piacenza parlava a
bottegai, a fantesche, a lavoratori, a rivenduglioli, ad ozianti ;
ma era per converso pur tratto ad aver consuetudine mercan-
tesca con gentiluomini, con avvocati, con medici, con speziali.
Passava il cavalluccio del mercatante codognese la lunga del
Po, soggetta nel secolo XVII a governatore speciale; ed il
breve « sediolo » trionfava ricolmo nell'andata per formaggi,
per burri e per ogni maniera di latticini; e poche ore dopo,
nel ritorno, non meno greve era la soma, tramutata in drappi,
in mobilie, in camangiari, in ninnoli diversi.
Così il gran fiume, nelle relazioni quotidiane di quei vicini,
cessava quasi di essere espressione geografica; e, come un ri-
flesso, come una emanazione che si andava allargando, lo evento,
il « fatto diverso » di Piacenza diventava la vespertina novella
del borgo, per cui dopo cena si allietavano intente le brigate
al dolce tepore delle allegre fiamme o alla soglia delle case.
Cade qui in acconcio richiamare il concetto, ripetutamente
indicato, che nel concerto delle consorelle lombarde la terjra
nostra per virtù propria ha forse più soventi di tutte menomate
le deleterie influenze del governo di Spagna, specialmente per
NELLA CRONACA E NELLA STORIA
297
ciò che riferivasi alle mutevoli e convulsionarie disposizioni di
governo e di annona con cui, più ancora dai luogotenenti reali
in Milano di quello che dal re in Madrid, ebbesi il vecchio du-
cato miserando scempio e tormentati nuovi.
Il luogotenente spagnolo moltiplicava le più ridevoli grida;
ma un corto mese bastava alla loro prescrizione di fatto, così
che il pensiero ritorna alla maliziosa e grottesca discorsa che
al povero Tramaglino dirigeva l'Azzeccagarbugli, quando s'era
fitto in capo d'aversi innanzi non uno innocente perseguitato,
bensì un inclito birbante. Cantava il gridario agonia e funebri
alle bande malandrine infestanti il territorio ; ma queste ripullu-
lavano a gran dispetto del «senato illustrissimo». Ed alla esosa
tolleranza dei furfanti s'accoppiavano la iniqua tirannia fiscale,
lo strozzamento della negoziatura e la folle proibizione della
escita graniera; ed il burlesco superava ogni grado di imagi-
nazione in conspetto di decreti restrittivi persino dell'esercizio
di panatteria e vietanti lo scarico delle sacca dai muli se non in
certa cotal guisa e dato luogo. Imposta agli ostieri la distanza
dalla città, oltre cui soltanto era loro concesso fornirsi di vini;
inibita inoltre la conservazione dei polli e dei pesci per ausilio
di ghiacci; comandamenti pomposi e nocivi, pei quali cresce-
vano le angherie, diminuivano i traffici, succedevansi le carestie,
mentre del male comune facevano loro prò contrabbandieri e
commissari regi, di perfetta intesa in abbominevoli intrugli.
Peggio poi se c'era guerra in casa: unica legge la mano mili-
tare, solo dritto l'arbitrio dell'uomo d'armi, dal grifagno con-
dottiero all'ultimo micheletto; e sempre funesti e spietati i
flagelli che colpivano i popoli: epidemie, violenze, vessazioni,
eccidi, con non interrotta serie, qual si fossero i combattenti,
amici o nemici.
Più fortunati non videro i nostri antichi il gran crollo dei
fastosi e voluttuosi costumi vagheggianti il vivere elegante e
molle prodotto dal rinascimento. Qui non attrattiva eccessiva-
mente lusinghiera di amorose corti, come a Correggio, ad Este,
a Camerino, a Busseto, dove il nome dei più celebrati artisti e
delle più lussuose madonne si intrecciavano nei meandri lubrici
e discreti delle ville sontuose. Qui, invece, vasto orizzonte di
298
CODOGNO E IL SUO TERRITORIO
campì, che non accascia le fibre e, se non suscita il genio, non
ratiepidisce la fede. O per rispetto alla morale delle forme, o
per tributo alla voga della virtù, Codogno si sentì di essere
e di valere quando, dopo il concilio tridentino, la chiesa tutti
richiamava a più corretti costumi. Da quel dì si allarga l' oriz-
zonte delle aspirazioni ; e si estrinseca nella forma che la vecchia
pietà consiglia e che il gusto magnifico dell'epoca addita; e i
templi sorgono, e le confratrie e gli istituti di opere pie ram-
pollano dovunque. E se da per tutto le tendenze egoistiche e
le compiacenze mondane sovraneggiano ed apparecchiano i ne-
fasti dell'individualismo odierno, non però esse valgono a
distruggere le regole severe del vivere antico.
Anche qui fa presa la fatale era; ma la gioia della, esistenza,
il gaudio dei soddisfatti appetiti non esorbitano ; qualche spet-
tacolosità trae i borghigiani fuori dall'abito famigliare, e li
spinge collettivamente alla ammirazione, ma ciò è dovuto ad una
specie di paganità rinascente, da cui non aborrono le nostre
feste religiose e delle quali l'archimandrita locale non di rado
si fa promotore.
Al sentimento religioso — che in moltissimi perdurava e ri-
nasceva pure traverso i disordini della vita — non rispondeva
il valore intrinseco della fede ; cui continuava ad obumbrare la
superstizione più cieca.
La suggestione demonologica lasciava credere alle periodiche
apparizioni del diavolo, specie presso i serviti a S. Giorgio; e
la stregoneria mantenevasi in auge. Ma, se anche per le ac-
cennate dissipatezze del clero mestante, e più che mestante
immerso nei mondani interessi, si congiura a' danni della reli-
gione altamente sentita, pure era manifesto che soltanto per la
pratica dello ascetismo più fervente riesciva possibile sgombrarsi
la via per gli onori e per gli impieghi. La ipocrisia cosciente
inspirava questa o quella publica azione; interminabili erano le
pratiche chiesastiche ed i fervorini di sacristia, le fantasie così
eccitavansi, ma tacevano i cuori; le reliquie prendevano il posto
dei precetti evangelici; e poiché tutto sonava voce di santuario,
così anche la istruzione e la educazione risentivano dell' unico
impulso dominante, e venivano impartite dai ministri della chiesa.
NELLA CRONACA E NELLA STORIA
299
Quasi nulla era la istruzione elementare ; tutta fatta in latino
e di latino la secondaria, con bando rigoroso a qualsiasi lette-
rario ideale; gli studi superiori di filosofia in gran parte gretti,
spigolistri, scolastici; eppure, malgrado ciò, anche allora e dai
ginnasi e dalle superiori facoltà escivan per valore proprio for-
tissimi discepoli che, fatti uomini, onorarono l'età loro.
Fra la onnipotenza del clero numeroso, e le brighe e gli
intrighi dei monaci, seppero e vollero resistere quelle elette
intelligenze, cui invano tentò addormentare il letargo nel quale
giaceva il paese sotto il funebre coltrone della Spagna signora. Così
e seminari e conventi, e confratrie e consororie ebbero in pugno
per lunghissima serie di anni gli ingegni e gli spiriti nostrani.
I primi albori di più chiaro orizzonte incumbevano. L'impe-
ratrice regina Maria Teresa e Giuseppe II imperatore, sfrondando
dal calendario le soverchie festività, sopprimendo immunità e
diritti d'asilo in luoghi sacri, abolendo, limitando e concen-
trando conventualità fratesche, inflissero i primi colpi alla stra-
potenza chiericale. Per gli innovatori austriaci il potere laico
rialza il capo e la società religiosa, a palmo a palmo, riottosa,
resistente, cedeva terreno.
Nel corso del nostro studio abbiamo assistito alle emule
controversie fra congregazioni di chiesa, a liti sempiterne tra
presuli e pastori, fra convento e convento, fra ordine ed ordine.
Ma l'urto che cominciò a sgretolare la millenaria compagine fu
l'aspra e recisa affermazione dei propri diritti da parte del-
l' autorità civile.
Soppressa e incamerata la maggior parte dei monasteri di
Codogno, abolite le confraternite di S. Rocco, di S. Bernardino,
del Riscatto e Carmine, del Gonfalone, della Trinità, dell'Ora- '
zione e del Rosario, l' abolizione delle processioni religiose e la
proibizione del suono di campane e dell'uso di apparati solenni
e di musica in chiesa nelle feste radiate (1786), trovarono a
Codogno la enorme cifra di ottanta preti e di dieci chierici, di
trentasei a Castione, di trentadue a Casalpusterlengo, di ventitre
a Maleo, di otto a Castelnuovo, luoghi tutti capi di vicariato.
Giuseppe II, infine, recava spiriti così radicali nella sua ri-
forma da dar facoltà di esistenza alle loggie francomuratorie
300
CODOGNO E IL SUO TERRITORIO
(21 gennaio 1786), cui Maria Teresa aveva distrutte, pena ai
disobbedienti il bando e l' interdetto.
Non per questo si perdettero di fidanza i chierici, e sei mesi
dopo la morte di Giuseppe II, in Codogno girò solennemente
intorno alla piazza la processione già vietata dal Cesare defunto
(15 agosto 1790).
Breve respiro: abbiamo in casa i republicani di Francia; la
laicità rinvigorisce, qui si spegne per crepacuore... politico un
paroco e — d' ordine transalpino — la municipalità diffida tutto
il clero secolare e regolare ad astenersi da qualsiasi atto del
culto fuori del sacro recinto (16 luglio 1798).
Da allora in poi innumere costumanze religiose spariscono.
Prima, il dì sacro ad Antonio abate, la statua del santo collo-
cavasi sotto il bel pronao della parochiale. La mattina del 17
gennaio i proprietari di cavalli conducevanli, ripuliti ed arredati
a festa, a ricevere colla benedizione il simbolico pizzico di sale
« buono per tutti i mali » ; ma la statua del barbuto anacoreta
della Tebaide fu conversa in quella di san Francesco da Paola,
fondatore dei minimi, e che oggi è in S. Giorgio.
Il giovedì santo, quando nel coro, fatto oscuro per le calate
cortine, i preti battono il « tenibro » durante l' oficio della set-
timana di passione, riunivansi in piazza dipendenti e domestici
di case patronali; tenevan lunghe pertiche colla punta foderata
di pelle, e vigorosamente percuotevano il suolo come i contadini
d'un tempo battevano sull'aie il grano coi correggiati. La ru-
morosa costumanza fu vietata dalla polizia in principio del
secolo ; ma quelli che ancor non son giunti a mezzo l' età ri-
cordano i coetanei monelli appressarsi armati di pali e di randelli
alle porte del tempio, e fieramente tambussarle, fugati poi dallo
zelante scaccino improvvisamente apparso, a cui non recavano
diletto quelle memorie eccessivamente onomatopeiche.
Ad ogni venerdì santo muoveva dalla Trinità un lungo corteo,
publica espressione dell' « oficio delle tenebre » portante attra-
verso le vie paesane un gigantesco simulacro di « Gesù deposto
dalla Croce ed attorniato dalle pie donne dolenti ». Questa ce-
rimonia durò fino al divieto giuseppino delle processioni reli-
giose (1786); poi fu ristretta nell'interno della chiesa ^
NELLA CRONACA E NELLA STORIA
301
Nella chiesa dei francescani, all'altare del taumaturgo Antonio,
convenivano a folla le generazioni che furono, poiché ne avevano
fatta sede di quella che potrebbesi chiamare la religione degli
infanti, da che la vita del santo fu quasi sempre commista alle
gioie ed ai dolori dei bambini. Ed anche qui — nel dì solen-
niale dell'umile frate — le madri porgevano i parvoli all'altare,
sul quale i monaci, sostenendoli, facevan loro tentare i primi passi.
Non parliamo delle noie e dei reclami fin da allora causati
dal suono dei sacri tintinnabuli ; non delle disposizioni muni-
cipali che, anche tra quel fervore religioso, trovavano il coraggio
di vietare il « sonar spesso » (30 marzo 1659); nè dei dissidi
che ripetutamente tra campanaro e comune ebbero luogo ; perchè
la monografia fastidiosa delle nostre campane — e che tutta ci
sta davanti con esposizione cronologica invidiabile per altri
temi — ci trarrebbe assai per le lunghe. Era un avvenimento
importante la fusione e l'impianto dì una campana; sebbene
troppo spesso accadesse; perocché, quasi non bastasse la fre-
quente sostituzione di campana nuova a campana fessa, per le
furie dei campanari energumeni, cospiravano altresì cause este-
riori; fra le quali, ad esempio, la consuetudine di incendiare
fuochi di gioia sul campanile ; fatto accaduto nell' occasione in
cui il marchese di Caracena prese Casalmonferrato (1652) e
tramandato ai posteri in un sonetto dei poeti Novelli ^.
Il pericolo dei sacri bronzi ad ogni tratto commossi, era
anche aggravato dalla poco saggia omissione dei traversi a di-
fesa ed a riparo delle arcate. Ci volle la morte di un campanaro
cieco, che soleva salir solo al castello e lassù imprimere alla
tastiera dei batacchi il concerto delle festività, perché la comu-
nità facesse porre le sbarre di sicurezza. La vittima precipitò
sul tetto della chiesa al punto di mezzodì nel giorno di Pasqua
(1835), e, come il popolino rileva tutto colla leggenda, così
fu detto che col campanaro era pur morta la morte, chè da
quella Pasqua, per ventinove giorni di seguito, in tutto Co-
dogno non una persona defunse.
Sì crede che l'orologio della torre vi fosse apposto dalla
comunità, eseguito in un anno da un meccanico valente recluso
302
CODOGNO E IL SUO TERRITORIO
nel forte di Pizzighettone (1582). La campana delle ore risulta
preesistente d'un ventennio, fusa nella casa di Pietro Morando
da artefice cremonese; ed oltre i rintocchi orari essa scandeva
con triplice ritornello un'aria meravigliosa. Regolato da prima
all'italiana, l'orologio lo fu successivamente alla francese (2 di-
cembre 1786). Ventisette anni dopo un altro orologio comparve
sulla torre del collegio laicale (ottobre 1813).
Non i soli campanari salivan sulle torri ; ma là su in vedetta
stavano di fazione guardie speciali per tener d'occhio l'andiri-
vieni dei malviventi scorrazzanti le campagne all' ingiro. Vi
sono innumerevoli gride concernenti codesto servizio di polizia;
e per esse è risaputo che la fazione sulle torri veniva fatta da
ogni uomo atto alle armi, toltine i nobili che potevano e so-
levano farsi surrogare dai loro domestici.
Non sembra, ad ogni modo, che all'appello delle scolte sui
campanili troppo volonterosamente si accorciassero i chiamati,
se un ordine comunale (23 aprile 1600) ed una grida governa-
tiva per tutto il Lodigiano, fatta publica molti anni dopo (10
maggio 1638), riassumevano minuziosamente tutte le notifica-
zioni e tutti i regolamenti diretti all' invio dei miliziotti a quella
strana ispezione dall'alto.
Se questa era imposta per tener d'occhio i dintorni, anche
più grave e pericoloso e necessario si palesava però l' oficio
dei berrovieri non solo sulle vie e sulle piazze, ma altresì nelle
vicinanze dei borghi. Violenze, liti, colluttazioni, battagliole fra
rione e rione, giochi d'invito, offese al buon costume, tutto ciò
allora come ora richiedeva dal governo la maggior sorveglianza.
Una grida del governatore marchese di Leganes proibisce
« il far a pugni, sassi, bastonate o perticate, et il nuotare e
giocare alle ossa nelle strade publiche » (16 febbraio 1636). Ed
aggiunge: «Questa prohibitione dichiara Sua Eccellenza che da
qui avanti sia generale, e comprenda gli habitanti di tutte
le altre Città, terre e luoghi di questo Stato, et che si usi
maggior rigore contro quelli di Picighetone, e Maleo, dove ha
auuertito il Senato esser cresciuto tanto questo disordine, che
particolarmente nelle Domeniche di Quadragesima sogliono unirsi
molti di quelli habitanti nelli campi vicini, formando squadroni,
NELLA CRONACA E NELLA STORIA 303
e combattendo con sassi, pugni, bastoni, et altri istromenti con
tanta crudeltà, che spesse volte ne resta alcuno d'ambe le parti
morto, ò mortalmente ferito ».
Questa, come altre gride, avrebbe lasciato il tempo com'era
se le misure di polizia giudiziaria e le sentenze dei magistrati
pretoriali e del senato non ne avessero a caratteri di sangue
raffermate le fiere sanzioni.
Non è a dimenticare che, reggendo Spagna — sino alle sue
prime contestazioni politiche e guerresche con Austria — il
procedimento ed il giudizio penali rivestirono in Lombardia
autentici caratteri di atrocità. Nessuna ombra di processo ac-
cusatorio o publico; tutto facevasi per inquisizione secreta, e
la formula definitiva « ad arbitrio di Sua Eccellenza » era quella
che modificava, mutava, aggravava la pena, senza che dal suo
disposto fosse possibile ricorso ed autorità veruna. Dal semplice
attuaro al duca governatore era libertà intera ed assoluta di
accusa e di sentenza; e quando la confessione dell'inquisito
non rispondeva sollecita alla richiesta del giudice, l'istruttoria
veniva compiuta nella camera tormentarla. Solo canone criteriale
era l'arbitrio; incerta, ma sempre feroce e disumana l'applica-
zione della pena, secondo le persone ed avuto riguardo alla
classe cui esse appartenevano. Fino al 1790 circa continuò le-
gale l'uso dell' istromento di tortura; e gran mercè se già da
tempo lasciavasi in riposo l'orribile ruota dilaniatrice delle
membra del condannato; ed anche quando la tortura s'abolì,
non lo si fece con publico editto per le stampe, ma soltanto
per circolare di carattere interno, sì che, malgrado il divieto,
in molte terre gli esecutori della legge seguitarono impertur-
babili neir applicazione della frusta, delle tenaglie e degli strappi
di corda, pena quest'ultima largamente eseguita in giurisdi-
zione territoriale di Cremona. Occorse un ordine formale del
direttorio francese perchè la pena capitale si compiesse da
allora in poi colla mannaia della ghigliottina, e non più colle
esacerbazioni regolarmente inflitte per lo addietro alla persona
del condannato.
Tempi di miseranda tristizie, e nei quali parve pietosa la
ghigliottina, sebbene già Cesare Beccaria e Pietro Verri e la
304
CODOGNO E IL SUO TERRITORIO
coorte illuminata dei filosofi di quei dì si facessero banditori
di un nuovo diritto punitivo, più in accordo colle leggi della
giustizia e dell'umanesimo.
La buona idea fruttifica gagliardamente nel tempo, ed anche
nella amministrazione della giustizia. Se Vienna non reca li-
berissimi concetti, porta senza dubbio rimedi a mali già creduti
irreparabili. La volontà individuale del giudicante deve inchi-
narsi non solo alla parola ma allo spirito della legge; i popoli
rifanno cuore, e mentre si sentono migliorati di dì in dì nei
commerci, nelle industrie, in tutti gli sviluppi della propria at-
tività, lasciano cadere insieme le aspre scaglie delle antiche e
facinorose consuetudini. Più corretti, più sciolti si fanno i co-
stumi, e certo più rapida sarebbe la rinascenza del sentimento,
se la lunga e penosa vicenda fra l'austriaco ed il cattolico non
rallentasse il cammino verso i nuovi ideali. E per ciò che qui
ancora trionfa il carnefice, le cui sportule orribili tocca volta
per volta al comune di soddisfare a suon di moneta.
Qui mozzavasi il capo ad un soldato del reggimento, cavalieri
Palfy, sulla piazza del castello, e tre suoi commilitoni passa-
vano a spalla ignuda sotto il flagello della verga croata (31
agosto 1731).
Ricordavano i padri nostri aver udito narrare dagli avi loro
una duplice impiccagione nella stessa piazza. Due malfattori
lasciavano sul patibolo i delitti; ma, o per loro riottosità al
momento estremo, o per lo atteggiamento degli spettatori (fra
cui anche lo storico Goldaniga) il mastro delle alte opere di
giustizia, temendo per sè, impugnò d'un tratto una pistola, e
con un coltellaccio fra i denti, compiè la tremenda opera sua.
A sua volta il panico s'impadronì della folla, il serra serra fu
generale, e fra urti e spintoni, la fuga degli atterriti travolse
seco persino il carnefice (22 agosto 1744).
Per altra doppia esecuzione il comune di Codogno pagò al
dottor Zucchi, tesoriere in Milano del regio oficio di giustizia,
lire cinquecento quarantaquattro, soldi tredici, denari nove di
spese (15 marzo 1777).
I registri comunali hanno nota d'un' altra espiazione sulle
forche di un condannato dal potestà (19 febbraio 1780).
NELLA CRONACA E NELLA STORIA 305
E finalmente V ultima condanna nel capo — che tuttavia è
raccontata dalle avole, e che pur sulle loro tremule labra at-
terrisce — è quella del facchino Quattri, detto Lesna. Presso la
Moientina egli minaccia con una falce, e ad intento di preda,
una povera donna, la sua vecchia nutrice, cui toglie in oggetti
d'oro la miseria di due lire. Denunciato, confessa il delitto,
fidente nella lusinga fattagli travedere di sfuggire alla pena
andando soldato. Un Grassi, commissario, vuol conseguire e
consegue della colpevolezza del Quattri la prova trionfale. In
Lodi fa travestire come il Quattri alcuni soldati, e la denun-
ciatrice, al confronto, parimenti riconosce il suo aggressore.
Il supplizio estremo vi è sentenziato ; respinti i ricorsi ; per tre
giorni il reo aspetta il momento fatale negli androni del sop-
presso convento di S. Chiara (albergo del Teatro) ; e innanzi
a lui, discendente le scale, vien spezzata la verga, simbolo di
sua fine imminente, dal carnefice, che alloggia in una stanzuccia
dietro il coro della parochiale. Il Quattri sale le forche in un
dì nevoso, accompagnato fuor di Codogno da funebre corteggio
al luogo della esecuzione, detto Monte Nivello, e cessato il rullo
dei tamburi velati, la salma del giovane facchino penzola im-
mota dalla trave sinistra (febbraio 1828).
* .
Al risveglio della coscienza dei propri diritti, logico s'ac-
coppiava quello, dello istinto raffinato della conservazione. La
seconda metà del secolo passato può a ragione additarsi come
l'incunabulo dell'igiene infante che diventa scienza. Dall'In-
ghilterra prima, dalla Svezia, dalla Germania, ed infine dalla
Francia, dove la sapienza della salute era maggiormente sentita
pei contatti cogli « amici del genere umano » — sezione dei
filadelfi americani della scuola di Franklin — era disceso anche
in Italia il vangelo che ha per fondamento la sanità della mente
nel corpo sano. Le scuole terapeutiche nazionali s'erano fatte
pratiche, e la fama dei « pratici meridionali » era salita a così
alti fastigi che ogni sultano, ogni califfo, ogni bey non dovesse
tenere a proprio archiatra se non chi fosse escito dallo studio
di Napoli.
In ogni regione della patria fu così orgoglio regolare il be-
nefico presidio sanitario a seconda degli speciali bisogni; e
Codogno e il suo territorio ^ ecc., — //. 48
3o6 CODOGNO E II. SUO TERRITORIO
come la chimica aveva da tempo spodestata l'alchimia, così la
medicina s'era imposta all'empirismo ed era diventata precipua
branca nei servizi publici dei comuni.
Nè Codogno difettava di medici con accompagnamento di
minori chirughi, e così in onore e nobilitante era tenuta la
salutifera professione, che s'ebbe fra noi il non comune caso
del sacerdote Giovanni Battista Carini, che, con bolla papale di
Clemente XIII (15 maggio 1764), ebbe facoltà di plenario eser-
cizio della medicina.
Cli studi esperimentali e patologici avevan sbandito il pre-
giudizio ; r assistenza medica al povero salì a dignità di legge.
Con unanime voto del civico consesso di Codogno il reverendo
Carini è eletto medico condotto (24 giugno 1770) — sino a
che Francesco III di Modena, governatore cesareo del ducato
milanese lo chiama a sè (1778) — e le supreme e collettive
necessità dell'egra indigenza trovano aita e conforto nel nostro
ospitale, dove già la pietà civile raccoglie gli infermi.
. . * .
Non per certo indifferente era rimasta la terra nostra allo
incalzante svolgersi della medicina estesa ai publici bisogni.
Nel Milanese il poeta dell' Eupili rimprocciava verseggiando gli
speculatori inquinanti Milano coi miasmi delle marcite e col
fermento delle concimaie a piè dei palazzi illustri; sermoneg-
giava il pittore Giuseppe Bossi, fieramente lamentoso di ogni
lare sacro alle restanze degli stabuli. Ed il governo aggiungeva
la pratica opera, indicendo diligentissime inchieste sulla igiene
publica per tutte le regioni del ducato.
Del Lodigiano ebbe oficio d'indagatore e relatore il medico
Villa, direttore del nosocomio Maggiore di Lodi. Resta testi-
mone degli studi compiuti il suo rapporto (novembre 1802), che
nella parte riguardante l'agro lamenta miserie antiche.... e pur
troppo odierne: la soverchia propinquità delle risaie, onde
l'umidissima atmosfera; la macerazione dei lini, producente per
le acque putride moltitudine di microrganismi; l'insufficiente
escavazione dei pozzi ; la tristezza della alimentazione ; la defi-
cienza del vino; le infermità denutrenti; ed allo studio delle
epizoozie bovine pone di riscontro il flagello della pellagra conta-
dinesca, cui definisce «arduo oggetto d'indagini presso i pratici ».
NELLA CRONACA E NELLA STORIA 307
Gli ammaestramenti che la scuola inglese chiama « ricreatori
dell'uomo » espandono anche in Lombardia la cura dello in-
nesto vaccino. L' eroico preservativo antivaioloso — già noto in
Asia, fatto conoscere in Europa dall'inglese Maria Wortley Mon-
tagu, ambasciatrice di Costantinopoli, cantato dal Parini, regolato
dal sublime Jenner — è in Lombardia, con energia di aposto-
lato pari alla vigoria della opposizione, diffuso dall'illustre
Sacco. In Codogno il primo innesto si compì ad opera del
chirurgo inviato dal governo (23 giugno 1803). Un celebre
decreto della republica aveva imposta la vaccinazione a tutti
i sudditi, comandando ai paroci, oficiali dello stato, di pro-
mulgarne dall'altare la obbligatorietà, con minaccie di gravi
pene ai refrattari. E così in quei primi anni di questo secolo
intere generazioni passarono la soglia parochiale, stabilita oficio
vaccinatorio.
Assai tranquilla rendevano la vita le agiatezze dei molti ; così
che allo elemosinare dei nativi s' aggiungeva l' assidua questua
dei forensi ; ed il grande esercito dei pitocchi tanto regolar-
mente aveva posto fra noi suo campo che fu mestieri interve-
nisse spesso la potestà comunale per arrestare codesta invasione
della miseria fatta mestiere.
Fin dagli antichi tempi Codogno era specialmente invàso
dalla mendicità dell' oltre Po ; e questa piaga era grave e co-
stante, se si giudica dal rimedio che gli agenti decurioni del
borgo invocavano dal potestà, col documento che riproduciamo
nelle chiose (26 ottobre 1591)^.
Molte furono le disposizioni municipali per vietare la questua,
e nell'archivio del comune se ne hanno alcune. Vi è tempo in
cui l'affluenza dei mendichi forestieri è grande talmente che si
è costretti all'applicazione di una targa di ricognizione per
coloro che oggi si chiamerebbero i poveri oficiali. La publica
carità fa di Codogno domicilio di soccorso ; gli elemosinanti
sono inscritti in un elenco speciale, e quelli della terra vengono
forniti di placche d'oricalco (circa il 1772).
Elettamente provvedevano alla propria alimentazione le classi
borghigiane. In grande favore, precedendo l'epoca nostra, te-
CODOGNO E IL SUO TERRITORIO
nevasi la dieta plastica. Quattro beccherie aveva Codogno a
mezzo il secolo XVII (1650); un trentennio dopo ascendevano
air eccessivo numero di trenta; e pare che tante ne richiedesse
il servizio publico, come che novant'anni dopo (3 marzo 1770)
il comune esigeva dai macellari formale dichiarazione che i
loro venditori non avrebbero subita mai penuria di carni, e che
sempre ne sarebbero stati forniti in misura sufficiente pel borgo.
Allo sviluppo di questa industria andava compagno quello •
della panificazione. Regnando il feudo, il signore investiva lo
esercizio del prestino in una singola persona per Codogno, per
Maleo e per altrove. Caduto quel regime i forni diventarono
più liberi ; ciascuno potè vendere farine, e cuocere e commer-
ciare pane, soppresso il vecchio ed indegno monopolio (1678).
Come già dicemmo al capo dello sfeudo, il prestinaro, colpito
nei suoi interessi, si oppose alle liberalità del comune; ma in-
vano, perchè una democratica sentenza gli diede torto, mentre
per ciò che si riferisce alla gabella daziaria sul pane venale, il
comune, per rogito di Pompeo Bellone, la affittava ad Antonio
e fratelli Bignami , panattieri nelle vicinie di S. Maria alle Nevi
(3 gennaio 1699). A detta poi del Goldaniga, lui vivente, erano
in borgo due prestini principali, detti prestini capi, ai quali
soggiacevano e tutti i minori venditori, ed i dodici e più forni
publici, senza contare che intorno a Codogno giravano perpetui,
sotto r impulso delle abbondantissime acque, numerosi mulini
macinatori, della più parte dei quali ancora rimane il nome.
Abbiamo toccato a suo tempo che, a somiglianza del dazio
sul pane e sulla carne, anche quello sul vino costituiva regalia
feudale; così che; l'esercizio di una osteria finiva per essere una
vera e propria investitura del signore. Taberna Pizleonis è pur
oggi nome di luogo perduto fra Camairago e Pizzighettone ;
taverna di proprietà del conte Vitaliano Borromeo, feudatario
camairaghense ; il quale nei capitoli chiesti e concessi dalla re-
publica milanese a Lodi (18 ottobre 1448), aveva confermato
il possesso di quella popina, con facoltà di vendere in essa al-
tresì pane e carne, e con formale divieto che per due mirlia
air ingiro altri potesse tenere osteria, albergo, prestino e ma-
celleria *.
NELLA CRONACA E NELLA STORIA 309
Quando si spense il feudatario marchese Gian Giorgio Lam-
pugnano (1665), in Casalpusterlengo due erano le osterie, che
tuttora esistono : quella di S. Giorgio, che dava per fitto seicento
lire ed altre seicento per canone di dazio, e quella della Co-
rona, affittata pure a seicento lire e gabellata per seicento set-
tanta a prò del feudatario.
L'osteria di Guardamiglio appare nelle carte del tempo com-
putata nella investitura del luogo fatta dalla camera ducale
farnesiana in Giovanni Nicelli (22 settembre 168 1).
In Codogno, finalmente, fin dal 1650 due alberghi accoglie-
vano gli ospiti: i Tre Re, nella contrada Grande, e quello della
Chiavica o di S. Antonio (ora Leon d'oro), in contrada di
S. Fiorano ; alle quali un terzo se ne aggiunse anteriormente
all'estimo dell'Albino (1691), detto del Sole, in contrada di
Casale, ed ora da pochi anni scomparso. E però evidente che
anche fra noi i feudatari decaduti non si acconciassero alla per-
dita dei dritti sulle osterie, già loro assicurati prima dello svin-
colo dei subbietti; c'è infatti in atti dell'archivio comunale una
dichiarazione del municipio sull'acquisto di una osteria, che
dicesi fatta a favore di casa Trivulzio e da persone che le erano
sottomesse.
Quanto alle abitazioni, bisogna convenire che i codognesi
si contentavano di ben poco.
Le case, difatti, eran brevi, basse, dissimetriche, non orna-
mentate e nè meno sempre intonacate. Soltanto i pochi palazzi
avevano le finestre munite di gelosie alla persiana; ma a quelle
delle abitazioni inferiori la carta oleata sostituiva i vetri, sur-
rogandoli altresì agli usciali delle botteghe, che quasi tutte
avevano gli stagionali, di cui, non sono molti anni, rimanevano
tuttavia vestigia sotto la loggia, a comodo dei formaggiari al mi-
nuto. La sera si chiudevano a mezzo della ribalta, così e come è
in uso tuttavia nelle misere botteguccie del prossimo Appennino.
Ma lungo il secolo XVIII un novello impulso edilizio mutò
r aspetto generale del borgo ; onde la meraviglia e la com-
piacenza del buon Goldaniga, enumerante nella sua cronistoria
\ gli iniziatori delle nuove costruzioni. A non parlare degli edifici
publici allora sorgenti ex novo — quali il cimitero di piazza
3 IO CODOGNO E IL SUO TERRITORIO
Morta e l'ospitale civico — tra i privati, il ricco e dotto Giuseppe
Maria Folli, faceva sorgere in contrada del Sole un dovizioso
palazzo, emulo di quello dei Trivulzio nel dar ricetto agli ospiti
illustrati di corona e di spada e di mitra per qui trascorrenti.
Sempre lungo il secolo scorso i Mola e i Quadri edificavano
in contrada Scacca; gli Stabilini in Vallicella; i Grazioli rim-
petto alle Grazie; i Dragoni a S. Maria; i Ferrari in contrada
del Cristo o di Fombio; i Grecchi e i Borsa verso Cittadella;
i Bignami, il sacerdote Cairo ed altri davano opera ad altri
stabili ; i Belloni, infine, inalzavano case in piazza Maggiore.
Il palazzo Trivulzio in piazza — che fu pure compendio di tra-
passo nei Gallio di Como (1678), e da questi al pio luogo di
Milano (1766) — fu acquistato da Vitale Bignami (1779), che lo
ridusse ad abitazioni comuni, le ampie scuderie trasformando in
casere, antonomasticamente dal popolino battezzate le « caserone ».
Il palazzo Folli — cominciato sul finire del secolo XVII e
soltanto compiuto nel primo decennio del successivo — fu presto
strappato alla sua sorte lussuosa (1749). Morto il suo autore,
l'edificio venne in potestà di alcuni compadroni della pia con-
gregazione dei mercanti, eretta prima nell'oratorio di S. Tomaso
(1728), poi nel seminario. Nel palazzo fu accolto il vescovo
Gallarati che vi officiò nell'oratorio, erigendo canonicamente
la congregazione (22 luglio 1758).
I tempi guerreschi tramutarono sgraziatamente in caserma
quella sede di domestico fasto, che per sè aveva costrutto il
chiaro legista, tolto da morte ad eccelsi onori politici. Fu ri-
soluto però dai condomini che la cessione sarebbe stata pre-
ceduta dalla descrizione del palazzo com'era in quel momento
(13 marzo 1794), e il documento tecnico fu opera dell' ingegnere
lodigiano Antonio Dossena.
Alla imponenza del ricettacolo ospitale del Folli, alle reli-
giose ed industri riunioni dei mercanti, ai clamori incomposti
della caserma, sottentrò da circa un quarto di secolo la rumo-
rosa attività delle filande e dei filatoi, onde oggi trae presidio
e lavoro buona parte della nostra classe operaia.
Primitive come le vecchie case furono naturalmente in quei
dì le contrade, sepolte nella notturna oscurità più fitta, quando*
NELLA CROiSTACA E NELLA STORIA
311
l'amica luna non sovveniva la condiscendenza de' suoi raggi,
e quando l'insulto del vento sopprimeva il fioco lumicino di-
votamente acceso alle imagini sacre di qualche canto di via.
Indi l'obbligo al viandante di recar seco una lanterna accesa
■per non incorrere nell'ammenda, che le gride (1775 e 1782)
comminavano gravissima. Fra i publici servizi l' illuminazione
stradale fu classificata tra noi solo quando il comune illuminò
il borgo intero con lampioni ad olio, secondo il sistema del
ginevrino Argand (18 novembre 1834) ; lampioni che ebbero poco
meno di una quarantenne esistenza, per essere sostituiti dal gas
(1874), oggi divenuto esso pure vecchiume®. Non per questo
di quelle tenebre impensierivansi i signori gaudenti; ed i loro
cocchi correvano notturni a briglia sciolta nell'aureola fumigante
delle torcie accese, lampeggianti per le scosse loro impresse
dagli agili ed aitanti lacchè.
Solamente negli ultimi anni del seicento le nostre precipue
contrade ebbero qualche regolarità. Se ne cominciò il lastri-
camento (169 1); si oppilarono le fosse del castello, le cui
esondazioni continue avevano causato lamentele infinite, e quattro
piazze delinearonsi intorno al maschio onde si erano colmate
le fosse, e rasi a terra gli spalti, inalzandovi la montagnola,
cui con forse troppo lirici rimpianti accennavamo fin dall'inizio
di questo libro. Per questo modo si ottenne un progrediente
risanamento delle contrade; che prima pei canali, arieggianti
incili di roggia, eran fatte pozzanghera o lago se la pioggia
si aggiungeva alle acque sfrenate.
Vivissimo per fortuna fu sempre lo interessamento del co-
mune per tutto ciò che aveva tratto a circoscrivere le linfe di
scolo. I reclami dei cittadini non trovarono mai sordi i reggi-
tori della publica cosa
Fra le novazioni recate dalla conquista francese, quella pure ci
fu della numerazione delle case (3 luglio 1797); e furono distinte
in numero progrediente, indifferentemente alle diverse vie ^.
Se le condizioni materiali dei borghi ebbero miglioramenti ,
non diversamente — sebbene in guisa più lenta — avvenne per
quelle delle campagne.
312
Precessero regolate e lastricate le contrade dei nostri borghi;
seguirono, non foss' altro che rese pervie, le strade forensi.
Per lo addietro le frequenti paludi, le polle corroditrici, gli
alberi invadenti, la mancanza dei ponti, le anguste tortuosità ed
altre cause ancora rendevano questi cammini inaccessibili lungo
gran parte dell'anno, e mal sicuri sempre. Il perchè il viag-
giare su di essi significava quasi atto audace, e passò in pro-
verbio il testamento di prammatica allor quando da Codogno
facevasi via per Milano.
Nei Viaggi di Gian Vincenzo Imperiale ^ si parla di quello
compiuto da quell'advena ormai antico (1609) verso Loreto,
Roma e Napoli, con descrizione del percorso in Pavia, Milano,
Melegnano, Lodi, Pizzighettone, Cremona, e di altri viaggi a
Piacenza. E curioso il commento del patrizio genovese; tra le
altre osservazioni egli accenna al contado abduano che per la
continua vicinanza del cerulo fiume vien detto « non meno di-
lettevole che dovizioso ». Rammenta pure la folta nebbia « che
per insino al nobil luogo di Castione » non si disfece. Il ligure
varca l'Adda con barca a Pizzighettone, e scende all'osteria
della Spada. In un successivo viaggio da Piacenza a Lodi trova
le strade assai fangose.
Noi vedemmo pure i nostri egregi conterranei e procuratori
per lo sfeudo staccar soldati da Melegnano a Lodi a propria
salvezza, e nel loro rapporto con pavide e gravi frasi rammen-
tare i pericoli anche materiali della impresa.
L'opera giuseppina iniziò validamente la riforma stradale.
Fu r imperatore filosofo che con ordinanza speciale dispose
il raddrizzamento di alcune vie della bassa Lombardia (12
maggio 1783); fra cui dovevano essere « rettifilate » e rinno-
vate quelle da noi verso Cremona, e fiancheggiate con quei
paracarri in legno che quarantasei anni dopo volle il governo
sostituiti con altri di vivo sasso (1829).
Nel 1783 appunto Giuseppe II aveva compiuta la strada per
Cremona, già obbietto di osservazioni dai compilatori del piano
stradale lombardo (13 febbraio 1777 e 30 marzo 1778), dal quale ^
così tanto benefizio trasse il territorio. Vale però in proposito il
ricordo che quella via prima era stata delineata ed aperta infino
a Maleo dal cardinal Trivulzio, su disegno dell'esimio Barattieri,
313
caduto in . isfavore dell' eminentissimo, e dovuto fuggire a Pia-
cenza, perchè il suo Mecenate non avevagli saputa perdonare
la tortuosità della linea nel tracciato della strada cremonese.
A compimento delle quali notizie sovvenga T accenno che
Ferdinando d'Austria, governatore di Lombardia, con suo rescritto
classificava tra le vie provinciali quella da Lodi a Pizzighet-
tone per Codogno, da Casalpusterlengo a Piacenza per la Miran-
dola, ed a Campo Rinaldo per Ospitaletto (23 settembre 1779).
Non mancò poi la lenta ma efficace opera di Leopoldo II al re-
golamento dell' aggere per la strada di Mantova, alla quale volle
lavorassero di gran lena i condannati del penitenziario di Piz-
zighettone.
Se però lo stato non era restio ad aprire nuove arterie di
comunicazione nel territorio, anche i privati non gli lesinavano
il sussidio dell'opera loro. Quelli, difatti, ch'ebber fin da allora
nome di proprietari « frontisti » obbedivano di buon grado al-
l'ordine sovrano pel quale essi dovevano mantenere e, in caso,
riparare le riattate strade. Peccato che questa predisposizione
civile fosse passaggiera ; e se i lignei colonnotti sul margine
delle strade indicavano quali fossero i manutenenti del rispet-
tivo tratto, il fervore dei finitimi vigili si illanguidi fino a scom-
parire; così che si spiega pur troppo, come caratteristica dei
rapporti che i generali francesi dell'esercito republicano invia-
vano al direttorio, l'uso regolare dei più foschi colori tutte
le volte in cui erano tratti ad accennare i passi e le strade
di Lombardia.
La graduale agevolazione prodotta all'abitato da queste ar-
terie di comunicazione che s'andavano regolando, congiunta
alla serena tranquillità dei luoghi campestri, non tardò ad eser-
citare una sensibile attrattiva in quanti, provenienti da altrove,
solìermavansi nella regione. Per la confluenza dei forestieri, dì
per dì i paesi nostri si animarono; vetture giornaliere echeg-
giavano di squillanti sonagli sotto le ombrie dei cinerei salici;
dai ben coltivati campi s'affacciavano i contadini al rumoroso
e sfavillante trapassare dei cocchi, tratti rapidamente oltre dagli
scalpitanti destrieri; e gli arrivi, e i passaggi e le soste offri-
314 CODOGNO E IL SUO TERRITORIO
vano larga messe ai ragionari domestici, alle conversazioni nelle
patriarcali spezierie, al convegno degli sfaccendati dell'ora, agli
ufìci delle lettere.
Da lunge s'udiva lo stridor rauco della cornetta con accom-
pagnamento rumoroso dello schioccar degli scudisci; poi, sal-
damente montato sul cavallo di manca, delineavasi, ingrossavasi
il baldo postiglione dagli stivaloni ascendenti, dal gamurrino
attilato ed alamarato, dal bordato cappello a tuba abbagliante
sotto il sole. Sollevando nembi di polvere, la pesante « berlina » ,
tra squilli rinforzati, attraversava come una festosa visione la
via massima dei borghi, ed, o all' albergo di sosta o nella corsa
proseguita più oltre, le erano scorta gli sguardi e i parlari
della gente assueta al quotidiano spettacolo. E già varie e mul-
tiformi erano le sagome dei veicoli, tutte stranamente fornite di
un color regionale non per anco oggi interamente dissipato. Fin
dallo scorcio del secolo passato il « battarro » era in voga nel
Cremonese, mentre il cabriolet o la « bastardella » appartenevano
ai più comuni rotabili; ed avevano, come hanno tuttodì, nome
di « codognine » , specialmente sul Piacentino, le nostre leggere
carrettelle, basse, abbastanza comode e senza mantice, delle
quali lungo le due rive del Po la imposizione diretta espan-
devasi dalle fabbriche di Codogno. In progresso di tempo s'ac-
crebbero i mezzi di locomozione; lo stato stese la mano sul
servizio di viaggio; ed una vera legislazione publica, promul-
gata con editti speciali, regolò i transiti veicolari fra un luogo
e l'altro, colle rispettive tariffe, coi giorni determinati della
settimana, colla introduzione prima delle « sedie » di posta al-
l'italiana ed assai più tardi delle «diligenze» (1813); coi po-
stiglioni classificati e colla indicazione dei viaggi postali da
compiersi sui diversi stradali, che venivano con linguaggio ofi-
ciale chiamati « rotte » , e fra le quali la più importante era quella
da Milano a Mantova. Ed è a notarsi che il diritto ad usu-
fruire delle stazioni postali nei luoghi minori veniva dal governo
investito nei privati che presentavano le opportune guarentigie ;
si che emerge da un rescritto sovrano come il codognese Gian
Maria Mola possedesse il diritto perpetuo di posta in Codogno e
in Zorlesco (1770); ed i Mola stessi, alle porte di Lodi, presso
la Gatta, costruirono il palazzo della .posta (177 1), erigendovi
NELLA CRONACA E NELLA STORIA 3x5
un oratorio, e in questo collocando il gruppo della « Pietà »
dovuto a Gerolamo Cavana. Quivi il commissario francese Cri-
stoforo Saliceti, che seguiva l'esercito di Bonaparte, facendo
man bassa sui capolavori dell'arte italica, passò un brutto
quarto d'ora, allor che da Piacenza conducevasi in Milano a
colloquio col generalissimo, e fu sorpreso dai contadini del
Lodigiano ammutinati (24 maggio 1796). Ne ebbe svaligiata la
vettura e dovette all'essersi prontamente rinchiuso nell'osteria
della Gatta la sua salvezza, si che chi gliela procurò ebbe da
lui lauto contrassegno di vitalizio. Nel 1782 l'uficio postale da
Zorlesco fu trasferito a Casalpusterlengo ; e, per fargli posto,
venne abbattuto il bel portone dei Lampugnani, là dove sbocca
la via che dalla piazza guida alla strada Rivadersa; ed un'antica
caserma, acquistata dal comune casalese, fu dai Mola destinata
a stabulo dei cavalli.
3l6 CODOGNO E IL SUO TERRITORIO
NOTE AL CAPO LV.
' Mentre licenziamo le bozze di queste pagine apprendiamo che nel
venerdì santo di quest'ultimo anno del secolo verrà ripristinata la pro-
cessione per le vie col simulacro della « Deposizione ».
^ Pier Francesco Goldaniga - Memorie storiche del regio ed insigne
borgo di Codogno.
Mediolani 26 octobris 1591 — Al Potestà di Codogno
111.'"" et Ecc. Signore. — La terra di Codogno siede tanto vicina a' luoghi
del Piacentino che è quasi una porta a quelli che di là vengono, onde è
tanta la turba de Montanari et de poveri mendichi che ogni dì da quelle
parti scendenjdo si ricovrano nella detta villa cacciati dalla fame che pare
che in breve siano per ingombrarla tutta. Item specialmente che dall'anno
passato in qua i portinari del Po passano tutta questa misera gente molto
prontamente nel venire in qua, ma non lasciano tornar indietro alcuno
che così dicono essere commissione de loro Principi. Onde i Piacentini a
questo modo attendono a scaricarsi di questo diluvio, par che in breve
siano per inondare et la detta terra et altre ancora.... etc. omissis.
Per tanto gli agenti et decurioni di detta terra fideli servitori di Vostra
Eccellenza veggendo il pericolo che sovrasta hanno preso consiglio di
fare da lei ricorso supplicandola che si degni con sue lettere dare ordine
et commettere al Podestà del luogo et ad essi supplicanti che con ogni
più pronta via facciano sgombrare da detta terra si fatti forestieri i quah
si conoscono inutili et dannosi.... omissis.
* Al di sopra dell' osteria di Camairago si protende tuttavia, retta da
ferreo braccio, l'insegna « humilitas » in caratteri gotici, lavoro in ferro
battuto che rivela la sua origine di secoli anteriori.
^Giovanni Battista I^ikkxtyy^'^i - Catastro dell'estimo rurale di Co-
dogno (31 dicembre 1650).
^ Presentemente si sta iniziando l' illuminazione elettrica attuandola alla
stazione ferroviaria.
^ Fra le numerosissime convenzioni di comune e privati nell'intento di
convogliare nelle apposite condutture le acque spesso disselciatrici , è a
tener nota di quella consegnata a publico atto colla quale si fermò accordo
con Giuseppe Maria Bellone, proprietario d'una casa presso la loggia, pel
NELLA CRONACA E NELLA STORIA
mantenimento d'una cisterna accosfliente lo intero deflusso dei colati /f
(14 dicembre 1707).
® Riferiamo alcuni vecchi nomi delle strade codognesi :
Contrada Grande — via Roma dalla piazza a via Garibaldi.
» di Fombio — via Garibaldi.
» di Cittadella — vicolo di via Garibaldi a sinistra.
» di S. Fiorano — via Roma da via Garibaldi allo stradale di
S. Fiorano.
» di S. Giorgio — via Ospitale.
» Soperchia — via Beneficenza da S. Giorgio a via Cremona.
» Guggirolo — via Beneficenza da via Cremona a piazza Mercato.
» Cantarana — via Pizzighettone.
» di Maleo — via Cremona.
» Vallicella — via Teatro.
» dietro la roggia — via Lodi.
» dei Favini — via Unione.
» Scacca — via Milano dalla piazza a via Unione.
» di S. Rocco — via Milano da via Unione a S. Rocco.
» di Casale — via Milano da S. Rocco allo stradale di Casale.
» del Guado — via Po da S. Rocco alla campagna.
» dello Zocco — via Po da vS. Rocco a via Vittorio Emanuele.
» Lovera — via Vittorio Emanuele dalla campagna alla Trinità.
» Galliverta — via Vittorio Emanuele dalla Trinità alla piazza.
» della Racchetta — via Cavour fino a S. Bernardino.
» del Sole — via Ognissanti.
» di Borgo Rampino — via Castiglione.
» dei Molini — via Cavour da S, Bernardino alla campagna.
» dei Bignamini — via Barattieri.
» del Lumino — via Camposanto.
Il « sitto del Castello » — come si legge nei catastri comunali — era
circoscritto verso la contrada del Lumino da quella della Fossa.
* Atti della Società ligure di storia patria - Fase. I, 1898.
CAPO LVL
Commerci e manifatture — Mercati e fiere — Spassi privati e publìci —
Ville — Orio — Il passeggio — Mode — I caffè Sferistica —
Musica — i teatri.
manifatture che per ordine di anni possono considerarsi più
prossime a noi.
Già nel memoriale del Folli per mantenere la preminenza
ecclesiastica di Codogno su Maleo, è detto che sul finire del
XVII secolo si contavano cinquanta botteghe nelle venti con-
trade codognesi, tre speziali, dodici casare, una fabbrica di cera
alla veneziana, indoratori, intagliatori, pittori e stampatori; e
si pagavano dai terrazzani ben ventiquattro cavalli dì tassa, la
maggiore di tutto il Lodigiano. Il Goldaniga, circa un centennio
dopo, registrava a prova dell'incremento della terra l'istituzione
della casa regia del dazio o dogana che dir si voglia, l'ag-
giunta di una spezieria, tre aromatari, tre cartari, fabbriche di
cera e di cappelli, torchi per paste, otto tintorie, tre concerie
3NZA tornare sul quadro delle multiformi industrie
che a grado a grado vennero ad imprimere un ca-
rattere felice al nostro borgo, è opportuno illustrare
con qualche nota quei commerci e quelle speciali
CODOGNO E IL SUO TERRITORIO 319
di cuoi, una fornace figularia, sellai, pellicciai e via dicendo,
filande e filatoi dei Mola e dei Folli.
Nei dintorni rifletteva efficacemente il movimento industriale
del borgo. A Borasca uno Scotti faceva agire una folla da carta
(1776). Giuseppe Antonio Borsa, fittabile di tutti i terreni del-
l'abazia di Santo Stefano, vi si era edificato un comodo pa-
lazzo, « nobilitandolo » con una bene architettata filanda da
seta (1748) S e con un decoroso oratorio, privilegiato per cele-
brazione di messe da Benedetto XIV ; e fra paese e paese mol-
tiplicandosi i mercati, gli scambi dei prodotti agevolavano il
soddisfacimento intensivo della vita; e tra casale e casale i
« maiolini » peregrinavano colle loro stoviglie, percorrendo l'alta
e bassa Lombardia, scontrandosi gli uni gli altri su pei ronchi
della Bresciana e sul Verbano; formaggio e lini costituivano
buon valsente nei vantaggi della esportazione ; i nostri carret-
tieri, audaci sfidatori degli erti Appennini, in Liguria ed in
Toscana portavano i loro carichi di pelli, cappelli, stoviglie,
vetri, pollami.
Fior di mercati susseguivansi nei dintorni : Il giovedì a Gera,
il venerdì a S. Fiorano, antichi e floridi. Anche Maleo ebbe
concessione sovrana di tenerne uno settimanale (1776); ma fu
vano, chè il publico non corrispose allo zelo di quei reggenti.
Immanchevoli coloni traevano incessantemente dal territorio
circostante il lunedì a Casalpusterlengo ed il martedì e sabato
a Codogno, che, per speciale rescritto dell'imperiale maestà di
Leopoldo II (20 agosto 1791) ebbe, colla facoltà della celeber-
rima fièra, anche quella del mercato settimanale dei bestiami in
ogni giovedì. Il primo di questi mercati tennesi il 24 novembre
di quell'anno sulla piazza ora detta del Mercato, non ancora
così vasta, e che pure oggi non basta quando la stagione di
Mercurio si apre per noi trionfale in occasione della fiera
d'autunno.
Questo mercato per moltissima serie d'anni cadde in disusò;
soltanto riapparve nel 1868, su proposta del compaesano Gio-
vahni Battista Lodigiani, non più settimanale ma mensile; e
dal quarto martedì d'ogni mese venne pochi anni sono trasfe-
rito al primo.
320
Il fatto commerciale più importante per Codogno è la sua
annua fiera. Le mutate condizioni dei popoli, come dovunque,
anche in Italia menomarono il lustro di quelle famose fiere che
un dì attraevano in patria moltitudine di mercatanti, venuti non
solo da ogni regione d'Europa, ma anche d'Oriente. Tra le fiere
che in più regioni italiche non sono sminuite dall'antica gran-
dezza, tien fermo alla sua fama anche quella di Codogno nostro.
Ad ogni anno nel tardo autunno, dopo san Martino, la vita
del borgo si connatura con quella dello avvenimento periodica-
mente benefico. La fiera preoccupa di sè da un mese prima,
e si prolunga negfi effetti e nei ricordi, ad uno successivo. A
centinaia di chilometri in giro è un peregrinaggio industriale
che si avvia al nostro borgo, e forse mai così a proposito può
ripetersi il tassiano
Tutti convengon qui d'ogni paese.
La fiera ha nella operosa e popolosissima campagna di Lom-
bardia il valore, direbbesi, d'una antica olimpiade; al felice
evento è rinviata la risoluzione di molteplici faccende agricole;
dalla sua data si dipartono, reggenti per lo svolgimento dell'anno
che segue, e norme e patti e convenzioni d'affari. Sarebbero tre
dì quelli della sua durata oficiale; ma ove propiziino le clima-
teriche condizioni, suole vivace, affollata e produttrice, prolun-
garsi infino ad un;i settimana. E non solo essa eccede i suoi
lìmiti oficiali pel tempo, ma inoltre si espande sempre più, così
che là dove da suo principio bastavano le quattro piazze cir-
costanti il castello, questo demolito, il suo spazio fu tosto in-
vaso da bovìn' e da equini ; e da un settennio circa così pur
essi si annoverano in continua crescita, che il comune risolse
di farne esulare gran parte fuori dell'abitato, e pur rimane com-
piutamente ingombra l'antica piazza.
Nè soltanto codesta fiera debbesi considerare esposizione di
derrate e di merci con fortunato esito di contrattualità; ma
Godogno — nolle condizioni di operosità e di benessere che gli
son proprie — ne profitta per crearsi e godere in quel periodo
solenne civili ed onesti spassi. Indi, una florida stagione teatrale,
e l'ospitalità è largamente esercitata ai visitatori, ed i lieti
NELLA CRONACA E NELLA STORIA
321
convegni del parentorio, e gli amichevoli simposii, e tutto
quanto, infine, risolleva lo spinto dal penoso e diuturno la-
voro di tutta un'annata.
Sola ormai qui regna la fiera novembrina; perocché la sua
minor sorella dell'aprile dopo un quarto di secolo venne così
languendo che oggi potrebbesi senz'altro classificare come im-
portante mercatone mensile ^
Afferma il Monti, che una delle fiere più antiche sarebbe
stata quella di Casalpusterlerlengo , per il santo patrono del
luogo, sul finire dell'agosto, e che nel 1684 era disusata. Ciò
sarebbe comprovato dalla circolare stampata (14 gennaio 1684),
con cui il magistrato camerale, avendo intimato ad ogni comune
la denuncia dei propri mercati e delle proprie fiere, sentì,
rispondersi da quello di Casale che non si teneva punto ob-
bligato a chiedere facoltà di sorta, o per mercati o per quella
specie di fiera già detta di S. Bartolomeo, essendo questi negozi
de jure gentium.
Ad ogni modo, più tardi quei di Casale si ebbero dal go-
verno l'invocato permesso di tre giorni di fiera, con rescritto
imperiale (1806); ed anc^e quella terra si animò giovandosi
dell' insueto movimento di traffici, specialmente in questi ultimi
anni nei quali è per lo più decoro della fiera lo spettacolo
teatrale. Ma tutto quanto è di negozi fruttiferi si riassume nel
terzo mercoledì di ottobre, che è il primo e l'unico importante
giorno del movimento.
Presso che tutti i comuni del nostro territorio istituirono od
istituiscono tuttavia fiere*; ma esse assumono piuttosto la sim-
patica e rumorosa fisionomia delle sagre; tra le quali quelle
di Castione (1801); di S. Ignazio a Santo Stefano; di Maleo
in onore di san Sulpizio (23 ottobre 1805), e che l'anno dopo
il suo inizio, per evitare pregiudizio reciproco con quella di
Soresina, fu trasportata di una settimana. Essa è comunemente
detta della sufon, cioè della gallina col ciuffo, che viene im-
bandita nelle mense rusticane, seguita il lunedì dalla sufin\ è
caratteristica per ingenua giovialità dei sollazzi e dei ricordi
popoleschi; come quella di Cavacurta, nella domenica di Pas-
sione, quando « l'ora prima il bel tempo rimena ». In quella è \
Codogno e il suo territorio,, ecc. — //. 49
322
CODOGNO E IL SUO TERRITORIO
salutato il verno che se ne viene, in questa il verno che se ne
va; l'emblematico giro dello essiccato frutto del castagno vi fa
da collana ai bimbi chiassosi ed alle felici pulzelle, ed è come
fraterno auspicio arvale alla imminente primavera il cavalle-
resco dono del fiore offerto alla fanciulla piacente dal passag-
giero, anche se sconosciuto.
Al movimento nuovo, su e giù pei suoi cammini arteriali,
come una febbre esagita lietamente la campagna che sembra
sorrida. Non da per tutto l'aria è balsamica, nè i luoghi sempre
ameni ; ma ivi del pari i profughi dai tumultuosi fragori delle
città conduconsi a cercare serenità e pace. La villa felice sorge,
più o meno fastosa, a ricovero dei ricchi gaudenti; e, smesso
lo scabro ed austero aspetto di tempi perduti, anche le turrite
castella trasformansi in casamenti campestri, fatti brulicanti con-
vegni di blasonati cacciatori, di placidi e ben digerenti prelati,
di academici passatempi letterari e scientifici, quali nel suo
palazzo di Somaglia teneva Rossane Laudi, circondata dai Frisi,
e dai Carasi, o di improvvisazioni satiriche, come quella sul
re di Roma, la quale tra i calici fruttò a Jacopo Sanvitale,
ospite dei Laudi alle Caselle, i quattordici mesi di prigionia
nella fortezza di Fenestrelle.
Non più minacciose macchine da guerra alla soglia degli au-
steri manieri, ma invece morbide e comode portantine per le
ammodernate castellane, le quali — cinte da uno stuolo di ca-
valieri nastrati e ingioiellati — tradiscono la noia dei caldi ed
inerti pomeriggi, arrovesciate sulla spalliera degli sculti sgabelli,
e, confortate dalla molle ombria dei platani non meno che dalle
leziosaggini dei cicisbei, lungo i viali fioriti.
Innegabilmente, dopo la lirica invernale della capitale e delle
città sentivano quei favoriti dalla sorte il desiderio dell' ecloga
elegante ; e così i palazzi camperecci * — come allora si dice-
vano — sorgevano come luoghi di delizie. Grandiosi giardini,
zampillanti cascate, basse terrazze con rampe e scalee salienti
ai pianori, e gradinate gigantesche, e decorazioni di licheni
serpeggianti su per le statue, e fitte ed alte siepi di lauri, di
quercie, di carpini a foggia di arabeschi e di stemmi, ed erme
NELLA CRONACA E NELLA STORIA
troneggianti dai piedestalli, e scure vallicelle, e grotte incro-
state a tuffi e a conchiglie e finte stallatiti, e solitari lavacri
negli oscuri ninfei a verdi riflessi. Ben tosto però aflermasi
la caratteristica settecentista, cioè a dire la intollerabilità della
solitudine. La vita della campagna continua ad essere quella
della città; e nelle sontuose ville si raccolgono a brigate gli
ospiti della «eccellentissima casa». L'ora inganna l'ora, giusta
la frase di Adolfo Karr, il più esatto descrittore della incipriata
vita rusticana dopo i contemporanei di essa, Antonio Vatteau
e Francesco Zuccherelli. E come tutto si compone all'esempio
degli eccelsi, così dai regi elisii francesi del grande e del pic-
colo Trianon, svolgesi dovunque la irresistibile voga della vita
dorata fra i campi.
Oggi in quelle ville è tutto rovina e squallore; interrate le
aiuole; slabrati e rovesciati i marmorei pilastrelli delle balaustre;
caduti per incuria i fiori metallici delle cancellate; i legumi
mangerecci sostituiti ai fiori smaglianti; si sgretolano gli stucchi
bizzarri delle facciate barocche ; son lividi come stagno palustre
i cristalli degli specchi, sconnessi nelle cornici, cbe han perduto
il fulgore degli ori; screpolati e semisepolti gli scalini delle
verande insuete al contatto delle rosee scarpine Pompadotcr ]
silente la vasca marmorea dagli essiccati zampilli, le cui linfe
erano un dì conforto balneario alle nereidi sfoggianti la « ca-
pricciosa » e r « appassionata » ; l' erma della « Primavera » non
ha più il suo mazzolino di rose, quella dell' « Estate » non più
il covone, quella del «Tempo» non più la falce; e perfino l'òra
non è più quella, poiché l'atmosfera nitida travolge a grosse
nubi i fumi degli alti camini dell' industria nova.
Questo ricordando il nostro pensiero si arresta al celebrato
palazzo di Orio, specimine vero di quante bellezze ed amenità
ci rimangono radunate — pure in mezzo allo sfacelo — delle
magnatizie ville dello scorso secolo.
Verso la metà di esso un artista d' ingegno, il romano Gio-
vanni Ruggero, ed il ricco signore di Orio, conquistati dal
luogo cui tanta aperta di cielo e l' eminenza della postura da-
\ vano aspetto piacente, s' accordaron nell'opera e nei mezzi per
inalzare la splendida villa — che dal lato del paese presenta il
324
CODOGNO E IL SUO TERRITORIO
gran cortile d' onore limitato da due corpi avanzati, e da quello
del Po il giardino digradante — mentovata ne' suoi annali fastosi
perchè tutto le sorrise: lo splendore del viridario, la sontuosità
delle ampie sale, l'arte rappresentativa sulle domestiche scene.
Quivi ai ludi ippici, il conte signore interpolava i cinegetici :
e fu forse salutata da lui con soddisfacimento di cacciatore ap-
La villa d'Orio.
passionato la mala ventura capitata ai terrazzani dell' invasione
dei lupi, tra cui una ferocissima che mandò a morte ben di-
ciassette persone, da essa orribilmente azzannate (1765). Ed il
flagello così perseguì che per ordine del governo fu comandato
uno esterminio generale di quelle belve, diretto e compiuto
appunto dal nobile conte Dati della Somaglia.
La magnificenza del luogo era tale che, trapassato dalla ve-
dova Dati Somaglia, contessa Camilla Solaro, all'eccentrico in-
glese Riccardo Holt, per rogito di Giorgio De Castilla, notaro
milanese (15 novembre 1824), i Litta noi credettero indegno
a propria residenza ; essi che — testefacendo Alessandro Verri —
non eran secondi per ricchezza e per pompa di dimora ai re
di Francia (1766). Per eredità Orio passò a Giulio conte Litta
Visconte Arese (19 novembre 1852), e dai Litta venne ora in
possesso del signor Guido Corti, che quella sede di letizie
trasformò in operosa filanda.
NELLA CRONACA E NELLA STORIA
Dicemmo come durante il governo di Spagna non manca-
vano di tanto in tanto le occasioni di festività a rialzare lo
spirito paesano. Ma erano generalmente rozze espressioni di un
giubilo primitivo, tradotte ampollosamente — come lo compor-
tava il carattere dell'epoca — in solennità religiose o politiche.
Giungeva tra noi donna Giuseppa Guevara, e le dimostrazioni
di letizia publica si affermavano coi fasti feudali e coli' accor-
renza delle genti avide di curiosità ; così che al quadro sma-
gliante dei caschi scintillanti e delle fulgide alabarde traevano
tutti ammirando. O saliva trionfalmente la sua catedra un nuovo
proposto mitrato, e la luminaria del tempio si rifrangeva sulle
gemme della tiara e dei piviali, mentre la gloria dell'organo
penetrava di riverenziale sentimento la enorme folla proster-
nata agli absidi. O signori coronati onoravano di loro pre-
senza la casa feudale, e paggi e valletti e scudieri e cavalieri
occupavano di sè la fantasia del microcosmo locale. O, infine,
i serti d'alloro venivano disputati in cimento dalle nostre aca-
demie calzanti il coturno, ed ecco che le ansie commovevansi
e l'incitamento alla prova, e la compiacenza della vittoria riem-
pivano tutti gli animi.
Se non che, e per opera di Maria Teresa e di Giuseppe II,
ricompostesi sensibilmente le publiche cose, anche la prosperità
materiale del nostro borgo — come abbiamo a suo tempo no-
tato — riprese sviluppo e consistenza. Il borgo non era scaduto
dal decoro, dalla sua fortuna ed importanza. Industrie, com-
merci, opere pie, efficaci e rigogliosi estendevansi. Buoni i
costumi e costante il benessere generale, faceva logicamente passo
al « rumor mondano » che sta indice indefettibile del grado cui
perviene l'agiatezza sufficiente ai bisogni.
Lieti spassi, brigate sollazzevoli, sciali e mangiari, diventa-
rono mezzi di svago onesto dalle operosità diuturne. La sta-
gione carnevalesca ebbe dilettosità spirituali di maschere e
positiva di cene e di balli ; e se perduravano i rigoristi temporis
acti a tuonare contro le sceniche rappresentazioni fatte a tempo
perduto, non per questo restavano deserte di accorrenti, prima
timidi, poi volonterosi spettatori, quali l'umor gaio e il buon
326
CODOGNO E IL SUO TERRITORIO
gusto, li consigliavano. Non per nulla l'irto Baretti, nelle sue
Lettere famigliari (1762), qualificava in genere i lombardi « forse
l'unico popolo al mondo non odiato dai vicini, anzi amato per
schiettezza e cordialità. Sono paragonati ai Tedeschi per la buona
fede, ai Francesi pel lusso e l'eleganza degli addobbi e degli
equipaggi, ed aggiungerò agli Inglesi pel gusto di ben man-
giare, d'onde il titolo di lupi lombardi».
Non bastava più la messa di lusso che i buoni codognesi
avevano conseguito da papa Pio VI (9 maggio 1775), e per
Il passeggio di levante.
rispettiva pastorale del vescovo Andreani (18 ottobre 1775);
messa da celebrarsi nella parochiale al tocco. Per l'ora inol-
trata essa offriva modo alle belle ed ai dami di sfoggiare le loro
sete, le loro acconciature, le loro gemme. Ma presto nè pure
NELLA CRONACA E NELLA STORIA
più bastò lo spettacolo dei vasti guardinfanti, dei busti a punta,
delle ondeggianti Andriennes, dei farragginosi toupés onde si
caricavano le signore ; nè delle seriche calze, delle brache fiam-
manti, dei panciotti a roselline, e delle giubbe damascate degli
uomini, eletta falange dei facoltosi, frammischiantesi alle tipiche
figure degli adusti casari, il cui tipo pervenne fino ai giorni
nostri, in calza ed in grembialina azzurra, ed aventi lo sfondo
delle popolane in gonna festiva a strascico, raccolta per vezzo
sul braccio manco, e dei buoni e modesti borghigiani dallo
schiacciato cappellino a tre punte, la volgare schizzeta, dal salone
color avana, dalle calze in refe o in lana, scarpe fibiate, ed un
misero e spelato codinello. Si volle un più largo e conveniente
ambito a codeste comparse, e più tardi l'apertura di quel pu-
blico passeggio, a levante del borgo, sul quale con sale attico
doveva poetare bizzarramente il padre Brini, fino conoscitore
dell' « ambiente ».
Altro convegno ricercato già allora era la bottega detta del
caffè Grande, del Ratti, e là — sorbendo o il ratafià o il re-
frigerante gelato o più comunemente
La nettarea bevanda ove abbronzato
Fuma ed arde il legume.... d'Aleppo
Giunto e da Moca,
già in fiore a Venezia sulla metà del secolo XVII — davansi
la posta i don Marzi, che son d'ogni luogo, a far lor mormo-
razioni, di quando in quando interrotti dal tintinnabulo, onde
il publico era fatto conscio che era a punto di cottura l'aro-
matica polvere, così come tuttodì si usa in Germania, quando
si pone mano a spillare una nuova botte di cervogia.
Primo, intanto, anche per antichità, degli spassi che si pro-
cacciavano i codognesi era la sferistica. Rileggendo le vecchie
cronache, entusiastiche descrittrici del paesano pallamaglio, non
è facile resistere allo stupore, rilevando come questo atletico
giuoco abbia sempre qui avuto non solo un persistente favo-
reggiamento, ma un vero ed autentico culto. E se abbiamo
notato che con tal ludo si tentò alleviare le pene della cattività
a Francesco re di Francia, chiuso in Pizzighettone (1525), vuoisi
328
CODOGNO E IL SUO TERRITORIO
ora aggiungere che in tempi anche più remoti i nostri maggiori
delle emozioni procurate dal getto della palla solevano grande-
mente dilettarsi. Lorenzo Monti ^ con minuziosa cura e con rare
cognizioni tecniche riassume la storia del nobile esercizio, e,
considerandone i prodromi locali, rammenta che già nel se-
colo XV fervevano in Codogno differenti giuochi di palla, fra
cui quello detto della racchetta, al quale prendevano per con-
suetudine viva parte e gentiluomini e dame; osservando che ap-
punto nella contrada Racchetta (via Cavour) esistevano tuttavia
al suo tempo i ruderi d'un recinto destinato a quelle gare,
oltre la roggia Malpensata (ricoperta nel 1835). Là — continua
il diligente cronista — giuocavano di racchetta i feudatari Tri-
vulzi, che probabilmente già in piedi avevano trovato il recinto
fin da quando sottentrarono ai Fagnani nella signoria (1450).
Ed è, quindi, conseguente — afferma — che, per evidente ana-
logia a quello della racchetta, succedessero gli altri giochi di
sferoidi, quello compreso della palla a vento.
Però data certa al primo gioco di pallone non può il Monti
determinare, rammentando solamente che già prima del 1668
era denominata del Pallone « quella parte della nostra piazza,
che dal palazzo pretorio, lungo il fianco destro della chiesa
parochiale si estende fino alla publica loggia, che vi è dirim-
petto » ; poiché in quell'anno, al giunger fra noi di donna
Giuseppa Guevara, sposa del principe Antonio Teodoro Trivulzi,
i deputati del borgo, oltre gli altri onori, riserbarono pure le
salve di gioia fatte dalla milizia nazionale, della quale una
compagnia — come da libretto indicatore stampato — era sfilata
« sulla piazza del giuoco del pallone ».
Ciò significa — segue lo storico — che in quel luogo, già
antecedentemente tenevasi quel giuoco, così caro e gradito a
tutti, che vi partecipavano appassionatamente perfino principi
e monarchi.
E non solo i feudatari, ma anche le autorità civili raccol-
sero da essi — quando scomparvero (1678) — il retaggio di
protezione al ginnico esercizio. Infatti, cessato il feudo, i de-
putati all'estimo diedero sempre opera attivissima perchè con-
tinuasse ad esso il tradizionale favore, sino a far riattare con
NELLA CRONACA E NELLA STORIA
pecunia comunale i tetti danneggiati dai salti prodigiosi del
cuoiato proiettile.
L' area primitiva non parve sufficiente alle prove dei cam-
pioni; si cercò più felice e più ampio sito, e lo si trovò col-
mando le fossa d'acque stagnanti (1752) che da mezzogiorno
a tramontana lambivano il castello, usando all'uopo il terriccio
proveniente dagli scavi dei nuovi magazzini da formaggio, e
dai sepolcri scavati nel cimitero presso la parochiale (1752).
Le partite al pallone erano richiamo ed elemento di grande
concorso di fuorivia, perchè sei deputati ed i signori del borgo
concorrevano volonterosi nelle spese, e queste erano compensate
efficacemente dalla affluenza straordinaria di globifili che qui
venivano dalle città vicine e lontane, e per misurarsi e per
ammirare gli emuli terrieri; che a lor volta, o in gruppi od
isolati, recavansi altrove a competere coi più rinomati campioni.
E cosi andò crescendo fra noi la smania sferistica che fino in
tre piazze simultaneamente agitavasi : quella detta antonomasti-
camente del Pallone, riservata ai più valenti ed alle gare coi
forestieri ; quella della Fiera, campo ai dilettanti, e quella infine
che già aprivasi innanzi alla chiesa dell'orfanotrofio feminile,
luogo solingo, dove facevan loro prove i tirocinanti.
Non seguiremo il nostro autore nella lunga discorsa da lui
dedicata agli eccelsi cultori della palla volante, di cui egli ci
appronta un florido elenco. Valga per tutti l'accenno a Ferdi-
nando IV di Borbone, re di Napoli, che tanto in Milano quanto
in Codogno, volle assistere a partite di pallone (luglio 1785).
Fra i giocatori più valenti del borgo, il Monti cita Francesco
Asti, vero campione lombardo ; Giovanni Battista Volpi, tessitore,
sopranomato Chinelli ; Alessandro Scacchi, grande battitore di
colpi diritti; Antonio Ferrari, il dottor Carlo Giuseppe Albini,
Bernardo Dragoni, il dottor Francesco Zaffierri, Luigi Andreoli,
Giuseppe Antonio Borsa, Francesco Gatti, Giuseppe Ruggeri,
Pietro Goldaniga e Andrea Dansi. Il suo opuscolo è poi dedicato
al « dolce amico » suo Giuseppe Cairo « esimio dilettante ».
A diverse riprese questo salubre campionato continuò fra noi;
l'ultima prova è di questi anni, e si rividero sulla piazza — fatta
più ampia per la demolizione della caserma nel castello — i
330 CODOGNO E IL SUO TERRITORIO
forti lottatori romagnoli dalle brachette, mescersi ai nostri dilet-
tanti in lungo calzone bianco, colle fusciacche rosse od azzurre,
a seconda delle schiere contendenti e sempre festeggiate da un
publico affollatissimo. Ma oltre il ricordo del caratteristico gioco,
non va l'obbligo nostro, perocché non ci appartengono gli en-
tusiasmi che inspirarono la dotta monografia sferisterica del
Monti, là dove intendiamo che oggidì altri fati e modalità dif-
ferenti seguono le lusorie gare della palla.
Altri ad altre, meno energiche e più sentimentali discipline,
volgevano lo spirito. Oltre la academia accennata al capo
XXXIV, e, che, diretta dai maestri piacentini fratelli Borghe-
sani, offriva trattenimenti musicali con intervento del principe
academico Giuseppe Antonio Borsa e di numerosissima udienza
(1778), r academia dei Rinascenti più tardi (12 gennaio 1810),
andava distinta per le cantate estemporanee. Un concerto ban-
distico al dileguarsi di essa ne prese il nome.
Ma questo nè era nè poteva essere tutta la manifestazione
dell'arte dei numeri; poiché già le glorie teatrali di Codogno
erano state comperate nella memoria dei vicini e dei lontani.
I prolegomeni teatrali di questo borgo non presentano — come,
del resto, né meno altrove — la unità aristotelica della scena
fissa e stabile, costituente la essenza dello spettacolo regolare
e continuato. Qui le muse rappresentative ebbero per primo
sorriso quello di Marte, perocché la culla delle rappresentazioni
locali erà già innanzi al 1767 nelle vecchie caserme del nostro
castello.
Narra frate Goldaniga che, proprio in quell'anno, vivacissimo
e « brillante » erasi svolto il carnevale, malgrado lo intensissimo
freddo di quell' inverno. Spettacolo duplice : opera e tragedia
con artisti venuti di fuori. « Civilmente ornati » i palchetti
circondavano la platea, ed il publico soddisfatto ammirava sul
palcoscenico gli eroi metastasiani di Grecia e di Roma, che, de-
clamavano o cantavano le epiche strofette, musici ed eroi, bensì
corazzati, o gladiati e clipeati ; ma con miscela indescrivibile di
parrucca ad ala di piccione, di guanti scamosciati alle mani.
NELLA CRONACA E NELLA STORIA
di lucide scarpette a rosso tallone. E in quelle caserme — con-
tinua il Goldaniga — « si fecero anco feste e balli, e che so io,
vanità e sporchezze sempre detestabili, massime in tali' anno
che per i poveri fu di somma miseria ».
Altro spettacolo vi si ebbe con opera in musica e copioso
concorso di forestieri nel carnevale del 1775 ed erano tredici i
palchi addobbati e posseduti dai facoltosi.
A ventisei sommarono codesti palchi cinque anni dopo, quando
una capricciosa figlia di Tersicore, che beava il publico di Ca-
salpusterlengo, dove da due anni s'era eretto un teatro — e lo
dice il Monti — bruscamente se nè diparti e « per fare le ficche
a' suoi compagni ed a' Casalini » venne a Codogno al finire
dell'agosto e vi danzò sino ai 12 di ottobre, compiendo lo
spettacolo dei balletti di sua invenzione con 'due opere liriche
giocose, L'italiana in Londra ed // matrimonio per inganno.
Se il monaco cronista redarguiva fieramente quelle rappre-
sentazioni per la procacità delle danze, una vera e propria cro-
ciata tuonava da tutti i pergami d' Italia contro gli spettacoli
teatrali ; e come a Novara il letterato padre Tornielli dissuadeva
dal fabbricarvi un teatro, ed a Como il predicatore Salabue
dimostrava la rovina morale prodotta dalle scene (1762), e l'e-
rudito Pier Francesco Faggini, romano, aveva raccolti (1753)
tutti gli opuscoli di Filippo Neri, di Francesco di Sales e di
Carlo Borromeo contro l'arte rappresentativa, così fu aspra e
dura l'opposizione teatrale affermatasi dai rigoristi in Codogno
nostro. Abbiam sott' occhi un vecchio libretto di cinquanta pa-
gine fitte ^, il cui autore — un modesto e coraggioso quanto
erudito N. N. — ribatte gagliardamente tutte le argomentazioni
del padre Onorato da Pavia, che dal pulpito maggiore codo-
gnese aveva tenuto un fiero sermone (1780) « a rimovere gli
abitanti di Codogno dall' aprire un publico venale teatro » E
l'autore dopo avere con sottile ironia presentato il suo avver-
sario in modo garbato, afferra la sferza aristarchea e percuote
per ogni verso l' antagonista, dimostrando il vantaggio, il lustro,
la civiltà derivanti dalla scuola delle scene, e concludendo con
una calda perorazione a Codogno ^.
332
CODOGNO E IL SUO TERRITORIO
Il migliore e più efficace commento che i codognesi fecero
all'apologetica del «professore di violino» e che più special-
mente rispondeva al desiderio unanime, consistette nella costru-
zione del combattuto teatro.
Sull'area del chiostro di S. Chiara, soppresso (22 marzo 1782)
ed acquistato (19 marzo 1787), i sei compatroni acquirenti pen-
sarono erigere il tempio codognese alle muse.
Il disegno e l'aspetto di quella costruzione non hanno la-
sciato traccia nelle memorie scritte; ma dobbiamo accedere alla
convinzione che fossero d'arte eletta, poiché i cittadini di Trani,
per ragioni di convenienza, copiarono per il loro teatro il mo-
dello di quello di Codogno (1792)^.
Rapide procedettero le opere pel teatro codognese, e la sua
inaugurazione si ebbe con un concorso imponente, del quale
fu lustro il duca di Parma e Piacenza,
Ferdinando di Borbone, che vi inter-
venne colla propria famiglia (12 maggio
1789).
Prima opera fu Enea e Lavinia, con
balli figurati, e fra gli artisti agi la
celebre Brigida Banti, cremasca, an-
tonomasticamente detta la Virtuosa
(1757-1806). Essa ci veniva onusta
degli allori colti sulle sponde della
Senna, del Tamigi e del Sebeto ; ed
Brigida Banti publico così vivamente della sua
maestria si deliziò, che qui trassero
ad ammirarne il trionfo i cittadini delle terre finitime, e per
ben tre volte gli arciduchi di Milano Ferdinando e Maria
Beatrice d'Este, e la sorella di Ferdinando, Amalia di Lorena,
principessa di Parma.
Quell'inaugurazione fu compiuta con mai più vista solennità,
ed il teatro non bastò a far paga la smania dello spasso in
quei giorni di letizia. « Onde divagar sì gran moltitudine, si
davano anche publici divertimenti pel paese, come corse di
lacchè, caccie al toro, ecc. Eravi manofesto a stampa dei di-
vertimenti »
NELLA CRONACA E NELLA STORIA
333
Nello stesso anno fu rappresentata l'opera buffa La sposa
contrastata dai ragazzi napolitani (i6 ottobre), seguita da altre
due opere. Nel carnevale successivo il publico applaudiva le
musicali composizioni / due baroni di Rocca Azzurra ed / due
castellani. La folla sempre immensa; e raffittita dall'affluenza
degli estrinseci, i quali nè pure trovavano alloggi, così che il
proprietario del caffè Grande, Ratti, affinchè i venuti di fuori
potessero alla meglio riconfortare con un po' di riposo le
stanche membra, disponeva lunghissime file di scranne lungo
la contrada Grande, fino all'albergo dei Tre Re.
D' anno in anno imperterriti e felici continuarono i fasti delle
patrie scene; ed ai migliori spartiti, di canto e di danza,
si interpolavano le recite dei dilettanti paesani. L' imperatore
Leopoldo II, passando per Codogno volle decorata di sua per-
sona una serata teatrale (24 maggio 1791); ed i carnevali erano
più che mai fioriti, anche dopo lo spettacolo che accompagnava
la fiera, accordata dallo stesso sovrano. Ripetutamente « impre-
saro » nei primi anni del secolo fu Giuseppe Ruggeri, il quale,
publicando dalla tipografia di Luigi Cairo il libretto dell'opera
— sempre di maestri illustri, come il Cimarosa, e il Paisiello —
e del ballo — di coreografi pure celebri, come Giacomo Serafini —
vi premetteva un filosofico fervorino che si risolveva nell'a-
poteosi degli spettacoli, così necessari al raggentilimento dei
costumi.
Anche il vecchio teatro offriva caratteri di comodità e di
salvezza; come in tutti gli altri dell'epoca, anche nell'atrio del
nostro i moniti delle autorità dirigevano le solite paternali
sull'introduzioni nella sala di cani, di lumi, canne fumanti o
di pipe; vivacissimi durante le rappresentazioni i partiti per
questo o per quell'artista; interessamento generale alle azioni
diverse studiate sui libretti allo scarso lume delle lampade, ca-
late dal soffitto; battaglinole interminabili di epigrammi, di sa-
tire, di « bosinate », in cui sfogavasi tutta quella che oggi
vien detta polemica di pensiero ; l' arrivo e la partenza degli
artisti alla « piazza » , era un vero avvenimento, onde traevansi
oroscopi, e formulavansi presagi; ed Antonio Ghislanzoni, il
baritono letterato — che qui più tardi cantò néX Attila e nei
334
CODOGNO E IL SUO TERRITORIO
Lombardi (1847) — per raccontare con pittoresca esattezza la
specie di un moderno carro di Tespi in trasferta, trascrisse la ve-
nuta sua e de' suoi colleghi a Codogno, l'accoglienza ricevuta al
suo scendere all'albergo del Teatro, e l'ansiosa curipsità dei grandi
e dei piccoli affollantisi intorno alla tanto attesa diligenza
Malgrado le ordinanze del comune e le precauzioni contro il
fuoco, questo si appiccò con spaventevole violenza all'edificio,
dopo una felice sera di spettacolo, nelle ore antelucane (29 gen-
naio 1805). Il cumulo del legname fornì abbondantissima esca
alle vampe, e tre giorni d'incendio ridussero quella sede arti-
stica ad un cumulo di fumiganti macerie.
Da quell'istante suonò l'ora della migrazione dell'opera e
della comedia attraverso gli stanzoni dei soppressi conventi
codognesi ; primo tra gli altri quello prossimo al combusto
teatro e dedicato a S. Chiara. Finché, sull'area del teatro mede-
simo, demolite le case di proprietà di Antonio Mola fu Cristoforo
— delle quali anche il municipio era affittuario per le scuole
feminili — risorse il festevole palazzo dell'arte nella via Valicella.
Il Mola (to marzo 1834) vendeva per privato rescritto al dottor
Ottavio Belloni ed a Paolo Ruggeri il corpo di casa e l'area
dell'arso teatro, al prezzo di milanesi lire quattordici mila, da
toccare però le sedici mila e cinquecento se ivi il teatro nuovo
fosse sorto ; ed undici giorni dopo — per rogito del notaro
Pier Paolo Grassi di Castiglione — si costituiva formalmente la
società, in persona del dottor Ottavio Belloni presidente, inge- /
gnere Francesco Quattrini, ingegnere Giovanni Pizzamiglio,
Giuseppe PoUaroIi e Tomaso Negroni, delegati dai soci per la
ricostruzione vivamente desiderata, e retrotraevasi il possesso
dei condomini al novembre del 1833.
Del disegno e della sua esecuzione ebbe incarico Gaetano
Besia, architetto di Milano, dov'egli costrusse pure il palazzo
dei conti Archinti presso la Passione. Il prezzo complessivo
ascese ad oltre lire centomila austriache, in esse comprese lire
tremila e quarantatre per sportula e spese del Besia (16 giugno
1836), ed il prezzo d'acquisto dell'area. Furono dichiarati con-
domini, e caricati ciascuno d'una azione da lire duemila au-
striache i trentadue palchettisti di prima e seconda fila, escluso
NELLA CRONACA E NELLA STORIA
335
il palco mediano ; i diciasette palchettisti di terza fila non eb-
bero allora diritto di condominio.
L'inaugurazione fu tutto quanto di più solenne poteva ri-
chiedersi per così capitale evento (31 ottobre 1835). La esimia
Elisa Taccani e la distinta dilettante codognese Leonilde Storti,
circondate da una eletta di artisti — quali Giovanni Basadonna,
Felice Varesì e Matteo Ottolini Porto — sollevarono il bublico
ad irrefrenabili entusiasmi coi sospiri della Sonnambula, colle
ire di Norma e cogli ardori del Furioso all' isola di S. Domingo.
Dirigeva l'orchestra, di parmigiani, piacentini e codognesi, il
maestro Jona, coimpresario dello spettacolo coi professori Ma-
loberti e Del Maino. La Tersicore comica allietò lo spettacolo
col ballo di Giacomo Piglia // barbiere di Siviglia, uno splen-
dore di sceneggio, di costumi e d'intreccio, rafforzato da un
forte stuolo di danzatrici e ballerini e da un folto drappello
di comparse.
Questo lo scheletro della cronaca; sarebbe facile rimpolparlo
di nervi e sangue dal punto di vista estetico; ma, pur limi-
tandoci ad accenni sommari, registrerémo in linea generica che
ampio, bello e capace, è il «vaso» dell'aula; che certo giovereb-
besi assai più di acustico effetto, se il grande arco sul proscenio
non avanzasse soverchiamente sulla platea. Decoroso ed ele-
gante l'atrio; tre gli ordini dei palchi, fastigiati da un ampio
loggione, conveniente lo sfondo del palcoscenico e la bocca-
scena sfogata ; meccanismi ed armamentari copiosi ed eleganti ;
scenario tracciato da mani abili nel diffìcile magistero, come il
sipario, opera anch'esso dell'illustre Alessandro Sanquirico,
grande restitutore della prospettiva teatrale. Originalmente la
decorazione esterna dei palchi e della loggia, si presentava nel
felice accoppiamento del bianco coli' oro; l'astrolampo rifulgente
nella eleganza squisita dei suoi grappoli cristallini di limpida
acqua; comode le corsie; ricco e grandioso il ridotto.
Il teatro fu restaurato trentanove anni dopo la sua costru-
zione, quando i codognesi da pochi giorni ammiravano il gas
illuminante nelle case e sulle vie (5 novembre 1874). Fra le in-
novazioni recategli, precipue furono quella dell'illuminazione,
336
CODOGNO E IL SUO TERRITORIO
creatrice di un effetto nuovo, anche per la magnifica volta a serto
di genietti e di emblematiche figure tra fiori; quella della uni-
forme e leggera ornamentazione dei palchi, a candidi stucchi
ricorsi da ghirlande e da mazzolini ; e del nuovo telone a fastosi
panneggi, opere tutte del valentissimo Ferrarlo di Milano.
Lo spettacolo d'inaugurazione (io novembre 1874) fu la Fa-
vorita^ che costituisce tuttavia una tra le più fulgide memorie
artistiche, anche perchè impartì — direbbesi — il battesim'o ar-
tistico a Gaetano Ortisi, tenore dei più meritamente fortunati.
Intorno al teatro nostro si è andato raggruppando e perdura
l'insieme delle dolci e care reminiscenze nostrane. Nel teatro,
qui, lo spirito publico si connatura, e non solo aspira ai nuovi
magisteri della musica e della drammatica; ma ad esso ricorre
con simpatia confidente tutte le volte in cui il culto del fra-
terno soccorso o l'ammirazione pei capolavori, lo guidano alla
sede onorata delle bellissime fra le arti umane. Qui vive cara
ed indimenticata la tradizione dei nostri filodrammatici, cui
crebbe altre volte a squisita scola quel didattico esimio che fu
Amilcare Bellotti ; qui, seguendo il talento della modernità, a
formare fisicamente solide le nuove generazioni, conviene a dar
sàggio ripetuto di sè la nostra società ginnastica, le cui palme
d'onore, colte sulle palestre delle prime città d'Italia, superano
di gran lunga gli anni di sua esistenza; qui la civica banda
ha tributo dai concittadini di quegli onori che artistici verdetti
le decretarono altrove; qui, infine, academie, conferenze, com-
memorazioni, tutte le espressioni dell'intelletto e del cuore,
rinvengono gradita manifestazione.
Ed è per ciò che del proprio teatro va Codogno coscien-
temente suberbo.
Si farebbe qui luogo alla enumerazione di altri teatri — e
grandi e piccini — che ebbero indole di stabilità, specialmente
per le rappresentazioni diurne ed estive, come quelli in via del
Sole e dietro il teatro Sociale. Però, a non esorbitare dalla giusta
impresa di brevità che ci siamo prefissa, concluderemo — senza
preoccuparci della modernità che ormai invade il nostro campo —
coir accenno al teatro Sociale di Casalpusterlengo , apertosi da
pochi lustri (ottobre 1876).
NELLA CRONACA E NELLA STORIA
337
Sorge esso a ponente della maggior piazza, offrendo la fac-
ciata cui coronano quattro simboliche statue. La sala quadrata
Interno del teatro Sociale di Codogno.
ha un elegante assieme, guastato però dalla eccessiva lunghezza.
Due sono gli ordini di palchi, poggianti sopra una loggia. Poco
profondo il palcoscenico, angusti i camerini. I materiali onde
fu costrutto il teatro son quelli del demolito teatrino milanese di
S. Simone, già appartenente al tipografo Silvestri, che l'aveva
costrutto per rappresentazioni meccaniche (1840).
Codogno e il sito territorio ^ ecc. — //.
50
CODOGNO E IL SUO TERRITORIO
NOTE AL CAPO LVI. .
' Lorenzo Monti - Almanacco codognese pel i8ig.
La società degli esercenti, di recente costituita (1899), ha nel suo
programma di infondere maggior vitalità alla fiera primaverile, attraendo
forestieri con trattenimenti popolari.
^ Le fiere che si tengono nel nostro territorio, oltre quelle di Codogno,
sono le seguenti:
Casalpusterlengo. — Fiera primaverile, originariamente fissata (17
settembre 1879) nei giorni di mercoledì, giovedì e venerdì della terza
settimana di maggio, e detta di San Bernardino. Si tenne per la prima volta
nel 1880 (19, 20 e 21 maggio). Con successiva deliberazione (15 giugno
1894) fu anticipata al secondo mercoledì di aprile.
— Fiera di San Gallo, regolata da rescritto imperiale (1806), e tenuta
il terzo mercoledì di ottobre e successivi giovedì e venerdì.
Caselle Landi. — Fiera (11 novembre 1863), cominciata nel 1865,
(22 settembre) e tenuta il giovedì successivo alla seconda domenica di
settembre.
Castelnuovo Bocca d'Adda. — Fiera della Madonna (26 aprile 1896),
cominciata nel 1896 e tenuta il lunedì successivo all' 8 settembre (festa
patronale del Comune).
Castiglione d'Adda. — Fiera di San Rocco (19 luglio 1858), comin-
ciata nel 1858 e tenuta nei giorni 16, 17 e 18 agosto.
Cavacurta. — Fiera di bestiami (11 gennaio 1888),, cominciata uficial-
mente nel 1888, e tenuta il lunedì successivo alla domenica di Passione.
La fiera di merci della domenica di Passione è di antica istituzione servita.
Corno Giovine. — Fiera di San Michele (28 aprile 1881), cominciata
nel 1881 e tenuta il lunedì successivo alla terza domenica di ottobre.
Guardamiglio. — Fiera della Madonna del Rosario (5 ottobre 1878),
tenuta il lunedì successivo alla prima domenica d'ottobre.
Maleo. — Fiera di San Giorgio (29 luglio 1895), cominciata nel 1896
e tenuta il lunedì e martedì successivi al 23 aprile.
— Fiera di San Sulpizio (23 ottobre 1805), tenuta il martedì e merco-
ledì successivi alla quarta domenica di ottobre.
NELLA CRONACA E NELLA STORIA
339
Maccastorna. — Fiera o sagra di San Giorgio, cadente nella domenica
successiva al 22 aprile, se scorso il tempo pasquale, ed altrimenti pro-
tratta alla domenica successiva a quella in Albis.
Meleti. — Fiera di giocattoli e dolciumi alla frazione di Santa Giulitta,
nella quarta domenica di luglio.
— Fiera ò sagra di Santa Croce alla terza domenica di settembre.
Orio Litta. — Fiera di San Giovanni Battista, cominciata uficialmente
nel 1872, e tenuta l'ultimo martedì d'agosto.
OsPED ALETTO. — Fiera di San Michele (26 aprile 1874), cominciata
nel 1874, e tenuta l'ultimo mercoledì di settembre.
San Fiorano. — Fiera di San Fiorano, tenuta il 5 e 6 maggio.
San Rocco al Porto. — Fiera della Vendemmia (17 ottobre 1892),
cominciata nel 1893, e tenuta il lunedì successivo alla festa della Madonna
di settembre.
Santo Stefano al Corno. — Fiera di Sant'Ignazio (26 aprile 1871),
tenuta nel lunedì seguente la prima domenica d'agosto.
SoMAGLiA. — Fiera (2 novembre 1879), cominciata nel 1880, e tenuta
il mercoledì e giovedì della quarta settimana d'aprile.
I mercati del territorio sono a Casalpusterlengo il lunedì ; a Castelnuovo
Bocca d'Adda il mercoledì; a Codogno il martedì e il sabato. A Casti-
glione d'Adda un mercato venne istituito insieme al riconoscimento uficiale
della fiera (19 luglio 1858) per ogni giovedì, ma pel poco concorso l'isti-
tuzione andò perdendosi.
* Marcantonio dal Re - Ville di delizia o siano palagi camparecci
nello stato di Milano (iy4j).
^ Lorenzo Monti - Almanacco codognese pel 1818, intitolato La sferi-
stica ossia il giicoco della palla e del pallone.
® Riflessioni di un professore di violino sopra un discorso morale e po-
litico intorno il teatro.
' L' opuscoletto è accompagnato da cento diffuse note per le quali si
aggiungono a quelli esposti nel testo infiniti altri ragionari a comprova
della eccellenza di pensiero e di sentimento che guidavano nella loro
idea i promotori di un teatro codognese.
^ « Ah Codogno mio tu hai nel- tuo seno dei virtuosi abitanti, che pen-
sano a migliorare, e perfezionare i costumi, a farti distinguere, ed a no-
bilitarti con un Teatro, le cui Opere sono i più sicuri sperimenti sull' uman
cuore, e vorrai ricusarlo, meritandoti la taccia d'ingrato con chi proc-
cura {sic) il tuo bene? Tu onorato della Cittadinanza di Piacenza sdegnerà
d'essere a parte di que' virtuosi trattenimenti, che gustano di sera quei
Cittadini? Tu sottratto alla giurisdizione de' Feudatarj, potrai conservarne
ancora la barbarie, e la ruvidezza? Tu sei contraddistinto con Regio Po-
destà, e ricco d'oro, e di gente, e non godrai di quegli Spettacoli, cui
tutti intervengono i Popoli inciviHti? Tu hai un esempio recente sotto
gli occhi di molti altri insigni Borghi dello Stato, che hanno eretto un
340
CODOGNO E IL SUO TERRITORIO
Teatro, e lo hanno veduto con tenera soddisfazione illustrato della pre-
ferenza, e del consolante aspetto de' loro Principi, e tu solo, o Codogno
mio, per secondare il capriccio d'un uomo, e i suoi fini particolari non
invidierai quest'onore? Ho detto».
^ Il teatro di Trani fu incendiato dai francesi condotti dal generale
Broussier, nelle orrende stragi contro il popolo devoto ai Borboni (2 aprile
1799). Fu poi restaurato e riaperto (2 aprile 1804), e ridanneggiato per una
scossa di terremoto (1852). Al vecchio fabbricato fu aggiunto l'odierno
prospetto. Internamente è a ferro di cavallo, in istile barocco, carico d' ori
e di stucchi, con quattro ordini di diciassette palchi ciascuno.
Dal disegno di Antonio Fedi dei « Virtuosi di canto celebrati in Italia
tra il fine del secolo XVIII e il principio del secolo XIX » inciso nello
studio Rainaldi di Firenze.
" Archivio parochiale di Codogno.
Antonio Ghisl:\nzoni - Gli artisti di teatro.
CAPO LVII.
La vita paesana dopo la restaurazione austriaca — I ritrovi del popolo —
Cronachetta — Agi e spassi — I primi moti per la libertà italica —
I carbonari codognesi — Il dominio dell'Austria — Dal 1848 al 1860
— Garibaldi e Pallavicino — La villa di San Fiorano.
sorrise dalla fortuna, le nostre contadinanze, le cui braccia,
devote ai padroni, non eran rimaste inoperose nè pur quando
per essi avevano aifrontato Macdonald; e quel lusso che con-
segue dalla agiatezza e che non s'era nè meno perduto fra i
torbidi guerreschi, si andò più accrescendo e raffinando. Agli
istituti necessari — come scuole, opere pie, opifrci — si vollero
aggiunte quelle comodità ornamentali della vita che son pure
un corollario indispensabile del progresso razionale.
Oltre il teatro — di cui era bensì consunto l'edificio, ma ne
perduravano qua e là le esercitazioni — oltre i convegni del
pallamaglio e gli spettacoli rappresentativi delle academie ed
i saggi della società filarmonica, si desiderò determinare un
^ punto di convegno e di ameno svago ; d' onde anche per offrire
opera e mercede ai braccianti (181 7) l'idea di un publico pas-
L ritorno dell'Austria come non diminuì la prosperità
materiale di Lombardia, così non alterò l'attività
nelle faccende e l' umor geniale del nostro borgo.
Sempre tranquille mantenevansi, quantunque non
342
CODOGNO E IL SUO TERRITORIO
seggio, la cui postura fu per vero non soverchiamente felice.
Sulla vecchia via delineata da Cristoforo Bignami — e di cui
facemmo parola — fra il santuario della Vergine di Caravaggio
ed il nuovo ospitale, furono tracciate le allee dei filari di pla-
tani; e le vezzose donne della nostra ricca borghesia ed i po-
polani formarono su quel viale la sfilata al convegno eletto
dei dì festivi. Non mancarono nè eleganze fastose, nè comodità
apparecchiate dai publici curatori: cocchi, cavalieri, civili e mi-
litari, uniformi e livree vi erano abituali; il comune provvida-
mente faceva inaffiare col sistema dell'antica bonza il suolo
arenoso. Ed un poeta salace, il famoso abate Brini, ci ha
lasciato una lunga satira descrittiva dei luogo e dei tipi che
più comunemente lo animavano, con accenni ad altre carat-
teristiche « individualità » di cui tuttavia pochi ricordano le
strane bizzarrie ^
Ben venne quel lavoro ai nostri braccianti, chè la penuria
flagellava aspramente la nostra come le vicine regioni. Essa
però non fu fortunatamente un fatto continuativo, poiché nel
successivo anno le derrate e le granaglie rinvilirono. Allora,
si ebbe il popolo tumultuante, benché al monte delle farine
quella di grano turco si vendesse ai poveri per soli venti cen-
tesimi ogni libra grossa e venissero insieme dispensate, come
surrogato ai cereali, ragguardevoli quantità di patate. '
Ricorda il nostro cronista (anonimo pei lettori) che in quel-
l'occasione un tal calzolaro Clemente s'improvvisò capopopolo,
e, fattosi al balcone della casa municipale, aringò così alfieria-
namente la folla sottostante :
— Popolo, a quanto vuoi la farina? a due centesimi? l'avrai!
Le turbe risposero con entusiastiche grida; ma la polizia s'im-
padronì del malcauto oratore, ed i riottosi si acquetarono tosto.
Queste angustie transitorie non avventuravano affatto la con-
suetudine della vita pacifica, rallegrata dal sorriso dei pingui
campi circostanti e lietamente svolgentesi nella naturale fami-
gliarità e nel ravvicinamento quotidiano.
La gaiezza a quando a quando chiedeva e dava soddisfaci-
mento di passatempi onesti. Nel carnevale non c'era casa ricca
NELLA CRONACA E NELLA STORL^ 343
o povera dove non si ballasse ad oltranza. Non invano nelle
« stufe » — stanze comuni sostituenti in paese le stalle cam-
pestri — dove convenivano i popolani — le filatrici aspettavano
che venissero a loro le comitive dei giovinotti a « prendere il
Collegio Ginnasio Ognissanti.
ballo ». E giungevano i desiderati manipoli, accompagnati dai
pizzicatori di chitarre e di mandolini, o dai tasteggiatori dalle
ansimanti fisarmoniche; mentre nelle lunghe veglie iemali co-
mari e compari popolavano la « stufa » narrando aneddoti e fiabe.
Chi più ne ha più ne metta ! Uno rammenta il vitello bicefalo
e bicolle la cui nascita mostruosa con quella di un birostre
tacchino stupisce quei di Castione (17 14, 24 maggio)^. Un
altro fa trasecolare l' uditorio raccontando della infestazione di
biscie quando a San Jorio c' era una mucca sempre munta perchè
quei rettili acquitrinosi ne prosciugavano golosamente le mamme ;
e che si provò far brodo di quei « milò » e fu trovato eccel-
344
CODOGNO E IL SUO TERRITORIO
lente (1773). Chi ragiona dei due longevi contadini della for-
nace, uno Stringhetti di centoquindici anni colla moglie di
centosette, conviventi colla figlia di ottantacinque, publici ac-
cattoni (1800); e del primo aerostato inalzato nel nostro cielo
e sceso poi sul cascinale di S. Isidoro presso Somaglia (3 aprile
1805), e dell'altro qui veduto successivamente, dell' Andreoli,
partito dall'arena di Milano e caduto dopo poco meno di sei
ore a Castione (18 ottobre 1807). Chi dello storno parlante che
stupefaceva nostrani e foresti per la chiarezza e precisione onde
ciangottava il rosario, e che finì miseramente, compianto da chi
ne faceva lucro, in una caldaia d'acqua bollente (14 marzo 1801).
Gli argomenti di giustizia, le esecuzioni esemplari, come
quella dei cinque soldati francesi fucilati contro il muro della
chiesa di Caravaggio (marzo 1801), o quella del facchino Quattri
detto Lesna; la fine del vivandiere Rolè, grande bestemmiatore,
nel cui punto di morte scoppiò un bolide lontano che si cre-
dette dal volgo la discesa dell'inferno del defunto (8 maggio
1832); la scimmia auriga dell'avvocato Gatti, non però abba-
stanza esperta da risparmiare disgrazie (1832); le temerarie
imprese di Michele Averino, salito sul campanile maggiore dalla
piazza del Pallone, sopra una corda senza « venti » (1827); la
resurrezione del muratore Gionata, comparso di notte alla moglie
che lo aveva già pianto e sepolto, e via via, molteplici e infi-
niti erano i subbietti di quelle serali cantafere, nelle domestiche
comunelle che facevano vicini amici, e sulle quali alitava uno
spirito di cordialità, oggi scomparso con quei luoghi di riunione.
Nelle cascine era più ristretto il circolo ; e il letterato della
compagnia intratteneva i veglianti, leggendo e spiegando le
meravigliose imprese di Guerrino detto il Meschino o della
Bella Maghellona o la Vita dei santi, morali ed ascetiche oc-
cupazioni che venivano poi tradotte nel carnevale con azioni in
maschera, di cui si ebbe un tenue risveglio in questi ultimi anni.
Vanno ancora codesti rapsodi del melanconico buon umore
contadinesco peregrinando per le strade piene di silenzio e di
neve, per le osterie e pei caffè; seri, impettiti, severamente
compresi della « missione dell' arte » che rappresentano. Pas-
sano i matei imberbi, col petto artificiosamente turgido, colle
NELLA CRONACA E NELLA STORIA
anche poderose, col passo corto, paludamentati in veli spioventi
dal capo e fregiati di « regal serto » , trasformati in donnone
aitanti, senza dovizia di chiome, senza grazia di curve, cogli
scatti rudi della voce virile; passano i cavalantèi colla faccia
tinta di carbone, colle gobbe di cenci, imaginandosi trasformati
in paggi o buffoni della corte di quel qualunque ipotetico
soldano o barone che è figurato dal barbuto bergamin, col-
r elmo di carta dorata e colla scimitarra di legno.
Tra una parlata e l'altra, nemica del ritmo come del manie-
rismo, tutti codesti personaggi girano a capo chino nello spazio
loro concesso dall'uditorio, mentre la fisarmonica suona il ri-
tornello nel « sei e otto » , che tien posto del classico inter-
mezzo. Poi, quando la catastrofe — o lieta o triste — è avvenuta,
si pongono allegramente a fare svenevoli scambietti e morbide
giravolte, come nelle antiche saltazioni usavano i sacerdoti.
Un tempo i contadini vestivano uniformemente. Sola eccezione
il casaro, specie di ottimato nella gerarchia agricola, dalle brache
corte, dal grembialino azzurro, e dalle grosse scarpe a fibbiali.
E dal vestire tutti ad un modo, risultò un bizzarro fatterello
nella nostra parochiale: In un carnevale due coppie di sposi
si conducevano alla celebrazione del rito, ed il curato don Carlo
Cardazzi le chiamò insieme alla balaustra. Nella semioscurità
dell'alba invernale, i nubendi non si disposero rispettivamente
accanto, per il che a matrimonio benedetto risultò che sposi e
sposi s'erano scambiati a vicenda (1839).
. . . ^
Certamente assai diversi e molto più eletti erano i passa-
tempi delle classi civili della borghesia ; ed i costumi goderecci
non erano come oggi — per le accresciute comunicazioni — di
natura randagia. Oggi stazioni balnearie e climatiche, esposi-
zioni, commemorazioni, viaggi, richiamano a monti, a valli ed
a metropoli l'elemento delle grandi e delle piccole borse; set-
tant'anni or sono invece tutto l'elatere dello svago era costretto
a svolgersi in luogo ; per la qual cosa — se il popolo minuto
rinveniva rumorosa letizia alla baracca di Pampalughino, nei
pressi della loggia, coi vociferanti monelli sostenitori dei « per-
\ fidi maganzesi » di legno — frequenti, ricche e geniali erano
le feste paesane di mascherate, cavalcate e baldorie, ad opera
346
CODOGNO E IL SUO TERRITORIO
di Speciali capi ameni, di cui ancora oggi non si è perduta la
stirpe e che rinnovano i fasti lieti e provvidenziali di Antonio
Ferrari, dei fratelli Cairo, di Lorenzo Monti e di Luigi Ferri.
Furono costoro i creatori dello splendido spettacolo per cui
le gesta degli argonauti veleggianti per la Colchide ripresen-
tarono agli accorrenti il vello d'oro conquistato, e della ripro-
duzione della leggendaria fiera di Sinigaglia (1824), fissata poi
sul sipario del teatro Sociale dal magistrale pennello del San-
quirico, colla effigie di alcuni fra gli apparecchiatori della festa
carnevalesca. Folla sempre e proficua ai commerci minuti, e
splendori di feminee bellezze, troneggianti sui cocchi dorati
delle mascherate ed esultanti di bellezza e di gioventù.
Si conviene ad altre ed atletiche penne lo svolgimento delle
speranze e delle aspirazioni italiche, a quel rinnovamento civile
e politico della patria, la cui unificazione — tenuta lontana-
mente d'occhio da Napoleone I — venne più d'appresso e più
incalzantemente voluta da re Gioacchino Murat. Il quale, giovato
nelle provincie del mezzogiorno dal persistente lavorio dei carbo-
nari, sperava pure che il regno italico, con Eugenio Beauharnais
alla testa, avrebbegli confederati i propri sforzi coli' opera en-
tusiastica dei « buoni cugini ».
Ma ci deve essere consentito affermare che, se la filosofia del
trattato di Vienna aveva tutto l'interesse a far sì che l'Italia
« cantando e danzando » — come suona la frase del liberale
Camerini — si addormentasse « nel queto vivere » , i lombardi
non s'acconciavano nè poco nè punto a quel torpore artificioso.
La precipitosa rovina napoleonica ed il ritorno del dominio
austriaco eran valsi a reprimere qui meno che altrove i generosi
aneliti per riunire le sparte membra d'Italia.
Certo che l'orizzonte del domani non s'era ancora spogliato
delle linee indistinte del fantasma, nell'intelletto e nel cuore
dei patrioti; ma, tanto per gli ideologi quanto per gli uomini
d'azione, il lontano punto luminoso, indicante l'approdo della
mistica nave, s'andava, per quanto lento, appressando. Nella
generazione matura non spegnevasi, infatti, lo scintillante ba-
lenio delle gigantesche imprese del còrso ; nè pareva che dietro
il funebre mar di Sant' Elena avesse tutto 1' avvenire a tramontare.
NELLA CRONACA E NELLA STORIA
347
Rimaneva, pertanto, il ricordo dei giorni migliori, e uomini
illustri custodivano gelosamente la poca favilla che sarebbe di-
ventata gran fiamma. Non si eran fatte lugubri sistematicamente
le già liete brigate; sorridevano ancora, ed irresistibili, le ita-
liche fanciulle; non era spenta la gioia della vita.
Però al di là di questa fronte seducente e lusinghiera, si
raffermavano i forti propositi e maturavano virili le azioni. E
da qui che il moto iniziale dell'ultima riscossa si diparte, per
raggiungere attraverso lacrime e sangue la sua meta immortale.
Nel quadro michelangiolesco in cui campeggiano le figure
colossali della rivoluzione partenopea, di quelle pontificia e
subalpina — figlie dirette delle agi-
tazioni di Spagna — trovano pure
luogo il pensiero e l'azione dei
nostri, tendenti alla liberazione dallo
straniero.
Giorgio Pallavicino Trivulzio —
dell' antica progenie di San Fio-
rano — ha occupato di sè oltre
mezzo secolo di storia nazionale;
non qui, dunque, si deve rifare la
cronaca delle sue alte gesta. La me-
moria di lui, legata come fu al su- Angelo Pollargli ^
blime martirio degli ergastoli austriaci ed alla contemporanea
epopea garibaldina, sovraneggia tuttora nel cielo dei forti ricordi,
e, quando nella storica villa lo vedremo al lato di Giuseppe
Garibaldi, riassumeremo di lui quanto è doveroso ricordo.
Intanto — non cosi celebri, ma non meno operosi ed audaci —
furono in quei dì perigliosi parecchi dei nostri, militanti nelle
schiere carbonare e in quelle più recenti della Giovane Italia.
I loro diportamenti inquetavano non solo la polizia sinistra del-
l'Austria, ma altr'esì la reggia; perocché a nessun codognese
del 1824 si potè torre di capo che, appunto per sorvegliare più
da presso i carbonari lombardi, Leopoldo granduca di Toscana
si scomodasse a venire qui, prendendo residenza nella casa di
Luigi Lamberti ; il cui figlio Fabio — non degenere dal dome-
348
CODOGNO E IL SUO TERRITORIO
stico patriotismo, e uomo dal cuore pari all'ingegno — era
notoriamente ascritto alle « vendite ».
In casa dell' ingegnere Angelo Pollaroli fu Francesco — posta
in via del Collegio — convenivano, durante i subbugli del 1831,
alcuni cospiratori. Di quelle congreghe ebbe sentore l'autorità,
che dalla sua gente d'armi fe' circondare la casa. Ma veglia-
vano attenti gli arditi radunati, e fecero in tempo a distrug-
gere colle fiamme gelosissime carte. Il medico Francesco
Stroppa — con un compagno di fede — si calava da una finestra,
riparando poi in Piemonte ; Fabio Lamberti e Angelo Pollaroli
furono meno fortunati : in ceppi li si condus-
sero a Milano, dove pel Lamberti la prigio-
nia non superò i quaranta giorni di secreta.
Strazianti furono gli addii del giovine
Pollaroli, allor che gli fu concesso di
abbracciare la giovinetta che da meno
di un anno gli era consorte, Teresa
Valeri. E fu cosi mirabile il sangue freddo
della nobile sposa, che il marito, fervi-
damente baciandola, potè occultare fra le
^ ^ labbra di lei il rotolino di carta conte-
Francesco Stroppa \
nente i nomi dei congiurati.
Non breve falange di lombardi, inquisiti per delitto di alta
tradigione, comparvero col Pollaroli al processo dell'imperiale
regio tribunale di Milano. E tre sentenze pronunciate nelle tre
istanze giudiziarie li dichiararono colpevoli. Di essi divideva la
sorte il ventiduenne Gabriele Rosa d' Iseo — cui accenniamo
come ad ultimo fra gli scomparsi di quella pleiade esimia —
ed il dottor Giovanni Dansi di Codogno, e il ragioniere Giacinto
Miglio di Gera. La pena capitale fu deliberata per diciannove su
venti inquisiti ; dei quali solo Alessandro Luigi Bargnani d' Iseo
fu condannato ad un ventennio di carcere di secondo grado.
L' imperatore per « grazioso » rescritto ridusse la pena di
tutti; e pel Dansi a sei anni di prigionia dura, pel Miglio a
quattro, e a due pel Pollaroli, che li scontò allo Spielberg.
L'Austria — per invito di papa Gregorio XVI — dopo
avergli prestata man forte nel ridurre ad obbedienza le tu-
NELLA CRONACA E NELLA STORIA
349
multuanti città di Romagna, strinse con lui il famoso con-
cordato di Rimini (1845), e le terre lombarde videro il ritorno
trionfale dei presidi austriaci, che avevano cooperato alla cruenta
repressione di quelle generose popolazioni.
A Codogno così erano reduci i partiti per lo stato pontificio,
e funzioni ecclesiastiche e parate militari si celebravano in
gran pompa, ad onore della facile vittoria. S'elevò in piazza
Morta un grande altare da campo, dal piedistallo di cannoni
e di fucili, di daghe e di proietti; e, resevi solenni azioni di
grazie, si distribuirono alle milizie copiose medaglie commemo-
rative, già benedette dal pontefice; e d' altra benedizione solenne
venivano muniti i vessilli dello straniero.
Non pare, però, che al popolo quella baldoria bellicosa en-
trasse nelle grazie; poi che, se appena gli veniva fatto, non
era la parte degli oppressori, ma la sua di oppresso quella che
esso sentiva. Era fuggito dal nostro ospitale un militare in-
fermo, e s'era nascosto nella cascina di San Teodoro, condotta
da un Livraghi. Fu scoperto da una pattuglia; ma il fuggitivo
non si lasciò vedere. La processura militare austriaca, molto
sommaria, non trovò di meglio che arrestare la signora Livraghi ;
da ciò la viva indignazione del popolo, che proruppe dissel-
ciando parte di piazza Morta, e tentò in aperta ribellione scar-
cerare la prigioniera.
Vista la cosa a mal partito, si intromisero i magistrati ci-
vili; la donna venne restituita a libertà, ma per breve ora,
essendo essa morta di paura poco dopo.
Come gli spenti spezzarono risorgendo le tombe nella terribile
visione del profeta, così gli italiani nell'albe prime del 1848
destaronsi dal secolare letargo, aspirando a riprendere maestà
di popolo libero e forte.
Fu giustamente quella epopea acclamata nuova crociata, e
difatti religione e libertà si strinsero la mano nel patto fraterno,
e le riforme di Pio IX pontefice e quelle degli altri principi
d'Italia preludiarono alla riscossa per l'armi con generoso ar-
dimento proclamata da re Carlo Alberto. Doveva da quel con-
\nubio di energie, che presentavansi invincibili, prendere inizio
nuovo ordine di tempi e di cose. In fondo, ancora lontana,
350
CODOGNO E IL SUO TERRITORIO
s'offriva la prospettiva della unificazione della patria; ma, frat-
tanto, il fine prossimo, immediato, essenziale, si arrestava alla
indipendenza dallo straniero contro cui s'appuntavano i ferri
delle genti, penetrate da uno irrefrenabile bisogno di libertà.
Alleanza di re e di popolo benedetta dalla chiesa, era questo il
momento rudimentale nello splendido moto. Scomparse le dis-
cordie, imposto silenzio ai dispareri dei dottrinari, Carlo Alberto,
Pio IX, Giuseppe Mazzini, avvinti nello stesso pensiero e nella
identica volontà. Il perchè a buon dritto fu quella promulgata
come la guerra santa; e se le tre colombe battagliere non ispic-
carono nuovamente il volo dall'antenna del carroccio, pure il
sentimento, ricorrendo come un lampo di genio a sette secoli
addietro, ci ridiede i memori entusiasmi della lega lombarda,
del giuramento di Pontida e della vittoria di Legnano ; così che
di mutato non ci fu che il nome del Cesare alemanno, e Ferdi-
nando imperatore apparve sostituto minore del fiero Enobarbo.
S' addensavano i rubesti battaglioni sabaudi alle sponde del
Ticino, intente le orecchie al rombo minaccioso che echeggiava
dalla oppressa Milano; ed allor quando poche migliaia di in-
sorti — a cui la provincia lombarda diè così pronti e formida-
bili aiuti — fugarono miracolosamente i quaranta mila soldati
del feldmaresciallo Radetsky, il grande astro per così lunghi
anni atteso da Carlo Alberto brillò sulla penisola fatale co' suoi
più radianti e benefici influssi.
Piemonte, Lombardia, le Venezie, i ducati, la Toscana e giù,
sino all'estremo mezzogiorno ed alla ultima Tuie sicula, fu un
solo sacramento di combattere, vincere o perire; un balenare
di spade, una foresta di bandiere e di croci, una fusione di
anime e di cuori, un grande esercito di fidenti e di volenti, in
cammino verso l' ideale.
Di lunga mano apparecchiata, la insurrezione milanese che
ebbe nome dei Cinque Giorni propagò istantaneamente le sue
onde sonore attraverso la intera regione; e nel mistico circolo
fu compreso e rispose, con accordo audace e mirabile, anche
il territorio nostro.
Parve che alle prime strofi di quel poema ponesser mano e cielo
e terra, e fra le umili popolazioni dei campi sembrò si facessero
NELLA CRONACA E NELLA STORIA
intendere perfino le mistiche voci della natura; così che le semplici
fantasie vieppiù si eccitavano, come se un impulso oltremondano
tutti spingesse sulla strada della risurrezione. Traggonsi gli
oroscopi dai più comuni avvenimenti; i firmamenti parlano,
e l'aurora boreale dal sanguigno lume indica l'augurio si-
nistro per le austriache sorti (23 febbraio 1848); e l'ecclisse
lunare aggrava colla fitta tenebria estemporanea il pronostico
celeste (18 marzo),
S' aggiunge un' immensa agitazione alla nuova dello scoppio
di Milano, dove numerosissime famiglie nostre tengono i loro
figli. Doloroso è il pensiero pei cari lontani, e non meno pe-
nosa la emozione per il minaccioso atteggiamento degli austriaci
presenti. Hanno rotto ogni freno di disciplina i presidianti di
Pizzighettone ; in fretta e in furia s'è sbarazzato il forte d'ogni
materiale guerresco e portato a Cremona, con vessazioni inau-
dite agli abitanti, che in tanta penuria di veicoli e di somieri
hanno dovuto provvederli fra le bestemmie ed i vilipendii del
rauco oppressore in ritirata. In onta a ciò, la malagevole im-
presa non del tutto riesce: gittansi ad Adda barili di polvere,
lasciansi sul vecchio spalto molte bocche da fuoco, ed un messo,
divorando la via, vien qui ad annunciare che a Pizzighettone
son disponibili per la santa causa i cannoni abbandonati.
La lieta notizia infiamma gli animosi ; alcuni giovani si diri-
gono verso l'Adda, e, trovato un cavaliere austriaco, lo assal-
gono e lo uccidono. Il popolo nostro, riscaldato dalle patriotiche
parole di Leopoldo Gattoni, segue l'avanguardia dei giovani
partiti, e le notizie di Milano combattente, a noi pervenute
per aeree vie, maggiormente incoraggiano e risolvono alla lotta.
Si disarma il gruppo delle guardie doganali qui residenti, e
si ritenta il colpo anche sui gendarmi; ma costoro — chiusisi
in caserma — mutan panni , ed attraverso il doppio meato di
un pozzo comune, fuggono. Si sfonda la porta del castello,
echeggiano salve di gioia, e tutti risolvono di partire per
Pizzighettone.
Giunge a Maleo il drappello di quella balda gioventù dai
cappelli piumati, dalle òlouses a sgonfi di velluto nero, cinti
^ dalla scarlatta fusciacca, la sciarpa tricolore a bandoliera e le
medaglie pontificie a catenella sul petto. Per sorte, non mancò
352
CODOGNO E IL SUO TERRITORIO
il consiglio assennato dei maturi a quell'entusiastico manipolo,
e furono saggiamente indotti a formare più salda milizia, con-
giungendosi il giorno dopo alla colonna dei volontari di pas-
saggio fra noi, guidata verso Mantova da Achille Griffini, il
prode terriero che lasciò di sè così larga e profonda orma su
tutti i campi delle italiche guerre, e che, carico d'anni e di me-
riti, si spense luogotenente generale in Roma (20 giugno 1878).
Codogno, da alcuni giorni in trambusto, non aveva più go-
verno regolare; in guisa che i maggiorenti — uomini sopra
tutto pratici — costituirono una pattuglia armata di benevisi al
paese a tutela dell'ordine publico. E fu ottimo provvedimento,
poiché passavano e ripassavano, sfilando in ritirata, milizie
tedesche, fra cui il grosso presidio di Piacenza, diretto a difesa
del Quadrilatero.
Come di solito, codesti soldati si avevano requisiti pel tras-
porto delle salmerie i poveri coloni; ed, a passarsela più pos-
sibilmente liscia, s'erano appiccicata la coccarda tricolorata,
nella loro ingenuità creduta talismano ad evitare molestie. Un
colonnello che li comandava, passando per Codogno, s'avvisò
di andare alla posta; ma, veduti alcuni manuali intenti a ripa-
rare il tetto della loggia, presunse chi sa mai quali pericoli
per sè e pei suoi ; ed invece di andare pensò ripiegare dal
cammino, mandando in sua vece una schiera di fanti.
Vedevano così i nostri dileguarsi il prudente uficiale superiore,
ma insieme dolevansi d'altra e sinistra novella. Il generale conte
di Benedeck, lasciando Pavia, aveva sostato fra Senna e So-
maglia, miseramente disertando i campi ed i prati locupleti.
A lui, per altro, ed alle sue milizie, volsero vigorosamente la
fronte gli abitanti (20 marzo), e capeggiati da Angelo Grossi
— poi deputato e senatore — s' armarono, inseguendoli all' Adda.
Passarono per Codogno, proseguendo per Cavacurta, dove avreb-
bero esplorate le sponde del fiume e probabilmente raggiunto
il generale. La carrozza di questi videro trascorrente per Co-
dogno in contrada Grande. Animosamente Luigi Vercellesi e
Filippo Arata l'arrestarono; Benedeck ne era prudentemente
sceso prima; cadde quindi soltanto un uficiale del suo seguito
fra le mani dei due arditi popolani.
NELLA CRONACA E NELLA STORIA
353
Giunge l'esercito del re sardo da Milano, ed è accolto con
vero tripudio. Abbracci, baci, fiori, evviva, nulla manca alle
legioni liberatrici, incontrate in segno d'onore dalla guardia
civica, poc'anzi istituita, e dal clero, degno nell'occasione della
patriotica borgata.
In piazza Maggiore si sono soffermati i battaglioni subalpini,
escono i sacerdoti dalla parochiale, condotti dal professore don
Alessandro Olcelli, la cui conclone, dettata a nobili sensi, com-
muove gli animi ad esultanza; mentre un altro sacerdote, don
Bortolo Mola, rinnova clamorosamente il grido di Giulio II. Si
abbassano dovunque gli stemmi imperiali, velettano le bandiere
della nazione, ed anche il proposto don Tomaso Longhi, pro-
fessore di matematiche e teologo, sente il bisogno di far cre-
dere al popolo ch'egli è rinato a liberi sentimenti. E, possedendo
due vecchie bandiere, già fatte sventolare in una ricorrenza fe-
stosa di casa d' Austria, dichiara formalmente di volerle bruciare.
Parole! pochi mesi dopo — riumiliata Italia agli Absburg —
i vessilli, reputati dati alle fiamme, mostravano ancora le loro
tinte esecrate dal capitello della parochiale. Don Tomaso, nel-
l'intimo suo, aveva preveduto i tempi. Egli ridava alla luce i
segni della tirannia, mentre i patrioti — sotto la distretta an-
gosciosa di uno stato d'assedio feroce — celavano affrettatamente
gli emblemi della libertà e le armi. Di queste fu pure ricetto
l'interno d'una statua di san Biagio, già nella sacrestia di
S. Giorgio, tuttora nella stessa chiesa e convertita in Francesco,
santo della Savoia. Anche il soffitto di S. Anna alla Sigola
servi da nascondiglio ad armi non consegnate.
Il luminoso periodo di quell'anno augurale fu anche per gli
episodi terrieri come una meteora fuggente pei cieli della patria
risorta. Nella espansione generosa di quella nova giovinezza
italica, fra quelle anime affinate alle fiere visioni della lotta,
molti dei nostri parteciparono alle nobili e coraggiose azioni
intese a rifare alla patria il primato civile. Azioni non soltanto
\Coraggiose, ma benefiche e modeste, come l'offerta ad opera
di privati cittadini e di artisti, di alcune centinaia di lire alla
Codogiio e il suo territorio, ecc. — //. 51
354
CODOGNO E IL SUO TERRITORIO
causa nazionale, a beneficio dei feriti e degli abitanti dei luoghi
per dove lo spettro della guerra era passato. Una compagnia
drammatica, diretta dal codognese Cesare Asti, dedicò al nobile
fine il prodotto di tre recite date al nostro Sociale.
Non possiamo esimerci dall'accenno alle schiere di compaesani
combattenti nelle memorande fazioni delle Cinque Giornate; e
per non vulnerare negli onorati superstiti quella modestia che è il
profumo d'ogni virtù, anche militare, circoscriveremo il ricordo,
sostando però su qualche nome fra gli altri eminente.
Pietro Pietrasanta, qui nato (27 luglio 1807), dirigeva in
Milano — prima ancora del 1848 — un bene inteso collegio,
del quale facevan parte persistente parecchi giovani conterranei.
Allor che la grande città proruppe in sommossa, e sorsero le
barricate allo squillar delle campane, gli alunni del Pietrasanta,
attratti dalle magnifiche visioni della lotta, impugnarono il
moschetto, e col proprio rettore combatterono sugli asserraglia-
menti, Pietro Pietrasanta, fra gli educatori di quei giorni esimio,
non lo fu meno qual patriota, e tutto questo valse a collocarlo
in quella lunga schiera di cui furono ornamenti preclari anche
i Sacchi, i Baravalle, i Mauri, i Dell'Uomo, i Ravizza e via
dicendo. Moriva compianto dalla folta schiera de' suoi giovani,
i quali alla parola di lui avevano inspirato il culto alla scienza
ed al suo esempio quello all'Italia (11 agosto 1881).
Michele ed Angelo fu Cesare, fratelli Belloni dottori in leggi
e praticanti notari in Milano — il primo defunto, l'altro su-
perstite in tutta la vigoria dei suoi patriotici ricordi — si
contrasegnarono nobilmente il 18 e il 19 marzo nella erezione
delle barricate e nella lotta presso il santuario di S. Celso,
contro le guardie di polizia. Pugna fiera e senza quartiere; e
il 22, dopo una viva fucilata contro i cacciatori tirolesi, parecchi
ne facevano prigionieri con altri cittadini e si impadronivano della
caserma di S. Francesco. I giornali del tempo — fra cui l' uficioso
22 marzo — registrano coraggiosi e ripetuti episodi compiuti in
quelle memorande battaglie dai fratelli Belloni; fra cui la resi-
stenza loro agli austriaci sul bastione fra porta Ticinese e
S. Calocero, riducendo in propria potestà alcuni soldati del
reggimento Arciduca Alberto. Bella parte ebbero altresì i Belloni
NELLA CRONACA E NELLA STORIA
355
nel conflitto di via S. Bernardino alle Monache; entrambi ma-
novrando un cannoncino di proprietà di casa Trivulzio e tolto
dal suo palazzo di piazza S. Alessandro, aprirono con esso cosi
larga breccia nel quartiere di polizia, da farne fuggire tutti
gli agenti.
L' ingegnere Natale Griffini di Ospitaletto pagò il suo debito
di sangue in quelle gloriose giornate; e questi — il cui nome
va associato alla meravigliosa liberazione di Felice Orsini dal
forte di Mantova — fu col superstite dottor Angelo Belloni de-
corato della cittadinanza onoraria milanese (29 gennaio 1889).
Il culto del borgo per questi suoi signiferi nelle guerre na-
zionali ha sempre tratto alimento da tali forti rimembranze.
Vediamo intanto raccomandati all'elenco dei volontari dal solo
comune di Codogno accorsi a difesa della patria, negli anni
del « maggio italico » , copiosissimi nomi d' ogni ceto sociale e
di ogni grado. Deserto era il borgo, perocché i suoi figli ac-
campavano o in Lombardia o nelle Venezie o nel basso Pie-
monte o all'assedio di Roma, dove Dragoni Giovanni, Grossi
Alessandro e Zaini Luigi caddero al Vascello, sotto la occidua
luce del cielo romuleo, inebriati dalla voce di Giuseppe Gari-
baldi e della sua pleiade luminosa.
Nel triste agosto in cui le schiere piemontesi, precipitosa-
mente venendo di Verona, attraversavano l'Adda a Grotta,
stanche, finite, afirante, per riparare nella vicina e munita Mac-
castorna, gittavano un ponte di chiatte sul fiume; ma siccome
alle loro spalle premevano gli austriaci, così i sabaudi rinunciando
al loro adito per Maccastorna e lasciandosi dietro qualche morto
e ferito — mentre un drappello della divisione della I^occa per
Sant' Angelo e Borghetto entrava nel Pavese — si affrettarono al
varco del Po presso Piacenza. Dall' i al 2 agosto re Carlo Al-
berto, volgendosi a Milano, permorò al nostro albergo del
Teatro, e con lui il suo primogenito duca di Savoia, futuro re^
per la fortuna d'Italia.
Di squisite garbatezze furono i reali colmati da questi pa-
triotici borghigiani ; ed è ancora memoria di certe splendide
pesche, che con gentile pensiero volle il signor Ottavio Belloni
offrire al giovane duca, pesche che diedero origine ad un aned-
356
CODOGNO E IL SUO TERRITORIO
doto salace, che noi non riferiremo, benché anche i frammenti dei
fatti storici concorrano a delineare meglio e tempi e caratteri...
Col 1849 ricadeva il negro velo della reazione politica sulla
nostra regione, come in tutto il resto d'Italia. Ma non per
questo la suprema rassegnazione di altrove attecchiva in questo
gagliardo terreno; e sotto diverse forme, e con vario indirizzo,
la publica irrequetudine non si ristava o non si affievoliva nel-
l'opere nuove.
Così, esagerando pericolosissimamente i privilegi che l'Austria
aveva conquistati col vecchio concordato papale, una vera per-
secuzione aggravava, con giuramenti impossibili, i poveri preti,
di tradire a beneficio del governo il proprio ministero in cura
d'anime. Fra questo numero di perseguitati fu don Angelo
Negroni, rettore e precettore del ginnasio Ognissanti. A lui,
cui era stata data facoltà di impartire la confessione, si fece ca-
pire che, a tempo e uopo, di ciò che udiva doveva fare riferi-
mento alla politica autorità. Fece egli orecchi da mercante, da buon
galantuomo; allora i sopracciò tornarono fieramente all'assalto,
anche perchè avevano buon gioco, trattandosi di colpire un
sacerdote in gran dispetto dei maggiorenti governativi, per la
sua antica italicità. Nè disarmò il Negroni, nè i tormentatori
suoi; e così amare e profonde ed ingiuste spesseggiarono le
tirannie su lui, che lo dimisero dal suo uficio, lo minacciarono
di prigione, e gli si strinsero addosso con tanta inclemenza che
il disgraziato ammalò di crepacuore e ben tosto tra il rimpianto
di tutti si spense (19 agosto 1854).
A lui sopravvisse, buona ed ignorata, la sorella Luigia, la cui
esistenza travagliata da malori e deserta di ogni felicità terrena,
viveva però ancora nella riconoscenza generale; perchè nessuno
mai dimenticò come essa tenesse sempre vivo in petto l'amore
del paese nativo e della sua libertà, pel quale, continuando il
fraterno legato, nelle ore più tristi dell'odioso servaggio appa-
recchiava ed emblemi e coccarde e bandiere con cui salutare
nel dì del riscatto l'epoca sospirata.
Dopo il fallito colpo mazziniano del 6 febbraio 1853, Felice
Orsini, col suo intimo Gerolamo Induno — lustro pittorico
NELLA CRONACA E NELLA STORIA
357
moderno di Lombardia — riparò alla Vanicella in casa di Luigi
Folli, dove per alcuni giorni stette nascosto. La madre di Luigi
Folli, Eleonora Lamberti, donna d'alti sensi, corse in quei
giorni gravi pericoli per la permanenza dell'ospite pericoloso,
il quale pensava di vestire la divisa di uficiale austriaco, ed,
accompagnato dal fedele Pietro Baggi — un famigliare dei
Folli — si avviava a Brescia, d'onde poi venne internato nel
terribile forte mantovano di S. Giorgio.
Ma non solo le classi agiate cospiravano con tutto l'ardore
contro lo straniero; anche il popolo, afferrando quelle armi che
il furore gli amministrava, dava a divedere il proprio malcon-
tento in qualunque occasione che più opportunamente gli si
presentasse. La scarsità dei viveri, specie del frumento, che
desolò nel 1854 le regioni circumpadane, accrebbe vigore alle
proteste dell'universale, tramutandole in aperte sommosse.
Già il comune aveva deliberato che la spazzatura delle vie
del borgo fosse affidata a cottimisti, lieve lucro questo, tolto
alla massa; indi nuovi cespiti di disordini, non più raffrenati
quando giunsero notizie da Piacenza che il governatore vi
avesse fatto dare ai poveri abbondanti quantità di tritico. In
una domenica irrompono sulla piazza disordinate schiere di po-
polani, che, assaliti i depositi frumentarì, li predano, ruban-
dosene poi reciprocamente le spoglie (2 luglio 1854). Invano
il commissario Mezzadri tenta ristabilire la calma. Tosto dalla
turba stretta a lui d'intorno esce un omicciattolo caro al vulgo,
che lo chiamava Picciorlina, ed intima all' uficiale:
— Neh, commissario! è tempo di obbedire e non di co-
mandare.
Poi voltosi al popolo dal balcone del commissariato, emulando
il calzolaro Clemente (18 17), lo incita a perseverare nel sac-
cheggio e nella protesta contro gli spazzaturai delle vie.
Mansuetamente assistono le autorità alla scena devastatrice.
I gendarmi passivi lasciano sfogare le violenze incruente. Ma ap-
pena scendono le ombre un fitto stuolo di ammanettati — primo
di essi Picciorlina — sale la montagnola, pel triste cammino
della prigione. Il dì successivo ci vengono più di cento croati,
staccati da Lodi, e già da Milano un altro convoglio marziale
si muove a questa volta, grandemente impressionando e la città
358
GODOGNO E IL SUO TERRITORIO
e le campagne, ma tosto è arrestato da un contrordine nei
pressi di Melegnano. Parecchi giorni durò la specie di ossidione
in paese, ed i miseri prigionieri — molti dei quali innocenti e
catturati per vendetta di spie — non rividero la luce della li-
bertà che alla vigilia del Natale.
L'esodo notturno di Felice Orsini dalle prigioni di Mantova
(29 marzo 1856) fu apparecchiato da una mano di audaci ed
intrepidi, giurati nel fato d' Italia. Emulando il miracolo evasivo
di Latude, fuggitivo dalla borbonica Bastiglia, Orsini potè at-
traverso mille pericoli ricevere da' suoi amici segnali, corrispon-
denze, stromenti infallibili per affrettare la propria liberazione.
Le sue lime stroncarono le sbarre, per le lenzuola ritorte a fune
si calò egli dall'alto del torrione nelle fonde fosse; e il già
ricordato Pietro Baggi, casaro di Codogno, appostato fra i can-
neti e seminascosto nello stagno, lo attrasse sulle fosse dei
terrapieni, e con una carrozza dei Folli lo allontanò dalle sponde
del Mincio. Rasa al profugo la barba, la sua identità rendevasi
vieppiù malagevole, ed in inganno infatti furon tratti gli stessi
gendarmi appostati presso Cera, che con funi accorsero per
riacconciare il veicolo su cui viaggiava il ricercato, squinter-
nato dalla fuga veloce. Essi non conobbero il pregio del carico,
cosi che il cospiratore romagnolo potè quetamente ricoverare
alla Vanicella.
La settimana successiva Luigi e Natale Griffini, dell'isola di
San Sisto, ed Edoardo Guglielmetti di Piacenza, con un sangue
freddo ammirabile — benché sapessero che il ponte in chiatte
sul Po di fronte alla città fosse sorvegliato severamente da
commissari austriaci, disseminati dovunque per rintracciare il
fuggitivo da Mantova — nella propria carrozza, e coli' Orsini
fra sè, toccarono la destra del Po. Per porta Borgheto e via
S. Bartolomeo percorsero la parte bassa di Piacenza; sbocca-
rono ad angolo retto sulla via di S. Antonio; escirono dalla
porta; lasciaron sulla manca la via Emilia, e, piegando al Po,
per Calendasco e Sant' Imento discesero a Sarmato in casa di
Guglielmetti. Più tardi Orsini procedette verso il confine sardo,
ottenne fraterne accoglienze dai fratelli Mansueto ed Alessandro
Della Noce; indi lo scampato pel territorio subalpino se ne
NELLA CRONACA E NELLA STORIA
359
andò a piccole giornate in Genova, onde salpò per l'Inghilterra.
Ma la vita avventurosa di lui doveva spegnersi sotto la ghi-
gliottina napoleonica per la congiura detta dell' Opera, a mezzo
delle bombe micidiali (13 marzo 1858).
Molto maggiore della riconoscenza fu il miracoloso salva-
mento dell'antico patriota italiano, operato da pochi uomini
non allettati da onori, sì bene, tra 1' apatia universale dei sommi
e vari agitatori, anche minacciati nella vita e negli averi. Essi
tennero fede solo alla propria ferma ed indiscussa fede di illimi-
tati servitori della italica causa; mentre quest' audacia temeraria
voleva dire il loro assoluto sacrificio.
Le operazioni della guerra del 1859 in Lombardia si svolsero
assai al di fuori del nostro territorio, e teatro belligero servì
ancora una volta il vecchio scacchiere lombardo onde il genio
di Napoleone fece sul principio del secolo la propria scena.
Non per questo rumoreggiava lontano da noi l' uragano degli
eserciti combattenti. Dopo una fantastica invasione nel Pie-
monte — massimo errore del conte generalissimo Giulay — alle
cui schiere si erano uniti parecchi battaglioni ungheresi qui di
presidio — gli imperiali, più che in fretta e dopo inutili bar-
barie, dovettero sgomberare la Lomellina e il Novarese, riat-
traversando le nostre regioni. Passavano moltitudini di ungheresi
sopra colossali cavalli e vestiti dell' attilato giustacuore dagli
alamari argentei, misurando i passi cogli squilli ininterrotti delle
loro trombette. E i reggimenti croati in tunichetta caffè scuro,
col sermento di mirto al keppì, dagli occhioni chiari, tranquilli
e stracchi, dai baffi e dai capelli di capecchio, puerile trucco
di una mentita virilità. E i battaglioni di fanteria in bianca
divisa^ mentre le musiche militari, prodigiose, eseguivano per
ischerno le canzoni popolari d'Italia, e d'uno in altro tempo
la catuba seguiva i militi trainata dai cani di trasporto.
Non avvenne allora fra noi l'episodio crudele dei Cingoli,
ma poco mancò che la rabbia tedesca non facesse sua vittima
in certo Francesco Ratti, di buona famiglia codognese, il quale,
\ essendosi opposto all'occupazione militare di suoi campi, fu
arrestato e perquisito dai croati, e sommariamente destinato
36o
CODOGNO E IL SUO TERRITORIO
alla fucilazione, cui solo potè sventare Carlo Lamberti, inter-
cedente presso il Giulay, suo ospite in Codogno.
Dovevano gli austriaci togliersi per forza da terra nostra,
prementili i nemici; ma preoccupati delle crudeli condizioni
fatte loro dalla fuga precipitosa, bottinarono armata mano e
stabili e mandre. Ad un Beltrami tolsero d' un colpo un centi-
naio di giovenche; fna anche allora intervenne l'autorevole
parola di Carlo Lamberti, il quale osservò al generalissimo
l'impossibilità di sostentare le vaccine nella ritirata, per man-
canza di pascoli, e ciò valse a restituire il mal tolto al suo
proprietario.
Quattordici giorni intercorsero qui dalla scomparsa delle tu-
niche bianche all'avvento dei rossi calzoni; due settimane di
incertezze e di ansie indescrivibili, anche perchè erano deserti
i focolari ed il fiore della nostra gioventù, condottosi sotto le
bandiere d'Italia una, contribuiva ad affrettare la grande ora.
Senza milizie e senza governo, pure il borgo stette serenamente
e tranquillamente cosciente, affermando ancora una volta il
proprio diritto di essere libero allor che se ne mostrava così
degno ^.
Finalmente, mercè le vittorie di Magenta e di Melegnano,
fu aperta la grande strada da Milano al Po, e Codogno vide
la comparsa della prima divisione francese (19 giugno 1859),
diretta a Cremona.
Più facile imaginare che descrivere il puro e santo entu-
siasmo che accolse i liberatori. I lunghi voti sono compiuti;
l'alemanno irto ed increscioso volge le terga; nessuno manca
a celebrare di persona quella grande pasqua italica ; ed in tutte
le vie, dai balconi, dai negozi, in una vera e propria fantasma-
goria tricolore, si rivela come una novella vita di popolo. Quattro
carabinieri reali seguono la marcia francese, rappresentando il
nuovo dominio, verso il quale non c'è anima che non si dia
tutta ed intera.
E le cure si affollano d'ogni parte. Il comune trova pronta
la sua schiera nazionale della guardia, a capo di cui è posto
come maggiore Pietro Belloni , tosto in parte « mobilizzata »
ed inviata prima a Lodi poi a Genova, quale presidio militare.
NELLA CRONACA E NELLA STORIA
361
Numerosissimi permangono sotto le bandiere i volontari nostri,
e non solo gli inscritti a matricola, ma altresì i vettori volon-
tari, allora ribattezzati treno borghese, prestando servizi rag-
guardevoli.
In quei mesi una affermazione patriotica non aspettava l'altra.
Durante la stagione autunnale di fiera al Sociale le note della
Maria di Rohan si scambiavano col balletto di mezzo carattere
Le due vivandiere e lo zuavo, furoreggiando al momento del
bivacco. Ma tutte le affermazioni erano vigorosamente riassunte
e compiute dall' unanime consenso della autorità civile e di
quella ecclesiastica, qui impersonata nobilmente nel proposto
Giuseppe Bianchi di Panilo, che resse la sede di Codogno
quattordici anni (1849-1863).
Quali e quanti dolori funestarono la vita del proposto Bianchi
non è chi non sappia fra coloro che tra noi hanno varcato il
mezzo secolo. L'essere cresciuto non solo in obbedienza al-
l'evangelio ma altresì nell'amor di
patria, lo pose perennemente ai ferri
corti della intransigenza curiale. Egli
doveva nascondere le proprie sim-
patie; non poteva sempre a volto
scoperto confessare l'Italia, e non lo
risparmiavano nè ammonimenti nè re-
primende nè pene canoniche. Di tanto
in tanto l' ordinario diocesano sospen-
devalo a divinis; e l'uomo egregio,
piuttosto che il suo superiore diretto Giuseppe Bianchi.
fosse chiamato in colpa dai fedeli,
preferiva allontanare con sè dal paese la pena inflittagli. Leg-
gendarie perfino sono le sue carità. Nella penuria dei viveri
sacrificò l' equipaggio della sua dignità a soccorso degli
inopi. Fu amico di Garibaldi, nelle cui schiere militava
un suo nepote. Lui accolse il duce glorioso e fu commoven-
tissimo r amplesso dell' eroe e del preclaro sacerdote. Semplice
di costumi, nulla mai per sè chiese, e quando fu giunta la sua
ora estrema, chiuse tranquillo gli occhi alla luce del mondo,
da tutti compianto, e fra gli altri dall' antistite (28 luglio 1863),
CODOGNO E IL SUO TERRITORIO
che pure gli fu più volte rigido castigatore. E non avendo
potuto il vescovo Benaglia, malgrado le sue insistenze, bene-
dirlo morente, volle essere il primo a versar l'acqua lustrale
sul suo feretro ed a gittare la molle terra nel suo sepolcro.
In quegli incunabuli di vita italiana, anche fra noi passarono
i precipui fattori della patria nova. Vittorio Emanuele, Cavour,
Garibaldi, Cialdini, Fanti, Menabrea, Cairoli e tutte quasi quelle
figure di prima e seconda grandezza toccarono il nostro suolo,
fra r ebbrezza dei terrieri. A Vittorio Emanuele toccò una sin-
golare avventura : quella di vedere verberato un postiglione
della sua carrozza da certo Folletti, renitente alla leva ed im-
pazzito alla vista del reale equipaggio (1867).
Più particolarmente tra i codognesi si soffermavano Garibaldi
e i suoi uficiali, che tra i nostri compaesani contavano nume-
rosi amici — come il venerando Gaetano Gandelli, già uficiale
nel grande esercito napoleonico e comandante la prima batteria
all'assedio di Zara — e richiamati abitualmente da Giorgio
Pallavicino Trivulzio , di cui è tempo tracciare rapidamente
qualche linea.
Sono inscritte nel capo XXXVIII le peripezie della casa
Pallavicino, e là dicemmo come Giorgio Guido nascesse a Mi-
lano (26 aprile 1796), sotto la parodila di S. Pietro in Cam-
minadella. A soli sette anni, rimasto orfano del padre, Giorgio
Pio, cresceva educato dalla madre Anna Besozzi, nel modo più
recisamente spartano. La lettura delle ultime Lettere di Jacopo
Ortis lo allevava a maturi sensi di patria libertà. Da prima fu
alunno nel collegio parmense di S. Caterina, dove i gesuiti ten-
tarono ridurre — ma invano — la fiera natura del giovinetto,
refrattario ai pregiudizii di casta. Poi fu collocato presso i bar-
nabiti di Milano. Viaggiò per diletto in patria e fuori; arcade
del bosco Parrasio, volle esser ricevuto pastore. Sorridendogli
le speranze che all'alba della riscossa italica attraevano gli
inesperti e ardenti soldati della nuova idea, entrò nella Fede-
razione^ una società secreta. Ai primi moti rivoluzionari di
Piemonte, egli — specialmente consigliato dal capo dei carbo-
nari lombardi, il conte Federico Gonfalonieri — e Gaetano
NELLA CRONACA E NELLA STORIA
Castillia varcarono il Ticino, s'accontarono a Novara col San
Marzano e col La Tour; indi, a Torino, furono accolti — come
deputati della redenzione lombarda — da Carlo Alberto.
La terribile polizia austriaca lo fece arrestare, reduce dalla
Svizzera. Il Menghini e il Salvotti esosi stromenti d' inqui-
sizione — iniziarono l'istruttoria, che durò ininterrottamente
due anni. Giorgio Pallavicino, condannato a morte (9 ottobre
1823) e posto in berlina, s'ebbe commutata l'estrema sanzione
con vent'anni di carcere duro (8 gennaio 1824). Come lui,
Gonfalonieri, Arese, Borsieri, Castillia, Andryane, Tonelli, Foresti,
Solerà, Fortini, Bacchiega, Munari, Argenti, Albinola, Manfre-
dini, Martinengo, Pellico, Maroncelli e Oroboni, dalle carceri
di S. Margherita, partivano indrappellati, coi ceppi ai piedi,
nel crudo inverno, per le orride mude austriache.
Lo Spielberg — dove i fati redentori della patria fecero ru-
tilare prodigi di virtù e gloria d'olocausti — tennero più di
nove anni prigioniero il Pallavicino, che poi fu trasferito a
Gradisca, fra compagni assassini e ladri, tra i quali il facino-
roso Tomaso Ribberschegg. Da Gradisca a Lubiana, e da gli
ergastoli illirici a quello di Praga ; dove era venuta anche per
lui l'ora del conforto, nelle trepide gioie dell'amore di Anna
Kopmann — la figlia sedicenne del governatore della città —
non già l'ora della libertà, poiché, anche liberato dal carcere
per l'amnistia concessa alla morte di Francesco I (1835), gli
permase la opprimente sorveglianza del precettato politico.
Fu in queste condizioni che, condotta in moglie la Kopmann
(1838) — donna di eletto sentire e d'anima italiana — solitario
sdegnoso, nella domestica pace, ristorò l'avito soggiorno di
San Fiorano®. Il 1848 lo trovò primo fra i primi benemeriti della
patria. Poi battè la via dell'esilio, in Piemonte, in Francia,
nella Svizzera, dovunque fosse, sacerdote austero e generoso
dell'entusiasmo italico e republicano, due termini allora inscin-
dibili del patriotismo militante.
Il riaccamparsi a Milano e in Lombardia dei battaglioni im-
^ periali aveva risolto Giorgio a varcare il Ticino e nella capitale
del Piemonte — di cui fu ripetutamente il rappresentante poli-
364
CODOGNO E IL SUO TERRITORIO
tico — tutto sè Stesso consacrò ad affrettare la nuova era italica.
Il vecchio lievito mazziniano — che pur fermentava in lui —
non lo ascrisse tra i proseliti ardenti di Camillo Cavour, così
e come non aveva seguito prima le parti politiche dell'abate
Gioberti. Ma il contegno di re Vittorio Emanuele, che lenta-
mente andava impersonando le audaci speranze della nazione
— non prostrata nè pure dalla catastrofe di Novara — persuase
il patrizio lombardo che soltanto nelle
fortune del figlio di Carlo Alberto risie-
deva l'avvenire del paese. Il perchè, e
colla penna e colla viva parola e colla
pecunia munificamente spesa, Giorgio
Pallavicino, pur non rinunziando a
tutti i suoi ideali di un giorno, pro-
clamò che la unificazione d'Italia non
poteva altrimenti conquistarsi « se non
col mezzo di casa Savoia ». Giuseppe
Mazzini ed i suoi accoliti non gli me-
naron buona la conversione; ma Da-
niele Manin, Giuseppe La Farina e
quel grande che fu Giuseppe Garibaldi stettero unanimi nel
convincimento e nell'opera di lui, che cioè il programma della
rivoluzione dovesse applicarsi e perfezionarsi all'ombra del tri-
colore impugnato dal principe sabaudo. Così — in un intenso
ed assiduo lavoro di apparecchio — vuoi nella stampa subal-
pina, vuoi in quella estera, specie anglica e francese — Giorgio
Pallavicino accentuò mirabilmente il proprio apostolato ; capo-
saldo del quale era la immediata conquista della indipendenza
e la cacciata dell'Austria dalle fini d'Italia.
Il governo imperiale staggiva i beni del Pallavicino dopo
il temerario — per quanto generoso — movimento milanese
del 6 febbraio 1853; ma quell'uomo di Plutarco, se ebbe un
lamento, lo ebbe il giorno in cui da Vienna di quel sequestro
perveniva il comando di revoca.
« Italia col re sardo. » Tale il sospiro, tale l'azione del grande
patriota, che scriveva a Mazzini: «Mazzini mio, siate italiano
innanzi tutto! ». Da lui la rifiorente Società Nazionale ricevette
impulsi e soccorsi ineffabili; e nel cuore del non più giovane
Giorgio Guido
Pallavicino Trivulzio.
NELLA CRONACA E NELLA STORIA
cospiratore rinasceva ancor più gagliardamente la religione in
una patria libera, e — prima ancora — una.
All'indomani delle amarezze incumbentigli sull'anima per la
cessione alla Francia di Savoia e di Nizza, gli giunse il tele-
gramma di Garibaldi da Palermo : « Venite. Io e l' Italia ab-
biamo bisogno di voi ». Andò. E là si parve tutta la grandiosa
nobiltà del suo carattere, così che, nelle minaccie di un perni-
cioso dualismo alle viste, egli volle e seppe formare l'anello di
congiunzione fra il conte di Cavour ed il liberatore di Sicilia,
di cui era stato eletto prodittatore. Il condottiero del popolo
era in quei dì da gravi cure inasprito, e gli estremi tentavano
spingerne l'impresa al di fuori del voto nazionale. Ma il buon genio
dell'eroe, ed il fermo volere del popolo scongiurarono la sciagura.
Il prodiftatore stette irremovibile al conspetto di qualunque si-
nistro influsso, e l'opera sua avviò nel porto sicuro della fortuna
la periclitante cimba d'Ausonia. Il plebiscito dell'ottobre 1861
accese tutti i fuochi di gioia in quella gloriosa festa della patria.
Come Garibaldi si ritrasse a Caprera, così il suo rappresen-
tante più eccelso se ne venne nella quiete dell'umile paesello
lombardo, a San Fiorano, alternando gli ozi campestri colle fre-
quenti residenze sui colli vogheresi di Genestrelle, e sulle sponde
beate del mar ligure. Qui vennero ad onorarlo le più alte af-
fettuosità del re galantuomo, che a mano a mano lo inalzò,
prima alla camera vitalizia, poi alla sua più stretta parentela,
insignendolo del collare della suprema Annunziata. E qui — di
rincontro — venne ad assidersi, ospite entusiasticamente gradita,
la tradizione della epopea democratica, nei suoi maggiori cam-
pioni, da Garibaldi a Cairoli.
Giorgio Pallavicino — morto a Genestrelle carico d' anni e
d'onori (4 agosto 1878) — vive e vivrà nella reverenza e nel culto
delle generazioni, e se è vero che l'apatia odierna è un mor-
dente che tenta — per fortuna spesso indarno — di intaccare
le fame più salde, è vero altresì che il suo ricordo permane,
monolito mirabile, di autentica gloria italiana.
^ Prima che la villa di San Fiorano — sorta per opera di Giorgio
sull'antico castello feudale della grande casata — venisse tra--
366
CODOGNO E IL SUO TERRITORIO
mutata nel vero Walhalla della leggenda garibaldina, non mai
presentò tranquillo ed assoluto soggiorno al suo nobile castel-
lano. Egli vi giungeva colla giovane sposa fra le trepidazioni
infinite e le supreme pietà, per le vessazioni di spietate vigi-
lanze. Ma non mai quei cancelli ardì varcare la sbirraglia, e
Giorgio Pallavicino, coli' occhio aperto sulle cose del paissato,
creava nel prediletto soggiorno quello che può dirsi tuttora un
museo delle sacre memorie non pure della famiglia sua, bensì
della patria.
Si accede alla villa per un vasto ed elegante giardino inglese
ad aiuole ed a piante di alto fusto. Nelle splendide e artistiche
La villa Pallavicino Trivulzi a San Fiorano.
sale rivivono tuttora le figure di Giorgio e di Anna Kopmann,
la generosa boema che gli allietò le ore del carcere moravo,
gli fu compagna fedele, e divise con lui la vita e la tomba.
Gli stili classici vi sono sfoggiati con saggia moderazione e
disposti correttamente. Nell'alto delle pareti, frescati e circolari,
furono riportati i quadri dei maggiori della casa, dalle mura
vetuste del demolito castello ; di cui le lapidi frequenti forni-
rono materia pei ricchi pavimenti a mosaico. Anima gagliarda
di patriota non meno che di artista, il marchese Giorgio ra-
dunò pregievoli dipinti ed opere insigni d'arte. Per non par-
lare dei lavori — anche raccolti recentemente dall' abbiatico di
Giorgio — accenneremo alla pinacoteca domestica, coi ritratti
del primo e del secondo Gian Fermo Trivulzi e delle loro
mogli; quello di Giorgio Pio bambino, nudo, a cavalcioni
NELLA CRONACA E NELLA STORIA
dì un grosso cane; una galleria di ascendenti incipriati, e
— nella sala in cui osavasi frescare un'allegoria colla bandiera
tricolore, nel 1842 — l'effigie di Giorgio Guido, con aspetto e
con foggie byroniane (1836); quella della Kopmann, in costume
rosa di gitana, dallo irresistibile viso, fra ondate di veli e di
nastri ; e di fronte la figliuola loro di otto anni, futura marchesa
Anna d'Angrogna, in fantasia da bersagliera, sciarpa tricolore,
fucile sull'omero, spalline d'oro, e i biondi ricci spioventi a
cannelloni sulle rosee guancie: uno splendore evocativo di
un'epoca indimenticabile.
Dai grandi finestroni di queste sale l'occhio spazia sul giar-
dino da un lato, dall'altro sul viale a doppio filare, che — co-
steggiato dal parco — mette all'aperta campagna.
Nulla di più spartanamente semplice che il piano superiore.
Qui, lontano dalle «dure, illustri porte» lo spirito austero del
democratico marchese assorbiva del tutto l'uomo così semplice
e così grande. E meglio che qui non poteva a Giuseppe Ga-
ribaldi ofi^rirsi ospitalità. Le due camerette cubicolari del ge-
nerale non hanno lusso di mobilie: un letto modestissimo di
noce per camera, ciascuno sovrapposto da una targa indicante
il cognome dell'eroe e la data del suo riposo (marzo 1862 e
1867), Qualche quadro in rame ed a olio, una croce arcivesco-
vile, e un gran busto di Vincenzo Monti finiscono l'arredamento.
Una epigrafe in marmo nella seconda camera ricorda Gari-
baldi come propugnatore del tiro a segno nazionale.
Quivi morì un altro fervido amico d'Italia, il generale Fran-
cesco Carrano (ottobre 1892), già cospiratore con Giorgio, co-
mandante superiore della guardia nazionale napolitana e deputato
di Codogno.
Nel sacello sotterraneo della parochiale di San Fiorano ripo-
sano le spoglie del prodittatore di Sicilia, sulla cui arca funebre
si leggono alcuni versetti del salmo LXI, riferentisi al decoro
della religione dei morti.
\
368
CODOGNO E IL SUO TERRITORIO
NOTE AL CAPO LVII.
^ Gli scritti del padre Pietro Domenico Brini erano anni sono presso
la signora Giuditta Ratti, morta la quale di essi non si ebbe più notizia.
La celebre satira da noi ricordata ci è giunta in varie e scorrette versioni ;
di cui noi rabberciamo alla meglio alcune partì, perchè i lettori giudi-
chino più che il lavoro caustico
codognese del 1817:
Egli è assioma generale
Nel civile e criminale,
Accettato in ogni curia,
« Summum jus est summa injuria ».
Voi avete ben ragione
Che da tutte le persone
Si rispetti quel Passeggio,
Che, se male non m'avveggio,
Cominciossi a passo lento
Fin dal millesettecento,
Circuni circa, quarantotto,
E da noi venne ridotto.
Già, s'intende, a tutte spese
Di quest'inclito paese,
Che gareggia in nobiltà
Colle pessime città.
Quanto lungo ci si vede,
Da spazioso marciapiede
Al sinistro, al destro lato
Esso viene fiancheggiato
In un modo, il più elegante.
Da due ordini di piante.
Ciascun lato fa godere
La bell'ombra al passaggiere,
E perchè la densa polve.
Che da terra s'alza e volve,
D'ogni intorno non si stenda
E le vesti non offenda.
ma ingenuo del poeta, 1' « ambiente »
I Una botte d'acqua piena
Si diffonde sull'arena,
Come suole in sulla sera,
Scalzo il piè, la giardiniera .
E talora sul mattino
Inaffiare il suo giardino:..
Questa botte vien portata
Sopra un carro, ed è tirata
Da un destrier, qual ci descrisse
Nella nota Apocalisse,
Che chiamare si potria
Il cavallo di Magia.
Questa botte porta appeso
Un salame lungo e teso.
Che di cuoio cucir seppe
Il bastaio Roman Beppe,
Nè fia mai che tanto insacchi
Nè Mondan, Marema o Scacchi.
Di quel turgido salame
Tutto, dissi, di corame.
Spiccia l'acqua a poco a poco
E ne versa in ogni loco.
Sì che invita chi si sia
A passar da quella via.
Bel veder nei sacri giorni.
Pettinati e ben adorni.
Giovinetti e Cavalieri
A spronare i lor destrieri.
NELLA CRONACA E NELLA STORIA
Ma che più ferisce l'occhio
E il veder le Dame in cocchio
Somigliar la dea Giunone
Colle piume del pavone;
Chi par Venere, chi Diana,
Chi rassembra la Sultana,
Chi pretende apparir bella
Col vestir da pastorella,
E ciascuna, o presto o tardo,
Ferir tenta, con lo sguardo
Ora brusco ed or benigno.
Anche un cor d'aspro macigno.
E, frattanto, il popol basso
Stassi ozioso e fermo il passo.
Osservando attentamente
L'ondeggiar di tanta gente.
Per trovare ognor pretesti
Di sparlar di quegli e questi.
Havvi pure chi ha lo stile
Di seder su d'un sedile
Circondato da sartori.
Falegnami e muratori.
Ciabattini e altra genia
Che frequentan quella via.
Poi, tornando sulla sera,
Batton figli e la mogliera.
Questi, in mezzo a tai perspne.
Va mettendo in derisione
Con sarcasmi ed ironia
Chiunque va su quella via.
Peggio: un dì si vide attorno.
Del passeggio a grave scorno.
Chi menava una carretta!...
Tutto il popolo s'affretta
Perocché credevan tutti
Che vendessero dei frutti,
E, pensate, vi si vide
Entro un uom... che scherza e ride.
La carretta era tirata
Da un antico camerata,
Qual se lungo il gran Passeggio
Si volesse far corteggio
Con un treno così vile
Al concorso signorile.
La plebaglia spettatrice
Fece plauso, grida e dice:
« Stiamo allegri, è manco male,
È arrivato il Carnevale ! »
Mi chi ha senno e buon consiglio»
All'udir questo bisbiglio,
Ordinava immantinenti
Di condurre i delinquenti,
Custoditi e ben sicuri,
A giocar fra quattro muri.
Se dall'urne i vecchi tuoi
Risorgessero a vedere
Aureo il cocchio ed il cocchiere,
E te assiso in gran decoro,
« Ah ! » direbber « mentecati
Certamente noi siam stati.
Consumando i nostri giorni
Or nei viaggi or nei ritorni
Colle gambe e colle dita.
Logorandoci la vita.
Per veder di trar vantaggio
Dalla seta e dal formaggio ! »
Essi andar tra il canto e il riso
A bearsi in Paradiso,
Per la strada che conduce
Dove splende eterna luce;
Ella è stretta e stretta assai...
Alla fin di tutti i guai.
Bada ben che chi si abusa
Troverà la porta chiusa;
Molto più che in questa bassa
Val di pianto tutto passa,
E le cose di Codogno
Passan presto come un sogno.
" Alessandro Ciseri - Giardino istorico lodigiano.
' Dal ritratto di famiglia. Atto Vannucci, nei Martiri della Libertà Ita-
liana indica il PoUaroli per un « Polardi » e il Dansi per un « Dranzi »,
* Dal ritratto di famiglia.
Codogno e il suo territorio^ ecc.
— IL
52
370
CODOGNO E IL SUO TERRITORIO
® Si afferma essere Codogno il paese d' Italia che proporzionalmente
abbia dato maggior numero di volontari alle guerre dell'indipendenza.
^ Sopra una parete della villa di San Fiorano si legge questa epigrafe,
dettata da Giorgio Pallavicino:
SOPRA . VETUSTO . CADENTE . PALAGIO .
PROVIDAMENTE . ABBATTUTO .
GIORGIO . GUIDO . PALLAVICINO . TRIVULZIO .
EDUCATO . AI . PRECETTI . DI . LIBERALE . FILOSOFIA .
RELIGIONE . de' . TEMPI . IN . CUI . VISSE .
UN . MODESTO . ASILO '. COMPOSE .
NÈ . DI . PIETÀ . NÈ . DI . RICONOSCENZA . IMMEMORE .
VOLLE . QUI . TRASFERITE .
NELL' . ANNO . MDCCCXLII •
LE . SUPERSTITI . IMMAGINI . DEGLI . AVI .
CAPO LVIII.
I^e glorie artistiche terriere — Un po' di etnologia — L'architettura —
Giovanni Battista Barattieri — Carlo Antonio Albino — La pittura —
Le dipinture celebri della regione — Angelo Pietrasanta — I gua-
statori e le negligenze delittuose.
ARVE a taluno che fra le targhe del pantheon artistico
e scientifico della patria mancasse quella per la
terra nostra. Molto, troppo arrischiata è, pertanto,
la cruda asserzione; chè — se veramente il posto
nostrano nelle nobilissime discipline del pensiero non è fra i
più elevati — ciò non dipende minimamente da ineguaglianza
di natali o da logica di eventi; sì bene (ci si consenta di fare
omaggio al vero) dalla consuetudine apatica, quasi ereditaria,
di cittadini e di autorità nel rilevare tutti i sussidi ed i presidi,
che mai non vennero meno all'intellettualità della terra.
La storia di non pochi paesi italici è come l'aurea clamide
;di cui gli estranei esaminano, conoscono e studiano ogni fre-
giato lembo, là dove, chi l'ha per giuridico indumento non se
ne cura e quasi sdegna disporla a partito sontuoso sopra di sè.
Pochi — ad esempio — sono fra i nostri che sappiano come
r infelice figlio di Guglielmo il vittorioso — Federico III impe-
\ ratore di Germania — tuttavia principe ereditario, colla consorte
Vittoria, protetti dall'incognito, venisse a Codogno, e qui
372
CODOGNO E IL SUO TERRITORIO
— consultando V inseparabile Baedeker — visitassero ed ammi-
rassero alcuni quadri storici delle nostre chiese (1886). Così
r ingegno fine ed aristocratico del « buon Fritz » provocò gli
stupori paesani, cui non pareva vero che i coronati d'un grande
impero, più che alle fortune dell'industria locale, recassero i
loro entusiasmi a discipline artistiche affatto ignote nel luogo
stesso in cui sono. Nè si creda con ciò che vogliamo salire ad
iperboli; ma è vero che la nostra cronaca artistica, pur nella
sua umiltà, non è indegna delle memorie patriotiche del vera
e del bello.
La scienza positiva dei moderni promulga l'azione, diretta
sul carattere di una gente, della configurazione del suolo e delle
tendenze peculiari, del sistema oroidrografico, del clima, di
tutta la suppellettile, in somma, che la legge dello adattamento
pratico aggiunge a mano a mano alle costituzioni atavistiche
delle stirpi, sì che gradatamente perviene a modificarne le tra-
dizioni fisiche e psicologiche.
Ora, la nostra robusta razza, specialmente chiamata alle lotte
dell'industria, è dignitosa, equanime, e — sopra tutto — inizia-
trice, tale e quale la consistenza dell'argilla, la uniformità del
paesaggio, 1' « ambiente » calmo ed eguale impongono sia, giusta
la regione, la cui voce — al dire di Tito Livio — è tradotta
dal primo vagito. Non è quindi a pretendersi, qui, la soave ed
amorosa lirica di Lesbo e di Sicilia, nè il morbido vellutato
della tavolozza veneta, nè la pletorica imaginazione d'un indo
fastoso. Di leggende eroiche, poche; e se nei giorni oscuri di
cortine e di baltresche, di manieri e d'altri saggi dell'era feu-
dale non fu penuria — come non fu di sinistri e torvi mes-
seri, pronti dal formidabile nido a piombare sui sommessi —
nè meno per analogia di realtà storica spazia quell'insieme di
tradizioni ferali che è il substrato di paurosi ricordi d'altre genti.
Nell'esistenza della nostra regione persevera una attività ca-
ratteristica per cui le ataviche indoli, irrigidendo nel corso dei
secoli, si son fatte tipiche per fermezza, resistenza ed iniziativa
reale, quantunque una parvenza di atteggiamento apatico e fiacca
NELLA CRONACA E NELLA STORIA
373
per tutto ciò che sappia di intellettualità trasvestisse agli occhi
dei superficiali la fortezza e la efficacia della fibra lombarda.
Pertanto, arte ed ispirazione furono nè precipiti nè violente:
non baleni di audaci prose, nè alate strofe, non smaglianti
concezioni di stupefacenti pennelli, nè voli verso l'alto di edi-
fici monumentali. La borghesia commerciale piantò i confini
alla espansività dell'arte; la campagna, cosi a lungo trascurata,
e l'officina — che per tanto tempo andò per la sua via tran-
quilla, non ancora intontita dalle caldaie a vapore — ignare
della loro forza, dei loro diritti e del loro avvenire, non lascia-
rono luminosamente travedere, nei tempi andati, quello sfavillio
di gloria che proviene dal concetto della forma eccellente.
Chi — come noi — vuol rivendicare i fasti di Lombardia,
-che son quelli d'Italia, può lamentare la penuria dei ricordi
pittorici dalla rinascenza al risorgimento, può anche lagnarsi
della sproporzione delle narrazioni ecclesiastiche e soldatesche di
fronte alle reminiscenze estetiche consegnate alle vecchie cro-
nache. Non bisogna dimenticare, però, che la maestà della re-
ligione e del culto, la fortuna del popolo, e la potenza dei
principi, conseguirono pur esse perspicue attestazioni nella re-
gione, specialmente collo inalzare edifici destinati alla fede.
Illustri artefici — se non, per avventura, celebri artisti — fu-
rono i costruttori dei templi di S. Biagio, di S. Bernardino e
della Madonna di Caravaggio in Codogno; di S. Bernardino in
Casalpusterlengo ; delle parochiali di Ospedaletto e di Somaglia
e della Incoronata di Castione. Non batteranno a ruota intera
pel cielo della fama l'ala poderosissima codesti maestri; ma
pure, coi loro concetti architettonici e colla imponenza delle
costruzioni, essi mossero — non v'ha dubbio — le fibre degli
intelletti anche mediocri, colla vigorosa semplicità delle linee
negli interni della parochiale di Casalpusterlengo e di quella
di Somaglia e delle nostre Madonna di Caravaggio e delle
Grazie; linee nelle quali gli arconi semplici poggiano sugli
epistili dalle fughe ardite, onde una espressione sobria ed ar-
moniosa che rapisce. Inoltre, havvi una armoniosa padronanza
•d'ogni mezzo tecnico e d'ogni dovizie di fantasia, malgrado
l'intervento scapigliato e bizzarro dell'esuberante gusto secen-
374
CODOGNO E IL SUO TERRITORIO
tista, negli interni del tempio gerolamino di Ospedaletto e di
S. Rocco in Casale, ed anche nella facciata di S. Bernardina
pure casalese.
Anzi non è temerario accennare che fra i titolari di queste
opere brilla qualche nome destinato alla pleiade. Principe quella
del codognese Giovanni Battista Barattieri.
Egli fu uno tra i più grandi cosmografi del secolo XVII, e
non tanto nei rapporti esclusivamente scientifici, ma anche per
ciò che concerne la geografia politica; tanto che il nome e il
valore di lui compaiono nei regesti peritali su quanto ha tratto
ai confini — oggi barbaricamente « frontiere » — fra l' uno e
l'altro degli staterelli ducali della Italia superiore.
Si dà Giovanni Battista Barattieri nato in Codogno (1601),
da Marco Antonio che fu poi eletto tesoriere del comune (18
gennaio 16 11). A quanto ne scrivono cronisti ed annalisti del
Lodigiano, lo stipite dei Barattieri sarebbe indigeno di Lom-
bardia fin dal secolo XII. Il patrizio di Lodi Giovanni Battista
Villanova ^ accennando al vescovo sant' Alberto della sua città
(1179), aggiunge: «ne' quai tempi fiori Nicolò Barattieri, il-
lustre ingegnerò Lodigiano, che fu quegli, che con mirabile
artificio dirizzò nella famosa piazza di S. Marco di Venezia quelle
due grandissime Colonne di granito, non trovandosi huomo, cui
desse l'animo di accingersi a tanta impresa; onde ne riportò,,
oltre la gloria per tutto il mondo, honoratissimi premii. Egli
ancora fu il primo che nella medesima Città fece il maravigliosa
Ponte di Rialto con altre macchine per le pubbliche fabbriche,,
e sotto di lui s'allevarono diversi Mathematici, et Architetti».
Anche il Milizia ^ — per non citare molti altri celebrati autori —
ricorda Nicola Barattiero « architetto lombardo » il quale « me-
ritò dalla Repubblica una considerabil pensione ».
Se non che la Lombardia dei secoli scorsi era intesa con
latitudine di confini molto maggiore della presente; il che po-^
trebbe modificare la restrittiva qualifica di lodigiano dal Villanova
apposta a Nicolò Barattieri, tanto più sapendosi che nel Pia-
centino, fino dal secolo XVI, era celebre nelle scienze, e spe-
cialmente nel giure, la casata dei Barottyrio, a cui i Farnesi
imposero la corona di conte, come a nobiltà di toga. Della
NELLA CRONACA E NELLA STORIA
375
quale nobiltà ed antichità danno publica attestazione alcune
composizioni poetiche del più puro secentismo, poste come a
proemio del raro wolnme Architettura d'acque di Gio. Battista
Baratteri ingegnerò collegiata di Lodi et approuato dalla Reg.
Ducal Camera di Milano (Piacenza, nella stampa Camerale di
Gio, Bazachi i6^6j.
Un teologo, Lorenzo Longhi di Parma, scrivendo in esametri
latini l'encomio dell'insigne Giovanni Battista, dà alla famiglia
sua il duplice appellativo di piacentina e lodigiana. Comunque,
codognesi per certo furono gli ascendenti del celebre matema-
tico Andrea, vicario gerente della diocesi nostra e dottore in
leggi, il padre Deodato certosino e priore del cenobio di Avi-
gliana, Pier Francesco, storico e letterato, menzionati dal Gol-
daniga, e lo stesso Giovanni Battista, che — nella prefazione
« a' lettori » dell' opera citata — la dice « scritta con l' ap-
plicatione assai distratta, perchè fu mentre s'agitauano le tur-
bolenze di Cremona, eh' apportarono anco à Codogno mia patria
qualche sconuolgimento » ; modestia tanto più meritoria in quanto
che le laudi 2i\V Architettura d' acque sorpassarono il secolo del
panegirico, ed oggi le sono tuttavia dai tecnici largamente
retribuite.
Giovanni Battista Barattieri fioriva tuttavia nel rigoglio della
gioventù, che già la sua nomea di cosmografo valente e di ar-
chitetto sonava alto dovunque; e, seguendo la consuetudine di
quei dì, si fortificava colla protezione del Mecenate conterraneo,
che fu il cardinale Gian Giacomo Teodoro Trivulzio. Academico
codognese dei Novelli, e piacentino degli Spiritosi, peregrinò
da Codogno a Milano e da Milano nelle precipue città del-
l'Emilia, in esse lasciando opere ed edifici ragguardevoli; a
Milano fece una proposta architettonica per la facciata del
Duomo, fino da allora variamente discussa; a Piacenza costruì
il palazzo già Costa (ora Abate); a Codogno, oltre le chiese
di S. Bernardino e delle Grazie e il portone del Cristo, edificò
il bel palazzo ora Bono (in via Garibaldi) la cui concettualità,.
sobria e geniale, prova tuttora che si seppe resistere dai sommi"
alla procace smania del contorto e del gonfio, sventurata ca-
ratteristica dell'epoca. Il prospetto che domina nel corpo edi~
376 CODOGNO E IL SUO TERRITORIO
lizio del palazzo, lo distingue fra i più puri; la balaustrata
mediana fra i due membri del piano superiore gli dà un'aria
di greca armonia; il doppio cordonato, gli stipiti a triangolo
aperto che coronano le finestre, e la linea delle piccole mensole,
rincorrentisi ai fastigi del tetto, rievocano le nobili memorie
Il palazzo Bono a Codogno.
del classicismo, ed è tanto maggior pregio questo, in quanto
che l'architetto dovette vincere le difficoltà presentate dall'area
assimetrica, ora del tutto mascherate per la perizia di lui.
Ma la gloria maggiore onde si raccomanda il nome del Ba-
rattieri fu per le discipline idrauliche. Egli primo trattò scien-
tificamente della natura fluviale e delle opere difensive delle
sponde corrose, per mantenere gli alvei regolari e proteggere
le campagne dalle esondazioni, principi tecnici codificati ma-
gistralmente nella sua opera principe. E quando egli, caduto
in disgrazia del cardinal Trivulzio — vuoisi per non averlo ac-
NELLA CRONACA E NELLA STORIA
377
contentato nel tracciare la strada commessagli fra Codogfio e
Maleo — dovette chiedere ospitalità a Piacenza, quivi diede
opera a quei tre munimenti volgarmente detti pennelli, in sassi
e calcestruzzo, per deviare la violenza del Po.
Le storie piacentine attribuiscono il compimento di questa
grandiosa opera repellente al celebre matematico ed idrometra
bolognese Domenico Guglielmini (1655-17 io), in onore del quale
alcune medaglie commemorative fecersi coniare dal duca Fran-
cesco Farnese e serbansi nel civico museo piacentino. Il che
parrebbe togliere al nostro conterraneo gran parte del merito
che gli spetta; ma ciò non è, risultando lampante — anche per
ragione cronologica e per referti di contemporanei — che il
valido tecnico codognese aveva precorso nell'opera idraulica
quella del creatore della cristallografia. Questi — che fu il pre-
cursore delle famose e pretese scoperte di Hauy, e che tenne
catedre a Bologna ed a Padova — non ha d' uopo del riflesso
di glorie altrui, come che la sua vita venisse decorata d'ogni
elevazione ed onore. In ogni caso resta a lui razionalmente il
pregio di aver continuato l'opera iniziata dal Barattieri, sia
per la difesa di Piacenza come per la cura delle acque della
bassa Emilia.
A settantasei anni Giovanni Battista Barattieri, moriva in
Parma (27 settembre 1677). La salma dell'amico di Galileo
venne deposta nell' « in pace » della chiesa dei carmelitani scalzi,
S. Maria Bianca, oratorio in parochia di S. Ambrogio.
. *
Carlo Antonio Albino, già da noi ricordato più volte — e di
cui non possiamo con precisione accennare la data di nascita
e di morte — dal Barattieri ebbe i primi rudimenti dell'arte,
cui egli poi diede un'impronta personale in opere più insigni,
ad esempio nelle chiese codognesi della Madonna di Caravaggio
e dei SS. Gregorio e Sebastiano.
Nè la fama dell'Albino stette limitata alla nativa regione.
Lui volle a Torino Vittorio Amedeo II re di Sardegna, che
gli affidò importanti opere di idraulica e lo pose al fianco del
celebre abate Filippo Juvara, quando questi erigeva sul colle
, di Superga quella magnifica basilica. Carlo Antonio Albino
mori nella capitale subalpina.
378
CODOGNO E IL SUO TERRITORIO
Tra le opere commendevoli che egregi conduttori di pennello
lasciarono nei paesi nostri, va primo per cronologia ricordato
quel quadro giottesco di Camairago a cui già accennammo nel
capo XLVI, risalente agli esemplari di quei crepuscoli del-
l'arte italica che — dopo Cimabue, giovandosi dell'elemento
Il giottesco di Camairago.
cristiano e dei ricordi greci — fissarono le discipline dell'arte
pittorica sulla interpetrazione della natura, concordante il vero
al bello. Affermazione di quest'alba è, senza più, l'accennato
giottesco, raffigurante la Vergine di prospetto, con in grembo,
di profilo, il divino Infante, emergenti sotto un fregio a quin-
dici archetti interni e di pura concezione orientale, riposante
sopra due snelli colonnini a spirale.
Senza possedere visibili cimeli per discendere gradatamente
da quell'epoca al principio del secolo XVI, non ci vien meno
un tenue filo conduttore, mercè cui, senza poter particolareg-
giare, è reso non impossibile lo affermare che anche prima del
NELLA CRONACA E NELLA STORIA
379
38o
CODOGNO E IL SUO TERRITORIO
cinquecento ha data la testimoniale del culto al pennello sacro,
appunto nella parochiale codognese. E lo desumiamo dalla tela
della «Annunciata», cui i restauri, più che giovare, deterio-
rarono, ma che si manifesta senza dubbio antecedente al gran
secolo.
La lamentata incuria nella illustrazione delle nostre opere
d'arte, in coloro che furono, è la persistente cagione della
nescienza assoluta di nomi e di date. Quando ci troviamo al
cospetto di una potente esplicazione artistica, sentiamo col
commovimento interno, tutto il rammarico di non potere in-
dicarne esattamente l'autore e di dover soltanto fare gene-
riche attribuzioni. Quello dell' « Annunciata » della parochiale
codognese è senza dubbio un quadro di bella tempra, ma come
ci umilia la coscienza della rinuncia di poter tramandare ai
lettori il nome del suo artista antico!
Anche nella chiesetta della B. Vergine della Fontana presso
Camairago — dove esiste il giottesco preaccennato — splende
di pura vaghezza l' imagine di Maria; ma nè pure di essa si
può certamente affermare l'artefice, disputandosi fra gli intel-
ligenti se debba egli impersonarsi nel Borgognone o in un
Procaccini. Del primo lo farebbero credere la grandiosità della
linea, la testa che rievoca la maniera di Leonardo, ed una
espressione parlante; procacciniano invece lo direbbero la vi-
goria della tavolozza e una idealità superiore come quella che
aleggia nelle felici creazioni del Correggio.
E il dubbio continua sulla « Natività » in S. Bernardino presso
Castione, pittura grandiosa, suddivisa in più riparti, sovrapposti
e fiancheggiante il nucleo principale. Alcuni ne fecero autore
Marco d'Oggiono.
E anche strano che si moltiplichino le incertezze sulla pa-
ternità delle opere dei Piazza, sopranomati Toccagni, di cui
molte si ammirano fra noi, suonandone alte e perenni le lodi
nelle cronache terriere. La mirifica tavola dell'Incoronata di
Castione (152 1) — restaurata dal De Antoni (1822) — fu obbietto
di persistenti discussioni così giudiziali come artistiche, intorno
alla mano peritissima che ne tracciò le numerose scene e figure,
raccolte in cornice di magistrale eleganza. L'Eterno Padre ai
NELLA CRONACA E NELLA STORIA
fastigi, nei piani sottoposti il Crocifisso e la Vergine, cinti
e conterminati dal cenacolo degli apostoli in mezza figura.
Questa — che è giudicata la migliore dipintura del Lodigiano —
si contende ai Piazza, in nome della maniera e del sistema di
Bernardino Luino ^. Di questo sommo si ravvisano gli artifizi
delicati di pietà e di modestia ch'egli imprimeva nei volti,
quando, lasciate le durezze del suo giovane pennello, volgeva
gli sforzi ad emulare Raffaello e Leonardo, dai quali si può
dire proceda la sua « individualità », Pregi, questi, innegabili
del resto in Alberto Piazza, minore di fama — forse anche per
limitata copia di lavori — ma non inferiore a Luino per con-
dotta squisita e signorile, che si rileva non in tutti gli operosi
artefici della illustre famiglia lodigiana; ma spiccatamente in
alcuni di essi, come in Callisto, nepote di Alberto.
A capo del gruppo tizianesco lombardo vollero il Lanzi e
r Orlandi appartenga costui ; qualche altro lo rassomiglia per
la soavità delle figure a Guido Reni. Fatto è che ognuno prende
a modello delle migliori opere sue il quadro dell' « Assunta »
della chiesa maggiore di questa collegiata, quadro che tiene il
confronto d' altre celeberrime « Assunte » , quella compresa di
Annibale Caracci e di Tiziano.
L' « Assunta » , circonfusa di vivissima luce si eleva come
aliando verso il cielo, sebbene le sue forme matronali la dimo-
strino quasi cosa viva e reale. La gloria degli angeli, che leti-
ziando la recingono, pare inneggi alla elettissima fra gli eletti
del cielo. Su quel volto «più che mortai, cosa divina», ri-
fulge il sorriso delizioso dei beati; gli occhi si sprofondano
nell'alto, le mani profilate raccolte al seno rivelano la intensità
della pietà interna, ed il minuscolo piede, più che suffólcere
sfiora il capo di un serafo ardente che remeggia colla Vergine
nelle nubi. Ai lati alcuni apostoli e le figure dei coniugi Trivulzi:
il principe genuflesso, additantegli la « tutta santa » san Gio-
vanni Battista ; a manca, pur ginocchioni, la principessa Deianira
orante a mani giunte, con a fianco santa Caterina, calcante uno
spezzato cerchio della simbolica ruota che fu barbaro stromento
^del suo olocausto. Sembrano quasi mosse al soffio del vento le
foglie della palma che la santa da Bologna sostiene fra mano.
382
<:ODOGNO E IL SUO TERRITORIO
All'aspetto vigorosamente profetico della dottissima teologhessa
fa antitesi eloquente la persona dell' essenio, sul quale il dolore,
senza nuocere alla verità del colorito, aggiunge un'intima vi-
goria che interstà fra la disperazione e l'amore. Fra gli apostoli
circostanti, san Pietro, che della destra fa schermo al raggio
della troppa luce, scruta l'ascendere della Vergine al cielo.
Giovanni evangelista, bionda visione della giovinezza trionfante,
riguarda il vuoto sepolcro, come per assicurarsi non esser quella
una visione.
La meravigliosa abilità di Callisto consiste, in particolar
modo, nel tradurre con equa lance la parte sensibile nei
diversi personaggi agitanti la vita del quadro, senza che vi
abbia sproporzione di sorta nelle espressioni dei volti e delle
pose; merito perspicuo, insito nella estetica pittorica di Callisto,
anche in quadri minori, di Brescia, di Crema, di Lodi, di
Alessandria. Chè se la maggiore attestazione delle meritate laudi
risiede appunto nel giudizio favorevole dei confratelli in arte,
è a ricordare che per Callisto s'accesero altresì gli entusiasmi
dei coscienti : sì che Giovanni Paolo Lomazzo, eccelso, scriveva
intorno al « Coro delle Muse » pinte in casa Sacco, a Milano,
da Callisto : « Io posso, senza nota di temerità, dire che non sia
possibile, quanto alla bellezza de' coloriti, fare altra pittura più
leggiadra e vaga a fresco ».
Altri dipinti del grande Callisto emergono nella parochiale,
fra i quali un « san Giovanni Battista » , dal colorito rialzato e
che accenna all' istante la mano maestra. Alcuni opinano sia pur
suo il « san Lorenzo » , ma altri lo ascrivono — • e forse con più
di ragione — al Campi. Del figlio di Callisto, Pomponio o Fulvio
Piazza, è a rammentarsi un « sant' Ercolano » , ma inferiore
ai lavori paterni.
Nello stesso tempio esistono due buoni quadri : un « san Gia-
como minore» e un «san Sebastiano», pure dell'epoca felice,
ma dei quali resta tuttora ignoto l'autore.
Semplicissimi narratori e non critici d'arte, ci limitiamo — i
lettori han potuto rilevarlo — a raccogliere, sulle espressioni
della "pittura nostrana, le diverse ed anche contradditorie opi-
NELLA CRONACA E NELLA STORIA
383
nioni dei tecnici ; e facciamo nostro l' insegnamento che padre
Dante ha scolpito nel suo verso immortale:
T'ho messo innanzi, ed or per te ti ciba!
Il che significa che il nostro confine è la pura e semplice
espressione dei giudizi altrui, esulando dalle nostre conclusioni
qualsivoglia subbiettività di criteri dirimenti il dibattito tecnico.
E questo che ripetiamo ci sia scorta eziandio in ciò che con-
cerne il celebre quadro della « Natività » , altro lume e decoro
della parochiale codognese. E desso — come ne corre insistente
la fama — opera del Luino ? La è invece — come minor falange
ripete — di Gaudenzio Ferrari? Non noi ci sentiamo di formu-
lare il verdetto ; e solo ci rimane toccare sommariamente dei ca-
ratteri speciali contrassegnati la scuola di Gaudenzio, dai quali
si mostra spiegabilissima l'opposizione di coloro che attribuirono
la nostra « Natività » al pennello dell'artefice di Valdugia.
E, per vero, specialmente nella figura della Vergine, è quella
certa tal durezza e rigidità che distingue la mano giovanile di
Gaudenzio, e l'esecuzione dei partiti, minuziosa com'è, ne ac-
cuserebbe la derivazione medesima, conservatasi sempre, anche
dopo che il genio del pittore potè camminare solingo nelle vie
della bellezza ideale.
Come non fallì ai propri destini artistici la dinastia artistica
dei lodigiani Piazza, cosi vantano i cremonesi quella dei loro
concittadini Campi, di cui Giulio è capostipite. Ed è precisa-
mente l'ecl-etico Bernardino che, nella nostra regione, più vasta
stampò la propria orma. A non parlare di Pizzighettone — terra
cremonese, della quale a suo luogo abbiamo ricordate le glorie
monumentali dovute al Campi — questi, innamorato del divino
urbinate, improntò le sue concettualità ai segni esteriori eter-
nati dal Sanzio, si che in Lombardia ne fu detto il più felice
imitatore.
Maleo, Codogno, e forse anche Ospitaletto ebbero di lui frutti
geniosi. I Trecchi — non ancora feudatari, ma proprietari in
Maleo — lo ebbero esornatore del loro palazzo (1567). A Codo-
gno vuoisi lasciasse vestigio prestante di sè con quel bel quadro
di « san Lorenzo, san Giovanni Battista e san Genesio » che
384
I
GODOGNO E IL SUO TERRITORIO
si ammira nella cappella dei Mola alla parochiale; a parte che
anche di quella tempra si discuta da molti l'autore, facendolo
alcuni Callisto. Ad Ospitaletto pare accertato che Bernardino
lavorasse in quella magnifica sede della potenza gerolamita; ma
nessuna opera può con tranquilla coscienza essere indicata come
sua. Indiscutibile è per contrario l'autenticità della «Trinità»,
dipinta per la cappella dei principi Barbiano dei Belgioioso a
San Colombano, e poi demolita (1846), e trasportata a cura
del nobile Francesco Mancini a Mirabello, nell'oratorio di suo
dominio (1846), come riferimmo al capo XLV.
Andrea Mainardo detto il Chiavicchino, da Cremona, disce-
polo di Bernardino Campi, ma pittore festinante ed a buon
mercato, dipinse nel tempio di Ospitaletto; dove pure ci nar-
rano — e noi ne raccogliamo la voce per quello che vale — si
rifugiasse il Luino, in un frangente causato dalle avventure
della sua vita scapigliata, e vi lavorasse; come vi lavorò uno
dei Natali cremonesi, forse quel Carlo detto il Guardolino
(1590?- 1683?), che frequentava il Mainardo, e si distinse nel-
l'arte prospettica.
Di Giulio Cesare, stimato il migliore dei bolognesi Procaccini,
si assevera sia la « Maddalena » della parochiale codognese
— se non consunta, molto sciupata — però tale da rammentare
coir impasto vigoroso e col disegno grazioso le originali fonti del
Correggio, prediletto dall'artefice e cosi felicemente da lui imitato.
Di uno dei Nuvoloni, nobili cremonesi — detti genericamente
i Panfili dal nome del primo di essi — vanta Casalpusterlengo
una sfoggiante pittura nella cappella di S. Pietro martire della
parochiale; sfoggio che può dirsi la falsariga anche delle altre
pitture nuvoloniane disseminate in mezza Lombardia. Al quadro
di Casale fu posta mano dal restitutore pittorico Knoller, per
cura dell'illustre astronomo Cesaris.
Del cavaliere Pietro Francesco Mazzucchelli da Morazzone
(1571-1626) — onde già fu parola per quanto si riferisce alla
cappella del Rosario, nella matrice codognese, da lui decorata —
aggiungeremo soltanto che sono doti speciali una bella imita-
zione del Vecellio e del Veronese, l'energia e la saldezza degli
angeli, doti continuate poi e rinforzate dal suo ammiratore ed
NELLA CRONACA E NELLA STORIA
imitatore, il Quercino da Cento, e che rifulgono ampiamente
nei « Misteri » , nella « adorazione dei magi » e nella « strage
degli innocenti » di qui. Fu affermato che il Morazzone frescò
altresì nel « mortoriino » di S. Fiorano, oggi così malamente
ridotto.
Che poi di Daniele Crespi (1590-1630) sia opera il quadro
insigne raffigurante i santi Carlo Borromeo e Francesco d'Assisi,
qualcuno ha asserito, e tra gli altri il Goldaniga ; là dove vuoisi
che non Daniele, ma qualcuno della sua scuola illustre — e forse
il padre suo Giovanni Battista detto il Cerano (1557-1633) —
sia stato il creatore, o l'imitatore felice di una tela dello stesso
Daniele (1620).
Frate Gerolamo da Premana, che chiuse i suoi gioi'ni in
concetto di santità nel convento delle Grazie a Codogno (28
giugno 1628), per essere un modesto laico era anche buon
pittore, e lo citano nel Leggendario francescano il Mazzara, ed
il Martirologio francescano, e Michele Caffi nella sua monografia
Dell'arte lodigiana. Quest'ultimo, però, lo dice erroneamente
appartenente al convento di S. Giorgio, che non era di zocco-
lanti, bensì di serviti. Di lui rimangono le tele della « Vergine
e del divino assisiate » e quella — presso che consunta — di
« san Pietro d'Alcantara ».
Trasportata, dalla soppressa chiesa milanese di Brera, alla
maggiore di Casalpusterlengo, per cura del citato abate Cesaris,
tuttora si osserva la meravigliosa tavola rappresentante la prima
comunione amministrata da Carlo Borromeo al giovinetto Luigi
Gonzaga. La dipinse con grande studio e lungo amore il cele-
brato cavaliere Francesco Cairo da Varese (i 598-1 674), uno
tra i più fedeli seguaci ed imitatori del suo maestro Morazzone,
onde poi s'emancipò, seguendo i migliori esemplari dell'arte
in Roma e in Venezia, e traendone effetti grandiosi e per A^a-
stità di disegno e per gentilezza di forme e per grazia ed ef-
ficacia sorprendente di colorito.
Il Seicento colle sue stranezze incumbeva vieppiù, quando pare
capitasse fra noi, da Cremona, Luigi Miradoro, notissimo sotto
il nome di Genovesino, dalla sua patria. Lasciò alla chiesa delle
Grazie una bizzarra dipintura a fiori ed a putti, ma così disposti
Codogno e il suo territorio, ecc. — IL 53
386
CODOGNO E IL SUO TERRITORIO
che le parti di ciascun putto, riunite, ne formino uno solo,
tanto è variata e complessiva l'armonia dei singoli nudi (1652).
La graziosa figurazione — ridotta a nicchia di un ligneo santo —
ha un che di caracciesco che, pur non essendo sempre nè stu-
diato nè eletto, rivela grande franchezza nel maneggio del co-
lore e nella concordanza degli effetti.
Sulla volta del presbitero di S. Rocco, a Casalpusterlengo, di
Giovanni Giacomo Barbello, cremasco (....-1656), facevano
bella mostra di sè, nel pieno splendore dell'ardito disegno e
delle calde tinte i « quattro profeti maggiori » , la « Visitazione
di Maria » , la sua « Incoronazione » e la « Nascita' del Reden-
tore ». Ora sono sminuite per l'insulto di oltre due centurie
d'anni, ma anche quello che resta di esse è prova della bontà
della scuola, nobile per la sua origine da Polidoro di Caravaggio.
A mano a mano, e malgrado il tentativo di un nuovo im-
pulso artistico di Ercole Procaccino iuniore, le cose dell'arte
discendevano rapide al loro perigeo. Dopo i Nuvoloni, i Cairo
e contemporanei, la virtù dell' academia — come centro e fuoco
dello sviluppo pittorico in Lombardia — venne scemando. Af-
fievolito, non ostante l'opera di Antonio Busca, il metodo
didattico; scomparsi i Mecenati; la speculazione, affrettata e
dozzinale, pel lucro impulsivo faceva precipitare ai giovani i
lavori commessi, e li sospingeva alla vita errabonda correndo
dietro, più che a nobili chimere, alla sportula promessa. Questo
importò un generale ripiegamento delle forze creatrici ed una
desolante uniformità che tradiva il fare per fare, trascurando
la bellezza delle proporzioni, la vivacità nei visi e le Veneri
graziose della tavolozza. Tutto languiva, e tralignava misera e
scarna perfino la imitazione dei vecchi modelli. Molti travolse
il naufragio, eppure taluno, escito dalla scuola milanese del
Procaccino iuniore, potè afferrare la sponda. Fra questi fu Carlo
Vimercati (1660-17 15), il quale erasi fatta la mano sulle opere
di Daniele Crespi nella certosa di Pavia. Costui — a detta del-
l'erudito Lanzi — « non espose in Milano alla vista publica se
non poche cose; più dipinse in Codogno, e nella sua miglior
maniera, e in una diversa che riuscì molto inferiore ». Citiamo
NELLA CRONACA E NELLA STORIA
di lui la «Visitazione» nell' omonima chiesa, con grande sa-
pore di pennello crespiano; i quadri alle Grazie, appesi in
cornu epistolcB citati dal Goldaniga, ed i « miracoli di sant'An-
tonio da Padova ».
Nel tempio della Vergine di Caravaggio si impongono i due
quadri delle cappelle laterali, « l' arcangelo Michele » e il « san
Giuseppe » , fatture tra le migliori del cavaliere Giovanni Angelo
Borroni da Cremona (1684-1772), escito dallo studio di Bo-
logna e distinto allievo del da Longe. Merito squisito del
« principe degli angeli » ritratto dal Borroni è la perfetta in-
tonazione, malgrado il tematico contrasto tra il cherubino e
Lucifero da lui abbattuto; intonazione che esorbita dalla cor-
nice, perchè in quella chiara e bella chiesa, a pitture architet-
turali, si risente tutta la potenza del quadro come una nota
saliente e dominante senza essere stridente. Migliore ci è parsa
l'impressione del «san Michele» che dell'altro quadro, nel
quale i periti potranno rinvenire meglio di noi quelle lievi
mende che al Borroni vengono rimproverate dalla critica classica.
Delle opere eseguite in Codogno — e specialmente nella chiesa
della Madonna di Caravaggio — da Sebastiano Galeotti firentino
(i676?-i746) toccammo nel capo XLIV. Egli non lasciò quadri
fra noi ; epperò riescirebbe fuori di luogo un qualsivoglia esame
critico dell'opera sua di figurista, benché quel bizzarro colori-
tore e disegnatore sia notevole per la sua evoluzione dalla
scuola accentuatamente coloristica del Ghilardini e di del Sole,
a quella tenera, dolce e ornamentale, che informò l'arte nella
seconda metà del Settecento. A Codogno — forse durante il suo
continuo andirivieni tra Piacenza e Cremona — la sua maestria
prodigò studi di tinte tenui e sfumate nella pittura architetto-
nica della chiesa detta di Caravaggio, studi per vero ammira-
tissimi, ma che — per quanto citati dai trattatisti d'arte — non
lasciarono vigorosa impronta, come che egli appartenesse a
quelle squadre di artisti peripatetici i quali — girando di paese
in paese — imitavano ciò che in altre discipline fecero i me-
nestrelli dell'età di mezzo, distribuendo qua e là sempre gli
^ stessi motivi, mal sopportando loro pigra inerzia lo studio e
la fatica per nuove concettualità.
388
CODOGNO E IL SUO TERRITORIO
Il varesino cavaliere Pietro Antonio Magatti — del quale sono
numerose fra noi le opere — va ricordato fra i reputati artefici
del suo tempo, specialmente pei suoi freschi. Quello della cap-
pella mortuaria dell'antico cimitero di piazza Morta è opera
sua, come lo devono essere quelli della « Via Crucis » alle
Grazie, sue composizioni giovanili (1725), e il « san Pellegrino
Laziosi » di S. Giorgio. Tra i quadri facciamo menzione di tre
leggiadre figurazioni bibliche, di sapore veneto: «Rebecca»,
« Agar » e « Rachele » , ora esistenti nello studio notarile del
dottor Angelo Belloni, patriota antico ed appassionato cultore
delle estetiche memorie del luogo.
Altro randagio della tavolozza fu Sebastiano Ricci di Civi-
dale di Belluno (i 660-1 734), fattosi sul Tiziano e sul Ve-
ronese ; e del suo ingegno facile e spiritoso sta testimone
il bel quadro, di grandi proporzioni, dell' « arca santa» nella
chiesa di Somaglia (1729). La storia di questa vasta tela e di
quella del Trevisani — di cui diremo successivamente — è sin-
golare. Le due pitture erano, in origine, collocate nella chiesa
dei SS. Cosma e Damiano alla Giudecca di Venezia, d'onde
Napoleone le fece trasferire a Parigi (1808), e da Parigi a Brera
in Milano. Quivi il conte Giovanni Luca Gavazzo le acquistò
per ornarne i lati dell'aitar maggiore del tempio di Somaglia,
di recente costrutto dal Galieri.
Del Ricci è notevole la bellezza delle figure, i loro atteg-
giamenti, naturali, pronti e svariati, e l'insieme condotto con
verità e buon senso. Una certa misura presiede all'uso del
tratto, e le figure — nobili e graziose ed arieggianti la maniera
di Paolo Veronese — spiccano precise ed evidenti dai fondi,
così che meritamente questo lavoro è considerato tra le cose
migliori del pittore cividalese.
Angelo Trevisani — veneto di patria e di' scuola continua-
tore del Canaletto — dipinse la « cacciata dei mercatanti dal
tempio » , tela pur essa colossale ed in cui si rilevano tutti i
pregi e i difetti dell'ultimo periodo della scuola veneziana,,
specialmente nella rafiazzonatura scenografica, e secondo la Ve-
nezia contemporanea, dei personaggi e dell' « ambiente » anti-
chissimo. Un ben riescito gioco di ombre e di tinte rialza
NELLA CRONACA E NELLA STORIA
l'effetto generale, e le fisionomie sono movimentate da reali
passioni; nulla di oscuro, nulla di confuso.
Frate Goldaniga, nel suo claustrale ottimismo, cita una vera
legione di dipintori di passata; di quelli che — deposto il far-
delletto alla soglia del cenobio — scambiavano, colla sportula
del cibo e del modesto compenso, una improvvisazione del loro
pennello. Molti nomi di costoro fa il minorità, fra i quali i di-
scepoli dei Bibiena Galli (1760 circa), Giacomo Guerrini ch'ebbe
studio a Cremona (1745 circa), Arvieri di Bologna, Giovanni
Ferrini (1728), Tommaso Bellotti, e un Formentini e un Pietra
milanesi , Giovanni Battista Ronchelli , scolaro del Magatti
{1776). A questo aggiunge i nomi di non pochi corregionali,
quali Gasparo del Buffalo (....-1790) salito all' onor dei beati,
Pezzone da Casalpusterlengo, Zanni di Pizzighettone, Mariani
di Sant'Angelo, il giovane Carlo Milani di San Fiorano (1771),
i quali specialmente lavorarono nel convento del Goldaniga e
in altre chiese.
Il Goldaniga stesso ricorda una passata di scolari dei famosi
Bibiena bolognesi, quali dipintori in architettura e in bo-
schereccia degli sfondi nel giardino di Giuseppe Folli (1770).
Alcuni di essi condussero pure i freschi della cappella dei
SS. Giovanni Battista e Antonio padovano, nell'oratorio dei
Morti.
Va rammentata la pinacoteca della splendida residenza dei
■d'Angrogna Pallavicino, a San Fiorano. Della galleria terrena
sono notevoli : « san Carlo penitente » di Daniele Crespi ; la
«caduta di san Paolo» di Giulio Romano; una « pitocchina »
del Sebastianone ; «Sisara» del Morazzone; la « sacra famiglia »
di Gaudenzio Ferrari ; una tela fiamminga della « cena in
Emaus » ; la «strage degli innocenti» di Matteo da Siena;
« quattro fanciulli » — forse della casata trivultina — nell'an-
tico abbigliamento lombardo; alcune «battaglie» del Borgognone,
ed una « deposizione dalla Croce » di ignoto. Tra i moderni
la «scena dell'inquisizione» di Carlo Belgioioso, senatore e
nepote di Giorgio Guido Pallavicino.
390
CODOGNO E IL SUO TERRITORIO
A questa collezione insigne recentemente si aggiunsero altre
pregiatissime opere, quivi trasferite dalla residenza di Torina
dal marchese Giorgio d'Angrogna Pallavicino.
In essa sono tavole di speciale valore e basti il registrarne
l'autore per determinarne la preziosità: tre appartengono a
Leonardo da Vinci, una delle quali «Cecilia Galleani » , la ce-
lebre amica di Ludovico il moro; un'altra è una figura di
giovane nobile; la terza un vegliardo dal purpureo lucco; tutte
e tre in dimensione di busto. Tiziano l'eccelso vi sfolgoreggia
col suo superbo ritratto di Francesco II Sforza, cui simmetri-
camente risponde, non segnato dal nome dell'autore, quello di
Luchino Visconte. E fra gli altri è pure perspicua l'effigie
della illustre Sofonisba Anguissola, pittrice cremonese, opera
della sorella sua. ,
Compiamo questa rassegna con un cenno ad Angelo Pietra-
santa, doveroso cenno sebbene sfugga per ragione di tempo
all' àmbito prefissato al compito nostro.
Da Luigi e Margherita Gelmini egli nasceva a Codogno (13
ottobre 1834). Da fanciullo lo distinse quella precocia che nei
pittori è propria dei tempi nostri,,
come dei trascorsi. Bassano Tonani
— un umile maestro della matita —
gliene impartì i rudimenti primi
(1849). Dopo due anni di istruzione
felice, Brera gli fu aperta, e da al-
lora la sua natura artistica, intel-
lettuale e delicata, sbocciò e fiorì
gagliarda non già solo come una
promessa, ma come una guarentigia
infallibile di magnifico risultato. Il
Angelo Pietrasanta. sorriso della speranza sparve d' un
tratto dal suo volto gentile, quasi
in estasi permanente nella contemplazione dell'arte; e fu quando-
l'età stava per obbligarlo a deporre il pennello pel fucile. D'un
anno ancora dovettero prolungarsi le sue ansie, perocché la
gracile figura ne aveva rinviato la chiamata. Se non che l'arte
venne in soccorso del suo prediletto. Allora appunto agli allievi.
NELLA CRONACA E NELLA STORIA 39!
di Brera venne bandito un concorso a premio, a subbietto fisso :
il « miracolo dei pani e dei pesci » ; al vincitore sarebbe toccata
la esenzione dal servizio militare. Vinse, e, libero della sua vita,
seguì coi propri studi la sua stella, vieppiù rutilante quando,
l'anno dopo — novissimo e non mai più ripetuto esempio nei
fasti braidensi — strappò con cinque lavori ben cinque medaglie,
due d'oro e tre d'argento, accaparrandosi insieme il pensionato
artistico che gli spalancò i luminosi orizzonti di Venezia, di
Fresco di Angelo Fietrasanta nel cimitero di Codogno.
Firenze e di Roma, dove — al cospetto di tutto il gloriosis-
simo passato artistico della patria — potè, eminenza per emi-
nenza, elevarsi nella ciclopica scalea della pittura nostrale.
Da quel tempo egli appartenne tutto alla sua fama; nè è
necessario raccogliere i minuzzoli della cronaca e della stati-
stica, passaggi che poco o punto hanno a che fare colla « per-
sonalità » dell'artista. A lui premi ed onori infiniti, amicizia
di grandi, visite illustri, incarichi seducenti e lucrosi. Da
Francesco Hayez — il grande romantico della pittura moderna
e maestro suo amorosissimo — ritrasse Angelo Fietrasanta il
buon fondamento, la correttezza del disegno, il garbo fasci-
nante, la «vita» della figura rievocata; dovunque il suo ver-
satile ingegno si adoperò, sostituì alla vieta convenzione d'altri
392
eODOGNO E IL SUO TERRITORIO
giorni la naturalezza vitale; e tanto più questi pregi spiccano
in lui, in quanto che le sue creazioni volsero più al genere
storico nelle sue diverse manifestazioni : o fossero le dolci ame-
nità degli studiosi accorrenti agli Orti del Ruccelli, o le feroci
cupezze delle edi borgiane, o le grandiosità tribunizie risusci-
tate per un dì da Nicola di Rienzo, o la austera fronte di
padre Dante che gitta su Firenze il suo torbido sguardo, o
r erma pensosa di frate Savonarola. Firenze ha suppellettile di
cose sue; ne ha in maggior copia Milano, dove — oltre i quadri
di Brera e quelli acquistati dal re e da privati — sono popolari
i freschi dell' « Europa » e della « Scienza » nella galleria Vit-
torio Emanuele. Lodi ricercò la mano di lui per restaurare e
compire le magnificenze dell' Incoronata. Codogno suo va altero
di molti lavori di lui, tolto bruscamente ai vivi, appena sor-
passato l'ottavo suo lustro (3 giugno 1876).
Passato da Gera nativa alla educazione dei gesuiti, in Cre-
mona, un Uggeri (1773-1857), poco o punto profittando nelle
lettere, ma invece portato alla meccanica, predilesse l'icono-
grafia, la geometria e la decorazione; poi in Milano seguì in
prospettica ed in architettura le lezioni dell' Albertolli e del
Bianconi,
Rapidamente progredì; riesci vittorioso in publici concorsi,
ed architettò il primo teatro di Codogno. Gian Rinaldo Carli,
suo protettore, lo mandò a Roma; egli vi studiò le antichità,
ed in collaborazione al Fea diè in luce e dedicò a Pio VI
pontefice un lavoro Stci circhi del Bianconi (1789). Sono pur
sue le Giornate pittoriche de^li edijìzii antichi di Roma e suoi
dintorni; trenta ponderosi volumi storici illustrati da seicento
incisioni e da trecento vedute monumentali (i 800-1 825). Accla-
mata nella academia d'archeologia romana, fu la sua disser-
tazione Sulla sovrapposizione degli ordini neW architettura civile,
cui stampò (1824); rileggendola publicamente con aggiunte
undici anni dopo. Pure allora diè fuori la Illustrazione della
basilica Ulpia, ricca di quarantacinque disegni e di elette no-
tizie (1835).'
Buona parte della stampa europea e degli artisti più noti a
lui contemporanei ne dissero in coro le lodi, le academie an-
NELLA CRONACA E NELLA STORIA
393
darono a gara per iscriverlo nel proprio grembo, e l'unani-
mità degli elogi ne salutò la morte.
Ed ora — chiudendo l'artistica evocazione e contemplando
il non lieto presente — non ci riesce difenderci da un senti-
mento di indignazione per chi prestasi a guastare, chiamando
complice anche la legalità, quello di buono e di grande che
tuttavia ci rimane. Se questa piaga offende gli animi lungo
tutta la penisola, geme sangue fra noi forse più che altrove,
e le nostre pagine — soffulte, se non da altro, dalla bramosia
dell'affetto al luogo natio — ne danno la prova.
Dove sono le antiche glorie del claustro gerolamino del-
l'Ospitaletto ? dove quelle per cui profusero tesori i serviti di
Cavacurta? dove i celebri cimeli della biblioteca abaziale di
Santo Stefano al Corno, rimpianti dallo spirituale Mabillon?
L'alluvione brutale dei barbari modernissimi non ebbe limite
nel cancellare le traccie terriere dell'arte. La parochiale di
Codogno vide intonacati i bei freschi che soltanto il buon
senso del compianto preposto Serrati ridiede alla luce, allor che
nei restauri della chiesa si manifestarono sotto il martello scro-
statore (1879). Lorenzo Monti chiama « deplorabile » la so-
pressione della chiesa di S. Rocco a Castelnuovo, dove — per
alloggiarvi i condannati dall'ergastolo di Pizzighettone, adetti
allo scavo della ghiaia abduana (1790). si mandarono a male
le rifulgenti frescature di Giulio Campi, « profeti » , « patriarchi »
disseminati nelle volte e nel presbitero, la « Crucifissione » , la
« divisione delle vestimenta di Gesù » e via via. Ha visto
l'epoca nostra distrutti dalla plebaglia i freschi delle Grazie,
condotti dal Magatti, e quelli congeneri del piccolo mortorio di
San Fiorano; e tagliuzzate mirabili tele, come quella attribuita
al valoroso Callisto nella prima cappella a destra della chiesa
dell' Ospitaletto ; altre empiastrate da pretesi restauratori, la cui
inscienza toglie l' impronta dell' antica bellezza ; altre ancora
— ed è il male minore — confinati in angiporti oscuri fra i
bric-a-brac, preda dei rosicchianti.
Visitando il cenobio principesco di Cavacurta — mirabile col-
^ lezione di biblici subbietti frescati, con estro signorilmente
giocondo, alla tiepolesca — abbiam sentita una stretta al cuore ;
394
CODOGNO E IL SUO TERRITORIO
ci siam chiesti quale sia l'uficio delle commissioni conservatrici
dei monumenti. Il sacrestano cuoce la polenta sotto uno splen-^
dido dipinto — ormai affumicato totalmente — raffigurante la
«costruzione dell'arca». Dove appoggia le proprie tessere la
filatrice della casa? ad un chiodo, profanatore di un fresco
eletto, che riproduce la «vigna noetica». All' Ospitaletto le
macchine agrarie si accavallano sotto uno snello porticato di
sapor bramantesco che va in isfacelo. Non parliamo delle de-
molizioni, non dei restauri. Del Barattieri più nulla ha Codogno
suo. Il castellare di Maccastorna — unico « monumento na-
zionale » riconosciuto uficialmente nella regione — si agghinda,
secondo la moderna caricatura architettonica, di persiane verdi,
e nei suoi interni l' imbianchino scialba di tinta immonda una
caminiera intorno a cui sedettero forse i maestri delle ele-
ganze e le dame cortesi della piccola corte di Cabrino....
Ma qui sostiamo. Una sbarra da noi stessi elevata — e co-
scientemente — ci vieta di proseguire su questa via, irta e
incresciosa. Non rinunciamo, per altro, alla tenue speranza
che i venturi sappiano far argine al dilagare di tanta iattura.
NELLA CRONACA E NELLA STORIA
395
NOTE AL CAPO LVIII.
^ Giovanni Battista Villanova - DelV istoria della città di Lodi.
Francesco Milizia - Dizionario delle belle arti del disegno.
^ È opportuno ricordare al proposito che nè leggiera nè breve fu la
questione fra la congregazione di carità di Castione e V ospitale Maggiore
di Milano, questo impugnando a quella l'esercizio di tutti i diritti di tu-
tela per la miglior conservazione della splendida tavola; dissidio cui
valse a dirimere il tribunale civile di Lodi, sentenziando che la dimanda
del nosocomio milanese era deficiente in diritto ed in fatto (1880^.
CAPO LIX.
Le lettere umane — I Novelli — I Geniali — I Fabbriarmonici — Alessandro
Dragoni — Pier Francesco Passerino — Legisti — Bartolomeo Luc-
chini — Scrittori ascetici — Pergamisti — Massimiliano Bignami —
Luigi Bello — Angelo Bignami — Pietro Domenico Brini — Pietro
Asti Magno — I due Gandolfi — Antonio Zoncada — Storici e cro-
nisti — La stampa — I Bazacchi, i Balsami e i Cairo — La musica —
Franchino Gaft'urio — Ambrogio Minoia — Salvatore Gandolfi —
Antonio Caffi.
ALLE arti rappresentative è logico il passo all'espres-
siva del pensiero scritto ed all' esame di tutto quanto
rientra nel campo sconfinato delle figurazioni psi-
chiche. Ci par, quindi, consentaneo a giusta ragione
il dire subito — anche precorrendo ad accenni cronologici che
verranno ordinatarnente di poi — di un corpo letterario e scien-
tifico- costituitosi tra noi lungo il XVII secolo, e che ebbe
buon nome e non minima importanza: l'academia dei Novelli
o dei Nascenti.
Riferendoci a quei dì, non è possibile scindere il concetto let-
terario dal elencato — nel suo significato classico — e così è
opportuna l' affermazione che Codogno mai dovette subire le sorti
della oscura parochialità, cui il grosso latino della curazia po-
tesse bastare. Qui sacerdoti di ingegno e di studio; qui nes-
CODOGNO E IL SUO TERRITORIO
397
suna commistione con una rurale plebania; bensì una accolta
di eruditi ministri all'altare, i quali, per intima incitazione di
spirito, andavan più oltre della consueta omelia festiva e più
in là degli abituali latinetti. A tale che nulla parve di più lo-
gico e naturale che proprio un sacerdote — Cesare Berinzago —
fondasse, sotto il predetto titolo di Novelli o Nascenti, un'aca-
demia di dotti in Codogao, evento che suggerisce considera-
zioni di specie diversa.
Innanzi tutto, se il pio, studioso e zelante rettore seppe dar
vita al novissimo istituto, dipese essenzialmente da ciò, che
nel borgo a sè spiritualmente subbietto intravide acconcio e
non ingrato campo alla esecuzione del geniale disegno. Evi-
dentemente dal luogo spiravano soffi animatori e propizi. Poi
è a ricordare che se l'academia non raccomandò la propria
esistenza storica a celebrità indiscusse, non per questo essa
tenne meno gloriosamente il suo posto di fronte alle consimili
delle città vicine. Il Seicento premeva colla sua denaturazione
estetica, nè era fattibile che i Novelli col gusto precorressero
l'età che fu loro; comunque, è mestieri insistere sulla modesta
ma efficace eloquenza del fatto, pel quale fra noi non solo
spuntò, ma gagliarda e duratura permase una istituzione esclu-
sivaniente poggiata sulle menti raffinate e sulla intellettuale
educazione dell'anima; perocché non poteva essere in terra
analfabeta che — senza sforzo veruno — da un giorno all'altro,
e felicemente, i Novelli assumessero esistenza viva e reale.
Costituita quasi tutta di codognesi, l'academia vittoriosa-
mente si svolse. Furon noti, lodati ed imitati i Novelli; e
— pure ammesso l'evo decadente, in cui la cortigianeria spin-
geva gli encomi fino alla adulazione di rigore — è certo che
il vecchio sodalizio percorse, specie sugli inizi, un arco saliente
per quanto offijscato più tardi dai difetti e dal grottesco di cui
non poterono fatalmente andare scevre tutte le congeneri e più
famose academie del secolo.
Impresa dell' academia dei Novelli fu un tralcio di melo co-
togno, spoglio di fronde e frutti ; e vegetò il ramoscello, e solo
398
CODOGNO E IL SUO TERRITORIO
inaridì allor che — venuta meno la potenza trivultina — non
più l'umor vitale scese per le aduste rame.
Uno spirito di letizia rallegrava persino i nominativi dei
Novelli : il fondatore e « principe » Cesare Belinzago si intitolò
l'Avveduto, Francesco Moccini l'Acceso, Angelo Cavana il
Trasformato, Giulio Cesare Gimmi il Rinforzato, Alessandro
Dragoni il Ringiovanito o il Risoluto, Agostino Baratieri l'As-
sentato o rinvigorito, Giuseppe Tansino il Cupido, Giovanni
Battista Belloni l'Invaghito, Bernardo Belloni il Verdeggiante,
Pompeo Belloni l'Emulo, un altro Belloni l'Allettato, Cesare
Lombardi l'Unito, Gerolamo Bettinelli l'Acerbo, Paolo Marti-
nengo l'Ardente o l'Insolito, altri due Martinenghi il Germo-
gliato, e r Eccitato, Giulio Antonio Levi l' Imperfetto, Francesco
Farina il Florido, Cristoforo Romani l'Avvicinato, ed una
academica, Vittoria Rugginenti, la Saggia o la Cieca. Nuge,
in apparenza, ma tali da far convinti che, senza predispo-
sizioni o meriti speciali, non al primo venuto era dato poter
consiedere in quell'esedra, per cui raggiungere occorrevano in
gara e prove di studi compiuti e d' abile alacrità ; le quali nella
plaga diffondevano calore e luce, ed anche nelle altre regioni
italiche, in varia disciplina come pel Passerino, pel Barattieri,
pel Cremonesi, e per Luca Scalvini storiografo della stirpe
sabauda nella capitale subalpina.
. . . * .
Se non nei primordi, certamente in appresso, sede dell' aca-
demia era il palazzo Trivulzio, coli' alleanza delle fiorite aiuole
e delle chiostre ombrose del vasto giardino. La scena del con-
vegno dei Novelli s'annunziava col mormorio di voci tripu-
dianti, col fruscio delle seriche vesti e col tintinnare degli
sproni e delle spade. A poco a poco l'adunanza si anima;
sopraggiungono dame in busto a fiorami ed in lunghi paluda-
menti di colori tenui; e scolastici nerovestiti, tronfi od arcigni,
eminenze ed eccellenze dalla veste purpurea o pavonazza, aba-
tucoli gareggiatori di madrigali ed anelanti all'alloro, e sospirosi
estemporanei ; al magnifico patrizio s' aggomita l' umile nego-
-ziante di sete e di formaggi. Nè solo s'avvicendano le figure
nel quadro attraente, ma anche i detti in prosa e in verso
trovanti la rima che loro consegna la palma. Si levano e can-
NELLA CRONACA E NELLA STORIA
399
tano improvvisati Pindari, patetici Teocriti, elegiaci TibuUi;
belano o gemono inni od epicedi, e se non è ancora il bosco
Parasio, e — se non compare tuttavia il vincastro di Titiro
e di Melibeo — l'amore, l'eterno amore, fa le spese, suffra-
gato dalla pietà del credente e del praticante, allo spettacolo
intellettivo.
Verranno poi i giorni trasformatori dei Novelli in arcadi,
subendo il fato universo selettivo ed innovatore. Tutto si parrà
fredda convenzione, aridità concettuale, forzosa metastesi e con-
torsióne inelegante; pioveranno a migliaia e migliaia i sonetti
per la cucciola donata, per l'emicrania della dama, per la rot-
tura del ventaglio, per la prima messa o pel velo assunto, triste
retaggio non pur anche del tutto perento. Eppure, se l'Arcadia
uccise l'academia, e se a sua volta il secolo nostro soppresse
la prima, vuol giustizia si rilevi che pur da quegli istituti prisci
dì lettere e d'arte, molti ed inestimabili beni provennero; e
l'influenza che ne risultò potè dirsi, e realmente fu, benefica.
Non acciecati da inconsulte iperboli di patria affettività, non
vorremo noi esagerare l' impressione storica ed intellettuale delle
academie paesane. Sebbene ci rimangano — e non inonorati —
i cimeli attinenti alla fama produttrice dei sodalizi — ed il
Quadrio ^ faccia onorevole menzione dei sodalizi academici co-
■dognesi del secolo XVII — non osiamo intonare peani mirifici
per togliere- dall' oblio i deposti nell'in-pace del tempo. E però
— a disegno compiuto — conviene far pure ricordo di altre
•due academie che allora ebbero degna nomea, e che rispon-
devano al titolo di Fabbriarmonici e di Geniali. Di entrambe
difettano note precise; Ja prima però sembra — dal nome —
che anche, ed in ispecie, dedicasse l'opera propria ad attesta-
zioni liriche, e la seconda non fosse che una propaggine dei
Novelli. I Fabbriarmonici lasciarono orme estese anche fuori
del borgo, e il Poggiali ^ racconta che — a festeggiare la revoca
d'interdetto che aveva colpito Parma e Piacenza, e per rendere
più solenne il ritorno dell'ordinario piacentino Scappi — furono
invitati, e recaronsi a Piacenza, i nostri Fabbriarmonici, che
per sette volte, nella gran sala del Gotico, foggiata a teatro,
rappresentarono la propria tragicomedia in musica La finta
400
CODOGNO E IL SUO TERRITORIO
pazza, poi stampata a Codogno. Lo spettacolo riesci magnifico
e dispendioso, così che l'ingresso nella sala costava sei lire e
quindici soldi per persona, prezzo elevatissimo per quei tempi
(maggio 1644).
Fatta parola delle academie, e passando alla rassegna dei
singoli egregi di Codogno e della regione che, nel magistero
del pensiero parlato o scritto più si contraddistinsero, repu-
tiamo giovevole alla chiarezza proseguirne cronologicamente
l'elenco, lumeggiandolo concisamente con qualche dato bio-
grafico.
Alessandro Dragoni (1532-16 10) — di lignaggio venuto ab
immemorabili da Gonzaga — appartenne alla innumerevole coorte
dei petrarcheschi, e nella imitazione del canonico d'Arquà so-
stituì alla bionda Laura una Silvia. Il canzoniere che fu sua
opera apparve postumo in publico, per cura di Vittoria Rug-
ginenti, la Saggia coacademica sua fra i Novelli. Fu ella che
publicò le Rime del signor Alessandro Dragoni, dottore di leggi,
nelV academia dei Novelli di Codogno il Ringiovanito, e la dedica
dell'opera fu alla signora di Codogno, Caterina Gonzaga Tri-
vulzio (161 1).
Splendore di sapienza e di scienza fu Pietro Francesco Pas-
serino, di Stefano e Paola Asti (16 12-1680). Escito dall'anti-
chissima progenie mantovana dei Bonacolsi — il cui capo Rinaldo
per r agilità delle membra s' ebbe il nome antonomastico di Pas-
serino ^ — venuta a noi per isfuggire alle turbolenze dei Gon-
zaga, emuli ai Bonacolsi in patria (1328), come accennammo
al capo XXIII — Pietro Francesco seguì la istruzione prima
in Codogno, poi le umane lettere in Cremona, ed a Milano
nella Braidense, progredendo pei corsi filosofici e teologali sotto
la scorta dei professori loioliti Enrico Giorgio di Pavia e Gio-
vanni Luigi Gonfalonieri di Milano. Addottoratosi in ambo le
leggi, fu da Urbano Vili, pontefice, nominato protonotario
apostolico; rimpatriato, da Codogno acconsentì al trasferimento
in Piacenza, là invitato dal vescovo Pisani (1642). Forte in
ecclesiastiche discipline e nelle divine istituzioni, rapido fu
assurto agli onori primi. Lo ricevette il collegio dei teologi;
NELLA CRONACA E NELLA STORIA
401
fu eletto rettore di S. Protaso, esaminatore sinodale (1648) e
consultore del santo uficio. Il meditabondo duca Ranunzio II,
lo volle lettore publico di teologia morale nell' « alma » facoltà
piacentina (1652), e poi di Parma. Più tardi fu
elevato ad alto uficio civile, e da consigliere du-
cale salì a presidente del consiglio stesso (1670).
Nobilitato dal principe riconoscente col titolo e
coir investitura comitali di Bilegno, in vai Tidone,
estese per tutta la provincia piacentina la pro-
pria giusdicenza territoriale. Venne solennemente
aggregato al magnifico collegio dei dottori e
giudici (1667) e a quello dei fisici, quale arthun
doctor (1672). Opere sue furono: De Cotonei pestilentia, De usu
et abitsic, De polhitione et recoiiciliatione ecclesìarum , Prosodia
italiana, De absentia juridica prob ternata
examinata, Enciclopedia viariana, Sche-
diasmata achademica, Anagramata nu-
merica, altre opere minori, e De latina
promziciatione , con Jacopo Vigeto, let-
terato lodigiano (1580-1630). L'uomo
— di cui tuttora impersona l' intellet-
tuale ricordo la biblioteca comunale
piacentina — e che da lui, suo fonda-
tore, si intitola — resta nella reverente
ammirazione dei vivi ; ed a lui ed ai
prodotti del suo vigoroso ingegno re-
sero ampio e profondo tributo nume-
rosissimi cultori del vero e del bello, quali il Pasculio, il
Pietro Francesco
Passerino *.
Chiusi, il Giulini, l'Ug'helli, il Ventrilio,
Lodi
Molossi
che erroneamente gli dà a culla la vicina Lodi.
Un padre Teodoro Finetti (nato circa il 1560), maestro pro-
vinciale servita sul Mantovano, ed un frate Innocenzo Bignami,
codognesi, sono menzionati dal Goldaniga come letterati insigni.
Sullo scorcio del secolo XVI e in principio del XVII fiori-
rono pure: un padre Pio Rossi di Orio, a cura del quale stam-
paronsi in Como i commentarli latini alla vita di san Gerolamo;
frate Lelio Marino di Maleo, teologo ed abate generale cele-
Codogno e il suo territorio, ecc. — //. S4
402
CODOGNO E IL SUO TERRITORIO
Stino dell'ordine di san Benedetto, di cui si apprezza la storia
di Pietro Morone, poi papa Celestino V; Gerolamo Faballo
da Castione, menzionato dall' Arisi ^, trasferitosi in Cremona,
poi titolare della collegiata di S. Lorenzo in Monticelli d' On-
gina, letterato egregio.-
Giuseppe Goldaniga (1632-1691), di antica famiglia codo-
gnese, dettò leggi nell' ateneo pavese e poi nel parmense. Diede
in luce non poche e pregevoli opere giuridiche, fra cui l'opu-
scolo De jiire prcBcedentics juristarum professorum super profess.
medicis (1690). Fu egli il massimo collaboratore, per lo sfeuda-
mento di Codogno, del giurisperito Giuseppe Maria Folli, ora-
tore e letterato di bella fama, come narrammo al capo XLVIL
Fra i legisti dobbiamo pur ricordare l'avvocato Zeffirino
Giovanni Battista Grecchi di Codogno, editore a Venezia d'una
sua opera legale lodatissima (1790); e l'onorando Carlo An-
tonio Pedroli di Casalpusterlengo, primo presidente della corte
di cassazione del regno italico, caro a Napoleone — che l' inca-
ricò di tradurre in lingua italiana il codice france"^' — e tito-
lato comitalmente ad personam.
Il prefato academico Novello Giovanni Battista Belloni in-
segnò publicamente lettere umane e ad Orzinovi fondò una
academia, pur detta dei Nascenti.
Un altro Novello, il canonico Bartolomeo Lucchini — anche
di prisco stipite paesano — dedicava a donna Anna Orsina
Visconte la sua favola tragicomica poetica Africa liberata
(1643), ed al cardinale Teodoro Trivulzio la sua « rappresen-
tazione spirituale » della Penitenza di san Bonifacio (1648).
Il prete Giacomo Zembre, di San Fiorano, consacrava un suo
Martirio di san Fiorano, tragedia spirituale, al marchese Giorgio
Pallavicino (1668).
La direttiva regolatrice del procedere nostro non ci concede
un elenco analitico di tutti i nomi emersi nella trattazione di
argomenti — specialmente chiesastici — attraverso i passati
centenni. Per ciò fare ci toccherebbe soffermarci ad un'arida
ed infinita serie di puri e semplici nomi. Il perchè, raggrup-
pando e coacervando i più degni e i più noti, intendiamo
NELLA CRONACA E NELLA STORIA
esaurire, con una sinopsi, il quadro di tutte codeste figure. Ad
esempio, i competenti ci additano come valorosi pergamisti frate
Santo Ferrari; un Francesco ed un Gian Bernardino Bianchi,
questi morto nelle missioni al Cairo d' Egitto ; un Salvatore
Gobbi, minore riformato; un frate Clemente da Casalpuster-
lengo; Fulvio Fontana gesuita, missionario apostolico, che de-
dicò « air illustrissimo consiglio del regio borgo di CodOgno » il
suo Quaresimale edito in Venezia dal Poletti (171 1); Giuseppe
Defendi da Maleo di famiglia oriunda veneziana, il quale ga-
reggiò a lungo col celebrato Barbieri; e Francesco Malocchi
(1820-1885) nato a Lodi, ma lunghi anni vissuto a Codogno,
sua patria adottiva, che lo elesse primo suo rappresentante al
parlamento nazionale (1860). Egli fu pure dotto fisico e mate-
matico, ma' nella predicazione sacra eccelse sì che i principali
pergami di Lombardia se lo contendevano, ed a S. Fedele a
Milano, uditolo Alessandro Manzoni, a lui il principe degli
scrittori italiani volle spontaneamente rendere onore di visite
e di omaggi.
Tra i teologi ci ricordano i nomi di Niviani, codognese,
morto in Piacenza (1675); del padre Agostino Premoli da Co-
dogno (i 624-1 680), che, favente il cardinale Mazzarino, fondò
in Parigi la casa dei teatini, detta di S. Anna; del padre Ago-
stino Seghizzi, altro teatino, che eresse in Ispagna scuole di
lettere e fu confessore reale; d'un servita Vianini, pure codo-
gnese, penitenziere del duca di Modena; del padre Stanislao
Bertolazzi, provinciale di Lombardia, e di Sebastiano Galli, arn-
bedue di Casalpusterlengo ; d'un Bernardo Tansino e d'un padre
Salvatore da Codogno, noto per la sua poderosa apologia dei
predicatori apostolici (17 10); di Carlo Belloni, di Codogno, ve-
scovo di Carpi (1794); d'Antonio Novasconi da Castione, bene
amato vescovo di Cremona e senatore del regno (1798-1867);
e, sopra tutti, di Massimiliano Bignami.
Massimiliano Bignami nacque (1520) di famiglia nostrana
antichissima, i cui rami Santi, Bertoletti, Zelli e Annibali ci
vennero — a detta della tradizione — profughi dall'antica Lodi
distrutta. Alla branca Bertoletti era ascritto Massimiliano, che
— vestito l'abito francescano fra i minori conventuali in Crema —
CODOGNO E IL SUO TERRITORIO
ili
J
vi crebbe maestro valentissimo in scienza teologica e per ven-
tisei anni funse maestro inquisitore del santo ufizio in Padova.
Di lui e delle opere sue quale definitore serafico, oratore sacro,
poeta e prosatore eletto, dissero mirifiche laudi
e lo storico cremasco Fino e Filiberto Villani.
Durante le sessioni del tridentino concilio (1561)
alta e profonda echeggiò per sua bocca la pa-
rola collettiva dell'ordine minorità, e forse mai
come in quella occasione sulle sue labbra arse
il purissimo fuoco di carità del poverello d'As-
BiGNAMi. gjgj_ Elevato da Sisto V a vescovo di Chioggia
(1585), governò quella diocesi per diciassette anni, e dopo una
operosissima esistenza scomparve dal
mondo, in sede, lasciando di sè desiderio
vivo ed incancellabile (10 marzo 1601).
Ferdinando Ughelli — nella sua Italia
sacra — conclude la biografia dell' anti-
stite chioggiotto con queste parole :
« Extare ajunt Cotonei in patria sepiilr-
chralem inscriptionem , qiLam sibi vivens
Maxiììiilianus paraverat, itt aliquandiun
defender e tur ut ibi inortalem susceperat
vitam, ibi reqtdesceret a novissima tuba
excitandus ad gloriavi » , affermando così
che r insigne prelato ricordava tanto il
luogo natio da bramare il sepolcro, colà dove aveva spirato la
prima aura di vita.
Massimiliano Bignami.
Cultori di lettere civili che eminerono durante il secolo XVIII
furono Luigi Bellò e Angelo Bignami, e, nel nostro, Pietro
Domenico Brini, Pietro Asti Magno, i due Gandolfi e Antonio
Zoncada, tutti di Codogno, per non toccare che dei precipui.
La famiglia Bellò — qui giunta da Cremona ed ivi ritrasfe-
ritasi, dopo essersi fatta tra noi una condizione eletta — vide
dal suo giureconsulto Ferdinando e da Antonia Rinaldi na-
scere in Codogno l'illustre Luigi (1750-1824). Alunno della
compagnia di Gesù — che indarno tentò inscriverlo tra i suoi
professi — licenziato dallo studio cremonese e successivamente
NELLA CRONACA E NELLA STORIA
ad esso preposto come reggente del ginnasio, a soli ventitre
anni, non fu alieno dal mescersi ai publici avvenimenti prodotti
dalle milizie di Francia republicana, invaditrice di Lombardia.
Rimase famosa una discorsa che egli pronunciò all'albero della
libertà, in piazza S. Agata, inneggiante ai principi novi, alla
coscienza restituita a' suoi diritti, ed incitante la gioventù al
giuramento di morire per essa. Se non
che parve che quel suo fuoco fugace-
mente ardesse, o che almeno — al ri-
torno della reazione austro-russa, colla
scorta imponente di macchine tormen-
tarle e d'apparati marziali — copiosa
cenere soffocasse l'antica brace; tanto
che il libero ed alato inno di tre anni
prima si cangiasse in una prudente
laude pel felice ristabilimento dell'au-
striaco governo in Lombardia, pur
esso transitorio. Non lieto, ma comune Luigi Bello
esempio dei più chiari ingegni offerto
in quell'epoca, nella quale il domani era la negazione dell'oggi,
e il dì appresso del domani. E a riconoscere, però, che se i
meriti di Luigi Bellò più particolarmente rilevavano il valente
poeta latino, più che l'italico prosatore, i suoi contemporanei
noi vollero per ciò meno contraddistinto di dignità e d'onori.
Inchinandosi al forbito autore delle memorie sulla vita e
sugli scritti dell'abate Isidoro Bianchi e su quelli dell'abate
Cosimo Galeazzo Scotti, lo salutarono anzi tutto segretario mu-
nicipale appena costituita la Cisalpina, poi capo sezione in
Cremona, prefetto del ginnasio, e negli ultimi suoi anni cen-
sore provinciale e direttore dei liceo. Abate di sua condizione,
traevalo il sacerdotale talento a letteratura pietista ed antica;
di lui leggonsi tuttavia con intenso diletto non pochi versi di
Vincenzo Monti e gli inni sacri di Alessandro Manzoni recati
in carmi latini, con tale venusta e classica fedeltà da meritarsi
fama di primo poeta latino vivente, e così che lo stesso autore
della Basvilliana publicamente si augurò — e lo afferma il co-
scienzioso Robolotti ^ — di potere in molti passi sostituire al
proprio originale la versione latina del Bellò, nitida stampa
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CODOGNO E IL SUO TERRITORIO
bodoniana (1812); altre rime, melodrammatiche e sul gifsto del
vecchio amatore di Teo, ne attestano la squisita purezza del
magistrale ingegno. Nè si tenne estraneo alle compiacenze su-
preme dell'epigrafista, e le sue iscrizioni nel reposorio cremo-
nese affermano tuttodì il suo valore di emulo dei Muzzi, dei
Borda e dei Giordani. Archeologo appassionato, accumulò tesori
d'arte in un museo di antichità, da lui decimàto perchè tratto
dall'innata pietà a soccorrere gli indigenti durante la carestia
del rigorosissimo inverno del 18 17. A lui sorse, per opera dei
professori liceali, un monumento nell'istituto, dove egli aveva
per tanti anni, colle memorie del passato, nobilmente insegnato
il presente (1836).
Angelo Bignami (i 754-1 821) fu uomo di scienza e di lettere,
cui professò da prima nel nostro ginnasio, indi, trasmigrando,
alle più alte sedi scientifiche di Bologna e di Padova. Accla-
mato presidente della colonia cremonese degli arcadi — il cui
bosco Parasio sorgeva dal 172 1 nel giardino del palazzo ve-
scovile — lasciò la turrita città per assumere il rettorato del
liceo e la prefettura del collegio barnabitico di S. Alessandro
in Milano. Ed a Milano ed a Codogno, non dimentico del suo
cittadino illustre, perdurò la bella nomea ; ed un vivo rimpianto
lo accompagnò nella quiete del sepolcro.
Pietro Domenico Brini (i 749-1 823), di Giovanni Francesco,
originario bergamasco, e di Girolama Garini, sorella del reve-
rendo medico Garini — da noi precedentemente ricordato —
superate le scuole terranee, fu a quelle di Monza, poi a Roma,
dove, col lauro dottorale, volle cingere il saio domenicano. Per
la teologica perizia e per la vivacità dell'intelletto, attrasse in
breve sopra di sè la preferenza dei superiori; ed — inviato a
Perugia per accedere alle vette della scienza di Dio — trionfò
per dottrina nelle sessioni del capitolo provinciale dell'ordine
suo, e nei saggi poetici di quella celebre academia augusta col
nome di Parassidamante Frigio e di quella colonia arcadica col
nome di Dorifebo Beotide (1772). L'anno dopo era in Roma
nel convento della Minerva, e tali prove offrì del suo sapere
che gli abbreviarono gli ultimi corsi, e lo inviarono maestro
NELLA CRONACA E NELLA STORIA
-di filosofia nello studio generale perugino. Nella capitale umbra
rifulse quale professore, predicatore, poeta, sacerdote; e quivi,
-e in Viterbo, e di nuovo in Roma, perseguì onor della catedra,
più volte in cospetto del pontefice e del sacro collegio, latina-
mente aringando, e correndo di pergamo in pergamo nelle
terre più perspicue d'Italia. Semplice monaco, dovette alla
propria virtù di sapiente i guiderdoni più onorifici. Ingegno
pronto ed acuto, spirito allegro e motteggevole e tollerante,
non conobbe rigorismi di teocrazia formalista, così che quando
— al dire di Ugo Foscolo, nelle Prose politiche — « i patrioti....
armati di ridicole insegne, di sediziose dicerie, di irritanti mi-
nacele; avventati contro i sacerdoti, i patrizii ed il volgo in-
<:urioso ed inerme » tanto a Milano quanto a Roma instaurarono
il regime republicano ed il culto alla iddia Ragione — in onta
allo sfratto dei religiosi dalle provincie romane — fu concesso
al padre Brini, allora dirigente la celebre biblioteca Casana-
tense e secretario generale della famiglia dei predicatori, di
rimanersene in Roma; concessione da lui ricusata, preferendo
egli la pace della sua oscura condizione di prete rientrato nel
secolo, nella residenza del suo Codogno (1798). Austero di
costumi e profondamente culto, non isdegnò scritture semplici
e snelle, e cantò feminee virtù e gioie e capricci d'amore e
temi tenui, popolareschi, ingenuamente indulgente alle umane
debolezze, facendo scintillare la face del satirico genio e poe-
tando con attico sale.
Dal triplice genere degli Asti, e dal ramo che tolse a suffisso
l'epiteto Magno, accoppiandolo stabilmente al prisco cognome,
€scì il canonico Pietro Asti Magno, altro dotto che onorò la
patria letteratura, come quello che nelle sue soavi concezioni
poetiche comprese morta e sepolta essere la vecchia ispirazione
mitologica, e, senza procumbere nelle iperboli romanticistiche,
accarezzò le attraenze della musa cristiana, facendo numero
non trascurabile nella falange dei manzoniani. Risiedente per
conseguita dignità canonicale in Parma, amico del Mazza, del
Bertani, dell'Adorni, del Sanvitale e di quel nucleo che origi-
narono alla gentile città dell'Emilia il titolo di piccola Atene,
Pietro Asti Magno fu apprezzatissimo nel clero e nel laicato,
4o8
GODOGNO E IL SUO TERRITORIO
pel contesto copioso de' suoi versi soavi, arieggianti hi limine
sacro il gusto vittorelliano. Pietro Fiaccadori, guastallese, ope-
roso successore del grande Bodoni, dava in luce un volume di
Anacreontiche ed altri poetici componimenti dell'inspirato sacer-
dote codognese (1834), cui l'estro e la innovazione del pensiero
civile diedero ampia e meritata rinomanza. Nè basta, perocché
lo stesso editore altri ed altri componimenti dello Asti Magno
raccomandava ad un volume della sua Enciclopedia moderna,
scientifica, erudita, intitolata alla sovrana Maria Luigia (1843).
In essi la leggiadria dello stile mai si scompagna dalla casta
soavità delle imagini, e può dirsi a ragione che il loro autore
fu attivissimo e seducente apostolo del carme moderno. Vale ,
ricordare a fama di lui che di tale stima e riverenza circonda-
vanlo i saggi, da venire egli annualmente prescelto dal consiglio
academico dei padri barnabiti, reggenti il celebre collegio con-
vitto Maria Luigia, ad esaminatore di umanità e retorica, in
concorso d'uomini valenti come il Notari, il Cannobio ed il
Capurro. Morì longevo e disse di lui l'epicedio monsignor
Tamagni, suo illustre collega in catedra e in almuzia, del ca-
pitolo parmense.
Di quello che fu Giuseppe Gandolfi (1744-1830) abbiamo
fatta larga parola ricordando le vicissitudini del ginnasio Ognis-
santi e del geroncomio intitolato al suo nome. Poiché « la via
lunga ne sospigne » non ci soffermiamo di più, ma solo ac-
compagniamo di nota onorevole il nome di quel chiaro filan-
tropo, non meno illustre nell'esercizio della pietà che nelle
scienze filologica e matematica.
Il fratello suo Angelo (i 747-1 829) fu pago di minor onore,
pure prediligendo le identiche discipline e specialmente nella
lingua d'Omero eccellendo. Domenicano anch' egli, onorato dai
grandi, ebbe in Milano e in Bologna schiere di discepoli, av-
viati alla filosofia ed alle matematiche. Commendevole é la sua
biografia latina di papa Pio VI. Come il fratello, morì compianto
dai codognesi, che tuttodì benedicono al nome di quella famiglia
di generosi, la quale fece della propria esistenza una missione
efficace e feconda d'aiuto e di misericordia agli umili.
NELLA CRONACA E NELLA STORIA
Antonio Zoncada (1813-1887), patriota, maestro, scrittore,
in memoria universa d'Italia intera, chiude degnamente il ciclo
letterario dei beneamati terrieri, e riafferma al nostro borgo la
fama di culla d'uomini dotti. Dimessa, ancora adoloscente, la
veste levitica, s' addottorò in Pavia in magistero di lettere. Ma,
prima che a Polinnia, egli aveva reso omaggio alla musa batta-
gliera d'Italia, combattendo a fianco
della giovane colonia lombarda, freme-
bonda in Milano all' appressarsi del fato
nazionale, sulle barricate della insurre-
zione. La instaurazione del governo im-
periale soppresse all' operoso ed antico
insegnante di Tremezzo, di Vimercate
ed ultimamente di Milano, il prosegui-
mento del suo ministero ; e soltanto più
tardi (1853), dopo impartite lezioni pri-
vate nel collegio convitto Calchi Taeggi,
1. , , Antonio Zoncada.
potè salire, supplente, alla catedra di
letteratura greca e latina nell'ateneo di Pavia; e scorse un
decennio innanzi che Michele Amari — glorioso ministro di
publica istruzione del novo regno — lo elevasse a professore
ordinario di lettere italiche nello stesso ateneo.
Pochi come lui furono così fecondi produttori in isvariate
scritture; i suoi canti nazionali, raccolti nell'ii^^' della patria, i
suoi saggi filologici sulla Eccellenza della lingua italiana, sulla
Concordaìiza delle lettere colla scienza, sulla Odissea di Omero,
su Dante, sul Teatro Italiaìio e via via, testimoniano insieme
la fede unitaria del cittadino e la sua religione nel bello. Svolse
nei Dieci discorsi di estetica applicata alle arti concetti di nova
-filosofia, pei quali tradusse a miglior conoscenza le dottrine
superbamente grandi di Leonardo ; del bello ideale, del sublime,
del grottesco in arte ragionò con gusto elevato e con argo-
mentazioni serrate. Filocritico di storia, monografò intellettual-
mente Leopoldo II, Ferdinando VII di Spagna, Mirabeau, e le
Prigioni di Fraìicia al tempo del Terrore. Ameni e piacevoli
romanzi, talora di storico sapore, quali Giorgio Scanderòeg,
l'eroe albanese, escirono dalla sua penna che non conobbe sosta.
4 IO CODOGNO E IL SUO TERRITORIO
e Codogno si glorifica di quella sua Siciliana, romanzo che
alla terra natia egli consacrava colle frasi di un devoto affetto ^.
Delle opere minori sono a memorare / tre racconti, I fasti delle
lettere in Italia nel corrente secolo, un libro di novelle, opuscoli
e studi storici, e seguirono una versione della Storia della ci-
viltà d' Europa di Guizot, ed un Corso di letteratura greca,
quattro volumi, in cui seppe rivestire d'attrattiva fine e gra-
dita le serie discipline della filologia e della erudizione. Andò
a' suoi dì ammirata la conferenza di lui su Giuseppe Pozzone,
e non v'ha dubbio che altresì tra i venturi il nome di Antonio
Zoncada starà singrafo di una perfetta corrispondenza di bel
cuore ad intelletto gagliardo. I codognesi lo hanno ricordato
colla apposizione di una modesta lapide alla casa della via
Lodi, dov'egli vide la luce da Luigi e da Teresa Bignamini ^ ;
e Pavia pure lo ricorda in una bella effìgie marmorea, nella
sua università.
Condotti ora all'accenno de' nostri storici, annalisti o cro-
nografi — costanti preparatori delle materie prime onde le nar-
razioni coordinate e compiute si giovano — non ci si concederà
'una ampia estensione; ciò nulla meno, non fievole deve mani-
festarsi r animo grato ad essi, i quali ci posero innanzi affinchè,
come ne consentivano le facoltà modeste, degli apprestati ele-
menti ci servissimo. E, per venire direttamente alla breve ma
coraggiosa falange cominciamo dal nome di Francesco Berga-
maschi o Bergamasco, secondo almeno l'appellativo con cui
di lui ci giunge costante notizia; benché il vicario di S. Maria
in Santo Stefano al Corno, oriundo da Bergamo, lo si dicesse
escito dal lignaggio dei Colleoni e Colleoni chiamato. Comunque
fu egli il riproduttore della cronaca di Bonifacio Simonetta,
ultimo degli abati cistercensi in Santo Stefano (sul finire del
secolo XV), ed i suoi manoscritti — da noi più volte mento-
vati — si conservano nella biblioteca comunale lodigiana. Fu
benefico, zelatore di studi locali ; ed avendo il villaggio di Santo
Stefano molto sofferto e per le guerre della successione al du-
cato di Mantova (1637 e 1640), e per le inondazioni padane,
l'erario di lui sovvenne copiosaniente alle publiche condizioni
stremate, e il casale di Noceto, a ponente di San Rocco al
NELLA CRONACA E NELLA STORIA
411
Porto, potè resistere quasi due secoli alle furie dell'indomito
fiume, per un argine di cui si fece iniziatore il Bergamaschi
(1643); ma la successiva trascuraggine paralizzò gli sforzi di
difesa; la catastrofe per la scomposta arginatura intervenne,
e in una enorme piena il Po travolse nei suoi torbidi flutti
l'ameno paesello (1839).
Di Camillo Cremonesi troviamo una rapida nota nei Cenni
storici di Davide Pa.Ì3iZzìna — altro annalista, sulla cui opera
troppo recente non è da noi manifestare apprezzamenti di
sorta ® — e del Cremonesi dice l' egregio, Palazzina che « raccolse
molte memorie del nostro paese ». Non ci è dato aggiungere
notizie più minute intorno al Cremonesi, che — a ragion ve-
duta — precorre certo ogni altro cronachista del borgo ; nè
questo silenzio è esclusivamente imputabile a noi, ammessa la
pochezza e la dispersione dei documenti integranti.
Ci soccorre soltanto il conforto di potere con tranquillità
sicura riposare sulla asseveranza del buono e mite frate Pietro
Francesco Goldaniga, mancato ai vivi (1787), dopo tutta una
lunga vita incarnatasi per lui nella meditata, assidua e paziente
illustrazione delle cose paesane, tanto che nel popolo stesso era
conosciuto sotto l'eloquente nomignolo di «frate del borgo».
Egli fu veramente per Codogno quello che fu per Milano il
Burigozzo, per Piacenza il Guarino, per Cremona il Gavitello,
per Pavia il Grumello, per Parma il Salimbene. Monaco dei
minori riformati, nella solinga povertà del suo convento si
diede con intensiva passione e meritoria costanza alle indagini
più minuziose intorno alla vita borghigiana dai più remoti
giorni ai propri. E nulla sfuggì alla sua semplice penna de-
scrittrice, per la quale a noi giunsero gli eventi tristi e lieti
della terra nostra: dai guerreschi ludi ai fenomeni fisici, tellu-
rici, epidemici ed agricoli; dalla passata di monarchi, di capi-
tani, di milizie alle cerimonie, alle feste, agli spettacoli, alle
espressioni dell'arte, a tutto insomma che costituiva, variandola
sotto mille forme, la esistenza terranea. Gran parte de' suoi ri-
cordi ed appunti mira alle notizie gentilizie ed ataviche del
^ luogo, ai monumenti litterali ed epigrafici, ai documenti scavati
un po' da per tutto, e più copiosamente alle attinenze chiesa-
412
stiche, pur esse di non dubbia importanza, come quelle che
imprimevano il carattere più spiccato alla vita quando la laicità
non era che il compimento di una società totalmente sub-
bietta alla clerocrazia. Due sono i codici lasciati dal Goldaniga:
l'uno, più ristretto, è in Milano alla Braidense; l'altro, com-
piuto, è in proprietà del dottor Angelo Belloni, successore ed
erede nel tabellionato al congiunto dottor Antonio. Noi pure
dobbiamo al gentile assenso del venerando amico nostro Angelo
Belloni, se ci fu dato esaminare e studiare sulle ingiallite pa-
gine del vecchio annalista, quasi unico faro che illumini il buio
dei secoli della storia paesana, dopo che l'archivio comunale
fu consunto dalle fiamme (1772).
Lorenzo Monti, con una adolescenza ed una gioventù ecci-
tate dalle imprese della rivoluzione francese e dell'impero, ben
presto sentì divampare le proprie aspirazioni al bene ed alla
civiltà della patrfa; e come di questa la storia è prima e pre-
cipua personificazione, così egli a tale severa disciplina volse
per tempo le facoltà del cuore e dell'ingegno. D'indole feste-
vole, nella quale si conciliavano l'umore gaio e l'abitudine
della meditazione, si prodigò nelle letizie dei verdi anni; e le
scene carnevalesche e le vernacole poesie lo ebbero, con altri
coetanei suoi, fra i più geniali campioni.
Dotto di latino, di paleografia e, pertanto, coscienzioso indaga-
tore di pergamene e palimsesti, di sovente prestavasi volonteroso,
chiamato dal vescovo, da paroci e da curiali a decifrare vecchie
carte; in guisa che ottenne pronto e facile accesso alle aule
polverose di plebanie lodigiane e di conventi, onde trasse grande
ed eletta copia di documenti, che gli servirono ad arricchire e
rendere d' uso apprezzato e comune quegli Almanacchi storici
che, con umilissima terminologia, limitavasi a chiamare lunari.
Espone egli stesso nella prefazione del suo secondo Almanacco
(18 17), dedicato ai « signori deputati comunali di Codogno »
che egli era indotto alla publicazione per « la benigna acco-
glienza accordata.... dal Pubblico all'Almanacco » precedente
« colla Serie di tutti i nostri Vescovi lodigiani », sapendo che
«sin dal giorno i Gennaio 1663 i Deputati dell'Estimo di
quel tempo si compiacquero d'essere stato ad essi dedicato
NELLA CRONACA E NELLA STORIA
r Almanacco di quell' anno dallo Stampatore che anche allora
esisteva in questa Comune, per opera della nobilissima Famiglia
Trivulzi, che l'aveva in Feudo». Negli Almanacchi del Monti
trovan posto coordinato e logico molte memorie scrupolosa-
mente ricavate dagli archivi della regione, e sono ora profane
o religiose, ora politiche o amministrative, e non c'è casale,
non c'è cascina i quali non abbiano avuto in lui un annotatore.
Pur troppo tanta copia di zelo dileguò per trascuranza dei
rimasti, ed è certo che se , poco più che quafantenne non lo
coglieva la morte (1823), egli intendeva l'alacre animo a studi
più ampi e severi per una Storia locale.
* . . .
Coevo di Lorenzo Monti fu Giovanni Pisani Cortemiglia (1781-
186 1), autore di Memo7'ie storiche del basso Lodigiano, pervenute
da Brescia — dove egli s'era condotto a dimora — alla biblio-
teca di Lodi, e dall'oblio tratte per cura di quel solerte che è
Giovanni Agnelli. Nulla havvi di più coscienzioso della critica
storica del Pisani, alla quale per ben vent' anni di ricerche fornì
così gran messe da sopravanzare l' opere anteriori. Egli pose
pure mano ad una Storia di Codogno, ma vinto dagli acciacchi
dell' età soccombeva lasciando incompiuti vari pregiati lavori.
Semplici e modeste : tale è il doppio carattere saliente delle sue
diligenti elucubrazioni.
Una conferma che il movimento intellettuale nel secolo XVII
si estendeva fra noi, ci è data dal
l'istituto della stampa, ad opera dei
fratelli Alessandro e Giovanni Ba-
zacchi (1628). Esistono alcune rare
copie di opuscoli che primi videro
la luce per tipi a Codogno, e noi
li abbiamo sott' occhi e li troviamo
egregiamente impressi. Sono le ope-
rette da noi citate già e del Passe-
rino (1629) e del Lucchini (1648),
e Maffaei S. R. E. Cardinalis Bar-
berini, mine Urbaìii Vili Pont. Max.
poemata (1628), publicazione che pro-
babilmente consegue alla visita ed
414
CODOGNO E IL SUO TERRITORIO
al sogg-iorno in Codogno, presso i feudatari dell'augusto au~
tore — allora cardinale (1621) — per la salacità e la leggiadria
del suo stile alla ellenica sopranomato 1' « ape attica».
Scorrendo la biografia brevissima di Lorenzo Monti, abbiamo
sopra riferito com'egli attribuisce
ai feudatari Trivulzi il merito di
aver qui resa stabile l'arte di Pan-
filo Castaldi, in esercizio lungo tutto
il secolo XVII, come risulta altresì
dal Catastro dell' Albino che segna
la « bottega della stampa » sotto la
loggia (1691). Dopo i Bazacchi — di
cui si estinse la famiglia — prose-
guirono nell'industria i Balsami,
antica, civile e agiata famiglia del
luogo, pur essa estintasi al prin-
cipiare del secolo XVIII. Non è
certo che altri abbiano continuato
r esercizio della stamperia locale ;
certo si è che, ai tempi del Gol-
daniga, Codogno non aveva officine
tipografiche, e chi definitivamente imprese la produzione ed il
commercio editoriali furono i Cairo (1789) che tuttavia li
conservano.
Un riserbo troppo evidente ci impedisce dilungarci come il
caso lo meriterebbe intorno alla genesi ed allo sviluppo seco-
lare della loro tipografia. Ma siam pure costretti dall'eloquenza
dei fatti e sulle testimonianze di scrittori tecnici e corografici
a rammentare Luigi, Giovanni, Gaetano ed Alessandro Gaetano
Cairo, i quali — intrecciando le generazioni e continuandole —
crearono e mantennero solidamente il buon nome nel magistero
dei tipi. Prova irrefragabile delle attitudini da essi dimostrate
è il fatto che allora quando Napoleone I — apprezzando la
somma d' intelletto e di criteri necessaria a chi guida così ge-
losa e potente industria — limitò il numero delle stamperie
ne' suoi stati, e volle che solo le esercitassero abili e diplomati
artefici (i marzo 1811), sul nome dei Cairo, proclamati unici
Frontispizio d'un' edizione
DELL' " Africa liberata „
NELLA CRONACA E NELLA STORIA
nel diritto tipografico in Codogno nè meno occorse discuterne
il nome o sommetterli a gara di esperimento (11 aprile 18 12).
Sarebbe erculea fatica l' annoverare le opere importanti escite
dai torchi dei Cairo e in Codogno e in Milano, dove alcuni di
essi avevano trasferito un filiale opificio. Basti l' accenno che
per così lunga serie di anni il nome di questa tipografia ap-
pare in edizioni altrettanto plurime quanto nitide e corrette,
eco persistente dello spirito della vita di pensiero italica e
lombarda in ispecie. Nè qui è ad insistere su tutte le migliorie,
innovazioni e congegni della tecnica a mano a mano trovati
ed applicati nei laboratori, quale ad esempio la priorità sulle
tipografie di provincia e anche di grandi città, nell'adozione
delle macchine Marinoni, della galvanotipia e d'altro. Ma ciò
che dà carattere di progresso evidente e reale dell'arte eser-
citata da questa prosapia di lavoratori consiste nella invenzione,
celebrata da scrittori contemporanei, della stereofeidotipia, ad
opera di Gaetano Cairo, nato da Luigi e da Angela Biadini
(1777), pure inventore del tachimetro, e per la conquistata fama
voluto in Roma alla direzione generale delle tipografie pontificie.
Con egual fede ed entusiasmo il successore di quei maestri
procura tuttavia che la tradizione del pensiero e dell' opera
non cadano, nè pure oggi, prescritte.
. *
Senza divagazioni generiche sulla storia regionale della mu-
sica, che qui — come altrove — accompagnò la logica sequenza
d'ogni espressione umana e sociale, basti limitarci all'accenno
che non indegno di ricordo armonico e ritmico si appalesa il
periodo contemporaneo ai nostri arcavi. Qui, come da per tutto,
schiere bellicose incitate dai tubanti oricalchi, e riti sacri traenti
sensibile inspirazione dagli organi maestosi, e corti feudali
echeggianti melodi d'amore, e arpeggio di cetre e di liuti, e
squilli di clarine rusticane.
Dopo aver a suo luogo esposta ogni più saliente manifesta-
zione dell'arte dei suoni e dei canti, e descritti i fasti lirici
delle academie e dei teatri nella regione, sarebbe pleonastica
una particolareggiante sequela di cenni ai quali mancherebbe
il presidio della freschezza che meglio le farebbe accettate. Par
quindi necessario restringere il nostro dire a qualche appunto
4i6
CODOGNO E IL SUO TERRITORIO
sulle persone di coloro che nel magistero dell'arte musicale
eccellerono, portando fuori di patria il loro nome onorato.
Con quale autorità l' archivista lombardo Damiano Muoni
asseveri esser nato Franceschino o Franchino Gaffurio in Ospi-
taletto (14 gennaio 1451)*^, non ci è dato conoscere, mentre
la comune degli scrittori cittadini di Lodi lo dà per uno
dei suoi, e ciò forse per quella sineddoche corografica che ri-
fiuta sempre ai piccoli luoghi le paternità gloriose; e se così
pensiamo si è perchè l'autorevolezza del Muoni è di quelle che
hanno diritto di affidare sulla serietà degli asserti, e perchè
anche continua una discussione tra bergamaschi e lodigiani,
nella quale i primi sostengono il Gaffurio nativo di Ospitaletto
presso Bergamo, e Diego Sant'Ambrogio ricorda in proposito
r Ospitaletto lodigiano.
Figlio di un milite bergamasco, Bettino, da Almenno, e della
lodigiana Caterina Fissiraga, da principio Franchino stette fra
i chierici, e da un monaco del Carmelo, il tedesco Godendack,
apprese con viva esultanza i primi rudimenti dell'arte divina.
Di questa a sua volta maestro, la professò quinci e quindi
— per le capitali dei vari stati italici — fin che, chiamato in
Milano dal duca Ludovico Sforza (1483), fu eletto a maestro
di cappella del duomo, titolato phonasciis, e posto a capo d'una
scuola espressamente instituita per lui dal duca. A Milano
compiè la sua vita (1522), e lo seguì il cordoglio universale e
perchè grande artista e perchè uomo di nobile cuore.
Franchino Gaffurio fu sommo teorista non solo, ma pratica-
mente indisse i confini e gli svolgimenti del ritmo e dell'in-
tervallo, così che la vecchia « battuta » vagante dal XII secolo
in poi, trovò in Franchino chi la assodò e la disciplinò. Com-
pito aspro, difficile, penosissimo, che lo travolse in quell'evo
transitorio — fra la rude età di mezzo ed il prossimo ingom-
brante decadimento italico — in polemiche disperate, tra cui
famosissima quella che, ormai settantenne, dovette sostenere
contro Giovanni Spatario «et complices musicos Bononienses» ]
diatribe in cui assalti contumeliosi, vilipendi e scherni si avvi-
cendarono, non solo fra i due rappresentanti delle scuole di Mi-
lano e di Bologna, ma altresì fra le due coorti che lì seguivano,
NELLA CRONACA E NELLA STORIA
intervenendo a rincarare la dose a danno d'entrambe la solita
albagia spagnola, in persona dì Benedetto Ramos Pereira, ar-
rogante alla sua patria il primato nello studio musicale.
Ambrogio Minoia (1752-1825) pure di Ospitaletto, e figlio di
un fittabile dei monaci Olivetani, Sebastiano, da questi fu avviato
per le discipline dell'armonia al conservatorio musicale di Na-
poli. Fortificatosi nel difficile aringo, rivenne in Lombardia, ed
il suo Tito nelle Gallie vinse una vera battaglia alla Scala di
Milano (1787). L'anno dopo trionfò in Roma colla Zenobia, e,
fra la moltitudine delle sue inspirazioni vittoriose, va special-
mente notata la sinfonia elegiaca in morte del generale Hoche,
così caro a Napoleone, che in onore del diletto suo coopera-
tore mosse appello alla musa cosmopolita per glorificarne i
funebri: di ventitre componimenti venuti anche di Francia, di
Germania, di Ungheria, e tutti eseguiti alla Scala, quello del
Minoia fini per essere proclamato trionfante (1808).
Degna della passione moderna per la musica, sorse — e si man-
tiene eletta fra noi — la istituzione del civico concerto, e primo,
cronologicamente scrivendo, quello da noi già accennato, diretto
dai piacentini Borghesani, poi quello che assunse il nome dei
Rinascenti, pure ricordato al capo LVL Appartenente alla nota
benemerita famiglia, fu Salvatore Gandolfi, il primo e segnalato
capo di una propria academia filarmonica locale, ed a lui
— quando si spense (1820) — il nostro Brini consacrò uno
de' suoi migliori sonetti.
Ma il culmine della vita contemporanea onde va lieto il no-
stro concerto, è indissolubilmente congiunto al nome ed alla
memoria di Antonio Caffi, di Castione (i 829-1 879). Quale egli
fu e quanto valse è per unanime consenso nella coscienza di
tutti, e quel grande perduto che fu Amilcare Ponchielli gli
professò un'ammirazione ed un'amicizia oltre ogni confine
Già capo musica, colpito di leva nei kaiserjàger, subito si fece
largo fra quei valorosi direttori di bande militari ; ma allor
\che suonò la diana della patria redenta, Antonio Caffi si salvò
dalle file imperiali e nel suo Codogno formò una valida scuola
Codogno e il suo territorio^ ecc. — //. 55
4i8
CODOGNO E IL SUO TERRITORIO
strumentale per cui la banda civica assurse fra le prime di
Lombardia. Esecutore perito d'ogni maniera d' istromenti , in-
terprete esimio di partiture, l' amore della sua patria d' adozione
lo fece ricusante agli inviti insistenti perchè egli si recasse al-
trove, ed in più vasta sfera, alla conquista di allori ben più
rigogliosi e più noti. Ad una felicissima fantasia disposava
l'abilità magistrale nello svolgimento del poema melodico, e
nella musica sacra la maestósa sua vena largì gagliardo fluore.
NELLA CRONACA E NELLA STORIA
419
NOTE AL CAPO LIX.
' Francesco Saverio Quadrio - Storia e ragione d' ogni poesia.
^ Cristoforo Poggiali - Memorie storiche di Piacenza.
^ L. Tettoni e F. Saladini - Teatro a?'aldico.
* Dal ritratto esistente presso la biblioteca comunale Passerini Landi in
Piacenza.
^ Francesco Arisi - Cremona liberata.
^ Francesco Robolotti - Cremona e sua provincia.
' Ecco la dedica della Siciliana:
A TE operoso a TE INDUSTRE
CODOGNO
QUESTO SEMPLICE RACCONTO
• CHE MOSTRI s'altro NON PUÒ
IL DESIDERIO d' ONORARTI
CONOSCENTE AL DOLCE NIDO NATIO
INTITOLA E CONSACRA
CON AFFETTO DI FIGLIO
ANTONIO ZONCADA
Per cura del municipio di Codogno venne apposta alla casa in via
Lodi, mmiero 4, la seguente epigrafe:
IN QUESTA CASA
; IL IV FEBBRAIO MDCCCXIII NACQUE
ANTONIO ZONCADA
FECONDO CIVILE ELETTO SCRITTORE
LUME E DECORO DELL* ATENEO TICINESE
OVE DOTTRINA MENTE E PAROLA
UGUALMENTE IN LUI NOBILISSIME
PARVERO SOLO SUPERATE DALLE SEMPLICI MASCHIE VIRTÙ
DEL CITTADINO
IL COMUNE MDCCCLXXXX
® Il sacerdote Davide Palazzina (1833-1885) fu maestro di bella mente
\ -e di bel cuore, parlatore elegante, facile compositore di versi, cognito di
lingue Straniere. Morì in Parma, dov'era professore nel collegio reale
420
CODOGNO E IL SUO TERRITORIO
Maria Luigia, direttore della casa di Provvidenza e delle scuole serali e
ispettore degli asili d'infanzia.
Damiano Muoni - / maestri di cappella del duomo di Milano (1884).
Un Motta xvs^' Archivio storico Lombardo fa retrocedere la data di
nascita del Gaffurio di nove anni, avendo reperto il suo atto di morte
nella ex parodila di S. Marcellino, a porta Comasina, in Milano, il quale
attesta essere il maestro morto ad ottant'anni il 22 gennaio 1522.
Tra le cose care che ci appartengono noi abbiamo una lettera auto-
grafa di Amilcare Ponchielli , la quale — mentre onora chi la scrisse —
rende il dovuto, meritato omaggio alla memoria di Antonio Caffi, che del
Ponchielli fu amico ed ospite preferito, in quella specie di eremo artistico
che fu allora la casa presso la chiesa della Beata Vergine di Caravaggio.
La lettera è data da Cremona (27 settembre 1869), ed in essa l'illustre
autore della Gioconda risponde al Caffi che gli aveva chiesto informazioni
di tale Rossi che avrebbe dovuto surrogarlo come maestro della banda
civica codognese. Dice il maestro : '
« Con tutto ciò però ritengo che non sarà ancora quel successore da
far dimenticare un Caffi, e i signori Codognini, a parlar chiaro, potranno
aprire concorsi, ma non troveranno così facilmente un abilissimo istru-
mentatore ed istruttore, non che suonatore quale tu sei.
« Ho parlato così perchè ti stimo tanto ; ignoro la tua abilità come
ortolano, che, dal fratello, risulta famosa — ma in ogni modo il tuo ingegno
non permette che te la campi come un passero solitario ».
CAPO LX.
Le scienze — Matematici e fisici — Prelati — I Belloni — Antonia Belloni
— Sante Ferrari — Due amici di Sarpi — Dignitari civili — Uomini
d' arme — Avventurieri — Licenza.
ON meno che ai piaceri del sentimento furono le terre
nostre disposte a gustare quelli della profonda ra-
gione, ed anche tra noi ebbe, quindi, non modesti
cultori l'albero della scienza. Nei secoli in cui Co-
dogno andò affermandosi con personalità ben distinta — spe-
cialmente illustrandosi per dovizia e per vastità di traffici —
gli uomini di lettere non erano, generalmente, ancor compresi
di spirito filosofico. I più di essi conservavano nelle qualità
pur vivaci dell' intelligenza quell' ingombrante indole pedantesca
che li affiggeva alle ingrate fatiche della erudizione pura e li
rendeva sprezzanti di quanto non avesse il sigillo della clas-
sica vetustà.
Pertanto — raccogliendo i fasti nostrali — è doveroso un
encomio alle laboriose vigilie di non pochi conterranei che
— durante i secoli bui — apparecchiarono i materiali per l'e-
dificio del gusto e della ragione. Ed ora — a logica se non
analitica classificazione di questi preclari terranei ingegni, che
rialzarono fra noi la vita di pensiero, a questa od a quella
422
CODOGNO E IL SUO TERRITORIO
espressione dedicata — torni opportuno presentare per rapidi
gruppi quegli uomini eletti che di sè hanno lasciata nel natio
luogo rinomanza benemerita e duratura. E facendo punto di
partenza dal nucleo più accostevole alle scientifiche discipline,,
vuol essere, principe fra gli altri, nuovamente annoverato,
Giovanni Battista Barattieri (1601-1677), di cui basta qui il
semplice ricordo.
D'altri esimi nel magistero della sapienza esatta ci soccor-
rono i nomi del francescano riformato Carlo Giuseppe Bignamini
da San Fiorano, poliglotta stimato, versato negli studi positivi,
filosofici e teologici, e illustratore del cilindro inclinato (1756).
Del suo Nuovo corso di filosofia ^ la cui compilazione gli fu^
suggerita, latinamente descritta, dal padre generale dell'ordine
suo, già erano publicati, lui vivo, due tomi (1760); onde a lui
somma lode derivò, come a colui che vittoriosamente adope-
rava a far sì che la metafisica caledone s'acconciasse al genio
latino della vita sperimentale.
Giovanni Giacomo Tensino o Tansini — escito d' antica stirpe,,
cui crebbe fama la perizia degli avi nella castramentazione —
già sulla fine del XVII secolo s'era illustrato per la direzione
dei forti di Pizzighettone — aggiungendo nuove opere di terra
a quelle iniziate, colla deviazione dell'Adda, dal cardinale Tri-
vulzio (1639) — e nei munimenti cesarei ai confini militari,
solidi propugnacoli contro le invasioni ottomane. Fu colonnello
di Carlo VI.
Rammentiamo pure Cristoforo Bignami, valente ingegnere
camerale ed escavatore di roggie irrigue, e il suo coevo Gaetano
Cairo, dei tipografi, inventore del tachimetro; i già mentovati
Giuseppe Gandolfi e l'architetto Uggeri di Gera, ed infine
— per non dire che dei maggiori — l'abate Angelo Cesaris da
Casalpusterlengo , di famiglia oriunda di Pizzighettone (1749-
1832).
Costui, allievo in Milano del collegio Patellani e divenuto
sodale gesuita, fu presto nella stima dei superiori, che lo vol-
lero — perfetti ch'egli ebbe gli studi, vivamente inclinati alla
matesi — adetto all' osservatorio milanese della Braidense , go-
NELLA CRONACA E NELLA STORIA
vernato dal Lagrange e dal Boscovich. E così il Cesaris pel
suo ingegno si impose che — soppressa in quei tempi da papa
Ganganelli la compagnia di Gesù (1773), ed i suoi membri
allontanatisi per ciò da Brera — Maria Teresa secolarizzò spe-
cula e scuola, assumendole in sua protezione diretta, riaffer-
mandone direttore il Lagrange, cui dava a colleghi ausiliari i«
monaci Cesaris e Reggio, ed ai quali si unì come semplice
allievo quel sommo che ebbe nome di Barnaba Oriani.
La maggior parte dell'opere di Angelo Cesaris vive tuttora
onorata dalle assidue consultazioni dei tecnici, e quelle special-
mente che concernono V Allessa mondiale del sole, le Ecclissi
solari, le Scoperte di Herschel, i Monti
vulcanici della luna e l' altra ingente
copia di monografie, costituenti le Effe-
meridi (i 775-1 834). Pochi — forse nes-
suno — tra gli astronomi dei suoi dì,
seppe come lui indovinare e fissare le
nuove teoriche dei fenomeni selenitici
e delle riverberazioni dei raggi lu-
nari. Nelle matematiche applicate formò
alunni della forza di Francesco Brioschi;
la metereologia e la topografia lom-
barda lo ebbero famigliare; e fi- Angelo Cesaris.
nalmente il compilatore illustre del
Catalogo delle stelle — Agostino Gagnoli — lo tenne prezioso fra
i cooperatori suoi. Non tanto osservatore profondo quanto felice
scrittore. Angelo Cesaris, elevato ad alti onori dal principe e
dagli istituti più celebri d'Europa, lasciò delle sue virtù mo-
deste e simpatiche desiderio imperituro ; ed a buon dritto la
terra che gli diè i natali — e che da lui fu largamente benefi-
cata — del suo ricordo esulta e la sua memoria cole ed onora.
Fra i cultori dell' arte salutare sono nominati : Girolamo Ugoni
dell'antica schiatta codognese, addottorato in Padova (1498), e
praticante acclamato fra i migliori del tempo nel territorio della
Serenissima; Vincenzo Eugenio Legora, dei fratelli ospitalieri
di S. Giovanni, a lungo chirurgo del maggiore nosocomio di
Milano, poi istitutore pietoso e previdente, in Zara dalmata,.
424
CODOGNO E IL SUO TERRITORIO
della casa matrice del suo ordine (secolo XVII); Giovanni Bat-
tista Carini, sacerdote e medico, di cui fu nota al capo LV ;
Francesco Maria Zafferri, dottor fisico a Villanova, e Pietro
Bassano Belloni, egregi soci corrispondenti alla Patriotica mi-
lanese, in cui sedevano uomini quali Giuseppe Parini, Barnaba
Oriani, Lazzaro Spallanzani, Alessandro Volta, Francesco Soave.
Senza determinare gradi di preminenza per questa o per
quella categoria di personaggi cospicui, ascriviamo nella falange
dei prelati e dignitari della chiesa Massimiliano Bignami, Pietro
Mola, Antonio Novasconi, dei quali antecedentemente si disse.
Anche del sacerdote Carlo Belloni furono d'infula vescovile
precinte le tempia, chè egli fu preposto alla
diocesi di Carpi, instante il duca Estense Er-
cole III, ed annuente Pio VI (1794).
L' antistite carpigiano — dotto di lettere clas-
siche e di sacra oratoria — era degno del buon
sangue genetliaco, appartenendo alla prisca fa-
miglia de' Belloni, da ben quattro secoli resi-
dente in Codogno. Venuta di Toscana la vuok
il Goldaniga, e più particolarmente da Borgo
San Sepolcro, cui lasciò pei soliti tumulti faziosi, riparando
nel basso Piemonte, in Vercelli. Quindi trasmigrò in Lombardia,
ed in persona d'uno de' suoi, medico fisico, ebbe locali noto-
rietà e nomi.
Erano pure Belloni, detti Scaramuccia della Gazza, gli omo-
nimi dei precedenti, anch'essi giuntici da Vercelli, attraverso
una imprecisata residenza in Cera d'Adda, nella plaga trevi-
gliese; dove si suddivisero in tralci parecchi, affermandosi con
uno stemma differente da quello dei Belloni nostrani, che raf-
figurava spaccato in quattro, il primo e il quarto fugati in
banda scaccata rosso e argento, il secondo e il terzo medesi-
mamente pel colore, in palo. Soggiunge il Goldaniga — e ri-
portiamo a titolo di complemento — che dei Belloni della Gazza,
il ramo cadetto si ripropagginò in dignità comitale sul Bolo-
gnese e marchionale in Roma. Di quella, capostipite surse
Antonio, proseguente banco in Bologna; di questa, Girolàmo,
che in Roma, nominato banchiere pontificio, fu, con dispensa
NELLA CRONACA E NELLA STORIA
d'un secolo nobiliare, creato marchese da Benedetto XIV e
tesoriere di santa sede.
Se poi son parecchi di questa stirpe che gioirono dei fasti
terreni, non mancò nel genere, chi salì alla gloria degli ultra-
mondani. Fu dei Belloni, della Gazza, Antonia Agnese (5 no-
vembre 1 635-11 gennaio 17 19), nata in Trivulza da Giovanni
Battista e da Elisabetta de' Re, mo-
naca professa Clarissa, le cui semplici,
austere e miti virtù ebbero sì fatta vi-
goria da bastare ad imporre un freno
alla rilassatezza delle costumanze clau-
strali, allor che la giovinetta dei Belloni
cinse e soggolo e bende.
Quale esistenza di operosa pietà ed
esempio di grazia offrisse la monaca
modesta lungo la sua contemplativa
esistenza, si può commisurare dal-
l' omaggio capitale che le fu reso Antonia Belloni.
quando questa combattente nel silenzio
€ nella oscurità, a beneficio della virtù, non appartenne più
al mondo.
Sarebbersi stupiti assai i due buoni coloni della Trivulza se
avessero potuto prevedere l'apogeo riserbato alla loro figliuola;
ma è altrettanto legittima la meraviglia dei contemporanei, i
quali in suor Antonia riscontrano non già il solito tipo della ina-
ridita pietista, accomodante le dolcezze terrestri colle angeliche
soavità; bensì la forte e convinta ministra di una fede che, se
va fino al sacrificio, nè accetta nè subisce la impronta violenza.
Ed è ciò così vero che si dovette ad opera sua se fu resa al
secolo una giovanetta monacata contro sua voglia, e se uno
scioperato gentiluomo, fuggitivo di Napoli, e di disordine in
disordine arrivato fra noi allo estremo d'ogni umana speranza,
potè — riconfortato dalle energie efficaci di suor Antonia —
rincuorarsi, risollevarsi nel perdono de' suoi e ad essi, ribene-
detto, fare ritorno.
Di suor Maria Antonia Belloni permane tuttavia qui il sovve-
nire soave e caro. Fieramente austera con sè, fu tutta provvidenza
426
CODOGNO E IL SUO TERRITORIO
e carità per gli altri ; ed è tuttora in benedizione la scarna icone
della venerabile serva di Dio, beatificata per verdetto pontificio
di Benedetto XIV (21 luglio 175 1). Da molti anni giaceva il
frale della monacella nella cripta del suo chiostro, allor che da
questa — per le soppressioni giuseppine delle Clarisse (1782) —
fu trasferito nell'arca in coro del maggior altare parochiale
(20 febbraio 1787). Moltitudine di devoti costituirono il funebre
corteo, che fu una glorificazione della venerabile; e per tre dì
ne fu esposta la salma, le cui vesti venivano tagliuzzate per
reliquia dagli accorsi.
In Roma, presso Nicolò e Marco Pagliarini, fu, a cura dei
congiunti della beata donna, publicata la sua vita (1754).
E così — da queste, e anche più remote — procede la ri-
membranza di un altro chiesastico della stirpe Ferrari, frate
Santo da Codogno, figlio di Alessandro e d'Antonia Belloni
(1560-162 1). Già al secolo Orazio, vestì l'abito dei chierici,
cambiandolo ben tosto col saio del serafico padre, nel convento
di Maleo, onde trapassò a quello di Milano detto del Giardino.
Letterato, teosofo, predicatore, musicista sacro, stette fra i lumi-
nari della famiglia francescana, di pulpito in pulpito girò Lom-
bardia, Emilia e Toscana, ed una epigrafe latina nel convento
delle Grazie, gli dà a termini di raffronto i semidei e gli eroi
della vinta mitologia. Il suo ultimo dì fu a Camaiore, castello
del Firentino. Il Goldaniga registra che per lui s' introdusse il
procedimento di beatificazione.
Alla nota pietista sino qui echeggiante, vivamente contrasta
— ma pur nobilmente — il ricordo di due amici di frate Paolo
Sarpi, il formidabile servita che ai suoi dì, da Venezia — la
Roma dell'acque — sosteneva baldanzoso e vittorioso l'urto
disperato della Roma dei pontefici. A secoli di lontananza, più
luminosa della gloria di Arnaldo, più virtuale dello spirito dì
Bruno, rimane la sintesi figurata del consultore di S. Fosca,
come quella di un credente e di un filosofo, animato da quel
soffio di modernità che è l'impronta dei precursori. Fra i gre-
gari di lui due codognesi sfilarono, facendo parlare di sè e per
quelle polemiche dolorosamente cruente e per le dimestichezze
NELLA CRONACA E NELLA STORIA
427
abituali col loro grande confratello. Furono il padre maestro
Cornelio e il padre Giulio, serviti.
Guglielmo Gonzaga, duca di Mantova, non perdonò al primo
la compilazione di un memoriale in cui un bastardo del cardi-
nale Ercole Gonzaga vivacemente reclamava dallo zio duca la
bonitaria sostanza paterna; e lo sdegno della serenissima al-
tezza significò costrizione nelle carceri di padre Cornelio, già
per avventura maleviso al duca, memore della antica amicizia
con Sarpi, allor che questi fungeva da teologo ducale nella
corte di lui. Padre Cornelio, stanco di guerra, lasciò Mantova,
per ridursi in Milano, dove lo protesse affettuosamente Carla
Borromeo, cardinale arcivescovo e poi santo.
Anche l' altro codognese — padre Giulio — della propria
intimità con Sarpi dovette provare la mala ventura. Il padre
Gabriele Dardano lo accusò d' abuso del confessionale, per pre-
sunti pettegolezzi e pretesa eccitazione a rivolta d'alcune mo-
nache, tenere della incolumità del proprio direttore di spirito.
E padre Giulio — già settuagenario, e da mezzo secolo risie-
dente a S. Fosca — fu per comando papale tolto al soggiorno
in Venezia e come in bando inviato in Bologna. Se non che^
il consultore della republica non patì l'onta dell'amico e sua,
e — non ostante il rigido autunno — si condusse in Roma e
da papa Aldobrandini consegui giustizia per l'amico, che felice
ed onorato riportò seco sulla laguna.
* . . .
' Se dalle cocolle passiamo ai dignitari civili, e successiva-
mente agli uomini d'arme e d'avventure, c'imbattiamo anzi
tutti nell'accenno del Goldaniga, dedicato ad un Ottaviano della
cospicua famiglia Beniama o Bignama, il quale, nominato da
Carlo V senatore di Milano, fu decoro e lustro de' suoi dì
(morto il 7 aprile 1560).
Pietro Francesco Belloni fu intimo del duca di York, Carlo
Edoardo, pretendente di Gran Bretagna, e suo compagno di
viaggio e secretano in un viaggio per Europa.
Pietro Francesco Foletti da Casalpusterlengo fu sindaco della
provincia pel catastro (172 1).
Michele Agostino Dragoni da Codogno (1760), Antonio Maria
Arbusti da Maleo (circa il 1770), e Giuseppe Bignami Bertoletti
428
CODOGNO E IL SUO TERRITORIO
(1776) si susseguono nell'onorifico uficio di risiedere in Lodi
come primi sindaci generali della provincia.
Angelo Smancini da Gera (i 766-1 831) fu giureconsulto e ma-
gistrato della republica cisalpina, consigliere di stato e membro
della massoneria uficiale del regno italico, durante il quale resse
pure la prefettura di Verona. Gli elogi della sua condotta pu-
blica non furono, però, pari a quelli prodigati al suo ingegno.
Per la diplomazia estera pontificia s'avviava Giulio Bignami,
quale secretario del nunzio apostolico Visconte di Milano, da
prima in Polonia e poi presso Cesare in Vienna. Finalmente
seguì il nunzio quando dalle sponde del Danubio fu mandato
a quelle del Sebeto, ed il Bignami da secretario del nunzio
venne elevato in Napoli a secretario della regia giunta.
Ed ora fra l'armi e l'avventure si affretta alla spiaggia la
navicella che reca i fati ed i fasti estremi della cronaca nostra.
Ultima giornata di cammino, cui fa lieta e geniale la iride-
scenza delle vivificanti figure; accostevoli altresì alle locali vi-
cende, come alle maggiori e più decantate d'altre terre. Armi
ed avventure, concettualmente e dirittamente rampollanti dal-
l'italico periodo del Rinascimento, onde di pianta fu mu-
tata la fisionomia sociale del popolo e creata quell'epoca
evolutiva e selettiva per cui i susseguiti centenni hanno come
ringuainato la dura e tagliente lama degli uomini di ferro,
assorbendoli nelle ricreazioni dello spirilo e nelle manifesta-
zioni della industria.
Dal fianco dell'avventuriere pendeva ancora e costante la
vecchia spada; ma non più quella conquistante del feudo e per-
cotente sul capo del « volgo disperso » ; sì invece quella che
era il simbolo complementare della nova condizione, integrante
colla forza l'audace che per altre vie — specie le intellettuali —
febbrilmente intendeva al tripudio della vita. Così, scoppiet-
tanti per versatile ingegno, non amanti della « specializzazione »
vulgare, quale fu imposta dai tempi nostri, capaci di tutto,
anche del bene, mistici e stoici, cinici e scettici, superstiziosi
ed atei, temerari sempre, quegli uomini avevano eretto a pro-
pria impresa il monito fatalista e pagano di Fiacco : « Carpe
diem/ ». Enciclopedici per indole e per propositi, e seguendo
NELLA CRONACA E NELLA STORIA
429
i disformi talenti naturali, a tutto si davano, ad ogni espres-
sione aspiravano. Chi faceva suo fulcro della estetica in lettere
o in arti o nello scibile occulto approntato in veste academica;
chi sognava i trionfi della politica, invadendo anche al di sopra
del sovrano le reggie ; del sovrano altri battendo bandiera su
potenti galee, aggiogavano stirpi antiche a' novelli predatori
d'oro; altri ciurmando con magici filtri, rifacitori di smarrite
venustà, passavano onorati e danarosi per la industria nova;
o lucravano nell'agguato dalla macchia; o impugnavano la man-
naia, improvvisati esecutori della giustizia legale; o sfruttavano
il rito egizio e scozzese dei sodalizi muratori; o le sceniche
illecebre; o — infine — tenevano mercato delle altrui o proprie
bellezze. L' Aretino, Giovanni dalle Bande Nere, Pizzarro, Maz-
zarino, Alberoni, Renato firentino e giù giù fino a Cagliostro,
a Mesmer, a Galliani, a Fiorilli e a Casanova di Seingault
personificano gli archetipi, eletti o mostruosi del «momento»,
in cui le corti precipue attraevano ed alimentavano nella im-
mensa loro varietà tutti costoro, a loro volta generati e gene-
ratori di quella eteroclita produzione sociale.
Non iscevra di questi personaggi stranamente romantici va
la narrazione nostra. Una folla di soldati per elezione si stacca
dalle mura paterne ed emigra là dove è campo aperto peren-
nemente ad ogni compenso di vita. Appena escito d'adole-
scenza, l'ignoto staccava dal domestico arpione l'arrugginita
lama, e s'imbrancava nella frotta lanzichenecca di passaggio,
gittandosi così al mestiere dell'armi. In questa guisa divennero
leggendari i tredici della disfida di Barletta, e non meno famoso
dev'essere stato a quei dì il codognese Giacomo Mola Cattaneo,
se — al dire del Goldaniga — uno dei Giovio narra di lui che
la tracotanza dei navarrini, campeggianti ai danni del Milanese,
lo provocò a sfidarne sei a singoiar certame e tutti li uccise.
Il più delle volte, dei partiti non s'avevano novelle, o perchè
lasciassero l'ossa sui campi delle battaglie, o perchè, elevati
ad onori e fortune, dispettassero il ritorno nell'umile terra na-
tiva. Altri invece rivedevano patria, parenti ed amici e delle
loro gesta non tace il ricordo. Il codognese Giovanni Bruschi
salvò da certa morte il suo capitano e signore Gasparo Trivulzi
4 30 CODOGNO E IL SUO TERRITORIO
nell'epica giornata di Melegnano (15 15). Si ricordano i castio-
nesi Orfeo Galleano, colonnello del duca di Lorena e Antonio
Manara, capitano (secolo XVI). Appartennero alle pugne ibero-
fiamminghe Bonaforte Folli e Giacomo Orecchi, capitani di fanti.
Cesare Lodigiani, luogotenente colonnello cesareo di Ferdi-
nando III, governò parecchi presidi di Ungheria, dove morì,
legando i suoi beni al parentado di qui. Giacomo Maria Carlasca,
d'antico lignaggio codognese — ora estinto — governò città ve-
nete ed in Francia fu luogotenente d' un connestabile del regno.
Simbolo di forza battagliera e spavalda — cui va reso omaggio
di qualche più ampia notizia, tanto più che ci sembra caratte-
ristico — ci giunge il nome del codognese Pecorino o Toro,
o, più propriamente, di Giovanni Gnocchi, indicato col primo
nomignolo dalla ricciutella cesarie e col secondo pel mugghiar
della voce. Molte furon le imprese de' suoi muscoli d'adolescente,
ma represse dalla squadra dei berrovieri, che non consentivano
a che egli turbasse la publica quiete; onde fra essi e lui fre-
quenti erano gli assalti, le fughe e le riprese. Famosa fu la
fuga del Pecorino, inseguito oltre la soglia della chiesa di
S. Giorgio. I famuli gli furono d'un balzo a tergo; ma l'agile
giovane rapido si dileguò e salì ad una nicchia, ivi celandosi.
Vane le ricerche dei birri, che retrocedettero in dirotta. Dietro
la statua del santo, l'astuto Gnocchi aspettava l'ora sua, e
quando gli parve fosse giunta, si calò, e, per una finestruola
della sacrestia, riesci in aperta campagna, camminando ininter-
rottamente, fino a che ebbe posta l'Adda fra sè e quelli della
sua terra. Ma non c'era a far fidanza colla Serenissima, ed il
fuggitivo scantonò su per l'Alpi.
Fu in Vienna, dove s'ingaggiò tra i soldati avviati dall'im-
peratore Leopoldo I a domare l' insurrezione ungherese — che
procedeva dai moti di Tekcli e Rakoczi — insurrezione i cui
signiferi primi erano i magnati.
Chiede il Pecorino gli sia affidato un drappello per tentare
la cattura di taluno dei nobili nemici. E soddisfatto: l'armi-
gera brigata si accosta di soppiatto e si dispone imboscandosi
intorno al castello del patrizio rivoltoso. Questi esce; ma è af-
ferrato, tratto di carrozza, deposto sur una feluca apparecchiata
NELLA CRONACA E NELLA STORIA
al guado del prossimo fiume, e trasferito al campo austriaco.
Se ne allieta Leopoldo, e nomina Giovanni Gnocchi capitano
delle guardie imperiali.
Non fallì più al fortunato la intrapresa carriera; l'umore
faceto, disposato al coraggio ed alla prestanza, lo fece graditis-
simo al monarca, che se lo volle diuturno ospite nella sua ri-
fulgente Schoenbrunn ; ed allor che don Bartolomeo Rota offerse
alla apostolica maestà la sua ottava rima La liberazione di
Vienna dall' assedio dei musulmani, V antico Pecorino ne fu ap-
punto l'esibitore a Leopoldo; e questi, a compensare il poeta,
insistette presso Innocenzo XII papa, che investì il sacerdote
Rota della pieve codognese (1694).
Da vecchio il Gnocchi resse fortilizi nell'arciducato. Dovizio-
sissimo si spense, e del suo volle eredi i non obliati congiunti
codognesi, ai quali il pingue beneficio non giunse, come che
la guerra del fisco mai loro concesse di poterne profittare.
Minore di fama — e forse di fortuna — fu Cristoforo Mac-
cagni, già capitano di Rodolfo II, e che s'onorò di felice
successo neir ossidione e nella resa intimata d'un forte palatino.
La famiglia di lui sino alla morte di Carlo VI (1743) fruì
della lauta pensione servita dall'Austria al suo milite.
Pietro Agostino Bignami abbandonò le pandette e si inscrisse
nelle milizie cesaree; morì in servizio di capitano (17 12). Gio-
vanni Giacomo Tansini è in questo nostro capo stesso ram-
mentato. Giovanni Antonio Dragoni comandava una compagnia
di corazzieri con Maria Teresa. Due casalesi furono Pietro
Antonio Perini, tenente colonnello nel reggimento del principe
di Parma e partecipe alla guerra austro-ottomana, e Bartolomeo
Folli, colonnello di Spagna.
Ultima reminiscenza della schiera di compaesani spiriti biz-
zarri è per noi — secondo quanto narra frate Goldaniga —
quella di Giovanni Cairo (i 727 ?- 1748) ; quattro lustri d'esistenza,
convulsamente affrettata, al di qua ed oltre i mari, dalla plaga
modesta di Codogno, sua patria, alle sponde incantate del fio-
rito Ellesponto. Tutta un'intima lotta interna tra la religione
degli avi e la seduzione della possanza musulmana; ed a capo
432
CODOGNO E IL SUO TERRITORIO
della oscillazione perenne d'un' anima fra Cristo e il profeta,
la espiazione del martire, colla rituale effusione del sangue,
nobilissimo lavacro d' ogni debolezza e sanzione coraggiosa del
ritorno assoluto alla propria fede.
La smania del nuovo ed il rigoglio dello spirito pronto tras-
sero il ventenne dal suo borgo alla dominatrice Venezia. Fin da
allora agevole soleva essere il trapasso all'oriente, perocché,
dalla riva degli Schiavoni, normali svolgevansi — ricordo per-
manente delle crociate — le spedizioni di milizie arsenalotte
verso r antonomastico turco. Ad una di queste, soldato vo-
lontario di S. Marco, s'aggiunse il Cairo, che — accontatosi
col capitano d'un veliero — compì la traversata fino a Pera.
Non felici per lui trascorsero le eterne giornate di bordo ;
r irritabile umore lo pose in urto con un alfiere, e, nel cospetto
del capitano, non fu il modesto soldato che ebbe ragione di
diritto. Sbarcò il profugo col cuore amareggiato, e, nell'acre
istante d' una giusta reazione, prestò orecchio alle offerte di un
musulmano, che lo trascelse in suo servizio, e lo indusse a
mutare di religione, togliendolo al vangelo e presentandogli
r alcorano. Non senza resistenza si compì l' abiura, e ben presto il
novello credente nell' arabo pastore rivenne alla legge nazarena.
Ciò bastò perchè il giaurro fosse trascinato in cospetto del
cadi, il quale — fattolo caricare di ceppi — lo dichiarò incorso
nel supremo castigo. Invoca pietà il captivo, e pietà gli è con-
cessa; ma alle ire maomettane s'aggiungono poco appresso le
semitiche. Un vecchio israelita — da lui nuovamente scontrato
in nave, che guidavali a Stambul — appicca lite con lui, ed, a
corto d'argomenti, lo minaccia, quando fosser giunti, di de-
nuncia al visir per violata fede musulmana. Al mal capitato si
offrì nel frangente la sola via d' escita, rifacendosi maomettano.
Ma l'anima offesa gli rimorse; non trovò più requie, ed,
appena presa terra, corse ad un sacerdote cattolico — il loiolita
italiano padre Monforte — e fra lacrime e singhiozzi gli narrò
la miseria sua. Il religioso, prudente anzi tutto, raccomandò al
penitente di nascondersi, impegnandosi d'avviarlo in sicurezza
a Smirne. Fu indarno: Giovanni è scoperto, incarcerato nelle
prigioni di Giumberi, martoriato, straziato dalla punta delle
scimitarre, oppresso il petto da enorme peso, e sotto le inau-
NELLA CRONACA E NELLA STORIA
433
dite barbarie trascinato di bel nuovo all'errore. Dell'infelice,
per altro, il visir prova viva pietà, e lo benefica dopo gli spa-
simi, rivestendolo di splendide divise e decorandolo di onori-
fiche cariche, nell'intendimento altresì di elevarlo a tesoriere.
Genioso, attraente e facondo, il giovane lombardo conseguì
autorità e dovizie; solo gli faceva difetto la pace. Guardò con
terrore gli errori della percorsa via; volle espiar di persona le
colpe onde aveva contesti i suoi ultimi giorni ; rivide così lo
spirituale consigliere suo, monsignor Imberti veneziano, il ber-
gamasco padre Michele, cappuccino dell'ospizio di S. Maria in
Pera, e recisamente liberatosi dagli indumenti turcheschi, pro-
clamò alta ed inconcussa, in Costantinopoli, la sua religione
cristiana. Era finita per lui: soli cinque giorni dall'ultima pa-
rola di padre Michele bastarono perchè la sua querela — che
quasi aveva durato come la vita sua — fosse tronca. Gli ina-
sprimenti più atroci delle torture esemplari non gli furono
risparmiati; su lui il carnefice stese irremissibilmente la mano,
e nelle acque azzurrine del Bosforo fiorito trovò alfine riposo
la sua salma contristata (8 gennaio 1748).
D'altri e d'altri dovremmo evocare la rimembranza, i quali
vèdiamo o accennati fuggevolmente in stampe o scritti mono-
grafici, ma di cui non ci soccorre un documento biografico
consistente. Ci è questo tramandato piuttosto dall'orale referto
che da atti probativi ; il perchè non ci è fatto asseverare par-
titamente in proposito; come — ad esempio — avviene per un
Pasquale Edoardo Folli, della cospicua famiglia codognese, e di
cui è detto in una nota dell'archivio parochiale che questo
«celebre viaggiatore» morì all'isola di San Domingo (25 di-
cembre 1802). Di lui è pure noto che fu quello che oggidì
direbbesi un eccentrico, ma nella assoluta deficienza lamentata
non possiamo aggiungere altro.
E qui — nel prendere commiato dai pazienti e benevoli, che
ci seguirono per tanto lunga ala di tempi — siamo spinti
da un sentimento di intima gratitudine verso di essi. Rian-
Codogno e il suo territorio^ ecc. — //. 56
434
CODOGNO E IL SUO TERRITORIO
dando i meandri della via aspra e perigliosa, se non ci sod-
disfa piena la coscienza d'aver compiuta opera superiore, pure
non ci turba la tema di aver deviato da quella linea che
— air infuori di amori e di odi, di fiacchezze e di iperboli —
segna il giusto mezzo, nella congèrie degli avvenimenti descritti
e commentati. Ci sorregge compiacenza modesta: il convinci-
mento d' aver corrisposto — se non con fortuna — colla vigoria
del buon volere al malagevole mandato. Stretti alla giustizia,
alla verità, alla imparzialità ed al costante, affettuoso desiderio
di un avvenire migliore della terra e della gente narrate, consci
di ingenite debolezze e di limitate competenze, sappiamo, però,
che una falsa modestia non deve impedirci di deporre, conso-
lati, la penna che ha tracciato il meditato volume; e — se d'un
periodo laborioso e coraggiosamente affrontato, ci rimarrà acuto
e soave il ricordo — sempre come oggi ne verrà schiettamente
attribuito il merito qualsiasi ai cortesi che ci incuorarono al-
l'impresa, che in essa del loro favore ci sostennero, e che ora
— accogliendo il nostro commiato — ci affidano di conservare
per noi, come noi per essi, cara rimembranza.
MODIFICAZIONI ed AGGIUNTE
Capo VII.
A proposito di Maleo e della casata di Bariano, il Codice
diplomatico , cremonese di Lorenzo Astigiano reca documenti e
chiose come segue, e che noi letteralmente riportiamo éaX-
V Archivio storico lodi giano-.
I022 (?) Enrico imperatore prende sotto la guarentigia di sua difesa
Gonfalda e Rogerio di lei figlio col castello di Maleo, Bariano e Monte-
sello nei contadi di Lodi, di Bergamo e di Brescia. — L'Autore pone a
questo documento la seguente nota:
Questo diploma non ha nel codice Sicardo nè indicazioni di tempo nè
di sito. — Il Ruggero, signore di Bariano a cui Ottone III concesse il
diploma nell'a. 998, i maggio era avo di quest'altro Ruggero. Lasciò
un figlio di nome Lanfìranco: questi sposò Gonfalda o Gonsolda, figlia di
Guglielmo di Brembate superiore. Morendo Lanfranco in giovine età lasciò
la vedova con un bambino di nome Ruggero. È probabile che Enrico II,
nella sua terza discesa in Italia, abbia preso sotto la sua protezione la
vedova ed il bambino, perciò ho dato al diploma la data del 1022. Da
questo nuovo diploma si scorge che la casa di Bariano aveva già perduto
molti dei possessi che le erano stati confermati da Ottone III. — I docu-
menti ci danno altre notizie intorno a questa famiglia. La vedova Gon-
falda sposò in seconde nozze Vinizone signore di Rivaltella (Ripalta
Guerrina). I beni, per cui i signori di Bariano erano vassalli del vescovo
di Cremona, si trovavano in Moscazzano. Ruggero, figlio di Gonfalda,
vendette poi i suoi possessi a Rotepaldo di Sergnano (1037), i quali pas-
sarono poi, in massima parte, in potere del vescovo di Cremona (1040-
1041). Lo stesso Ruggero si stabilì in Cremona: l'ho trovato menzionato,
Rogerius de Bariano, come signifer del vescovo Ubaldo, nel 1046. — Morì
prima del 1097.
436
CODOGNO E IL SUO TERRITORIO
1028, novembre 24; in Maleo : Giovanni e Lanfranco, figli del fu Lan-
defredo e Ansaldo del luogo di Bariano, viventi a legge longobarda, ven-
dono a Gonfalda, figlia di Guglielmo di Brembate superiore e vedova di
Bono Lanfranco di Bariano, per il prezzo di 200 libre di denaro d'argento,
la metà del castello di Maleo e la cappella dei Santi Gervaso e Protaso
vicina al castello, e metà di tutte le cose (jugeri 200) che hanno nel fondo
di Maleo, Leudosa, Campo Androne, Glariola maggiore e minore, e altri
luoghi.
1036, maggio 22; nel Castello di Gombito: Gonfalda, moglie di Guini-
zone figlio di Vidone, col consenso del marito, giura a Ruggerio di Bariano
figlio del fu Lanfranco, figlio suo, che, se fra tre anni esso Ruggerio pa-
gherà 200 libre di argento di denari buoni di Milano, rilascierà a lui tutti
i diritti che le appartengono e pei quali Ruggerio deve nello stesso giorno
fare a lei della quarta parte delle case, cappelle, castelli e d'ogni cosa in
Maleo e Bariano e adiacenze, come pure delle case e cose in Maleo e in
altri luoghi che pervennero alla stessa Gonfalda per scritto da Lanfranco^
padre di Ruggerio, e dai figli del fu Ansaldo.
1037, maggio 14; in Badaglo (Baggio). Rogerio suddetto vende a Rote-
paldo, figlio del fu Addoldo di Sergnano tutte le case e tutte le cose mo-
bili e familias, che possiede nel regno italico, le quali sono nel luogo e^
fondo di Bariano con cappella e castello; nel luogo e fondo di Monticelli,
con castello e cappella; e in Maleo, con castello e cappella, e nel contado
di Valcamonica nel luogo di Uberto, sommanti a cinquemila jugeri, per
il prezzo di libre mille di denari buoni di argento.
1043, ottobre 16-31; in Grumo: Rogerio di Maleo, suddetto, vende a
Ubaldo, vescovo di Cremona, per il prezzo di 50 lire di denari buoni di
argento, le case, le cose, la cappella, il beneficio entro e fuori il castello
di Maleo che tiene in precario dal vescovo cum districtu et angaria.
1059, maggio; in Maleo: Rogerio suddetto cede allo stesso vescovo altri
diritti in Moscazzano e Cortegnano, ricevendo a titolo di launechilde ma-
nicias duas.
1061, marzo, in Maleo: Rogerio suddetto, vende a Vidale del fu Ogerio
e a Ubaldo vescovo di Cremona, per tutto il tempo in cui dura il pre-
cario, una pezza di terra con edificio nel luogo di Maleo, e due case, una
nel castello e l'altra fuori, presso la basilica di S. Gervaso e Protaso, pel
prezzo di soldi 38 di denaro d' argento.
1066: Enrico IV re conferma a Ubaldo, vescovo di Cremona, le pos-
sessioni vecchie e nuove: tra le quali Maleo.
1066, ottobre 30: Alessandro II papa conferma a Ubaldo suddetto, ed
ai suoi successori tutte le regalie e tutti i diritti contenuti nel precetto
di Enrico IV, tra cui è nominato Maleo.
1069, dicembre 16: Testimonio in un atto d'investitura fatta da Arnolfo
vescovo di Cremona in Baldo e Leone fratelli di sei pertiche di terra in
Braida de Pigna vicino a Cremona, trovasi Rogerius qui dicitur de Maleo.
NELLA CRONACA E NELLA STORIA
437
II 14, marzo 10: Vendita fatta da Guarnerio f. q. Ogerio e Splendore,
€onjugi, viventi a legge longobarda, a Pietro detto Axilio f. q. Leone, della
metà di jugeri 4 di terra aratoria, nel luogo e fondo di Maleo, pel prezzo
di libre 2 e soldi 12 di Milano.
1114, aprile 12: Vendita allo stesso Pietro, fatta da Airolo f. q. Ogerio
e Alegra, conjugi, e alla madre di Airoldo e vedova di Ogerio, vivente
a legge longobarda, della quarta porzione della soprascritta terra, pel
prezzo di 20 soldi di Milano.
II 14, I maggio: Vendita allo stesso Pietro fatta da Ogerio f. q. Ogerio
ed Euga conjugi, viventi a legge longobarda, della quarta porzione della
stessa terra pel prezzo di 21 soldi e otto denari di Milano.
1124, febbraio i; in Laterano: Privilegio di Callisto II delle regalie e
possessioni del vescovato di Cremona nello spirituale e nel temporale: è
notato la corte di Maleo.
1156, marzo 3; in loco S. Bassiano: Testimonianze nella controversia
tra Oberto vescovo di Cremona, e Oddone di Melegnano, date da nove
testimoni, che Airaldo padre e Guido e Alberto suoi figli e Lanfranco suo
fratello, tutti de Melegnafto fino dal tempo di Ugone, eletto vescovo di
Cremona, e al tempo di Uberto vescovo, tennero il castello e la corte di
Maleo, come feudo dal vescovado di Cremona, e che così fosse più volte
garantirono ed affermarono. Qui l' A. fa seguire la nota che trascriviamo
perchè di molta importanza.
Questo documento che scopersi fra le numerosissime pergamene, già
conservate nel Myseo Ponzoni, è tanto più importante, perchè finora non
se ne conosceva alcuna in cui fosse ricordato il vescovo Ugone da Noceto.
Si tratta, secondo ogni probabilità, di una contesa fra il vescovo Oberto
e i Signori di Melegnano, milanesi, i quali negavano al vescovo i servigi
e r omaggio feudale per il castello di Maleo ; quindi le testimonianze rac-
colte dal vescovo alla presenza dei « pai^es curiae » fra cui Airaldo e Al-
cherio dei conti di Bergamo. Un teste depone di aver udito Airaldo di
Melegnano a dire che, se il vescovo Ugone eletto l' ajutasse, terrebbe quel
luogo per forza da Milano e da Cremona. Un altro dice di aver sentito
dire da Alberto di Melegnano che Maleo era del vescovo di Cremona,
quando castrum Salvaterre murabatur, cioè quando si faceva la rocca di
Maleo (infatti questo luogo era passato ai vescovi di Cremona per con-
cessione dei Signori di Banano^. Un altro dice che fu mandato a Milano,
da parte di Ugone vescovo, da Airaldo di Melegnano, perchè venisse in
Fornovo (possesso vescovile) a un placito che ivi teneva. Questo rifiuto
dei signori milanesi di riconoscere l' autorità del vescovo cremonese in
Maleo ha certamente relazione colla lotta impegnata fra Milano e il Bar-
barossa, spalleggiato dai Cremonesi. Avvi ricordo. Vignati, St. Dipi, della
Lega Lombarda, p. 42, che, partito Federico d'Italia nel 1155. i Milanesi
fortificarono Maleo fra il 1155 e il 1158. Nel lugHo 1158 Federico ridi-
scende in Italia, e nel poema Gesta di Federico / in Italia, pubbli-
438
CODOGNO E IL SUO TERRITORIO
cato da E. Monaci, Roma 1887, versi 1842-43, si dice che appunto nel
luglio 1158:
Distruitur pulcra fundatum sede Maleum
Quod vis a est pritis expiLgiiare Cremona (sic).
Cremona, adunque, aveva tentato prima di risottomettere alla sua chiesa
Maleo, e Federico, all'aprire le ostilità contro i Milanesi, aveva abbattuto
le fortificazioni di Maleo. Questo luogo Federico tenne per sè, come quello
che era anticamente un possesso della corona. Solo nel 11 64, apr. 3, per
ingraziarsi i Cremonesi, restituì al vescovo Presbitero di Medolago il ca-
stello e la corte di Maleo.
1159, novembre 26; in obsidione Cremae: Federico imperatore stabilisce
che i Cremaschi, i Milanesi e i Bresciani che sono in Crema, perchè ban-
diti dall'impero, perdano i feudi e tutti gli allodi. In conseguenza di questa
costituzione imperiale anche i signori di Melegnano sopra detti perdettero
il feudo di Maleo.
II 64, aprile 3. Apud S. Salvatoretn juxta Papiam. Federico imperatore
concede a Presbitero vescovo di Cremona il castello e la corte di Maleo,.
con pertinenze, onore e distretto.
II 67. I detrimenti patiti dalla chiesa Cremonese per opera di Presbitero
di Medolago, defunto vescovo di Cremona, furono molti. Per quanto ri-
guarda a Maleo è detto : Item in curie Malei dedit fratribus suis terram
que valet ultra 64 libras imperialimn.
1177, marzo 31: Un Vicecomes de Maleo è testimonio a una sentenza
di Tedaldo de Vernaci tra Offredo vescovo di Cremona e Bergondio ab-
bate del monastero di S. Lorenzo di Cremona.
1182, 21 novembre; sulla lobia del vescovo di Lodi: il giudice ed as-
sessore di Alberico vescovo di Lodi in presenza dello stesso vescovo,,
giudice delegato di papa Lucio, nella causa tra il priore di S. M. di Cal-
venciano, e Guifredo vescovo di Cremona, per alcune pezze di terra nel
luogo di Maleo, nomina un messo che mette il priore nella tenuta delle
dette pezze di terra, perchè il vescovo di Cremona e Malmantello suo
parrocchiano, detentore di quelle terre, citati non vollero rispondere.
1183, marzo 9, in palacio Episcopi Laudensis: Guido, priore di S. Maria
di Calvenziano, col consenso di Balduino di Melegnano, avvocato del mo-
nastero, e in presenza di Alberico vescovo di Lodi, giudice delegato del
papa, fa rinuncia in causa di transazione, in mano di Malmantello Visconti,
vicedomino, di undici pezze di terra nella corte di Maleo.
1185. Apiid Burgum Sane fi Donnini. Ido di Tortona, giudice dell'aula
imperiale, assistito nel giudizio da Bonifacio vescovo di Novara, e da
maestro Metello, vicario dell' aula imperiale, sentenzia che Offredo vescovo
di Cremona, deve restituire il possesso della metà del castello e della corte
di Maleo a Giordano di Melegnano e ai figli di Arduino, e il possesso
della quarta parte agli eredi del q. Alberto, cioè a Guidone e ad Alberto,.
NELLA CRONACA E NELLA STORIA
439
i quali reclamavano la detta quarta parte per la ragione che il fu Oddo
chierico possedeva a titolo di usufrutto.
1187, novembre 2; in Ferrara: Privilegio concesso da Gregorio VII a
Sicardo vescovo di Cremona, riguardante le regalie e i possessi, nelle cose
spirituali e temporali, tra cui è nominata la corte di Maleo.
Capo X.
Dopo le nostre osservazioni — che non vogliam dire studi —
sulla topografia di Roncaglia, interloquirono ancora Rodolfo
Malocchi, che vorrebbe il luogo nel Pavese, e Giovanni Agnelli,
che valorosamente ribadì 1' argomento della Roncaglia lodigiana.
Più recentemente, e colla consueta copia di eletta dottrina, il
canonico Gregorio Tononi volle confermare l' ubicazione pia-
centina della terra in cui tenevansi le diete imperiali.
Capo XI.
Dal Codice diplomatico cremonese su citato rechiamo i seguenti
documenti attinenti a Castelnuovo Bocca d' Adda e alla contesa
pel luogo tra piacentini e cremonesi :
879, agosto 4 ; in Otinga, curie regia : Carlomanno re dona al mona-
stero dei Santi Sisto e Fabiano di Piacenza due corti in vicinanza del
fiume Adda, Fagedo e Mutiaua, non lontane dal Fiume Po e da Waldo-
meleto. — Queste due corti, delle quali una è la Mezzana attuale, e l'altra
è sconosciuta, al dire dell' Autore, formerebbero il territorio di Castelnuovo
Bocca d'Adda.
981, ottobre 15 ; ijt porto vetere (Piacenza): Nel placito tenuto da Aistulfo
giudice e messo dell'imperatore, vengono confermati, contro Giselberto
conte palatino e conte di Bergamo, e Alsinda, conjugi, i diritti di Alchinda,
badessa di S. Sisto di Piacenza, sulle terre e selve (jugeri 3500) nei luoghi
di Gagio, Cavado, Augia, tra il Po e l'Adda, certamente nei pressi di
Castelnuovo Bocca d' Adda.
1150, novembre 14; in Piacenza nella camera dell'abate di S. Sisto. Si
conviene tra Bernardo, abate del monastero di S. Sisto e i consoli di
Piacenza: i consoli danno all'abate 500 libre di piacentina moneta per la
cessione che lo stesso abate fa al comune di Piacenza de Castellonovo, e
lo aiutano in tutte le querimonie che gli pervenissero dalla romana curia
per questa cessione.
1150, dicembre 10; in Piacenza, in concilio'. I consoli di Piacenza inve-
stono i messi e i consoli del comune di Cremona de Castellonovo e della
sua corte tra il Po e l'Adda, a titolo di livello perpetuo, col patto che i
Cremonesi paghino annualmente due bisantinos al monastero di S. Sisto,.
440
CODOGNO E IL SUO TERRITORIO
giurino l'antico patto di concordia tra Piacenza e Cremona, e sieno con-
tenti della metà della loro parte della corte di Soragna che aveva il mar-
chese Pallavicino, e dalla quale era lite tra i Cremonesi e i Piacentini.
1150, II dicembre; in loco de Castellotiovo: Malcoredo Vicedomini, con-
sole di Piacenza ed in nome del comune della stessa città di Piacenza,
mette in possesso il comune della città di Cremona, a mezzo di Alberico
Hermizone e Oddone Sagittaclerico, consoli e messi della stessa città di
Cremona, di Castelnuovo e della Corte dello stesso luogo, m mtegrum
per catenacium porte castri illius Castelli novi et per socas (sic) campane.
(Assistevano tre consoli di Cremona, molti uomini di Castelnuovo, e pa-
recchi Cremonesi.)
1151, luglio 20; in Cremona, nel palazzo del vescovo: Dichiarazione dei
diritti e dei redditi che aveva la chiesa di S. Sisto in Castronovo fatta
con giuramento da Ugone Mazabove di Castronovo e Marascotto gastaldo,
ai consoli di Cremona, come erano al tempo che Cremona ricevette il
castello dai Piacentini?. Era presente Oberto vescovo di Piacenza.
1151, agosto 8; in parlatorio monasterii S. Systi (Flacentice) : Rinuncia
fatta, pel prezzo di lire no di moneta piacentina, da Lanfranco Cavazola,
da Berardo abate del monastero di S. Sisto, dei loro diritti e ragioni in
Castelnuovo, acquistati per investitura loro fatta dall' abate Pietro.
II 55, marzo 5-13; in campo Mutinensium'. Privilegio di Federico impe-
ratore al monastero di S. Sisto di Piacenza e a Berardo abate, ai quali
conferma tutti i diritti e le possessioni, tra le c[\12l\ì Runcariola qtcce vo-
catur Castrimi Novum, ciun ecclesia S. Mickcslis, Sextum^ Tencariam,
Guardastallam, Luciariam, eie.
1157, marzo 5; in Laterano: Adriano IV conferma a Lanfranco vescovo
di Lodi la composizione fatta tra lui e Berardo abate di S. Sisto di Cre-
mona circa la chiesa di S. Michele di Castronovo.
1162, giugno 13: extra porta civitatis papiensis, apud S. Salvator em
uhi capella imperaforis est. L'imperatore concesse ai Cremonesi il privi-
legio « faciendi iustitiam uniquique infra civitatem et totum episcopatum
secunditm leges et bonos mores ad concordiam civitatis » e nominativamente
nei castelli di Soncino, S. Bassiano, Pizzighettone e Castellonovo in Epi-
scopatu Laudensi.
1186, ottobre 29; nel chiostro di S. Sisto di Piacenza: Atto preliminare
di transazione tra il comune di Cremona e il monastero di S. Sisto circa
il fitto di Castelnuovo Bocca d' Adda.
1186, novembre 2; Cremona, In palatio S. Laurentii: Il podestà di Cre-
mona nomina Alberto Strusio procuratore in tutti i contratti, le compere
o le permute che farà con Gandolfo abate di S. Sisto di Piacenza e con
altre persone riguardanti Castelnuovo e sua corte.
1186, novembre 4; in Piacenza: L'abate di S. Sisto confessa di aver
ricevuto dal procuratore di Cremona 160 libre per transazione nella lite
NELLA CRONACA E NELLA STORIA
441
sopra Castelnuovo Bocca d'Adda, e cede allo stesso tutti i diritti sulle
possessioni comperate in S. Damiano e Fabiano di Rivalgario.
1186, novembre 4; in Piacenza, nel chiostro di San Sisto: L'abate di
S. Sisto nella controversia col comune di Cremona su Castelnuovo, e per
il fitto di due bisanti, dei vassalli e dei loro feudi, fa rinuncia al procu-
ratore del comune, e rinuncia ad ogni pretesa, cedendo ogni azione e di-
ritto. E per questa transazione riceve 40 libre pel fitto maturato e tutte
le possessioni che aveva comperate in S. Damiano e in Fabiano de Ri-
valgario, per il fitto futuro, cosicché queste possessioni non possono venire
infeudate nè in alcun modo alienate.
1192, marzo 28; in Cremona. Sicardo vescovo e Bergondio abate di
S. Lorenzo giudici delegati da papa Celestino a fare eseguire la transa-
zione già avvenuta tra il vescovo di Lodi e Berardo una volta abate di
S. Sisto di Piacenza sopra la chiesa di S. Michele di Castelnuovo Bocca
d'Adda, dichiarano che debba essere osservata qualora abbia avuto luogo
regolarmente.
1194, dicembre 13; nel monastero di S. Sisto di Piacenza: Vendita dei
beni di Castelnuovo nella corte di Meleti, di Larderà, nell'episcopato di
Lodi, fatta da Gandolfo, abate di S. Sisto, alla chiesa di S. Agata di
Cremona.
1194, dicembre 14; in Piacenza: Cambio della chiesa di S. Michele e
Bartolomeo in Castelnuovo Bocca d'Adda, con altra chiesa e pezza di
terra sita in Piacenza, tra Gandolfo abate di S. Sisto e la chiesa di S. Agata
di Cremona.
1198. Condizioni, usi e ragioni che il comune di Cremona ha in Castel-
nuovo (Documento importante per Castelnuovo, la cui lunghezza ci impe-
disce di trascrivere).
1227, 28 ottobre; in Cremona: Anselmo Selvatico, o i suoi creditori,
vendono alla chiesa di S. Agata quanto possedeva in Castelnuovo, nella
curia di Meleto e nella curia di Corno, e che già prima aveva comprato
per 100 libre dalla detta chiesa.
1254, novembre 11 ; nella chiesa di S. Maria di Castelnuovo Bocca d'Adda:
Donazione inter vivos fatta da diversi uomini di Castelnuovo al podestà
del medesimo luogo, rappresentante il comune, di un mezzano e una ghiaia
con diritto in paxolare Ì7i cazare et oxelare\ i quali ricevono a titolo di
Launechil unam pelem agneli coperta de uno vergato de razo.
1255, gennaio 4; in Soncino: Buozo da Dovaria podestà di Soncino, e
il comune di Soncino per mezzo di Saviolo de Albertazzi, fanno tenere
ai soldati di Castelnuovo la quota parte loro dovuta sulla preda fatta in
una incursione nell' episcopato di Bergamo su persone di Bologna ed altri
nel dicembre antecedente: questa quota parte consisteva in 19 libre e 17
soldi imperiali, e due libri, ossia un Inforziato e un altro delle Istituzimii
con tre libri del Codice stimati undici libre imperiali.
442
CODOGNO E IL SUO TERRITORIO
1268, aprile 17 (In Lodi?) Investitura per 29 anni fatta dal vescovo di
Lodi in Lanfranco Capriolo, console di Castelnuovo Bocca d'Adda, della
decima e decimarla e diritto dei novelli delle terre, eccetto quelli del-
l'Ospedale di S. Mamerte in detto territorio.
1280, aprile 3; in Castelnuovo: Congregato il Concilio generale del co-
mune e degli uomini di Castelnuovo, diocesi di Lodi, sulla piazza del
detto castello al suono di campana, Alberto di Ranenengo podestà, Zaicha
de Polixino e Venturino Flangone consoli, e quanti erano radunati nel
detto consiglio, eleggono il sindaco a dar facoltà all'abate di S. Tomaso
e ad un prete di S. Giorgio di Cremona, come ad arbitri, a comporre la
lite che avevano colla chiesa di S. Agata di Cremona, sulle decime, pri-
mizie ed offerte che essa vantava a nome della chiesa di S. Michele di
Castelnuovo ad essa appartenente.
Note al capo XII.
La corte di Ronco, citata nei documenti del secolo XII, è
l'antico nome di Regina Fittarezza.
Capo XV.
Esiste nell'archivio episcopale di Lodi un autografo di An-
selmo de Mellese, notaro imperiale, pel quale il vescovo Don-
giovanni Fissiraga conferiva a Giacomo Basso il rettorato della
chiesa di S. Maria del Corno (10 marzo 1283).
Capo XX.
Nel Codice diplomatico cremonese su citato vediamo un docu-
mento pel quale papa Innocenzo III, dal Laterano, incarica il
vescovo Sicardo e l'arcidiacono della chiesa di Cremona, di
ingiungere al priore ed ai frati di S. Stefano al Corno l'ele-
zione di idonea persona in abate, essendo stato dall'abazia ri-
mosso, per diversi crimini, certo abate P. (17 dicembre 1208).
Capo XXIL'
Prevede Gavazzi — poi della Somaglia — gentiluomo di Bar-
nabò Visconte, e vivo ancora nel 1371, secondo il Teatro aral-
dico di Saladini e Tettoni « scacciò dal Lodigiano gli Scotti,
gli Arcelli ed i Laudi di Piacenza, che invadevano lo stato, e
scacciò pure i Godognesi sostenuti dai Fissiraga e Sommariva ».
NELLA CRONACA E NELLA STORIA
443
Capo XXIII.
Il Corio parla di un Guglielmo Cavacci, capitano scaligero
(1332). Non è il Giulini che accenna a Cuccio, ad Erasmo, a
Francesco, a Gian Antonio Gavazzi e a Carlo Gerolamo Ga-
vazzi. Egli accenna solo a Trinzano. Cuccio o Cuccio (1322) è
citato da Tristano Calco come capo dei guelfi.
Barnabò Visconti investiva i Gavazzi del feudo nobile e gen-
tile di Somaglia, con rogito di Tonello e Giovanni Suganapi
notari milanesi (10 luglio 137 1). Gli investiti furono Ruggero
e Pietrino, figli di Nicorolo II, figlio di Prevede.
Tettoni e Saladini afifermano che il duca mandò appositi in-
caricati per confermare nei predetti Gavazzi il feudo, per sè e
successori (investitura 10 settembre 1404); più li fece conti e
baroni della Somaglia, ordinando l'aggiunta delle tre vipere
viscontee al loro stemma (22 agosto 1407).
I su citati autori aggiungono che furono poi investiti di So-
maglia Bartolomeo Gavazzo (145 1), e i suoi due figli Pietrino
e Sanguinolo, fatti conti e baroni da Francesco Sforza, col
privilegio di aggiungere al loro antico stemma il ritratto dello
Sforza (3 febbraio 1452).
— ■ Giovanni Francesco Federici, detto il Tedeschino, feuda-
tario di Casale prima di Giacomo Mola da Codogno, ebbe dal
duca Filippo Maria Visconte la terra e il castello di Chignolo,
poi passato nei Cusani, quando l'ultima dei Federici sposò
Girolamo Cusani, morto nel 1527. (Felice Calvi — // Castello
di Milano^
— Il vescovo della Scala investiva di Castione Antonio Fis-
siraga (13 marzo 1389), e il vescovo Bottigella ne reinvestiva
Antonio e Bassiano della stessa famiglia (1396).
— Giovanni Battista Crollalanza scrive: « I figli di un Lan-
franco di David Scotti formarono nel XIII secolo quattro rami
della loro famiglia, che poi si suddivisero in molti altri. Da
Ruffino vennero i signori di Mamago, di Magnago, di Castel-
bosco, di Rezzano; da Rolando, che fu signor di Voghera, i
signori di Muzzano, Passano ed Aiguerra; da Giovanni discesero
i signori di Vigoleno, Sarmato e Fombio ; Rinaldo fu il capo-
stipite dei signori di Varso e di Gravago ». La terza linea
444
CODOGNO E IL SUO TERRITORIO
«si suddivise in tre rami: di Francesco, Nicolò e Giacomo: il
primo fu capostipite dei conti di Sarmato, di Vigoleno, di
Agazzano e di Gragnano ; il secondo dei conti di Fombio, di
Guardamiglio, di Retegno e di Casalecchio; e dal terzo ven-
nero i signori di Castel San Giovanni e delle altre terre di
Val Tidone ».
Note al capo XXIV.
Giacinto Romano riporta pure gli atti : di giuramento di
Francesco Bussone di Carmagnola, « z ^ Ecclesia Majori » , per
i feudi delle terre di Castelnuovo e Caselle (ii novembre 1414);
di giuramento di fedeltà dei procuratori di Codogno, in Pavia
(20 ottobre 1414), e dei procuratori di Maleo (28 ottobre 1414).
Capo XXVII.
— Un Geminiano de Molla fu notaro in Lodi (novembre
1295). Un Giovanni Battista Mola, tesoriere di Filippo il bello,
è annoverato dal Palazzina tra i codognesi illustri.
— Carlo V confermava il feudo di Casale a Giovanni, Gio-
vanni Giorgio il giovane, Alessandro, Ottaviano e Giovanni
Stefano Lampugnani, e loro progenitori (11 marzo 1546).
— Giovanni Francesco Pusterla, primo marito di Polissena
Bossi, fu investito di Meleti da Galeazzo Maria Sforza (1470).
— Gli Arcelli — ramo dei Fontana — presero cognome da
una terra Arcella da essi goduta fino dal 1192. Di essi, Ghe-
rardo ebbe la rocca d' Olgisio (1202), Martino fu fatto conte
della valle Laretta, e Giacomo fu signore di Vercelli.
Capo XXXIV.
La facciata dell'oratorio di S. Tomaso in Codogno fu di-
pinta da Giuseppe Zanni, buon pittore architettonico cremo-
nese (1750 circa).
— Erroneamente affermammo che un Corio non poteva avere
eretto il castello di Meleti, al principio del secolo XVI, e ne
facciamo ammenda. Infatti, nell'archivio di stato di Milano
esiste un documento di investitura feudale di Meleto al conte
Giovanni Corio, per parte di Filippo Maria Visconte (1428).
NELLA CRONACA E NELLA STORIA
445
Francesco Sforza concedeva poi la stessa terra a Luigi Bossi
(i maggio 1452).
Si riscontrano traccie della signoria di Meleti nei Figliodoni
non sullo scorcio, ma a mezzo del secolo XVIII.
— La facciata dell' Incoronata a Castione non ha attico a
tricuspide, bensì a cuspide semplice.
Note al capo XXXV.
Altro errore grave, avvenuto per uno spostamento materiale
di linee tipografiche, fu l'avere annotato nel 1839 la visita del
principe Massimiliano ai luoghi inondati dal Po. La visita del
principe fu nel 1857, ed egli, nella occasione luttuosa, fu splen-
dido largitore di soccorsi pecuniari.
— Altra inondazione memorabile fu quella dal 5 al 6 ot-
tobre 1868.
Capo XXXVII.
Le nozze di Teodoro Trivulzio e di Bona Bevilacqua non
furono assolutamente improli poiché, se non maschi, ne nac-
quero femine.
Note al capo XXXVII. "
Nel castello di San Colombano al Lambro esistono i ritratti
di Ludovico IV (non Enrico) « padre della patria, sole dei
letterati » , coli' indicazione pure di marchese di Maleo e con
data 1560. Della stessa data è il ritratto della moglie sua,
Barbara Trivulzio « contessa di Maleo, di Pizzighettone e di
Lardara » figlia ed erede di Giovanni Francesco II, marchese
di Vigevano.
— I Treccili furono ascritti all'ordine decurionale di Cre-
mona nella persona di Albertone (1087), e dopo di lui ben
quaranta della stessa famiglia sostennero la stessa carica, fino
a Giacomo e Manfredo (1769). Furono pure inscritti alla no-
biltà piacentina (1590). Erano marchesi di Scandolara e Ripa
d'Oglio, per favore di Filippo IV. Giovanni Battista Trecchi
fu marchese nel 1621, e l'imperatore Ferdinando II gli conferì
446
CODOGNO E IL SUO TERRITORIO
il titolo di barone libero del sacro romano impero e paesi ere-
ditari, trasmessibili ai figli, eredi e successori in infinito (i8
dicembre 1626). Ebbero conferma della loro antica nobiltà con
sovrane risoluzioni del 2 dicembre 18 16 e 28 gennaio 18 17
(Crollalanza).
Capo XXXIX.
Per placito di Carlo II, re di Spagna, Sigola fu investita a
Giulio Cesare, figlio del dottor Giovanni Tomaso Vaino, ed
a' suoi figli e discendenti maschi, legittimi e naturali.
Capo XLIII.
Di fianco alla sacrestia della chiesa parochiale di Codogno,
presso la cappella trivultina della Assunta, si legge la seguente
lapide :
D. o. M.
dejanira comnena hic jacet
imperatoria e stirpe
serenissimi
costantini macedonio
principis filia
georgii com. trivvltii
vxor pientissima
qv^ vt vinceret
fortvn^ invidiam
qvam adversam
invi(:ta svstinvit
othomanica tyrannide
licet patriis exvta
dominiis
pari magnanimitate
oppidvm hoc avxit
profvsis donis
pie legatis
MDLXXII
Com'è noto, i Comneni furono dispersi dalle armi islamitiche,
e l'ultimo di essi che tenne impero, Davide II, dovette cedere
NELLA CRONACA E NELLA STORIA
447
Trebisonda a Maometto II, dal quale fu posto a morte coi figli.
Tra questi però un Niceforo esulò nella Morea (1461).
Capo XLVIL
Ci sembra interessante riportare dsdV Archivio storico lodigiano
il seguente documento dell'archivio di stato, riguardante le vi-
cende comunali di Codogno :
Mediolani XX mensis Januarii 1573.
IH.'"" Principe. — Molti huomini della terra di Codogno fidelissimi ser-
vitori di Vostra Eccellenza si delono che già sono molti anni che le cosse
di quel Comune vano de malie in peggio, ogni anno più atteso che con
la intrata ch'esso Comune tiene de Ducati due mila di fermo ogni anno
non sono bastanti a pagar le gravezze in camera de Sua Maestà che sono
se non de libre 10 mila che inpono ancora i et doi fasse de 4 et 6 mille
libre ogni anno, et tuto aviene per le cedule ch'essi che sono al governo
exibiscono de andate qua et la, et de altre cosse inutille et superflue dove
se ingrassano le lor borse in danno de poveri de esso loco etc. omissis.
Supplicano voglia mandar al podestà de detto loco di Codogno che
voglia astringer tutti quelli che sonno stati a detto governo da quel tempo
in qua ch'esso come si sente lesso et aggravato da essi ch'hanno male
administrato , a fargli dar conto per via de justicia et con ogni brevità et
tutto quello che si trovarà in sua mano et haver mal speso non servata
la forma delli ordini de esso comune omissis far che si facciano
restituir a esso Comune omissis.
Capo LI.
Felice Soave luganese (i 740-1 803) fu uno degli architetti
della metropolitana milanese.
Note al capo LV.
Il vicolo di via Trivulzio ai tempi del Goldaniga era detto
vicolo dei Mola.
Capo LVII.
Esiste in Codogno il testamento olografo di Giuseppe Gari-
baldi, da lui fatto avere, per mezzo del dottor Prandina di
Milano, al notaro dottor Gaetano Cattaneo di qui (14 settembre
448
CODOGNO E IL SUO TERRITORIO
1881). Il testamento, datato da Caprera (30 luglio 1881) — noto
ad ogni italiano anche in causa delle cocenti proteste sollevate per
non avere totalmente ottemperato alle estreme volontà dell'eroe —
fu aperto nell' uficio notarile Cattaneo, alla presenza del sindaco
avvocato Carlo Orecchi, quale geniale procuratore della vedova
Garibaldi, Francesca Armosino, del generale Giuseppe Dezza,
del colonnello Enrico Guastalla, del pretore locale Domenico
Bizzi, dell'avvocato Roberto Pollaroli e di Giovanni Micheli
(25 ottobre 1882).
L'atto era in forma di lettera, con cinque sigilli rossi, e
recava il motto: « Overcome evil by good».
NELLA CRONACA E NELLA STORIA
449
INDICE
Pag,
Capo XXXVI.
Le nuove condizioni del feudo — I Bevilacqua — L'Eustacchi —
Gli Stanga — I Pallavicini — I Serbelloni 5.
Capo XXXVII.
I Gavazzi — I Dati — I Borromei — I Figliodoni — I Besozzi —
I Corio — I Barbiano — I Trecchi . . . . . . .26
Capo XXXVIII.
I Trivulzì — I Pallavicini — Retegno e la sua zecca — I Gallio —
I Pallavicini Trivulzì . , . 42.
Capo XXXIX.
I feudi minori e quelli dell'ultimo periodo — I Fissiraga — I Lan-
driani — Gli Imbonati — I Lambertenghi — Gli Spini — I Bossi
— I Castiglioni — Gli Stampa — I Vaini — I Casnedi — I Galli
— Gli Estensi — I Belgioioso — I Lampugnani — I Castelli —
I Laudi — Gli Scoti — I Nicelli - 54
Capo XL.
La controriforma religiosa — I costumi del clero — La parochia di
Codogno — Le sue dignità — Fiere contese ecclesiastiche . . 66
Capo XLI,
Andrea Cornali — Il seminario codognese — Luca Trimerio Tonolo
— Giuseppe Gandolfì — Il collegio laicale — La sacra oratoria . 82
Capo XLII.
La guerra per la successione di Mantova — Odoardo Farnese e
Teodoro Trivulzio ' — Il saccheggio di Codogno — Fatti d'arme
terrieri — La guerra per la successione di Spagna — L'Austria
padrona delle nostre terre 94
Capo XLIII.
Le chiese di Codogno — La parochiale di S. Biagio — S. Maria
alle nevi — La Trinità — La Madonna delle Grazie . . . 106
Codogno e il suo territorio , ecc. — //. 57
450
CODOGNO E IL SUO TERRITORIO
Pag.
Capo XLIV.
Nuove chiese di Codogno — S. Bernardino — SS. Gregorio e Se-
bastiano — SS. Teodoro e Paradiso — La Madonna di Caravaggio
— La Visitazione iiS
Capo XLV.
Un pio romeaggio sul finire dello scorso secolo — Chiese ed oratori
dell'agro e dei borghi circostanti . . , . . . . 132
Capo XLVL
Continua il romeaggio per le chiese e gli oratori dell'agro codo-
gnese . 147
Capo XLVII.
Codogno continua a fiorire — Il castello — La loggia comunale —
L' arco del Cristo — Una grande cerimonia nuziale — Lo sfeuda-
mento della terra . . . . . . . . . .163
Capo XLVIIL
Lo sviluppo monastico — I serviti , le orsoline , le Clarisse ed i fran-
cescani a Codogno — I fì'ancescani e le orsoline a Casalpusterlengo
— I gerolamini all' Ospitaletto — Gli agostiniani a Castione — I
serviti a Cavacurta — I fì-ancescani a Maleo — I cistercensi a
-Santo Stefano — I piccoli monasteri . . . . . .183
Capo XLIX.
La guerra per la successione di Polonia — La presa di Gera e di
Pizzighettone — I Morti Lazzaretti — La guerra per la successione
d'Austria — • L'arco di Maleo — La battaglia di Sigola — L'at-
tacco di Codogno — Spagna vinta — Lombardia dell'Austria . 200
Capo L.
La riforma del comune codognese — Una diceria e una satira sconcia
— Benefico risveglio — Il nuovo censimento delle terre — Nuove
riforme comunali a Codogno, Casalpusterlengo, Maleo e Castione
— Il pretorio codognese — Le giudicature — L'incendio dell'ar-
chivio comunale di Codogno — Il culto dell' Immacolata — Visite
illustri .214
Capo LI.
Florilegio benefico — L' ospitale di Codogno — Gli istituti della
congregazione di carità . . . . . . . . .229
Capo LII.
Le altre opere pie del territorio — l cimiteri di Codogno e di Ca-
salpusterlengo . . . . . . . . . . . 249
Capo LUI.
Napoleone — Cerimonie politico-religiose — I fatti d' arme di Fombio,
di Codogno e di Lodi — La republica cisalpina — Le imperti-
NELLA CRONACA E NELLA STORIA
Pag.
nenze dei « republicanti » — Gli alberi di libertà — Il paroco De
Micheli — La guardia civica di Codogno . . . . . 265
Capo LIV.
La reazione austro-russa — Gli andirivieni dei belligeranti — Feste
e disagi popolari — Napoleone imperatore — Il regno italico —
La vita sociale — La caduta del colosso — Il dominio austriaco 278
Capo LV.
Usanze e costumi — La figura locale — Prescrizioni ride voli — Mo-
rale religiosa — Clero — Istruzione — Le riforme teresiane e
giuseppine — Usi religiosi — Campane — Orologi — Sicurezza
publica — Giustizia punitiva — Igiene — Mendicità — Commercio
alimentare — Edilizia — Viabilità interna — Publici servizii . 294
Capo LVL
Commerci e manifatture — Mercati e fiere — Spassi privati e publici
— Ville — Orio — Il passeggio — Mode — I caffè — Sferistica
— Musica — I teatri . 318
Capo LVIL
La vita paesana dopo la restaurazione austriaca — I ritrovi del po-
polo — Cronachetta — Agi e spassi — I primi moti per la libertà
italica — I carbonari codognesi — Il dominio dell'Austria — Dal
1848 al 1860 — Garibaldi e Pallavicino — La villa di San Fiorano 341
Capo LVIIL
Le glorie artistiche terriere — Un po' di etnologia — L'architettura
— Giovanni Battista Barattieri — Carlo Antonio Albino — La
pittura — Le dipinture celebri della regione — Angelo Pietrasanta
— I guastatori e le negligenze delittuose 371
Capo LIX.
Le lettere umane — I Novelli — I Geniali — l Fabbriarmonici —
Alessandro Dragoni — Pier Francesco Passerino — Legisti —
Bartolomeo Lucchini — Scrittori ascetici — Pergamisti — Massi-
miliano Bignami — Luigi Bello — Angelo Bignami — Pietro Do-
menico Brini — Pietro Asti Magno — I due Gandolfi — Antonio
Zoncada — Storici e cronisti — La stampa — I Bazacchi, i Bal-
sami e i Cairo — La musica — Franchino Gaffurio — Ambrogio
Mi noia — Salvatore Gandolfi — Antonio Caffi .... 396
Capo LX.
Le scienze — Matematici e fisici — Prelati — I Belloni — Antonia
Belloni — Sante Ferrari — Due amici di Sarpi — Dignitari civili
— Uomini d'arme — Avventurieri — Licenza . . . .421
Modificazioni ed aggiuntp: 435
ERRORI INCORSI NEL PRESENTE VOLUME
Errori
Correzioni
41
linea
24
. Ludovico
46
»
19
. serviva
74
»
4
- (1631) . . .
. (1621)
93
»
26
— della congregazione caritativa .
dell' ospitale
134
»
35
— Rossi . . . . ,
. Ricci
136
»
36
— posta . , . . .
sosta
193
»
30
— Maria Asti . . . .
Vittore Asti
208
»
29
— dai
dei
221
»
30
— Tayllerand . . . .
Tali eyr and
270
»
16
— II maggio . . . .
IO maggio
292
»
18
— Tedeum . . . . .
Te Deum
347
»
36
— Fabio
. Francesco
34S
»
4
— via del Collegio
. contrada Grande
34S
» I
7 e 18
— Teresa Valeri . . . ,
. Tecla Testa
FINE DEL SECONDO ED ULTIMO VOLUME.
GETTY RESEARCH INSTITUTE
3 3125 01421 6820